Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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I racconti di Maleto
Duccio Castelli
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Ci sono luoghi che vivono al confine tra memoria e invenzione, che sembrano custodire un segreto e che, proprio per questo, diventano terreno fertile per la letteratura.
Ci sono poi figure che, pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più grande. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze. Non è stato soltanto un compagno fedele, ma diventa il varco attraverso cui l’autore ci invita a entrare nella sua memoria, a percorrere insieme a lui le strade di un’esistenza errabonda e intensa.
In questa raccolta di racconti ogni narrazione si apre come un flashback: un ritorno improvviso a episodi di giovinezza, a incontri fortuiti, a paesaggi che hanno segnato la sua esperienza. Maleto è il filo conduttore che lega questi frammenti, il pretesto narrativo che consente a Castelli di dare forma a un mosaico di vita vissuta intensamente tra l’Europa e il Sud America, fino alle terre del Cile. Il cane, con la sua silenziosa fedeltà, diventa simbolo di continuità in un’esistenza segnata dal movimento. È la radice che permette all’autore di guardare indietro senza smarrirsi, di raccontare con lucidità e nostalgia le avventure di un uomo che ha scelto di vivere inseguendo strade sempre nuove. Così, tra un porto e una montagna, tra una città straniera e un incontro inatteso, Maleto appare come custode di un passato che si fa racconto.
Questi testi non sono semplici memorie di una vita: sono confessioni intime, lampi di vita che si accendono e si spengono, come fotografie ritrovate in un vecchio cassetto. La scrittura di Castelli restituisce la sensazione di un viaggio senza mappa, dove ogni episodio è un frammento di identità, e dove il cane diventa metafora di fedeltà e libertà insieme.
Leggere I racconti di Maleto significa lasciarsi trasportare in un itinerario che non è mai lineare, ma fatto di deviazioni e ritorni, di flash back che illuminano il presente. È un invito a scoprire come la memoria, quando si intreccia con la letteratura, possa trasformare la vita di un uomo in un racconto universale.
Maleto, ultimo compagno di Duccio Castelli, diventa così il custode di un’avventura che appartiene non solo all’autore, ma a chiunque sappia riconoscere nella propria storia il valore di un viaggio, di un ricordo, di un legame che resiste al tempo.
E ci sono animali che non appartengono soltanto alla memoria di chi li ha amati, ma diventano compagni di viaggio anche immaginari, custodi di storie, simboli di un tempo che non torna. Maleto è uno di questi. Non è soltanto l’ultimo cane di Duccio Castelli; è il filo rosso che attraversa queste pagine, il pretesto narrativo che permette all’autore di intrecciare ricordi, incontri e fughe in un mosaico di vita errabonda in giro per il mondo.
Maleto è anche metaforicamente un luogo, uno di quei luoghi: reale o immaginario, poco importa. Nelle pagine di Duccio Castelli prende forma come spazio narrativo, come scenario di vite sospese tra quotidianità e mito, tra radici e sogni.
Nei racconti che seguono, Maleto appare e scompare, come un’ombra fedele. Non è mai protagonista assoluto, ma presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso. E, come afferma l’autore, «se esiste il “mal d’Africa”, io conosco il male del Sud America».
Questi testi non sono semplici cronache di viaggio: sono confessioni intime, frammenti di un diario che si fa letteratura. Castelli ci conduce in un mondo dove la geografia è sempre anche biografia, dove ogni città visitata diventa specchio di un paesaggio interiore. Maleto, con la sua silenziosa fedeltà, diventa simbolo di radici e di nostalgia, ma anche di libertà: il cane che corre accanto al padrone, e insieme a lui attraversa confini, lingue e culture.
Leggere questa raccolta significa lasciarsi trasportare in un itinerario che non è mai lineare, ma fatto di deviazioni, di soste improvvise, di incontri inattesi. È un invito a guardare la vita come un viaggio senza mappa definitiva, dove il senso si costruisce passo dopo passo, racconto dopo racconto.
E così, tra le pieghe di queste pagine, Maleto diventa più di un cane: diventa memoria, metafora, compagno silenzioso di un’avventura che appartiene a tutti noi.
Con la consueta finezza stilistica, l’autore ci conduce attraverso racconti che non sono semplici storie, ma frammenti di un mosaico più ampio. Ogni personaggio, ogni vicenda, ogni dettaglio contribuisce a delineare un universo coerente e al tempo stesso sorprendente, dove il lettore è invitato a riconoscere se stesso e la propria esperienza. Impossibile elencare tutti gli episodi, le vicende e i frammenti della vita di Duccio Castelli raccontati in questo volume in una sorta di flash back a incastro. Per non parlare della sua grande passione per il jazz, le sue orchestre, i concerti, i rapporti di amicizia intrattenuti con personaggi dello spettacolo quali Pupi Avati.
La scelta di Guido Miano Editore di accogliere ancora una volta la voce di Duccio Castelli conferma la solidità di un percorso letterario che, volume dopo volume, si arricchisce di nuove sfumature. I racconti di Maleto non sono soltanto un tassello ulteriore, ma rappresentano una tappa significativa: qui l’autore sembra volerci ricordare che la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero.
Il lettore troverà in queste pagine un invito alla riflessione e al piacere della parola. Maleto diventa così metafora di ogni comunità, di ogni luogo che custodisce storie degne di essere raccontate. E Castelli, con la sua scrittura limpida e intensa, ci offre la possibilità di ascoltarle, di farle nostre, di trasformarle in memoria condivisa. Ogni raccolta di racconti è, in fondo, un viaggio: un itinerario che attraversa paesaggi interiori e luoghi concreti, memorie e invenzioni, radici e visioni e si collocano esattamente in questa dimensione, dove il confine tra realtà e immaginazione diventa fertile terreno narrativo.
Ogni racconto è un frammento di vita che diventa specchio del lettore, un tassello di un mosaico che, nel suo insieme, restituisce la complessità dell’esistenza. La sua capacità di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione, conferisce a queste pagine una densità che invita alla riflessione e al piacere della parola.
La collaborazione con Guido Miano Editore, già consolidata attraverso la pubblicazione di precedenti diversi volumi, trova qui una nuova conferma. I racconti di Maleto non sono soltanto un ulteriore capitolo di un percorso letterario coerente e rigoroso, ma rappresentano una tappa significativa, in cui l’autore sembra voler riaffermare la funzione della narrativa come custode della memoria e antidoto all’oblio.
Il lettore scoprirà un universo che appartiene a tutti: un luogo che custodisce storie degne di essere ascoltate e tramandate. In questo senso, la raccolta diventa non solo opera letteraria, ma anche testimonianza culturale, memoria condivisa, patrimonio di emozioni e pensieri che si fanno duraturi attraverso la scrittura.
Non si può leggere I racconti di Maleto senza cogliere anche il valore simbolico che questo libro assume nella traiettoria umana e letteraria di Duccio Castelli. Nel lontano 1993, con Emigranza, il suo primo volume di poesia pubblicato da Guido Miano, si apriva un cammino fatto di parole, viaggi e memorie. Da allora, Castelli ha dato voce a molte altre opere, sempre animate da quella tensione verso l’altrove e da quella fedeltà alla propria esperienza errabonda. Ora, con questa raccolta di racconti, egli torna da Miano, chiudendo un cerchio che non è soltanto editoriale, ma profondamente esistenziale. È la conferma di una continuità che attraversa decenni: la stessa Casa editrice che lo ha accolto agli inizi, oggi lo accompagna nel compimento di un percorso narrativo e poetico.
In questo gesto si riflette la coerenza di un autore che ha saputo restare fedele a se stesso e alla propria visione del mondo. Maleto, ultimo cane e compagno simbolico, diventa così anche il testimone di questa fedeltà: un pretesto narrativo che racchiude la vita avventurosa di questo autore e che, al tempo stesso, suggella un legame editoriale che dura da più di trent’anni.
Con I racconti di Maleto, Duccio Castelli non consegna soltanto un libro di memorie e di viaggi, ma anche un atto di continuità e di riconciliazione con il proprio percorso. È un ritorno alle origini che diventa compimento, un modo per dire che la scrittura, come la vita, trova senso quando riesce a chiudere i suoi cerchi. E anche solo per questo gli dobbiamo essere grati.
Michele Miano
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Duccio Castelli, imprenditore, è nato a Milano dove attualmente vive; ha trascorso alcuni anni in Cile. Scrive poesie, racconti e suona il trombone a coulisse con la sua Jazz Band “Duccio Swingers”. Ha pubblicato libri di poesie, di narrativa e CD musicali.
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Leonardo Manetti, "Le ore eterne dell'Attesa"
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Le ore eterne dell’Attesa di Leonardo Manetti (Edizioni WE - Italia, 2025 pp. €114 15.00), scandiscono il tempo delle aspettative, occupano un luogo privilegiato dove scoprire l'amore e accogliere la solitudine della sospensione, interpretano il cammino introspettivo e la percezione di una struggente speranza per ascoltare e ricongiungere il ritorno degli affetti più cari. Leonardo Manetti, omaggia, con la sua opera, la dedizione dell'aspettare, la persuasione di rivelare, attraverso la spontaneità dei sentimenti, la tensione romantica di ogni mancanza, il desiderio sincero di trasformare il destino e il senso della vita nel sogno d'amore. Nutre le stagioni delle emozioni, indica la previsione di un percorso interiore in cui si custodisce un legame e si sceglie, nell'evoluzione amorosa, la profondità identitaria del cuore, definisce l'elaborazione di un impegno che gratifica il vincolo affettivo, affranca le tormentate contraddizioni dell'essere, rinnova l'eternità della presenza e l'empatia dell'anima. La poesia di Leonardo Manetti decanta una ricerca lenta e ispirata attraverso l'uso sapiente e pastoso delle parole, rafforza la connessione vellutata delle sensazioni, accompagna la delicatezza dei versi per poi rivelarne il suo significato più suadente e intimo. Il libro esamina l'esperienza coinvolgente della crescita e della maturità artistica e personale dell'autore, analizza la convincente e commovente riflessione sull'inafferrabilità della vita, riempie la distanza e il vuoto delle assenze con la qualità contemplativa del silenzio e della fedeltà. Leonardo Manetti fa sua la cadenza spirituale e carnale, invocando l'intenzione nobilitata in cui la passione e l'innamoramento rispecchiano l'espansione di una intrigante continuità, l'attrazione sfuggente per i ricordi e per ogni profetica restituzione della nostalgia. Comprende l'evocativa capacità di riconoscere, nell'esistenza umana, il tortuoso intreccio di luci e ombre, di debolezza e di forza, di fragilità e di resistenza nell'affrontare il dolore e viverne la sua fugacità. Consegna la testimonianza di una finalità privata intorno alla possibilità di ricomporre uno spirito frantumato e disgregato dalla paura e dalle esitazioni. Le ore eterne dell'Attesa concentra il peso e l'abisso delle occasioni scomponendo gli intervalli temporali tra la confidenza malinconica del passato, l'instabilità inquieta del presente e l'apertura fiduciosa del futuro. Consuma l'orizzonte di una realtà che misura la dimensione ideale e proiettiva dell'amore, la lucidità del vissuto, lo stato intuitivo di coscienza e l'oscillazione illuminante dell'immaginario. Leonardo Manetti sa indugiare sulla provvisorietà del quotidiano, guardare e considerare le vibrazioni dei pensieri che riprendono la forma accesa e viva della dedizione esclusiva, ascoltare l'impulso della perseveranza, come ricompensa alla felicità. Il libro ne è una conferma miracolosa su come la sorprendente meraviglia del sentire può migliorare la costanza e la cura del bene, le condizioni di affinamento e di conservazione esprimono la meticolosa e genuina pienezza relazionale. Leonardo Manetti osserva i cambiamenti umani, ammette il dubbio imperturbabile dell'indifferenza, si scontra con la condanna della mancanza, attende i giorni migliori. Risveglia il coraggio e l'energia nella rivelazione di una sensibilità che manifesta il riscatto, incendia e rinsalda l'essenza poetica, offre quiete alla solitudine, la forza redentiva e il fondamento della salvezza.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
BRUCIA
Cerco per casa qualcosa che ho perso,
o meglio, qualcosa di mai scovato.
Ribalto cassetti, svuoto gli armadi.
Dove si sarà cacciato?
Lo sento, nel petto così ardentemente.
Non ho più dubbi, esiste ed è vivo,
brucia l'amore, ma di fiamma sbagliata;
Non di passione, solo di ira.
SGUARDI LONTANI
Teneri occhi che mi osservano,
dolce è lo sguardo incrociato,
parole senza suono
ci uniscono all'ascolto.
Un attimo di fiaba
e poi subito il reale,
poche semplici note
di una scala senza chiave.
IL GIOCO DELL'OCA
Prima uno, poi due.
Domani sono le dita
i dadi di chi rimane.
Pensavi al giallo,
invece è rosso
e ottieni un nero.
Numeri impazziti
si rincorrono sulla linea
e cambiano colore.
Tre è divertimento,
cinque era riflessione
sette sarà amore.
Si parte dal via,
ci si perde tra le caselle,
arriviamo insieme.
CONFUSIONE
Fuori c'è il ghiaccio
delle nostre vite,
noi siamo in una bolla
di acqua calda.
Torna presto primavera,
voglio vederti
di nuovo germogliare,
spegnendo l'illusione.
NELL'ARIA
Stringo forte
in un abbraccio
l'aria intorno a me,
e mi accorgo
che è materia viva.
Il suo viso è definito,
il suo corpo è familiare
il suo respiro è caldo
come l'amore
che nutro per lei.
IN QUESTA NOTTE
E ora che la notte è giunta,
cerco i tuoi occhi nelle stelle
mentre il dolore che sale
lungo le crepe della mia pelle
mi chiede di te.
Dicono che questi sono i momenti
in cui i poeti scrivono i versi più belli,
ma passo le notti con un foglio bianco
e il dolore accanto a me.
"Diario poetico di Tommaso Tommasi", a cura di Floriano Romboli
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Diario poetico di Tommaso Tommasi
a cura di Floriano Romboli
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Tommaso Tommasi è nato a Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il 3 febbraio 1948. Al paese natale - chiamato con affettuosa confidenzialità Kipa - , alla terra d’origine egli è rimasto fortemente legato, anche se gli studî all’Università (si è laureato a L’Aquila) e poi il lavoro di docente e di bibliotecario lo hanno portato lontano, in Lombardia, e più precisamente in area bergamasca (risiede da tempo a Seriate).
Il senso delle radici e la mobilità personale sui territorî attestati dalla biografia sono forse coefficienti della profonda sensibilità e della non comune versatilità intellettuale, della vastità degli interessi di chi è stato docente, linguista, poeta, narratore (v. il romanzo Masognaos, 2011), uomo di teatro, fotografo e pittore.
Non è facile dare un’idea della ricerca lirica dell’autore, che è ricca, articolata e affidata a varie raccolte di versi pubblicate fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Si impone pertanto una scelta, che privilegi alcuni volumi, e si è deciso per Poesie di vita quotidiana (1990), Poesie del caos (1996), Sul mare azzurro della notte (2019), e per i prosimetri Lamodeca (2022) e Poesogni (2024).
Preme inizialmente richiamare un interessante spunto prosastico collocato in testa alla seconda silloge, a motivo della sua valenza auto-esplicativa, del suo tratto prezioso di enunciazione culturale-programmatica: «Inizialmente non ci facciamo caso, poi cominciamo a capire piano piano, giorno dopo giorno, che la legge che regola la vita non è l’ordine, ma appunto il CAOS (…) Il poeta è colui che sente più di tutti – a causa di una sensibilità accentuata – questa opprimente cappa chiamata caos (…) In una società che sta perdendo tutti i suoi valori, che ha eletto l’egoismo a suo supremo feticcio e l’arricchimento e il successo al massimo grado di perversione, il poeta si perde in un caos infinito, dal quale è sempre più difficile risalire o difendersi» (la maiuscola di evidenziazione e il corsivo sono nel testo).
Ogni componimento di cui consta la prima raccolta ha in calce un nome, quasi a significare che potrebbe essere stato scritto da un’altra persona, nell’àmbito di una coralità spirituale e compositiva, che fa dell’arte un’occasione significativa nell’esistenza “quotidiana”, una testimonianza precipua di vita morale.
Fino dal principio le poesie di Tommasi sono caratterizzate da un descrittivismo interrogativo, da un’essenzialità concettosa e simbolica rivolti a cogliere il senso intimo dell’ordine delle cose, a indagare innanzitutto il valore e le misteriose finalità della vicenda naturale. La realtà appare ambigua e problematica, in particolare alla coscienza inquieta dell’uomo, incline a disporre i dati dell’esperienza secondo una scansione temporale inarrestabile, per cui il presente scivola nel passato, mentre si fa attesa fervida del futuro, sulla falsariga della meritamente celebre investigazione agostiniana.
L’avvertimento del disordine, la rilevazione critico-intellettuale del caos comportano una visione polarizzata dalla preoccupazione di opporre al doloroso disorientamento contemporaneo un universo alternativo di idealità e di aspirazioni - dapprima magari concepite in sogno - in grado di permeare fecondamente le strutture del reale, in un processo di integrazione catartica e di sublimazione qualificante.
Il nucleo centrale del discorso è contraddistinto da una dinamica a spinte (realistiche) e controspinte (idealizzanti), che si obiettiva in un’organizzazione formale dei testi imperniata sull’antitesi: «Nessuno ha più/ champagne/ per gli orrori dell’inferno./ Il tempo assente/ entra nella camera a gas:/ le ali ai piedi del sogno/ chiedono un altro ballo/ alla cenere della vita» (Nessuno, in Poesie del caos, op. cit.).
L’itinerario lirico dello scrittore marchigiano-lombardo è proseguito sotto il segno di una spiccata coerenza, pur se i lavori letterarî più recenti dimostrano una fisionomia meno contratta e un respiro maggiormente ampio e disteso, accogliendo motivi di coinvolgente effusività sentimentale, momenti di notevole efficacia positivamente evocativa. Alla sottolineatura dei tanti aspetti del “male di vivere” fa da felice contrappunto l’insistenza sulla peculiarità seducente del sogno, sulla forza vitale e rigenerante dell’amore (considerato altresì nella sua specificità fisica, erotico-sensuale), sul risarcimento corroborante e confortatore delle memorie familiari e locali.
La maturità artistica ha infine coinciso con un’interpretazione del mondo di certo organica e sapientemente equilibrata.
Floriano Romboli
Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.
Giovanni Bergagnini, "Odissea bianca"
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ODISSEA BIANCA
di Giovanni Bergagnini
Un alpino della Julia nella ritirata di Russia
Bergagnini racconta nel memoriale Odissea bianca, l’esperienza della ritirata di Russia; il libro è stato pubblicato da Garzanti nel 1990. L’autore, originario della Carnia, essendo nato nel 1913 conobbe i traumi generati dalla prima guerra mondiale sul territorio natale; riferisce infatti dei bombardamenti, della vicenda delle portatrici carniche, nonché della fame e di tutti i mali che colpirono la Carnia, regione di confine tra stati nemici. Dal 1942 deve sopportare una guerra ancora più terrificante. Inquadrato nei reparti della sussistenza della divisione Julia, raggiunge il fronte russo.
Scriverà al termine della sua esperienza: “Ho percorso quasi cinquemila chilometri di cui trecento a piedi per raggiungere il fronte, e altrettanti per il ritorno dei quali milletrecento trascinandomi come il Cireneo”. Questa frase sembrerebbe condensare a sufficienza la sua vicenda che in realtà si rivela ben più gravida di sofferenze e possiede importanti aspetti di diversità rispetto ad altri memoriali. Egli stesso ne offre uno di non poco rilievo; confida, nella prefazione, di essersi sempre sentito solo nella ritirata, già a partire dal secondo giorno: “(..) mi ritrovai solo, con pochi compagni sbandati, destinato a sopravvivere tra sconosciuti, cercando con feroce disperazione la via della salvezza”.
Non troviamo quindi la storia di un battaglione, di una compagnia o di un qualche reparto in fuga. Abbastanza rari sono i riferimenti a specifici commilitoni, soprattutto nella seconda parte del libro. Infatti Bergagnini si trova isolato o con pochi commilitoni, immerso nel caos, tra gelo, fame e partigiani russi; ritrova un compagno che poi riperde e il suo sostanzialmente unico sostegno è un cavallo. Per il resto il suo dramma nella steppa si compie con sempre nuovi e precari compagni di sventura, anonimi, con i quali ci sono brevi momenti di solidarietà, poi interrotti dalle vicissitudini dovute agli stenti o agli attacchi nemici che spezzettano la colonna dei fuggiaschi. Spesso si smarrisce perché più lento degli altri, poi individua degli sbandati o qualche brandello di reparto ancora efficiente; li raggiunge a malapena, ma resta estraneo a questi gruppi. Crescono individualismo ed egoismo perché si capisce che pochissimi potranno salvarsi.
L’autore è solo una particella nel mare di soldati in fuga e trae da se stesso la forza per non cadere; si ripromette con orgoglio di non farsi catturare. In alcune occasioni, non moltissime, il pensiero va alla famiglia che si è da poco allargata e lo attende. Mancano specifici riferimenti a Dio; resta invece qualche parola positiva sul ruolo dei cappellani durante la ritirata.
Ma in generale è la pervicacia a motivarlo, nonostante intorno a lui molti cedano e si lascino crollare sulla neve, privi di forze; a differenza di tanti lui ci tiene a non abbandonare il moschetto e a restare soldato e in almeno un paio di occasioni, è tra quelli che imbracciano le armi per difendersi dal nemico. Non a caso, raccoglie da terra alcune bombe a mano che altri hanno gettato via, rinunciando a essere soldati. Ricorda, verso la fine dell’opera, con fierezza, che lo stesso Comando Sovietico si complimentò con gli alpini definendo in un suo bollettino il Corpo Alpino come l’unica forza nemica non sconfitta. Tale bollettino in realtà è una leggenda; senz’altro i Sovietici non avevano ragione di elogiare chi aveva invaso le proprie terre ed era stato messo in rotta.
Bergagnini viene paradossalmente favorito da vari momenti di atonia e di estraniamento dalla realtà; è una via per staccarsi dal peso di una realtà disperata. Quando si riprende, non ricorda bene gli ultimi eventi e quindi le ultime sofferenze patite, risollevandosi quindi un poco dal rischio di tracollo fisico e mentale.
L’altro aspetto particolare dell’opera è l’assenza di risentimento; non ci sono invettive contro il regime o gli ufficiali. Si limita in un punto a ricordare la sua meraviglia quando a Milano la gente era entusiasta all’annuncio dell’entrata in guerra. Verso l’organizzazione dei comandi, ha appena un accenno polemico quando descrive l’incendio dei magazzini, all’inizio della ritirata, in cui si mandano in fumo cappotti di lana non distribuiti e molto cibo anch’esso rimasto da parte quando gli uomini soffrivano già da tempo la fame.
Non c’è odio per il nemico; il memorialista ringrazia le donne russe che a proprio rischio gli diedero sostentamento. Ma non c’è una espressa avversione neanche per i tedeschi che impiccavano i civili e che in un episodio passarono con i loro autocarri vuoti, travolgendo gli alpini stremati che supplicavano di fermarsi. Quando finalmente dopo infinite peripezie si raggiunge un treno italiano, Bergagnini, esausto, soffre ma non protesta quando si vede rifiutare un posto: “Un rifiuto, nato forse da incomprensione o da impossibilità di tendermi la mano, certo non per cattiva volontà (..)”.
L’autore, ci permettiamo di dire, è quindi un uomo non comune per l’indomita resistenza mostrata, una sintesi di audacia, perseveranza e volontà: “E cammino. Ancora una volta è la forza dello spirito che mi aiuta a resistere”.
Le descrizioni crude e disperate vanno anche oltre quelle di altri memoriali come ad esempio I più non tornano di Eugenio Corti il quale vedeva in Dio e nella Provvidenza la roccia cui appoggiarsi. Mancando anche la voglia di rivalsa verso il fascismo e i tedeschi che troviamo in La guerra dei poveri di Revelli e che motivavano l’autore a resistere, si deve dedurre quindi che Bergagnini abbia trovato totalmente in sé una forza pura, una personale riserva di volontà, senza aspetti in qualche modo politici o religiosi. Questo aspetto rende senz’altro particolare e interessante il libro che ebbe nell’edizione del 1990 la presentazione di Rita Levi Montalcini.
Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"
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Michele Miano
So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti
Guido Miano Editore, Milano 2025
Non potevo mancare all’invito per il 70° anniversario della Casa Editrice Miano, non potevo far mancare la mia presenza per ricordare Guido Miano, che come mio padre Pasquale, ha sempre avuto come obiettivo diffondere cultura, fondare scuole quale volano di crescita personale e del territorio, comunicare in versi. Era l’occasione anche per conoscere finalmente di persona Michele Miano alla presentazione del suo ultimo lavoro poetico e mi sono subito ritrovata in alcuni ricordi-appunti: la correzione delle bozze per i primi libri, le visite in tipografia, l’assemblaggio dei caratteri, il ciclostile, i rapporti interpersonali tra amici poeti, una miriade di foto e nomi che si riaffacciano alla memoria: Padre David Maria Turoldo, Piero Bargellini, Mario Luzi, Vittoriano Esposito.
Non s’inganni il lettore dinanzi a squarci di serenità di paesaggi, nascondono ognuno il dramma esistenziale, colto già nella prima lirica Verso sera, nel sibilante rincorrersi delle «strane parole» che si nascondono nel pianto-pioggia della sera, che inganna col suo profumo e apre ad un cielo che «sembra annegare/ in un mare di stelle», altro dal naufragare leopardiano, ché forse è da leggersi dantescamente: «E quindi uscimmo a riveder le stelle», simbolo si speranza e redenzione.
Il figlio è tornato, sente l’amarezza delle parole non dette, degli abbracci mancati, il peso del sipario che divide dall’oltre e quindi la preghiera-certezza che rivolge al padre, espressa nel titolo: So che ti prenderai cura di me. Richiesta che leggo specularmente da parte del padre, che immagino aver chiesto in un muto sguardo di aver cura di lui attraverso la sua creatura: la Casa Editrice.
Gli inganni della vita, i suoi tormenti riaffiorano nel verso: «il dolore mi addenta/ con morsi di gelo», eppure è Primavera e si vorrebbero veder volteggiare le rondini «come bianche colombe;/ le vostre ali mi scavino un nido nel cuore»; forte la ricerca di serenità interiore e di pace da esse simboleggiate, che si scontra con un «cuore che mi travolge e spezza».
È nel gemito di un usignolo ancora la contrapposizione tra la serenità di una «aria tiepida» (Vita) che preannuncia la «prima linfa» che nutre ogni «vita che si desta». Anche un amore di un tempo lontano si riaffaccia alla memoria con un ossimoro: «amaro-miele del mio cuore» (A un’amica).
Negli occhi c’è speranza, ma a valle tra paesaggi sfumati l’autore coglie in Cerco «drammi che si nascondono/ tra muri bianchi, viali verdi e i fiori»: un rimando qui tutto proprio allo scalcinato muro con cocci aguzzi di bottiglia, giacché non manca la ricerca di un Natale.
Il Silenzio è altra parola chiave, in esso ci appare pure una città personificata, «città livida di umori» da mettere in contrapposizione «all’alba foriera di nuove illusioni», ma più acre è andare tra Ricordi, che solitamente leniscono ferite, e che qui connotano una macerazione interiore con l’uso della rotacizzazione e la simbologia del grumo, da intendersi come ostacolo, come impedimento a sciogliere nodi per giungere ad un aspirato porto al quale attraccare e dal quale ripartire: «grumi di ricordi/ riecheggiano in chilometri d’asfalto:/ incerto passo del mio divenire/ senza un porto di illusioni».
Il tempo con il suo ruere si coglie nelle vibrazioni, nell’alternarsi quasi monotono del giorno e della notte, nel fruscio che attraversa i fili d’erba e c’è amarezza nel non trovare mai le parole per chi si ha accanto: «aggrovigliati nella lotta per il boccone, quotidiano,/ giriamo attorno alle verità del cuore» (Sensazioni - Paesaggi dell’anima). Il termine aggrovigliato rimanda metaforicamente ad una matassa di pensieri rimuginati.
Miano definisce se stesso «uno sradicato d’amore» (Frammenti III), ma in effetti egli è alla ricerca di una strada di sole, attende d’essere trafitto da un Dio che sente lontano anche dai «nuovi invisibili» (Il nostro tempo), in un tempo, quello odierno, «inquinato dalla solitudine» e coglie l’acredine di chi su un barcone alla deriva denuncia l’aridità dei cuori e vede annegare le proprie speranze.
Il poeta, comunque, anche se la «strada» (Frammenti IV), ovvero la vita, è «afflitta di nubi, dal frastuono della sera», ha scelto il «verde» per colorare il suo silenzio, la «collina delle voci» e se pure vede che «la sabbia ora si dirada», è certo che «sarà l’onda che s’adagia ai bordi della sera». Sa che troverà la serenità tanto cercata, il porto-quiete, l’Atto d’amore.
Luisa Martiniello
Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.
Davide Cava, "I colori del mio spettro"
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Il libro "I colori del mio spettro di Davide Cava (Controluna, 2025 pp.119 € 16.00) scompone la percezione sensibile dei versi attraverso una sequenza visibile dei sentimenti, indaga l'instabilità e l'imprevedibilità delle vicende umane, condensa il contenuto cromatico nella simbologia di cinque variazioni di colori, rosso carminio, nero avorio, mattone, turchese, bianco che indicano il carattere identificativo di ogni espressione esistenziale e la prospettiva di ogni riflesso emotivo. Il colore come metafora rappresentativa dell'anima dipinge la pagina di vibrazioni interiori e influenza l'essenza fisica e spirituale del linguaggio, ravvivando la destinazione poetica dell'uomo e l'efficacia complice della sua relazione con il mondo. Davide Cava insegue la volontà dei desideri, avvolgendo nel rosso carminio la componente passionale e vitale della vita, la tonalità seducente dell'arte di amare, descrive nella spinta impetuosa il temperamento comunicativo delle suggestioni romantiche, espone la sfumatura della sensualità e l'intensità degli incontri, la presenza vitale e profonda dell'anima, associata all'accesa e impulsiva frequenza interiore, al vincolo sensibile delle parole. Dipinge nel nero avorio l'ancestrale frattura esistenziale tra l'enigmatica solennità della luce e la misteriosa energia dell'ombra, suggerisce la complessità delle sensazioni, vissute attraverso il richiamo simbolico dell'oscurità e il saggio percorso della conoscenza, evoca, nella dimensione pulsante dei versi, la combinazione estetica ed etica della tenacia sentimentale, nella coesistenza creativa delle congiunture opposte tra resistenza e fugacità. La poesia di Davide Cava accoglie la stabilità e la richiesta di calore umano, nella nostalgia densa di un colore mattone che profuma d'autunno e di malinconia, ferma il pensiero nella contemplazione delle possibilità, nella caducità delle illusioni, nell'evoluzione del rimpianto, adattando il cambiamento in una prospettiva ispirata alla costruzione della consapevolezza e della protezione. Il poeta rafforza la visione con il mondo spirituale, materializzando nel color turchese il senso devoto della poesia, come amuleto sacro e terapeutico lungo il cammino introspettivo, trasmette il potere rigenerante della libertà, oltre la condanna della disperazione e la scontrosità delle relazioni, il distacco immaginifico della realtà. Concentra la sapiente capacità di guardare oltre, di intrecciare l'andamento elegiaco nella sottile e impercettibile scintilla dei versi, di animare la sorgente luminosa della poesia e di avvicinare il lettore, sotto la guida tutelare dell'entità artistica, all'iniziatico e magico percorso delle parole, nel loro incantesimo esoterico, nella qualità divina della meditazione. Davide Cava conclude la sua opera sigillando con il bianco l'espressione della rinascita, la cerimonia di un passaggio necessario in cui il corpo nuovo si veste di nuova empatia e di compassione, abbraccia la dimensione sovrumana, oltre il confine dell'esperienza e della condizione oggettiva, rinnova il significato simbolico del sublime fondamento poetico, archetipo di interpretazione e di integrazione con il mondo. Il libro I colori del mio spettro illustra la variazione confidenziale delle osservazioni terrene, nelle sfumature sarcastiche e beffarde degli inganni e dei sorrisi, accompagna il viaggio di un vissuto dichiarato tra suggestive testimonianze individuali e ragionamenti universali, affonda il coinvolgimento delle sensazioni nell'intuizione propizia ed efficace dell'autenticità lirica.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
In verità fu già dall'incontro
degli spazi vuoti tra le dita
ch'io entrai in te, e mai più,
in alcun altro modo
che contempli la carne;
fu piuttosto il giuoco
di due anime opache
che a vicenda soffiano
sull'altrui fuoco.
Edere che al precipizio
per un poco si fondono,
fondute di suoni,
sordomute mani
logorroiche a lor modo.
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Mi son trovato solo
tra gli olezzi di zolfo
e neppure un chicco
di rugiada m'è rimasto
tra palpebre e pupille.
Ora so
che alla fine dei respiri
non v'è nessun trofeo;
quanto banale, ritrito
e tragicomico sarebbe
se già la vita stessa
in qualche modo fosse il premio?
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“Com'è andata, alla fine?”
Alla fine è andata
abbastanza bene,
come ogni volta
che non muoio.
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Rassomigli innocente
a un demone del mio ieri.
Avrei voluto amarti
litri di lacrime fa.
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Il poeta manipola parole
che nessuno ha ancora udito
in quell'ordine preciso,
e che nessun si è reso conto
d'averne il gran bisogno.
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Meditazione
Sarebbe dolce morire
in questa trasparenza
con l'ego genuflesso
le mani vibranti
il diaframma aperto
senza punteggiatura
sarebbe dolce cadere
adesso
oppure ascendere
al prossimo oceano.
“L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, saggio di Martina Costa
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“L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno”, saggio di Martina Costa
L’Entanglement dantesco nel V Canto dell’Inferno 1 di Martina Costa “Al mio segnale scatenate l’Inferno” recitava un noto attore nel film “Il Gladiatore”. Quante volte abbiamo pronunciato questa frase tra amici o in particolari situazioni dove avevamo la necessità di anticipare un momento dirompente o di liberazione emotiva? Sicuramente spesso. E se vi dicessi che tantissimi secoli
Aldo Dalla Vecchia, "Come ti cucino la tivù"
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Come ti cucino la tivù
Aldo Dalla Vecchia
Qubì Editore
pp 70
18,00
Peccato che Natale sia già passato, perché l’ultima chicca di Aldo Dalla Vecchia, Come ti cucino la tivù, è ideale come strenna. Un volumetto cartonato, patinato, a detta dello stesso autore “giocoso e leggero”, corredato da bellissime foto e ottima grafica, per un testo che unisce cucina e tv.
Nella prima parte, Aldo Dalla Vecchia, rinomato autore televisivo, fornisce un excursus su settant’anni di programmi del piccolo schermo che ruotano intorno alla preparazione dei cibi; nella seconda, presenta alcune ricette firmate da suoi amici, tutti personaggi conosciuti del jet set televisivo, accomunati dalla familiarità e convivialità con lo scrittore. Tra i nomi compaiono Duccio Forzano, Annamaria Bernardini De Pace, Tessa Gelisio ed Enza Sampò, solo per citarne alcuni.
La storia culinaria televisiva spazia dagli albori didascalici e pedagogici, dove Mario Soldati viaggiava per l’Italia mostrandone le peculiarità gastronomiche, agli influencer dell’epoca odierna, nella quale la televisione non è più fatta di uno, due, tre canali generalisti, non è più neanche composta dalle reti commerciali della seconda era, ma è un intersecarsi di web, social, pay tv, canali satellitari e piattaforme di streaming, in un moltiplicarsi – ma allo stesso tempo a mio avviso ridursi – di offerta.
Le ricette sono semplici e saporite, da gustare durante una cena fra amici – magari un gruppo di ascolto de L’isola dei famosi o di Sanremo – realizzate dallo chef Fabrizio Damiano Casali, fotografate e accompagnate dalla biografia di chi le condivide e da un consiglio di degustazione che le abbina, appunto, a un programma televisivo.
Il volume si conclude con una zuccherosa poesia della contessa Pinina Garavaglia.
Come sempre nel caso di Dalla Vecchia, i suoi libri sono un connubio fra informazione puntuale e leggerezza privata, fra documentazione storica e nostalgia dolceamara, ma sempre mantenendo un tocco glamour, frizzante, eppure classico e senza tempo. Li ho letti tutti, uno dopo l’altro, sfogliandoli ogni volta con interesse e tenerezza, sapendo che mi avrebbero insegnato qualcosa ma, soprattutto, si sarebbero fatti strada là dove sono custoditi i miei ricordi più preziosi.
Christian Testa, "Nel respiro del tempo"
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Nel respiro del tempo
Christian Testa
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Nel panorama poetico contemporaneo, Christian Testa si distingue per una voce autentica, capace di scavare con delicatezza e profondità nei recessi dell’interiorità umana. Dopo il volume Pensieri poetici nel tempo, edito da questa Casa editrice e già prefato dal sottoscritto, Testa torna con un nuovo volume che ne conferma la maturità espressiva e la coerenza tematica con Nel respiro del tempo.
Nel fluire incessante della vita, tra attimi di luce e ombre di pensiero, Christian Testa ci invita a sostare, a respirare, a sentire. Nel respiro del tempo è un viaggio poetico che attraversa l’esistenza con sguardo sincero e voce limpida, raccogliendo emozioni, riflessioni e immagini che si fanno versi.
Dopo Pensieri poetici nel tempo, Testa prosegue il suo cammino lirico con una raccolta che abbraccia la quotidianità e l’infinito, il concreto e il trascendente. Le sue poesie sono brevi, ma dense; semplici, ma mai superficiali. Ogni componimento è una scheggia di vissuto, un frammento di verità, un respiro che si posa sul foglio.
Nelle liriche Fiore, Grande albero e Antico carro, la natura diventa interlocutrice silenziosa, custode di bellezza e memoria. In Amore, Amicizia e Miei cari, l’autore esplora i legami affettivi con delicatezza e nostalgia, cercando nel sentimento una via per restare umani. In Tempo, Passato e Obiettivo, si avverte l’urgenza di comprendere il senso del vivere, il peso delle attese, la corsa contro l’inevitabile. In Santa Maria, Salita in cielo e Fine, la spiritualità si fa preghiera e riflessione, un dialogo aperto con il mistero e la fede. In Pancetta, Gattina e Dancing in the night, emerge l’ironia, il gioco, la leggerezza che bilancia il tono più meditativo della raccolta. In Nazione, Legge e Soldi, la poesia si fa civile, interrogando il presente e le sue contraddizioni con sguardo critico ma mai cinico. Testa scrive con una voce che non cerca artifici, ma autenticità. La sua metrica è libera, il linguaggio diretto, ma capace di evocare immagini vivide e universali. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge con il cuore aperto. È un invito a rallentare, a osservare, a ricordare. È un dono che Christian Testa fa al lettore, con la generosità di chi ha vissuto e ha scelto di condividere pensieri ancora umani in un tempo sempre più frenetico e disumanizzato.
In queste pagine, il lettore troverà versi che non cercano di compiacere, ma di rivelare. Ogni componimento è una tessera di un mosaico emotivo, dove il dolore, la speranza, la memoria e il desiderio si intrecciano in un dialogo silenzioso con il tempo e con l’essere.
La poesia di Testa è intimista ma mai chiusa in sé stessa. Pur partendo da esperienze personali, riesce a toccare corde universali, offrendo al lettore uno specchio in cui riconoscersi. Il suo linguaggio è limpido, ma non banale; la sua metrica è libera, ma sempre sorretta da un ritmo interiore che guida la lettura come un respiro profondo.
Christian Testa conferma la sua vocazione poetica: quella di dare voce all’indicibile, di trasformare il vissuto in arte, di cercare nella parola un rifugio e una rivelazione. È un viaggio che non pretende di offrire risposte, ma che invita a sostare, a sentire, a riflettere.
Chi ha apprezzato Pensieri poetici nel tempo troverà in questo nuovo volume una continuità tematica e stilistica, ma anche una crescita, una maggiore consapevolezza del potere evocativo della poesia. E chi si avvicina per la prima volta all’opera di Testa scoprirà un autore capace di parlare al cuore con sincerità e profondità. Ogni poesia è un respiro: a volte affannoso, a volte sereno, ma sempre vero. Nel respiro del tempo è un libro che si legge lentamente, come si ascolta una melodia che ci somiglia. È un invito a fermarsi, a guardare, a sentire. È un dono sincero, che ci ricorda che ogni giorno può essere poesia. In un tempo segnato da inquietudini, disillusioni e fragilità, la poesia di Christian Testa si propone come un balsamo per l’anima. Non pretende di risolvere i mali del mondo, ma li guarda in faccia, li nomina, li attraversa. E nel farlo, offre al lettore uno spazio di riflessione, di conforto, di resistenza.
La poesia, in queste pagine, diventa atto di cura. Cura del ricordo, della bellezza, della verità. È uno strumento umile ma potente, capace di restituire senso dove il senso sembra smarrito. È voce che si alza contro il rumore, gesto che si oppone all’indifferenza, parola che consola quando tutto tace.
Nel respiro del tempo non è solo una raccolta di versi: è un invito a credere che, nonostante tutto, l’umanità possa ancora salvarsi attraverso la tenerezza, la memoria, la spiritualità e l’ironia. È la testimonianza che la poesia, quando nasce dal cuore e parla al cuore, può essere un rifugio, una guida, una luce. In questo respiro condiviso, forse, possiamo ritrovare noi stessi. E per dirla alla Umberto Saba, che credeva nella vita perché credeva nella poesia, «d’ogni male mi guarisce un bel verso».
Michele Miano
Christian Testa, Nel respiro del tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-78-3, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Christian Testa è nato a Pavia nel 1975 e vive a Villanterio; ha iniziato ad occuparsi di poesia nel 2014. Ha conseguito più di cento riconoscimenti letterari in concorsi di livelli nazionale e internazionale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in lingua italiana e in dialetto pavese. È inoltre autore di testi di canzoni per il liscio e per la musica leggera.
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Don Giovanni Mangiapane, "Omaggio a papa Francesco"
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Omaggio a Papa Francesco
Don Giovanni Mangiapane
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Questa pubblicazione di Don Giovanni Mangiapane - come si deduce dalla specificazione apposta sotto il titolo Omaggio a Papa Francesco - è scritta in lingua siciliana e tradotta in italiano: è noto che le traduzioni da altra lingua, soprattutto per la poesia, sono destinate a perdere in parte l’efficacia lirica e fonetica del testo originale. Nel caso del nostro autore siamo di fronte ad una scelta metrica rispettata per tutte le composizioni: strofe costituite da quartine con rima prevalente ab-cd. Anche quando l’abilità del traduttore riesce a conservare la rima in italiano, essa difficilmente mantiene i ritmi suggestivi e tipici del siciliano, in particolare con le desinenze caratteristiche in u precedute da una consonante. Se il lettore prova a confrontare la prima strofa della prima poesia del libro - «Vergini Maria, matri di Cristu/ e di cu abbrazza lu crucifissu./ Tu ca veni in aiutu a lu bisognu,/ anchi si nun ti chiama “iu ci sugnu”…» - con la sua traduzione - «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “di te ho bisogno”…», s’accorgerà della differenza insita nelle due versioni: ergo consigliamo al lettore stesso, anche se non avvezzo al siciliano, di procedere ad una lettura attenta della lingua isolana per apprezzarne le peculiarità contenute.
Fatte queste precisazioni formali ed estetiche circa il lessico del nostro autore, occorre addentrarci a prendere in considerazione il genere poetico dello stesso e il tipo di messaggio che gli sta a cuore. Il titolo non lascia dubbi: si tratta allo stesso tempo di poesia religiosa e didascalica, poiché Mangiapane dedica le sue liriche a Papa Francesco al fine di proporlo alla società e all’umanità intera come modello di testimone evangelico al quale accomuna le sue doti umane, che possono rendere credibile la presenza della Chiesa anche per chi non crede. Le sue quartine visitano in particolare il breve tempo di Bergoglio vissuto nella sofferenza a causa delle sue condizioni di salute prima, durante e dopo il ricovero ospedaliero, fino al termine della sua parabola terrena. Il sacerdote siciliano pone in primo piano anche l’ansia, la preoccupazione e l’attesa circa il decorrere della malattia, da parte dei fedeli, segno del rispetto, dell’attaccamento e dell’amore da loro sempre manifestato verso un Pontefice vicino alla gente, ai poveri, predicatore di pace e giustizia.
Uno spazio importante è lasciato anche alle poesie che invocano a Cristo e alla Vergine Maria l’intercessione per la salute di Francesco: in tali casi i testi si trasformano in preghiera – nella fattispecie preghiera di richiesta – con una spiccata accentuazione della dimensione verticale della fede.
L’analisi critica testuale più ravvicinata ci consentirà ora di scoprire anche altri aspetti dell’Omaggio a Papa Francesco. Vi troviamo, come già detto, l’invocazione alla Vergine Maria: «Considera la Chiesa: ha paura;/ la vita del Papa è appesa ad un filo./…/ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli vera grazia eccezionale…» (24 febbraio 2025). Nella lirica successiva il poeta si rivolge a Cristo con un linguaggio diretto, ricordando l’opera che il Papa sta compiendo sulla Terra: «…Tu gli affidasti la Chiesa tua santa,/ la guida forte a Lui, tutta quanta./ Gira il mondo portando il tuo nome,/ dona coraggio a tutti e come!// Non abbandonarlo ora nella prova,/ la sua malattia per noi è grande scuola…» (Preghiera, 26 febbraio 2025).
Passano i giorni dell’assenza di Francesco dalla finestra di Piazza San Pietro e la gente che solitamente lo vedeva apparire sorridente vestito di bianco, ne sente la mancanza: «…Gode di ogni gioia del mondo,/ prega per chi soffre tutto intorno./ Oggi per il Papa il mondo prega,/ la malattia di affacciarsi gli nega…» (27 febbraio 2025). Le suppliche al Signore per la sua guarigione sono incessanti, il sacerdote-poeta confida nell’intervento divino: «…Servo dei servi Lui firma,/ lo Spirito e la Grazia conferma./ Bisogno abbiamo della sua presenza,/ della Parola che dona Speranza…» (2 marzo 2025).
Ed ancora sottolinea un’altra scelta di questo Papa, per la prima volta nella storia della Chiesa porta il nome del poverello di Assisi: «Padre Santo che ti chiami Francesco,/ il primo della storia, tutto fresco:/ Gesuita hai scelto il cantore,/ hai scritto “Laudato sii mio Signore”…» (4 marzo 2025). Così non può dimenticare che il messaggio francescano è un invito alla pace, quella vera: «Francesco diventa poverello,/ ma ha un cuore troppo bello;/ somiglia tutto al Signore,/ diventa quello che è: “Amore”.// La Pace parte sempre dal cuore,/ per la Pace vera Lui ci muore…» (La pace, 12 marzo 2025). In modo inaspettato Bergoglio viene dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma e torna in Vaticano: si riaccendono negli animi le speranze che possa restare ancora con i suoi fedeli, esultano i cuori: «Regalo grande ci ha fatto il Signore,/ a santa Marta è tornato il Pastore./ Papa Francesco ritorna a casa,/ Quaranta giorni Gemelli travasa…» (23 marzo 2025).
Ma, in modo altrettanto repentino, la sue condizioni peggiorano, fino all’ultima ora di presenza in questo mondo, dopo giorni di sofferenza: «…Stamattina è come una mazzata:/ la vita del Papa è trasferita./ Pensaci Tu ora che l’hai vicino,/ non ti dimenticare del mondo nel lino» (Morte di Papa Francesco, 21 aprile 2025). Tanti altri pensieri hanno albergato nella mente e nel cuore di Don Giovanni Mangiapane in quei giorni di trepidazione, timori, attese, speranze e poi la cruda realtà della perdita di un forte e coraggioso testimone di Cristo e del Vangelo, e la sua ispirazione volle ancora offrirgli le parole per celebrarlo: «…Si vide subito che prese la via,/ con il nome Francesco e Laudato sia./ Poi abbracciò forte ogni sociale,/ poveri, carceri, periferia, normale./…/ Uomo della Pace è chiamato,/ come uomo dei ponti evocato./ Lavorò sino all’ultima ora,/ dolori smorzati sono allora» (Sepoltura di Papa Francesco, 26 aprile 2025).
Con la morte e la sepoltura di Papa Francesco non si conclude il libro di Don Giovanni Mangiapane; egli segue gli avvenimenti successivi, come il Conclave e l’elezione del successore: «Oggi comincia il Conclave,/ la sola parola fa tremare./ Chiusi, isolati dal mondo,/ eppure lo hanno tutto intorno…» (Extra omnes, 7 maggio 2025).
La fumata bianca è giunta abbastanza presto e, come spesso è capitato in passato, la sorpresa è stata generale: «“Habemus Papam” Leone il nome,/ dall’America viene come drone./ Però impastato tutto di Europa,/ Agostino e lo spirito di Proba…». Un nuovo Papa che piace al nostro autore che così conclude la poesia a lui dedicata: «…Oggi siede sulla Sedia di Pietro,/ di Cristo ha misura e metro./ Per il mondo intero pieno di pene,/ a Cristo si professa: Ti voglio bene» (Papa Leone XIV, 9 maggio 2025).
In questa prefazione, parlando del linguaggio di Mangiapane, ho sempre usato il termine lingua siciliana e non il vocabolo dialetto siciliano. Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione. Esistono progetti culturali promossi dalla Regione Sicilia, dei quali l’autore fa parte, che si prefiggono l’obiettivo di attuare pienamente la Legge Regionale 9/11, di rilevante importanza per i siciliani, in quanto sostiene la promozione, la valorizzazione e l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole. Omaggio a Papa Francesco, per la lingua adottata, rientra nei canoni auspicati dalla succitata legge, così come altre pubblicazioni di poesia, tra cui Versi siciliani, sempre ad argomento religioso, utilizzato nel Liceo Classico Internazionale “Umberto I” di Palermo. In uno dei documenti della L.R. 9/11 si dice: «In una società sempre più liquida e globale, la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali».
Il recupero della “sicilianità” è dunque nell’agenda letteraria della cultura isolana: ad majora!
Enzo Concardi
Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Don Giovanni Mangiapane (Cammarata, AG, 1944), sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 al 2023. Ha inoltre ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 al 2009. Ama scrivere poesie in lingua siciliana che poi diffonde in internet tramite i social. Ha pubblicato tre raccolte di liriche: Lu Verbu si firmà e cuntà (2022) contenente testi trasposti in musica; Versi Siciliani (2024), opera online in due volumi promossa dall’Assessorato Regionale all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Regione Sicilia con lo scopo di valorizzare l’insegnamento della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole; la terza pubblicazione s’intitola Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis (2024).
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