Il fotografo
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All'improvviso, l'ignaro soggetto dai lunghi capelli rossi come il melograno, nel mentre cammina sorridendo con le braccia alzate verso il cielo tramontante, si ritrova in una posa non voluta. È il momento perfetto per il click di una Polaroid da cui seguirà la magia di uno scatto.
Il timido fotografo, da sempre innamorato della sua migliore amica, porterà dentro il marsupio a tracolla, regolato all'altezza del cuore, l'intimità di quell'istante che sarà soltanto suo.
Vincenzo Meo, "Oggetti preziosi"
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Oggetti Preziosi
Vincenzo Meo
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Vincenzo Meo, dotata di semplicità compositiva, assume i connotati di un atteggiamento introspettivo continuo e di analisi della propria dimensione meditativa. Affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con lo sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza, della degradazione dei valori etici, di una società ormai alla deriva. La sua ispirazione artistica si snoda attraverso i binari dell’angoscia esistenziale dove alla solitudine e alla precarietà dell’esistenza umana non sembra esserci rimedio se non ripiegarsi in se stessi. È consapevole che solo la poesia e l’arte nella sua accezione generale può e deve essere strumento salvifico per le future generazioni. Si legga la breve e incisiva lirica Un poeta: «…Un poeta… / qualcosa in più, / qualcosa di diverso». E la lirica L’Artista: «È un uomo senza forma, / senza dimensione, / senza struttura, senza età, / senza confini».
In altri testi il poeta canta gli affetti familiari, l’amore per i genitori e la famiglia, le bellezze del Creato. Il sentimento della natura si direbbe poi essere un altro elemento catalizzante della sua ispirazione con la descrizione di felici e delicati quadretti agresti della sua Trivento e della terra d’origine. Il poeta soffre per l’amara consapevolezza dell’aridità dei tempi odierni, soffre per le guerre fratricide, per i soprusi, per le ingiustizie.
Rimpiange il tempo perduto, una vita agreste povera e sincera. Rimpiange gli insegnamenti del padre e dell’adorata madre: «… Mi avevi insegnato / a credere in qualcosa…/ Ora, tutto è cambiato! / Non c’è più giustizia; / i valori sono stati distrutti, / la favola è finita. / Ed io, / che ti avevo sempre / dato retta… / oggi devo lottare / in un mondo / corrotto». (Tuo insegnamento. I suoi versi si ispirano spesso alla memoria di malinconiche suggestioni del passato, a rievocazioni e rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca perduta, di certe idealità, e valori ormai dissacrati dalla civiltà tecnologica e da un mondo sempre più individualista (…).
Michele Miano
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Di fronte all’angoscia del vivere umano, alle tremende vicende cui l’uomo assiste quotidianamente, Vincenzo Meo contrappone il suo peso interiore, anzi propone la sua intima personalità fatta di azioni, sentimenti e immagini genuine, pure, semplici, che calmano il cuore del lettore in ogni suo più nascosto anfratto.
Il suo pensiero, che tramuta in azione morale, rappresenta il suo iter comunicativo, la pace interiore ed esteriore che ognuno dovrebbe ricercare per “vivere” i giorni di questa vita terrena. L’autore di queste liriche sintetiche, chiare, precise vuole porgere all’umanità la speranza di un mondo migliore, le sue intime emozioni con una soavità, una delicatezza di spirito stupefacente, rivestita al tempo stesso di una corazza talmente coriacea che respinge i soprusi, le violenze, la guerra ed è permeabile al dolore, alle grandi sofferenze dell’umanità, alla solidarietà, al vero amore che solo potrà salvare e riscaldare l’uomo in questa valle di lacrime (…).
Romeo Iurescia
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Poeta della meditazione e dei ritorni Vincenzo Meo, poiché si immerge nei ricordi denunciando una certa tristezza di fondo, tristezza di un tempo che passa, un tempo che lo ha deluso perché simbolicamente legato al concetto del bene e del meglio, della morale e quindi dell’onestà che per una vita lo ha reso integro ai propri principi educativi lasciandolo però povero di mezzi e di soddisfazioni che invece altri riescono ad ottenere. Tormento d’uomo questo, ma un giusto come Vincenzo Meo ha in sé la più grande conquista: il mondo spirituale, che non ha limiti di ricchezza e di gioia profonda.
Da questi presupposti si diparte una poesia carica di forza a riscattarlo da quel dolore sordo che lo fa fortunatamente reagire, riuscendo a scrivere il proprio testamento spirituale in una chiave di tutto riguardo letterario. La qualità della sua poesia porta il marchio della migliore ispirazione; infatti il poeta è sorretto da una chiarezza mentale eccezionale, in quanto le immagini che formano i versi appaiono di un nitore formale e di un pensiero veramente incredibile. Anche se descrittiva la sua poesia assurge a trasfigurazione metaforica, questo significa che egli ha compreso che la poesia è tale se la forza del verso la qualifica nel contenuto e nella carica emotiva, carica impressa da un attimo che trascende la stessa realtà che il poeta intende enunciare. Soltanto così è possibile una realizzazione consona ai canoni che sostengono il concetto di poesia, anche se i modi per realizzarla possono essere diversi e legati alla sensibilità individuale (…).
Vincenzo Bendinelli
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L’AUTORE
Vincenzo Meo è nato a Trivento (CB) dove attualmente risiede. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di sedici anni; ha pubblicato le raccolte di liriche: Cielo grigio squarci azzurri (1979), Una luce diversa (1985), e il libro di pensieri in versi: Riflessioni (1993). Ha partecipato a rassegne letterarie ricevendo consensi e segnalazioni. Sue poesie sono inserite in numerose antologie letterarie.
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Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.
Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"
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Daniela Burroni Giannoulidis
Il calendario della poetessa pavese Daniela Burroni scorre di giorno in giorno su binari essenzialmente autobiografici, rispettando rigorosamente un ordine cronologico da diario o agenda, ma per libere associazioni di pensiero e stati d’animo per quanto riguarda i contenuti e le tematiche. Ergo, inizia dal 1 gennaio, data nella quale ella colloca una lirica dal titolo Saliscendi, che rappresenta in sostanza ed in estrema sintesi il suo piano dell’opera e che quindi il lettore dovrebbe ben meditare per capirne gli scopi: “Aveva il saliscendi / la lampada del nonno / poteva illuminare l’intera stanza / o un piccolo lavoro da osservare… // Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita / qua e là / a quindici o a trent’anni / a sette a venti o l’altro ieri / e scopro all’infinito le emozioni / ritrovo / nello sfogliar degli attimi passati / il senso di una vita tutta intera”. Sfogliando dunque il suo calendario percorreremo con lei una cronaca familiare con innumerevoli spunti e particolari della vita quotidiana: c’è quasi un’apologia delle piccole cose che costituisce un ‘trait d’union’ con certi modi della poesia crepuscolare e, per altri aspetti, con il ‘modo di fare letteratura’ degli scrittori frammentisti del Novecento.
Se memoria ed emozioni sono tra gli ingredienti principali della sua recherche, alla poetessa non sfugge l’implacabile scorrere del tempo, scolpito da diversi pensatori d’ogni epoca in frasi rimaste memorabili: panta rei (Eraclito), tempus fugit (Virgilio), carpe diem (Orazio)… Ed è forse per tali motivi che Daniela Burroni coniuga con forza ed energia altri due concetti racchiusi nei termini: radicamenti e legami. I radicamenti sono con i paesaggi della sua terra pavese, con la città antica capitale longobarda, con il suo piccolo mondo degli affetti domestici; i legami sono quelli tenaci e gelosamente conservati con il passato ed in particolare con l’infanzia, i quali costituiscono un altro filone dominante del suo humus poetico. Tutto ciò nasce da una attenta e diuturna speleologia della vita interiore, dalla quale trae vissuti, sensazioni, immagini, suggestioni. Si rivela qui probabilmente il bisogno pressante di mettere ordine in tutti gli eventi dell’esistenza, oggi divenuti ricordi relegati nel passato, ma che lei non abbandona perché indelebili, soltanto suoi, che nessuno può violare o scippare. Il suo calendario, in conclusione, non contiene appuntamenti per il futuro, ovvero nuovi progetti di vita, ma rivisitazioni del passato che tiene compagnia al presente.
La poesia scritta nel foglio del 16 febbraio è un esempio paradigmatico di quanto l’analisi critica sta rilevando: “Lontano dagli spazi e dai tempi / del vivere quotidiano / l’esistenza è un filo sottile / che si nutre di cose amate / di ricordi di sogni // Infiniti segni del passato / danno la forma ai luoghi odierni / giorni e ore / storie e pulsare di sentimenti / infinite generazioni / susseguitesi prima che io nascessi / sono in me / anima stessa del mio pensiero / e poi saranno in voi / figli da me generati”. E, se vogliamo concretizzare possiamo citare, tra i tanti, i ricordi più cari: l’Epifania in famiglia, ma anche il vuoto dell’adolescenza, i ricordi della vita trascorsa ad Atene in Grecia, le fiabe raccontate da mamma e papà, le presenze nel giardino di casa, la poesia dedicata al Ticino, i luoghi dell’infanzia come Zavattarello, la sua casa vissuta come un monastero, il Duomo di Pavia, i vecchi traslochi dei contadini nell’estate di San Martino, i piccoli oggetti compagni di vita, gli scorci paesaggistici svelanti il suo amore per la natura, l’amore per il compagno anche se spesso lontano per lavoro… Importante il suo rapporto con la poesia: “Nel tumulto degli affetti / e dei tempi / ciò che desidero di più / è un pezzetto di carta / e una matita o penna / per buttar giù due parole: / la mia sintesi della vita” (17 febbraio); per esprimere, dice altrove, “la gioia di essere vivi / di esserci in questo momento”; oppure: “Resta la poesia / amica dei giorni tristi / ove annegare / pensiero e dolore / in fondo ad un verso”. Ma nel suo calendario Daniela Borroni scrive d’un evento che forse supera tutti gli altri: “Come per Paolo / sulla strada di Damasco / è stato un attimo / una folgorazione / il mio riconoscerTi“. Da qui la Sua presenza negli altri, nella pace ritrovata dell’anima, nella Resurrezione per abbandonarsi fra le Sue braccia, nelle bellezze del Creato, nell’Amore per l’umanità.
Enzo Concardi
Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.
L'aprimitili
Quando ero un adolescente, prevalentemente nei mesi estivi dacché libero dagli impegni scolastici, da lunedì a sabato mi prodigavo come commesso magazziniere in un negozio di articoli casalinghi. Il lavoro non mi dispiaceva, ma c'erano vari aspetti negativi, tra cui la scarsa paga, che si attestava sui duecentoquaranta euro al mese, e i clienti seccanti, impertinenti o comunque difficili da trattare. In proposito, la storia dell'aprimitili merita di essere raccontata.
Ricordo che in una vigilia di Ferragosto, intorno alle venti e trenta, a ridosso dell'orario di chiusura, entrò un'occhialuta avventrice di mezza età dall'espressione immodesta. Indossava un tailleur grigio, lo stesso colore dei suoi cortissimi capelli, e un paio di scarpe aperte decorate di perle. La etichettai una borghesotta anche per via dell'andatura, come se tenesse un palo piantato nel culo.
Cominciò a gironzolare per il negozio, finché tre espositori di utensileria per cucina catturarono la sua attenzione. Lo confesso: pregai mentalmente che non mi rompesse i coglioni.
«Salve, cercavo un aprimitili!» esordì, rivolgendosi a me.
«Un apri...?»
«Un aprimitili!»
«Un aprimirtilli?»
«Un aprimitili!» mi corresse antipaticamente.
«Un aprimitili» ripetei a bassa voce alzando gli occhi al soffitto alla Leo, personaggio interpretato da Carlo Verdone in Un sacco bello.
Visto che non ne venivo a capo, decisi di affidarmi all’aiuto di Ada, l'anziana proprietaria. In verità, avrei preferito evitare, in quanto, al pari del marito (in quel momento assente), tendeva a lamentarsi o a rimbrottarmi se non riuscivo a servire adeguatamente i clienti.
«La signora desidera un aprimitili. Non so...» le dissi un po' in ansia, senza completare la frase.
«E che è?» esclamò sbuffando.
Nel frattempo la donna in grigio ci squadrava con aria sdegnata, probabilmente pensava che in quel negozio di casalinghi l'ignoranza regnasse sovrana. La esortammo così a spiegarci in soldoni che cosa fosse esattamente l'arnese in questione. Niente, la "menosa" insisteva a oltranza con quella maledetta parola. Aprimitili, appunto. Sembrava farlo apposta.
All'improvviso, la tiritera fu interrotta da Pino, il figlio dei titolari, che, nonostante stesse telefonando a un rappresentante, in qualche modo aveva seguito la vicenda.
«Mi scusi, resti un attimo in linea. Giuseppe, la cliente vuole semplicemente un apricozze. Ah, per la cronaca: i mitili sarebbero i molluschi» mi informò acidamente, appoggiando la cornetta del telefono sulla spalla.
La noiosa attempata venne servita e finalmente si levò dalle scatole, tuttavia quel cacchio di coltellino ineluttabilmente mi fece collezionare l'ennesimo cazziatone.
Provai inutilmente a giustificarmi sostenendo che nessuno "nasce imparato", per di più non potevano pretendere che conoscessi l'intero e vasto repertorio di merce. Sindacare poi che, prima dell'intervento di Pino, nemmeno Ada sapeva in che consistesse un aprimitili, avrebbe sicuramente peggiorato la situazione, quindi lasciai perdere.
Mezz'ora dopo, quando rincasai, mia madre si accorse immediatamente che ero stizzito.
«Peppe, com'è andata la giornata? Hai fame?» mi domandò preoccupata. «Per cena ho preparato l'impepata di cozze.»
«Cozze? Mamma, non ti ci mettere pure tu!» sbraitai.
«Che è successo?»
«Guarda, un pomeriggio finito di merda. Da tagliarsi le vene con un... aprimitili.»
Drip. Drip. Drip.
Drip. Drip. Drip.
Cesare, un ragazzino dell'Esquilino, uno dei quartieri più disagiati di Roma, se ne stava sdraiato sul letto con l’intento di dormire, ma, a causa di un fortissimo temporale, il gocciolamento continuo dal soffitto in un secchio di metallo sul pavimento gli rendeva il sonno difficoltoso. Inoltre, pur avendo svuotato il contenitore poco prima di coricarsi, presto esso sarebbe stato pieno di altra acqua piovana, costringendolo a scomodarsi per smaltirla nuovamente.
«Li mortè, ma proprio ‘sta stanzaccia me doveva capità» borbottò a bassa voce.
Drip. Drip. Drip.
A Cesare venne poi l'idea di sostituire il secchio con una damigiana vuota in vetro da trenta litri con bocca larga, e di immettere una serie di stracci al fine di attutire il rumore da sgocciolamento. Funzionò.
«Porca mignotta! Che genio che sono! E bonanotte ar secchio!»
Terradimandorla, "Divento di vento"
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Divento di vento
Terradimandorla
Gli scrittori della porta accanto
Pubme, 2024
pp 93
14,00
Una raccolta di racconti molto ben scritti, molto letterari. Spaziano dalla fantascienza all’onirico, passando per il surreale. Illustrati con disegni scomposti, quasi liquidi, dai colori pastello. A scriverli e dipingerli è Terradimandorla, pseudonimo di Cristina Basile, autrice expat in bilico fra Francia e Sicilia.
Donne (ma non solo) protagoniste di storie difficili da raccontare, trasfiguranti e trasfigurate, dove è in atto un’alterazione. Il cambiamento non spaventa neanche più poiché è ineluttabile, ci si lascia andare alla sua azione scompaginante, si diventa “vento”, a nostra volta portatori di mutazione.
Storie anche crude, dilanianti, dure da digerire, raccontate come se niente fosse, senza apparente pathos ma con molta tensione sottesa. Ragazzine orfane, padri scomparsi, uomini violenti, fatti di cronaca. Personaggi e trame che partono in un modo e si rivelano tutt’altro, tempo che scorre a balzi in modo straniante, luoghi che assumono significati archetipici, come il cimitero delle Fontanelle di Napoli o la tonnara di Favignana. Gli eventi più semplici, più quotidiani, come fare la baby sitter o indossare un vestito col fiocco, assumono significati fantastici, si addentrano nell’inconscio, trascolorano in concetti comprensibili più con l’intuito che con la ragione, intrisi di sessualità rimossa o violenza. Portano con sé la necessità di “sciogliersi nell’acqua”, liberarsi, “scomparire a se stessi”, come afferma l’autrice spiegando l’istinto che l’ha portata a lasciare la propria terra.
Uno stile studiato, parole soppesate, scelte fra mille a creare un accostamento non immediato che è già metafora di per sé. Una prosa talmente connotata da divenire poesia ermetica, forse più da accettare che da comprendere.
In mezzo a tanta narrativa d’evasione, ogni tanto si sente il bisogno anche di letture ricercate come questa.
Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"
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Sfogliando il calendario
Daniela Burroni Giannoulidis
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poetessa pavese Daniela Burroni Giannoulidis, dopo gli anni trascorsi ad Atene con il marito greco, e l’impegno nella ricerca biotecnologica, ha deciso di donarsi ai versi con assiduità, e ha ricevuto, a ragion veduta, apprezzamenti da parte di critici letterari della levatura di Giulio Panzani, Fulvio Castellani, Marcella Mellea ed altri.
In quest’occasione presenta un calendario lirico dei trecentosessantacinque giorni dell’anno, progetto copioso, di rara originalità. La genialità della poetessa non sta solo nel proposito, ma nella capacità di sfogliare il tempo senza ricorrere a tecnicismi, con luminosa, incandescente ispirazione. Leggendola si pensa a un’autentica vocazione, intesa nel senso letterale di ‘chiamata’. Non vi è dubbio, che come disse Marcel Proust «i giorni sono forse uguali per un orologio, non per un uomo», ma nel caso di Daniela Burroni l’arida clessidra dell’esistenza, che concede lampi di eternità, si trasforma in uno spartito di note quotidiane, che consentono di leggere l’attimo terreno come infinita melodia. Si parte dal 1 gennaio con versi tratti dalla lirica Saliscendi: «…Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita…», e si è trafitti dall’eco dei grandi della nostra letteratura, grazie al soffio purissimo di endecasillabi spezzati da settenari, da un metro classico utilizzato in modo moderno, vitalistico, dal ritmo assordante e dal timbro che varia in modo inesausto.
Nessun esercizio, una capacità di pensare in poesia, di suonare in versi, di non dare confini all’immaginazione, e al di là di ogni espediente lirico, quest’autrice pavese, imbevuta del sole e del mare greco, si distingue per l’assenza di atmosfere cupe, di oscuri presagi. Pur visionaria, come tutti i poeti, è fresca come acqua sorgiva, scorre tra i ricordi e il presente senza la sindrome della nostalgia malata. «È gioia pura / rispolverare i ricordi / ritrovare gli oggetti dei miei bambini / che sono ormai cresciuti…» (7 febbraio). Più che esaustiva in merito al concetto espresso la lirica Carnevale del 25 febbraio: «Maschera triste / sui violini d’inverno / piangi i tuoi lamenti / spegni nelle fresche mattine / i singulti di sole // vattene vecchia / la vita è adolescente adesso / freme la pelle / al palpito biondo / di una chioma». Non esiste nella Nostra la malinconia di ciò che ha lasciato e l’attesa di ritrovarlo ancora, ma un senso dolce di gratitudine verso le isole del passato e di attenzione al presente e a ogni domani.
Lo sguardo che posa sulla Natura è intriso di un sentimento panico, e la lunga permanenza ad Atene ha senza dubbio influito sulla sua percezione del paesaggi e dell’esistenza. Sono numerose, infatti, le liriche dedicate alle atmosfere, ai giorni e ai sentimenti vissuti nella repubblica ellenica. Vi si colgono tratti intimistici, spunti riflessivi, che riportano al genere ‘idillico’, all’ambiente inteso come amoenus, nel senso di sereno, e a quadri familiari, mutevoli come è ovvio che siano, ma privi di tormenti, Il 22 marzo recita: «Io so dove abita il vento: / nei pensieri che scompiglia ogni momento / e riaggiusta e riprende e solleva / a suo piacimento / incurante degli anni vissuti / e dei giorni che stiamo vivendo…», versi che sembrano accompagnati da un’arpa celtica e confermano che ci troviamo di fronte a una partitura alla quale corrispondono le melodie del cosmo, a un prisma che svela le sfumature della luce.
La solarità dell’Autrice non corrisponde a una forma di indolenza verso gli stimoli esterni. Ella si cala nel sociale, nella consapevolezza che l’unico specchio che conta è quello che ci restituisce la dignità del nostro essere uomini, ed è conscia che ogni forma d’amore cominci in famiglia. Ha saputo tessere la tela di una casa dove regna l’armonia con fili di pazienza, di dedizione e di fede e ha imparato il segreto per volgere lo sguardo misericordioso verso il prossimo. Il 7 aprile si leva il canto: «…questo lutto silente / grave opaco / che ammutolisce il cuore / che sia pietra / da cui sgorghi di nuovo / la vita» (2003, guerra in Irak), e pur nello spaesamento, nello strazio per i conflitti, per le ingiustizie, le liriche palesano la certezza che la pace vada cercata innanzitutto in noi stessi e che è indispensabile coltivare la speranza.
La ricerca dell’equilibrio individuale e la verticalità rappresentano le fondamenta della vita. Devo confessare che i versi di Daniela Burroni mi hanno procurato una sorta di formicolio interiore, di tenera inquietudine. Ho pensato a Jacques Brel e a La canzone dei vecchi amanti che «ce ne vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti», e ovviamente non mi riferisco ai dati anagrafici, ma alla capacità di quest’artista di conservare in sé il fanciullino, inteso non nella rigorosa accezione pascoliana, ma come una maturità di pensiero che non uccide il senso della meraviglia e del mistero. Ho compreso, leggendo più volte la silloge, che quel formicolio altro non era che il riflesso della mia anima nella sua.
Devo ammettere che è la prima volta che mi trovo a scrivere di una coetanea con un modo di intendere l’esistenza, il rapporto con gli altri, con la natura e con la fede tanto simili al mio. «…Soffio del Divino / sentito creduto / (e in altri istanti / tristemente perso, / poi ritrovato)…» (La mia Pentecoste, 1 giugno). I versi citati ed altri esprimono il dubbio, che non rappresenta un sentimento sterile e non rende colpevoli, ma è una grazia, una componente ineludibile della spiritualità. Lo stesso Sant’Agostino asseriva «una fede che non sia pensata è niente», perché le certezze rendono superbi e diminuiscono la tolleranza.
Le liriche che presentano una tensione verso il cielo sono permeate dall’apertura d’ali che contraddistingue tutti gli aspetti dell’esistenza di Daniela Burroni, non rivelano forme ascetiche di chiusura, di distacco dalla realtà. Ella, con la sapienza, data solo alle persone eccezionalmente sensibili alla bellezza, capaci di creare, accosta i mesi e i giorni ad anniversari, viaggi, feste consacrate e all’inevitabile srotolarsi delle stagioni dell’esistenza: «L’argento delle chiome, / che dice il passare dei giorni, / trattiene, distillato da ogni amarezza, / un brillio di vivida forza…» (26 settembre). Tramite il carattere teso ad arco verso il sogno e tramite la Poesia, prima freccia dell’arco, Daniela Burroni Giannoulidis vive l’argento come una nuova gradazione di colore della gioventù. La cifra stilistica vede alternarsi liriche di ampio respiro, ad altre più brevi, ad alcuni aforismi splendenti come dardi di fuoco, forse le note più alte dell’intera partitura.
Nel congedarmi da questa Poetessa in eterno levare, con due patrie nell’anima e un perenne viaggio nel cuore, avverto una dolce saudade e nuova gratitudine verso la vita che mi ha concesso il dono di incontrarla e di trascorrere un anno lirico con lei…
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Daniela Burroni Giannoulidis è nata nel 1957 a Pavia. Nel 1982, dopo la laurea in scienze biologiche e dopo il matrimonio, si è trasferita con il marito greco ad Atene, dove è nata la sua prima figlia, e dove è restata per cinque anni lavorando presso il laboratorio biotecnologico di un’azienda chimica. Poi con la famiglia è tornata in Italia, a Pavia, dove sono nati altri due figli, quindi a Certosa di Pavia, attuale residenza. Pur scrivendo poesie fin da giovanissima, ha iniziato a farle conoscere solo dopo aver lasciato il laboratorio per dedicarsi alla famiglia. Ha pubblicato due libri di poesie: Passano i giorni (1997), Tra il balcone e la cucina (2004), e due brevi sillogi in volumi antologici: I riflessi dell’esistere (2003), La poesia della luce (2021).
Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.
Il mio nuovo romanzo: GALEOTTO FU L'INFERNO
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#galeottofulinferno
Ecco a voi il mio nuovo romanzo!
Un angelo caduto.
Una giovane donna in lutto.
Una natura diabolica con cui fare i conti.
L’eterna lotta tra il bene e il male. Tra amare ed essere amati.
Patrizia Poli
Literary Romance , 2024
Il mondo sta andando a rotoli, fra pandemia e terza guerra mondiale. Confuso e incolpevole, Samael, ovvero Lucifero, stella del mattino, sale sulla terra per capire le motivazioni degli umani e l’imperscrutabile volontà di suo padre, Dio.
Incontra una giovane madre che ha appena perso il suo bambino per il Covid. Lei è BUONA, perbene e angelica, non ha potuto studiare per la morte dei genitori e ha vissuto fino a quel momento una vita semplice e onesta. È divorziata da un marito infantile e stupido. Samael ne rimane folgorato, decide di osservarla, per carpirne l’innocente mistero. Decide anche di aprire un’agenzia di pompe funebri all’ultimo grido, la Oltretomba Starlight.
Samael è il Lucifero degli gnostici, il portatore di conoscenza e verità, in lotta con un Dio indifferente ai drammi dell’umanità. Giorno dopo giorno, viene catturato dalla bontà e gentilezza di Angela, vorrebbe lenire la sua sofferenza, e la propria natura diabolica lo spinge a punire sulla terra tutti coloro che le hanno fatto del male, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Per rendersi degno di lei, inoltre, tende a redimere chi ha peccato in modo non grave, e prova gusto a sentirsi buono nel farlo. Questo, però, non piace a Dio, per il quale gli umani vanno giudicati e puniti solo dopo la loro morte, senza interferire prima.
Ma qualcuno di inaspettato metterà le cose a posto.
Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"
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Antonino Stampa
FIORI DI CALENDULA MARITIMA
Antonino Stampa, siciliano, laureato in filosofia, ha insegnato Lettere, innamorato della sua terra ha voluto dedicare al Trapanese, dove ha avuto i natali, la raccolta Fiori di Calendula maritima (Guido Miano Editore, Milano 2024). Come meglio spiega in chiusura Angelo Troia, i fiori di calendula maritima sono in pericolo di estinzione; unici al mondo crescono sulla costa trapanese. Essi mi suggeriscono la metafora del terremoto del 1968, argomento del libro, che sconvolse i territori della Valle del Belice, quando l’Autore allora aveva 22 anni. Rimane un ricordo indelebile in tutti i siciliani, soprattutto in coloro che appartengono alla generazione del Nostro.
Il volume comprende cinque sezioni (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo, Belice 1968-2018); i primi quattro sono contrassegnati da una numerazione romana progressiva fino a XXXI, la quinta sezione è espressamente orientata al terremoto e i suoi componimenti hanno numerazione autonoma fino all’XI. Ricordiamo che la Valle del Belice (con l’accento aperto sulla i) comprende i Comuni di Gibellina che è quello maggiormente colpito, Partanna, Salemi e Castelvetrano, tutti in provincia di Trapani. Antonino Stampa si presenta con un andamento piano, sciolto e leggero, dovuto al garbo espressivo e all’etica dei temi toccati. Lo stato d’animo che lo avvolge gli consente solo barlumi di luce e sprazzi di gioia, di gioia vissuta e lontana.
Marco Zelioli (Monza, 1951) ha dedicato la sua vita alla scuola risalendone i massimi gradi nella carriera e occupandosi dei più disagiati; ha pubblicato una decina di libri tra poesia e saggistica. Nella prefazione si avvale anche dei saggi di Enzo Concardi che incontreremo, confermando la dolcezza dell’espressione, quasi una carezza dopo le ferite e le sofferenze, come i versi brevi suggeriscono. Meditazioni sulla condizione umana accostata alla natura, entrambe paragonate alla storia eterna del conflitto tra il Bene e il Male, sembra che si vanifichi il sacrificio di Cristo. Le ferite alla terra e alle case sono simili a quelle sui corpi che, cinquant’anni trascorsi, non riescono a cancellare; ma la speranza non muore mai, pronti a riemergere. Per chi ama i propri luoghi del cuore, mi piace riportare quanto viene citato nella prefazione: Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda».
Antonino Stampa rivive quell’evento tragico. L’evocazione del sisma è chiara e immediata, è Come un battito d’ali: «Un giorno di sole / nel pieno dell’inverno // e capisco / che questa mia vita / è cogliere il sole / prima che la tempesta / mi scuota» (I, Gennaio). Evoca alcuni episodi degli abitanti, degli incontri fra i giovani corpi, sente su di sé la sicilianità fatta di mille storie che hanno attraversato l’Isola. «Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza/ in tempesta» (XIII, Siciliano). Evoca la storia e le antiche abitudini, ora in contrasto con gli abusi di ogni genere; si avverte il suo ritorno nell’Isola. Le sue soste sono anche in altre parti della Sicilia, come per esempio di fronte a Ortigia (Siracusa) in compagnia di Emilia, «Ora, in pensione». Non si riconosce nella nuova realtà, si sente smarrito. Cita il Leopardi: «profondissima quiete io nel pensier mi fingo…» (XXIX), ma dubita che il pianeta continuerà in eterno.
Belice 1968-2018, la quinta e ultima sezione, come aveva avvertito il prefatore, si presenta simile a un poemetto; il primo componimento, brevissimo, è più che lapidario: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» che rende il senso della scossa inaspettata. Il giovane Antonino Stampa allora era dedito ai lavori dei campi, con la mula; in seguito ha cambiato vita. Non indugia nella descrizione sulle ferite, bensì abbozza appena un cenno, direi, cronometrico al momento cruciale del 15 gennaio 1968. «Nel nero della notte s’aprì la terra», le case sventrate «…svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (V sez., V componimento). I morti vengono coperti di calce viva per spegnere i cattivi odori, non c’è il tempo per fare di più. A malapena riconosce i luoghi ove muti ci si interroga.
In chiusura i due saggi di Enzo Concardi, relativi ad altrettanti precedenti opere da cui risaltano le comparazioni di poetica di Antonino Stampa, ci presentano un uomo di meditazioni, come preannunciato nella prefazione. Il Nostro si è nutrito dello spirito della Magna Grecia e dei miti omerici. Così lo sguardo rivolto all’orizzonte del mare e ai profili della montagnola (cioè al monte di Gibellina, nome di derivazione araba), ce lo accostano allo spagnolo Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958) e al poeta e filosofo portoghese Anthero de Quental (1842 - 1891) sul legame con il mare e con il tema della morte. Gli orizzonti della natura sono come una preghiera per chi nasce e lavora a contatto di quei luoghi dove la vita stessa è preghiera. Poetica che somiglia spesso a quella ungarettiana. Ogni altro commento rischia di apparire retorico.
Tito Cauchi
20 giugno 2024
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
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Ore 10:00
In un angusto ufficio postale di un piccolo comune della provincia di Messina, la coda viene bloccata da un anziano signore che ha dei problemi a ritirare la pensione a causa di una dimenticanza.
La gente sbuffa, c’è chi addirittura bestemmia sottovoce, per di più il caldo estivo peggiora ulteriormente le cose, considerando il condizionatore guasto.
Improvvisamente, una signora, che agita nervosamente un ventaglio, decide di cantarne quattro al pensionato.
«Minchia, si rendi cuntu chi avi mezz'ura che semu appressu a lei? Si ni annassi! (Minchia, si rende conto che è da mezz'ora che siamo appresso a lei? Se ne vada!)» gli ringhia inviperita.
«Non mi muovo di un passo. Non esiste proprio che rincaso per prendere il documento di identità, ritornare qui e rifare la fila» le risponde a tono.
«Come le ripeto, non è sufficiente il libretto. È la prassi!» interviene la spazientita addetta dell'unico sportello disponibile.
«Dai, su, mi conoscete da anni, non perdiamoci in formalità!» insiste l'utente, levandosi la coppola.
«Signor Milone, adesso basta! Chiamo la vicedirettrice!» sbotta l'impiegata alzandosi di scatto dalla sedia per incamminarsi in direzione di una stanza sulla destra.
«Ecco brava, chiami Margherita!»
La vicedirettrice, una donna di origine campana dall'aria scocciata, si piazza dinnanzi all'ottantenne.
Ne segue un breve e concitato botta e risposta, finché il pensionato percepisce che potrebbe spuntarla, giocando la carta dell’umorismo.
«Margherita, non faccia la Capricciosa e nemmeno la Diavola, lei lo sa che di Norma vengo qui tutte le Quattro Stagioni. Per favore, da buona Napoletana, si stenda, pardon, si distenda... i nervi.»
Scoppiano le risate tra gli astanti, persino la vicedirettrice si lascia travolgere da quelle frasi "farcite" di spiritosità.
«Per questa volta passi. Regina, puoi procedere, ti autorizzo io» dice rivolgendosi alla collega dallo sguardo serioso da signorina Rottermaier.
«Regina? Per caso di cognome fa Cameo?» scherza compiaciuto il cliente camurriusu.
L’impiegata, senza proferire parola, elargisce con freddezza varie banconote al Mel Brooks della situazione che lestamente ripone nel portafoglio. Dopodiché saluta e con un'espressione soddisfatta, si avvia per uscire attraversando la porta blindata antisfondamento.
«Simpatico quel tipo, la sapeva davvero lunga!» afferma sorridendo uno dei presenti.
«Simpatico un corno! Che pizza che era!» esclama Regina acidamente.
In un batter d'occhio, la coda di quel "forno" di ufficio postale, finalmente riprende a scorrere.
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