Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo... Per rincontrarci"
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Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… Per rincontrarci
Guido Miano Editore, Milano 2025
Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).
Verso il nuovo mondo… Per rincontrarci, la raccolta di poesie di Nigro che prendiamo in considerazione in questa sede, anch’essa pubblicata per i tipi di Guido Miano, presenta una prefazione di Michele Miano acuta e ricca di acribia.
Entrando nel merito dell’analisi e del giudizio dei contenuti del volume il primo dato che emerge consiste nel fatto che le composizioni che incontriamo si situano in continuum con quelle delle precedenti opere poetiche del Nostro conservando l’originalità della forma e dello stile inconfondibili.
Si tratta di quello che si potrebbe definire come un corale canzoniere dedicato alla presenza-assenza dell’amata scomparsa prematuramente e proprio lei è il tu al quale l’io-poetante si rivolge.
La silloge non è scandita in sezioni e anche per questo è connotata da una forte compattezza formale e semantica e i componimenti sembrano sgorgare gli uni dagli altri in una virtuale lunga ed ininterrotta sequenza.
Il libro per la sua alta qualità s’inserisce nel solco della grande poesia italiana contemporanea che ha affrontato il doloroso tema della dipartita di una persona cara e questo genere di poesia vede gli esempi più alti nelle poesie di Montale per la fine della moglie Drusilla e nelle poesie di Ungaretti per la morte del figlio nonché nel volume Tema dell’addio recente di Milo De Angelis dedicato alla memoria della moglie Giovanna.
Cifra essenziale della poetica di Pietro è una vena neo lirica tout-court e consapevolmente i versi divengono una riattualizzazione produttiva dei momenti felici passati insieme all’amata e non un gemersi addosso. disperato.
In Ci ritroveremo leggiamo: «Ci ritroveremo in quel luogo un giorno/ in un mondo senza inizio né fine/ io e te/ e gli altri che amammo./ Avremo nuove sembianze/ sprazzi di un infinito fulgore./ Aleggerà un etereo sorriso/ su rigenerate presenze…».
Proprio nella poesia suddetta si esemplifica l’ottimismo di Nigro nel presentare a livello immaginario un incontro vivo con l’amata in un luogo del quale non viene detto nessun riferimento e che quindi potremmo immaginare come catartico per gli amanti e connotato da vaga bellezza, un Eden, e ci sono rimandi a temi religiosi. Quando viene detto l’Eterno che dispiegherà un infinito splendore nel quale vivere insieme il nuovo sogno, immagini tratte dal componimento Il sogno di un poeta infelice.
Le poesie spesso sono generate da un senso appunto di rêverie e un fattore x che ha qualcosa di magico le pervade e la raccolta assume il senso di un testamento spirituale.
In L’approdo leggiamo: «Innaturale silenzio/ mentre percorro l’ultimo sentiero/ che porta all’approdo./ Forse si apriranno/ spazi inattesi/ dove buttare la mia impazienza…». Anche qui domina la speranza e sarebbe riduttivo parlare solo di una rielaborazione del lutto in versi. Invece nel poiein del Nostro domina la forza salvifica stessa della scrittura in genere e nel caso preso in esame di quella in versi e il libro in toto potrebbe essere paragonato a un messaggio in bottiglia destinato all’amata gettato in un oceano lunare della tranquillità con la viva speranza che le arrivi perché lei anima possa leggere le parole che quando era nel mondo lui non le aveva ancora detto.
Raffaele Piazza
Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.
Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"
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Gilberto Vergoni
Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Gilberto Vergoni è nato a Fano (PU) nel 1955 e vive a Cesena (PC). Di professione neurochirurgo trova nella scrittura il varco salvifico, la leggerezza per emergere dall’oceano di dolore dei suoi pazienti che si riflette su di lui nell’enorme responsabilità che ha di curarli nel migliore dei modi.
Del resto rimane anche nel Terzo Millennio il binomio poeta-medico che, per fare un esempio, tra i tanti è incarnato in Antonio Spagnuolo, il poeta napoletano che continua ad essere attivissimo e sulla cresta dell’onda con la sua attività di poeta, critico letterario e promotore che svolge da più di cinquanta anni a livello non solo nazionale ma internazionale.
Il volume presenta una esauriente e acuta prefazione di Enzo Concardi e non è scandito in sezioni ma è strutturato in un continuum di poesie e prose che come dice il titolo rispecchiano l’anima dell’autore nel ricercare e trovare in vari modi il senso della vita e inoltre sono inseriti segmenti di carattere secondario che si presentano come curiosità, appunto le spigolature.
Un’opera composita dunque ed anche originale e unica che supera per complessità ed articolazione la mera raccolta di poesie.
Sempre in bilico tra gioia e dolore la poetica di Gilberto che fa degli affetti familiari una delle tematiche centrali e le prime due poesie che incontriamo sono dedicate alla figlia e al figlio mentre la terza all’amica Elena.
Tutti i componimenti poetici sono suddivisi in strofe e lo stile e la forma sono affabulanti nel rivolgersi accorato all’interlocutore di turno.
Si potrebbe definire tout-court neo – lirica la cifra distintiva di queste poesie nel senso di un’effusione dell’animo del poeta in modo preciso e con una forte dose di sintagmi che aggregandosi provocano, per i sentimenti forti che esprimono emozioni notevoli nei lettori che spesso riscoprono parti di se stessi nell’identificarsi con i messaggi veicolati dall’io-poetante.
In Figlio leggiamo: «C’è sempre quella foto che amo/ ricordo gli occhi scuri sempre pronti al sorriso/ o quando timoroso ti scioglievi in un abbraccio.// Viandante solitario sulla mia stessa strada,// ho cercato di condividerne il percorso/ sussurrando echi di storie senza fine…».
Nei suddetti versi c’è tutto il pathos di una paternità vissuta quasi come gioco felice quando il poeta afferma che avrebbe voluto condividere il percorso del figlio andando oltre il tempo lineare che va stretto sussurrando echi di storie senza fine.
Realistiche e chiare le prose che sono dei frammenti dai titoli articolati e densi come Quelli che esercitano amore di sapienza fanno una meditazione continua della morte e in questo frammento l’io - narrante è l’autore stesso che si racconta al tempo dell’infanzia e in particolare qui viene detto l’episodio di Gilberto bambino con il suo senso empatico delle cose che tornato a casa dall’asilo trova a casa i genitori e altre persone affrante per la morte dell’amatissima nonna che abitava nella casa con la famiglia del piccolo.
Si riscontra un comune denominatore che è quello di un realismo icastico sia in poesia che in prosa e non manca un richiamo al misticismo per esempio quando vengono nominati gli angeli.
Raffaele Piazza
Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.
Oakley Hall, "Warlock"
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WARLOCK
Oakley Hall
Ultima notte a Warlock è un romanzo di genere western del 1958 scritto da Oakley Hall e da cui venne tratto un film con Henry Fonda, Antony Quinn e Richard Widmark.
La vicenda si svolge in una cittadina arricchita dalle miniere che hanno portato benessere e ricchezza; ci sono due saloon, un postribolo, vari negozi. La minaccia degli indiani Apache esiste solo nei ricordi dei vecchi.
Ma il problema è di ordine pubblico; la banda McQuonw impazza. Ci sono soprusi e angherie; gli sceriffi vengono uccisi o scappano. I borghesi non sanno come difendersi; per quanto spaventati decidono di organizzarsi. Questo è un momento chiave per la cittadina. Non c'è legge, manca chi tuteli la legalità, si è sottomessi a chi sa sparare. La città più vicina dove ci sono le autorità è lontana, a qualche giorno di carrozza; ogni faticoso viaggio delle delegazioni di Warlock è infruttuoso perché le autorità fanno solo promesse. Solamente quando la cittadina diverrà una contea, potrà avere un vero sceriffo. Intanto ci si deve accontentare di qualche vicesceriffo malpagato, barricato in un ufficio sormontato da una vecchia e cadente insegna. Su un muro all'interno ogni uomo di legge scrive il proprio nome, accanto a quello dello sfortunato predecessore.
La cosa interessante è che quanto fanno i cittadini esasperati per reagire al crimine è comunque fuori dalla legge. Assoldano un Marshall, Blaisedall, noto pistolero che viene in città accompagnato da una fama di ottimo tiratore. Ma tutto ciò che decide il comitato di Warlock è extralegale; è un organismo autonominato, senza legittimità; questo però è il mondo del Far West dove si deve replicare a delle emergenze, muovendosi in un territorio non mappato; che si tratti di un'epidemia, di un attacco indiano, di una banda di malviventi, si deve reagire per sopravvivere. Per combattere il disordine, bisogna per forza uscire dagli schemi della normalità.
La contingenza, in un contesto povero di regole, rischia infatti di essere travolgente; è necessario incanalarla per non esserne vittime.
Nel romanzo, si disegnano molte traiettorie che avviluppano i destini dei vari personaggi con una grande attenzione introspettiva. Spesso è il passato a riemergere pesantemente. Il vissuto dei singoli è un macigno che porta grandi conseguenze; solo nel finale ci saranno dei brutali tagli che risolveranno, anche nel sangue, questi viluppi. Lo scavo psicologico è costante e si creano varie coppie; il Marshall Blaisedall è legato al meschino Morgan il quale vede in lui l'unico amico mai avuto in una esistenza fatta di immoralità. Lo stesso Blaisedall, pistolero severo ma non vuoto interiormente, ha una relazione con una giovane, Jessie, piena di valori etici e filantropa. Infine il nuovo vicesceriffo Gannon si lega in modo complicato a Kate Dollar, venuta in città per vendicarsi di Morgan; poiché a Morgan poco importa anche di se stesso, l'unico modo per ferirlo, spiega Kate, è cercare di uccidere il suo amico Blaisedall.
Le donne hanno ampio spazio, sono ricche di personalità e iniziativa.
Inoltre nell'opera un grande risalto è dato alle lotte sindacali dei minatori che trovano assistenza da parte di Jessie e di un dottore che offrono aiuto ai lavoratori infortunati. Questa lotta che a un certo punto vede l'esercito americano arrivare per placare con durezza uno sciopero e arrestare i minatori, schierandosi con i padroni, non è trattata nel film probabilmente perché il tema, siamo negli anni cinquanta del secolo scorso, era troppo delicato politicamente. Nel libro l'immagine dei militari che si schierano con i potenti, quasi come se fossero una polizia privata, rimane molto forte; invece, nel film western del 1980 I cancelli del cielo, di Michael Cimino, la cavalleria americana giunge a salvare i grandi allevatori di bestiame, poco prima che vengano sopraffatti dai contadini che intendevano massacrare.
La parte più interessante del libro vede l'arrivo del Marshall, cui si affida appunto la cura dell'ordine pubblico. Naturalmente ciò avviene non senza contraddizioni; i bravi cittadini lo apprezzano perché riporta sicurezza nelle polverose strade su cui si affacciano molte attività. Ma quando un paio di malintenzionati, entrati in città nonostante fossero stati messi al bando dal comitato cittadino, restano a terra, uccisi da Blaisedall, sorgono molti dubbi. Si vorrebbe l'ordine, ma non si sopporta di vederne apertamente il prezzo di sangue che richiede.
Blaisedall diviene una persona divisiva; alcuni seguitano a essergli riconoscenti, altri lo vedono come una figura ingombrante, altri ancora come il giudice locale lo accusano di agire fuori dalla legge. Ma in fondo, come detto, anche il comitato cittadino è solo un gruppo di privati che si è avocato dei poteri di controllo che non hanno fondamento. È quindi autoreferenziale. E lo stesso verboso e pesante giudice agisce come giudice onorario, non nominato da nessuno. Ma non c'è altra strada; l'alternativa è subire l'arbitrio altrui, quello dei malviventi.
C'è un'evoluzione nel romanzo che segue il crescere di consapevolezza della popolazione; al Marshall si contrappone il nuovo vicesceriffo Gannon, anch'egli pieno di contraddizioni. È stato membro della banda McQuonw, poi si è allontanato. Perciò è guardato con molta diffidenza finché non si batte con coraggio contro i vecchi compagni.
A questo punto, sconfitti i banditi, sorge una domanda inevitabile. A cosa serve ancora il Marshall che oltretutto si accompagna all'amico Morgan, cinico e detestato gestore di una casa da gioco? Sarà sufficiente il vicesceriffo, l'unica vera autorità legittima, per far camminare da sola la cittadinanza?
Il romanzo si stacca, come detto, in vari punti dal film e lo sopravanza in pessimismo; ma rimane comune questo interrogativo in ambedue le opere.
In fondo Blaisedall, uomo leale e rigoroso, è uno sconfitto al pari dei banditi che lui stesso ha combattuto. L'epoca dei pistoleri, romantica e sanguinosa, sta compiendo i suoi ultimi passi. L'uomo con le sue pistole dal calcio in oro, è fuori dal tempo, quasi un pezzo di mondo selvaggio e ferino da lasciarsi alle spalle.
Gannon, sgraziato, brutto di aspetto e malpagato è il futuro. Nel film e anche nel libro, si vede il fiero Marshall estrarre le pistole d'oro prima del vicesceriffo venuto ad affrontarlo; ma Blaisedall non spara e getta a terra le armi prima di andarsene per sempre, capendo che deve farsi da parte e tramontare insieme al suo mondo; non può adattarsi al nuovo. Ora c'è la legge e lui non ha più nessun ruolo. Le sue pistole restano a terra, tra la polvere, come cimeli di un passato violento e senza legge, ormai superato.
Sembra prevalere il meglio, ma i singoli pagano quasi tutti un alto prezzo. La stabilità della comunità chiede un sacrificio a molte individualità, non solo ai banditi, in modo che si affermi un nuovo ordine.
Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"
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Oltre il velo del mondo
Pasquale Ciboddo
Guido Miano Editore, Milano 2025.
In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto.
Ogni poesia è una candela accesa nel buio della disillusione; ogni verso è un altare costruito con le parole del silenzio. In un tempo in cui l’uomo sembra aver smarrito il senso del sacro, questo libro è un pellegrinaggio interiore, una condanna gentile contro il rumore del mondo, una carezza alla coscienza, un respiro alla memoria.
Caro lettore, non troverai risposte facili né dogmi. Troverai, invece, il dubbio fertile, la luce fioca ma persistente, la tenerezza che si nasconde nell’attesa. Troverai la voce di Pasquale Ciboddo, fragile e potente, che chiede solo di essere ascoltata con il cuore aperto.
Esiste un luogo invisibile agli occhi, dove l’anima dialoga con la luce, dove le domande non cercano risposte ma profondità. Oltre il velo del Mondo è il tentativo di varcare la soglia tra il tangibile e l’invisibile, tra il rumore del tempo e il silenzio del senso.
In queste pagine, la poesia diventa pellegrinaggio: si attraversa l’amore non come possesso ma come dono, si contempla la fede non come certezza ma come sussurro, si abbraccia la spiritualità come cammino che non ha fretta. E sullo sfondo, un mondo che accelera, produce, semplifica, distrugge: il progresso, che nel suo slancio tecnologico rischia di svuotare il cuore e dissolvere l’essenza. Si leggano i versi emblematici: «…Odio, vendetta e guerra/ attanagliano quei popoli/ che vivono tra la fame/ la morte e la malasorte./ E pace e amore/ tardano ad arrivare» (Sono calpestati). Le parole qui raccolte non insegnano: invocano. Non mostrano sentieri: li evocano.
Pasquale Ciboddo osserva il cielo, ascolta la terra, e tra le fenditure dell’esistenza cerca il senso che ci sfugge ogni volta che lo riduciamo a spiegazione. Chi leggerà questo libro, forse sentirà che sotto le superfici c’è ancora un battito antico, una memoria sacra che ci chiama a essere più umani, più semplici, più veri.
Pasquale Ciboddo non è solo il poeta che canta la sua Sardegna e i suoi amati stazzi, ricordo di una perduta civiltà agreste ma è il poeta della speranza. E c’è un’isola infatti - aspra, luminosa, intima - che fa da culla a questo canto. La Sardegna, con i suoi stazzi, le pietre che raccontano, il vento che ricorda, non è solo luogo geografico: è anima, è radice, è voce che ritorna. Il poeta la celebra come madre antica e come specchio in cui riflettere il dolore e la bellezza dell’umanità intera.
Il suo sguardo parte dalla terra che lo ha nutrito, ma si apre al mondo: l’amore che canta non ha confini, non distingue razze o religioni, perché è amore che tende all’essenziale, all’umano, al divino. Ogni verso è un gesto di compassione, una carezza lanciata oltre il tempo e le culture.
La sua spiritualità non è dogmatica né distante. È incarnata nel quotidiano, nei gesti contadini, nelle albe silenziose, nelle preghiere sussurrate tra le foglie. Il poeta non predica: invoca. E lo fa con voce umile, ma profonda, cercando quel senso religioso che non divide, ma abbraccia: «…Oggi nessuno/ può conoscere a fondo/ la sapienza del Signore./ E allora si prega/ pieni di speranza» (Oggi nessuno).
Oltre il velo del Mondo è una raccolta che attraversa il visibile per toccare l’invisibile, cantando la Sardegna e il mondo, la fede e il dubbio, la speranza e la nostalgia. È una liturgia anche laica per chi cerca ancora il sacro nel profumo della terra, nel volto di un uomo, in un raggio di luce che non giudica ma accoglie. «Oggi la città/ consuma la vita umana./ Era certo il romanzo,/ la poesia della mia esperienza/ vissuta in campagna/ negli stazzi della Gallura/ ad avere l’esistenza/ un vero senso» (Era certo).
Ma il poeta non può ignorare le ferite del mondo. Le guerre che divorano la speranza, l’odio che scava fossati tra gli uomini, i conflitti che negano il volto dell’altro - tutto questo entra, dolorosamente spesso nei suoi versi. Non come accusa, ma come testimonianza. Perché chi canta la luce, non può voltarsi davanti all’ombra.
Il paragone con la fine delle api è immagine lacerante: creature che danzano per comunicare, che impollinano la vita e rendono fecondo il tempo. La loro scomparsa è un silenzio che grida, un vuoto che profuma di apocalisse. Così come la perdita dell’amore per l’altro, della compassione, della spiritualità condivisa, segna il collasso di un’umanità ormai stanca di essere umana. Le api e la pace: due forme di armonia. E nel loro declino, il poeta intravede un’unica domanda: cosa stiamo sacrificando nel nome del progresso? Quale canto smetteremo di ascoltare se continuiamo a correre senza fermarci mai?
Questo libro è dunque anche un grido gentile, un appello poetico alla riscoperta della cura, della meraviglia, della sacralità del vivere. Un invito a proteggere ciò che è fragile, perché forse proprio lì - nell’ala trasparente di un’ape, nel volto di un bimbo - si nasconde ancora il senso del nostro vivere. Si legga la lirica Il mondo: «…Il mondo è dominato/ dal male e dalle guerre/ e dalle grandi povertà./ Le api stanno morendo/ e pure le persone./ Così si annuncia/ la fine della vita/ nel mondo».
E così, dopo aver camminato tra parole e visioni, Pasquale Ciboddo solleva lo sguardo al cielo. Non con paura, ma con fiducia. Perché, nonostante le rovine, i silenzi spezzati, le lacrime che non si vedono, egli crede. Crede che l’amore sia ancora più forte dell’odio, che la luce resista all’ombra, che la grazia si nasconda perfino dietro una guerra, in attesa di essere riconosciuta.
Allora invoca - non un castigo, ma una carezza divina. Implora che l’armonia torni a posarsi come rugiada sugli animi stanchi. Che la pace non sia solo un sogno, ma un germoglio che cresce, seppur fragile, tra le crepe del mondo: «…Se non interviene/ Dio a mitigare/ l’animo dei ribelli,/ nel mondo/ non ci sarà/ più pace» (Se non interviene). Che la salvezza non riguardi pochi, ma tutti, proprio tutti perché nessuno è escluso dalla compassione del cielo. «…Dio salverà/ e riempirà di gioia/ i popoli oppressi/ ovunque sulla terra» (Dio salverà). Nel suo cuore, il poeta non supplica invano. Egli sa - sente - che un mondo migliore è possibile. Non immediato, non facile, ma in cammino. Ogni parola scritta è un seme piantato nell’attesa della primavera. Ogni verso è una luce che attraversa il velo, e lo rende trasparente appunto Oltre il velo del Mondo.
E forse, leggendo, ci accorgeremo che la luce non è mai andata via. Eravamo noi a non guardarla abbastanza.
Michele Miano
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L’AUTORE
Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.
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Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.
Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"
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Michele Miano
So che ti prenderai cura di me
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Ho letto il tuo libro So che ti prenderai cura di me (Poesie e Appunti) dedicato a tuo padre Guido e a tuo zio Alessandro deceduti rispettivamente nel 2022 e nel 1994 indietro negli anni. Erano gli anni della mia giovinezza, quando i sogni di un giovane poeta iniziarono a realizzarsi. Conobbi tuo padre Guido a casa mia a Noto dove era venuto a trovarmi. Tu, ragazzino, gli facevi compagnia. E il mio salotto divenne il crogiolo dove prese il via la mia avventura letteraria con la consegna a tuo padre di un gruppo di composizioni poetiche da cui nacque il mio primo libro Il deserto e il cactus pubblicato nel 1982. Dopo quel libro furono tante le pubblicazioni per i tipi delle edizioni Guido Miano.
Tutto iniziò quando tuo zio Alessandro fondò la rivista Davide nel 1951, ancora studente universitario a Catania, incoraggiato dagli amici Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini. Quella rivista fu la fucina da cui nacque la Casa Editrice Miano che prese l’avvio il 18 giugno 1955 a Milano, uno dei più importanti centri di cultura in Italia. Lo stesso giorno, dopo 67 anni, si chiuse la missione terrena di Guido Miano.
E non solo nacque la casa editrice, ma due anni dopo fu istituito il “Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo” presso il “Centro Sperimentale italiano di Giornalismo”. Ne era direttore lo stesso Guido Miano, e Presidente il Prof. Michele Clausi Schettini (Provveditore agli Studi di Milano) e dopo il pensionamento il Prof. Avv. Giuseppe Menotti De Francesco (Rettore dell’Università Statale di Milano).
La rilevante eredità di Guido Miano dopo la sua morte fu raccolta dai figli Michele, Carmelo e Laura. L’Editrice Guido Miano è cresciuta a tal punto da diventare un punto di riferimento nel campo editoriale da sorpassare in qualità case editrici storiche, ma che hanno abbandonato fundamentalis culturae themata.
Tra le liriche del poeta Michele Miano mi ha emozionato la lirica Cerco. Descrive luoghi che io ho conosciuto durante i miei soggiorni estivi quale commissario agli esami di Stato negli anni ’70. «Cerco nei tuoi occhi i sogni che trattengo / e le speranze, e il dolore che colgo / giù a valle con i drammi che si nascondono / tra i muri bianchi, i viali verdi e i fiori.»
Il poeta vede riflessi negli occhi di chi gli sta di fronte i suoi sogni e le sue speranze, mentre laggiù a valle, si consumano i drammi che la natura, indifferente, nasconde dietro i muri bianchi, i viali verdi e i fiori. Quanto è bella la natura, tanto è doloroso il destino umano. Quella cima balza, ricca d’erba, quella parte rocciosa a strapiombo, però, nasconde una perla di rugiada, tra gli abeti, che ti consola e ti fa risorgere.
E il cielo sembra annegare / in un mare di stelle.
E il naufragar mi è dolce in questo mare.
Sono due versi: il primo di Michele Miano; il secondo di Giacomo Leopardi. Fra i due versi vi è una somiglianza logica, una similitudine. Il mare del Leopardi è il mare di stelle del Miano: il Leopardi naufraga dolcemente, cioè prova piacere nel mare dell’infinito, vasto e misterioso; il Miano sembra annegare in un mare di stelle, dove al di là di esse c’è l’infinito. Ambedue perdono la concezione del presente, della realtà, e si immergono in qualcosa di più grande smarrendosi al di là della realtà tangibile.
Il cielo citato dal Miano è Dio. Risiede nei cieli: etimologicamente Dio e il Cielo sono la stessa cosa. Dio = Cielo; Cielo = Dio (deiwos, djews, parola indoeuropea che significava il cielo). Secondo la visione umana e alcune religioni è la dimora del Creatore dell’universo. Michele Miano, pertanto, nel due versi «E il cielo sembra annegare / in un mare di stelle» intende dire che l’uomo non è in grado di trovare Dio. Allora solleva una preghiera: Ma quando verrà il vero Natale? (Natale)
Non ci resta che il “Silenzio”: «Ed, ecco, l’alba, foriera di nuove illusioni; e i “Ricordi”: E il giorno è come la notte / la notte è come il giorno. / Oggi, domani e dopodomani. Poi: Per un attimo mi sembra di raggiungere / il nervo delle cose, / ma un battere di ciglia non è / un colpo d’ali che ti solleva…».
Per l’essere umano non c’è verso per raggiungere l’essenza, la verità profonda delle cose. Sembra, ma non si realizza. La Verità è irraggiungibile. Senza il supremo apporto di forze mentali evolute che abbiano avuto il tempo di svilupparsi tecnologicamente e psichicamente non si può essere in grado di modificare la struttura mentale dell’uomo che permetta di superare i limiti mentali raggiunti. Ciò implica l’accettazione dell’esistenza di un cosmo non limitato alle sole dimensioni terrene, ma ad un mondo materiale e spirituale superiore. Una realtà più complessa e profonda di quello che percepiamo, un’apertura a dimensioni trascendentali. Un percorso a noi finora sconosciuto. “Sensazioni (Paesaggi dell’anima)” si conclude con questa terzina: «Oltre, il mio orizzonte, / le risposte che non ho, / in un quaderno ancora senza titolo».
Sapranno i nostri posteri, e forse noi stessi se non saremo spariti per sempre dopo la morte (non c’è una prova, ma solo una fede prodotta dalla nostra cultura – tante altre sono le culture e pertanto le religioni o Credi diffusi nel mondo – una fede, dicevamo, sull’immortalità dell’anima e su una vita oltre la vita che ‘ci fa credere in un certo modo’, di cui non c’è certezza)? Progredire, anche oltre la morte. Non sappiamo. Grande è il mistero.
Alla fine della raccolta poetica: So che ti prenderai cura di me, e che Michele Miano definisce preghiera-soliloquio, frase-titolo che l’autore rivolge al padre Guido, dei frammenti numerati, senza titolo perché non ne hanno bisogno essendo come una meditazione che muta direzione o pensiero o emozione verso una nuova prospettiva avente come fine il capire meglio se stessi, immersi come siamo in una confusa direzione cosmica. Ha pure una dedica: ad Alessandro Miano. E come un discorso del tutto personale, ma i cui destinatari sono il padre Guido e lo zio Alessandro. Il soliloquio inizia con l’apparizione di una vela in mare. Si continua con le due porte: la porta del presente, naturalmente aperta, e quella del domani, chiusa: e questo perché non si conosce il domani. La porta aperta visibilizza le cose che vedi e che naturalmente non possono essere positive perché non sono del Cielo, ma della Terra dove la sofferenza è all’ordine del giorno.
Si diventa silenziosi guardando un’esistenza che sembra non avere alcuno scopo. Si diventa verdi di rabbia associata a un’intensa frustrazione; verdi di bile che porta ad una emozione negativa intensa; «Verde questo giorno senza cielo o questa strada senza sole», per finire con un verso di straziante dolore: «io sarò l’onda che s’adagia ai bordi della sera». (Frammenti IV)
Ed è là in quei bordi che concluderemo la nostra vita adagiandoci come l’onda quando si farà sera, preludio dell’eterno buio della notte. E i frammenti si concludono con l’immagine di un mondo e di una vita di cui si impossessa una tenera gramigna che crea dolci prati, ma soffoca la tua esistenza causando un danno ineliminabile impossessandosi di te, tanto che «il cielo è rattrappito / e sembra pregare ai singhiozzi della vita».
Isolato un frammento senza titolo, un’amara chiusura, ma un richiamo a Dio, le Dieu inconnu di Paolo VI nel discorso che fece all’ONU. (Dio ignoto può riferirsi al romanzo di John Steinbeck, Al Dio Ignoto – East of Eden, o all’espressione greca Agnostos Theos. Questa seconda espressione, menzionata negli atti degli Apostoli, racconta che Paolo di Tarso fece un discorso all’Areopago di Atene riferendosi a questo Dio sconosciuto che era una divinità venerata nell’antica Grecia e Roma). Nell’isolato frammento prima della triade lirica a chiusura dei Frammenti, Michele Miano in due terzine brevi invoca Dio. Resta una speranza - dice -, buia. Una preghiera per un’assenza, quella di Dio, di cui anela la presenza: «e buia è la speranza / di te, mio Dio». Sono meritevoli di citazione il primo verso dell’ultima composizione del libro: Passerà questo tempo balordo, ma specialmente l’ultimo verso a chiusura della raccolta: Forse mi resta accanto almeno un deltaplano. È come se l’uomo potesse volare, spaziare nell’aria, libero delle pastoie della vita.
Pietro Nigro
Raffaele Piazza, "Poesie per Alessia"
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Raffaele Piazza
Poesie per Alessia
Guido Miano editore, 2025
Nella nuova raccolta di Raffaele Piazza, Poesie per Alessia, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, giugno 2025, l’autore rievoca con voce ferma e delicata una figura femminile che sembra incarnare l’essenza stessa del desiderio adolescenziale, celato tra i sogni di un’estate lontana. L’autore trasforma l’ombra evanescente di Alessia in palpito poetico, in un intreccio di memoria, attesa e intensità sensuale, come definito nella prefazione: «Una cronaca immaginaria […] momenti giovanili di grande intimità ed intensità emotiva, di attrazione fisica verso una ragazza incontrata fugacemente nel lontano 1984 […] un amore di gioventù fatto di sogni e speranze».
L’intero libro respira di un tempo sfuggente: fragile, sospeso, qui e altrove. In quest’atmosfera rarefatta, Alessia diventa un archetipo, simbolo di una passione che non si consuma, ma permane, vivida nell’immaginario del poeta. Il ricordo si contamina di fiaba, come se la storia fosse narrata attraverso il velo trasparente dei sogni: «Viene trasportata dalla luce fino alla stazione/ a spargere la fragola tra i passanti/ ad Assisi dal “fascino incredibile”/ così descritto dall’amica Veronica./ E il cielo sta infinitamente /a detergere gli occhi di Alessia /che attende Giovanni nerovestito,/ per affinità d’amore./ Sentieri battuti dalla pioggia / restano nella stanza di mattina /dopo i sogni nell’ossigeno azzurro…» (Alessia ad Assisi).
Seguendo la tradizione di Piazza – già ammirata nella silloge Del sognato – anche qui la sensualità non è mai palese, ma evocata con colori, luci mediterranee, sfumature di desiderio. La natura si fonde con l’emotività: pare di intravedere il mare, le spiagge, gli orizzonti di quell’estate lontana, campi di fragole e fughe notturne, con quelle metafore cariche di atmosfera che il poeta sa evocare perfettamente: «Sera serena in limine all’acqua / di sorgente fredda e azzurra, / a imprimersi nella mente di Alessia / (quella precedente che non torna). / Si apre una porta per il campo animato/ di grano profano / per sognare l’amore e rielaborare / le tracce della felicità conquistata. / Guarda la ragazza Alessia / una rondine azzurra e trasale. / Viene Giovanni nerovestito/ per la vita nova oltre la mietitura / e prende Alessia paria a felce. / Gioisce Alessia/ nell’unione dei sensi» (Alessia e il campo animato).
La prefazione parla di “meta ricordo”: non si tratta di un vivido flashback, ma di una reminiscenza mediata, come se ci si guardasse dentro da un tempo successivo, con occhi più saggi e malinconici. È un racconto interiore, un “mosaico di visioni” tra reale e immaginato, in cui il lettore è chiamato a ricostruire ciò che non è stato, ma che si è desiderato intensamente. La silloge si distingue per un’aura intima e riflessiva: un sentimento trattenuto, mai declamato, che sussurra al lettore più che urlare. Qui la poesia è elegante, rarefatta, ma potente: ogni parola pesa, ogni pausa conta.
“Poesie per Alessia” è una raccolta che affascina per il suo equilibrio tra memoria e immaginazione. Raffaele Piazza dipinge Alessia come figura incandescente nel ricordo, sospesa tra desiderio e irrealtà. Il linguaggio, che danza con luce e colore, e l’atmosfera rarefatta rendono questo libro un’esperienza di poesia vissuta più che raccontata. È una lettura adatta a chi ama indugiare nei sussurri emotivi, nei rimpianti dolci e mai risolti, immersa in un sogno nostalgico e luminoso.
Marcella Mellea
Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo... per incontrarci"
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Verso il nuovo mondo… per ricontrarci
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Ci sono perdite che non trovano parole. E allora ci affidiamo alla poesia che ha il coraggio di farsi fragile, di dire l’indicibile con versi spezzati, sospesi tra dolore e speranza.
Questa raccolta nasce dal cuore di un uomo, Pietro Nigro, che ha amato profondamente, e che ora cammina in un silenzio nuovo, dove ogni eco ricorda un sorriso, una carezza, una complicità. Le poesie che il lettore troverà in queste pagine non sono solo un tributo alla donna amata e perduta, ma un dialogo ininterrotto con la sua assenza. Sono voci che si levano dal vuoto, tentativi di cucire la distanza con parole che diventano ponti. Eppure, tra le righe di questa malinconia, affiora una luce. È la speranza — discreta, ma tenace — di un altro incontro, in un luogo dove il tempo non separa e l’amore non conosce confini. Chi legge queste poesie non trova solo il dolore di chi resta, ma anche un invito: quello di credere che l’amore sopravvive e trasforma il lutto. Si leggano i seguenti versi:
«… L’ultima volta che ti vidi
i tuoi occhi afflitti fissarono i miei
come preghiera a non lasciarci.
Nel buio della notte
si è perduto il tuo sguardo…»
(Giovanna)
La perdita della persona amata — della propria compagna, amica, confidente, anima gemella è un evento che non lascia solo un vuoto fisico, ma spalanca un abisso interiore, una terra straniera dove ogni passo è incerto, ogni ricordo è al tempo stesso rifugio e ferita memoria viva, e custodisce la promessa di ritrovarsi, un giorno, in un mondo nuovo.
« Ci ritroveremo in quel luogo un giorno
in un mondo senza inizio e fine
io e te,
e gli altri che amammo.
Avremo nuove sembianze
sprazzi d’un infinito fulgore… »
(Ci ritroveremo)
Le poesie raccolte in questo volume nascono proprio da lì: da quel silenzio improvviso che segue l’addio, da quella solitudine che non è mera assenza, ma presenza muta, fantasma affettuoso che accompagna ogni gesto quotidiano. Pietro Nigro ci guida in un percorso intimo e coraggioso, in cui la parola diventa carezza, grido, preghiera. Ogni verso sembra interrogare il vuoto con dolcezza, come chi sa che l’unico modo per non perdersi è continuare a parlare con chi non risponde più, a chiamarla per nome, a darle ancora un posto nel mondo.
« Vaga il mio sguardo,
ma non ti trovo.
Invano ripeto il tuo nome
e non rispondi.
Non so se nei miei giorni rimasti
sopporterò il dolore
che trafigge la mia consunta essenza
errabondo in questo deserto
senz’oasi,
solo sabbia
che soffoca il mio respiro…»
(Piango la tua assenza)
Eppure, in questa elegia composta, non vi è disperazione assoluta. Anzi, tra le righe si insinua una luce tenue, che non cancella il dolore ma lo trasfigura: è la speranza. Una speranza che non ha certezze terrene, ma che osa immaginare. Immaginare un tempo oltre il tempo, un luogo in cui gli sguardi si ritrovano, in cui le mani tornano a cercarsi e a stringersi. Una speranza che non nega la morte, ma afferma la potenza dell’amore che sopravvive ad essa.
Questa raccolta, dunque, non è solo un atto d’amore verso chi non c’è più, ma anche un dono a chi resta. È un invito a non temere il dolore, ad attraversarlo con sincerità, a lasciare che si trasformi in memoria viva, in presenza sottile. È, in fondo, una dichiarazione: che l’amore vero non finisce, ma cambia forma. Che le anime, se nate per camminare insieme, trovano sempre un modo per ricongiungersi — in questa vita, o in quella che ci attende. Leggendo questi versi, ci ritroviamo spettatori di un amore che continua a vibrare tra le parole, e forse, senza accorgercene, impariamo anche noi a riconoscere la presenza nell’assenza. A credere, almeno per un istante, che nessun addio sia definitivo.
L’autore ci conduce tra le pieghe del suo lutto con una delicatezza disarmante. I versi non gridano: sussurrano. Ricordano un volto amato, una presenza che ha lasciato tracce ovunque — in un gesto quotidiano, in un oggetto che non sa più a chi appartenere, in una città lontana che ora parla solo la lingua del ricordo. Parigi ritorna più volte tra le pagine, non solo come luogo geografico, ma come simbolo di luce, bellezza condivisa, e di quella gioia serena che ora risplende attraverso il filtro della nostalgia.
« Cerco te, Parigi,
sognando l’antica collina di Montmartre
che riporta ancora l’eco
d’un’era lontana
di poeti e pittori che la fecero grande
e colmarono le menti
d’un incanto infinito… »
(Cerco te Parigi)
Ma il dolore personale non chiude l’autore in un guscio solitario: al contrario, sembra spalancarlo ancora di più verso il mondo. L’assenza lo rende più sensibile alla sofferenza altrui, e così il pensiero corre anche alle tragedie contemporanee, a quelle ferite collettive che ogni giorno l’umanità è costretta ad affrontare. I versi accennano con pudore ma fermezza ai bambini di Gaza, a quel dolore innocente che attraversa il nostro tempo come una ferita aperta. L’autore, nel suo lutto privato, riconosce il lutto del mondo, e in questo riconoscimento trova forse un altro modo per rimanere umano: provando empatia, restando aperto, continuando ad amare.
« Anche i bambini di Gaza
si sono addormentati per sempre
nel nero grembo del nulla.
A chi volgeranno lo sguardo
e il blando sorriso
le madri affrante… »
(Morte nel deserto del Negev e a Gaza)
Il lettore troverà la speranza, mai imposta, sempre suggerita, che l’amore — quello vero, quello che sopravvive ai corpi e ai confini — abbia la forza di ricongiungere ciò che la morte ha separato. Che da qualche parte, oltre il tempo e le lacrime, ci sia ancora un luogo dove riconoscersi, ritrovarsi, rinascere insieme.
Ho conosciuto l’autore quando ero ragazzo. Ricordo bene un pomeriggio, a casa sua, accanto a mio padre. In quell’incontro, nel calore semplice di una conversazione, ho percepito la profondità di uno spirito gentile, animato da un’intelligenza umanistica e da un senso autentico della solidarietà. Un uomo che sa ascoltare, comprendere e condividere. Questa raccolta ne è il riflesso più vero. Un’antica amicizia che dura dai tempi del volume Il deserto e il cactus, la prima opera di Pietro Nigro pubblicata da questa Casa editrice nel 1982; era il tempo in cui mio padre Guido, già allora riconosceva l’ispirazione poetica di un uomo profondamente coerente: la solitudine come luogo di verità, l’amore come forza salvifica, e la tenacia dello spirito umano di fronte al dolore.
La presente raccolta è anche un tributo ad un’amicizia che dura nel tempo, un filo sottile che lega le generazioni. Un’amicizia nata nei libri, grazie a una robusta cultura classica, nutrita da ideali comuni, e oggi più che mai testimone della forza della scrittura come forma di cura e consapevolezza. Il dialogo tra mio padre e l’autore continua in queste pagine, e io, oggi, ho l’onore di raccoglierne l’eco, e in qualche modo essere l’artefice di questo rinnovato sodalizio umano ancor prima che culturale.
A chi legge auguro di lasciarsi attraversare da questi versi. Di trovare in essi non solo il dolore, ma anche la bellezza di un amore fedele. E la speranza — fragile e ostinata — che, oltre la separazione fisica, vi sia ancora un luogo dove incontrarsi… Verso un nuovo mondo.
E di questo, dobbiamo essere grati a Pietro Nigro.
Michele Miano
Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).
Rosaria di Donato, "Scrigno"
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Rosaria Di Donato
Scrigno
Self Publishing, 2025
Scrigno di Rosaria Di Donato (Self-Publishing, 2025 pp. 117) contiene tutta la preziosa e sicura protezione degli affetti più cari, racchiude come un forziere prestigioso la ricchezza dei ricordi e custodisce una liturgia sentimentale per la destinazione delle difese familiari, in nome di un antica e suggestiva eredità emotiva. La poesia di Rosaria Di Donato sorveglia il dono dell'ispirazione attraverso una riflessione intima e privata sulle immagini, i sogni e i pensieri del passato, salvaguarda l'evocazione naturale di un patrimonio in cui la gioia la nostalgia e la commozione intrecciano il significato indissolubile del tempo, difende la testimonianza sensibile di un vissuto illuminato dall'autentica sensazione dell'identità poetica. Rosaria Di Donato preserva la memoria delle proprie esperienze dal territorio della dimenticanza, accorda il profumo e le sfumature dei paesaggi espressivi della natura con le intonazioni eloquenti e incisive dell'anima, conserva la corrispondenza simbolica del proprio universo interiore nelle intuizioni delle visioni, rincorrendo ogni insegnamento del cuore, la devozione sacra dell'infanzia, l'incanto secolare della speranza. Recupera la polvere del tempo, inabissata nella penombra di una solitudine sfuggente e imperscrutabile, traduce il mistero e la forza delle impressioni ai confini di un'entità in bilico tra consolazione e dolore, mescola frazioni di reminiscenze imbevuti di struggente malinconia, concentra la benedizione tangibile delle parole per mitigare la soglia della desolazione, per configurare sapientemente l'orizzonte delle promesse e delle attese fiduciose, per inseguire i segni e le tracce di una magia segreta nella previsione di un itinerario interpretativo delle rivelazioni umane. Scrigno include il cammino originario della poesia intorno alla premurosa e gentile affermazione alla condivisione, come fedeltà alla conoscenza e ai richiami del mondo, svela la commemorativa presenza della radice letteraria nella natura comunicativa di ogni riuscita integrazione linguistica nella scrittura che ritrae e disegna la vita, dall'affascinante immediatezza degli haiku all'efficacia ammaliante dei testi in spagnolo e in dialetto romanesco. Rosaria Di Donato insegue con risoluta resistenza l'urgenza della trasmissione empatica, destinando alla poesia il compito di rendersi portavoce di un congiungimento tra la pace e la bellezza oltre la dissolvenza, recapita all'indirizzo del limpido lirismo dei versi, in uno stile originale ed esegetico, la collezione privata delle fotografie corredate a cornice amorevole del libro, consegna la tenera e passionale qualità di rintracciare l'appuntamento con se stessa, con la romantica ricerca delle proprie radici. Risolleva la saggezza delle stagioni della vita con il sostegno comprensivo e il conforto incondizionato dei propri avi, guida l'attenzione impegnativa di una poesia che si fa anche stimolo di azione civile per una consapevolezza sociale ed etica. Sprigiona l'intensa e costante dolcezza nei versi, recuperando, nell'armonia di una risonanza confidenziale e nell'uso di un linguaggio lineare e spontaneo, il contenuto di una sperimentazione introspettiva, dove l'inquietudine e la meraviglia sono lo specchio della stessa esistenza, vista con gli occhi di chi sa oltrepassare il confine degli itinerari spirituali. La delizia essenziale dell'atmosfera familiare porta con sé la riconoscenza della serenità, retaggio culturale e morale inestimabile, da custodire come una scrigno.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
lascito
il quartiere
misurato
con il tuo passo
padre
ora mi è più caro
ogni angolo vivo
nel suono – profumo
di gemme in boccio
il tempo intriso
d'attese lo sguardo
che dai muri sorride
nuovo stupore
nei giorni infonde
rinnovata primavera.
autoritratto
sono nata in un angolo di cielo
dove il vento rincorre nuvole
e spazza via la tristezza
come rondini
come rondini tornare
in un paese noto
librarsi in volo su campagne
la distesa del mare
sfida per gli occhi
il confine vicino
un cornicione
la rotta
chiedere al vento
dov'è la soglia
che conduce altrove
e disegnare
con lo sguardo al cielo
la rotta per i sogni
irrealizzati
scrivere
scrivo perché non respiro
perché non trovo spazio
intorno a me
per i miei sogni
invece nella pagina
si aprono visioni
e la mia anima
vive
scrigno
le notti insonni
uno scrigno dischiudo
di lucciole e parole
sembrano piccole stelle
e suoni comparsi
all'improvviso dal buio
volano ballano
s'attorcigliano
come a voler comporre
una canzone in libertà
è la poesia
che uscita dallo scrigno
s'innamora dei sogni
culla le anime inquiete
Stefania e Giuseppe Berton, "Il tempo dell'universo e altre piccole storie"
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Il Tempo dell’Universo
Stefania e Giuseppe Berton
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Nel silenzio immenso dell’universo, il tempo scorre come un respiro antico, invisibile ma onnipresente. È il battito di un cuore cosmico, il filo sottile che unisce la nascita delle galassie al sussurro dell’anima umana. Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie nasce proprio da quel mistero: un desiderio di esplorare il tempo non come freddo concetto scientifico, ma come esperienza vissuta, interiorizzata, interrogata. Ogni poesia è una stella: brilla di luce propria, ma partecipa a una costellazione più ampia di emozioni, riflessioni e intuizioni. Stefania e Giuseppe Berton ci guidano in un viaggio intimo attraverso la percezione del tempo – un tempo che a volte si dilata come l’universo in espansione, e altre volte si contrae, come un ricordo che pulsa improvvisamente nel petto.
Il volume è strutturato in dieci capitoli ognuno con cinque poesie. Come ha notato correttamente Marcella Mellea in merito al precedente volume Time - Forty Italian poems: «ogni capitolo sembra rappresentare un momento o un aspetto differente del rapporto dell’autore con il tempo: dall’infanzia alla maturità, dal tempo inteso come memoria al tempo che fluisce inesorabile verso l’ignoto», così possiamo confermare che anche la presente raccolta accompagna il lettore in un viaggio quasi esistenziale, scandito da tappe emotive e filosofiche. In questo cammino poetico, il lettore non troverà risposte definitive, ma frammenti di verità raccolti come polline tra galassie lontane e battiti quotidiani. È un invito a fermarsi, a respirare, a contemplare. E forse, a sentirsi parte di qualcosa di infinitamente più grande, senza per questo perdere il senso dell’istante. Emblematica di tutta la produzione e significativa la lirica Il Tempo:
Questa sera, l’ultima sera dell’anno,
ho messo la legna
nella stufa di montagna,
e miracolosamente la casa si è scaldata,
ed è l’ultima sera dell’anno,
ed il tempo passa, e qualche volta vola.
E pensavo come pensiamo il tempo,
che i fisici misurano, i poeti soffrono,
i religiosi credono infinito.
Io penso che il tempo è un’illusione,
è solo un’illusione in questa vita sconosciuta.
E vale meno di un bacio.
In questo componimento ritroviamo quasi tutti gli elementi caratterizzanti la poesia di Stefania e Giuseppe Berton delicata e profonda, e il tono che la attraversa è un intreccio affascinante di intimità, riflessione filosofica e tenerezza malinconica.
L’atmosfera è raccolta, quasi sussurrata: un momento ordinario - «la legna/ nella stufa» - diventa l’occasione per meditare sull’incommensurabilità del tempo. Il quotidiano si fonde con l’universale, e il tono invita il lettore a entrare in uno spazio privato, caldo, vulnerabile. Il verso «il tempo passa, e qualche volta vola» ha quasi un sorriso malinconico, come una verità accettata con dolce rassegnazione «E vale meno di un bacio». Qui il tono è teneramente disilluso, come se, dopo tutte le elucubrazioni umane, restasse solo la realtà vissuta dell’amore, dei gesti, dei sensi. Il tempo, allora, diventa una costruzione meno importante del calore umano. Struggente poi la lirica Fratello:
Abbiamo visto il sole
scendere sui tuoi occhi
e le labbra
chiedere pietà.
abbiamo visto la tua anima,
vestita di tristezza,
camminare
per le strade dì Philadelphia.
Abbiamo visto i tuoi fratelli
come schiavi
E noi pelli bianche, quasi lieti,
per le strade di Philadelphia.
Sono passato accanto
alla tua anima,
sospesa, dimenticata, calpestata.
Mi hai regalato i brandelli
di una bandiera, ancora bagnati
dalle lacrime di domani.
Lotteremo insieme.
Perderemo insieme.
Vinceremo insieme.
E quando scenderà la sera
sui nostri occhi,
sulle nostre ferite,
sul silenzio delle nostre parole,
guarderemo il mondo
coricarsi dolcemente
E la nostra anima avrà ristoro.
Poesia che ha una forza narrativa e simbolica che colpisce nel profondo. Il tono, pur diverso rispetto a Il Tempo, mantiene una coerenza nella tensione tra intimo e universale, ma qui si addensa in una dimensione più storica, civile e profondamente empatica. Si confronta con la sofferenza altrui non con distacco, ma con volontà di condivisione. Il tono è profondamente solidale, attraversato da un senso di colpa trasformato in promessa di alleanza: «Lotteremo insieme./ Perderemo insieme./ Vinceremo insieme». Le immagini sono potenti ma delicate: «la tua anima/ sospesa, dimenticata, calpestata» evoca un dolore esistenziale e storico insieme. La bandiera strappata, le lacrime del domani - questa è una visione poetica del trauma e della speranza, in cui il linguaggio si fa quasi liturgico. Poesie che sono in dialogo tra loro dove si evidenzia una poetica dell’intimità cosmica e dell’umanità condivisa, in cui il tempo e il dolore si rifrangono in riflessioni sobrie, piene di calore umano. E se molti critici si sono soffermati spesso solo sugli aspetti più lirici e intimistici della poesia dei coniugi Berton, l’attuale prefatore suggerisce una visione più dedicata alla coscienza, alla giustizia, al senso della cura per l’“altro”. Lo evidenzia soprattutto la lirica Lottare:
Forse il primo dovere del poeta
è lottare.
Forse il più grande privilegio del /poeta
è lottare:
contro il potere,
l’oppressione,
l’ingiustizia,
lo sfruttamento degli altri,
degli ultimi,
di noi.
Per la libertà di tutti.
Certo è, questo lo sanno bene Stefania e Giuseppe Berton: non si tratta solo di una raccolta di poesie, ma di un dialogo a due voci che respirano all’unisono, un percorso condiviso che intreccia l’amore, l’esperienza e la consapevolezza maturata attraverso il contatto con il mondo grazie ai loro innumerevoli viaggi. Le poesie che compongono questo libro nascono dall’unione di due voci, ma anche da uno stesso sguardo sul mondo. Autori e compagni di vita che hanno attraversato insieme paesi vicini e lontani, incontrato volti, ascoltato storie, abitato silenzi. I loro viaggi non sono stati solo spostamenti nello spazio, ma passaggi attraverso la complessità dell’essere umano: il dolore e la speranza, la bellezza e la disuguaglianza, la meraviglia e il dubbio.
Questa raccolta è figlia di una sensibilità coltivata insieme, nel tempo, e maturata lungo le strade del mondo. È da lì che nasce quel senso profondo di solidarietà: da ciò che loro hanno visto e soprattutto da ciò che hanno sentito. Le poesie non vogliono offrire risposte, ma condividere il cammino, le contraddizioni e la bellezza fragile che ci unisce tutti.
I coniugi Berton svolgono attività medica, sempre a contatto con chi soffre. Ciò ha permesso loro di acquisire un profondo senso etico ed esistenziale: non è uno sguardo dall’esterno, ma una vicinanza quotidiana alla fragilità umana, una sensibilità maturata nel contatto diretto con il dolore, la speranza, la fine, e la rinascita.
Michele Miano
Stefania e Giuseppe Berton, Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie, pref. di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp.92, isbn 979-12-81351-68-4, mianoposta@gmail.com.
Don giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della via Crucis"
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Don Giovanni Mangiapane
Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Giovanni Mangiapane, nato a Cammarata (AG) nel 1944, è stato sacerdote e parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, ordinato nel 1970 e parroco fino al 2023.
Ama scrivere in lingua italiana e in vernacolo, anche versi, con piccoli messaggi augurali, concorsi parrocchiali, epitaffi, ricorrenze di vita.
Preliminarmente nell’addentrarci nella poetica del Nostro, si deve sottolineare che nella sua coscienza di letterato e poeta (e questo è un messaggio fondante per la corretta comprensione dell’ordine del discorso che si vuole trasmettere al lettore), il punto di partenza è il fatto che le poesie sono state scritte in lingua siciliana e poi tradotte in italiano dall’autore stesso.
Nel contesto è doveroso mettere in luce che per Mangiapane quella che lui usa ha una vera e propria dignità di lingua e non (e questo sarebbe riduttivo) di dialetto e ovviamente i lettori siciliani saranno felicissimi di poter leggere ogni componimento con il testo a fronte e avranno una marcia in più per addentrarsi nei meandri del senso.
È presente una acuta e centrata prefazione di Marco Zelioli che afferma che si tratta di un’opera poetica e nello stesso tempo un esempio di devozione che ci guida ad una meditazione fresca (come è fresca e genuina la lingua siciliana), ma assolutamente e rigorosamente valida dal punto di vista pastorale.
Le due parti della raccolta si possono considerare un continuum di riflessioni e di stile.
Le caratteristiche formali e stilistiche del poiein di Don Giovanni sono leggerezza e icasticità e nelle strofe l’uso sapiente della rima crea un piacevole ritmo, una musicalità che è veramente affascinante.
I versi della sezione dedicata al Rosario, che seguono lo schema canonico di questa preghiera con i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, nei quali protagonista è Maria Regina sgorgano come purissima acqua di primeva sorgente gli uni dagli altri e incantano il lettore e per chi è credente sono veramente un refrigerio per la mente e l’anima.
Tutto è improntato ad una fortissima chiarezza e trasparenza e i tessuti linguistici sembrano essere stati creati senza sforzo pur avendo una certa quota di complessità che si ritrova in ogni singola strofa.
«Betlemme che tu chiami,/ col sapor del vero pane,/ ti ci porta Re Tiberio,/ con il suo calendario.// Non c’è posto, troppa gente:/ voglion essere presenti/ e una grotta li ripara/ per l’evento della storia…» (Terzo mistero gaudioso: Gesù nasce a Betlemme).
La figura centrale della Madonna emerge felicemente nell’essere nominata con la sua duale identità creaturale e divina nel suo partorire il figlio di Dio del quale come scrisse Petrarca nell’Inno alla Vergine è anche figlia.
Come si diceva nei versi affabulanti si ritrova una notevole freschezza nei dettati e una forte quota di sospensione e magia anima queste mirabili pagine.
Per i cattolici che recitano il Santo Rosario questi versi divengono un segno di meditazione profonda per ogni singolo mistero.
Molto toccanti e profondi anche i versi della Via Crucis dai quali emerge un Gesù in bilico tra trascendenza e immanenza.
«Non è colpa di Pilato/ se Gesù è condannato:/ ci va Lui con il cuore/ a morire con amore…» (Prima stazione: la Condanna) e colpiscono per profondità i versi in rima: «…O gran Vergine Maria,/ la vostra pena è colpa mia» (ibid.).
Una straordinaria trasfigurazione in versi delle vicende evangeliche che diviene esercizio di conoscenza e bellezza nella sua felice armonia.
Raffaele Piazza
Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.
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