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teatro

Il teatro di Pietro Nigro.

28 Marzo 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #teatro

 

 

 

 

Teatro di Pietro Nigro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939, poeta, saggista, apprezzato dalla critica letteraria e con al suo attivo numerosi riconoscimenti, è l’autore delle tre commedie, che prendiamo in considerazione in questa sede,

Il Nostro è stato grande amico dell’Editore Guido Miano, che ha pubblicato il suo primo libro di poesia Il deserto e il cactus nel 1982 che gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).

Il teatro, definito come la più umana delle arti, in un’epoca come la nostra tecnologizzata, alienata e liquida sempre maggiormente giorno dopo giorno, si rinnova e trova ancora espressioni, manifestazioni, epifanie in nuove opere, altre sceneggiature come quelle di Nigro, a dimostrazione della sua importanza necessaria nel panorama culturale e artistico della nostra contemporaneità.

Tale valore consiste per chi lo pratica e per i suoi fruitori, nel tentativo che spesso incontra risultati concreti, di ritrovare le radici più profonde dell’esserci sotto specie umana in un contatto catartico e immediato tra attori e spettatori tra palcoscenico e platea, quando tutto, contrariamente che nel cinema, avviene dal vivo.

Come sottolinea Enzo Concardi nella sua acuta e centrata premessa le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte: nella prima ritroviamo Il padre sagace (atto unico in tredici scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in nove scene) che hanno come argomento comune ed esito finale – sebbene con trame diverse – la vittoria dell’amore.

Alla seconda categoria appartiene Noi studenti, definita dallo stesso autore “una commedia drammatica” (definizione intrigante nella sua ambivalenza), sviluppantesi in 3 atti e sei scene che riguarda l’argomento del rapporto tra professori e studenti, che non a caso è stato la traccia per un tema d’italiano in alcuni licei classici.

Leggendo i testi dei suddetti lavori, proprio perché sono fortemente icastici, pur nella loro leggerezza, si ha la sensazione di affondare nella pagina, nell’immergersi per il lettore nelle parole dette con urgenza, precisione e arguzia dai protagonisti che ci trasmettono il fascino di un mondo, un mondo che forse per alcuni aspetti è il nostro universo giornaliero, spazio scenico della vita quotidiana di tutti ovviamente trasfigurato attraverso l’arte.

I temi affrontati nella prima commedia sono quelli dell’amore, dei sentimenti autentici connessi con la prospettiva di un matrimonio per la ragazza Margherita che deve scegliere tra due pretendenti, tra un’unione basata sull’interesse e una fondata sull’amore e la sincerità.

Per quanto riguarda la sua scelta trova le influenze opposte tra loro del padre e della madre, in quanto il primo vorrebbe che la figlia sposasse un giovane buono, sincero e intelligente. mentre la seconda un nobile ricco.

In un contesto intenso e forte, a volte anche giocoso e grottesco e divertente, importante perché si tratta della felicità della protagonista per tutta la sua vita attraverso delle benedette nozze, si gioca la partita che nel lieto fine si realizza con la felicità di Margherita che sposa quello che sinceramente ama.

Non può essere non considerata l’ironia incontrovertibile, una vis comica, che anima l’eclettica scrittura di Nigro la cui cifra distintiva, anche nelle vesti di drammaturgo, ha un’espressività veramente unica.

Così leggiamo il monologo di Don Ferdinando, padre della ragazza che si deve sposare nella scena 4 della commedia Il padre sagace: «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello. Mia figlia non è una sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille per aver campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre. Tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!».

Toccanti le parole suddette dalle quali si evince la presenza di bontà e lungimiranza di una figura paterna che desidera veramente la felicità della figlia, convinto giustamente che la ricchezza e gli onori senza che Margherita provi un sentimento per chi li possiede sono controproducenti per la gioia.

È meglio che la figlia sia felice con chi veramente ama sfatando il luogo comune matrimonio-patrimonio, anche se nella vita reale che non è una messinscena né fantasia d’arte ragazze come Margherita, sono rarissime e questo fa parte della lezione della realtà.

Leggendo le tre commedie si ha l’impressione di averle sempre provate le emozioni che provano i personaggi immaginandoli in una recitazione, su uno spazio scenico e scenografico a tu per tu con gli spettatori nel loro incarnarsi negli attori.

Prevale nelle due prime commedie un’atmosfera briosa, giocosa anche se le situazioni descritte appartengono a fatti importanti e fondanti nella vita delle famiglie, mentre nella terza sceneggiatura tra gioie ma anche dolori vengono dette, rappresentate situazioni dell’universo docente-discente, un rapporto importante per i giovani nel sistema scolastico, quando la scuola stessa è un capitolo fondante per le loro esistenze strumento essenziale per andare avanti.

Anche se la vita stessa è tutta una recita (come ironicamente qualcuno afferma) le tre commedie che qui incontriamo nel leggerle con attenzione lanciano il messaggio per il lettore che è quello di vivere con ottimismo l’esistere anche in presenza di ostacoli e dolori che però tramite una metamorfosi attraverso l’intelligenza che è la capacità di risolvere i problemi, possono essere vinti e trasformarsi in gioie se, come asserivano anche i filosofi del pragmatismo americano, la vita è degna di essere vissuta e in prospettiva diacronica il bene vince il male secondo la visione cattolica.

Leggiamo in Noi studenti (Commedia drammatica in tre atti) le parole dello studente Alberto sul tema degli insegnanti nell’atto primo scena prima: «Sì, proprio loro. Credono di essere i nostri padroni. Non fanno che bersagliarci di domande alle quali a mio parere loro stessi difficilmente saprebbero rispondere. Rispondiamo come possiamo in rapporto alle nostre possibilità. Mai soddisfatti. Per loro non valiamo nulla! Eh, e invece loro valevano quando erano studenti! Il mondo è fatto così: quando un uomo che ne ha combinato di tutti i colori arriva alla fine della sua vita per molti diventa un buon uomo. Così molti “dotti” insegnanti: quando sono stati alunni erano i peggiori, ora invece spiattellano menzogne (con ironia): non siamo stati bocciati mai, eravamo sempre promossi con l’esenzione delle tasse, e cose simili. Le loro parole ci divertono al pari delle spacconate di un buffone!».

Trapelano dalle parole di Alberto astio e rabbia derivate dalla tracotanza e dalla presunta presuntuosità degli insegnanti menzogneri che paradossalmente quando erano alunni erano i peggiori.

Detto in altre parole dalla tragedia emerge anche il tema del potere dei docenti stessi che è anche economico, esercitato sugli allievi.

Infatti mentre i docenti sono pagati per la loro funzione non a caso, gli studenti al contrario devono pagare le tasse scolastiche.

Quindi rispetto a quanto suddetto la dialettica tra i due insiemi, fin dal tempo degli antichi, continua a ripetersi anche se comunque non mancano le eccezioni di docenti intelligenti e sensibili nel loro relazionarsi con i loro alunni in maniera paritaria ovviamente nel rimanere diversificati i ruoli delle due parti.

Raffaele Piazza

 

Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”,  prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.

        

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" Il teatro di Pietro Nigro"

9 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #teatro

 

 

 

 

 

 

 

Teatro di Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà autoritarie delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riguarda il tema del rapporto tra professori e studenti. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.

 

Il padre sagace

 

Una breve commedia brillante e leggera, scarna e semplice, scritta con dialoghi rapidi in cui i personaggi dimostrano di sapere bene ciò che vogliono. Il canovaccio è quello tradizionale della trama amorosa che vede intrecciarsi sentimenti e volontà, in un’epoca e in un contesto culturale in cui i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie dei giovani e delle giovinette. Marta, la madre di Margherita, promette in sposa a Don Carlo - barone di Montestellario - la figlia. Ma Don Ferdinando - il padre sagace - la pensa diversamente dalla moglie: lui crede nel primato dell’amore, lei vede solo ricchezze e titoli.

La vicenda si conclude come in tutte le fiabe: e vissero felici e contenti. Margherita sposerà Renato, il suo amore segreto, ed alla fine anche la madre Marta acconsentirà al matrimonio; Don Carlo si consolerà con Nicoletta, una ragazza appena conosciuta in casa di Don Ferdinando. L’unico infelice, per il momento, sarà Michele, l’amico intimo di Nicoletta, che si sente tradito dalla scelta di lei.

L’esito finale della commedia si basa sull’alleanza caratteriale e ideale fra padre e figlia, fra don Ferdinando e Margherita - contrariamente a tante altre opere simili - dove la parte del genitore autoritario e retrogrado spetta alla figura paterna. Basta sentire due monologhi di don Ferdinando per rendersene conto: «Sia ringraziato il cielo. Se n’è andata (la madre). Meno male che ci sono qua io. Sposare mia figlia a quell’idiota vanitoso (Don Carlo), sarebbe il colmo! Lei dovrà sposare un giovane che le voglia veramente bene e che la faccia felice. Ecco Margherita: ora sì che si può ragionare. Tutta suo padre, tutta suo padre!» (Scena II). «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello (Renato). Mia figlia non è una testa sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille (Don Carlo) per avere campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre, tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!». È evidente nella commedia la differenza di statura morale tra la coppia madre-pretendente e padre-figlia: due universi agli antipodi come valori, apertura d’animo e orientamenti di vita. Da una parte il vecchio mondo provinciale attaccato ai beni materiali che rappresenta il passato, dall’altra un respiro di modernità e di sentimenti autenticamente umani.

 

Il trionfo dell’amore

 

Commedia nella quale l’amore trionfa, grazie alla casualità del destino che interrompe il fidanzamento, combinato dalle famiglie, tra Alfonso ed Emma. La visita improvvisa ed imprevista dell’amico d’infanzia Teddy conduce i due giovani a scoprire che Emma e Teddy si amano da tempo, e che la freddezza di Alfonso nei confronti di Emma è causata dal fatto che anche Alfonso ha un altro amore, Edy, tuttavia rifiutato e respinto dai genitori. Svelata tale situazione alle rispettive famiglie, la ‘combine’ architettata fallisce e tutto si risolve con il trionfo del sentimento e del cuore, contro le imposizioni autoritarie di una mentalità meschina e retriva. E tutto avviene nell’ultima scena – la XI – dove i giovani rivelano ai genitori come stanno le cose: Alfonso (indicando i nuovi arrivati): «Guardi lei stessa». Elsa (vedendo la figlia accanto a Teddy): «E questo cosa significa?». Emma (sorridendo): «Significa che ho risolto il problema senza strilli e frizzi. (indicando Edy che si è avvicinata ad Alfonso) Questo spiega perché Alfonso era freddo con me. (Scherzando) Riservava tutto il suo calore a quella lì».

Elsa: (prendendo le parti della figlia e dando uno sguardo risentito ad Alfonso) «Un giovane falso e sleale». Bianca (agitata): «E no! Semmai è sua figlia falsa e sleale. Dice di aver risolto il problema senza strilli e frizzi. Ma se il problema era lei! Le chieda da quanto tempo se la intende con quel Teddy!». Alfonso (intervenendo tra sua madre e la signora Zanoli): «Basta! Vedete come si fa presto a cambiare opinione. (Alfonso sorridendo invita Edy, Emma e Teddy ad avvicinarsi, tra lo sbalordimento dei suoi genitori e quelli di Emma) Quando voi pensavate di imparentare le nostre famiglie, noi avevamo già fatto le nostre scelte. Ho dovuto far finta di accettare il vostro volere (rivolgendosi ai genitori). Mi sono arrovellato il cervello per venirne fuori. L’occasione si presentò quando mi accorsi del turbamento di Teddy incontrando Emma, e capii che si amavano. Decidemmo allora che era arrivato il momento di farvi comprendere come stavano le cose. Ora lasciate che i sentimenti facciano il loro corso e che l’amore trionfi».

Pur sviluppando la stessa tematica della commedia precedente, qui l’intreccio amoroso è forse lasciato troppo dipendere da incontri fortuiti, piuttosto che derivare da volontà precise dei personaggi, indebolendo così la loro determinazione ad esercitare il libero arbitrio.

    Noi studenti

 

È un lavoro teatrale ambientato nel mondo scolastico, la cui trama viene costruita appositamente dall’autore con finalità didascaliche e sociali. Sono in gioco i ruoli di professori e studenti, l’autoritarismo degli uni e la ribellione degli altri; i concetti educativi e il senso di giustizia; gli errori commessi da entrambi e la capacità di riconoscerli, la quale infine conduce all’esito finale di perdono e riconciliazione. Il senso drammatico dell’opera è costituito soprattutto dalla morte della madre di Alberto - lo studente protagonista della storia. La signora Marmora, già ammalata di cuore, soccombe al dolore per l’espulsione dalla scuola di suo figlio, dopo un diverbio con il professore ‘Iosotutto’. I tre atti si concludono con la riammissione di Alberto che, pur addolorato per la grave perdita affettiva, vede tuttavia riconosciute le sue ragioni, grazie alle scuse chieste al professore, il quale a sua volta, dopo aver convinto il Preside e il Consiglio dei Docenti a riabilitare lo studente, diverrà più comprensivo e dialogante nei rapporti con gli studenti.

Questa commedia, delle tre di Pietro Nigro, è senz’altro la più attuale come tematiche e sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del protagonista, lo studente Alberto, che incarna istanze di giustizia, solidarietà ed affronta la realtà del dolore maturando uno spessore umano superiore a quello dei suoi compagni, come si evince da questo monologo: «Oh, destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce… O mia giovinezza, o primavera degli anni! Dov’è la luce che a te è riservata, dov’è l’eterno olezzante soffio impregnato d’un divino profumo d’ambrosia. (Con disperazione, mettendosi le mani sul viso) Dove!… Dove!… Che sarà di me. Potrò resistere a tanto male? Ma non devo abbandonarmi. Come farebbe mia madre, ammalata, senza un sostegno? Non voglio la sua morte! Povera mamma mia. Ricordo le parole del dottore: “La pongo nelle sue mani: il più saldo sostegno che le resta. A lei affido le chiavi della morte e della vita. Le sappia ben usare”».

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”,  prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

 

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Roma che non abbozza

22 Dicembre 2022 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le recensioni pazze di walter fest, #recensioni, #cinema, #teatro, #unasettimanamagica

 

 
 
 
 
 
Le feste di Natale sono tanto belle ma per me diventano un vero stress, finalmente ho finito il mio turno serale al centro commerciale. Cinquanta euro al giorno per vestirmi da babbo Natale e poi farmi fotografare da tutti i visitatori sono proprio soldi guadagnati con fatica e ora eccomi qua a bordo della mia 500 per ritornare a casa, spogliarmi del costume e poi cucinare due spaghetti al volo. 
Azz! La macchina  è rossa, io sono vestito di rosso e la spia della benzina è pure a rosso fisso, al primo benzinaio mi devo fermare, sarò pure babbo Natale ma mica posso fare miracoli. Infatti la 500 senza bumba non carbura, adesso borbotta, zoppica, sobbalza, cazzo si sta per fermare, sono rimasto a secco.
La mando a folle, che culo, mi trovo su Viale Regina Margherita, vedo un cancello aperto, per istinto mi ci ficco. Sono arrivato a vela, parcheggio dove capita, perbacco, non ho molte alternative, preferisco qua che in mezzo alla strada.
Ma dove mi trovo? Bella questa palazzina, chissà se adesso mi prestano una tanichetta per fare rifornimento. Entro e vado a chiedere, di fuori su una  targa vedo scritto “Anica”. Anica? Ma sarà la sede della celebre associazione? Vabbè, speriamo che dentro trovi qualcuno che mi dia una mano.
 
Il  malcapitato, cioè io, sale le scale, si guarda intorno ma non vede nessuno. 
 
- Ciao, babbo Natale.
 
- Ah! Meno male che c’è  qualcuno. Chiedo scusa, sono rimasto senza benzina e ho dovuto parcheggiare qua da voi, mica avreste da prestarmi una tanichetta, un recipiente qualsiasi per andare dal benzinaio, che dopo ve  la riporto?
 
- Boh? Forse sì, ma prima le farebbe piacere entrare?
 
Lui chi è? E' un tizio sulla cinquantina, cicciottello, in testa un cappello da cow boy e due baffetti da sparviero (omaggio a Gianfranco D'Angelo). Il sorriso è ammaliante e, con un gesto accomodante, fa entrare Babbo Natale in una sala vuota.
 
- Ma questa è una sala cinematografica?
 
- Sì, bella vero? La prego, sediamoci, sta per iniziare lo spettacolo.
 
Buio in sala, scorrono i primi titoli di testa, Roma che non abbozza scritto da Claudio Oldani per la regia di Paolo Battisti.
 
- Babbo Natale, possiamo darci  del tu? Adesso non mi fare troppe domande, vedrai che ti piacerà.
 
La storia, che adesso sta per essere proiettata, è ambientata a Roma nel 1867. Tutto si svolge su una piazzetta come tante altre, da una parte c’è una fontanella, davanti la facciata d'una casa, poi un portone, una finestra e un'osteria, fuori dalla quale due botti di vino, sedie e un tavolino.
A quel tempo c'era un fermento di cambiamento e i giovani, insieme ai  garibaldini, volevano ribellarsi al potere temporale. Il popolo, composto da gente semplice, onesta e dal cuore grande, ha scritto pagine di storia senza che nessuno le abbia mai fatto un monumento o un ricordo alla memoria.
Solo la gente dei rioni sapeva come erano veramente andate le cose. Uomini, donne, vecchi e ragazzini, passata la buriana, hanno, giorno dopo giorno, fatto Roma come la conosciamo adesso.
Mentre gli anni passavano e la storia cambiava, eccoci arrivati ai primi del ‘900. Il popolo è sempre lo stesso e pure la gente che comanda non sempre fa della giustizia regola di vita. Mica è bello, ma i Romani hanno fede e tirano avanti senza abbozzare, perfino nel momento più buio e assurdo della storia dell’umanità, nel 44 della seconda guerra.
E così l'osteria diventa un forno, il tranviere perde il lavoro per non aver aderito e fatto la tessera del partito, un figlio parte in guerra alla conquista della colonia africana perché con il padre non si comprende. Salvo che poi nel finale la verità - e il cuore della gente che non ha perso la speranza - decide che è arrivato il momento di finirla con la prepotenza.
La storia è piena di sangue versato e di impari lotta, ma il sacrificio non è stato vano, Roma ha retto botta e dobbiamo solo dire grazie a questa brava gente, veri eroi che dei più neanche sappiamo il nome.
 
- Allora, ti è  piaciuta?
 
- Ma quello che ho visto è stato uno spettacolo teatrale?
 
-Sì, oh! Che sbadato che sono, non mi sono neanche presentato. Sono Paolo Battisti e, mi raccomando, sta in campana. Se mi dici che sono parente di Lucio, mi incazzo.
 
- Ma che scherzi? Piacere mio mi, mi, mi chiamo Armando, per gli 'amici “Zagaja”. Ecco, lo  sapevo, adesso che mi son, che, che, che, che mi son emozionato, comincio a balbettare.
 
- Tranquillo, bevi un goccetto.
 
Paolo porge ad Armando una boccetta.
 
- Ammazza, bono, ma che robba è?
 
- Disinteressati, bevi, e vedrai che adesso ti passa tutto.
 
- Ma che sei un mago?
 
- No, sono il regista di Roma che non abbozza e questa boccetta è un ricetta di mia nonna. Allora, cosa dicevamo?
 
- Insomma, quello che ho visto l'avete fatto a teatro vero?
 
- Sì, nel mese di Giugno del 2022, è stato portato in scena qui a Roma al teatro Garbatella, scritto da Claudio. La regia è stata mia, hanno partecipato come attori più di venti persone, insomma, un lavorone. E adesso, grazie ad Augustarello, hai potuto assistere  a questa proiezione.
 
- A Paolè, ma lo sai che il testo era vera poesia? Oh! Secondo me i dialoghi avevano un certo non so che di veramente poetico. Accipicchia, ma chi l'ha scritto è stato proprio bravo! E poi lo sai che è stata proprio una bella idea? 
 
- Quale?
 
- Quella di narrare le vicende di  questi protagonisti di generazione in generazione. Ma lo sai che assomiglia  tanto a quello della mia famiglia?
 
- Certamente simile alla tua e a quella di tanti altri romani.
 
- Per esempio devi sapere che mio padre era del 1922 e poteva essere il fornaretto, mio nonno, che non ho mai conosciuto, non ricordo, forse era nato nel 1898 e magari faceva proprio il tranviere. E Vincenzo, il mio bisnonno, sono quasi sicuro che faceva il carrettiere. Immagina che quando tornava la sera a casa s'addormentava sul carretto con la pipa in bocca. E il cavallo, che di nome faceva Garibaldi, per fortuna conosceva la strada, trucche, trucche cavalluccio, e così il padre di mio nonno non perdeva mai la strada di casa. A Paolè, sai che tè dico? 
 
- Dimmi tutto.
 
- Che tu questa storia la devi continuare. Dammi retta, organizza un altro spettacolo teatrale che inizi con la fine della guerra, gli anni '50 con la ricostruzione, e poi prosegui con gli anni ‘60, il boom economico, per poi passare agli anni ‘70 - 80, quelli della contestazione e della violenza, poi gli anni ‘90 del consumismo e della finzione, poi il 2000 fino ai giorni nostri, che pertanto è storia recente. Trova una famiglia a caso, se non c’è  la puoi inventare, mica vuoi dirmi che ti manca la fantasia?
 
- Direi di no e poi?
 
- E poi la morale della favola è che, essendo ora la nostra una vita che va tutto alla rovescia, il messaggio che dovete dare è di ottimismo e di fiducia nel cuore della gente e nella testa. L'unico pensiero è di volerci bene, che la vita è bella ed è una sola, che il paradiso noi lo abbiamo già qua e che, pure dopo secoli di idiozia, verrà il momento di pacifica normalità, dove tutti lavoriamo, studiamo e ci divertiamo, che Roma della pace è capitale e questa nazione della cultura è il faro, che ne dici, si può fare?
 
- Ci devo pensare.
 
- A proposito di robba forte, con te credo che prima t’ho dato la boccetta sbagliata.
 
-E perché? 
 
-Mi sembri troppo gasato.
 
-A Paolè, devi avere fiducia in babbo Natale.
 
- Sarai pure gasato ma sei pure rimasto senza benzina!
 
- A proposito, ma ce l’hai una tanichetta? E voi, mica ci avreste cinque euro da prestarmi? 
 
Amici lettori di signoradeifiltri, buon Natale a tutti, e per tutti pace, serenità e felicità per l’anno che verrà, un 2023 migliore dei precedenti, un nuovo anno che ci ripaghi, che ci consoli, che ci regali tutto quello che abbiamo perso e il destino avverso ci ha negato.
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Andrea Mirò e Alberto Patrucco Degni di nota - tra Gaber e Brassens

7 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #teatro, #musica

 

 

 

Teatro dell'Olivo a Camaiore, in provincia di Lucca, uno di quei piccoli gioielli che non ti aspetti in una provincia versiliese montana, una bomboniera di palcoscenico, tra palchetti e piccola platea. Bellissimo. E poi uno spettacolo di altissimo livello culturale, capace di unire leggerezza a impegno, di coniugare il minimalismo di Brassens con il massimalismo di Gaber, in un alternarsi di voci femminile (Mirò) e maschile (Patrucco) sempre all'altezza dei testi e delle musiche. Tutto molto bello in questa produzione teatrale diretta con mano salda da Emilio Russo, due anni di lavoro tra traduzioni, arrangiamenti e allestimento, ma i frutti si vedono. Un recital giocato sul filo dell'ironia e del sarcasmo, senza mai eccedere, graffiante critica di una società post consumistica che ha perso valori e punti di riferimento, frecciate contro televisione e pseudocultura, ma anche frizzanti punzecchiature politiche a base di nonsense, assonanze, giochi di parole. Umorismo colto, molto inglese, ma soprattutto anarchico, alla Gaber - Brassens, veri protagonisti della serata. Testi di Alberto Patrucco - istrionico attore che quando canta ricorda il grande De Andrè -, traduttore e arrangiatore del Brassens meno noto, quello inedito, mai sentito in italiano, che in passato si è tolto pure la soddisfazione di andare a recitare il suo poeta preferito a Parigi, in italiano. Tredici testi che si fondono con le parole di Gaber fatte rivivere dalla splendida voce femminile di Andrea Mirò, calda e intensa, graffiante e dura quando serve. Uno spettacolo che non è mai retorico e celebrativo, ma che fa rivivere parole e musica di due artisti del secolo scorso, in un modo o nell'altro capaci di lasciare un segno indelebile nella nostra cultura. E i testi comici si uniscono bene alla poesia - canzone, perché sono in linea con la poetica anarchica dei due grandi Giorgio (italiano e francese) del Novecento, illuminanti e profondi per quanto è vuoto e superficiale il periodo storico che stiamo vivendo. Se la televisione facesse ancora cultura, come un tempo, invece di ospitare idioti che naufragano per finta in un'isola dei Caraibi, sarebbe uno spettacolo da proporre in prima serata. Alla fine il pubblico applaude a scena aperta e gli attori concedono un bis. Successo meritato.

 

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Goldoni e Livorno

27 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #teatro

È noto che Carlo Goldoni, il quale esercitava l’avvocatura a Pisa, nel 1748 incontrò a Livorno Gerolamo Medebach, capocomico di una affermata compagnia di attori, marito dell’avvenente Teodora, famosa per la sua bravura sul palcoscenico e per la sua beltà. Si presuppone, anche se non è provato, che abbia alloggiato a Montenero, nella casa di quest’ultimo. Qualcuno sospetta persino che i begli occhi di Teodora non l’abbiano lasciato indifferente. Fu così, in ogni modo, che conobbe l’ameno paesino in cui decise di ambientare la sua “Trilogia della Villeggiatura”.

Scritta e rappresentata nel 1761, è composta da “Le smanie per la villeggiatura”, “La villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”. La compagnia Medebach recitò nell’unico teatro esistente allora a Livorno, il San Sebastiano, in via delle Commedie.

Di là dall’intrigo d’amore, e dal tema della passione contrapposta alla razionalità illuminista, l’argomento della trilogia è la smania borghese di apparire più altolocati di quanto non si sia e di quanto non permettano le reali possibilità economiche. Quindi si smania per villeggiare a Montenero, per usare carrozze, servitù, bagagli, carte da gioco, argenterie, cavalli, candele, prendendo tutto a credito, nonostante le difficoltà finanziarie.

Montenero era, infatti, la località prediletta dagli abitanti di Livorno per passare le vacanze, nell’immaginario collettivo dell’epoca, doveva avere connotazioni arcadiche. Ne “Le Smanie” si accenna al fatto che i protagonisti spendono più in un mese a Montenero che in un anno a Livorno, che si può far economia in città ma non certo risparmiare in villeggiatura, dove non si deve sembrar meno sfarzosi degli altri.

Pietro Vigo conferma che Goldoni aveva della località solo un’idea superficiale e che non ricordava bene le distanze - oppure, pensiamo noi, non aveva particolare scrupolo di verità – poiché descrisse come lungo e faticoso un tragitto che, dice sempre Vigo, in carrozza non poteva durare più di trentacinque minuti.

Leggendo la trilogia della Villeggiatura vi si trovano accenni che hanno dato ragione a molti di negare non solo che il Goldoni abbia scritto o pensato commedie a Montenero, ma che vi sia stato anche per poco. E veramente, pur fatta ragione dei tempi nei quali la città più piccola e le comunicazioni assai meno facili e più dispendiose facevano troppo più seria ed importante di oggi una gita a Montenero, ci fa meraviglia di leggere che per venire a questo villaggio i ricchi livornesi ordinavano i cavalli alla posta e facevano calde raccomandazioni ai cocchieri, perché pascessero bene le loro bestie, pagando di tasca per esser più sicuri. Ci fa meravigliare e sorridere il leggere la risposta che il signor Filippo nelle Smanie per la villeggiatura dà a Brigida sua cameriera che aveva domandato con chi avrebbe fatto il viaggio da Livorno a Montenero: Tu andrai, come sei solita andare in mare in una feluca colla mia gente; dove, come osserva giustamente il Targioni-Tozzetti, i facoltosi livornesi per questa consuetudine di mandare i famigli in feluca, avrebbero dovuto, per un piccolo tratto di strada imbarcare e sbarcare i bagagli e le supellettili dal navicello per poi caricarli sopra un barroccio che li avrebbe trasportati sul monte. Sicché sarebbero venuti a sbarcare ad Antignano e di qui saliti a Montenero, la qual cosa, aggiungo io, era quasi impossibile in quei tempi, nei quali mancava la bella e comoda via detta delle Pianacce, costruita sotto Leopoldo II, e le comunicazioni fra Montenero ed Antignano non si facevano che per viottoli o per l'aspra via della macchia sotto il Monte Burrone, veramente inaccessibile, pel tratto che più s'accosta a Montenero, al trasporto di carri, bagagli e masserizie.”

Ed ecco uno stralcio da “Le smanie”

Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

Paola Boffoni, “Montenero: realtà e fantasia” in “Montenero, un colle a capo della città” centro studi Attilio Barucci, Livorno

It is known that Carlo Goldoni, who practiced advocacy in Pisa, in 1748 met in Livorno Gerolamo Medebach, head of a well-known company of actors, husband of the handsome Teodora, famous for her skill on the stage and for her beauty. It is assumed, even if it is not proven, that he stayed in Montenero, in the latter's house. Some even suspect that Theodora's beautiful eyes did not leave him indifferent. It was thus, in any case, that he knew the pleasant village in which he decided to set his "Holiday Trilogy".

Written and represented in 1761, it is made up of "Le smanie per la villeggiatura", "La villeggiatura" and "The return from the holiday". The Medebach company performed in the only theater then existing in Livorno, the San Sebastiano, in via delle Commedie.

Beyond the intrigue of love, and the theme of the passion opposed to the Enlightenment rationality, the topic of the trilogy is the bourgeois desire to appear more high-ranking than one is and the real economic possibilities allow. So one craves to vacation in Montenero, to use carriages, servants, luggage, playing cards, silverware, horses, candles, taking everything on credit, despite the financial difficulties.

Montenero was, in fact, the favorite place for the inhabitants of Livorno to spend their holidays, in the collective imagination of the time, it had to have Arcadian connotations. In "Le Smanie" there is mention of the fact that the protagonists spend more in a month in Montenero than in a year in Livorno, that you can save money in the city but certainly not save money on holidays, where you should not look less gorgeous than the others.

Pietro Vigo confirms that Goldoni had only a superficial idea of ​​the locality and that he did not remember the distances well - or, we think, he had no particular scruple of truth - since he described long and tiring a journey that, as Vigo always says, in a carriage could not last more than thirty-five minutes.

 

“Reading the holiday trilogy, there are hints that have given reason to many to deny not only that Goldoni wrote or thought comedies in Montenero, but that he was there even for a short time. And really, despite the reason of the times in which the smaller city and the much less easy and more expensive communications made a trip to Montenero more serious and important than today, it makes us wonder to read that the wealthy people of Livorno to come to this village ordered the horses at the post office and made warm recommendations to the coachmen, so that they could feed their beasts well, paying out of pocket to be safer. It makes us wonder and smile to read the answer that Mr. Filippo in the Smanie for the holiday gives to Brigida his maid who had asked him with whom he would have made the trip from Livorno to Montenero: You will go, as you usually go to sea in a felucca with my people; where, as rightly pointed out by Targioni-Tozzetti, the wealthy people of Livorno for this custom of sending their servants by felucca, would have had to, for a small stretch of road, embark and unload their luggage and belongings from the ship and then load them onto a barroccio that would have transported them to the mountain. So they would come to land in Antignano and from here go up to Montenero, which, I add, was almost impossible in those times, in which the beautiful and convenient via delle Pianacce, built under Leopoldo II, and the communications between Montenero, were missing and Antignano had only paths or the rough road of the scrub under Monte Burrone, truly inaccessible, due to the stretch closest to Montenero, to the transport of wagons, luggage and household goods. "

 

And here is an excerpt from "Le smanie".

 

Yes, it is too true, whoever wants to appear in the world, agrees that he does what others do. Our holiday in Montenero is one of the most popular, and most demanding. With the company, with which one has to go, I am in awe. I am also in need of doing more than what I would like to do. But I need you. The hours go by, you have to leave Livorno earlier in the evening, and I want everything to be quick, and I don't want anything to be missing. "

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Goldoni

13 Marzo 2014 , Scritto da David di Luca Con tag #david di luca, #teatro, #psicologia

Goldoni

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell'agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L'ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra. Per esempio, s'apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de' cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell'onestà, della buona fama; oppure se questi non s'incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d'abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s'apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch'io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de' pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch'io t'insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch'io sono innamoratissima di Paolino, ch'ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d'affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell'amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell'occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L'ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l'ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l'autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand'uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d'introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d'infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano "infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri". A questo punto " la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell'altra.". Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

20 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #teatro

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"

Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia

Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.

Aldo viene accolto in Mediaset e ne vive forse il periodo più innovativo e brillante, quello degli esordi, del Drive in, della Milano da bere. Firma un programma che resta nella storia della televisione “Target”, partecipa a “Verissimo”, a “il Bivio” e a “Giallo Uno”.
Tutto il monologo è una scoppiettante rievocazione di tanti anni di televisione e di mille incontri, da quelli con i miti come Mike Bongiorno, a quelli con personaggi colorati e istrionici come l’amico Malgioglio, Platinette, Moira Orfei, la sensuale Alba Parietti dei tempi del glorioso sgabello. Scorrono sotto i nostri occhi tutti i big: Raffaella Carrà, Mino Reitano, i Pooh, Rita Pavone, Miguel Bosè, Amanda Lear. Il pezzo è tutta una carrellata di soubrette e soubrettine, di personaggi chiacchierati, come Nina Moric e Fabrizio Corona, ma anche di contatti professionali importanti, di maestri del giornalismo e della televisione come Maurizio Costanzo.
Il tono è disteso, ironico, facile ma in grado di ricostruire dall’interno un mondo che tutti noi conosciamo solo superficialmente, senza renderci conto del lavoro che c’è dietro, della fatica anche fisica. Immaginiamo l’impegno, gli appostamenti in attesa del vip di turno, la difficoltà di ottenere l’esclusiva di un’intervista, il lavoro certosino che sta alla base di un programma, la dedizione e la passione di chi non conosce domeniche o feste comandate.
Si spazia attraverso tutta la storia della televisione, da “Pippi Calzelunghe” a “La Casa nella Prateria”, da “Michele Strogoff” a“Drive In”, da “Orzoway” al “GF” - autentico spartiacque fra ciò che lo ha preceduto e la grande stagione del reality – e, ancora, dalla tivù generalista ai canali digitali.
Il testo si apre in due direzioni: da una parte l’approfondimento saggistico, dall’altra la memoria. Le due componenti si fondono in una sola, cosicché l’excursus attraverso la storia della televisione è tracciato sul filo di una prepotente nostalgia personale.

La fine degli Anni Settanta segnò per noi piccoli telespettatori un passaggio epocale e uno choc assoluto ma benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5 dove ritrovai molti dei miei beniamini. Il primo è stato Mike; dopo di lui, arrivarono Loretta Goggi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Corrado: tutti transfughi dalla Rai.”

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