Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"
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Dell’amore e della speranza
Pietro Manzella
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Il fuoco dell’amore
Il sentimento amoroso inteso come valore assoluto e imprescindibile è al centro delle liriche di Pietro Manzella presentate nel primo capitolo di questa antologia (gli altri capitoli riguardano le tematiche del tempo, dell’essere e malessere). Espresse con toni leggeri, sobri e misurati, le poesie d’amore riecheggiano con lirica raffinatezza i versi di uno tra i massimi esponenti della Letteratura irlandese, il premio Nobel William Butler Yeats; nonostante i due poeti appartengano ad epoche distanti tra loro e seppure adottino diverse modalità poetiche, traspare nei loro componimenti la concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita. Sin dai testi di apertura, Manzella esplora la complessità degli stati d’animo e peculiari cifre stilistiche si esplicano con piacevoli similitudini tra la donna amata e gli elementi della natura e con il ricorso a costruzioni ossimoriche. Scorre leggera una lunga carrellata di armoniose piante, di spiagge battute dalle onde o di zampilli d’acqua generatrice di vita, mentre con una ricca serie di contrasti si delinea la dimensione ambivalente dell’io poetico, colmo di speranza in presenza dell’amata (Sciolina d’amore), ma preda di un profondo senso di vuoto di fronte alla sua assenza. Ne è un chiaro esempio la lirica Carezze parlanti: «È un fragore delicato/ quello delle carezze/ senza tempo/ sul mio viso: le tue// È un tepore/ di sesso appena smesso/ quello delle parole/ silenti/ che descrivono eventi/ al passato prossimo/ come in un film muto:/ le nostre.// Sguardi che ricamano/ la tela del tempo/ dove mi perdo/ con te/ come nel quadro/ senza oli/ di una vita senza colori/ intessuta ogni giorno/ di speranze e promesse/ di risurrezioni/ sono per noi soli/ carezze che parlano». Il testo evoca la carica dirompente di un amore che incendia una vita prima insignificante come un quadro senza oli e senza colori e la trasforma in una fonte inesauribile di speranze e promesse; la passionalità diviene incandescente, è come fuoco sotto la cenere, pronto a riaccendersi con forza e l’intimità delineata con rara delicatezza rende palpabili le forti sensazioni provate (…).
Gabriella Veschi
***
L’incanto della memoria
(…) Il motivo del ricordo risulta centrale nell’elaborazione artistico-letteraria dell’autore e la strategia accurata di recupero memoriale, di rivisitazione attenta di esperienze del passato diventa occasione privilegiata per l’esplicitazione di una meditata visione della realtà e specificamente di una determinata concezione delle relazioni interpersonali. La rassegna delle “memorie” è sovente contrassegnata da quelle intime contraddizioni («Ricordi quella/ sera/ quando i tuoi occhi/ hanno pianto?/ Io ridevo/ piangevo// Che strana cosa/ vivere ed amare/ se si ama con/ dolore», Quella sera), che sono connesse con la fondamentale ambivalenza dell’esistenza: «Occhi festosi/ in un precipizio/ di lacrime/ affiorano come/ narcisi dalla coltre bianca// (…) Oggi il fluire del ricordo/ ha tracimato/ il bicchiere della vita/ spezzata/ in molecole di rimpianti» (Tracimazione); «…Lo sgabello/ riceve una parte/ l’altra veleggia/ sul triremi della fantasia/ oppressa dall’ostinata macchina/ della verità// Mortifico il tempo/ che mi ignora/ e ti cerco/ oasi di serenità» (Vita in scatole vuote). (…)
Serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche, a rasserenarli in un processo inequivoco di sublimazione: «…Assaporo/ gli attimi sfuggenti/ e gusto la dolcezza/ della vita/ aspettando che il ricordo/ evapori/ senza perdersi/ oltre la trasparenza dei cristalli» (Pensieri di zucchero); tale operazione risulta invece preclusa alla poetessa americana Emily Dickinson, in conseguenza di un’idea del mondo negativa e sconfortata, di un animus triste e inappagato, che inducono una posizione morale di amaro pessimismo, di desolante cupio dissolvi. Leggiamo da una lirica risalente circa al 1860: «Perduta quando già ero in salvo!/ E sentivo il mondo ritirarsi!/ Mi accingevo all’assalto dell’eterno,/ quando tornò il respiro,/ e verso l’altra sponda/ udii ritrarsi la marea delusa!...» (poesia n. J160) (…).
Floriano Romboli
***
Essere e malessere
La tematica dell’essere e malessere nella poetica di Pietro Manzella occupa certamente un posto rilevante, incentrandosi sulla condizione umana, che contempla sempre una realtà a chiaroscuri, aspetti positivi ed edificanti e fenomeni estremamente negativi, slanci ideali verso la ricerca dell’essere e di sé stessi con un contraltare di malessere personale e collettivo, che in ogni epoca cambia connotati e natura. E sono proprio le brutture del mondo di oggi che il poeta mette soprattutto in risalto, attraverso una denuncia forte, circonstanziata, oltre il binomio metafisico-filosofico che può evocare la problematica in questione, la quale spesso si trasforma in testimonianza storico-sociale di una contemporaneità caratterizzata in particolare da un indebolimento ontologico dell’individuo e da una distruzione dei valori della convivenza umana pacifica.
Qui non è fuori luogo ricorrere al pensiero di Pascal, per il quale v’è il paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è “un mostro incomprensibile”, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male. Il nostro autore, nella lirica d’apertura Similitudine presenta tale dicotomia fra l’essere e il malessere umani, con immagini moderne che evocano in qualche modo la visione pascaliana: «Correre verso/ l’infinito/ fermarsi/ all’orizzonte/ ignorare la realtà /che hai di fronte /vivere da /uomo da marciapiede /e non accorgerti /che sei simile ad un /tritacarne».
Ecco dunque il rifiuto da parte del poeta di tante espressioni del vivere odierno, da cui nasce un rapporto io-mondo conflittuale, lacerato dal dolore per un’umanità dispersa. E il linguaggio presenta ora tratti di sarcasmo, ora di crudezza, ora di amarezza, con immagini conseguenti di tipo analogico-sinestetico. (…).
Enzo Concardi
Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.
L’AUTORE
Pietro Manzella è nato a Palermo dove attualmente vive e svolge le professioni di Avvocato e di Mediatore civile. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Come il vento sulle dune (1999), Icaro o del desiderio (2000), Una vita un amore (2001), Controrisacca (2003), Voci scomposte (2006), Acetilene (2010), Cialde (2013), Semi (2016), Acqua (2020), Spes (2023) e il breve testo teatrale Frittelle di aria fritta, commedia in un atto (2007).
Pietro Nigro, "L'uomo e la metafisica"
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L’uomo e la metafisica. Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza. (Quasi un) romanzo storico-filosofico
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2025.
È opportuno richiamare nell’esordio di questa prefazione la struttura letteraria del saggio di Pietro Nigro, poiché essa inquadra gli argomenti e i temi esposti con un metodo deduttivo che procede dal generale al particolare, consentendo approfondimenti graduali e consequenziali di contenuti e significati. In primo luogo è necessario effettuare un’elencazione sintetica delle parti che lo compongono, essendo una sorta di introduzione alla materia trattata. Innanzitutto il titolo e i sottotitoli ci indirizzano decisamente verso una caratterizzazione teleologica, antropologica, filosofica dell’opera: L’uomo e la metafisica (titolo); Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza (1° sottotitolo); (Quasi un) romanzo storico-filosofico dell’evoluzione umana (2° sottotitolo). È chiara dunque l’intenzione dell’autore di avviare un ricerca che resterà aperta (ignoto), senza conclusione, con le conoscenze attuali, tuttavia nel tentativo di non conferirle un tono e un linguaggio accademici e troppo teoretici (romanzo), ma di avvicinarsi il più possibile ad un’avvincente ed appassionata narrazione dell’avventura umana sul pianeta Terra.
Significativa è poi la dedica del saggio, non encomiastica né parentale o captativa, ma oblativa nei confronti dell'umanità: «Dedico questo libro a tutti gli uomini di buona volontà che vogliono un mondo fratello, e anche agli uomini che lo macchiano per l’ambiente malsano in cui vivono, e che potrebbero cambiare se si ravvedessero, per inspiegabile prodigio, non facendo loro desiderare l’illecito, ma la giustizia, la bontà, l’amore». È altrettanto chiara qui la finalità della pubblicazione, delineata anche su un versante umanistico e non solo scientifico. Essa contiene anche una Premessa e una Introduzione, sempre ad opera dell’autore. Nella prima egli effettua alcune enunciazioni che sono alla base del suo pensiero e che ritorneranno alla ribalta più volte nel corso della trattazione. È convinto che faccia parte della natura umana il bisogno di indagare alla ricerca dei misteri dell’esistenza e, per questo, sostiene anche che forme di pensiero primordiale fossero già presenti negli uomini primitivi, all’alba della civiltà: «la riflessione sulla mente e l’anima è antica quanto il pensiero umano stesso» (dalla Premessa). Per tale motivo un libro che si occupa dell’uomo e della metafisica deve iniziare dalla preistoria, come infatti avviene nella Parte I. Nella seconda sono raccolte tutte le domande irrisolte sull’esistenza e sull’universo, e per ciò l’Introduzione è zeppa di punti interrogativi: Nigro in questo campo è un autore che non ha risposte, ma che s’interroga incessantemente, e ogni domanda produce altre domande, in una catena senza fine. Tuttavia egli trova una spiegazione a questa stasi gnoseologica: non siamo in grado di comprendere e sarà così fino a quando «un’evoluzione delle conoscenze scientifiche consentirà di capire ciò che avviene».
Ovviamente non possiamo eludere la serie di interrogativi che a cascata l’autore ci propone, soprattutto a vantaggio del lettore, che potrebbe identificarsi in qualcuno di essi. Ebbene eccoli: non sappiamo perché l’Universo esiste; da dove veniamo, dove andiamo; forse siamo un sogno, ma il sogno di chi; che cos’è la realtà, solo ciò che percepiamo con i sensi o c’è qualcosa oltre; siamo esseri pensati da qualcuno o da qualcosa oppure tutto è retto dalle leggi della casualità; l’infinito e la trascendenza esistono? Inoltre Nigro, nelle sue indagini, non può esimersi dall’entrare nei territori della religione e del sacro, in quanto tutte le civiltà hanno elaborato una loro teologia, cioè uno strumento per studiare l’Essere Supremo, Dio. Tuttavia qui egli sembra più sicuro del fatto suo, ed infatti dichiara: «Non sappiamo chi sia o che cosa sia, come è fatto. E lo abbiamo chiamato Dio riferendoci al cielo, indicato come luogo indefinito della sua dimora» (dalla Introduzione).
La Parte I del saggio si suddivide in tre momenti, che raccolgono i fenomeni e le evoluzioni riguardanti L’uomo e la metafisica, dalle origini fino alla filosofia pre-aristotelica: La comparsa dell’uomo, La nascita del monoteismo e le Conclusioni dell’autore. La Parte II è dedicata all’inscindibile binomio Fede e Ragione, che ha sempre accompagnato il dibattito tra le visioni religiose e quelle laiche dell’esistenza. In queste pagine troviamo i nuclei fondamentali delle argomentazioni di Nigro ed ovviamente prenderemo in considerazione appena conclusa la presentazione della struttura letteraria del libro, che continua con le Note, che, a mio avviso, non vanno considerate come le usuali precisazioni in calce, dal momento che esse sono molto sviluppate ed integrano il testo più che contenere dettagli.
Dopo il saggio troviamo due appendici: la prima, Appendice I, consistente nel testo integrale dell’Inno al Sole di Akhenaton, considerato da tutti come il testo fondamentale del monoteismo antico. Con un salto plurisecolare nella Appendice II l’autore sviluppa una disamina dell’opera di Kant del 1791 Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea, proponendo un confronto con il pensiero di Leibniz sul male, di cui si occupa appunto la teodicea. Anche alla fine di questa parte troviamo delle corpose Note, da considerare come detto dianzi, tant’è vero che Nigro, per spiegare una teoria kantiana, utilizza la formula di un dialogo fra due interlocutori, metodo galileiano di prosa filosofico-scientifica ad usum delphini, spesso allievi e studenti del maestro. (…)
Enzo Concardi
Pietro Nigro, L’uomo e la metafisica. Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza. (Quasi un) romanzo storico-filosofico dell’evoluzione umana, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 100, isbn 979-12-81351-73-8, mianoposta@gmail.com.
Paul Verlaine e i poeti maledetti
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Paul Verlaine e i poeti maledetti
Paul Verlaine e i Poeti Maledetti. È nel 1884 che Paul Verlaine dà alle stampe I poeti maledetti, il libro più sconvolgente e scandaloso che di lì a poco avrebbe rivoluzionato ogni futuro avvicinamento critico ed esistenziale alla poesia. I poeti maledetti nella Francia di fine ‘800 in un dipinto di Henri Fantin-Latour. Un’antologia rigorosa e sfuggente, che convoca al seggio del maestro i
http://lariadiparigi.com/paul-verlaine-e-i-poeti-maledetti.html
Alcyone 2000 Quaderni di poesia e di studi letterari: volume 19
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Volume 19 di “Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari”
Guido Miano Editore, Milano 2025
“Benedetto Croce, alla fine de La poesia di Dante, la giustamente celebre monografia del 1921, dopo aver a lungo discorso del rapporto fra tradizione filosofico-culturale, problematiche teologiche e dottrinali, e valori artistico-letterarî nella Commedia, concludeva sottolineando il significato universale del poema dantesco poiché in esso prontamente si riconosce «quella voce che ha il medesimo timbro fondamentale in tutti i grandi poeti ed artisti, sempre nuova, sempre antica, accolta da noi con sempre rinnovata trepidazione e gioia: la Poesia senza aggettivo. A coloro che parlano con quel divino o piuttosto profondamente umano accento, si dava un tempo il nome di Genî; e Dante fu un Genio» (….).
FLORIANO ROMBOLI
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“Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, Cuba, 1923 - Siena, Italia, 1985) è stato uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che ha saputo conciliare, nella sua vita così come nelle sue opere, esigenze della ragione e sentimenti di umanità, istanze ideologiche e politiche con impulsi onirici e libertà di creatività fantastica. Non dovrebbe esser stato per lui impresa ardua poiché tutte le sue dimensioni mentali, esistenziali, culturali paiono risultare innate, congenite alla sua natura. Tale è l’impressione che si è formata in me nell’attenta lettura di alcune sue opere, come Il sentiero dei nidi di ragno (1947); la famosa trilogia degli antenati: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959); Le cosmicomiche (1965); Le città invisibili (1972) ed anche Il castello dei destini incrociati (1973). Libri che consiglio vivamente ai lettori, non solo per il valore intrinseco letterario e tematico - sono di Italo Calvino, al quale il Premio Nobel andava assegnato - ma anche per quel che viene chiamato il piacere della lettura a tutto tondo, cioè un viaggio serio e divertente allo stesso tempo nel mondo concreto, storico e nel mondo dei nostri sogni, capace di farci evadere dalla tirannia del dato di fatto, dall’iperrealismo che spesso ci tarpa le ali. Per dimostrare l’ipotesi iniziale – se ce ne fosse bisogno – di questo articolo, frughiamo ora nella vita e negli scritti dell’intellettuale cubano-sanremese, in modo paradigmatico, senza pretese di completezza. (…)”
ENZO CONCARDI
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“Era l’anno 960 d.C. nel mese di marzo quando si istruisce un processo in pubblica piazza secondo l’uso longobardo… Eh sì!!!! In quell’epoca erano i Longobardi i Signori di Capua e delle terre limitrofe. Capua assurge a Contea e Principato della Longobardia Minor, dopo il distacco da quelli di Salerno e Benevento. La giustizia e le varie contese venivano, amministrate e discusse nell’area antistante il Palazzo dei principi Longobardi, nel perimetro delimitato proprio dalle tre chiese a corte: San Michele, San Giovanni e San Salvatore; ed ecco che proprio davanti alla chiesa di San Salvatore, la rediviva Pricipessa Adelgrima, ne apre le porte agli studiosi, alle scolaresche ed a tutti i convenuti alla manifestazione. Il processo in questione riguardava una vertenza tra il Nobile Rodelgrimo, che rivendicava, come sue, le terre avute in eredità dal padre, ed i monaci benedettini che, a loro volta, ne rivendicano il possesso perché le lavoravano da oltre 30 anni. Lo storico Nicola Cilento ricostruisce la vicenda trasmessaci dalla “carta capuana” (…)”.
ANGELA RAGOZZINO
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Già ho “incontrato” gli scritti di Don Gianni Carparelli: sì, perché quando un autore pubblica uno scritto – di qualunque genere sia – offre ad ogni lettore l’occasione di incontrarlo personalmente; altrimenti, a cosa servirebbe scrivere, se non per affermare sé stessi? E non mi pare che questa sia la ragione per cui scrive Don Gianni, che lo fa per aiutare chi crede a credere meglio, cioè con una maggiore maturità – per quanto la semplicità di cuore sia di per sé più che sufficiente per riconoscere la presenza di Cristo nella propria vita ‘normale’.
Questa volta il sacerdote viterbese ci pone di fronte ad una bella questione: siamo Illuminati di Dio per diventare semi di vita? La forma di questo sottotitolo del libro, intitolato Come un girasole (Ed. APS Amici del Beato Domenico della Madre di Dio, Viterbo 2024) non è interrogativa, ma suscita in chi legge l’interrogativo. Vediamo, dunque, di cosa si tratta.
Nell’Introduzione, spiegando il perché di uno scritto sulla Divina Eucarestia e la sua adorazione (concetti – anzi, realtà che ad ogni fedele minimamente istruito nel catechismo dovrebbero essere comprensibili), Don Gianni pone una domanda ‘secca’: «Ma è tutto qui?» – che credo significhi domandarsi sinceramente se si è capito ‘col cuore’ e non solo con l’intelletto cosa vela e insieme svela il segno dell’ostia consacrata. Insomma, un interrogativo non dissimile dal dubbio che ebbe a Bolsena il sacerdote Pietro da Praga nel 12632, ricevendo in risposta il miracolo del sanguinamento dell’ostia consacrata. Ma i segni ‘straordinari’ servono a rafforzare la fede vacillante (come i circa 142 miracoli eucaristici riconosciuti, ricordati en passant a p.16) (…).
MARCO ZELIOLI
ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, n°19; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 106, isbn 979-12-81351-70-7, mianoposta@gmail.com.
Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"
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Gilberto Vergoni
Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Gilberto Vergoni, fanese di nascita ma vivente a Cesena, non è scrittore di professione: è Neurochirurgo. Ma scrive in modo tale da attrarre l’attenzione dei lettori, e anche della critica – a giudicare dai non pochi riconoscimenti ottenuti con le due raccolte fin qui pubblicate: Fragmenta Animae Meae (Ed. Persiani, Bologna 2018) e Le parole del tempo (Ed. peQuod, Ancona 2023).
In questo libro (Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, Guido Miano Editore, Milano 2025) ci sono più di ottanta composizioni; poesia e prosa si alternano, quasi a voler significare la spasmodica ricerca di senso che muove l’Autore, due modi complementari di chiedere e di rispondere, di cercare e di sperare: di vivere, comunque. Enzo Concardi nella Prefazione cita il Vergoni che si definisce “…paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002)”. Una posizione “scomoda”, in quanto non basata su certezze; ma comprensibilmente umana, in quanto indice di una libera ricerca della verità, del significato di tutto: vita, affetti, gioie e dolori, morte (come quella del fratello Marco o dell’amico Stefano). Il tutto indagato – direi – quasi al di là dei confini della ragione, nel profondo; non a caso, a proposito di chi vuol ridurre tutto a ragione, si trova questa affermazione: “Non ho amato Kant perché ho sempre pensato che la ragione non basta; come nell’innamoramento. Come nella vita e come nella morte” (da Quelli che esercitano amore di sapienza fanno una meditazione continua della morte).
C’è proprio un po’ di tutto; e non si può condensare una presentazione in poche parole. Con uno stile sobrio, Gilberto Vergoni qua e là ammicca a stilemi classici che donano ai suoi scritti un senso di profonda ma dolce malinconia, come nell’ultima terzina della poesia dedicata alla moglie: “Ed ora la voluttà della piena estate fa suo / quell’orizzonte sinuoso, luminoso, stagliato e netto / com’io lo vorrei far mio fino a che, freddo, finirà anche ‘l mio inverno” (Silvia). A volte le parole sembra che scolpiscano nella pagina i tratti della persona descritta, come in Mamma: “Donna d’altri tempi e di sempre, / perno solido e malleabile / oppure colonna del tempio mai finito / che nei figli ha infuso i suoi numi. / Comunque sola. / Muta testimone di antichi suoni e perduti colori” (terza ed ultima strofa della poesia).
L’Autore riflette sul destino umano, consapevole che “Quando i fatti della vita sono troppo forti e troppi pensieri affollano la mente, occorre ricercare il filo attraverso il ragionamento ed il sentimento, attraverso l’allegoria” (dalla prosa All’ombra delle parole, le orme del mio viaggio). E fioriscono i “forse”, ipotesi di risposte adatte al senso di sproporzione tra l’altezza delle aspirazioni umane e la povertà degli esiti delle ricerche della verità del tutto (si veda la prosa Razionale sentimento, forse...). Subentra un senso di smarrimento che suscita domande profonde come: “Dov’è la mia casa, la nostra casa? // Nell’universo c’è l’ombra di me, / quel qualcosa o quel dove che lascio / perché da lì son partito? / Quando mi sentirò di nuovo a casa?” (da Casa); e come: “Perché la gioia è fugace? / Perché l’attimo parla di una intera vita / ma come il sogno sfuma e rimane, ora, / ruga, espressione, sguardo?” (da L’infinito viaggio); o altre volte solo apparentemente più leggere, come: “Chissà se il bianco può lenire il rosso! / Chissà quando comparvero i colori? / Chissà perché son nati i fiori? / E quando la rosa?” (da Rosa solitaria, o della mia professione): domande di verità, come in Verità, dove sei?
È una vertigine: “Vivo nella vertigine della solitudine / di chi vede e sente / negli indifferenti attimi che passano / mentre cerco un perché” (da Guardando il silenzio). Tutto sembra lasciare nel cuore una grande “Nostalgia agrodolce di posti mai visti” (ultimo verso della breve poesia Frammenti di me): segni della coscienza della povertà dell’uomo e insieme della consapevolezza delle sue grandi potenzialità. Una sproporzione alla quale potrebbe dare risposta solo un quid novi, un fatto nuovo, un’amicizia che apra l’orizzonte umano alla coscienza del proprio destino. Per questa apertura non bastano i ricordi (“Come lo scirocco che vien da lontano, / il ricordo riscalda / sciogliendo il cuore e finalmente le labbra / in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno”, si legge alla chiusura di Festa).
Affiora qua e là un acuto pessimismo, come quando l’Autore scrive che “il dolore è l’elemento più umano dell’uomo, accettato come condanna e destino, e riscattato da attimi d’amore” (in Razionale sentimento, forse...); ma c’è la consapevolezza che il pessimismo affonda le sue radici nella solitudine, superata la quale si può passare dal “Sento, ma non so cosa mi lega” al “Sento; sì sento qualcosa che mi lega. / Guardo e cerco di vedere. Ascolto e cerco di capire” – come ben espresso nella poesia Solitudo.
Siamo alle soglie di quello che si definisce ‘senso religioso’, che nell’uomo è innato, ma spesso viene soffocato – specie nell’epoca nostra – dalla somma preoccupazione delle ‘cose da fare’. Ma qualcosa succede; ad esempio, “Piove e mi lava via l’ansia del dover fare. / Il tempo sembra fermarsi, / pesante, / come il silenzio nella mancanza delle parole” (così inizia Nell’attimo che piove), e chi non si lascia prendere dalle cose da fare comincia a vedere in tutto qualcosa di interessante, di splendente, di nuovo: anche in un “umido naso” (Cane), in una Effimera brezza, in qualche paesaggio o luogo (ad esempio, Vulcano o Naxos o Lubriano o Peschici o Cesenatico); e soprattutto in un amico che, paziente come un libro che si lascia chiudere e poi riaprire per riprendere la lettura interrotta, “è lì a riprendere la storia / in effetti mai interrotta, come quando l’ho lasciato. / Anzi arricchito / della mia e della sua vita, / nel mentre scorsa” (finale di Leggero come un amico).
Allora sorgono le domande “ultime”, quelle sul senso della vita, i Perché: “… // Il dove, / l’era, / il sarà, / sono confusa percezione che / l’adesso dilata” – da cui la sensazione di una “Promessa uguale per tutti. / Incantesimo o Destino?” (da Promessa infranta – Le mani dei bambini), e l’urgenza esistenziale di una risposta che deve esistere e deve essere cercata, pena il rinunciare alla propria umanità: “Destino che voglio capire / prima che lui mi incontri” (da Bisturi e valigie).
Ma l’uomo non basta a se stesso, perché “La morte slega tutto / ed è notte per sempre” (finale di Un’amica se ne va), mentre resta sempre accesa la ricerca di un senso, anche “Di un senso che non c’è / come in queste parole / che cercano accordi per un’armonia nelle cose, / armonia che non trovo / ma che, mentre scrivo, mi solleva verso / una muta, inconsapevole, umana, disperata / speranza” (da Sogni nel sale del mare).
Il senso religioso è l’anticamera della fede; e la fede è il luogo di quell’incontro con la verità che riempie di senso tutta la vita; e la vita è il dono misterioso di Dio all’uomo di ogni tempo; e Dio è la Verità del tutto. Questo “circuito” di pensiero ci porta a capire che definirsi “filosofo cristiano cattolico non credente” è veramente un ossimoro, dacché Cristo è venuto nel mondo e si fa incontrare ogni giorno nella sua Chiesa, immagine imperfettissima (perché compagnia di uomini) della Sua presenza nel mondo. Lo scrittore lo percepisce, anche se si sente “testimone di cose che non so / ma che porto dentro” (da Nelle pietre di antiche chiese), dicendo di sé: “E scrivo, vivo, scrivo / per trovare / quella parola che mi sta aspettando” (da C’è una parola).
Sì, in fondo questa raccolta di pensieri e poesie di Gilberto Vergoni, invitandoci a riflettere su tutto, e senza quel “rispetto umano” che spesso ci tarpa le ali, è uno strano ma autentico libro di meditazione religiosa. Vale proprio la pena leggerlo, con calma.
Marco Zelioli
Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.
Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"
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Pasquale Ciboddo
Oltre il velo del Mondo
Guido Miano Editore, Milano 2025
Le trasformazioni sociali, economiche, culturali e i passaggi storici di civiltà, hanno sempre creato nel corso dei secoli epoche di transizione nelle quali erano presenti contemporaneamente i caratteri del mondo che stava tramontando e quelli della nuova società che stava avanzando. Così è stato, esemplificando, il tempo del Petrarca tra fine del Medio Evo ed avvento del Rinascimento: nelle opere del poeta e filologo aretino riconosciamo infatti la presenza di aneliti religiosi da un lato, e di studi linguistici ed espressioni poetiche tipiche dell’Umanesimo dall’altro. E così si è verificato anche più tardi – a cavallo tra Neoclassicismo e Romanticismo, tra fine Settecento e prima parte dell’Ottocento, secoli “l’un contro l’altro armati” (Manzoni) – periodo le cui istanze principali furono vissute in prima persona dal Foscolo, nel quale riconosciamo un’anima classicistica ed una romantica.
Possiamo senz’altro individuare anche nella nostra epoca una fase storica con i caratteri della transizione: è avvenuto il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, tra il mondo della campagna agreste con le sue regole e suoi valori, e il mondo delle fabbriche, dell’inurbamento, dello sviluppo tentacolare della città e del consumismo. Ora, quel che è rimasto della prima viene considerato alla stregua di un passato arcaico, mentre lo strapotere della seconda – con suoi miti e modelli – sembra inarrestabile e irreversibile. Testimoni di ciò siamo tutti noi delle generazioni cresciute soprattutto nel Novecento, come il poeta sardo Pasquale Ciboddo, il quale nel suo ultimo libro – Oltre il velo del mondo (Collana di testi letterari “Alcyone 2000”, Casa Editrice Guido Miano, Milano, agosto 2025, prefazione di Michele Miano) – dedica gran parte delle sue liriche a riflessioni e giudizi sull’argomento, schierandosi tuttavia completamente dalla parte di ciò che fu, non accogliendo praticamente nulla del “progresso” avvenuto, per lui, evidentemente, una regressione culturale, di valori, umana, sociale. Il libro è corredato da diversi disegni e altre fotografie in bianco e nero che illustrano gli ambienti e i momenti di vita rimasti indelebili nella sua memoria. Diciamo subito, a scanso di equivoci che, probabilmente, Ciboddo ha buone ragioni per rimpiangere il passato di fronte a determinate storture ed alienazioni di certo “progresso”, tuttavia il suo ‘integralismo’ penso non sia da molti accettato.
La nostalgia dell’autore si concentra sul mondo degli stazzi, microcosmo della Sardegna agreste e contadina, dove si svolgeva la vita ideale che egli ha conosciuto fin dall’infanzia e che poi ha perduto per l’abbandono dei suoi conterranei, migrati verso il continente alla ricerca di un favoleggiato benessere: con la fine di quella forte e radicata esperienza, vi è stato solo abbandono e solitudine, in contrasto con la comunità d’un tempo che voleva dire amicizia, solidarietà, legami familiari e affettivi. Leggiamo Corrimozzu: “Dal mio stazzo / Corrimozzu / volava la fantasia / dello spirito alato / verso orizzonti sereni / colorati e lontani. / Luogo di vita sana, / forte per la mia / adolescenza / coronata da compagnia / di giochi di bimbi. / Non sarà mai dimenticata / sino alla morte”. Ed anche Era certo: “Oggi la città / consuma la vita umana. / Era certo il romanzo, / la poesia della mia esperienza / vissuta in campagna / negli stazzi della Gallura / ad avere l’esistenza / un vero senso”. Ecco emergere il classico contrasto città-campagna, comune in molte regioni del pianeta. Fanno da corolla a questo tema di fondo altri motivi fonte d’ispirazione e denuncia nel canto di Ciboddo: lo scandalo di popoli e diritti calpestati; l’apologia della terra di Sardegna, ovvero l’attaccamento alle sue radici; l’essere estirpato, così che siamo diventati rami senza frutti; l’attenzione alle piccole creature della terra; la II Guerra Mondiale vissuta da solo negli stazzi; la solitudine del dopo pandemia; la necessità dell’educazione nelle nuove generazioni; esorcizzare l’odio per vivere l’amore e la fiducia nella Provvidenza.
Oltre a tutto questo mi pare importante cogliere nel poeta sardo ciò che Michele Miano ha ben esposto nella prefazione: “In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto”.
Vale a dire non perdiamoci nell’artificiosità di un mondo reificato.
Enzo Concardi
Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.
Marco Zelioli, "Speranze di pace"
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Marco Zelioli
Speranze di pace
Guido Miano Editore, Milano 2025
Marco Zelioli è nato a Monza nel 1951 e ha insegnato materie letterarie e diretto scuole statali in provincia e in città di Milano. Il Nostro si è occupato d’integrazione scolastica degli alunni con disabilità; ha pubblicato numerose raccolte di poesie.
Speranze di pace presenta una prefazione di Enzo Concardi esauriente e ricca di acribia. Il testo è scandito in tre sezioni: Guerra e pace, Settimana santa e Via Crucis.
Il titolo della raccolta parla da sé ed è quanto mai attuale in un contesto globale di conflitti nel mondo che con l’uso delle armi nucleari potrebbe portare alla distruzione totale del Pianeta e alla fine della specie umana.
Si deve innanzitutto sottolineare che l’approccio del poeta alla sua materia è sotteso alla sua identità che è quella del cristiano cattolico.
Rispetto alla suddetta affermazione si deve dire che proprio per questo Zelioli non è indifferente all’oceano di dolore e di morte che creano le guerre e quindi il poeta nella sua compassione per le vittime dei conflitti causati da motivi economici sottesi all’irrazionalità del male, assume un atteggiamento decisamente contrario alle guerre di ogni epoca.
Si può definire un pacifista che coerentemente alla sua religiosità si conforma all’atteggiamento della Chiesa cattolica che tramite la voce dei Papi nella Storia, per esempio al tempo delle due guerre mondiali, si è espressa a favore della pace fermamente contraria alla distruzione delle vite innocenti dei civili e a tutte le devastazioni della guerra.
Programmatica la prima poesia della prima sezione del volume intitolata In tempo di guerra sperando la pace: «Ipotizziamo pure la follia/ che s’intervenga a sostenere i “deboli”/ che Putin ha attaccato in Ucraina/ e che arriviamo ad uno scontro armato.// Il mondo che uscirà dalla vittoria/ di una delle parti sarà meglio/ di quel che c’era prima dell’attacco?// E cosa resterà della gran storia/ che Europa e Russia hanno già tracciato?// Onnipotente è solamente Dio…».
A livello stilistico formale si deve sottolineare la chiarezza dei versi di Marco che sono improntati ad una certa narratività e sono sempre connotati da un rigoroso controllo.
E nella chiusa della composizione viene sottolineato che solo Dio è onnipotente e del resto per i credenti come il poeta Dio è anche il creatore di tutto quello che riguarda la realtà fenomenica: dell’uomo stesso, del cielo, del sole, e di ogni altra cosa vivente o non vivente non solo della terra ma anche dell’universo intero, delle galassie e di tutto quello che contengono.
Quanto mai attuale, dunque, questa silloge nei giorni che tutti stiamo vivendo e comunque proprio nelle ultime ore si sono apprese tramite i mass media notizie che, anche se con cautela, possiamo definire come segnali positivi per la pace tra Israele e Palestina come se le speranze che magari fino a qualche settimana fa sembravano utopiche si stanno in qualche modo realizzando in gran parte per la mediazione americana che è stata considerata favorevolmente anche dal Papa.
Così scrive Zelioli nella sezione Settimana santa nel componimento Domenica di Resurrezione: «Come da sempre l’orizzonte umano/ è segnato dal senso dell’attesa/ che dopo la caduta delle tenebre/ venga la luce a rischiarare il mondo,// così nella domenica di Pasqua/ di quell’attesa vede il compimento:/ Gesù ritorna in vita dopo morte…».
Dunque che la speranza di pace si avveri nel mondo, che cessino tutte le guerre e anche se questa prospettiva sembra un’utopia è doveroso ricordare che San Paolo ha scritto che la Fede è la certezza della Speranza e del resto come Gesù ha vinto la morte cosi ci si augura che in un prossimo futuro continuino e s’intensifichino i segnali di pace che già sono cominciati a inverarsi nel tempo presente.
Raffaele Piazza
Marco Zelioli, Speranze di pace, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-62-2, mianoposta@gmail.com.
Patrizia Poli, "Una crepa nel codice"
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Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo"
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Pietro Nigro
Verso il nuovo mondo…
Guido Miano Editore, Milano 2025
È stata pubblicata nell’agosto 2025, dalla Casa Editrice Guido Miano di Milano, la silloge poetica Verso il nuovo mondo… per rincontrarci del poeta siciliano Pietro Nigro, con la prefazione dello stesso Michele Miano. Il titolo della raccolta è piuttosto generico per indirizzare il lettore alla corretta interpretazione del contenuto, così come il primo incipit dell’autore stesso: “Creatore del tutto/ distruggi questo mondo,/ se puoi mutalo/ e non abbia più lame/ che trafiggano”. Egli sembrerebbe invocare una catarsi apocalittica di origine divina, ma in realtà non è così: la causa della sua ira proviene da un forte dolore intimo, domestico, morale, esistenziale che ha visitato la sua esistenza in modo lacerante: “Saranno queste le mie ultime liriche? Forse non avrò più la forza o lo stimolo per continuare. Forse non ne avrò il tempo. Ho raggiunto la vetta gustando la gioia di vivere o soffrendo gli strali del destino. Ora, la discesa che mi sta portando in un mondo ignoto dove mi hanno preceduto Giovanna e Gabriella lasciandomi in un desolato e immenso dolore. Le rivedrò un giorno? Ma dura è l’attesa! Quanto tristi i giorni senza di loro!”.
Dunque, contrariamente alla prima impressione, il libro di Nigro non appartiene alla categoria degli scritti utopistici vagheggianti nuovi mondi ideali in cui la natura umana ha superato tutte le contraddizioni dell’esistere terreno, ma le sue liriche sono prettamente di carattere autobiografico, affettivo, familiare, memoriale, la cui ispirazione trae alimento dalla concreta e personale sofferenza per la perdita degli affetti più cari, dapprima la figlia Giovanna e successivamente la moglie Gabriella. Ci troviamo di fronte allora ad un canto antico come il mondo, elegiaco ed epicedico, che trovò la sua espressione migliore nella civiltà ellenica. Non è solo un canto di dolore, ma anche e soprattutto, un canto d’amore e precisamente un lamento per l’amore perduto: la psicanalisi direbbe – con formulazione più scientifica che letteraria – elaborazione del lutto. Ma nelle sue liriche il poeta va oltre ogni etichettatura formale ed esteriore, per incamminarsi sul terreno dello squisitamente umano, aprendo il suo animo alle toccanti corde della commozione, del rimpianto, del ricordo affettuoso. La sua opera è perciò una testimonianza d’amore memoriale, ma che non si ferma al passato, a ciò che è stato e non è più, intraprendendo ora il cammino della futurologia: il nuovo mondo sarà quello condiviso con Giovanna e Gabriella, come da lui indicato nel sottotitolo… per rincontrarci.
La prospettiva dell’autore è chiaramente la speranza escatologica di un’altra vita – ora non definibile a causa del limite umano – in cui si starà ancora insieme nella continuità di affetti e condivisioni vissuti quaggiù. Il suo dolore si trasforma così in una riflessione sui destini umani dopo la morte, dove la morte stessa viene sublimata e superata dal desiderio di perpetuare, eternare il proprio io, quello dei propri cari e di tutta l’umanità. Mentre il Foscolo, nella sua religione della memoria, sancisce la “corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti, che si trovano nel “nulla eterno”, in Nigro lo scenario oltre tombale assume contorni più vicini alla terza cantica dantesca, non importa se nel primo Dio non è ben definito, mentre nel grande fiorentino ha il volto della Trinità cristiana: l’importante è che a tutti sia stata assegnata la sopravvivenza tout court.
Oltre ai temi pregnanti e decisivi affrontati dal poeta, non dimentichiamo il valore lirico della raccolta Verso il nuovo mondo: è un invito al lettore a visitarla per incontrare la sussistenza di spessori umani che sembrano scomparsi, di fedeltà che paiono sepolte, di unioni dei cuori mandate in esilio nei massacrati rapporti della contemporaneità. Nel poco spazio che mi rimane, ecco alcuni lacerti emblematici: “L’ultima volta che ti vidi/ i tuoi occhi afflitti fissarono i miei/ come preghiera a non lasciarci./… / oh! come sapevi entrare nel mio cuore/… / ti prenderò per mano,/ e insieme percorreremo l’ignoto mondo/ dove vivremo una perenne vita” (da “Giovanna”); “Ci ritroveremo in quel luogo un giorno/ in un mondo senza inizio e fine/ io e te,/ e gli altri che amammo” (da “Ci ritroveremo”); “Piango la tua assenza/ e i giorni felici/ sulla terrazza,/ io e te a guardarci negli occhi” (da “Piango la tua assenza”) … Il poeta sembra chiuso nel suo dolore, ma neanche questo è vero; ne è testimonianza, fra le altre, la composizione “Morte nel deserto del Negev e a Gaza”, dove piange le vittime dell’odio e reclama il riscatto morale: “Solo l’amore sanerà la terra,/ mentre l’efferata brama di potere/ vi darà la morte”.
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.
Enzo Concardi
Niederngasse in uscita con il numero 2 cartaceo
La storica rivista d’artista Niederngasse, fondata online nel 1998 in Svizzera, e diretta da Paola Silvia Dolci, pubblica a fine ottobre 2025 il suo secondo numero cartaceo. Un’edizione limitata e numerata che conferma la vocazione politico-letteraria di questa indipendente realtà culturale.
Il Numero 2, in edizione limitata, numerata, da collezione sarà accessibile a tutti anche in digitale attraverso un originale “Grande Giuoco di Niederngasse”: una plancia da tavolo in cui ogni casella corrisponde a un articolo del numero stampato, e un QR code permette di scaricare gratuitamente il PDF integrale della rivista. Con questa soluzione creativa, Niederngasse intende preservare l’esperienza fisica e collezionabile della rivista senza rinunciare alla libera circolazione dei contenuti culturali.
Niederngasse è una rivista italiana indipendente di poesia e cultura, ed è online dall’agosto del 1998, fondata in Svizzera da Pasquale Capocasa e divulgata in tedesco, poi in inglese con sede in Canada, e poi in italiano, a Milano, diretta da Arlene Ang, con tirature semestrali e le copie venivano pubblicate in gennaio e in luglio.
Le edizioni tedesca, inglese e italiana di Niederngasse hanno poi cessato tutte le pubblicazioni cartacee tra il 2005 e il 2006. In quello stesso periodo, le edizioni tedesca e inglese sono state chiuse definitivamente, sia nella versione cartacea sia in quella online. Paola Silvia Dolci è subentrata alla direzione dell’edizione italiana nel 2006, e dal 2011 ne cura stabilmente e quotidianamente ogni aspetto. Da allora, l’edizione italiana è rimasta l’unica attiva, ampliando il proprio raggio d’azione come rivista indipendente di poesia e cultura, con un forte orientamento alla ricerca e alla sperimentazione.
Niederngasse è una parola tedesca e può essere tradotta come “vicolo basso”, “strada bassa”, quindi un luogo urbano spesso nascosto, un rifugio per chi cerca il diverso. Le riviste letterarie sono la cavalleria leggera della letteratura. Affiancano la vita editoriale, anticipano le correnti e il sentire comune. Questi numeri stampati nascono dal desiderio di esplorare futuri alternativi. Immaginare mondi che potrebbero svilupparsi in modi imprevisti: piccoli cambiamenti che si trasformano in rivoluzioni sociali, tecnologiche o ambientali. Il contenuto della rivista si concentra su scenari plausibili ma radicalmente differenti da quello attuale. Perché farlo? Perché pensare all’avvenire in modo inconsueto ci aiuta a riflettere su dove stiamo andando e se dovremmo cambiare rotta. Non è solo fantasia: è un modo per stimolare il pensiero critico e la creatività. È fondamentale concepire prospettive diverse dal nostro presente, capaci di offrire visioni alternative che incoraggino il dibattito e il divenire umano: è una sollecitazione a vedere la scrittura non solo come rappresentazione dell’oggi, ma come strumento per costruire e reinventare il domani. Non si tratta solo di scrivere storie, ma di delineare contesti che potrebbero influenzare la nostra visione del futuro. Niederngasse è politico. “Quando gli intellettuali non possono fare nient’altro, fondano una rivista”. Sezioni della rivista: Narrativa e poesia speculativa, Storie del futuro, Mondi possibili, Articoli, saggi e scenari futuribili, Futuri plausibili, Speculazioni scientifiche, Interviste e conversazioni, Dialoghi sul futuro, Visionari (anche immaginari), Recensioni e analisi, Nuove uscite (anche immaginarie), Classici alternativi (anche immaginari), Arti visive e design futuribile, Visioni alternative. All’interno del primo numero troverete contributi di autori come Vincenzo Ostuni, Nino De Vita, Antonio Syxty, Alfonso Lentini, Luciano Neri, Pier Franco Brandimarte, Alessandro Seri, Gloria Postuma, Riccardo Innocenti, Michaela D'Astuto, Giuseppe Rizza, Antonio Francesco Perozzi, Francesca Marica, Giuseppe Calandriello, Valentina Murrocu, Francesco Scapecchi, Vittorio Alfieri, Elisa Audino, Alberto D'Amico. Nel secondo numero le autrici e gli autori: Guido Oldani, Vincenzo Mascolo, Gordiano Lupi, Marco Giovenale, Antonino Bove, Alfonso Lentini, Francesco Deotto, Salvatore Sblando, Francesco Aprile, Lorenzo Mari, Alessandra Greco, Giuseppe Calandriello, Lidia Popolano, Luca Zanini, Giuseppe Rizza, Francesca Perinelli, Niccolò Bosacchi, Luigi Di Cicco, Sandra Branca, Vittorio Alfieri, Guido Michelone. Il progetto grafico è stato commissionato a Francesco Calcagnini, scenografo e costumista, che ha collaborato con importanti registi come Dario Fo, Ronconi, Davide Livermore, ecc. lavorando a produzioni teatrali o operistiche di rilievo. Le sue opere spazi dalla scenografia, alla pittura, all’istallazione.
La rivista è in via di registrazione come pubblicazione d’artista a tiratura limitata, con deposito presso tre istituzioni internazionali: la Bibliothèque Kandinsky del Centre Pompidou, la Fondazione Bonotto, la Tate Library di Londra.
La scelta di trasformare Niederngasse da rivista online a pubblicazione cartacea e di fondare la casa editrice Niederngasse Edizioni, risponde a una precisa visione. Non si tratta di nostalgia del libro, ma di un gesto editoriale consapevole che intende restituire profondità, presenza e durata a una forma di espressione oggi marginalizzata. Il passaggio al cartaceo riafferma la materialità del testo in un’epoca di ipercondivisione digitale, dove la parola corre e si dissolve. Stampare significa: fermare, dare peso, affermare l’esistenza di un pensiero che merita spazio, non solo visibilità. Sottrarsi alla logica dell’algoritmo. La versione online era accessibile, ma inevitabilmente sottoposta ai meccanismi di visibilità del web (like, SEO, reach). Il cartaceo rifiuta la rincorsa all’engagement per affermare una forma di ricezione lenta, autonoma, non interrotta. Dare alla rivista una dimensione da oggetto d’arte. Niederngasse non è solo contenuto, ma anche impianto visivo, grafico, esperienziale. Il cartaceo consente di trattare ogni numero come un oggetto unico, da collezione, valorizzando l’impaginazione, la carta, le pause bianche, le scelte tipografiche. Costruire un archivio culturale autonomo. Ogni numero cartaceo diventa una traccia permanente, che può essere archiviata, donata, custodita, studiata. L’online non garantisce continuità storica. Il cartaceo, sì. E oggi più che mai, costruire un archivio è un atto di resistenza. Coinvolgere una comunità reale. La distribuzione cartacea ha permesso di creare eventi, presentazioni, circuiti fisici di lettura. Niederngasse non è più solo un link, ma un incontro, una voce, un gesto condiviso.
Il lancio del primo numero è stato presentato il 5 aprile a Roma, presso lo Studio Campo Boario, con letture, interventi degli autori e una partecipazione del pubblico curiosa e attenta. Successivamente abbiamo partecipato: al Festival di Saggistica del 38° parallelo, in Sicilia. Poi, ne abbiamo parlato alla Casa della Poesia di Torino, in occasione del Torino Poesia Festival e a Isola Polvese, a Poesiaeuropa, poi a Roma a Inverso Infestival, alla radio a Story Time a Milano, di nuovo a Roma a Esiste la ricerca e un’anticipazione del secondo numero alla Casa della Poesia di Torino. La rivista è pensata per chi crede che la cultura debba ancora avere una funzione critica e generativa. La cadenza prevista è semestrale, con uscite in primavera e in autunno.
Questa forma cartacea nasce anche da un senso di impotenza di dire ciò che è evidente, in un tempo di erosione democratica e disinvestimento civile. Il dibattito sui diritti umani, le riforme che aumentano il controllo in nome della sicurezza, la crisi climatica, i tagli alla ricerca, la strumentalizzazione dell’informazione e della scuola. E poi le grandi ferite aperte — Gaza, Ucraina — che ci interrogano ogni giorno. La cultura non è decorazione ma struttura, e ogni parola pubblicata ha il potenziale di incidere sulla realtà. Diciamo che Niederngasse è la cavalleria leggera della letteratura italiana, e per noi significa prendere posizione e non voltarsi dall’altra parte. Questo numero stampato nasce anche dal desiderio di una letteratura e una cultura attivamente coinvolte nella trasformazione sociale del paese. Niederngasse è una rivista politica, la letteratura può incidere realmente sul presente quando rinuncia a essere solo intrattenimento o consolazione. Può ancora spostare qualcosa, accendere coscienze, se riesce a parlare alla parte più vigile di noi. (Non sempre lo fa, e non sempre ci riesce.). Niederngasse è nata come rivista indipendente fuori dai circuiti accademici e commerciali, ed è rimasta tale.
Paola Silvia Dolci, autrice, giornalista pubblicista, è direttrice responsabile ed editrice della rivista Niederngasse. Ha concepito e definito l’impianto editoriale del questo progetto. Le date delle presentazioni pubbliche del Numero 2 (previste a fine ottobre e oltre) sono in via di definizione. Invitiamo lettori e stampa a seguire i canali ufficiali di Niederngasse per gli aggiornamenti su luoghi e calendari degli eventi. Per informazioni, interviste o richieste di collaborazione è possibile contattare la redazione: redazione@niederngasse.it e paolasilviadolci@gmail.com
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