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Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"

5 Ottobre 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia, #fotografia, #arte

 

 

 

 

Pasquale Ciboddo

Oltre il velo del Mondo

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

 

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS) in Gallura, nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti n Italia (è conosciuto anche a Cuba) e ha al suo attivo molte pubblicazioni poetiche e anche di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici.

La raccolta di poesie Oltre il velo del Mondo presenta un’acuta e sensibile prefazione di Michele Miano. e include delle fotografie scattate dal Nostro che hanno per soggetto persone e opere d’arte. Queste foto, associate alle poesie, rendono ancora più intrigante l’approccio del lettore alla silloge in continuum con quelle precedenti per la bellezza della linearità dell’incanto, per la forma e lo stile dei versi.

Importante è sottolineare il valore programmatico del titolo del libro che è molto chiaro e che sottolinea il desiderio consapevole, l’intenzione del poeta di giungere all’essenza delle cose della vita e del suo senso.

E la vita stessa che è il Mondo per essere compresa deve essere privata dal velo delle apparenze per arrivare tramite la conoscenza alla verità o almeno per giungere oltre il limite in prossimità della verità stessa di tutte le cose.

Rispetto a questo viene in mente il termine coniato da Schopenhauer Velo di Maya che è per il filosofo tedesco l’illusione metafisica che nasconde la vera essenza del Mondo, facendoci percepire la realtà come rappresentazione. Velo che deve essere squarciato per un produttivo esercizio di conoscenza destinato a comprendere meglio i fenomeni.

Tuttavia vi è una radicale differenza tra il poeta sardo e il filosofo nelle loro concezioni dell’esistere perché il primo crede in Dio e tale uscita religiosa nonostante il male e il dolore incontrovertibili gli apre un varco alla speranza nel credere che la felicità sia possibile, mentre il secondo era scettico riguardo all’idea di una divinità personale e la sua posizione filosofica si basava su una visione pessimistica della vita e dell’esistenza nella convinzione che la vita stessa è fondamentalmente sofferenza, come scrisse nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione..

La cifra distintiva della poetica di Ciboddo è quella di una vena neo lirica tout-court una poesia che tocca ogni situazione collettiva o personale come quella in cui scrive che Papa Francesco che un giorno sarà Santo in vita ha lodato un componimento poetico che Pasquale stesso gli ha dedicato.

La raccolta non è scandita e tutte le composizioni sono bene risolte e sono sottese ad un rigoroso controllo formale. Di fronte alla vanità della vita umana il poeta parla di guerre, malattie e odio tra gli uomini in una vita che dà scacco. Ma la vita è anche gioia e speranza come leggiamo in Ci salverà: «Dio ci ha messi alla prova/ ma, alla fine, si ricorderà di noi,/ ci salverà/ e ci riempirà di gioia/ in paradisi lontani/ pieni di splendore/ e della sua Santa Gloria».

In Resta magico leggiamo: «Il cielo resta magico/ di notte./ Incanta e affascina/ trapunto com’è di/ miriadi di stelle/ l’attento osservatore./ Però non si è mai saputo/ se esiste la vita/ simile e diversa/ dalla nostra./ Ogni pianeta/ è a sé./ E nessun mortale/ può svelare/ i misteri/ di Dio creatore».

Quindi nel suo messaggio in bottiglia nel discorso complessivo di Ciboddo emerge la possibilità che diviene certezza che la gioia può essere raggiunta dall’essere umano anche in una dimensione immanente e ciò è possibile proprio perché in quanto esseri creati da Dio siamo infiniti e siamo sulla terra solo di passaggio e perciò possiamo essere lieti di esserci anche in questo transito.

Raffaele Piazza  

 

         

Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Alessandro Pellegrini, "Diario poetico"

2 Ottobre 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Alessandro Pellegrini

 a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

 

«La poesia è nata in me in un momento di buio, quando un’incomprensione sembrava spezzare un legame, lasciando spazio al silenzio e all’incertezza. Il peso del non detto opprimeva il cuore, eppure, nel silenzio carico di attese, un gesto semplice ma potente ha cambiato tutto: un abbraccio»: così l’autore inizia a spiegare il suo cammino interiore ed esistenziale che lo ha condotto nelle braccia della poesia. La sua narrazione è avvincente, poiché ricorda che in quell’istante, le barriere sono cadute, il gelo si è sciolto e il vuoto si è colmato di nuova luce. Da quel momento, ha profondamente capito che anche il dolore può trasformarsi in bellezza, che anche un’ombra può essere il preludio di un’aurora. Così è nata una profonda amicizia, fatta di comprensione silenziosa, di sguardi che dicono più di mille parole, di emozioni condivise senza bisogno di spiegazioni.

«Da quel giorno» prosegue «qualcosa dentro di me si è acceso. La connessione tra mente e cuore ha iniziato a pulsare con forza, riversando sulla carta tutto ciò che prima sembrava imprigionato nell’anima. La poesia è diventata il mio respiro, il rifugio dove i sentimenti trovano casa, il linguaggio segreto con cui il cuore si racconta».

Ecco che avviene una sorta di miracolo, dal momento che la scrittura è per lui divenuta il modo col quale dona voce a ciò che le parole comuni non possono esprimere. Riconosce che è iniziato un viaggio dentro sé stesso, un dialogo silenzioso con l’universo delle emozioni, un ponte tra il visibile e l’invisibile. Quando tutto tace, quando il mondo sembra non capire, la poesia resta lì, fedele compagna, capace di trasformare ogni lacrima in inchiostro e ogni battito in versi. In tal modo egli continua a scrivere, lasciando che le emozioni scorrano come un fiume, senza argini, senza paura: «Ogni parola è una cicatrice che si fa arte, ogni verso un frammento di me che prende il volo», precisa con un’affermazione lirica. Quindi la poesia non è solo un dono che egli fa a sé stesso, ma un’eco che può toccare altri cuori, risuonare in chi legge, accendere nuove scintille di comprensione e bellezza. E conclude con un’altra frase-aforisma che illumina la sua anima: «La poesia nasce dal dolore, ma sboccia nell’amore. Ed è lì che trova la sua vera casa».

Questo lavoro su Alessandro Pellegrini si avvale ovviamente dei testi dell’autore, ma comprende anche brevi commenti esegetici del critico in calce ad ogni poesia: un’impostazione insolita rispetto al classico canone che contempla la prefazione. Tuttavia in tal modo possiamo seguire la forma di agenda poetica – si veda l’ordine cronologico con date precise, e talvolta anche luoghi, attribuiti alla genesi temporale e spaziale di ogni composizione – che in definitiva assume la pubblicazione.

La poetica si sviluppa principalmente per tematiche occasionali - nel senso che i motivi ispiratori nascono da eventi, sentimenti, fatti storico-sociali, spunti o squarci memorialistici e naturalistici, esistenzialità, affetti familiari, legami con la terra pugliese - senza che tutto ciò possa costituire una determinata unità artistica e culturale. Infatti il lettore stesso potrà viaggiare insieme al poeta dallo zenit fino al nadir, da nord verso sud, dall’autobiografismo alla letteratura oggettiva, dal quotidiano all’universale, dall’amore duale alla solidarietà per esclusi e svantaggiati.

Enzo Concardi

 

_________________

 

L’AUTORE

Alessandro Pellegrini è nato a Terlizzi (Bari) il 27 febbraio 1975. È infermiere e vive a Ruvo di Puglia in provincia di Bari. Sposato con Floriana Petruzzi, padre di due figli, Carmine e Teresa. Ha pubblicato i romanzi: L’alba che ha illuminato il mio cuore (2021); L’Amore? Voglio che sia come il respiro (2022); Le ore del silenzio, via della libertà (2024); Verso l’isola dell’amore (2024).

 

________________

 

 

Diario poetico di Alessandro Pellegrini, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 44, isbn 979-12-81351-65-3, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Valeria Girardi, "Ombre di carta"

1 Ottobre 2025 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ombre di carta di Valeria Girardi (Amazon KDP, 2023 pp. 98 € 10.40) omaggia il personale processo di crescita e maturità personale attraverso l'esplorazione della poesia, la consapevolezza di un itinerario meditativo che tocca i passaggi di una resilienza emotiva, confronta la relazione dei pensieri e delle emozioni con le esperienze della vita. La natura poetica di Valeria Girardi incrocia il percorso evolutivo dell'indagine sulla propria essenza, pone interrogativi e riconosce una vocazione intimista, una proiezione elegiaca dell'entità invisibile che governa i sentimenti, appaga la ricerca del significato e della prospettiva esistenziale nella necessità di restituire al lettore la propria autentica testimonianza. Valeria Girardi identifica la coscienza dei propri versi con il tessuto luminoso e oscuro dei sentimenti, sovrapponendo la superficie dei dettagli, le zone d'ombra e le estensioni della luce, ritagliando il margine dell'autobiografia in un profilo riflesso delle atmosfere perdutamente vissute. Ombre di carta avvolge, in uno stile espressivo riconoscibile e confidenziale, la pagina intrisa di suggestioni liriche, ripercorre il vincolo misterioso e seducente con l'altro, condensa la parabola emozionale in una selezione sensibile di incontri e di riflessioni dove il confronto con l'umanità rivela il proposito positivo di affrancare il guscio protettivo dell'anima e di estendere l'equilibrio delle sensazioni conquistando l'infinito del dire poetico. La scrittura di Valeria Girardi coglie i coinvolgimenti interiori, alterna gli ostacoli della sofferenza alla libertà della felicità, incide sulla carta la memoria viva delle attese e i solchi profondi delle assenze, lungo il rituale delle stagioni degli inganni e delle illusioni, contrasta gli argini di ogni eclissi sentimentale, dispersa in frammenti di inevitabile disincanto. Valeria Girardi esamina la frattura malinconica della depressione concentrando sul proprio incedere personale l'elaborazione del proprio mutamento psicologico, indagando la propria identità, analizzando le esitazioni e le incomprensioni che circondano il suo trovarsi nel mondo, indugiando nel modo di esistere in affinità con la cura dell'ascolto, la ricchezza dello spirito, la qualità incoraggiante della riconquista e della rinascita. La poesia di Valeria Girardi si fa mezzo rassicurante per manifestare apertamente il lascito distintivo e spiazzante del tormento, per ricongiungere le discordanti emozioni collegate al contesto umano, per scoprire uno spontaneo sentiero verso la guarigione e l'efficacia creativa.  L'autrice impiega l'uso nobile della poesia per identificare il suo percorso e dare voce ai ricordi, per assimilare il disagio degli stati d'animo e individuare una corrispondenza del sentire tra un codice metaforico e simbolico e un linguaggio educativo sentimentale. Valeria Girardi plasma il caos interno, orienta le ispirazioni per motivare la responsabilità cognitiva degli impulsi, dà senso al dolore emotivo trasformandolo in un'attenzione tangibile e afferrabile a tutto ciò che accomuna la sensibilità all'introspezione. Attende la purificazione poetica come una rivelazione che permette di inoltrare la catarsi delle parole verso la speranza, disorienta lo spazio bianco dalle imperfezioni delle sospensioni, recupera il presagio del tempo attuale, immerso nella sua contraddittorietà, nell'irresolutezza dei rapporti umani, traduce la limitazione dell'essere nella forma più suggestiva per comprendere e interagire con il mondo.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Primo bacio

 

Creami nel tuo oblio

Un posto riparato

Dal freddo del male.

 

Con l'amore ogni giorno

 

Tradita dalle circostanze

mi addentro nel deserto della vita

con la carcassa dell'amore sulle spalle.

Divorata fuori dagli avvoltoi del tempo,

scavata dentro dalle mie lacrime.

 

In fede, vacilla

 

Seppur dal cielo solo grigio cade

spinge negli occhi luce argentata

mesti pensieri a farsi scintille

di una parola, una nuova speranza.

 

Si può credere ancora?

 

Peregrinaggio urbano

 

Riprendi la vita da un vetro imbrattato,

con la mano poggiata tenendoti il viso,

gli occhi si muovono a ritmo deciso

seguono quello che accade al di fuori.

 

Gli sprazzi di luce si alternano ai tunnel,

e ancora alle case strappate alle strade,

mentre il grigio cemento vorace trasmuta

il verde sbiadito dell'uomo moderno.

 

Stanchi e pensosi quei viaggi sul treno,

che trovano spazio in un finestrino,

da cui guardi il mondo mentre vivi nel tuo.

 

Stringo una rosa

 

E stringo tra le mani una rosa,

ne stringo più forte le spine.

Le ferite del tempo e quelle del cuore

hanno qualcosa in comune tra loro:

la sanabilità.

E ciò che rimane è una cicatrice bianca,

che risplende nel buio dei pensieri più caldi.

 

 

 

Vuoto a vivere

 

Bianche onde di cotone

Sorreggono la barca

Del mio corpo vuoto.

 

Grazie

 

L'albero è cresciuto:

tra le sue fronde

un raggio di sole.

 

 

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Stefania & Giuseppe Berton, "Il tempo dell'Universo e altre piccole storie"

23 Settembre 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Stefania & Giuseppe Berton

Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

I coniugi Berton, entrambi medici, affermati nella loro professione, hanno scritto il volume di poesie a quattro mani di cui ci occupiamo in questa sede.

Preliminarmente si deve sottolineare che un lavoro del tipo di quello suddetto è connotato da un fascino particolare perché prodotto non di una sola mente ma da quella che si potrebbe dire una coscienza duale forte perché amplificata dal legame sentimentale che unisce l’autrice all’autore.

Veramente acuta e centrata la prefazione di Michele Miano che coglie con intelligenza i motivi ispiratori e le linee di codice e le tematiche di questa raccolta veramente originale nel panorama della poesia contemporanea.

Il titolo del libro è veramente centrale per cogliere le intenzioni della poetica degli autori che a livello stilistico formale è tout-court neo lirica.

Infatti quelle del tempo e dell’universo sono due categorie fondanti per l’esperienza di ogni essere umano.

Si deve mettere in rilievo che l’Universo stesso non è solo la totalità di ciò che esiste ma anche un sistema ordinato e intellegibile, un cosmo che contrasta il caos che nel terzo millennio trova la sua realizzazione nelle esistenze spesso alienate specchio della liquida e consumistica società.

In questo concetto di cosmo si apre un varco all’ottimismo perché nel cosmo stesso l’uomo può cercare e ritrovare la sua posizione e dare un senso all’esistenza di fronte alla vastità dell’universo stesso.

Il tempo racchiude l’essenza dell’essere sotto specie umana e attraverso l’idea di attimo filosoficamente si può fermare nell’intendere l’attimo stesso come momento, istante di passaggio tra prima e dopo passato e futuro, virtuale feritoia atemporale.

E quanto detto si ritrova nella definizione del cronotopo inteso come fusione del tempo nello spazio e viceversa.

Come scrive il prefatore il testo è strutturato in modo composito e articolato architettonicamente. Da notare che tutti i componimenti sono icastici e leggeri, raffinati, ben cesellati ed elegantemente risolti.

Leggiamo nella composizione di apertura della silloge che ha un carattere programmatico e che è intitolata appunto Il tempo: «Questa sera, l’ultima sera dell’anno,/ ho messo la legna/ nella stufa di montagna,// e miracolosamente la casa si è scaldata/ ed è l’ultima sera dell’anno/ ed il tempo passa e qualche volta vola.// E pensavo come pensiamo il tempo,/ che i fisici misurano, i poeti soffrono/ i religiosi credono infinito…».

Nella suddetta concezione il tempo stesso è solo un’illusione in questa vita sconosciuta ed è doveroso aggiungere che la percezione soggettiva del tempo stesso e del suo trascorrere con il passare della vita diventa sempre più veloce e un bambino o un adolescente percepiscono le durate in modo molto diverso da quello degli adulti.

Del resto nella suddetta poesia è molto efficace il riferimento all’ultima sera dell’anno che è sempre per tutti un tempo di bilanci e inventari della vita quando ci si augura che il nuovo anno sia più felice.

In Il giardino abbandonato: «Mi sono seduto, un momento, mille anni/ in un giardino abbandonato./ Ed ho visto il nostro piccolo tempo,/ appena uno sguardo,/ appena un sorriso,/ appena un pianto,/ appena un amore/ e ci porta via così veloce».

Veramente magica questa poesia nella sua sospensione nella tensione metafisica all’indicibile.

Raffaele Piazza

 

Stefania e Giuseppe Berton, Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie, pref. di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp.92, isbn 979-12-81351-68-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo... Per rincontrarci"

17 Settembre 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… Per rincontrarci

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).

Verso il nuovo mondo… Per rincontrarci, la raccolta di poesie di Nigro che prendiamo in considerazione in questa sede, anch’essa pubblicata per i tipi di Guido Miano, presenta una prefazione di Michele Miano acuta e ricca di acribia.

Entrando nel merito dell’analisi e del giudizio dei contenuti del volume il primo dato che emerge consiste nel fatto che le composizioni che incontriamo si situano in continuum con quelle delle precedenti opere poetiche del Nostro conservando l’originalità della forma e dello stile inconfondibili.

Si tratta di quello che si potrebbe definire come un corale canzoniere dedicato alla presenza-assenza dell’amata scomparsa prematuramente e proprio lei è il tu al quale l’io-poetante si rivolge.

La silloge non è scandita in sezioni e anche per questo è connotata da una forte compattezza formale e semantica e i componimenti sembrano sgorgare gli uni dagli altri in una virtuale lunga ed ininterrotta sequenza.

Il libro per la sua alta qualità s’inserisce nel solco della grande poesia italiana contemporanea che ha affrontato il doloroso tema della dipartita di una persona cara e questo genere di poesia vede gli esempi più alti nelle poesie di Montale per la fine della moglie Drusilla e nelle poesie di Ungaretti per la morte del figlio nonché nel volume Tema dell’addio recente di Milo De Angelis dedicato alla memoria della moglie Giovanna.

Cifra essenziale della poetica di Pietro è una vena neo lirica tout-court e consapevolmente i versi divengono una riattualizzazione produttiva dei momenti felici passati insieme all’amata e non un gemersi addosso. disperato.

In Ci ritroveremo leggiamo: «Ci ritroveremo in quel luogo un giorno/ in un mondo senza inizio né fine/ io e te/ e gli altri che amammo./ Avremo nuove sembianze/ sprazzi di un infinito fulgore./ Aleggerà un etereo sorriso/ su rigenerate presenze…».

Proprio nella poesia suddetta si esemplifica l’ottimismo di Nigro nel presentare a livello immaginario un incontro vivo con l’amata in un luogo del quale non viene detto nessun riferimento e che quindi potremmo immaginare come catartico per gli amanti e connotato da vaga bellezza, un Eden, e ci sono rimandi a temi religiosi. Quando viene detto l’Eterno che dispiegherà un infinito splendore nel quale vivere insieme il nuovo sogno, immagini tratte dal componimento Il sogno di un poeta infelice.

Le poesie spesso sono generate da un senso appunto di rêverie e un fattore x che ha qualcosa di magico le pervade e la raccolta assume il senso di un testamento spirituale.

In L’approdo leggiamo: «Innaturale silenzio/ mentre percorro l’ultimo sentiero/ che porta all’approdo./ Forse si apriranno/ spazi inattesi/ dove buttare la mia impazienza…». Anche qui domina la speranza e sarebbe riduttivo parlare solo di una rielaborazione del lutto in versi. Invece nel poiein del Nostro domina la forza salvifica stessa della scrittura in genere e nel caso preso in esame di quella in versi e il libro in toto potrebbe essere paragonato a un messaggio in bottiglia destinato all’amata gettato in un oceano lunare della tranquillità con la viva speranza che le arrivi perché lei anima possa leggere le parole che quando era nel mondo lui non le aveva ancora detto.

Raffaele Piazza  

 

Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.

    

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Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"

16 Settembre 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Gilberto Vergoni

Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Gilberto Vergoni è nato a Fano (PU) nel 1955 e vive a Cesena (PC). Di professione neurochirurgo trova nella scrittura il varco salvifico, la leggerezza per emergere dall’oceano di dolore dei suoi pazienti che si riflette su di lui nell’enorme responsabilità che ha di curarli nel migliore dei modi.

Del resto rimane anche nel Terzo Millennio il binomio poeta-medico che, per fare un esempio, tra i tanti è incarnato in Antonio Spagnuolo, il poeta napoletano che continua ad essere attivissimo e sulla cresta dell’onda con la sua attività di poeta, critico letterario e promotore che svolge da più di cinquanta anni a livello non solo nazionale ma internazionale.

Il volume presenta una esauriente e acuta prefazione di Enzo Concardi e non è scandito in sezioni ma è strutturato in un continuum di poesie e prose che come dice il titolo rispecchiano l’anima dell’autore nel ricercare e trovare in vari modi il senso della vita e inoltre sono inseriti segmenti di carattere secondario che si presentano come curiosità, appunto le spigolature.

Un’opera composita dunque ed anche originale e unica che supera per complessità ed articolazione la mera raccolta di poesie.

Sempre in bilico tra gioia e dolore la poetica di Gilberto che fa degli affetti familiari una delle tematiche centrali e le prime due poesie che incontriamo sono dedicate alla figlia e al figlio mentre la terza all’amica Elena.

Tutti i componimenti poetici sono suddivisi in strofe e lo stile e la forma sono affabulanti nel rivolgersi accorato all’interlocutore di turno.

Si potrebbe definire tout-court neo – lirica la cifra distintiva di queste poesie nel senso di un’effusione dell’animo del poeta in modo preciso e con una forte dose di sintagmi che aggregandosi provocano, per i sentimenti forti che esprimono emozioni notevoli nei lettori che spesso riscoprono parti di se stessi nell’identificarsi con i messaggi veicolati dall’io-poetante.

In Figlio leggiamo: «C’è sempre quella foto che amo/ ricordo gli occhi scuri sempre pronti al sorriso/ o quando timoroso ti scioglievi in un abbraccio.// Viandante solitario sulla mia stessa strada,// ho cercato di condividerne il percorso/ sussurrando echi di storie senza fine…».

Nei suddetti versi c’è tutto il pathos di una paternità vissuta quasi come gioco felice quando il poeta afferma che avrebbe voluto condividere il percorso del figlio andando oltre il tempo lineare che va stretto sussurrando echi di storie senza fine.

Realistiche e chiare le prose che sono dei frammenti dai titoli articolati e densi come Quelli che esercitano amore di sapienza fanno una meditazione continua della morte e in questo frammento l’io - narrante è l’autore stesso che si racconta al tempo dell’infanzia e in particolare qui viene detto l’episodio di Gilberto bambino con il suo senso empatico delle cose che tornato a casa dall’asilo trova a casa i genitori e altre persone affrante per la morte dell’amatissima nonna che abitava nella casa con la famiglia del piccolo.

Si riscontra un comune denominatore che è quello di un realismo icastico sia in poesia che in prosa e non manca un richiamo al misticismo per esempio quando vengono nominati gli angeli.

Raffaele Piazza

 

Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Oakley Hall, "Warlock"

15 Settembre 2025 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

WARLOCK

Oakley Hall

 

Ultima notte a Warlock è un romanzo di genere western del 1958 scritto da Oakley Hall e da cui venne tratto un film con Henry Fonda, Antony Quinn e Richard Widmark. 

La vicenda si svolge in una cittadina arricchita dalle miniere che hanno portato benessere e ricchezza; ci sono due saloon, un postribolo, vari negozi. La minaccia degli indiani Apache esiste solo nei ricordi dei vecchi.

Ma il problema è di ordine pubblico; la banda McQuonw impazza. Ci sono soprusi e angherie; gli sceriffi vengono uccisi o scappano. I borghesi non sanno come difendersi; per quanto spaventati decidono di organizzarsi. Questo è un momento chiave per la cittadina. Non c'è legge, manca chi tuteli la legalità, si è sottomessi a chi sa sparare. La città più vicina dove ci sono le autorità è lontana, a qualche giorno di carrozza; ogni faticoso viaggio delle delegazioni di Warlock è infruttuoso perché le autorità fanno solo promesse. Solamente quando la cittadina diverrà una contea, potrà avere un vero sceriffo. Intanto ci si deve accontentare di qualche vicesceriffo malpagato, barricato in un ufficio sormontato da una vecchia e cadente insegna. Su un muro all'interno ogni uomo di legge scrive il proprio nome, accanto a quello dello sfortunato predecessore.

La cosa interessante è che quanto fanno i cittadini esasperati per reagire al crimine è comunque fuori dalla legge. Assoldano un Marshall, Blaisedall, noto pistolero che viene in città accompagnato da una fama di ottimo tiratore. Ma tutto ciò che decide il comitato di Warlock è extralegale; è un organismo autonominato, senza legittimità; questo però è il mondo del Far West dove si deve replicare a delle emergenze, muovendosi in un territorio non mappato; che si tratti di un'epidemia, di un attacco indiano, di una banda di malviventi, si deve reagire per sopravvivere. Per combattere il disordine, bisogna per forza uscire dagli schemi della normalità.

La contingenza, in un contesto povero di regole, rischia infatti di essere travolgente; è necessario incanalarla per non esserne vittime.

Nel romanzo, si disegnano molte traiettorie che avviluppano i destini dei vari personaggi con una grande attenzione introspettiva. Spesso è il passato a riemergere pesantemente. Il vissuto dei singoli è un macigno che porta grandi conseguenze; solo nel finale ci saranno dei brutali tagli che risolveranno, anche nel sangue, questi viluppi. Lo scavo psicologico è costante e si creano varie coppie; il Marshall Blaisedall è legato al meschino Morgan il quale vede in lui l'unico amico mai avuto in una esistenza fatta di immoralità. Lo stesso Blaisedall, pistolero severo ma non vuoto interiormente, ha una relazione con una giovane, Jessie, piena di valori etici e filantropa. Infine il nuovo vicesceriffo Gannon si lega in modo complicato a Kate Dollar, venuta in città per vendicarsi di Morgan; poiché a Morgan poco importa anche di se stesso, l'unico modo per ferirlo, spiega Kate, è cercare di uccidere il suo amico Blaisedall.

Le donne hanno ampio spazio, sono ricche di personalità e iniziativa.

Inoltre nell'opera un grande risalto è dato alle lotte sindacali dei minatori che trovano assistenza da parte di Jessie e di un dottore che offrono aiuto ai lavoratori infortunati. Questa lotta che a un certo punto vede l'esercito americano arrivare per placare con durezza uno sciopero e arrestare i minatori, schierandosi con i padroni, non è trattata nel film probabilmente perché il tema, siamo negli anni cinquanta del secolo scorso, era troppo delicato politicamente. Nel libro l'immagine dei militari che si schierano con i potenti, quasi come se fossero una polizia privata, rimane molto forte; invece, nel film western del 1980 I cancelli del cielo, di Michael Cimino, la cavalleria americana giunge a salvare i grandi allevatori di bestiame, poco prima che vengano sopraffatti dai contadini che intendevano massacrare.

La parte più interessante del libro vede l'arrivo del Marshall, cui si affida appunto la cura dell'ordine pubblico. Naturalmente ciò avviene non senza contraddizioni; i bravi cittadini lo apprezzano perché riporta sicurezza nelle polverose strade su cui si affacciano molte attività. Ma quando un paio di malintenzionati, entrati in città nonostante fossero stati messi al bando dal comitato cittadino, restano a terra, uccisi da Blaisedall, sorgono molti dubbi. Si vorrebbe l'ordine, ma non si sopporta di vederne apertamente il prezzo di sangue che richiede. 

Blaisedall diviene una persona divisiva; alcuni seguitano a essergli riconoscenti, altri lo vedono come una figura ingombrante, altri ancora come il giudice locale lo accusano di agire fuori dalla legge. Ma in fondo, come detto, anche il comitato cittadino è solo un gruppo di privati che si è avocato dei poteri di controllo che non hanno fondamento. È quindi autoreferenziale. E lo stesso verboso e pesante giudice agisce come giudice onorario, non nominato da nessuno. Ma non c'è altra strada; l'alternativa è subire l'arbitrio altrui, quello dei malviventi. 

C'è un'evoluzione nel romanzo che segue il crescere di consapevolezza della popolazione; al Marshall si contrappone il nuovo vicesceriffo Gannon, anch'egli pieno di contraddizioni. È stato membro della banda McQuonw, poi si è allontanato. Perciò è guardato con molta diffidenza finché non si batte con coraggio contro i vecchi compagni.

A questo punto, sconfitti i banditi, sorge una domanda inevitabile. A cosa serve ancora il Marshall che oltretutto si accompagna all'amico Morgan, cinico e detestato gestore di una casa da gioco? Sarà sufficiente il vicesceriffo, l'unica vera autorità legittima, per far camminare da sola la cittadinanza?

Il romanzo si stacca, come detto, in vari punti dal film e lo sopravanza in pessimismo; ma rimane comune questo interrogativo in ambedue le opere.

In fondo Blaisedall, uomo leale e rigoroso, è uno sconfitto al pari dei banditi che lui stesso ha combattuto. L'epoca dei pistoleri, romantica e sanguinosa, sta compiendo i suoi ultimi passi. L'uomo con le sue pistole dal calcio in oro, è fuori dal tempo, quasi un pezzo di mondo selvaggio e ferino da lasciarsi alle spalle.

Gannon, sgraziato, brutto di aspetto e malpagato è il futuro. Nel film e anche nel libro, si vede il fiero Marshall estrarre le pistole d'oro prima del vicesceriffo venuto ad affrontarlo; ma Blaisedall non spara e getta a terra le armi prima di andarsene per sempre, capendo che deve farsi da parte e tramontare insieme al suo mondo; non può adattarsi al nuovo. Ora c'è la legge e lui non ha più nessun ruolo. Le sue pistole restano a terra, tra la polvere, come cimeli di un passato violento e senza legge, ormai superato. 

Sembra prevalere il meglio, ma i singoli pagano quasi tutti un alto prezzo. La stabilità della comunità chiede un sacrificio a molte individualità, non solo ai banditi, in modo che si affermi un nuovo ordine.

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Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"

7 Settembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

Oltre il velo del mondo

 Pasquale Ciboddo

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto.

Ogni poesia è una candela accesa nel buio della disillusione; ogni verso è un altare costruito con le parole del silenzio. In un tempo in cui l’uomo sembra aver smarrito il senso del sacro, questo libro è un pellegrinaggio interiore, una condanna gentile contro il rumore del mondo, una carezza alla coscienza, un respiro alla memoria.

Caro lettore, non troverai risposte facili né dogmi. Troverai, invece, il dubbio fertile, la luce fioca ma persistente, la tenerezza che si nasconde nell’attesa. Troverai la voce di Pasquale Ciboddo, fragile e potente, che chiede solo di essere ascoltata con il cuore aperto.

Esiste un luogo invisibile agli occhi, dove l’anima dialoga con la luce, dove le domande non cercano risposte ma profondità. Oltre il velo del Mondo è il tentativo di varcare la soglia tra il tangibile e l’invisibile, tra il rumore del tempo e il silenzio del senso.

In queste pagine, la poesia diventa pellegrinaggio: si attraversa l’amore non come possesso ma come dono, si contempla la fede non come certezza ma come sussurro, si abbraccia la spiritualità come cammino che non ha fretta. E sullo sfondo, un mondo che accelera, produce, semplifica, distrugge: il progresso, che nel suo slancio tecnologico rischia di svuotare il cuore e dissolvere l’essenza. Si leggano i versi emblematici: «…Odio, vendetta e guerra/ attanagliano quei popoli/ che vivono tra la fame/ la morte e la malasorte./ E pace e amore/ tardano ad arrivare» (Sono calpestati). Le parole qui raccolte non insegnano: invocano. Non mostrano sentieri: li evocano.

Pasquale Ciboddo osserva il cielo, ascolta la terra, e tra le fenditure dell’esistenza cerca il senso che ci sfugge ogni volta che lo riduciamo a spiegazione. Chi leggerà questo libro, forse sentirà che sotto le superfici c’è ancora un battito antico, una memoria sacra che ci chiama a essere più umani, più semplici, più veri.

Pasquale Ciboddo non è solo il poeta che canta la sua Sardegna e i suoi amati stazzi, ricordo di una perduta civiltà agreste ma è il poeta della speranza. E c’è un’isola infatti - aspra, luminosa, intima - che fa da culla a questo canto. La Sardegna, con i suoi stazzi, le pietre che raccontano, il vento che ricorda, non è solo luogo geografico: è anima, è radice, è voce che ritorna. Il poeta la celebra come madre antica e come specchio in cui riflettere il dolore e la bellezza dell’umanità intera.

Il suo sguardo parte dalla terra che lo ha nutrito, ma si apre al mondo: l’amore che canta non ha confini, non distingue razze o religioni, perché è amore che tende all’essenziale, all’umano, al divino. Ogni verso è un gesto di compassione, una carezza lanciata oltre il tempo e le culture.

La sua spiritualità non è dogmatica né distante. È incarnata nel quotidiano, nei gesti contadini, nelle albe silenziose, nelle preghiere sussurrate tra le foglie. Il poeta non predica: invoca. E lo fa con voce umile, ma profonda, cercando quel senso religioso che non divide, ma abbraccia: «…Oggi nessuno/ può conoscere a fondo/ la sapienza del Signore./ E allora si prega/ pieni di speranza» (Oggi nessuno).

Oltre il velo del Mondo è una raccolta che attraversa il visibile per toccare l’invisibile, cantando la Sardegna e il mondo, la fede e il dubbio, la speranza e la nostalgia. È una liturgia anche laica per chi cerca ancora il sacro nel profumo della terra, nel volto di un uomo, in un raggio di luce che non giudica ma accoglie. «Oggi la città/ consuma la vita umana./ Era certo il romanzo,/ la poesia della mia esperienza/ vissuta in campagna/ negli stazzi della Gallura/ ad avere l’esistenza/ un vero senso» (Era certo).

Ma il poeta non può ignorare le ferite del mondo. Le guerre che divorano la speranza, l’odio che scava fossati tra gli uomini, i conflitti che negano il volto dell’altro - tutto questo entra, dolorosamente spesso nei suoi versi. Non come accusa, ma come testimonianza. Perché chi canta la luce, non può voltarsi davanti all’ombra.

Il paragone con la fine delle api è immagine lacerante: creature che danzano per comunicare, che impollinano la vita e rendono fecondo il tempo. La loro scomparsa è un silenzio che grida, un vuoto che profuma di apocalisse. Così come la perdita dell’amore per l’altro, della compassione, della spiritualità condivisa, segna il collasso di un’umanità ormai stanca di essere umana. Le api e la pace: due forme di armonia. E nel loro declino, il poeta intravede un’unica domanda: cosa stiamo sacrificando nel nome del progresso? Quale canto smetteremo di ascoltare se continuiamo a correre senza fermarci mai?

Questo libro è dunque anche un grido gentile, un appello poetico alla riscoperta della cura, della meraviglia, della sacralità del vivere. Un invito a proteggere ciò che è fragile, perché forse proprio lì - nell’ala trasparente di un’ape, nel volto di un bimbo - si nasconde ancora il senso del nostro vivere. Si legga la lirica Il mondo: «…Il mondo è dominato/ dal male e dalle guerre/  e dalle grandi povertà./ Le api stanno morendo/ e pure le persone./ Così si annuncia/ la fine della vita/ nel mondo».

E così, dopo aver camminato tra parole e visioni, Pasquale Ciboddo solleva lo sguardo al cielo. Non con paura, ma con fiducia. Perché, nonostante le rovine, i silenzi spezzati, le lacrime che non si vedono, egli crede. Crede che l’amore sia ancora più forte dell’odio, che la luce resista all’ombra, che la grazia si nasconda perfino dietro una guerra, in attesa di essere riconosciuta.

Allora invoca - non un castigo, ma una carezza divina. Implora che l’armonia torni a posarsi come rugiada sugli animi stanchi. Che la pace non sia solo un sogno, ma un germoglio che cresce, seppur fragile, tra le crepe del mondo: «…Se non interviene/ Dio a mitigare/ l’animo dei ribelli,/ nel mondo/ non ci sarà/ più pace» (Se non interviene). Che la salvezza non riguardi pochi, ma tutti, proprio tutti perché nessuno è escluso dalla compassione del cielo. «…Dio salverà/ e riempirà di gioia/ i popoli oppressi/ ovunque sulla terra» (Dio salverà). Nel suo cuore, il poeta non supplica invano. Egli sa - sente - che un mondo migliore è possibile. Non immediato, non facile, ma in cammino. Ogni parola scritta è un seme piantato nell’attesa della primavera. Ogni verso è una luce che attraversa il velo, e lo rende trasparente appunto Oltre il velo del Mondo

E forse, leggendo, ci accorgeremo che la luce non è mai andata via. Eravamo noi a non guardarla abbastanza.

Michele Miano

 

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L’AUTORE

Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.

 

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Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"

6 Settembre 2025 , Scritto da Pietro Nigro Con tag #pietro nigro, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Michele Miano

So che ti prenderai cura di me

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Ho letto il tuo libro So che ti prenderai cura di me (Poesie e Appunti) dedicato a tuo padre Guido e a tuo zio Alessandro deceduti rispettivamente nel 2022 e nel 1994 indietro negli anni. Erano gli anni della mia giovinezza, quando i sogni di un giovane poeta iniziarono a realizzarsi. Conobbi tuo padre Guido a casa mia a Noto dove era venuto a trovarmi. Tu, ragazzino, gli facevi compagnia. E il mio salotto divenne il crogiolo dove prese il via la mia avventura letteraria con la consegna a tuo padre di un gruppo di composizioni poetiche da cui nacque il mio primo libro Il deserto e il cactus pubblicato nel 1982. Dopo quel libro furono tante le pubblicazioni per i tipi delle edizioni Guido Miano.

Tutto iniziò quando tuo zio Alessandro fondò la rivista Davide nel 1951, ancora studente universitario a Catania, incoraggiato dagli amici Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini. Quella rivista fu la fucina da cui nacque la Casa Editrice Miano che prese l’avvio il 18 giugno 1955 a Milano, uno dei più importanti centri di cultura in Italia. Lo stesso giorno, dopo 67 anni, si chiuse la missione terrena di Guido Miano.

E non solo nacque la casa editrice, ma due anni dopo fu istituito il “Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo” presso il “Centro Sperimentale italiano di Giornalismo”. Ne era direttore lo stesso Guido Miano, e Presidente il Prof. Michele Clausi Schettini (Provveditore agli Studi di Milano) e dopo il pensionamento il Prof. Avv. Giuseppe Menotti De Francesco (Rettore dell’Università Statale di Milano).

La rilevante eredità di Guido Miano dopo la sua morte fu raccolta dai figli Michele, Carmelo e Laura. L’Editrice Guido Miano è cresciuta a tal punto da diventare un punto di riferimento nel campo editoriale da sorpassare in qualità case editrici storiche, ma che hanno abbandonato fundamentalis culturae themata.

Tra le liriche del poeta Michele Miano mi ha emozionato la lirica Cerco. Descrive luoghi che io ho conosciuto durante i miei soggiorni estivi quale commissario agli esami di Stato negli anni ’70. «Cerco nei tuoi occhi i sogni che trattengo / e le speranze, e il dolore che colgo / giù a valle con i drammi che si nascondono / tra i muri bianchi, i viali verdi e i fiori.»

Il poeta vede riflessi negli occhi di chi gli sta di fronte i suoi sogni e le sue speranze, mentre laggiù a valle, si consumano i drammi che la natura, indifferente, nasconde dietro i muri bianchi, i viali verdi e i fiori. Quanto è bella la natura, tanto è doloroso il destino umano. Quella cima balza, ricca d’erba, quella parte rocciosa a strapiombo, però, nasconde una perla di rugiada, tra gli abeti, che ti consola e ti fa risorgere.

E il cielo sembra annegare / in un mare di stelle.

E il naufragar mi è dolce in questo mare.

Sono due versi: il primo di Michele Miano; il secondo di Giacomo Leopardi. Fra i due versi vi è una somiglianza logica, una similitudine. Il mare del Leopardi è il mare di stelle del Miano: il Leopardi naufraga dolcemente, cioè prova piacere nel mare dell’infinito, vasto e misterioso; il Miano sembra annegare in un mare di stelle, dove al di là di esse c’è l’infinito. Ambedue perdono la concezione del presente, della realtà, e si immergono in qualcosa di più grande smarrendosi al di là della realtà tangibile.

Il cielo citato dal Miano è Dio. Risiede nei cieli: etimologicamente Dio e il Cielo sono la stessa cosa. Dio = Cielo; Cielo = Dio (deiwos, djews, parola indoeuropea che significava il cielo). Secondo la visione umana e alcune religioni è la dimora del Creatore dell’universo. Michele Miano, pertanto, nel due versi «E il cielo sembra annegare / in un mare di stelle» intende dire che l’uomo non è in grado di trovare Dio. Allora solleva una preghiera: Ma quando verrà il vero Natale? (Natale)

Non ci resta che il “Silenzio”: «Ed, ecco, l’alba, foriera di nuove illusioni; e i “Ricordi”: E il giorno è come la notte / la notte è come il giorno. / Oggi, domani e dopodomani. Poi: Per un attimo mi sembra di raggiungere / il nervo delle cose, / ma un battere di ciglia non è / un colpo d’ali che ti solleva…».

Per l’essere umano non c’è verso per raggiungere l’essenza, la verità profonda delle cose. Sembra, ma non si realizza. La Verità è irraggiungibile. Senza il supremo apporto di forze mentali evolute che abbiano avuto il tempo di svilupparsi tecnologicamente e psichicamente non si può essere in grado di modificare la struttura mentale dell’uomo che permetta di superare i limiti mentali raggiunti. Ciò implica l’accettazione dell’esistenza di un cosmo non limitato alle sole dimensioni terrene, ma ad un mondo materiale e spirituale superiore. Una realtà più complessa e profonda di quello che percepiamo, un’apertura a dimensioni trascendentali. Un percorso a noi finora sconosciuto. “Sensazioni (Paesaggi dell’anima)” si conclude con questa terzina: «Oltre, il mio orizzonte, / le risposte che non ho, / in un quaderno ancora senza titolo».

Sapranno i nostri posteri, e forse noi stessi se non saremo spariti per sempre dopo la morte (non c’è una prova, ma solo una fede prodotta dalla nostra cultura – tante altre sono le culture e pertanto le religioni o Credi diffusi nel mondo – una fede, dicevamo, sull’immortalità dell’anima e su una vita oltre la vita che ‘ci fa credere in un certo modo’, di cui non c’è certezza)? Progredire, anche oltre la morte. Non sappiamo. Grande è il mistero.

Alla fine della raccolta poetica: So che ti prenderai cura di me, e che Michele Miano definisce preghiera-soliloquio, frase-titolo che l’autore rivolge al padre Guido, dei frammenti numerati, senza titolo perché non ne hanno bisogno essendo come una meditazione che muta direzione o pensiero o emozione verso una nuova prospettiva avente come fine il capire meglio se stessi, immersi come siamo in una confusa direzione cosmica. Ha pure una dedica: ad Alessandro Miano. E come un discorso del tutto personale, ma i cui destinatari sono il padre Guido e lo zio Alessandro. Il soliloquio inizia con l’apparizione di una vela in mare. Si continua con le due porte: la porta del presente, naturalmente aperta, e quella del domani, chiusa: e questo perché non si conosce il domani. La porta aperta visibilizza le cose che vedi e che naturalmente non possono essere positive perché non sono del Cielo, ma della Terra dove la sofferenza è all’ordine del giorno.

Si diventa silenziosi guardando un’esistenza che sembra non avere alcuno scopo. Si diventa verdi di rabbia associata a un’intensa frustrazione; verdi di bile che porta ad una emozione negativa intensa; «Verde questo giorno senza cielo o questa strada senza sole», per finire con un verso di straziante dolore: «io sarò l’onda che s’adagia ai bordi della sera». (Frammenti IV)

Ed è là in quei bordi che concluderemo la nostra vita adagiandoci come l’onda quando si farà sera, preludio dell’eterno buio della notte. E i frammenti si concludono con l’immagine di un mondo e di una vita di cui si impossessa una tenera gramigna che crea dolci prati, ma soffoca la tua esistenza causando un danno ineliminabile impossessandosi di te, tanto che «il cielo è rattrappito / e sembra pregare ai singhiozzi della vita».

Isolato un frammento senza titolo, un’amara chiusura, ma un richiamo a Dio, le Dieu inconnu di Paolo VI nel discorso che fece all’ONU. (Dio ignoto può riferirsi al romanzo di John Steinbeck, Al Dio Ignoto – East of Eden, o all’espressione greca Agnostos Theos. Questa seconda espressione, menzionata negli atti degli Apostoli, racconta che Paolo di Tarso fece un discorso all’Areopago di Atene riferendosi a questo Dio sconosciuto che era una divinità venerata nell’antica Grecia e Roma). Nell’isolato frammento prima della triade lirica a chiusura dei Frammenti, Michele Miano in due terzine brevi invoca Dio. Resta una speranza - dice -, buia. Una preghiera per un’assenza, quella di Dio, di cui anela la presenza: «e buia è la speranza / di te, mio Dio». Sono meritevoli di citazione il primo verso dell’ultima composizione del libro: Passerà questo tempo balordo, ma specialmente l’ultimo verso a chiusura della raccolta: Forse mi resta accanto almeno un deltaplano. È come se l’uomo potesse volare, spaziare nell’aria, libero delle pastoie della vita.

 Pietro Nigro

 

 

 

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Raffaele Piazza, "Poesie per Alessia"

5 Settembre 2025 , Scritto da Marcella Mellea Con tag #marcella mellea, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Raffaele Piazza

Poesie per Alessia

Guido Miano editore, 2025



Nella nuova raccolta di Raffaele Piazza, Poesie per Alessia, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, giugno 2025, l’autore  rievoca con voce ferma e delicata una figura femminile che sembra incarnare l’essenza stessa del desiderio adolescenziale, celato tra i sogni di un’estate lontana. L’autore trasforma l’ombra evanescente di Alessia in palpito poetico, in un intreccio di memoria, attesa e intensità sensuale, come definito nella prefazione: «Una cronaca immaginaria […] momenti giovanili di grande intimità ed intensità emotiva, di attrazione fisica verso una ragazza incontrata fugacemente nel lontano 1984 […] un amore di gioventù fatto di sogni e speranze».

L’intero libro respira di un tempo sfuggente: fragile, sospeso, qui e altrove. In quest’atmosfera rarefatta, Alessia diventa un archetipo, simbolo di una passione che non si consuma, ma permane, vivida nell’immaginario del poeta. Il ricordo si contamina di fiaba, come se la storia fosse narrata attraverso il velo trasparente dei sogni: «Viene trasportata dalla luce fino alla stazione/ a spargere la fragola tra i passanti/ ad Assisi dal “fascino incredibile”/ così descritto dall’amica Veronica./ E il cielo sta infinitamente /a detergere gli occhi di Alessia /che attende Giovanni nerovestito,/ per affinità d’amore./ Sentieri battuti dalla pioggia / restano nella stanza di mattina /dopo i sogni nell’ossigeno azzurro…» (Alessia ad Assisi).

Seguendo la tradizione di Piazza – già ammirata nella silloge Del sognato – anche qui la sensualità non è mai palese, ma evocata con colori, luci mediterranee, sfumature di desiderio. La natura si fonde con l’emotività: pare di intravedere il mare, le spiagge, gli orizzonti di quell’estate lontana, campi di fragole e fughe notturne, con quelle metafore cariche di atmosfera che il poeta sa evocare perfettamente: «Sera serena in limine all’acqua / di sorgente fredda e azzurra, / a imprimersi nella mente di Alessia / (quella precedente che non torna). / Si apre una porta per il campo animato/ di grano profano / per sognare l’amore e rielaborare / le tracce della felicità conquistata. / Guarda la ragazza Alessia / una rondine azzurra e trasale. / Viene Giovanni nerovestito/ per la vita nova oltre la mietitura / e prende Alessia paria a felce. / Gioisce Alessia/ nell’unione dei sensi» (Alessia e il campo animato).

La prefazione parla di “meta ricordo”: non si tratta di un vivido flashback, ma di una reminiscenza mediata, come se ci si guardasse dentro da un tempo successivo, con occhi più saggi e malinconici. È un racconto interiore, un “mosaico di visioni” tra reale e immaginato, in cui il lettore è chiamato a ricostruire ciò che non è stato, ma che si è desiderato intensamente. La silloge si distingue per un’aura intima e riflessiva: un sentimento trattenuto, mai declamato, che sussurra al lettore più che urlare. Qui la poesia è elegante, rarefatta, ma potente: ogni parola pesa, ogni pausa conta.

Poesie per Alessia” è una raccolta che affascina per il suo equilibrio tra memoria e immaginazione. Raffaele Piazza dipinge Alessia come figura incandescente nel ricordo, sospesa tra desiderio e irrealtà. Il linguaggio, che danza con luce e colore, e l’atmosfera rarefatta rendono questo libro un’esperienza di poesia vissuta più che raccontata. È una lettura adatta a chi ama indugiare nei sussurri emotivi, nei rimpianti dolci e mai risolti, immersa in un sogno nostalgico e luminoso.

Marcella Mellea

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