La Grande Statua
La Grande Statua con gli occhi vitrei rivolti verso il cielo non si lascia impressionare dai violacei e violenti fulmini.
Massiccia e finemente levigata la figura, impassibile l'espressione, impossibile rompere quel cuore di pietra.
Consapevole di non poter scendere dal piedistallo, con celata rassegnazione si ostina a non mostrare sentimento alcuno.
E i secoli passano.
Christian Testa, "Pensieri poetici nel tempo"
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Pensieri poetici nel tempo
Christian Testa
Michele Miano
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Christian Testa ha radici profonde con la ricerca di se stesso, del proprio pensiero e della propria personalità. I carismi che il poeta possiede sono legati al mondo e alle vicende che ruotano intorno alla sua vita e ai suoi affetti. È la spontaneità del verso a riferircelo: la creatività di un’immagine sempre fresca a farci riconoscere un talento innato nell’arte della poesia. Christian Testa infatti non è nuovo nel mondo delle patrie lettere: ha pubblicato nell’ultimo decennio una decina volumi di poesia anche in dialetto pavese. Originario di Villanterio, comune del Pavese, è anche un attivo e sensibile operatore culturale dove il centro della sua attenzione è la valorizzazione della terra natia con le varie peculiarità.
La sua poesia spazia varie tematiche dal bucolico, sarcastico, ironico, romantico, gastronomico, storico, filosofico, esistenziale, religioso, fino al dialetto pavese; è inoltre autore di testi di canzoni, scritti sia in lingua italiana che in lingue dialettali, per il liscio e per la musica leggera. Trattasi di persona eclettica che ha fatto della scrittura e dell’esercizio della parola una missione di vita. Per Christian Testa l’ispirazione poetica nasce dai moti più reconditi dell’animo umano: un tumulto di sentimenti, affetti familiari, delicate descrizioni naturali, i ricordi legati sempre sul filo della memoria, un certo disagio esistenziale che attanaglia la sua vita. Fino al commosso e partecipato ricordo con una particolare lirica dedicata allo scrittore Giovannino Guareschi, autore di quella straordinaria e indimenticabile saga di Don Camillo e Peppone ambientata in quel di Brescello nella bassa padana nel Secondo Dopoguerra. Il fervido clima di scontri politici e ideologici a seguito delle ferite dell’ultimo conflitto mondiale diventa per Guareschi pretesto per raccontarci un pezzo di quell’Italia contadina, pura e sincera per dirla alla Pasolini di “quell’umile Italia”. Quell’Italia che ancora resiste, che combatte tutti i giorni per un dignitoso e onesto pezzo di pane, lontano dagli intrighi di palazzo: «…Italia, Italia, Italia/ ti porterò sempre nel cuor.// Se guardo al presente/ sei molto cambiata/ mi sembri diversa/ ma in fondo sei tu…» (Italia).
Christian Testa rende omaggio all’umorismo di Guareschi «…Intercedi per noi giovani scrittori/ affinché, liberi e coraggiosi,/ possiamo rimanere sempre noi stessi/ dominati dalla sola e pura ispirazione/ in questo mondo privo di autentici valori». Umorismo non solo come genere letterario ma anche come stile di vita, umorismo come arma intelligente contro le ideologie di turno, contro la retorica, l’immobilismo umano e culturale per cui lo scrittore Giovannino Guareschi diventa simbolo di libertà intellettuale per le nuove generazioni. Scrittore dissacratore di tanti idoli e idolatrie perché ricco di umanità. La poesia di Christian Testa è grido di un uomo ferito, ma anche un’anima capace di meditare e urlare al mondo intero il suo disappunto, trasformando il dolore e un certo disagio esistenziale in vera poesia.
Altre tematiche affrontate dal nostro poeta sono relative a talune amare riflessioni sul senso della vita e il suo rapporto con la natura ci induce a comprendere quanto egli sente il bisogno di osservarla, di viverla nella sua essenza quasi come una liberazione dal contesto delle situazioni sociali negative. Si legga la delicata Mare: «…Vorrei gettarmi tra le tue infinite braccia/ in un brivido ed un calore che cresce lentamente./ Portami con te attraverso le tue onde/ in un luogo dove trovi la mia vera pace». Nella magia della natura Christian Testa cerca di scoprire i valori universali che l’uomo ha quasi interamente perduto, per ritrovare un equilibrio interiore e per amalgamare il suo pensiero macerato da inquietudini con la purezza dei sentimenti: «Pieno di vita/…/ custodisci/ la natura che ti circonda/ dal male dell’uomo» (Albero); «Con la tua magia e la tua bellezza/ sei testimone del divino in terra» (Fiore). Cos’è poi l’incanto e la magia della natura per Christian Testa se non l’espressione della presenza divina che pervade il nostro essere?
Il poeta canta l’angoscia della fragilità umana, l’ipocrisia dei tempi moderni, ma nello stesso tempo insegue l’ampio respiro del paesaggio, la libertà dei cieli sereni. È una profonda spiritualità che sembra animare il suo tessuto poetico: le ribellioni, il sopruso, le violenze, lo scempio dell’uomo sulla natura e sui paesaggi non sono che una personificazione di un’inarrestabile forza che altera le coscienze più fortificate dallo spirito, dalle quali egli si discosta per non essere contagiato. La sua diventa una voce che si alza nel marasma caotico dei crudi interessi umani per cui la fede diventa àncora di salvezza: «Profonda e imperscrutabile/ sei forte e viva,/ verso il mio prossimo,/ spietata con me stesso.// Quando il male si diffonde/ ti cerco nel silenzio/ per continuare a crederti/ in un lungo e tormentato cammino» (Fede).
La sua poesia risente di un’attitudine riflessiva, la quale si traduce spesso in visioni pessimistiche ma che spesso lascia aperto allo spiraglio della speranza: «…cercando di vivere degnamente/ in questo mondo/ che non mi appartiene.» (Mi manchi). Per cui il suo vero messaggio, come i veri autori o meglio dire, artisti, è racchiuso in un grido di speranza, un messaggio di amore che il poeta porge alle future generazioni perché aprano ai propri figli un mondo nuovo.
Una poesia, in definitiva, che trascende il dato reale per divenire una poetica di tutti. E di questo, dobbiamo essere grati al giovane Christian Testa.
Michele Miano
Christian Testa, Pensieri poetici nel tempo, pref. Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 68, isbn 979-12-81351-20-2, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Christian Testa è nato a Pavia nel 1975 e vive a Villanterio; ha iniziato ad occuparsi di poesia nel 2014. Ha conseguito più di cento riconoscimenti letterari in concorsi di livello nazionale e internazionale. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie in lingua italiana e in dialetto pavese. È inoltre autore di testi di canzoni per il liscio e per la musica leggera.
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La pozzanghera
Da bambino cascai in una pozzanghera che si tramutò in un vortice scintillante. Nel rialzarmi, mi ritrovai sempre nella mia città, ma con la sola differenza che tutto appariva inverosimile. Difatti, mentre mi avviavo in una via di Barcellona Pozzo di Gotto, per prima cosa notai che le insegne dei negozi erano scritte capovolte, tra cui quella della frutteria Alosi che divenne isolA.
Persone, automobili, scooter e animali si muovevano come in un nastro riavvolto, inoltre, ascoltando le conversazioni della gente constatai che formulavano le frasi in mirror speakers. Provai un'angoscia indescrivibile, al punto che gli occhi mi si riempirono di lacrime.
«olocciP, èhcrep ignaip?» mi domandò un attempato signore ben vestito che stava percorrendo il marciapiede.
«Non la capisco, mi dispiace» gli risposi singhiozzando.
«azroF e oiggaroc ehc opod elirpa eneiv oiggam!» disse l'uomo accarezzandomi il mento per poi allontanarsi in retro walking.
Assai rabbuiato, imboccai una stradetta senza uscita dove erano cinque carusi che giocavano col Super Santos, un tipico pallone in pvc, di colore arancione con bande nere. Nonostante l'assurdità della situazione, chiesi di unirmi a loro. Il gruppo annuì con un cenno della testa, continuando a palleggiare.
Giocai malissimo, non riuscivo ad effettuare nemmeno un passaggio corretto in quanto la partitella avveniva in modo bizzarro. I ragazzini mi urlarono contro molte volte, finché non mi trascinarono di peso fuori dal vicolo. Il più grande fra tutti mi diede una vigorosa spinta facendomi piombare su una pozzanghera.
«Disgraziato!» esclamò una voce che riconobbi subito, sentendomi afferrare il polso per tirarmi su. Mi guardai intorno, prendendo atto che ero ritornato alla normalità.
Abbracciai la mia nonnina che, nel frattempo, si prodigava a ripulire i miei pantaloni beige con delle salviette umidificate. Decisi di non soffermarmi su quella pozza d’acqua dimensionale, sicurissimo che non mi avrebbe creduto.
«Niente, 'ste macchie non passano. È inutile che fai il ruffiano, ti avevo avvertito di non camminare all'indietro. Stanne certo che a casa le buscherai da tua madre.»
Da questa esperienza a dir poco surreale è possibile trarre la seguente morale: quando una giornata gira al contrario, non può che finire storta.
(A)social network
Vasco raggiunse i 3500 amici su Facebook.
Alle quattro del pomeriggio, mentre spegneva il PC, avvertì il silenzio avvolgerlo nella sua solitudine e singlitudine.
Lui solo dentro la stanza e tutto il mondo fuori.
Pasquale Ciboddo, "Labirinti della memoria"
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Labirinti della memoria
Pasquale Ciboddo
Guido Miano Editore, Milano 2024.
L’ispirazione della poesia di Pasquale Ciboddo, noto poeta gallurese, comprende da sempre una miscellanea di aneddoti, poesie, curiosità storiche della sua Sardegna, o forse per meglio dire di un mondo contadino ormai perduto. I suoi versi si ispirano più frequentemente alla memoria, a malinconiche suggestioni del passato, nonché a rievocazioni e al rimpianto di una civiltà patriarcale e agricola. Se da una parte non manca tra le tematiche affrontate la denuncia sociale contro l’avidità e l’egoismo umano, si leggano ad esempio i versi:
«Un pezzo di futuro
è già distrutto.
Perché con le guerre
crolla tutto
il bene umano.
Il male disumano
crea disordine
odia il quieto vivere
e scombussola
la pace tra i popoli».
(Il male disumano)
da un’altra prevale nei suoi testi la ricerca nostalgica e struggente di un’epoca irrimediabilmente perduta di certe idealità e valori che sembrano siano stati dissacrati dalla nostra civiltà tecnologica. Il mondo contadino, con le sue dure leggi, l’innocenza perduta, il mito del falso progresso, la disumanizzazione e l’alienazione della società contemporanea sono i connotati che caratterizzano i suoi componimenti. Per cui i quadretti deliziosi degli stazzi della sua Sardegna diventano per il poeta un’oasi di serenità. Di estraniamento dai mali del vivere moderno. A titolo esemplificativo:
«Una civiltà scomparsa
ritorna con la memoria
e riassapora il gusto
di un tempo, il profumo
e nel soffio di vento
sembra levarsi in tutta
l’aria vitale».
(Gli stazzi)
Si è scritto molto sulla poesia di Pasquale Ciboddo. Ma è il tema della memoria con la cristallizzazione delle vicende della vita quotidiana che offre il meglio della sua produzione. Pasquale Ciboddo si indigna e apostrofa gli uomini che hanno perduto il senso della pietà, della solidarietà. Si sofferma a contemplare le guerre, le sue vittime con occhio disincantato, ne denunzia le ipocrisie, combatte l’ingiustizia, perché ambisce all’ideale di uguaglianza per tutti.
Ma non dimentica la propria soggettività, ne coglie il mistero, la trascendenza attraverso il dialogo delle piccole cose di tutti i giorni e vari aspetti della vita con semplicità. Malgrado tutto, i versi di Pasquale Ciboddo sono animati da una visione ottimistica del mondo per un futuro migliore, monito per le nuove generazioni e la missione educativa della sua professione (è stato insegnante per una vita) continua il suo percorso con la scrittura.
Tale esperienza umana e professionale non può che arricchire la vibrazione interiore per la poesia, nella dinamica di un linguaggio autonomo, dispensatrice di valori fondamentali della vita e che indaga acutamente la condizione umana.
Una versificazione la sua, che sa cogliere le fratture e le idolatrie della civiltà tecnologica, della nullificazione che scardina l’identità dell’uomo. E al di sopra di ogni amara constatazione Pasquale Ciboddo avverte la bellezza esistenziale che a molti sfugge, ma non a lui che portando in sé la poesia del colore ritrova nel canto del cuore e nella parola il sostegno della sua abilità creativa.
Michele Miano
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L’AUTORE
Pasquale Ciboddo è nato a Tempio Pausania (SS), in Gallura (Sardegna), nel 1936; già docente delle scuole elementari, è uno dei poeti sardi più noti in Italia (è conosciuto anche a Cuba), e ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche e di narrativa con prefazioni e introduzioni di prestigiosi critici. Ha conseguito molti premi e riconoscimenti.
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Pasquale Ciboddo, Labirinti della memoria, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-45-5, mianoposta@gmail.com.
Pietro Nigro, "Opera Omnia - Volume 2 Prose"
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Opera Omnia (Volume 2 – Prose)
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Questo secondo volume dell’Opera Omnia dello scrittore e poeta siciliano Pietro Nigro, riguardante il meglio delle sue opere in prosa, segue di poco tempo la pubblicazione del primo volume dedicato alla poesia, genere nel quale egli ha conseguito, a detta unanime della critica letteraria, esiti di valore estetico e contenutistico non indifferenti. Dei suoi scritti in prosa, ancorché collocabili anch’essi su livelli di rilievo, non è possibile esprimere una valutazione globale, data l’eterogeneità delle materie e dei generi nei quali l’autore si è cimentato e che quindi rimandiamo nello specifico, all’interno della trattazione dei singoli capitoli in cui è stata suddivisa tale raccolta, relativa dunque all’arco temporale più ampio della sua produzione scritturale nel corso dell’intera esistenza.
Il lettore, che s’affaccia con curiosità a navigare tra le pagine di Nigro, potrà senz’altro riscontrare l’ecletticità dei suoi interessi culturali, che spaziano in vari campi del sapere non solo strettamente letterario. Si è cercato quindi di razionalizzare il magma complessivo dei suoi scritti, suddividendolo in cinque capitoli, tre dei quali sono a loro volta articolati in diversi sotto-capitoli, per facilitare ulteriormente l’orientamento di chi legge: in tal modo è possibile scegliere direttamente l’aggregazione che più interessa o attrae, incontrandosi con i propri gusti culturali. Questa opzione metodologica-editoriale si può qui riassumere visitando dapprima le varie enunciazioni capitolari, per successivamente entrare nel merito dei lacerti più significativi.
Un’altra avvertenza che può essere utile al lettore riguarda la cronologia: criterio utilizzato solo all’interno di ciascuna parte o sotto-parte del libro e non in assoluto. Infatti si è privilegiata la suddivisione per materia rispetto ad ogni altra considerazione.
Addentrandoci dunque nell’Opera Omnia ecco che il primo incontro avviene con le Pagine memoriali, d’arte e di letteratura (I capitolo): raggruppano le pagine autobiografiche; una miscellanea di scritti artistico-letterari; una sintesi di storia della musica (dalle origini a Domenico Scarlatti). Segue la sezione (II capitolo) dedicata alla narrativa e ad una raccolta di pensieri su temi filosofici, ideologici, politici. Le Opere teatrali (III capitolo) contemplano tre titoli: Il padre sagace; Il trionfo dell’amore; Noi studenti. Gli scritti di Critica letteraria (IV capitolo) sono inerenti a prefazioni o recensioni di pubblicazioni d’autori contemporanei, prevalentemente siciliani. Infine (V capitolo) l’originale ed interessante studio sulla Numismatica dell’Impero romano, il quale, presentando le monete coniate anche, talvolta, con le effigi dei diversi “Cesari”, ricostruisce scenari della storia imperiale.
La prosa delle pagine autobiografiche assume un carattere essenzialmente diaristico-epistolare: si tratta più che altro di lettere scritte ai suoi cari in età giovanile durante viaggi all’estero in Francia e in Svizzera (Parigi, Lione, Ginevra…), e altre missive ad ogni ritorno a Catania. Gli argomenti sono vari: dai vaglia ricevuti per pagare le tasse universitarie, ai commenti sul Festival di Sanremo; dalla descrizione dei luoghi visitati – talvolta in lingua francese – alle sistemazioni alberghiere; dalla segnalazione dei testi scolastici da acquistare ai formali saluti in uso allora («Noi stiamo molto bene, come speriamo di voi»). Da segnalare le riflessioni sui suoi anni dell’insegnamento (1962-1992) in cui rimarca l’amore e la dedizione profusi nella professione scelta e da cui emerge una visione educativa del rapporto con gli studenti e non solo didattica. Nella miscellanea artistico-letteraria appaiono saggi critici su Leopardi, Montale, Van Gogh, Gauguin e Paul Valéry (che sottotitola con L’uomo: storia di una vita, di un’anima, di uno scrittore). L’autore coglie qui l’occasione di rispecchiarsi in alcune tematiche leopardiane, di condividere la montaliana vocazione per la poesia pura, mentre sconfinata è la sua ammirazione per Valéry, considerato il più grande poeta di Francia e depositario della poesia immortale. Qui la prosa possiede naturalmente quella proprietà di linguaggio specifica e specialistica della critica letteraria. La Sintesi di storia della musica è scritta più che altro per titoli, nomi di autori e loro opere, brevi spiegazioni biografiche musicali tecniche: utile per successivi approfondimenti. Si va dal Medio Evo al Canto gregoriano al Barocco con i suoi maggiori rappresentanti: Corelli, Torelli, Purcell, Couperin, Albinoni, Vivaldi, Telemann, Rameau, Scarlatti.
Per la Narrativa sono stati pubblicati tre brevi racconti. Oltre la siepe ha la sostanza di un sogno nel quale il protagonista scopre - dopo aver camminato in un fitto ed oscuro bosco - un ‘eden’ irreale e misterioso - dove tuttavia tutto è armonia: «Lassù c’era solo lui e la natura, la sua mente e l’universo, il suo corpo, la sua anima e Dio». Altre scoperte sorprendenti lo attendono, sempre in un’atmosfera onirica e che il lettore potrà interpretare a suo giudizio, ma che posseggono comunque un timbro simbolico e metaforico. La scrittura di Nigro è dedicata al paesaggio descritto liricamente, svela la capacità della suspence, coinvolge perché i periodi sono brevi, battenti, efficaci, scorrono senza fronzoli o divagazioni. Simile è lo stile del secondo racconto – In treno – in cui due studenti si recano per la prima volta all’estero per frequentare corsi di lingue e letterature straniere. Toni è invece una storia in stile deamicisiano di povertà, esclusione, emigrazione, dolore. Il padre Beppe, sul letto di morte, spiega al figlio il motivo per cui aveva dovuto cercare la carità per sfamarlo, perché non era riuscito a mandarlo a scuola ed era stato lui ad insegargli a scrivere e a leggere: la miseria. Ed ora Toni era costretto a lasciare il luogo natio per cercare fortuna nella ‘città’ lontana. L’impianto narrativo si regge soprattutto sul dialogo fra Toni e Beppe, con accenti commoventi e tristi. Nella piuttosto estesa sezione sottotitolata Pensieri, l’autore espone in sostanza la propria visione del mondo: non v’è certo qui spazio per il dettaglio, per cui orienteremo il lettore indicando i temi e gli argomenti principali trattati. In sequenza: scritti giovanili a carattere esistenziale; arte e cultura, avanguardie e rinnovamento artistico; politica e società; la cultura dell’odio; i valori della vita; riflessioni su Dio e l’Uomo; l’ambizione umana; le catastrofi delle ideologie; il Cristo e la verità. La prosa utilizzata dall’autore è piuttosto descrittiva di concetti ideologici e sociologici, nonché memoria di eventi passati.
Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà impositrici delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riprende il tema del rapporto tra professori e studenti, già sviscerato nelle pagine autobiografiche e nei pensieri. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.
Nella parte dedicata all’autore come critico letterario di opere contemporanee possiamo leggere prefazioni a sillogi poetiche, recensioni a pubblicazioni di carattere autobiografico, introduzioni a libri di narrativa, giudizi critici relativi a pittori … ed anche Altre riflessioni letterarie, pubblicate in varie antologie, di cui una ci pare riassumere in pieno il pensiero di Pietro Nigro sul mondo d’oggi: «Un ritorno alle origini del Cristianesimo si impone per debellare le tremende conseguenze che hanno portato l’uomo alla dissennatezza che si è espansa nel corso dei secoli. L’esempio di Francesco ci indica la via che porta ad un capovolgimento di una situazione che sta divenendo sempre più tragica. Non si pretende che l’uomo faccia per filo e per segno quello che Francesco è riuscito a compiere, ma si “crei equilibrio di convivenza” nonostante la fragilità della natura umana che porta a comportamenti non del tutto encomiabili. Non è essenziale che si creda o no ad una religione purché i comportamenti si allineino ai principi che essa ci indica». Egli, come critico letterario, rivela la capacità di risalire dai versi o dalla prosa, al mondo interiore degli autori, indagando anche sui fattori ambientali e sociali che possono aver influito sul loro percorso culturale, letterario, artistico e spirituale.
L’ultimo capitolo dell’Opera Omnia - come già anticipato - dal titolo Numismatica dell’Impero romano, consiste in una rassegna storica attraverso le monete che ogni imperatore coniava per caratterizzare il suo potere: talune raffiguravano il volto dei vari ‘cesari’ succedutisi, altre riportavano vari simboli della vita pubblica e delle attività svolte nell’economia del tempo, essenzialmente agricola. Il materiale numismatico appartiene alla grande collezione dell’autore e nel libro, a fianco del breve ritratto che egli tratteggia per ogni personaggio, vengono pubblicate anche le fotografie delle stesse monete, con specificate le loro caratteristiche tecniche. Nella piacevole lettura vi faranno compagnia: Giulio Cesare, Marco Antonio, Ottaviano, Tiberio, Nerone, Tito, Domiziano … e tanti altri.
Per concludere non ci resta che risottolineare la vocazione multiculturale di Pietro Nigro, che ha voluto spaziare in molti campi del sapere, spinto da una “sete” di conoscenza non comune.
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 2 - Prose, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 232, isbn 979-12-81351-39-4, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).
Tommaso Cevese, "Iridescenze"
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Iridescenze
Tommaso Cevese
Guido Miano Editore, Milano 2024.
I testi lirici qui pubblicati, tratti da varie raccolte poetiche di Tommaso Cevese, testimoniano una visitazione profonda delle fondamentali questioni esistenziali relative alla condizione umana metafisica, affrontando i temi chiave del nostro destino: vita, morte, anima, eterno, fede, divino, rivelazione, speranza escatologica, fine nel nulla. Da credente convinto egli si pone comunque in ascolto di chi cerca con animo sincero ma non trova risposte: «…Sola, irretita nelle pieghe/ della vita, si dibatte/ l’anima inquieta/ volta a un senso cui anela/ ma che sfugge e si cela…» (Mistero). Il suo cammino esistenziale e spirituale diventa letteratura, poesia, meditazione, spesso con formule problematiche, interrogative che pongono sul tappeto le duali risposte allo stesso quesito, segno questo di una disposizione mentale non dogmatica ed accademica, ma di una comprensione intelligente delle difficoltà del credere nel mondo moderno.
Vi è una propedeutica nella sua personale visione della spiritualità che lo porta a considerare la dimensione antropologica come base di partenza della definizione religiosa. Riscontriamo infatti, in queste liriche, numerose composizioni dedicate all’indagine sul chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Vediamo alcuni lacerti tra i più significativi. Nell’epilogo della poesia Memento il poeta afferma ciò che conferisce un significato al nostro essere: «… L’antica domanda/ che sorge dal cuore/ se il nostro destino/ racchiude il terreno/ se l’anima vive/ oppure se muore/ ognuno col corpo/ dà senso al cammino» […].
Enzo Concardi
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La consapevolezza del male di vivere come condizione esistenziale dell’umanità erompe con veemente impeto nelle poesie di Tommaso Cevese, proposte in questo capitolo, e il potere strabordante dei sentimenti straripa inarrestabile come un fiume in piena, in un succedersi ininterrotto di immagini create dalla mente del poeta: «E tu che mi siedi vicino/ ascolta la pioggia cadere/ sottile sul larice e il pino/ sommessa tra morbide dita/ le gocce su foglie di faggio/ e rocce che prendono vita…» (Insieme). La quasi totale assenza di punteggiatura, i frequenti polisindeti, il rapido fluire degli enjambement rendono incalzante e concitato il ritmo e i componimenti assumono la dimensione di vertiginose meditazioni di sapore leopardiano.
Il potere evocativo della parola poetica converge verso un continuo ritorno al passato, mentre la ricorrenza di pregnanti metafore sinestetiche designa una natura dal doppio volto, pronta a infliggere pesanti quanto inaspettati colpi. Talvolta l’io lirico, prima immerso nell’allettante e caleidoscopico sfavillio di luci, colori, suoni, precipita nell’abisso della sofferenza in un oscillare continuo tra esaltazione dei sensi e istanti di crisi di fronte al rivelarsi dell’arida realtà: «Un soffio leggero e inatteso/ o un colpo di vento furioso/ e chi camminava nei giorni/ sul filo sottile di vita/ tacendo precari equilibri/ si scopre d’un tratto sbalzato/ e cade nel gorgo improvviso/ di un male oscuro e latente…» (Fugaci equilibri). I campi semantici afferiscono ad un mondo vegetale animato e palpitante, ma una serie di coppie oppositive offuscano le speranze di un soggetto poetico in bilico tra una vita vissuta intensamente e l’angoscia provocata da eventi nefasti, tra gioia e dolore, luce e tenebra, «nel gioco apparente del caso» (Insieme). Così la perdita degli affetti più intimi o l’assenza dell’amata sovvertono inaspettatamente tutte le certezze, dilavate via dalle gocce di pioggia o dal «torrente/ che mormora piano» (Fili interrotti), emblemi del fluire del tempo che conduce ineludibilmente al tramonto della vita, poiché «Trascorre il meriggio/ e giunge la sera» (ivi) […].
Gabriella Veschi
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La poesia di Tommaso Cevese si caratterizza per un pregevole nitore formale-stilistico, per l’accattivante eleganza espressiva conseguenti da un discorso lirico essenziale, incisivo eppure organizzato con indubbia perizia elaborativa, con sapienti misure sintattiche e metriche. L’agilità delle soluzioni linguistiche si unisce a tratti di non pesante complessità ordinativa, quali risultano, ad esempio, dalla predilezione della figura dell’anastrofe: «Smarrita nei cieli lontani/ appare una punta di spillo/ che brilla la sera di vita/ e l’alba del giorno saluta./ L’addita con squillo di voce/ un bimbo con vero stupore …» (Stella solitaria); «…Sul finir del meriggio/ dissetate e specchiate/ in pozze d’acqua piovana/ tornano lente le mandrie alle stalle (…) Nel chiarore celeste/ si perde e si confonde/ l’estremo orizzonte./ Annuncia la notte imminente/ la stella che il cielo punteggia» (Monte Toraro).
Nei versi si nota altresì il ricorso frequente all’antitesi («… Così la memoria/ si posa un momento/ sull’ombra riflessa/ del buon montanaro/ sul bianco lenzuolo/ e il gregge schierato/ dal vecchio pastore/ sull’arcobaleno/ nell’ultima luce/ del giorno che muore …» (Malinconia, corsivi miei come sempre in seguito), che talora giunge a radicalizzarsi con esiti ossimorici: «… Un tempo ancor lontano/ fisserò la notte chiara/ la luce di due stelle./ Vi penserò uniti e liberi/ oltre i mondi e oltre quelle …» (Valle di memorie); non manca l’impiego dell’anafora («È tempo di salire/ la valle di memorie… È tempo di riandare/ con passo grave e lento… È tempo di ascoltare il lieve mormorio» (ivi), e, a livello ritmico, dell’enjambement («…Trascorrono silenti/ le lucciole sui prati/ pulsando intermittenti/ nel ballo dei richiami./ Movenze e vere danze/ rivelan gli animali/ intenti a corteggiarsi (…) Finché Morfeo non vince/ nel buio della stanza/ immagini e parole/s’intreccian come voli/ di rondini nei cieli…» (Danze silenti) e della rima, dall’occorrenza sporadica e raffinata: «… Trascorso è il respiro/ di brevi stagioni/ e le luci, le ombre/ di alterne vicende/ di spente illusioni/ ma il dolce ricordo/ ritorna nei giorni/ d’assenza e di vuoto/ silente e profondo/ così come allora/ quand’eri il mio mondo …» (Memoria di un sorriso); «… Aironi solitari/spiegano grandi ali/ sulla placida campagna (…) Libellule blu e ramate/ si posano su foglie/ assolate della riva …» (Alle risorgive); «… Confina in spazi lontani/ ove le genti paion fantasmi/ dal nulla emersi e subito persi …» (Trucco di natura) […].
Floriano Romboli
Tommaso Cevese, Iridescenze, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 148, isbn 979-12-81351-44-8, mianoposta@gmail.com.
Biancamaria Valeri, "Di fiore in fiore"
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Di fiore in fiore
Biancamaria Valeri
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Non ci si trova dinanzi ad un’autrice sconosciuta: Biancamaria Valeri ha già assaporato la gloria del successo, avendo pubblicato numerosi testi storici e una decina di raccolte di poesie. Ha avuto una solida formazione classica, si è Laureata in Filosofia e in Lettere, non è solo scrittrice ma anche studiosa di Storia e di Arte (con diversi diplomi di specializzazione e master): ciò si sente, nel leggere ciò che compone. Ed è anche una donna ‘pratica’, abituata a risolvere problemi sorti nell’immediato, come deve essere chi, come lei, ha avuto il compito di dirigere scuole. Eppure la freschezza di questa nuova silloge, Di fiore in fiore, sembra proporci una poetessa appena sbocciata.
Questa sua nuova raccolta di poesie ci propone una variegata gamma di riflessioni sulle vicende umane: amore, dolore, insuccesso, gloria, ricordo, attualità, giudizio, sentimento, morte – tutto quel che costruisce il puzzle di una vita intera. Una serie di riflessioni profonde sul significato della vita, presentate senza durezza, con lo sguardo allenato di chi scruta nei meandri della Storia per scovarne quel filo rosso che dà senso agli eventi.
I versi della Valeri spesso sono brevi, spezzati, quasi a voler sottolineare la fugacità del tempo umano. La punteggiatura stessa è scarna: ci sono intere poesie senza una virgola – a cominciare dalle prime due. A volte i versi constano di una sola parola, ma non vi è ricerca di ermetismo: così, piuttosto, l’autrice sottolinea il punto focale, quello su cui ci si deve soffermare per riflettere adeguatamente. Si veda ad esempio la breve ma intensa Pasqua di Resurrezione: «O morte/ dov’è/ il tuo artiglio?/ Disfatti/ dalla disperazione/ le tenebre/ dominavano/ su noi./ Dal silenzio/ profondo/ una voce/ suonò/ come un tuono./ E non ci fu più fine». Si veda anche l’incipit di Paese dell’anima: «Lo spazio dell’Anima/ è lo spazio/ del suo respiro,/ del suo soffio./ Da lei/ la materia è permeata/ e vive/ e sente/ e avverte/ e percepisce…». E così via, in molte altre liriche. Non mancano varie reminiscenze classiche, frutto degli studi dell’autrice, che qua e là si depositano in un linguaggio ricercato: «…Come una zattera/ è il nostro andar/ pel pelago in burrasca,/ come un relitto/ dopo le battaglie/ con l’onde/ guerreggiate…» (Zattera); oppure «…Le occasioni perdute/ le sconfitte del cuore/ ratte all’anima/ s’aggrappano…» (Veglia). A volte, invece, tali reminiscenze riemergono nel rifarsi ad immagini tipiche della classicità, come «quando le stanche membra/ s’abbandonano a Morfeo» (Sogno – ma la figura del più noto dei tre oniri torna anche in Alba e in Notte). Il tutto si riporta sempre alla personale vicenda dell’autrice, come quando – alludendo a Ferentino, la sua amata cittadina – afferma: «…Contemplo l’infinito/ e una profonda quiete/ inonda l’anima mia./ Equilibrio perfetto/ di luci e ombre…» (Abbandono); il paese natale è tanto amato, che anche solo una cartolina fa vibrare le onde del ricordo: «Tra i ricordi d’un tempo che fu/ ti rinvengo, Paese mio…» (Su una cartolina).
La partecipazione personale dell’autrice si fa invito al lettore perché non tralasci l’osservazione della realtà per quel che è; e così perfino il naturale cadere delle foglie genera un sentimento degno di compartecipazione: «…Un sospiro d’addio/ le ha fatte vibrare/ mentre abbandonavano il ramo» (Tappeto di foglie) – quasi a voler condurre chi legge a rifare lo stesso itinerario di scoperta del valore dei particolari che ha commosso lei stessa. Come ha già notato Massimo Gherardini nella presentazione della silloge Paese dell’anima (2021), la poetessa «si muove in punta di piedi» in una «sfera, costellata di luoghi, affetti, significati» e «completamente assorta in riflessioni umanamente universali». È una sorta di atto d’amore di chi scrive verso chi leggerà, che spinge l’autrice ad esternare le sue considerazioni, «…perché la vita come l’amore/ è più della morte/ forte» (Zattera); e non c’è dolore che tenga per far gustare la vita: «…Si capisce la gioia/ se si attraversa/ la stretta e angusta/ porta del dolore./ Lavacro di purificazione/ se accettato il dolore…» (Dolore e vita). Allora «…L’amaro pianto/ pian piano/ tramuta il nero Abisso/ in paesaggio splendido/ di Vita» (Dolore); e così è anche quando si deve piangere – e non si può non farlo – la malattia di una persona cara (la sorella), e ricompare «…Il vuoto,/ cassa di risonanza/ del dolore…» (Assenza). Perché il dolore è anche – in qualche modo – maestro di vita, tanto da poter affermare, nel chiudere Naufraghi: «…Ci perfeziona/ il dolore/ e sodali fratelli/ ci rende». Questo fatto che il dolore renda gli uomini fratelli è ben più che una reminiscenza di autori classici e romantici (basti pensare al Leopardi): è la constatazione di una realtà tanto autentica quanto spesso dimenticata. Ma non è il dolore l’ultimo orizzonte dell’esistenza umana.
Tutta quanta la vita ci si presenta come una serie di cammini imprevedibili: «Percorso accidentato è la vita./ Non corre mai lineare/ ma percorre tracciati tortuosi/ che sul momento sembrano/ immutabili e costanti…» (Svolte). La vita a volte ci ammalia, ci tenta con prospettive di gloria; c’è però un baluardo che ne limita il tentativo di ingannare il cuore dell’uomo: «…Più potente dei fatui successi/ sbandierati da maliarde maghe/ era la luce della verità» (Inganni). Verità cui tutto, in fondo, tende. È ciò che la scrittrice esprime, in modo estremamente sintetico e diretto, in una poesia che non fa parte di questa raccolta, ma che credo ne rappresenti emblematicamente la posizione umana: «Ho preso la penna/ per affidarle/ i miei sospiri dell’anima./ Con la poesia canto il mio dolore/ con la letteratura/ lenisco ogni affanno./ Ma la notte/ quando tace/ il rumore delle cure …/ più forte che mai/ rimbomba/ l’urlo dell’anima» (In punta di penna). Ed è per questa sua posizione di estremo, lucido realismo, per nulla distaccato dalla quotidianità, che l’autrice può alla fine esclamare: «Nel tuo seno materno/ troverò pace, o Dio./ Di delizie mi sazierò/ nell’infinita pace del tuo amore./ Non m’atterrirà/ alcun male/ se s’apre/ la misericordia tua…» (La tua pace).
Le poesie di questo libro ci trasportano quasi ad un volo radente sopra un campo dai confini sconosciuti – la vita – e ci portano Di fiore in fiore, affrontando aspetti diversi, proponendo sguardi differenti rivolti alla realtà tutta intera. Così i lettori, come api operose, passano dalla contemplazione della natura («…Sei segno di contraddizione./ Splendi radioso come il sole/ nelle giornate di bonaccia./ Terrificante muggisci/ nei giorni di tempesta…», Mare) alla sdegnosa repulsione per la guerra («…Migliore l’equilibrio/ che donano/ la Pace e la Concordia», Guerra), alla contemplazione dell’universo intero, che parla all’uomo anche se questo non ne capisce fino in fondo la «…Lingua sconosciuta/ che si può sentire e udire/ solo con il battito del cuore» (Mistero).
Sì, perché è con il cuore che si capisce la profondità del mistero della vita; ed è col cuore che si comprende la profondità di questa raccolta, ed ogni momento di angoscia e di dolore si risolve in una dolce, benefica nostalgia, piena di fede in Dio, autore della vita. Non c’è modo migliore di concludere che ripetere l’osservazione di Alessandro Quasimodo nel presentare la silloge In punta di penna (2023): «l’istante diviene un frammento di eterno che comunica dolcezza, addirittura infinita». Dolcezza cui ci conduce il fine sentimento della poetessa Biancamaria Valeri nel considerare ogni recondito aspetto della vita come dono d’amore.
Marco Zelioli
Biancamaria Valeri, Di fiore in fiore, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 72, isbn 979-12-81351-49-3, mianoposta@gmail.com.
Emma Fenu, "La madre del vento"
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La madre del vento
Emma Fenu
PubMe Gli scrittori della porta accanto, 2024
pp 133
La madre del vento, di Emma Fenu, scrittrice che ammiro per la bravura e il lirismo – basti citare il bellissimo incipit, mutuato dalle ultime parole della nonna del marito, “Tienimi la mano, Madre. Stanotte ho paura” o, poco più avanti, il potente “elicriso ferito dal sole” – ruota intorno alla figura di Dalida Nissei, una donna finita in manicomio perché diversa, perché non amata e perché autoconvinta di essere portatrice di morte. La madre Maddalena non l’ha mai amata, anzi, l’ha apertamente detestata, costringendola a non amare se stessa.
Bellissima, delicata, selvaggia – in una parola libera – è stata vilipesa e allontanata da tutti. Ha una sensibilità così estrema da portarla in contatto con l’invisibile, con l’aldilà, con gli agenti atmosferici, con le premonizioni. Troppo avvenente per non essere in combutta col diavolo, troppo chiare le sue iridi per appartenere a questo nostro mondo, troppo passionale l’amore per quello che diverrà suo marito, e che la odierà al pari di tutti gli altri.
L’unica che non l’avrebbe aborrita, che le avrebbe voluto un bene istintivo, è colei che non ha potuto conoscere, la figlia che non le è stato permesso crescere, Lucia, il secondo io narrante della storia, la quale, a sua volta, può essere collegata al diavolo ma solo nell’aspetto luciferino, ossia come portatrice di luce e conoscenza.
Dalida e Lucia, madre e figlia, ma anche Dalida e Maddalena, la nonna di Lucia. Tre donne attraverso le quali si perpetua una maledizione di sofferenza che sarebbe stata evitabile. Sarebbe bastato interrompere la catena, fare scelte diverse, come quella compiuta nel finale da Lucia. Una scelta che redime, trasfigura il ghigno della follia in un sorriso di assoluzione e pacificazione in punto di morte.
La Fenu analizza a fondo il concetto di Maternità. È madre matrigna Maddalena, cattiva, superstiziosa ed egoista; è madre inconsapevole e negata Dalida; è madre protettrice la Madre del vento, entità mitologica ambigua, che governa il mare e le tempeste, che racchiude in sé compassione e pericolo, acque calme e acque agitate, quello che, in fondo, sono un po’ tutte le madri, non sempre perfette come le si preferisce immaginare.
Questo romanzo mi ha fatto tornare in mente, per libera associazione, Sulle ali del vento del nord, di George Mc Donald. Anche lì c’è un bambino diverso, “un bambino di Dio”, geniale ma talmente candido da apparire ritardato, che si affida a una entità temuta da tutti, ma non da lui, che altri non è se non la Morte stessa.
Un romanzo, questo della Fenu, impastato di antiche leggende, storie di famiglia rielaborate, archetipi junghiani, desideri inappagati, tradizioni sarde. Un’altra conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, delle straordinarie capacità affabulatorie di questa magnifica narratrice.
"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede. Il volume su Zanon, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una notevole complessità e articolazione a livello architettonico nell’esaminare a trecento sessanta gradi l’opera in versi del Nostro. Come scrive Concardi nell’introduzione il presente lavoro si prefigge la finalità di ordinare il materiale costituito dai contributi della critica letteraria a commento delle opere poetiche di Maurizio Zanon. Concardi a proposito di quanto suddetto parla di quella invalsa e maggioritaria corrente contemporanea che si può definire “critica multifattoriale”, ovvero lo studio degli svariati e molteplici aspetti dei lavori letterari posti sotto la lente d’ingrandimento dalle scuole di pensiero dall’Ottocento a oggi in un’epoca che è stata definita da taluni post-crociana cioè dopo l’ultimo grande maestro in materia.
Svariati e variegati gli ambiti della critica che riguarda questo autore, che vanno dalla poetica all’estetica tout-court nell’esaminare i motivi ricorrenti e lo stile e il linguaggio, l’ambiente naturale e lagunare, gli intrecci memoriali e d’amore con scampoli autobiografici. esistenzialismo e spiritualità, saggi di letteratura comparata e antologia essenziale delle poesie.
Ricordiamo che nella prefazione a Fralezze, raccolta poetica di Zanon, (Guido Miano Editore, Milano 2022) lo stesso Concardi esprime l’idea che in questo libro Maurizio metta in scena la sua visione della vita, ovvero l’effimero esistenziale della condizione umana e che l’osservatorio da cui scruta il mondo è ora quello della vecchiaia e il richiamo autobiografico d’una corsa che va verso il capolinea è costante, pur alternando negli esiti lirici, stati d’animo fatalistici e crepuscolari ad altri speranzosi e valoriali.
In ogni caso rispetto a quanto suddetto c’è da mettere in luce che nonostante il pessimismo di fondo ci sia anche dell’ottimismo nella concezione della vita dell’autore, ottimismo che si evince in accensioni poetiche fulminanti e icastiche come quella in cui Zanon scrive “mettevano le ali i miei sogni” (Memorie, da Fralezze) che è un momento lirico veramente alto.
La poetica è costituita dal ventaglio dei motivi lirici più ricorrenti nei testi, che sottintende anche la visione del mondo emergente da essi, il pensiero dell’autore, i messaggi comunicati ai contemporanei, in altri termini per la critica che cosa ha veramente detto Zanon con la sua scrittura.
Viene in mente il concetto del premio Nobel Seamus Heaney che paragonava l’azione dello scrivere e quindi anche quello dell’esercizio della critica letteraria a uno scavare nella parola quando la penna stessa diviene una vanga da usare nel terreno del senso e del significato in questo caso delle poesie e della poetica di Zanon.
Molti sono i critici che hanno scritto contributi sulla poesia di Zanon come Francesco Flora (1891-1962) più vicino a Croce e al suo concetto della parola-poetica, avente come caratteristica il linguaggio intuitivo e primitivo, espressione di uno spirito purificato in senso culturale. Oppure il contributo di Walter Binni (1913-1997), teorico del divario tra poetica, ovvero il programma dell’autore comprendente le sue tematiche e le sue convinzioni e poesia, cioè la realizzazione del progetto.
Tantissimi altri nomi autorevoli hanno scritto su Maurizio Zanon che, per la qualità del suo poiein veramente notevole, ha meritato i numerosi contributi critici sul suo fare poesia sempre laudativi.
Raffaele Piazza
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