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A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"

21 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #saggi

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.

Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.

Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.

In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».

 

Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"

18 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #floriano romboli

 

 

 

 

Floriano Romboli (a cura di)

Diario poetico di Tommaso Tommasi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.

E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/  mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.

Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.

Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».

Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia):  «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).

Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"

14 Marzo 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

ANNA SCARPETTA

Chiaroscuri. Antologia poetica

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Pubblicata nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” di Guido Miano Editore, l’antologia poetica Chiaroscuri, costituita da una scelta delle poesie di Anna Scarpetta, è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali è introdotto da una prefazione a firma di un prestigioso critico letterario.

Il testo presenta una premessa dell’Editore illuminante ed esaustiva per comprendere il senso del lavoro composito e approfondito di letteratura comparata che prendiamo in considerazione in questa sede.

È scritto nella premessa che questa collana di libri non ambisce ad esaurire una rassegna della poesia italiana contemporanea, quanto piuttosto a indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale ci sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia.

In sintesi le poesie della Nostra preliminarmente sono state raccolte in tre insiemi, ognuno all’insegna di una tematica e poi ognuno dei tre critici, per uno dei singoli settori da analizzare, ha lavorato nel senso di trovare un poeta straniero che avesse un’affinità estetica e stilistica con la scrittura di Anna, sotto il denominatore di uno dei temi comuni; e poi i letterati hanno analizzato le affinità letterarie della Scarpetta con ogni poeta straniero e ovviamente anche le diversità nell’approccio alla materia trattata.

Il capitolo 1: Nei labirinti dell’amore in Anna Scarpetta Jacques Prevert si avvale di una prefazione di Gabriella Veschi.

Il capitolo 2: Le problematiche esistenziali: l’io e il mondo in Anna Scarpetta e in Charles Baudelaire è prefato da Floriano Romboli.

Il capitolo 3: Nei dintorni dell’anima e della coscienza in Anna Scarpetta e in Fernando Pessoa è introdotto da Floriano Romboli.

Nella prima sezione incontriamo il componimento Nel cuore di un amore espressione della cifra distintiva della poetica, del poiein della Scarpetta, che possiamo definire neo lirico tout-court e che presenta ascendenze neoromantiche.

Leggiamo la suddetta poesia che è connotata da un tu alla quale l’Autrice si rivolge e che presumibilmente è la persona amata: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/ musiche sublimi di note/ di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta/ che dal cielo scende rumorosa,/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore di un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa ovunque,/ la pioggia, che sembra musica intensa,/ proprio come i ricordi vivi/ accesi nella nostra pelle…».

In questo componimento che ha qualcosa di magico nella sua sospensione, si respira un’atmosfera di rêverie che si coniuga alla linearità dell’incanto, quando la pioggia sull’io-poetante e sulla sua amata accade e scende come benedizione e battesimo del loro felice sentimento e viene detto anche il tempo che, quasi personificato, se ne sta guardingo, a spiare le meraviglie intense.

Come mette in rilievo il prefatore nel paragonare lo stile e la forma e ovviamente anche i contenuti dell’esprimersi di Anna Scarpetta e di Prévert, in entrambi gli autori ricorre l’immagine della caduta, emblema della fragilità e della perdita, ma, mentre il fedele e silenzioso amore di Prévert mostra una rassegnata malinconia, che lo induce a sorridere ancora, Scarpetta intravede una rinascita e la luce solare diviene metafora della vita che torna a risplendere con rinnovata speranza in sintonia con il verso celebre di Virgilio «Omnia vincit amor».

Dal capitolo 2 leggiamo il componimento Solitudine antica: «Ho sempre sfuggito/ il tuo respiro nell’aria./ Eppure t’udivo accanto a me/ col volto malato di malinconia/ mia solitudine antica./ Seduta sul trono imperiale/ nel mezzo dell’universo reale/ ora ti vedo/ nel riso del giorno radioso/ coi tuoi mali così pallidi e veri,/ talora pungenti, per attirare pietà./ Ma sì, è così:/ tu attacchi il core del poeta/ per unire la tua voce alla sua/ e sentirti viva e compagna/ lungo la via di un sentiero lontano…».

Una forte sospensione intrisa di malia connota questa poesia nella quale il tu è la solitudine stessa, interlocutore che non risponde e che viene restituita con immagini magistrali e calzanti di grande effetto ed efficacia.

Nella sua essenza la poesia di Anna Scarpetta come emerge da questa antologia è in ogni sua singola epifania un esercizio di conoscenza su ogni aspetto esistenziale della vita stessa che diviene vita in versi.

Raffaele Piazza

        

      

Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Wanda Lombardi, "Araba fenice"

13 Marzo 2026 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Araba fenice

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere,  in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?

Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».

La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite. 

Maria Rizzi 

 

Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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" Il teatro di Pietro Nigro"

9 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #teatro

 

 

 

 

 

 

 

Teatro di Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà autoritarie delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riguarda il tema del rapporto tra professori e studenti. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.

 

Il padre sagace

 

Una breve commedia brillante e leggera, scarna e semplice, scritta con dialoghi rapidi in cui i personaggi dimostrano di sapere bene ciò che vogliono. Il canovaccio è quello tradizionale della trama amorosa che vede intrecciarsi sentimenti e volontà, in un’epoca e in un contesto culturale in cui i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie dei giovani e delle giovinette. Marta, la madre di Margherita, promette in sposa a Don Carlo - barone di Montestellario - la figlia. Ma Don Ferdinando - il padre sagace - la pensa diversamente dalla moglie: lui crede nel primato dell’amore, lei vede solo ricchezze e titoli.

La vicenda si conclude come in tutte le fiabe: e vissero felici e contenti. Margherita sposerà Renato, il suo amore segreto, ed alla fine anche la madre Marta acconsentirà al matrimonio; Don Carlo si consolerà con Nicoletta, una ragazza appena conosciuta in casa di Don Ferdinando. L’unico infelice, per il momento, sarà Michele, l’amico intimo di Nicoletta, che si sente tradito dalla scelta di lei.

L’esito finale della commedia si basa sull’alleanza caratteriale e ideale fra padre e figlia, fra don Ferdinando e Margherita - contrariamente a tante altre opere simili - dove la parte del genitore autoritario e retrogrado spetta alla figura paterna. Basta sentire due monologhi di don Ferdinando per rendersene conto: «Sia ringraziato il cielo. Se n’è andata (la madre). Meno male che ci sono qua io. Sposare mia figlia a quell’idiota vanitoso (Don Carlo), sarebbe il colmo! Lei dovrà sposare un giovane che le voglia veramente bene e che la faccia felice. Ecco Margherita: ora sì che si può ragionare. Tutta suo padre, tutta suo padre!» (Scena II). «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello (Renato). Mia figlia non è una testa sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille (Don Carlo) per avere campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre, tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!». È evidente nella commedia la differenza di statura morale tra la coppia madre-pretendente e padre-figlia: due universi agli antipodi come valori, apertura d’animo e orientamenti di vita. Da una parte il vecchio mondo provinciale attaccato ai beni materiali che rappresenta il passato, dall’altra un respiro di modernità e di sentimenti autenticamente umani.

 

Il trionfo dell’amore

 

Commedia nella quale l’amore trionfa, grazie alla casualità del destino che interrompe il fidanzamento, combinato dalle famiglie, tra Alfonso ed Emma. La visita improvvisa ed imprevista dell’amico d’infanzia Teddy conduce i due giovani a scoprire che Emma e Teddy si amano da tempo, e che la freddezza di Alfonso nei confronti di Emma è causata dal fatto che anche Alfonso ha un altro amore, Edy, tuttavia rifiutato e respinto dai genitori. Svelata tale situazione alle rispettive famiglie, la ‘combine’ architettata fallisce e tutto si risolve con il trionfo del sentimento e del cuore, contro le imposizioni autoritarie di una mentalità meschina e retriva. E tutto avviene nell’ultima scena – la XI – dove i giovani rivelano ai genitori come stanno le cose: Alfonso (indicando i nuovi arrivati): «Guardi lei stessa». Elsa (vedendo la figlia accanto a Teddy): «E questo cosa significa?». Emma (sorridendo): «Significa che ho risolto il problema senza strilli e frizzi. (indicando Edy che si è avvicinata ad Alfonso) Questo spiega perché Alfonso era freddo con me. (Scherzando) Riservava tutto il suo calore a quella lì».

Elsa: (prendendo le parti della figlia e dando uno sguardo risentito ad Alfonso) «Un giovane falso e sleale». Bianca (agitata): «E no! Semmai è sua figlia falsa e sleale. Dice di aver risolto il problema senza strilli e frizzi. Ma se il problema era lei! Le chieda da quanto tempo se la intende con quel Teddy!». Alfonso (intervenendo tra sua madre e la signora Zanoli): «Basta! Vedete come si fa presto a cambiare opinione. (Alfonso sorridendo invita Edy, Emma e Teddy ad avvicinarsi, tra lo sbalordimento dei suoi genitori e quelli di Emma) Quando voi pensavate di imparentare le nostre famiglie, noi avevamo già fatto le nostre scelte. Ho dovuto far finta di accettare il vostro volere (rivolgendosi ai genitori). Mi sono arrovellato il cervello per venirne fuori. L’occasione si presentò quando mi accorsi del turbamento di Teddy incontrando Emma, e capii che si amavano. Decidemmo allora che era arrivato il momento di farvi comprendere come stavano le cose. Ora lasciate che i sentimenti facciano il loro corso e che l’amore trionfi».

Pur sviluppando la stessa tematica della commedia precedente, qui l’intreccio amoroso è forse lasciato troppo dipendere da incontri fortuiti, piuttosto che derivare da volontà precise dei personaggi, indebolendo così la loro determinazione ad esercitare il libero arbitrio.

    Noi studenti

 

È un lavoro teatrale ambientato nel mondo scolastico, la cui trama viene costruita appositamente dall’autore con finalità didascaliche e sociali. Sono in gioco i ruoli di professori e studenti, l’autoritarismo degli uni e la ribellione degli altri; i concetti educativi e il senso di giustizia; gli errori commessi da entrambi e la capacità di riconoscerli, la quale infine conduce all’esito finale di perdono e riconciliazione. Il senso drammatico dell’opera è costituito soprattutto dalla morte della madre di Alberto - lo studente protagonista della storia. La signora Marmora, già ammalata di cuore, soccombe al dolore per l’espulsione dalla scuola di suo figlio, dopo un diverbio con il professore ‘Iosotutto’. I tre atti si concludono con la riammissione di Alberto che, pur addolorato per la grave perdita affettiva, vede tuttavia riconosciute le sue ragioni, grazie alle scuse chieste al professore, il quale a sua volta, dopo aver convinto il Preside e il Consiglio dei Docenti a riabilitare lo studente, diverrà più comprensivo e dialogante nei rapporti con gli studenti.

Questa commedia, delle tre di Pietro Nigro, è senz’altro la più attuale come tematiche e sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del protagonista, lo studente Alberto, che incarna istanze di giustizia, solidarietà ed affronta la realtà del dolore maturando uno spessore umano superiore a quello dei suoi compagni, come si evince da questo monologo: «Oh, destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce… O mia giovinezza, o primavera degli anni! Dov’è la luce che a te è riservata, dov’è l’eterno olezzante soffio impregnato d’un divino profumo d’ambrosia. (Con disperazione, mettendosi le mani sul viso) Dove!… Dove!… Che sarà di me. Potrò resistere a tanto male? Ma non devo abbandonarmi. Come farebbe mia madre, ammalata, senza un sostegno? Non voglio la sua morte! Povera mamma mia. Ricordo le parole del dottore: “La pongo nelle sue mani: il più saldo sostegno che le resta. A lei affido le chiavi della morte e della vita. Le sappia ben usare”».

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”,  prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

 

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Wanda Lombardi, "Araba fenice"

5 Marzo 2026 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni

 

 

 

 

Wanda Lombardi

Araba fenice

 Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Araba fenice di Wanda Lombardi è un’antologia che raccoglie una settantina di composizioni tratte da nove opere pubblicate tra il 2001 e il 2024. La pubblicazione, proposta da Guido Miano Editore nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, è divisa in tre capitoli con altrettante introduzioni. Nel primo capitolo, Il bel tempo che fu, Enzo Concardi mette in relazione alcuni componimenti poetici di Wanda Lombardi con il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021); nel secondo, Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità, il paragone proposto da Raffaele Piazza è con il francese Paul Claudel (1868-1955); nel terzo è Michele Miano che affronta l’argomento Cognizione del dolore e desiderio di pace in Wanda Lombardi e nel poeta Premio Nobel cileno Pablo Neruda (1904-1973). Ma i paragoni si allargano ad altri nomi importanti, proposti dagli stessi prefatori: da Virgilio ad Ugo Foscolo fino a Giovanni Pascoli, da Francesco d’Assisi a David Maria Turoldo. E il tutto è appropriato, perché nella poesia di Wanda Lombardi ci sono molti elementi lirici che rimandano ai ‘classici’ italiani, ed insieme si trovano moti d’inquietudine dell’animo tipicamente contemporanei, come «Ideali smarriti in roveti spinosi/ senza altro lasciare/ della loro fuggevole esistenza/ che lacrime» (così termina Sogni nel vento); e non manca una forte dimensione religiosa capace di sostenere la fragilità umana (uno tra i tanti esempi sta in questi versi da Saper vivere: «…Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…»).

Paesaggi, monumenti, eventi, persone: c’è di tutto nella rievocazione poetica di Wanda Lombardi, che in questa raccolta offre esempi notevoli della sua arte, fine e delicata. Il linguaggio semplice è accompagnato qua e là da parole che sanno di antico, quasi a voler ricordare a chi legge la ricchezza del tempo passato, che la memoria vela di malinconia ma può restituire ancor vivo in un Silenzio amico (poesia che apre il secondo capitolo) e permette di superare l’incertezza del tempo presente: «…Aspra è la nuova realtà;/ è fiume impetuoso che travolge,/ è procedere guardinghi nella calca/ dell’odio sconosciuto,/ nella paura del presente,/ delle ore future…» (da Non scriverò…). Viviamo in un’epoca in cui «Certezze non più/ e nostalgia prende del mite passato./ Freddi rapporti tra le genti/ e dottrine di argilla/ contrastano la vita,/ di grigio velando il nostro avvenire» (finale di Mite passato); il nostro tempo si fa incontro a noi minaccioso, a volte con scene demoralizzanti: «…Ho visto innocenti dietro le sbarre,/ colpevoli in libertà,/ il dramma di ragazze molestate/ senza alcuna pietà…» (da I mali del mondo). Viviamo in Tempi assurdi (altra poesia del terzo capitolo).

La speranza, però, può ancora essere amica dell’umanità e riportare non solo la scrittrice, ma anche noi suoi lettori dal «penoso andare» dei giorni (così definito nella poesia Eterno) alla gioiosa e luminosa ricerca dell’Agognata pace («…L’umanità non di sangue/ è assetata, ma di pace, libertà,/ convivenza garbata») - tanto da poter quasi gridare al mondo, manifestando una potente resilienza: «Ma più fiera e forte araba fenice/ sempre dalle mie ceneri risorsi» (finale di Destino, poesia che dà il titolo alla raccolta). Allora ciò che ci sta intorno torna capace di sorprenderci, perché tutto è fatto di Piccole grandi cose (nel secondo capitolo) capaci di risvegliare la coscienza, anche nelle circostanze apparentemente meno favorevoli: «…Nella fragilità di una persona/ la sua sensibilità,/ la sua trasparente umanità» (da Fragilità).

Questo libro, da leggere con calma, fa emergere la grande sensibilità dell’Autrice, di cui lei è ben consapevole: «…Essa appartiene solo a me,/ non vacilla con gli anni/ e non invecchia;/ nessuno me la può sottrarre/ o modificare,/ né mai si perderà» (da Specchio). E ce ne fa dono, con semplicità. Grazie!

Marco Zelioli

 

Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"

4 Marzo 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

DOPO CENA

 

Devastanti bufere al tramonto

pieno inverno

macerie di morti

in un fioco lume, indistinto.

 

Cerco negli abissi profondi

mari languidi

il tuo riso diverso.

 

Inesausto silenzio,

greve discesa,

buia Siberia.

 

CAPODANNO

 

Nel giro silenzioso

d'uno sgomento di festa

nostalgia dei tuoi occhi

fugaci, intesa d'un meriggio

lontano.

E lieve si presenta

il sentiero percorso

e gravida l'insipienza

di questa certa abitudine

di urla dimenticanze giorni sottili

inverni

che non sfioravano la schiena.

 

SENZA SOFFI DI VENTO

 

Senza soffi di vento

l'emiciclo di stelle inestese

nello spazio nel tempo

smemora.

E resto a contemplare

la distesa operosa

di un mare che soffoca

le grida

di assordanti cicale.

Questa notte non ha

un prima né conduce

a domani: vaghiamo

svuotati e felici.

 

 

 

A MEZZOGIORNO

 

Gli anni avviluppati

in una scorza faticosa battono

ad ore inconsuete

chiedendo il conto.

Ma resta soltanto il tornare

lieve

dal mare al tramonto,

e svanire,

abisso di fuga

e celato candore,

in sghembi sentieri e vicoli ciechi.

 

MOTO DI ROTAZIONE

 

Nei giorni sparsi di brina

ancorati a doveri inesausti

di un'umanità tumultuosa

sembrava la terra girare

in spente chiose.

 

Non più sogni,

separazione di anima

e corpo, destavano

viali di stelle avvenire:

il tempo gravitava intorno

a giudizi poco globali.

 

 

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Ilaria Vecchietti, "Anime predestinate, L'unicorno nero" vol 1

2 Marzo 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

 

 

 

Anime predestinate

L’unicorno nero

Ilaria Vecchietti

Amazon, 2025

pp 604

 

 

Parte come un urban fantasy adolescenziale, sulla scia ormai pluri-battuta di Twilight, con la protagonista Ileana in procinto di vivere il suo primo giorno di università, (di cui, però, nel corso di questo volume uno ꟷ perché di questo si tratta non dobbiamo dimenticarlo, del volume iniziale di una serie a venire ꟷ non si farà più menzione) e finisce per incupirsi sempre più.

L’ambientazione è Verona, fra strade buie, ritrovi dall’atmosfera dark e le pietre millenarie dell’Arena. La trama comprende arcane profezie, incantesimi e creature magiche di ogni genere. La fauna è quella classica, vampiri buoni e cattivi, licantropi, streghe, esseri mutanti, angeli caduti, tutti insieme nel calderone veronese che c’è ma resta sullo sfondo.

Per non svelare troppo, posso solo dire che in questo primo tomo si ha un ribaltamento di ciò che avviene di solito nei libri sui vampiri scritti dal 2005 in poi, ovvero la trasformazione da creatura sanguinaria in succhiasangue salottiero. Qui, almeno per il momento, avviene l’opposto.

La protagonista, Ileana, non è una Giulietta affacciata al balcone ma una creatura ben più minacciosa e potente, una vampira. E, tuttavia, anche lei innamorata. Guarda caso di un Montecchi. Di più, predestinata a reincontrare chi aveva già amato in passato e a ripercorrere gli stessi passi dolorosi.

Ileana è un essere centenario, forse si sarebbe dovuto acuire questa sua caratteristica, non solo raccontando pezzi di storia mondiale ma facendo sentire la profondità del tempo e la stratificazione culturale nell’anima del personaggio, nel suo modo di pensare e di esprimersi.

La famiglia di Ileana è simile alla famiglia Cullen in Twilight. Tutti vampiri civili, addomesticati. Qui, però, il senso morale, la lotta etica fra bene e male, è attenuato in favore di una gestualità ironica, come bere il sangue in tazze colorate e infantili. Niente a che vedere con la malinconica guerra interiore dei vampiri di Anne Rice.

L’antagonista, che deve esserci per contratto, è Samonio, imparentato col culto di Samain. Ileana deve lottare contro di lui, e contro i suoi accoliti, per salvare il mondo e il suo amato.

L’aiutante è Laura, la migliore amica umana (ma non troppo). Una strega inconsapevole che vedrà emergere il proprio potere quando sarà necessario. Il suo personaggio è quello più a tutto tondo, quello che suscita vero affetto ed empatia da parte della protagonista. Piuttosto indistinta, invece, è proprio la figura di Mirko, l’amato, il predestinato. Forse si sarebbe potuto approfondire lo spessore umano ed emotivo del personaggio maschile. Insomma, sembra che l’amicizia sia meno manierata e più spontanea dell'amore romantico.

Molto viene detto (e scritto sul diario di Ileana) dei sentimenti, ma poco viene effettivamente fatto sentire al lettore.

Lo stile è scorrevole, a tratti ridondante. Nell’insieme, un romanzo ponderoso che potrebbe essere snellito e sviscerato allo stesso tempo, dando la preferenza al mostrare più che al dire, al far esperire piuttosto che al ripetere.

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Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"

1 Marzo 2026 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #racconto, #animali

 

 

 

 

I racconti di Maleto

 Duccio Castelli

 Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Non è facile, ma è bello presentare I racconti di Maleto di Duccio Castelli, già autore, dal 1963 ad oggi, di oltre venti opere tra poesia e prosa. Curiosamente, la sua prima pubblicazione (la raccolta poetica Emigranza, 1993) uscì per Guido Miano Editore, che ora propone questa raccolta di racconti autobiografici; ed il primo scritto del Castelli, risalente al 1963, il racconto Una ragazza per quattro mesi, fu pubblicato nel 1995 dal medesimo Editore, accompagnato da una lettera introduttiva di Italo Calvino.

Maleto era il cane dell’Autore e nell’arco di tutto il libro “appare e scompare, come un’ombra fedele (…) presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso” – come osserva Michele Miano nella Prefazione. È il fil rouge delle memorie che Duccio Castelli ci consegna qui con una leggerezza e insieme una profondità veramente rimarchevoli.

Dall’inizio alla fine, si incontrano uomini e donne che in qualche modo hanno segnato il corso della vita dell’Autore, spesso in viaggio, e che è vissuto a lungo in Sud America (soprattutto in Cile). Si trovano racconti di vita quotidiana alternati a resoconti di viaggi, episodi che assomigliano ad avventure fiabesche (ma alcune non fiabesche, come le partecipazioni a dei rally automobilistici) e semplici descrizioni di fatti e luoghi frequentati dall’Autore, come ad esempio New York, Londra, Barcellona; racconti delle caserme dell’aeronautica a Viterbo e a Milano (di quest’ultima, in Piazza Novelli, c’è anche una bella fotografia del giorno del congedo dalle armi).

Possiamo ‘vedere’ Tonio, Juan Carlos, l’argentino Abancens, l’ex agente segreto Arturo, l’inglese Ron, Gastone e tanti altri; possiamo immaginare la solitaria Jacinta; possiamo incontrare gli amici amanti del jazz, alcuni dei quali, come Alfredo Espinoza, o Marcelo De Castro (fratello di Jacinta), componenti di band cui lo stesso Autore contribuiva suonando il trombone (c’è anche una foto). Possiamo sapere della moglie di Duccio, Sherry, del loro figlio e della loro figlia, della prima nipote Giulia, delle zie Rosa e Giuditta, dello zio pittore, del cugino Nicoletto – ma l’elenco completo è ben più lungo. Possiamo avere qualche sprazzo di visione dei giorni passati da Duccio bambino nella casa milanese costruita da Gio Ponti (“I giorni in quella casa furono circa seimila”, come recita il verso di una poesia, di quelle che ogni tanto intercalano le pagine in prosa del racconto, compresa la traduzione della poesia Piececitos de niño della cilena Gabriela Mistral, Premio Nobel per la letteratura come un solo altro cileno, Pablo Neruda). Possiamo sapere del padre, più presente forse in sogno che nella realtà, e dell’affetto di Enzo, un ‘quasi secondo padre’. Possiamo aver notizia della storia del “Gino del Forte (dei Marmi)”, sentire quello che l’Autore faceva a scuola con i suoi compagni della “seconda D”, andare avanti e indietro nel tempo e qua e là nel mondo. Possiamo liberare la fantasia.

Insomma, ci si apre un mondo. Ma non ci si apre del tutto: resta tutto sfumato, quasi permeato da un alone di nebbia che ci permette appena di vedere i tratti essenziali delle cose, non di conoscerne pienamente i contorni. Tutto resta un po’ avvolto in un’aura di mistero che affascina, ma è ugualmente vero ciò che osserva ancora Michele Miano nella Prefazione, dicendo che “la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero”; ed è grazie alla capacità di Duccio Castelli “di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione” che il viaggio attraverso le pagine di questo I racconti di Maleto può rinverdire emozioni e pensieri nei lettori ed interessare proprio tutti.

Marco Zelioli

 

Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Marina Enrichi, "Eros e Logos"

28 Febbraio 2026 , Scritto da Raffaelel Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marina Enrichi

Eros e Logos

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Attraverso la figura di Marina Enrichi, veneziana di nascita e padovana d’adozione, poetessa dalla raffinata e originale cifra stilistica e formale, si rinnova il binomio scientifico-umanistico della figura del medico-poeta che, come in passato, continua ad avere rappresentanti nel panorama odierno della poesia al tempo del villaggio globale.

Essi praticano appunto la poesia anche per emergere dal disagio e trovare un antidoto all’oceano di dolore vissuto accanto ai pazienti sofferenti o, per esempio, alle donne partorienti come nel caso dell’Enrichi che è ginecologa.

Tra i suddetti poeti, personaggi eclettici nello svolgere due attività che si potenziano e armonizzano, nei loro rapporti reciproci, si ricorda il napoletano Antonio Spagnuolo da cinquanta anni attore nel ruolo che sintetizza l’attività poetica (e anche saggistica e narrativa), e umanità e scienza nel suo approccio professionale e sensibile di medico con il malato e la malattia, che può divenire essa stessa occasione e ispirazione, oggetto per la scrittura di poesie.     

Quanto suddetto avviene spontaneamente in quanto tra i due termini del discorso c’è un rapporto osmotico e sintetico nel delineare l’identità di donna medico e artista dell’Autrice di EROS E LOGOS, l’intensa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede.

La silloge non è scandita in sezioni e per questo può essere letta come una sequenza omogenea di componimenti poetici in continuum, come uno scrosciare di parole nello scaturire di ogni poesia l’una dall’altra.

Già dal titolo del volume possiamo renderci conto che il percorso della poetessa va dal generale al particolare perché nei suoi intenti, che si traducono in versi poetici, esito di un’intelligente e consapevole coscienza letteraria, si va dai massimi sistemi dei concetti di erotismo e di essere ed esserci, alle descrizioni specifiche del sentimento nelle poesie, precipitato del pensiero che si fa parola.

Le composizioni stesse vibrano di intenso pathos nel vivere la dimensione amorosa con sensualità e trasporto assoluto per l’amato che per estensione diviene amore per il logos e quindi tra le righe implicitamente anche per Dio.

Nella poetica di Marina c’è la presenza costante di un erotismo che ha risvolti anche mistici e la poetessa produce tessuti poetici fortemente icastici, detti con grande urgenza e nello stesso tempo ben controllati e raffinatamente cesellati.

L’amore provato dalla Nostra è anche quello per la bellezza e l’arte e la tensione emotiva e le emozioni che dominano nei testi, qualsiasi siano gli oggetti del desiderio, si manifesta con una realizzazione che ha sempre un fattore x, un comune denominatore nei componimenti fortemente provati, sentiti, vissuti e risolti sempre in maniera sublime che crea una dose d’ipersegno.

Il testo presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi e lo scritto corposo di Gabriella Veschi, che è un vero e proprio saggio critico di letteratura comparata sul poiein della Enrichi intitolato “Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolario, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi”.

A volte un atteggiamento ottimista prevale in queste liriche che sembrano pervase da una soave luminosità come in Che tu sia benedetto giorno che sorgi: «Che tu sia benedetto/ giorno che sorgi/ mortale imperfetto.// Che il tuo sole risplenda/ sulle angosce e le gioie/ di un’umanità in fretta.// Che il tuo cielo rischiari/ ombre e buio che incombono// quando cala la sera/ e la luce soccombe.// Che tu sia benedetto/ giorno pieno di vita/ e di sguardi e sorrisi/ e di baci.// Che tu sia benedetto/ per la pausa che doni/ alla corsa infinita». Protagonista di questo componimento pare essere il tempo, non il tempo lineare degli orologi ma un non-tempo che sembra essere scandito dalla luce dello stesso sole e della corsa infinita proprio della durata nel suo eternarsi nell’attimo e nella tensione all’indicibile.

In San Marco leggiamo: «Fiammeggiano campate d’oro/ su volte da cielo nutrite/ da piccole schegge di vetro/ maestria degli antichi artigiani/ che i secoli hanno onorato/ con fede commossa.// Profuma di sacra armonia/ di musica anche in silenzio./ Il cuore è rapito e perduto/ un’estasi nell’assoluto.// La musica scende a fluire/ da cantorie voci sciolte/ per onde di nebbia di mare/ lambiscono i corpi presenti/ e lasciano un’umida traccia d’immenso/ sostanza sonora d’incenso.// San Marco è così/ tangibile e inafferrabile/ mistero solenne e struggente/ abbraccio divino/ invito a far parte/ di schiere celesti.// Palpabile incenso irrorato».

Questa poesia, veramente, fortemente mistica e carica di mistero per ogni suo fortunato lettore, diviene ancora più struggente per coloro che hanno conosciuto, visitato, l’immensa Basilica veneziana, vero capolavoro architettonico, dedicata all’evangelista.

Infatti tali visitatori, memori dell’atmosfera magica e ammaliante di questa icona della cristianità, attraverso le parole rivivono intensificandole le visioni, emozioni e suggestioni provate proprio durante una visita in San Marco che non può lasciare indifferenti per la numinosa bellezza di ogni particolare dell’insieme.

Un componimento centrale della raccolta è quello nel quale l’io-poetante si rivolge quasi con veemenza ad un tu che presumibilmente è l’amato: tale componimento è intitolato Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ nel delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti della passione».

In tale poesia la figura femminile, che è l’io poetante, si fa fuoco che diviene una sola cosa con il partner nell’amplesso passionale e la gioia dei sensi diviene accensione e spegnimento che deriva per lei e per l’amato da una profondissima fusione di corpi e anime alla ricerca di un piacere di redenzione che suggelli una nuova dimensione temporale duale, privata ed unica, come anche ogni amore è unico.

 

Raffaele Piazza

     

 

Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.

 

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