Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, Milano 2024
Versi suggestivi, simili a un canto antico che riemerge lentamente e riporta alla luce frammenti del passato, risuonano nella raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024), di Pietro Rosetta, oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Si tratta dunque di un professionista con la passione per la scrittura, il cui esordio poetico risale al 1997, con la pubblicazione di alcuni testi nell’antologia Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea (Guido Miano Editore). Con la nuova silloge, dedicata alla propria madre, Rosetta ha riallacciato con grande vigore un filo rimasto forse in sospeso da tempo, riportando alla luce le sue eleganti e struggenti poesie nascoste nella dispensa, come recita il titolo, simili a preziose gemme racchiuse in uno scrigno. Dalla raccolta emerge un ricamato ventaglio di temi, che spaziano da quelli universali, come il significato della nostra esistenza e il trascorrere del tempo, fino a toccare le corde più intime della propria interiorità, dalla quale si dipanano alcune interessanti dicotomie, come aridità/fertilità, presenza/assenza, ma a dominare la raccolta, come osserva E. Concardi nella sua intensa e puntuale Prefazione, è un particolare intreccio di Eros e Thanatos, che appaiono uniti in un legame indissolubile: «[…]fradici i nostri cuori, sulla riva,/ rabbrividiscono al confondersi/ di amore e morte/ gelide ombre mescolate nella corrente» (Nudi i nostri cuori). Così, in Il tempo è sbocciato, l’intensità del sentimento amoroso, una forza irrefrenabile, si esplica attraverso la fitta trama di percezioni e di metafore sinestetiche che rendono quasi tangibile la sofferenza.
La silloge assume i toni di un viaggio interiore sullo sfondo di uno scenario onirico e i testi spesso prendono l’avvio da una percezione, come «pensieri, fioriti nella mente» (Un sottile brivido) per dilatarsi in ulteriori significati; il sapiente uso dell’apparato lessicale e retorico conferisce un alone di mistero, suggerito anche da una sinuosa musicalità dovuta al succedersi delle ripetute allitterazioni e delle frequenti anafore, in un turbinio di avvincenti emozioni che le figure di suono esaltano all’ennesima potenza. Nella maggior parte dei componimenti, l’assenza del titolo, sostituito da un asterisco, contribuisce a incrementare uno stimolante senso di indeterminatezza e una certa ambiguità. Talora l’io poetico sembra inviare un monito, un invito ad acquisire una maggiore consapevolezza della fragilità e dell’ineluttabilità di un destino comune, nel tentativo di dare un senso alla vita degli uomini, semplici e occasionali viandanti su questa terra.
Nella poesia incipitaria, I canti delle vedove, si sprigiona il dolore per l’assenza dei propri cari, ma si istituisce un trait d’union, un anello di congiunzione tra chi non c’è più e le anziane vedove, che hanno la funzione di tramandarne il ricordo e la memoria; il sintagma si ripete innumerevoli volte e l’insistita iterazione degli stessi versi e degli stessi gruppi di parole danno vita a un ritmo caratterizzato da una sottile monotonia, come quello di una lieve cantilena, mentre le percezioni visive («acqua di torrente», «rosari») sembrano cullare i sentimenti e le aspirazioni di un io poetico che si dibatte tra un presente che appare vietato e un futuro comunque possibile, senza mai perdere la speranza, anche nei momenti più bui.
In Lite, la figura retorica dell’accumulo introduce una serie di particolari fisici e caratteriali connotati da aggettivi antitetici e contrastanti, volti a sottolineare uno scenario denso di tensione; essi si tramutano negli elementi di un climax ascendente, dove lo sguardo compie un movimento dal basso verso l’alto, dalla gonna agli occhi: «Dalle pieghe della gonna stropicciata/ dalle ciocche spettinate dei capelli/ dai palpiti incerti degli occhi ostili/ dal piglio dei gesti/ dalle mani indecise/ dall’orgoglio trafelato// sgorga il nostro amore/ così bello da vedere quando ti guardo». L’amore, dopo una fase di conflittualità, riprende il suo corso ed erompe in tutta la sua potenza, simile all’impetuosa acqua di un fiume che riprende il suo corso dopo essersi fermata, rievocando a livello fonico il gorgoglio del montaliano rivo strozzato. Molte liriche esplorano l’amore nelle sue molteplici sfaccettature; si evince un sentimento profondo, alimentato dal desiderio, ma di cui l’io poetico, consapevole delle reali difficoltà della vita, si nutre senza poterne fare a meno e la mancanza è insopportabile: «Dove sei?/ Mi manchi sai./ È chiusa quella porta.// Come stai?/ Non ti sento più./ È chiusa quella porta.// E ritornano i giorni che non finiscono.// È chiusa quella porta//… E io non trovo più la tua voce».
Siamo di fronte ad un intimo diario poetico che si incentra sulla capacità di affrontare con tenacia le avversità: «Sospinto dai terremoti/ spesso il palazzo ha tremato:/ e tu, mio cuore,/ costretto a galoppare impazzito/ tra gli scogli inesplorati/ di questo strano film/ ansimante, anche al buio,/ mi hai detto di voler continuare». Un triste presagio viene ad essere il leit motive e l’avvertimento della fine aleggia tutto intorno: «Varcata la soglia/ cercherò nelle tue labbra/ il presentimento della morte o il fiore nuovo della vita/ chiedendoti perdono/ di essere schiavo del tuo amore» (Ho rincorso il tempo). Spesso eventi imprevisti arrivano a sconvolgere l’esistenza, come inaspettati bagliori che squarciano il cielo: «Dormire, aspettare e dormire/ non resta altro/ quando il cielo incrinato dai lampi/ apre crepe affilate/ nella calma piatta delle certezze» (Urla di tuono).
In Aggrappato al sollievo di un dolore scampato, poesia che chiude la raccolta, dopo la tempesta che lo ha travolto fino a farlo quasi naufragare, l’io poetico è intrappolato nelle spire di un’effimera illusione, poiché, consapevole di essere «solo polvere, che nell’universo si guarda», si dibatte agonicamente, cercando di sfuggire alle ragnatele della sua mente, bramoso di scoprire quella mistica rivelazione che lo guidi nel trovare il suo posto nel mondo.
Le liriche di Poesie nascoste nella dispensa sono intessute di immagini potenti, rese attraverso un linguaggio chiaro ma raffinato; i versi evocativi e la musicalità avvolgente evidenziano luci e ombre dell’esistenza, incoraggiando a viverla nella sua complessità e bellezza, anche nelle situazioni più complicate.
Gabriella Veschi
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre
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Ricordi lievi ed oltre
Albino Barresi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Di origine calabrese, Albino Barresi si dedica all’insegnamento dopo avere esercitato per qualche tempo l’attività forense. Menzionato in vari premi di poesia, sue liriche sono state editate in repertori letterari. Ha pubblicato nel 1991 il volume di poesia Il dolore dell’uomo. Ha al suo attivo anche pubblicazioni in campo scolastico.
«Una vita
solo una vita
vorrò sentire
perché il profumo della zagara
non resti un sogno di una terra
di un ideale
di un essere che non c’è…» (Solo una vita).
Già il titolo della silloge d’esordio racchiude quel sentimento ineluttabile in chiave ungarettiana che è poi quel substrato che sta alla base dell’ispirazione poetica di Albino Barresi.
Una poesia che sa di aerea luce, aggiungiamo, reduci dalla lettura delle sue liriche, terse di quell’aria che penetra nel profondo, col suo profumo d’azzurro, certe mattine d’inverno e che ti fa ricordare che sei vivo. È una poesia che porta in sé il raro dono dell’immediatezza, che si spinge oltre l’attitudine figurativa, intrinseca ad ogni atto genuinamente poetico, per farsi voce delle cose più semplici per modularsi in versi di consistenza impalpabile. Immagini che lievitano sulle trame dei pensieri, quasi a confondersi con essi in tenui dissolvenze. Nel fluire dei suoi versi emerge il senso profondo di una corrispondenza simpatetica con la natura, che rifugge gli oscuramenti che si lascia inondare dalla luce del sole. Il suo verso si rivolge proprio alle estreme resistenze dell’animo umano a quel guizzo d’infanzia represso che improvviso risignifica lo squallore della totale alienazione assurda della nostra quotidianità. Si leggano i seguenti versi emblematici:
«… uomini che vivono nonostante tutto
nel magma di un’umanità cancrenosa
incandescente ed utopica dentro...» (Sentieri interiori).
E ancora:
«… In quest’orgia
di illusioni
alti e bassi di emozioni
naufragando mi cullo
nel mare infinito» (Un giorno).
Ma se il poeta si dimostra a disagio nelle ristrettezze dell’esistenza, lo stesso dedica un canto che nascendo dal cuore intende privilegiare la mente e lo spirito.
«… Oggi così viviamo
come in attesa
in bilico tra un mare di sogni
e una realtà costellata
di amari drammi…» (Flebile luce).
Albino Barresi cerca nel tessuto del pensiero di giungere a conoscere il mistero della vita, tentando di coglierne quella essenza che spesso sfugge al controllo razionale. Il poeta si riallaccia a canoni culturali sempre presenti nella poesia di ogni tempo, confermando che nell’uomo taluni valori non possono essere perduti. Questo accade quando il poeta cerca negli abissi della propria coscienza una risposta alle proprie speranze, come in Amico:
«…Voglia di sentimenti forti
affetti diffusamente sentiti
dentro le vie del cuore
eternamente racchiusi»
o Dentro il mio cuore:
«…Dentro il mio cuore
dissonanti armonie
hanno crogiolato
i pensieri
che affollano
e si disperdono…».
L’intensità del sentimento in alcune liriche lascia il posto ad immagini piene di pathos dove i contenuti assumono una certa consistenza e che trascendono il dato reale. La sua poesia è un libro aperto dell’anima così sensibile e traboccante di desiderio di conoscenza ma anche di volontà di creare attingendo ad una esperienza di vita vissuta. Egli trae dalla viva realtà del vissuto gran parte della sua opera, ma non disdegna le istanze del pensiero quando i versi nascono da una profonda meditazione sugli eventi e sui fatti umani. Severo con se stesso, il poeta spesso infonde nel verso i segni di una profonda spiritualità.
In sintesi la poesia di Albino Barresi porta un messaggio pienamente costruttivo: assume una pienezza di vita non fine a se stessa ma aperta a richiami che portano a pensare e a meditare sulle fondamentali ragioni dell’esistenza. Una poesia che scava nel profondo quale parametro del mondo esterno e che indaga nella speranza di capirsi meglio.
E di questi tempi dobbiamo solo trarne ammonimento.
Michele Miano
Albino Barresi, Ricordi lievi ed oltre, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-58-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Albino Barresi, nato a Villa San Giovanni (R.C.), ha una lunga carriera nel Ministero dell’Istruzione come docente, preside, dirigente scolastico e dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Verona per un triennio. Ha al suo attivo numerose esperienze amministrative, gestionali e formative nel Comparto Scuola per conto del MIUR. Ha pubblicato vari testi in ambito scolastico e la raccolta di poesie Il dolore dell’uomo (1991).
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Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni
Iano Campisi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Mi pare che Iano Campisi assegni, in un sapiente disegno costruttivo, ai racconti compresi nella prima sezione, non a caso intitolata Di fronte alla vita, una funzione non semplicemente introduttiva, bensì specificamente e incisivamente tematizzante, compendiosamente propositiva dei motivi principali della propria ricerca intellettuale-narrativa, indicativa dei nuclei sostanziali di un discorso culturale e artistico. Innanzitutto egli dimostra uno spiccato, vivo interesse per l’universo naturale, armonioso e coinvolgente, ad un tempo energetico e pacificante, malgrado i guasti sempre più diffusamente prodotti dallo scriteriato, irresponsabile comportamento degli umani, prigionieri della «gabbia di freddo artificiale» (Vento caldo) che si ostinano a considerare la civiltà.
Talora la natura può sembrare “impazzita”: a ben vedere «è solo arrabbiata, per l’irrazionalità e gli abusi dell’uomo» (ivi); continua però a offrire un indispensabile apporto fisicamente corroborante e moralmente rasserenatore: «Stamattina mi sono dedicato un paio d’ore alla campagna. L’ho trovata sofferente, per la temperatura elevata e per la scarsità d’acqua, ma nonostante tutto viva. Mi spingevo tra rovi, sterpaglie e alberi di cui spostavo leggermente le fronde. Nelle mie elucubrazioni irrazionali, parlavo con i limoni, induriti dalle difficoltà ambientali, con l’erba secca e con dei fiorellini bianchi che emergevano dal seccume con una incredibile e miracolosa forza (…) Una natura che ti contestualizza e ti ingloba nel suo habitat, che ti affascina mentre ti immergi nel profumo degli agrumi, e sospiri del leggero movimento dei rami e delle foglie… La passeggiata è stata come riconciliarsi con la natura e con sé stessi, nonostante il solleone» (Passeggiata, corsivi miei).
Nel convinto, intenso apprezzamento della vitalità naturale è la matrice del sicuro, suggestivo descrittivismo che caratterizza le quattro sezioni del libro, d’ora in poi contrassegnate con i numeri romani. Appaiono particolarmente riuscite le pagine dedicate al mare, ora placido e riposante («Dall’alto delle dune, Stefano guarda la spiaggia e il mare che l’accarezza con onde leggere e spumeggianti. I granelli dorati assorbono l’acqua salata, si ristorano e la restituiscono, ad alimentare il continuo andirivieni. È un gioco inarrestabile che coinvolge la terra e il mare (…) Questo balletto che sembra non finire mai, lo sciabordio delle onde, non è monotonia né assurda ripetitività, ma musica soave» (Estate d’inverno, IV), ora sconvolto dai venti e impetuoso, terribile: «Il mare era in tempesta. Alte onde si infrangevano sul molo quasi a volerlo risucchiare nel proprio ventre. Anche la spiaggia sembrava che stesse per essere inghiottita dalle onde del mare. L’aria era invasa da minuscole goccioline d’acqua marina che sembravano essersi alleate con quelle delle nubi basse e minacciose, e non consentivano di guardare al di là del proprio naso (…) Quelle minuscole particelle di idrogeno e ossigeno, strettamente legate, sembravano impazzite e adesso esplodevano in una danza infernale, come sospinte da una forza imperiosa e travolgente. Era incredibile come il mare, spesso così dolce e timido e accogliente, si fosse tramutato in un essere malefico, un mostro pronto a divorare chiunque gli si fosse anche solo avvicinato» (Il piccolo delfino, II).
Non può mancare al proposito una pagina di aspra denuncia del suo crescente, rovinoso inquinamento: «Sopra tutto e tutti c’è il mare, il mare cristallino, caraibico, ma solo per poco. D’un tratto, ecco materializzarsi la ‘macchia’ di bollicine, mica quelle della coca di Vasco, sono segni di vaporosi scarichi fognari che la corrente, capricciosa, sposta a proprio piacimento. In poche parole, il mare si presenta col volto nuovo di cloaca. E pazienza se ci sciacquiamo la bocca mentre continuiamo col nostro piscio clandestino ad aumentare l’effetto cloaca (…) È scomparso l’habitat originale che rappresentava l’immagine dell’equilibrio e del rapporto secolare tra le specie viventi. In più, come se non bastasse, il mare dalle acque limpide e pulite, è diventato una fognatura a cielo aperto» (Cronaca stravagante e noiosa di quattro giorni d’estate di fine Covid, I).
Risulta poi consequenziale la scoperta polemica contro il mondo della tecnologia e la sua desolante inautenticità basata sull’esteriorità impersonale ed eterodiretta, sull’intima solitudine delle persone, sempre più “imbambolate” e mortificate, perse nel culto ossessivo dei feticci della modernità: «Ritorno con la mente al centro commerciale. Tanti turisti, tanta gente distratta, chi non rinuncia a una gita domenicale nella città dell’apparenza? Al centro commerciale si cerca di tutto, si guarda e non si compra, o anche si compra e si continua a girovagare per le viuzze del quartiere degli imbambolati esseri umani, automi. Ogni tanto ci si siede al bar o su uno degli scomodi sedili per intrattenere il rapporto con il cellulare. Lì, dentro questa macchinetta infernale, c’è la vita nuova, (…) che è solo virtuale, ma è la nuova vera vita, quella del guardone che ti permette di entrare in tutte le camere di tutti, amici, finti tali e sconosciuti» (Al centro commerciale, I, corsivi miei).
A petto della superficialità insignificante e dell’equivoca opacità di relazioni siffatte lo scrittore siciliano sottolinea e valorizza con decisione la profondità etico-sentimentale e il forte valore altresì culturale dei legami familiari e dei rapporti generazionali in racconti quali il già citato Il piccolo delfino (II), o anche La Vespa 50 gialla (ivi) e U nannu Ninu (IV): egli ama pertanto riflettere sulle radici storiche e ideali di sé e di ognuno, nel commosso recupero memoriale di figure ed episodî salienti, i quali consentono di investigare i processi sovente oscuri e tortuosi attraverso cui si è formata la nostra personalità, si è plasmato il nostro carattere: «Torno all’immagine del nannu Ninu che più mi è rimasta impressa nella mente (…) Ero curioso e volevo comprendere come mai quella persona anziana e parzialmente autonoma, avesse testardamente deciso di non allontanarsi dalla casa in cui era nato e poi vissuto con la moglie scomparsa da tempo (…). Capisco ora il vero senso del termine “radici”, quando si parla di stretti e indissolubili legami col posto in cui affondano i ricordi, belli o brutti, e le vicende che hanno contraddistinto la vita di una persona (…). La povertà non riesce ad estirpare le radici della propria identità, anzi ti rende più legato all’ambiente e ai ricordi» (U nannu Ninu, op. cit., gli ultimi due corsivi sono miei).
Vi è inoltre una peculiarità inconfondibile e ineliminabile nell’atteggiamento dell’uomo che conferisce ulteriore densità problematica alla sua esperienza di vita e che può essere ricondotta alla tenace inclinazione razionale, all’aspirazione, sempre risorgente, a comprendere interamente ed esattamente la realtà, a voler chiarire ogni aspetto dell’esistenza scandita e tormentata dal tempo, dimensione tanto manifestamente propria della “situazione umana”, costituita dalla mobile, sfuggente articolazione di passato, presente e futuro: esso, nel mentre trascorre, modifica continuamente, e dopo logora e distrugge tutte le cose. Nondimeno queste ultime rimangono un mistero, che respinge e frustra le nostre pretese intellettualistiche, come capita al professor Antonio Scapellato, protagonista di un testo quale Salvuccio (I), costretto a conclusione di un personale percorso “interrogativo” e indagatore al ripiegamento amaramente scettico, sulla falsariga dell’inquietante lezione di un prestigioso narratore e drammaturgo della sua regione, Luigi Pirandello: «Il professore meditava su quanto la vita, così variegata, fosse difficile da interpretare. “Siamo soggetti strani e incomprensibili”, pensava, “gli eventi ci modificano, ma è anche la nostra innata predisposizione che determina gli eventi, dal più banale al più complesso. Inutile porsi domande. Come diceva Pirandello: “Così è, se vi pare”». (…)
Floriano Romboli
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Corrado Campisi, detto Iano, è nato nel 1949 ad Avola (SR) dove risiede. Laureato in biologia, svolge il ruolo di direttore di un importante laboratorio di analisi cliniche e genetiche della Sicilia. Ha pubblicato vari libri di narrativa.
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Il drago spazientito
«Sono William Knight di Black Rock, il miglior cacciatore di mostri! Tra breve, nella mia dimora, appenderò la tua testa schifosa sopra il camino del salone!» gridò con un'aria da spaccone il cavaliere corazzato, brandendo un'ascia bipenne contro la bestia squamosa di colore verde che torreggiava su di lui.
Il drago fumante sbuffò per l'ennesima volta, innalzando gli occhi rossi al cielo. Dopo aver tamburellato per alcuni minuti gli artigli sul terreno, decise di passare all'azione.
«Sono Dragan noto come Dragà!» esclamò, ondeggiando la coda e dispiegando le sue immense ali dalle sfumature argentate. Senza troppi complimenti sputò una possente fiammata, tramutando l'inconcludente cavaliere in ferro incandescente, fumo e arrosto, per afferrarlo e sgranocchiarlo tra le fauci fameliche. Infine, si avviò verso l'antro di una caverna, collocata in una montagna inaccessibile, per una pennichella.
«Ah, dimenticavo: divoratore di fanfaroni!» aggiunse ruggendo ed emettendo un ruttone.
Il fascino seducente e doloroso della vita nella lirica di Pietro Rosetta
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Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, 2024
Non è nuova l’idea della vita come viaggio, che, nella raccolta di versi di Pietro Rosetta Poesie nascoste nella dispensa, pubblicata dalla Casa Editrice Miano nel 2024, appare un itinerario accidentato eppur appassionante, fatto di tappe assai diverse, tormentoso e stimolante, portatore ad un tempo di quiete e di insoddisfazione: “Si compie inarrestabile il viaggio,/ sfiorare la quiete di un approdo e poi/ seguitare la rotta/ questo mi hai domandato” (corsivo mio, come sempre in seguito); “Mi rassegno al viaggio/ ti sveglierò solo per chiederti una carezza,/ dissetarmi e ripartire”; “Finalmente escono le parole/ a lungo rinchiuse da una assenza./ È tardi, nuovi sguardi/ mi attendono,/ devo ripartire”.
Tale immagine emblematica e pervadente è all’origine di una serie di suggestive metafore, che assicurano densità sentimentale e coerenza ideale al discorso poetico: “Essere marinai di tutte le tempeste/ nudi a volte agli occhi/ di una madre che aspetta./ Ci è costata l’esperienza”; “Dal ponte della mia nave,/ senza nostalgia,/ guardo allontanarsi i fantasmi/ che il cuore ha finalmente liberato,/ al tramonto di un incubo/ assetato di un senso/ la rotta è cambiata/ e il vento tiepido dell’estate/ gonfia di nuovi progetti/le vele dell’entusiasmo”; “Sento il rumore dei miei passi/ irrequieto presagio di un’alba ancora possibile”; “Divinità corsare,/ impadronite dell’inverno/ scorgeranno impronte/ di umanità scolpite nella sabbia,/ indovinando appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.
Il percorso vitale di ognuno risulta animato da un moto duplice e contraddittorio, da una sollecitazione attiva ed energetica a cui corrispondono - in intima correlazione dialettica - un ripiegamento amaro, la mesta constatazione di un esito deludente delle attese emotive, dell’aspettativa di felicità e di amore.
Non sorprende al proposito che la figura dell’antitesi si riveli centrale nella sua valenza unificante e formalmente ordinativa, organizzando incisivamente i tanti aspetti contrastivi, che innervano la vicenda esistenziale, dall’opposizione “gioia/dolore” (“Il tempo è maturo/ e noi come cipressi saremo là/ ritti ad aspettare gioie e dolori/ con le radici abbracciate alla vita”), “buio/luce” (“Le sere d’estate l’aria umida d’insonnia/spalanca le porte della notte (…) sarà l’aurora a sbiadirne il ricordo”), “sogno/realtà” (“In riva al mare dei sogni/ il nostro amore si è fermato a morire,/ il viso riverso nella sabbia, si è fermato a morire”), al conflitto di “vita e morte” (“Varcata la soglia/ cercherò nelle tue labbra/ il presentimento della morte/ o il fiore nuovo della vita), nonché a quello – di ascendenza leopardiana e posto in risalto con la consueta lucidità dal prefatore Enzo Concardi – di “amore e morte”: “Rifugiato nel tuo corpo/ cercando protezione./ Come un fiume in piena/ allagarti, tra brandelli di vita/ per annebbiare la certezza di morire solo”.
In alcune liriche l’autore esprime la convinzione che il fremito vitalistico non soltanto preceda, ma vada oltre la riflessione intellettuale, a causa di una ricchezza e di una profondità razionalmente male inquadrabili e pertanto non agevolmente definibili: “Eppure vorrei incontrarti per caso/ e abbandonarmi nel torrente/ delle frasi mai pronunciate/ e possederti/ senza la colpa di averlo deciso/ e invece distillo brividi/ sopravvissuti alla noia/ di lucidare lo specchio dei nostri errori”; “Devo ancora arrivare o è già passato/il tuo tempo?/ Il mio tempo non lo sa e/ abbracciato ai tuoi occhi/ si ostina a non volerlo sapere”.
Ciò dà ragione delle frequenti ed efficaci similitudini naturistiche (“Il tempo è sbocciato/ figlio di gesti ritrosi,/ sogno che non si vuole realizzare/ e noi due aggrappati al destino/ come larici sbattuti dal vento di primavera/ sentirci dentro un frutto acerbo/ nostro intimo desiderio venuto/ a sfidare il presente”; “Ti parlerò ancora/ per pochi giorni,/ poi, come le onde che impetuose/ si impennano al vento e muoiono,/ anch’io mi confonderò col mare”) e soprattutto, anche dinanzi all’esperienza di un dolore intenso (“Questa notte piangerò per te lacrime disperate/ ma tu non mi sentirai/ e il tempo appassisce il fiore che/ abbiamo abbandonato all’ombra del silenzio”), del desiderio, sempre risorgente, di aprirsi positivamente all’avventura della vita, di attingere alle illimitate risorse di essa: “Non è rimorso ma preghiera/ questa luce diafana filtrata da veli (…) cerca proprio noi, inquilini di una storia/ affacciati ad aspettare il sole”; “Non so quali umori ci scuote il vento/ e fino a quando il tuo sorriso dalle/ labbra sottili dirà al mio/ di giocare con lui./ Non so dove andiamo, amore,/ ma ti prego resta qui vicino”.
La sottolineatura dell’ultima citazione non è nel testo ed è in funzione del rilievo di un’altra figura retorica, l’anafora, spesso impiegata dallo scrittore e sintomatica del suo animus indagatore, della propensione all’approfondimento critico personale delle varie situazioni etico-spirituali. Ne è testimonianza perspicua il bellissimo componimento incipitario che ha per titolo I canti delle vedove: “I canti delle vedove/ nelle vecchie chiese di periferia/ sono le voci delle nonne e delle vecchie zie (…) I canti delle vedove sono il lamento indifeso/ di chi si ostina a non capire (…) I canti delle vedove… sono disperazione (…) I canti delle vedove sono la speranza cieca/che ognuno di noi porta dentro”; la consueta antitesi (in questo caso “disperazione/speranza”) attesta l’importanza di un comportamento moralmente esemplare: “Così nella mia stanza/sono i canti delle vedove la mia preghiera”.
Floriano Romboli
P. Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, Milano, Guido Miano Editore, 2024, pp.88
Lorena Quarta, "La simmetria dell'orchidea"
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La simmetria dell'orchidea di Lorena Quarta (Eretica Edizioni, 2024 pp. 146 € 15.00) custodisce, nella rispondenza e nell'equilibrio interiore, l'osservazione di un pensiero poetico che ha, nella distribuzione capillare della sua suggestiva ispirazione, la proporzione autentica e intensa delle parole. Lorena Quarta adotta la particolare similitudine della simmetria per rivestire i suoi versi di un equilibrio armonico, uniforme, dettato dal contesto emotivo, nei contenuti ricchi di significati e simbolismi indistinti, misura lo stupore nello scenario di una forza ordinatrice, sullo sfondo di un'altra efficace coniugazione dell'anima, in analogia con il dispiegamento intenso e commosso di un linguaggio elegiaco, condensa, nelle affermazioni cadenzate dell'esistenza, la circolarità di un itinerario ermeneutico. La simmetria dell'orchidea include le dimensioni vitali dell'uomo, il riscontro dei suoi stati d'animo, l'analisi di una disposizione d'identità, nello sguardo consapevole e inesorabile di un'umanità turbata e timorosa, tratteggia la linea inarrestabile del tempo come rappresentazione dell'orientamento introspettivo, coglie la soglia dell'esitazione nelle incertezze quotidiane, donando al lettore sensazioni di suadente coinvolgimento, in analogia con la percezione diretta e spontanea dell'incompiutezza e della caducità della sorte. Lorena Quarta sorveglia il chiaroscuro dei suoi contenuti, intreccia il dettaglio di ogni riflesso del senso intuitivo e riflessivo dei personali presentimenti, comunica, con l'efficacia alchemica di uno stile incarnato nella propria efficacia esplicativa, il tracciato di ogni percorso sensibile, indica i luoghi accessibili della memoria come dimore metaforiche delle proprie rimozioni, accoglie la natura come la manifestazione di luce e ombra, il passaggio di illuminazione, l'indirizzo di un impulso fragile e forte al tempo stesso, nella costante grazia dell'io poetico e del lirismo epigrammatico. L'inevitabile confessione della vulnerabile condizione umana, svela l'attenzione intimista alla precisa cognizione dell'inquietudine, l'imperfetta e indecifrabile conseguenza di ogni interrogativo inconscio assorbe i testi poetici e fa da sfondo all'avvertimento del caos, al recupero dei ricordi lungo l'invisibile asse della partecipazione affettiva. La poesia di Lorena Quarta evidenzia la presenza incisiva delle conferme coraggiose della volontà, rinnova le spiegazioni dei comportamenti in relazione con l'irrequietezza delle situazioni, richiama e conserva il valore fermo dell'esperienza, segue l'ascolto della natura e delle sue trasformazioni, mantiene incontaminata la resistenza dello stare al mondo, in un intonato parallelismo tra desideri e illusioni, tra certezze e perplessità, dove la comprensione dell'arrendevolezza è il segno realistico della provvisorietà. Il libro è anche un devoto omaggio alla lingua italiana, alla sua tradizione latina, alle componenti eloquenti e interpretative della linguistica, ricca di allegorie, arguzie stilistiche, decifra la compostezza dei componimenti con il compimento dell'ars oratoria. La scrittura di Lorena Quarta contempla l'accordo dei segmenti affascinanti del talento nella maturità di esprimersi, affida l'esercizio del discorso al rigoroso dilemma tra ragione e sentimento, l'interferenza della realtà e il conflitto dell'immaginazione, riscopre il tributo nella preghiera laica dedicata all'irresolutezza del buio, nell'intesa di un'esigenza, solenne e profetica, di condividere la luce delle storie.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
SCRUPOLI
Venti di coscienza
che spirano sempre
in direzione contraria
ai tuoi desideri.
SOGNI
Fintanto
che i castelli
sono in aria
nessuno
può udire
il loro crollo.
SUPER PARTES
Siamo bravi
a sputare sentenze,
meno bravi
a digerire giudizi.
TEMPUS FUGIT
Tempo tiranno, tempo al tempo,
e intanto i momenti si sprecano,
messi uno accanto all'altro,
pile di istanti e di rimpianti,
uccisi da errori di percorso
senza possibilità di correzione.
Fugge il tempo ma lo rincorro,
un ultimo attimo da assaporare,
gioco con l'orologio una guerra
impari con la speranza che il mio
treno non sia ancora partito.
IMPRIMATUR
Impresso a fuoco nella
materna memoria tutto
prende la forma di
roccia sedimentaria
immanente e imponente,
massi accumulati
a strati nel tempo che
tenaci resistono all'
usura di un'intenzionale e
ragionata rimozione.
NOIA
Non si contano ormai più le
ore sempre uguali a se stesse e l'
inerzia nel non cambiare le cose
aleggia come un fortunoso alibi.
DESTINO
Domandami del futuro
e aspetta la mia risposta,
scoprirai che non sono io a
tenere le fila dell'esistenza.
Il mondo è governato dal caso ma
nel caos di mille avvenimenti
ogni coincidenza la chiami destino.
Cormac McCarty, "Città della pianura"
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CITTÀ DELLA PIANURA
Cormac McCarthy
Questo libro di Cormac McCarthy, pubblicato nel 1998, ha come protagonisti John Grady e Bill Pharman, due giovani che lavorano in un ranch negli Stati Uniti, al confine con il Messico.
La loro vita procede in modo semplice e abitudinario, badando al bestiame e facendo vita in comune con gli altri mandriani; le uniche distrazioni, siamo negli anni 50' del secolo scorso, sono le visite nei locali e nei bordelli messicani. È qui che John incontra una giovanissima prostituta di cui si innamora, ricambiato, finendo per ingegnarsi in ogni modo su come portarla negli Stati Uniti, togliendola al suo temibile protettore.
Ma prima di arrivare al nocciolo della trama, Cormac costringe il lettore a tollerare molti capitoli che apparentemente disorientano perché non danno corpo a un percorso. Si susseguono quindi con molti dettagli i fatti del quotidiano dei due ragazzi, il rapporto con il loro anziano capo, le lunghe cavalcate sulle montagne e anche le corse in pick-up.
Il motore del libro comincia a scaldarsi quando John incontra la ragazza nel bordello e comincia a fare progetti di vita con lei, nonostante le gigantesche difficoltà della situazione.
Il ragazzo va diritto verso il suo destino ed è intorno a questo concetto che poi Cormac riflette mettendo in bocca ad alcuni personaggi il suo pensiero. L'uomo non è libero, si muove in un labirinto di costrizioni che vengono dalla sua storia. Non ha senso, sostiene un vagabondo che incontra Bill Pharman, pensare ad alternative a quanto si è fatto. C'è un determinismo che permette movimenti limitati e già decisi, perciò i personaggi dei romanzi che prendono decisioni costose, sanguinosamente costose, non fanno altro che seguire un corso già tracciato nel passato. È un'idea ciclica del tempo, che era propria degli antichi greci. Il passato ingabbia già il futuro.
È un libro, nel complesso, pessimista e pieno di dolore, accresciuto dal fatto che lo scoramento avvolge vite ancora giovani; tutto questo induce chi legge a chiedersi l'origine dell'ossessione per il male da parte dell'autore.
Troviamo personaggi con menomazioni fisiche come in certi testi di Kafka; quasi sempre lo scontro con il male è devastante e secondo la filosofia dell'autore non ci si può sottrarre. Lo stesso ranch dove lavorano i due giovani è preso di mira dall'esercito che vorrebbe espropriarne i terreni, privando di prospettive chi lavora con i cavalli ed è abituato a vivere liberamente. Dove andare allora? C'è un avvenire? Il Messico che altre volte è parso pur tra tante contraddizioni l'antemurale della modernità alienante e un'oasi di libertà e umanità, dove un cowboy senza meta può trovare un piatto di tortillas anche nella casa più povera, ora è luogo di oppressione. Là si va per l'amore mercenario, tra gente di malaffare, scagnozzi spietati e qualche brava persona troppo corriva per cambiare le cose. Se l'amore si fa autentico allora porta a scontri mortali.
Nella seconda e ultima parte del libro, Bill, rimasto solo e ormai vecchio, va al nord, non più verso il Messico, terra calda e ricca di passione.
Nel racconto finale pronunciato dal vagabondo che lo incontra, si accenna a Cristo e al suo mettersi al posto dell'uomo per accollarsi il supplizio che spetta ai peccatori. Si dice che si deve onorare chi è morto per noi, ritardando il nostro momento di pagare il conto. Ma non ci sono molti agganci morali e domina una certa rassegnazione. Anche Bill trascorre i suoi anni vagando tra gli stati, sempre povero, senza sicurezze, sperando nell'umanità di chi incontra.
Il vagabondo gli dice infine che è il condividere il senso della vita. Soffrire insieme e aiutarsi. È l'unica cosa positiva, l'unica nota di azzurro di un libro molto triste.
E bisogna avere pazienza nel leggere Cormac; ad esempio si deve tradurre da sé molti passi in spagnolo, accettare corposi aneddoti che sembrano fuori luogo, cercare di dipanare la matassa di lunghi dialoghi di atmosfera sapienziale. Ma ne vale la pena, anche se, dopo grandi sforzi, compiuta la piacevole opera di lettura, pare di vedere là sopra, sul muro che si è cercato di scalare, i cocci aguzzi di bottiglia di cui parlava Eugenio Montale.
Pace
"Persone che potresti conoscere": Silvia Cubisino
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«Wow! Chi è ‘sta fata?» esclamò Luigi mentre bighellonava su Facebook con il computer. Tutto allupato si sfregò le mani e, come un delfino curioso, si tuffò nel profilo di quella ragazza dal caschetto biondo e dagli occhi verdi.
Dopo aver spulciato una moltitudine di foto e post pubblici sul diario dell'interessata, cliccò la voce "Vedi le informazioni di Silvia", scoprendo che abitavano nella stessa città, che lei era di anni venticinque, di professione commessa in una profumeria del centro storico e che il campo “Situazione familiare” risultava vuoto. Ne dedusse quindi che fosse single anche perché non sembrava esserci traccia di un moroso.
Un'espressione malupina si dipinse sul volto di Luigi, mentre le inviava la richiesta di amicizia.
I giorni si susseguirono e, nonostante la biondina utilizzasse il social network inserendo vari contenuti, tra cui un nuovo selfie che sostituì la precedente immagine di copertina, il farfallone di turno venne ignorato. Un po' stizzito, decise di insistere scrivendole su Messenger, dicendole che desiderava conoscerla.
Ottenne risposta quasi subito senza però essere annoverato tra i contatti.
«Ciao, guarda che non sono libera!»
Luigi interpretò le parole di Silvia un modo per fare la preziosa. Tentò allora con una frase rompighiaccio, del resto l’iniziativa e la simpatia non gli mancavano.
«Peccato che sei fidanzata. Altrimenti non ti avrei dato pace.»
Silvia sorrise dall'altra parte dello schermo, ma sentì l'esigenza di respingere quel ragazzo dalle palesi intenzioni.
«In verità, non ho un fidanzato. Comunque, riguardo alla “pace” ritengo giusto esternare una cosa: in base alle esperienze passate, cerco un uomo che MI DIA pace. Sei bellissimo. Per fortuna non mi basta. Adiós»
Luigi non ebbe tempo di controrispondere, in quanto, con grande disappunto, si accorse che quella bocconcina l'aveva bloccato.
«Non è andata, pazienza. Anzi, pace» disse tra sé e sé, per poi riprendere a sfogliare la sezione "Persone che potresti conoscere."
I love pizza Margherita
Amo da morire la pizza Margherita, tanto da considerarla la mia pietanza preferita in assoluto. Se si dovesse intendere il nome proprio di persona femminile, inutile dire che non lo associo al fiore. Idem Margherita di Riccardo Cocciante, tra l'altro il congedo della canzone è perfetto, difatti in qualche modo ne traggo un'analogia.
[Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia
Margherita, Margherita
Margherita, adesso è mia
Na-na, na-na, na-na-na
Margherita è mia]
Rilanciando sul musicale, dal momento che ascolto Eros Ramazzotti, nel parodiare un po’ il brano Più bella cosa, spero che il cantante non si scocci.
[Ti mangerei di più
per dirtelo ancora per dirti che
più buona cosa non c'è
più buona cosa di te
unica come sei
soffice quando vuoi
grazie di esistere]
La Marghe (mi permetto il lusso di darle un diminutivo) è composta da pochi ingredienti, ovvero farina, acqua, lievito, mozzarella, pomodoro, olio crudo e, come ciliegina (Pachino) sulla torta, pardon, sulla pizza, del basilico fresco.
Di "norma" non la rimpiazzo, magari di tanto in tanto mi capita di prenderne una ai quattro formaggi bianca o rossa. Il problema è che poi mi pento sempre.
Da precisare che prediligo l'impasto sottile (alla romana, insomma) e disprezzo la pizza gommosa tra cui una Margheritona impossibile da dimenticare. Nel duemiladieci, durante una vacanza in Grecia, a Rodi, in una taverna, mi fu servito un copertone intriso di sugo con del formaggio di quart'ordine. Per Zeus! Meritava di essere fulminata e… bruciata!
Comunque, sempre andando a ritroso nel tempo, ma tornando a focalizzarmi sulla Margherita in generale, ricordo che molti anni fa, nel periodo in cui facevo il soldato, trovandomi in trasferta per un campo militare nei pressi di Battipaglia, in Campania, una sera, io, con un gruppo di commilitoni in libera uscita, optammo per una pizzata in uno dei locali della città, che ci fu consigliato da un maresciallo originario di quei luoghi.
Appena entrati in quella pizzeria, ci sedemmo a un lungo tavolo e, quasi subito, il cameriere ci portò i menù. Mi risulta difficile descrivere lo stupore derivato dal fatto che il numero dei tipi di pizza si attestava intorno a un centinaio. C'era la pizza con i fagioli e cipolla, la pizza con radicchio e speck, la sushi pizza, la pizza con pere e brie, la paella pizza, fino ad arrivare alle pizze dolci con frutta e alle pizze con gelato. Indovinate quale pizza scelsi? La risposta è scontata: la Margherita!
Cari lettori, onde evitare che il testo diventi una “pizza," mi limito ad aggiungere quanto segue: la pizza Margherita per quel che mi riguarda è perfetta da abbinare con la birra. Pazienza se "lievita" la pancia. Si vive una volta sola.
Giorgio Bolla, "Navigando sotto il sole"
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Giorgio Bolla
Navigando sotto il sole
Guido Miano Editore
Milano 2025
Navigando sotto il sole di Giorgio Bolla è una raccolta lirica suddivisa in tre parti, poiché oltre al testo in lingua italiana, contiene una traduzione in inglese – Sailing the sun – e un epilogo di varie terzine, alle quali l’autore ha conferito il titolo di Progressione poetica: si tratta di 42 terzine consecutive senza denominazione, datate dal 20 agosto al 30 settembre 2018. Essendo il libro dai contenuti quasi sempre criptici, simbolici, che si avvale di una scrittura-soliloquio sorgente dall’essere-io del poeta, dunque ascrivibile a quelle letture interpretative, esegetiche, di natura particolarmente soggettiva ed intuitiva che lasciano larghi spazi al dubbio, è opportuno nell’interesse del lettore, accedere alla breve premessa dell’autore per rintracciare almeno alcune possibili chiavi semantiche, sebbene anch’essa non sia esaustiva del tutto. Così scrive Giorgio Bolla circa la sua pubblicazione: “Sciogliere il nodo è quello che conta. La tua professione è nobile al punto che può farti credere di essere invincibile, di essere il cavaliere che sconfigge la morte. L’aria calda, prima di entrare in Sala Operatoria, ti cade addosso ma tu devi fare bene. È una Professione, null’altro. Dopo, rimangono gli sguardi dei bambini che hai operato. Non ti chiedono più niente, ringraziano solamente, con il loro silenzio. Navigando sotto il sole (Sailing the sun) nasce dalle impressioni vissute nella mia esperienza come chirurgo pediatra nell’Ospedale pediatrico di “Medici senza Frontiere” in Monrovia, capitale della Liberia, nato con l’epidemia di virus Ebola nel 2014”.
Gli scritti sono posteriori, ma la data di pubblicazione recentissima, febbraio 2025. Il libro, con la prefazione di Michele Miano, è entrato a far parte dei volumi della Casa Editrice Guido Miano di Milano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000. Lo stile dell’autore può essere definito di provenienza ermetica: stringatissimo utilizzo della punteggiatura, metrica costituita da brevi lacerti d’immagini o folgorazioni, significati riposti, riferimenti alla realtà naturale e umana ma spesso trasfigurata in dimensioni metafisiche-filosofiche, sintesi estreme aperte ad ulteriori sviluppi (il non detto…). Il messaggio vuole essere un appello all’umanità e alla solidarietà per vincere le battaglie contro il dolore, la solitudine, le ingiustizie di questo mondo: perciò numerose liriche sono un richiamo all’impegno, alla responsabilità, allo stare con… all’esserci più che ad un essere ontologico. In Africa, ad esempio, si respira un’atmosfera di attenzione all’altro che emerge da gorghi immaginifici per sfociare nel finale in versi palpitanti: “… accompagnato vado/ nell’intimo della vita/ raccolgo stanchezze,/ e perdoni”. E così la sequela della poesia impegnata sbatte contro pregiudizi e false certezze: non esistono mondi migliori degli altri (Abbiamo forse); superiamo le stoltezze della storia (Raggiungi il bordo); sudore e speranza coesistono in noi (Acqua torta); accogliamo ‘beatitudine e fortezza’; i colori della pelle e dei corpi non eliminano la nostra uguaglianza d’esseri umani (Bianca sclera negli occhi); vinciamo insieme la paura, “entro nella vostra / vita” (Il vostro sguardo); nei sogni vivono ancora i profeti, coloro che anticipano i tempi (Le isole del mondo). Incertezze e dubbi, memorie e rimpianti se ne vengono con noi, sempre, nei viali dell’esistenza e proprio con parole sulla condizione umana si conclude Navigando sotto il sole: “Le polveri delle strade/ sono il destino/ di ognuno,/ tra selve e spiagge/ tra porti e sudori/ tra libertà e dolore” (Le polveri delle strade).
Vi sono infine i simil-haiku della Progressione poetica: senza rispettare i canoni giapponesi (tranne la strofa di tre versi) sono ispirati ad essi per la metrica delle immagini delicate e liriche della natura, per la raffinatezza dei sentimenti, per il gusto degli accostamenti inusitati: da leggere.
Enzo Concardi
Bolla Giorgio, Navigando sotto il sole, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 70, isbn 979-12-81351-56-1, mianoposta@gmail.com.
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