9 domande e 1/2 a Patrizia Poli
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Amici lettori di signoradeifiltri.blog, Patrizia Poli ha scritto un libro nel quale ha messo tutta se stessa, la sua anima e la sua professionalità. Ora, per darvi modo di conoscere La pietra in tasca, edito da Literary Romance Edizioni, le rivolgerò le mie proverbiali 9 domande e 1/2.
1 Cosa vuoi dire ai lettori che conoscono la storia delle sorelle Brontë?
Il testo è liberamente ispirato alla vita di Emily Brontë e al suo imperituro romanzo Cime tempestose.
Non è l’ennesima biografia, per questo vi rimando a quella classica, e fuorviante, di Elizabeth Gaskell – da cui è tratto il mirabile romanzo di Lynne Reid Banks e che ha contribuito a creare la “leggenda dei Brontë” –, a quella monumentale, moderna e innovativa di Juliet Barker o a quella poetica e struggente di Paola Tonussi.
Qui è Emily che, ormai spirito nella brughiera come la sua Cathy e il suo Heathcliff, ricorda la propria vita e rivive il romanzo. Per questo ci sono ripetizioni e rimandi continui, per questo si va volutamente avanti e indietro nel tempo, mentre i ricordi si mescolano e rincorrono, insistenti, in un flusso di coscienza inarrestabile.
Oltre alla bellezza immortale del romanzo scritto dalla più misteriosa e solitaria delle sorelle Brontë, a colpirmi è l’atmosfera di morte che ha accompagnato questa tragica famiglia, a partire dal luogo dove i fratelli sono cresciuti, circondato da cupe pietre tombali, fino ai drammatici fatti che li hanno strappati al mondo nel fiore degli anni, uno dopo l’altro.
Che cos’ha di tanto travolgente il romanzo di Emily? L’eroe byronico è scisso in due e non ha nessuna controparte capace di rabbonirlo e redimerlo. In realtà l’eroe satanico trova qui la sua amata metà dell’inferno. Heathcliff e Cathy non “s’innamorano”, non si scoprono, semplicemente “esistono” l’uno nell’altra, da sempre e per sempre (e, entrambi, sono Emily Brontë).
Un libro senza scampo, senza redenzione, almeno per i due eroi principali – dove la morte non è una sconfitta o una punizione bensì un premio. Non vanno in paradiso, questi due, né all’inferno, vanno in un luogo – la brughiera – al quale entrambi appartengono; si ritrovano, tornano a fondersi, a essere di nuovo la persona che la sorte aveva diviso.
Personaggi non immorali ma premorali, agiscono come gli elementi atmosferici, come un fiume che esce dal suo letto o un terremoto che scuote le fondamenta della terra. Non importa quante vittime lascino sul cammino, loro devono fare quello che fanno, cioè amarsi, azzannarsi, fondersi. Ecco perché questo romanzo è così unico, così speciale, così fuori dal tempo.
Né biografia né riscrittura, quindi, come sempre, ho solo parlato di quello che mi piace immensamente e che conosco, rivivendolo dentro di me.
2 E per quelli che invece non le conoscevano?
Si lascino pure trasportare dall’atmosfera e dalla storia ma poi, chiuso il mio testo, corrano a leggersi il classico.
3 Puoi raccontarci la tua gioia e il tuo dolore nello scrivere il testo?
Gioia grande per aver potuto approfondire come meritava un argomento che mi affascina da sempre, dalla prima volta quando, ragazzina, mi sono calata nell’atmosfera “haunted and ghosted” del romanzo, fino a quella prima tesina scritta all’università, insieme alla mia amica C.D., che mi ha lasciato la voglia di saperne di più. Su questo si basa tutta la conoscenza e anche la scrittura per me: la curiosità di saperne di più.
Dolore nel ripercorrere le vicende della famiglia Brontë, così disgraziata. Pensare a tutte quelle vite e quei talenti andati persi nel fiore degli anni, rivivere la solitudine di Charlotte rimasta sola con i ricordi nella casa vuota, è straziante.
4 Com'è stato lavorare con Literary Romance Edizioni?
Avevo già lavorato con Simona Friio della Literary Romance per L’isola delle lepri e devo dire che mi sono trovata benissimo. Lei è una persona seria, competente, affidabile, professionale. In più, abbiamo la stessa sensibilità e lo stesso bagaglio culturale, fatto di letture e passioni comuni.
5 Hai mai avuto paura di non farcela?
Ho certamente avuto paura di non rendere giustizia al mostro sacro che è Emily Brontë.
Per quanto riguarda la mia carriera letteraria, invece, bisogna vedere cosa s’intende per “farcela”. I tempi sono cambiati, siamo alle soglie di un mutamento epocale, non sappiamo neanche se in futuro esisterà ancora la parola scritta. Quindi, “farcela” non coincide più con il successo e le vendite. Per me, ogni volta che qualcuno mi scrive dicendo di aver provato grandi emozioni leggendomi, sento di aver raggiunto lo scopo.
6 L’epoca nella quale sono vissute le sorelle Brontë cosa ha di affascinante?
Tutto e nulla. Bellissima la sensibilità romantica, l’anelito verso il trascendente mai raggiungibile, l’ideale contrapposto al reale. Pessime in pratica le condizioni, visto che la speranza di vita non raggiungeva i trent’anni. La famiglia Brontë ne è un tragico esempio.
7 Il tuo sogno nel cassetto.
Quello comune a molti scrittori: che da uno dei miei romanzi venga realizzato un film o una serie tv.
8 Sei più classica o hard rock?
Senz’altro e ovviamente classica.
9 Stai camminando a piedi a spasso con il tuo cane e incontri Andrea Camilleri, che gli chiedi?
Se non avrebbe preferito raggiungere il grande successo da giovane invece che in tarda età.
1/2 Risottino o carbonara?
Entrambi. Sono una buona forchetta e purtroppo si vede.
La pietra in tasca
Con grande orgoglio vi presento la mia ultima creatura, "La pietra in tasca", un libro al quale tengo infinitamente perché è una di quelle cose che fanno di me quello che sono.
Il testo è liberamente ispirato alla vita di Emily Brontë e al suo imperituro romanzo "Cime tempestose."
Non è l’ennesima biografia, qui è Emily che, ormai spirito nella brughiera come la sua Cathy e il suo Heathcliff, ricorda la propria vita e rivive il romanzo.
Oltre alla bellezza immortale del libro scritto dalla più misteriosa e solitaria delle sorelle Brontë, a colpirmi è l’atmosfera di morte che ha accompagnato questa tragica famiglia, a partire dal luogo dove i fratelli sono cresciuti, circondato da cupe pietre tombali, fino ai drammatici fatti che li hanno strappati al mondo nel fiore degli anni, uno dopo l’altro.
Che cos’ha di tanto travolgente il romanzo di Emily?
Un libro senza scampo, senza redenzione, dove la morte non è una sconfitta o una punizione bensì un premio. Non vanno in paradiso, questi due, né all’inferno, vanno in un luogo – la brughiera – al quale entrambi appartengono; si ritrovano, tornano a fondersi, a essere di nuovo la persona che la sorte aveva diviso. Personaggi non immorali ma premorali, agiscono come gli elementi atmosferici, come un fiume che esce dal suo letto o un terremoto che scuote le fondamenta della terra. Non importa quante vittime lascino sul cammino, loro devono fare quello che fanno, cioè amarsi, azzannarsi, fondersi.
Né biografia né riscrittura, quindi, come sempre, ho solo parlato di quello che mi piace immensamente e che conosco, rivivendolo dentro di me.
"Di nuovo insieme, nella neve e sui prati fioriti, nella brughiera che è la loro casa.
Heathcliff e Cathy si sono ritrovati, camminano accanto, i mantelli che ondeggiano sulle spalle, le dita che si sfiorano, non più crudeli, non più cattivi ma neanche buoni, solo paghi l’uno dell’altra.
Poco lontana, in disparte, c’è una donna con il suo cane, bestia selvaggia che guarda docile verso la padrona. È una donna con braccia lunghe e falcata ampia, gli occhi spiritati e indomiti. I rapaci volano sulla sua testa, le allodole si posano sulla sua mano, i roditori strisciano attorno ai piedi calzati da vecchi stivali. Heathcliff e Cathy sanno che è colei che li ha creati, quasi fosse la loro madre."
#lapietraintasca
Archor
«Rientrare nelle celle!» risuonò la voce monocorde dagli altoparlanti di Archor, il penitenziario di New Baltic.
William Joseph Blasko, il direttore della prigione, affacciandosi dalla finestra del suo ufficio, si focalizzò sui prigionieri che prendevano posizione davanti alle porte d'ingresso.
«L'ora d'aria è il momento propizio per eventuali fuggiaschi» pensò l'austero dirigente. «Le nuove misure di sicurezza dovrebbero scoraggiare persino i più temerari.»
Le telecamere a circuito chiuso e le speciali serrature elettroniche avevano quasi azzerato il budget del carcere. C'erano state critiche sulla recinzione elettrificata e sulle torrette laser, per non parlare dei droni dotati di mitragliatrici. Tuttavia, per Blasko, risultavano soldi ben spesi, in quanto alcuni mesi prima, cinque agenti, erano riusciti a fuggire, per di più travestendosi da detenuti.
Il vulcano
Impossibile dimenticare lo sgradito regalo natalizio che fece il vulcano a noi poveri abitanti di Aci Torre, una cittadina ai piedi dell'Etna.
Tutto cominciò da una colonna di fumo densissima che si innalzava verso il cielo, finché una sfrigolante lava rosso-arancio iniziò a fuoriuscire dalla sommità di Mungibeddu, tanto da associarla a quella dell'inferno dantesco.
All'improvviso, in un misto di stupore e di tensione, un’angosciante nube di colore ardesia imprigionò sia me che i miei compaesani. Il peggio doveva ancora venire, poiché seguì il terremoto, accompagnato da una devastante eruzione vulcanica ove fiumi di lava incandescente scivolarono rapidamente.
Ci fu un parapiglia inaudito, la gente urlante scappò a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili o dalle moto impazzite.
Mi misi a correre a perdifiato, in qualche modo dovevo mettermi in salvo, anche a costo di sputare sangue e... cenere. Alle mie spalle, i vari fluidi magmatici si addentrarono irreversibilmente nell'inerme città, sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa, tra cui case, lampioni, cassonetti e monumenti. Fondamentalmente la lava aveva guadagnato “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, difatti lo spietato vulcano ebbe il predominio assoluto coinvolgendo persino le località limitrofe.
Nelle vicinanze di un ponte, caddi stremato e persi completamente i sensi. Credevo che per me fosse finita, invece, con grande sorpresa mi risvegliai al Policlinico. Nel frattempo un medico e un infermiere monitoravano i miei parametri.
Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi aveva caricato di fretta e furia nella sua auto di servizio in direzione Messina. Mi commuovo a pensare che quei due angeli in divisa hanno cambiato le sorti di una vita umana. La mia.
Da anni, vivo a Copenaghen, a più di duemilacinquecento chilometri di distanza dalla Sicilia, una regione da sempre a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.
Qui non c’è nessun vulcano da temere.
Nota dell'autore: Aci Torre è un'immaginaria cittadina situata alle pendici dell'Etna, mentre Mungibeddu è uno dei sinonimi dialettali che identificano il vulcano in questione.
Il primo e il secondo
Io e Antonello, il mio collega, saranno già tre settimane che per la pausa pranzo andiamo a mangiare Da Alfio, una trattoria che dista un centinaio di metri di distanza dall’ufficio in cui lavoriamo. Oltre una questione di praticità, bisogna ammettere che il cibo risulta veramente ottimo.
Oggi, essendo martedì, il locale fa uno sconto del 10% sui primi piatti e il 20% sulla prima coppia di clienti ad entrare. Bene, siamo i primi, allora sotto con i primi!
Una volta che il cameriere ci fa accomodare in uno dei tavoli liberi, il mio collega opta per degli spaghetti al pomodoro e due fettine di lacerto di vitello, mentre il sottoscritto per un piatto di ravioli di carne in brodo.
«Ho notato che tutte le volte ti fermi al primo, inoltre prendi sempre pasta ripiena. Ravioli, raviolini, agnolotti, tortellini…» osserva Antonello, per di più abbozzando un sorrisetto.
Faccio spallucce, non sopporto la gente che analizza ciò che mangio.
«Comunque, per quel che mi riguarda, sia al primo che al secondo non ci rinuncio» seguita a dire.
«Idem!»
«Ma quando mai!» mi corregge agitando la mano a carciofo dal basso in alto.
«Ti sbagli!» replico sornione.
«In che senso?»
«Analizziamo ad esempio i ravioli che ho appena ordinato: esternamente sono costituiti di pasta, quindi rappresentano il primo, mentre la carne che si trova all’interno si configura come secondo» gli spiego simpaticamente.
Nel frattempo, sulla faccia del mio collega leggo dello stupore.
«Primo e secondo insieme, per non parlare che al momento del conto pago meno di te» aggiungo.
«Non si può certo negare che hai la risposta pronta!» esclama Antonello e si lascia andare a una risata.
«Ridi, ridi che mamma ha fatto… i ravioli» concludo, schioccando le dita.
Rossella Abortivi, "Corrispondenze"
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Corrispondenze di Rossella Abortivi,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
La poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo, con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari, dunque tra riflessioni amare sulla condizione umana e momenti – a dire il vero più brevi – di riconciliazione con se stessa e la propria vicenda terrena. Corrispondenze è una raccolta lirica suddivisa in quattro parti: Nuvole, Epochè (termine della filosofia scettica e husserliana traslitterato dal greco antico, stante ad indicare la “sospensione del giudizio”), Vortici, Circuito, tuttavia unite fra di loro dalla medesima ispirazione tematica e da una particolare scelta formale che potrebbe richiamare talvolta lo sperimentalismo grafico dei Calligrammi di Guillaume Apollinaire (1880-1918), ovvero libertà dalla metrica tradizionale, eliminazione parziale della punteggiatura, scrittura sulla pagina delle parole formanti un disegno, un’immagine. Nel caso dell’autrice si possono intravedere forme poligonali (trapezi, rombi …) ed anche figure di vasi o calici: si tratta di una disposizione verticale che può attrarre il lettore per una certa eleganza percepibile dal colpo d’occhio da diverse distanze e inclinazioni.
La dialettica esistenziale incrociata con le immagini oniriche si traduce in un’altalena di stati d’animo, impressioni, ricapitolazioni, bilanci, considerazioni, aneliti … che trasformano la poetica da una perduta linearità ad acquisite metamorfosi e sublimazioni. Esse visitano gran parte delle creazioni della poetessa: richiamiamo qui le più emblematiche e paradigmatiche. In Azzurro è lampante l’oniricità evasiva, espressione dell’intenso desiderio di abbandonare la fatica del vivere per contemplare il mondo dall’alto di un paradiso etereo: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire. //…// Potrei sciogliere / i duri lacci di terra / distendere i pensieri / e volare lontano. // Da lì esplorerei le vie / i sicuri campi di luce / le sconfinate albe / nel tempo». In Notte avviene già la discesa dalle nuvole per affrontare il dolore della vita annegando «nel mare delle mie lacrime», nella continua lotta per resistere: «La notte è scivolata come un olio / sul mio dolore muto … // Ed è una pesante montagna che accumulo: / quella dei miei sogni scomparsi…».
C’è poi la conseguente e logica presa di coscienza della fragilità e caducità dell’esistenza, dovuta sia alle esperienze di tale impronta vissute, sia alle meditazioni di tipo filosofico sull’essere effimero dell’individuo. La poetessa si paragona ad un’esile barchetta che affronta le burrasche del mare, ma che impavida continua a navigare (Io) ed afferma la provvisorietà dei «momenti che ci avvolgono» (Corrispondenze). Ma su questa precisa tematica del virgiliano “tempus fugit” e del biblico “memento mori”, contrapposti alla latina “spes ultima dea” e al neo-testamentario “Christos anesti”, le liriche più immaginifiche ed esaurienti si rivelano Cosmo, Amnesia, Astri.
In tali testi Rossella Abortivi realizza compiutamente quelle metamorfosi e sublimazioni di cui si parlava in precedenza: il processo di trasformazione parte dal negativo, pur esistente, per raggiungere il positivo e l’armonia che man mano si scoprono con stupore e meraviglia. E ciò avviene con grazia ed eleganza formale, sorrette da scenari di ampio respiro e cadenze cristalline. Nella vita - dice la poetessa - vi sono spine, sangue, lacrime, singulti profondi, triste pianto e «… spesso manca il cinguettio dell’anima. // Però, da lontano a volte perviene / una tenue melodia / un soffio gentile che si insinua nell’anima…» (Cosmo) e tutto inizia a cambiare: ci fermiamo per ascoltare e gustare la vita su onde diverse, e siamo riconoscenti al tempo che ci fa esistere; in noi subentrano stati di pace e contemplazione: «…Placati gli affanni, / lasciati i laceri abiti del viandante / ci sentiamo parte del Tutto…» (ibid.). E diventiamo come «…il vento che percorre la terra / nel segno di ogni vita rinnovata / dove l’occhio riluce di perle / incastonate nelle speranze» (ibid.).
Poi la memoria ci inganna con vuoti e assenze, punti ignoti sui quali possiamo solo fantasticare, senza più ritrovare un vero legame col nostro passato. È tale la condizione che ci assegna «il solitario tempo di noi mortali» (Astri). Con Vedute e Stella si ritorna a vagheggiare altri mondi, con immagini esemplari e simboliche di aneliti metafisici e universali: «…La mia testa immersa / nella Via Lattea», o anche: «La mia poltrona è una stella. / Rotea nello spazio / mentre io / osservo quieta dalla mia sede…». Diverse tonalità ancora mutano il registro delle visioni terrene ed ultraterrene, che assumono colorazioni più forti e terminali: osservando un nero corteo con destinazione cimiteriale, la poetessa elabora un pensiero sul chi siamo e dove andiamo di chiara matrice religiosa: «…La vita resta / un sussurro / tra le labbra di Dio» (Funerale). E, in sintonia con la tematica del destino, ecco apparire Sentiero, in cui l’impronta dantesca e la visionarietà delle cantiche della Commedia sono tutt’uno: vi albergano la vetta del monte da salire (la salvezza), le anime vocianti dell’oltretomba (i dannati), la felicità del cammino verso la meta (la dritta via), l’ostacolo della fiera ringhiante (il peccato) … finché ella, con un salto temporale - raggiunge una sorta di Eden dove è immersa in «un cielo di luce» e lì si compie il suo destino.
Tuttavia - come si diceva - a confermare la poetica dei contrasti e dei contrari, Rossella Abortivi ci riporta, verso l’epilogo di Corrispondenze, ad alcune raffigurazioni e rappresentazioni segnate dal pessimismo e dall’abbandono della speranza. Così è in Dubbi: «Cosa rimane dei mille / doni della vita? / Solo un senso di / perdute occasioni / cocciute cecità / e implacabili rotaie / a dirigere un cammino / mai squarciato dal suono / di tenerezze appagate». Così è, ancor di più, in Quel luogo, lirica che forse richiama la sua esperienza di carcerazione ingiusta: l’uso dell’anafora estesa su tre versi: «In quel luogo desolato / lontano dall’amore / -sì, l’ho visto- /…» rende maggiormente drammatica la sua narrazione (nella terza reiterazione «posto arido» sostituisce «luogo desolato», mentre nella quarta diviene «posto lunare»). Qui la sofferenza, il tormento e la solitudine assumono diversi volti: l’essere rannicchiata sotto travi di cemento tra pietre appuntite; fissare il vuoto della dimora nell’aria pesante; la desolazione delle grigie pareti di cemento; sentire il nulla tra quelle rovine. Unico conforto: il calore delle gambe contro il cuore. Fisicità e psichicità sono dolenti all’unisono.
Sicuramente il trauma di quella carcerazione, dovuta ad un errore, ha lasciato il segno nella vita nella poetessa. In questo libro ne troviamo traccia nella poesia dal titolo Nebbia: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti». Ed anche in Dopo, con la faticosa ripresa della normalità per assaporare di nuovo il gusto della libertà, il ritrovato amore per il cosmo. Potremmo far rientrare in questa problematica personalissima anche l’incipit del libro, costituito solo da sei vocaboli, ognuno dei quali ha le singole lettere seguite da un puntino, spezzandole così con una simbolica separazione: «i. g.i.o.r.n.i. / f.i.t.t.a. / p.o.l.v.e.r.e. / s.u.l. / v.i.s.o» (Febbraio). Un’esegesi di ciò potrebbe condurre a pensare che le parole frante (aspetto estetico) significhino una vita lacerata appunto dall’esperienza patita, poi accentuata dal testo (aspetto contenutistico). Un’interpretazione più estesa ci condurrebbe invece ad attribuire tale ‘tecnica’ alla visione generale dell’esistenza. Si tratterebbe comunque, sia nell’uno che nell’altro caso, di un messaggio ‘subliminale’ indirizzato al lettore.
Oltre a tutto quanto già analizzato, si riescono ad individuare altri spunti interessanti in Corrispondenze, come, ad esempio, l’amore per la musica classica, testimoniato dalla composizione Concerto di primavera, dedicato a quattro musicisti: Rossini (versi giocosi come la musica di Gioacchino); Martucci (un preferito da Toscanini, richiamo d’immagini del mare); Debussy (paesaggi deserti); M. De Falla (inseguimenti d’amore nei ritmi per l’autore de La danza del fuoco). Oppure come la felicità espressa in Gravidanza, che si diffonde nell’ambiente circostante, come se ci fosse un’osmosi di sentimenti e sensazioni: «… La felicità … / offre visione incantata delle cose / che si dilatano oltre lo spazio / luminose e accoglienti. // Vi indugio / grata alla Natura / che sa contenere / nel suo morbido guanciale / la certezza di futuro / inesausto». O ancora come l’unione in amore, che è simile ad un laccio che stringe e mette in comunione gli amanti, e il noi diventa sinonimo di libertà ed energia cosmica (Laccio).
Infine, questo forte desiderio di ricomposizione, armonizzazione, medicazione, che prorompe qua e là nei testi di Rossella Abortivi accanto alle lacerazioni e ferite dell’esistenza, diviene un compito assegnato all’arte poetica: un «…filo che unisce / l’intimo di ogni essere…» (pace interiore); un «…filo che unisce / le persone a guardarsi con amore…» (senso dell’altro); un filo che unisce l’umanità al di là di ogni differenza di qualsiasi genere (La poesia). La scrittura non è quindi “l’arte per l’arte”, cioè fine a se stessa, come in talune visioni avanzate in epoca contemporanea, ma assolve ad un’importante funzione etica e sociale.
Enzo Concardi
Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.
Emma Fenu, "Le spose della luna"
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Le spose della luna
Emma Fenu
Literary Romance, 2023
Le spose della luna racconta una Sardegna fuori dal tempo, antica come un nuraghe, ancestrale e tellurica, fatta di riti magici, di sangue, di faide e vendetta. Una regione dove protagoniste sono le donne, vere padrone della natura e degli elementi, sebbene costrette nell’ambito limitato della casa e del paese; capaci di reggere il mondo su esili spalle mentre non smettono d’impastare il pane; collegate alla terra, alla luna, alle maree sotterranee che fanno fluire la vita, al flusso mestruale, al latte che nutre i neonati. Donne senza smancerie, senza baci, senza dolcezza, arcane figlie e spose di selene, donai dal ventre prominente, simbolo di fertilità. Femmine che soffocano ogni slancio materno perché i figli bisogna essere pronte a perderli, a vederli morire, darsi alla macchia o finire in galera. La maternità contiene già in sé il seme della rappresaglia e del dolore, si partoriscono morti che camminano, destinati alle faide, al banditismo, alla vendetta, fra erbe medicinali, rituali di guarigione e di trapasso, agnelli sgozzati, caglio e sangue, apparizioni e fantasmi, morte e vita.
La storia ripercorre, romanzandola e prendendosi delle libertà, la vicenda di Paska Devaddis, ingiustamente accusata di omicidio nel 1911, costretta alla latitanza insieme al promesso sposo, morta di tubercolosi fra i monti. La Fenu la trasforma in Franzisca, giovinetta piena di grazia, desiderio e ingenuità, che sogna il matrimonio e progetta un futuro, poi strappatole con violenza da una falsa accusa, dal malocchio e dall’invidia di una famiglia rivale. Il fidanzato sfiderà la giustizia per riportare le sue spoglie mortali alla madre, affinché possa essere onorata, vegliata e sepolta con il rispetto che merita.
Alla fine s’intravede un riscatto, un barlume di speranza, una fuoriuscita dal cerchio malefico di ritorsioni e violenza, una ripresa del motivo delicato della speranza, dell’elegia della giovane sposa con tutte le sue virginali aspettative.
Uno stile lirico, connotato, decadente, questo della Fenu, quasi un lamento funebre che impreziosisce la trama senza soffocarla e trascina il lettore incatenandolo da un capitolo all’altro. Una scrittura davvero straordinaria. Un libro che, invece di peregrinare fra un editore e l’altro, meriterebbe di figurare nella cinquina dello Strega.
Il discorso lirico di Daurija Campana
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Daurija Campana
SOLA TRA MEMORIA E DOLORE
Le poesie di cui consta la silloge Sola tra memoria e dolore, recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guido Miano, scandiscono i temi fondamentali e le prevalenti soluzioni formali-stilistiche di una ricerca artistico-letteraria rigorosa e coerente, che copre all’incirca un arco cronologico decennale, da La casa di paglia (2013) a L’ultima campana (2021). Al fine dell’impostazione di un’analisi critica inizierei con il porre in risalto la forza caratterizzante del motivo vitalistico, che sovente assume nei testi il tratto specifico dell’amor vitae («…Del nostro stupore / il mondo era degno, / i sassi sembravano chiari diamanti, / la nostra capanna parea un castello, / ed ogni bottone una medaglia… //…// O era la bella estate di allora, / la speme di bimbo, senza bisogni, / che coglie la vita come il più bel fiore?», La casa di paglia), e viene ulteriormente precisandosi come amore della terra, con tutta la serie di correlazioni naturistico-descrittive, con un corpus di spunti studiatamente celebrativi della grande civiltà contadina, rappresentata nella freschezza coinvolgente, nell’autenticità corroborante rese anche mediante le sequenze enumerative: «Sopra le chiare colline di grano / che bionde ondeggiano al soffio del vento / qui, oggi, io ho scoperto la vita: / era vestita di fiori di pesco // che cinguettavano mesti lontano / portavano al cuore un bel sentimento / come d’eterna gioia infinita / di un respirare umido e fresco // di fronde, di erba, d’acqua e di zolle / di coccinelle e farfalle nell’aria…» (La vita, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Avremmo ancor / vissuto tra i canti degli usignoli / in pace … tra le onde del mare e ricordi lenti / che si dissolvevano all’orizzonte? / Avremmo ancor respirato, sentito, / toccato, annusato, mangiato, visto? / O la vita si sarebbe spenta lì?» (Guerra).
Nell’àmbito di tale ethos rurale, nel contesto di questa schiettezza agreste si creano profondi rapporti affettivi, legami sentimentali saldissimi che costituiscono la trama sostanziale e irrinunciabile dell’esistenza: « “…E quando l’aria fresca di settembre, / dolce la pelle d’oro accarezza, / non resta che l’aratro preparare / e raffinar le secche e dure zolle. / E bella è la terra anche a novembre, / quando è lavorata e non più grezza / pronta per il grano seminare, / o quando l’inverno la rende molle. //…// Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?” / ti stringo forte e d’impulso rispondo: “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”...» (La mano del padre).
Tuttavia il quid proprium dell’elaborazione estetico-culturale di Daurija Campana consiste nella sofferta sottolineatura della precarietà delle condizioni ideali ed emotive della felicità, della facile, dolorosa disgregazione di quelle relazioni preziose sotto l’azione inesorabilmente distruttiva del tempo: «… E scorre il tempo tra le dita / e non te ne accorgi? / Non rimane che il solco / e la ferita che sanguina nel cuore. / Niente è; nulla sarà più. / Senza di te, neppure l’azzurro pare sereno; / è solo uno dei tanti colori, / senza scopo né senso, / che illudono l’attesa senza consolare, / senza riempire, senza essere veri…» (Novembre).
Da ciò deriva quel tono di triste, sommessa elegia che pervade i versi, non schermata e tanto meno risolta dalla tenace inclinazione memoriale: «Avrei voluto che fossi rimasto / fino alla fine della partita / ma il tempo agisce spesso in contrasto / e te ne sei andato pieno di vita //…// Prosegue ora lento il gioco del calcio, / tutto è scandito con ritmi lontani / di quei ricordi rivivo uno stralcio, / vorrei stringere forte le mani // ma l’arbitro fischia, la palla cade, / tu chiudi gli occhi ed inizi a dormire, / dormon le stelle e dormon le strade / e la mia gioia inizia a finire…» (La partita).
Il linguaggio dell’autrice è lessicalmente medio e sintatticamente agile ed essenziale, pur rivelando accuratezza di esecuzione e notevole equilibrio, nel ricorso a qualche arcaismo («…Eppure ancora io credevo / parole di bimbi lontani / con desiri da realizzare…», Non i sogni ma le persone), alla rima («Settembre: acre profumo di mosto. / Vorrei cogliere fichi al solito posto / e guardar la strada dalla collina / mentre l’inverno, lento si avvicina…», Settembre), all’anastrofe («Pennello che accarezzi la mia tela, / sinuosa traccia dalla mano stanca / quello che io vedo tu rivela / colore imprimi sulla parte bianca…», Colori), all’enjambement («Ti ho perso, sai? Tra le lacrime / uggiose del meriggio / ho lasciato che solo la mente / mia migrasse lontano…», Novembre, op. cit.); all’eleganza dell’espressione poetica corrisponde quella della composizione pittorica, la quale si affida a un disegno vigoroso e a intense “macchie” cromatiche, che evidenziano, su uno sfondo solitamente sfumato e semplicemente accennato, una figura principale, ora soltanto evocata e non realisticamente riprodotta (v. l’olio su tela Mio padre, ove la persona è non casualmente ritratta di spalle), ora più dettagliatamente delineata con esattezza pensosa (v. Ryder affamato e Autoritratto-Come Artemisia).
Floriano Romboli
Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.
Ilaria Petriglia, "Baratri tiburtini"
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“Cala queste ceneri e cerca tra l'universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo Baratri tiburtini (L'Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l'umanità dipinge la propria prospettiva d'identità attraverso l'evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l'invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l'ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l'incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell'abisso, interpreta l'intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. Baratri tiburtini varca l'accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l'estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l'inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un'intesa con l'ordine naturale delle cose, con l'equilibrio empatico delle sensazioni, contro un'attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell'inchiostro, oltrepassano l'elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell'io poetico, accostano l'immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell'unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l'arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l'urgenza purificatrice per reagire all'assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l'occasione per ascoltare il sussurro dell'anima, per trattenere l'inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell'amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l'esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l'insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell'energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all'incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell'amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Baratri tiburtini
Le parole caddero in silenzio
da una nuvola,
nei baratri tiburtini.
I pensieri desiderati si fecero spazio
in una teca trasparente
agganciati in due punti:
il cuore e la mente.
Proprio lì
tra una lama
e delle parole calandrate dal tempo
trovarono finalmente il loro interstizio.
(X) Il valore assoluto
Ho bisogno di me.
Di me che sto bene.
Di me che sto bene con me.
Forse allora potrò stare con te.
E amare per davvero l'indecifrabile.
Trabocco
Insieme siamo l'ago
di quel trabocco
quei bracci protesi sul fiume
e ancorati alla roccia.
Autunno
Guardar(si)
con lo stesso obiettivo di una foglia
accartocciata
e cercare oltre.
Avvolger(si)
tra le foglie indurite e
braccheggiare altrove
le lamine che mutano la propria sostanza,
dirigersi lì, lontano dall'essenza.
Lì in fondo c'è il dove.
C'è cosa.
C'è casa.
Due imperfette equivalenze
Stiro i miei panni sbuffati
tutte le sere e li consegno a te
afferro i sogni tra le pieghe sgualcite
mi illudo di essere illesa
e mi do a te
anche se la mia mente
ogni tanto sgattaiola altrove,
sto venendo – via
pronuncio parole vuote e stupide
rimango abbracciata a questi precipizi aerei
li contengo
intanto che il mondo ruzzola
come volontà e rappresentazione
spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;
ritorno all'essenziale: io meno te.
Ho sete
di nuovi spazi ed eccessi
di cattive abitudini:
Aldo Dalla Vecchia, "La tivù è tutta scritta?"
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La tivù è tutta scritta?
Aldo Dalla Vecchia
Isenzatregua edizioni, 2023
pp 194
12,00
Aldo Dalla Vecchia, l’Alberto Angela degli scrittori, colui che spiega in modo pacato, elegante e semplice concetti complicati. In questo agile manuale per aspiranti autori televisivi, ci illustra il mestiere di chi scrive testi per la tivù, cioè, appunto, l’autore di programmi.
La prima parte è tratta dalle lezioni che Dalla Vecchia tiene al Master Fare TV dell’Università Cattolica di Milano, e si basa sulle sue sperienze dirette, sulla sua biografia professionale. La seconda parte ospita testimonianze di grandi firme della televisione, come Duccio Forzano o Luca Tiraboschi, per citarne solamente due. La terza parte è un glossario di termini tecnici televisivi, utile per gli addetti ai lavori ma anche per il telespettatore comune.
Ciò che si evince dalla lettura di questo libretto è che dietro ogni programma, anche il più essenziale – anche quello fatto di due sedie, un intervistatore e un intervistato – c’è un enorme lavoro certosino di squadra, ci sono persone e strutture gerarchiche aziendali che si affannano dal primo mattino fino a tarda sera. Un mestiere senza orari, senza festività, senza tregua.
La tivù è tutta scritta? Parrebbe di sì, almeno per la maggior parte dei programmi. Persino gli imprevisti sono in realtà previsti, con soluzioni ad hoc da adottare sul momento e nell’eventualità. Più tutto sembra scorrere con leggerezza e senza sforzo, e più dietro al programma c’è un buon lavoro. Questo – per inciso– vale anche con la narrativa.
Dalle varie interviste trapela una certa nostalgia per la televisione del passato, soprattutto quella sperimentale degli anni 90. “Eravamo liberi” dicono in molti. C’è rimpianto per quella creativa indipendenza, perduta a favore dell’acquisto di collaudati format stranieri. Nessuno più osa inventare un programma di sana pianta, perché le novità potrebbero spaventare gli sponsor. Contrariamente a quanto avveniva in passato, la tivù di stato è oggi più innovativa di quella commerciale, poiché non dipende esclusivamente dalla pubblicità per sostenersi. E l’auditel non è solo quella del giorno successivo ma la performance del programma durante tutta la settimana seguente, su tutti i mezzi e le piattaforme su cui è stato reso disponibile.
Come sempre tanto amore per la televisione, passata e presente, un mezzo adesso in totale evoluzione, non più relegato alla scatola magica ma declinato su più device, dal tablet al telefonino. Una passione lunga trent’anni per Dalla Vecchia, e radicata nell’animo di tutte le voci che compongono il coro di questo amabile testo.
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