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Arturo Pérez-Reverte, "Rivoluzione"

11 Febbraio 2025 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

RIVOLUZIONE

Arturo Pérez-Reverte

 

Rivoluzione è un libro di Arturo Pérez-Reverte ambientato nel Messico di Pancho Villa in cui infuria appunto la rivoluzione, iniziata nel 1910.

L'inizio del libro può sembrare tributario di un cliché abbastanza abusato. C'è un giovane europeo, Martin Garrett; è un uomo istruito, venuto in Messico come ingegnere esperto in esplosivi. Deve lavorare nel settore minerario per conto di un'azienda spagnola. Si trova casualmente immerso in una gigantesca sparatoria tra rivoluzionari e governativi; viene "tirato per la giacchetta", coinvolto nello scontro in cui la sua competenza con l'esplosivo è decisiva. Naturalmente in poche ore si dimostra indomito, efficace, fortunato; conosce addirittura Pancho Villa e tutto il suo stato maggiore. Viene stimato e apprezzato da quasi tutti.

Fin qui la traiettoria sembra abbastanza prevedibile; c'è uno sconosciuto precipitato in mezzo a fatti di portata storica in cui trova un'avventura esaltante. Molto è giocato sulle evidenti differenze culturali e caratteriali tra il giovane ingegnere e il mondo greve e sanguigno dei rivoluzionari e sul fascino esercitato dagli ideali di lotta su un uomo distinto ma curioso.

Poi però il romanzo decolla ed è un piacere leggerlo perché l'autore ha grande maestria nel passare tra ambienti molto diversi tra loro.

Sono superbe le scene delle battaglie, della vita cittadina dove c'è un'aristocrazia molto conservatrice e cariche di umanità e colore le descrizioni degli accampamenti dei rivoluzionari; i miliziani portano con sé mogli, compagne, famiglia. Il protagonista è sempre più coinvolto nelle dinamiche anche politiche della rivoluzione e conserva l'aria un po' goffa e incerta di chi non sa spiegare perché invece di fare l'ingegnere nelle miniere, si occupa di far saltare i ponti per conto di Villa, partecipando a molte azioni pericolose. La sua, infatti, non è una scelta razionale. Vede che le persone accanto a lui ci mettono l'anima in nome della rivoluzione, senza avere particolari bagagli culturali, agendo d'istinto; questo è sufficiente per condividere il loro sacrificio, accettando ogni rischio perché lealtà e amicizia sono da anteporre alla viltà e all'egoismo.

L'altro punto di forza del romanzo sono i dialoghi. In particolare quelli con l'amico rivale, l'ufficiale Córdova con cui c'è una competizione feroce per la stessa donna; è una sfida personale che si aggiunge alla più generale contesa politica, arricchendo la trama. Da sottolineare, infine, la bellezza di un intenso finale drammatico ma non scontato, in cui la parte migliore e più alta del protagonista sembra seguire il tragico decorso dell'avventura di Pancho Villa.

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La porta rosa

9 Febbraio 2025 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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La logora ma intrigante porta di un rosa antico attira la mia attenzione ogniqualvolta passo davanti a questa abitazione. Per un minuto o due rimango a fissarla, trattenendomi un po' di più nelle grigie giornate d'inverno e assumendo un'espressione sognante. Mi sembra di essere in una scena di un film surreale in bianco e nero, nel quale viene colorizzato un singolo elemento.

Dietro la rosea soglia immagino poi che ci abiti una sorridente fata capace di donare letizia ad anime tristi.

Proprio adesso sento una musica dolcissima provenire dall'interno della casa, le cui note fluttuano nell'aria lasciando all'esterno un profumo che sa di carezze di menta piperita e baci di fragole. 

 

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Maria Francesca Borgogna, "Stagioni"

8 Febbraio 2025 , Scritto da Mario Canzanella Con tag #mario canzanella, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Stagioni

Maria Francesca Borgogna

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Il lettore graziato dal destino che s’imbatte nell’universo poetico di Francesca Borgogna, si trova immediatamente in un aperto arcano intramato di concretissime esperienze, e di baluginanti immagini del passato, che risorgono per essere ascoltate, per imporsi nuovamente alla memoria e all’esperienza dell’autrice, la cui sensibile e dolorosa meditazione è risposta all’urgenza della meditazione, del canto, del mormorare sommesso di materne presenze. La condivisione nello spazio poetico nasce da un traboccare amorevole e amaro, che ridesta lo schianto dei giorni felici, o il lento declinare di una stagione.

L’autrice non teme più gli «strapiombi di silenzio» (Di novembre), come non sembra più paventare i falsi allarmi del tempo, le «schegge di pioggia» (ivi) dell’inclemenza di avvenimenti ineluttabili, che si consumano in una dimensione appartata, solitaria, difficilmente riepilogabile in enunciati composti e ben allineati. Da qui il desiderio ancestrale del verso come una specie di lente, a volte uno specchio, una superficie luminosa, il cielo, il mare, ma anche l’acqua sporca che s’infossa in sentieri sconnessi, le gore che si addensano negli avvallamenti delle età trascorse.

Questa poesia è necessaria poiché esprime il bisogno inestirpabile dell’animo umano di narrarsi, di riepilogarsi per tornare ancora a interrogarsi sul suo destino. Al soggiornare in un presunto approdo, fa immediatamente seguito lo sconvolgimento interiore di un possibile nuovo inizio, e tali pulsazioni sono lo svilupparsi elastico e spigoloso dei versi stessi: essi giungono a dire, oltre l’esprimibile nel nitore dell’enunciato consunto dalle convenzioni, la lingua segreta delle cose, il risvolto segreto dell’anima delle cose in cui si perde lo sguardo magnetizzato dell’autrice.

Colpisce certamente la sensibilità del lettore accorto e circospetto la prodigiosa varietà di registri che l’autrice ci offre come un diario di viaggio, una memoria che trascolora nel ritrovato affetto, dopo ogni inevitabile burrasca, per le cose che la circondano, e che restano là, in attesa di lei, dopo ogni viaggio, ogni distacco, che non è mai tradimento delle sue radici equoree e mediterranee.

Dalle geometriche poesie di questa raccolta, tenera e crudele, aspra e dolce, emergono molti complessi sentimenti del mondo, del tempo, della natura, dei rapporti umani e un infinito interrogarsi sul ruolo che la memoria e l’esperienza hanno nei destini umani. Come giustamente osserva George Steiner nel suo Vere Presenze, ora non bisogna far velo alla luce dei versi, al loro respiro di volta in volta allarmato e riconciliato. Ciascun lettore, investendo le sue gioie e angosce nell’esperienza sovrana della lettura, comprenderà ciò che può, ciò che deve, ma sempre con la confidente certezza di introdursi in un clima spirituale che si offre alla meditazione, alla lenta distillazione di sentimenti che non si perderanno nell’oscuro volgere dei giorni, e, in ultima analisi, in dimensioni in cui, tenuto per mano dall’autrice, forse ritroverà nuovo slancio e nuovi entusiasmi ed una concreta, reale opportunità di sviluppo e di crescita interiore.

La radice orfica e pitagorica riappare sempre là dove la poesia non è descrizione sentimentale immediata, ma filtro magico del dolore, infinito che il verso rende tangibile, eterno che finalmente possiamo identificare in ogni attimo di ogni nuovo giorno. Le Stagioni segnano così il confronto dell’autrice con le «maghe di Tessaglia» (Fugace), con gli allestimenti scenici del ricordo, sempre chiaroscurali anche nella luce accecante del mezzogiorno; col flusso del tempo su cose e persone, un tutto roteante che, in tal modo, presto «non ha più nome» (Di verde e di pietra). Non ci sono più né domande né risposte nella pura temporalità. Per tali motivi, l’autrice non ci nasconde, a volte, la sua pena, la delusione, il terrore del confronto con «le belve affamate» (Oltre la notte) che non si sono fatte annunciare, e che si sono avventate su ogni cosa. Ma c’era sempre ad attenderla «una fragile alba chiara» (ivi), così nulla ha potuto sospendere in lei gli appuntamenti con sé stessa, la cura per la natura, lo sguardo affettuoso rivolto in perpetuo pieno affidamento alla natura. Ci sono, certo, «sogni dismessi (…) una fragile folata/ di tardiva primavera» (La noia); e c’è inoltre la lacerante consapevolezza della generale cecità umana, nella quale si consuma un dramma vergognoso di aridità e ottusità, e che porterà inesorabilmente ad una visione desolata e terribile del destino degli uomini; tuttavia, anche se «invano il tempo ci porta/ il canto antico degli uccelli» (Alla fine), il mondo è colmo della gioia dei “giochi effimeri” che i poeti e i bambini, figure angeliche, raccolgono, conservano, sempre pronti a devolverli con un sorriso insondabile a chi sa riconoscerne il valore, a chi accetta di misurarsi col valore, a chi riconosce il valore perché è di valore.

Il poetico, se è possibile adombrarne le vibrazioni senza alterarne l’intima preziosa essenza, è certamente questa fiducia, questa incondizionata capacità di amare disinteressatamente tutto ciò che si manifesta nella gioia, nell’intelligenza, nella fiducia, nel raccolto splendore dei gioielli di Opar.

L’ampia tavolozza di Francesca Borgogna s’inoltra così nell’avventura di esporsi negli infiniti desideri destinati a rimanere inappagati, ma proprio per questo, capaci di descriversi fino in fondo, riflettendosi negli specchi di mille occasioni e osservazioni. Il lettore saprà accedere a queste meraviglie se serberà l’austera gentilezza e la forza del cavaliere in cerca di sé stesso, e che attraversa lentamente, in groppa al suo splendente sauro, il gelo, la neve, i rigori dell’incomprensione, le acque che scorrono, le comunità di piccoli animali di tutti i regni della terra che lo osservano ragionando tra loro con gli sguardi e piccoli suoni, le nebbie, i venti in cui tutto si rimette eternamente in moto, in ogni plica dell’essere. La Luna osserva, e il suo sguardo d’argento sembra ispirare coraggio e perseveranza all’autrice, spesso persa in un mare ostile di inquietudini, silenzi, rotte segrete.

Tutta la serie di Stagioni ci offre variazioni sul tema della fragilità, del mutare degradandosi, del patire nell’acido inclemente del tempo. Sono gli attimi che ci colgono impreparati, inermi, di fronte all’ignoto, e in cui ci percepiamo come “equilibristi ciechi” che hanno tuttavia ormai percorso un cammino significativo, davanti al quale si profila la sequenza di tutto ciò che non è stato, di tutto ciò che, privandoci, impoverendoci, raddoppiava nel colpo inferto senza misericordia di una doppia definitiva assenza, una non nascita per troppo affetto, per strabordante desiderio, sempre punito, sempre umiliato.

Ma resta, ci assicura la voce severa e dolce che ci parla, un «ardente profumo» (I mai nati) del fuoco sacro che arde nel ricordo indelebile. L’attraversamento di queste Stagioni non può, però, concludersi con una katàbasis: la discesa agli inferi ormai è parte della vita, la sapienza di questa poesia lo sa bene, ed è questo il dono più prezioso, dono fraterno, che l’autrice ci offre, la sua esperienza di un’anabasis, semmai, un’ascesa, e poi un osservare nella luce di un nuovo giorno la vita che si rinnova, le mille creature che la circondano, tra le quali, ella, con amore infinito ha accolto ogni pietra e ogni grano di sale.

Marco Canzanella

 

Maria Francesca Borgogna, Stagioni, prefazione di Marco Canzanella, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-55-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Maria Francesca Borgogna è nata a Procida (NA) e ha conseguito la laurea in Filosofia presso L’Università degli Studi Federico II di Napoli; insegna Lettere. È presente in diverse antologie poetiche. Ha pubblicato tre romanzi: Il Talismano (2008), Nel cuore della penombra (2015), Sub Rosa - Il segreto (2019). Ha inoltre pubblicato la silloge poetica Nel breve arco di un baleno (2020), la raccolta di fiabe Tredici (2011), il volume Quinta di luna. Storia e suggestioni dal mare di Procida (2013), la raccolta per bambini MiniStorie di mare, di terra, di cielo (2020) e la raccolta in prosa e versi L’odore del mare (2023).

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Cormac McCarthy, "Cavalli selvaggi"

7 Febbraio 2025 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

CAVALLI SELVAGGI

Cormac McCarthy

 

Cavalli selvaggi è un romanzo di Cormac McCarthy, pubblicato nel 1992; da esso fu tratto il film Passione ribelle con Matt Demon e Penelope Cruz nel 2000.

Il titolo è bello anche se nulla c'entra con quello originale, All the pretty Horses.

È ambientato tra il sud degli Stati Uniti e il Messico in un'epoca in cui in teoria il vecchio West dovrebbe essere terminato da qualche decennio, ma ne resta ancora l'atmosfera.

È un romanzo di formazione intensissimo che vede tre ragazzi finire appunto in Messico dove un tempo fuggivano i banditi e gli avventurieri. Il protagonista, John Grady, amante dei cavalli e dei ranch, sente di poter essere vivo solo in quella terra piena di contraddizioni; peraltro il libro si apre con il funerale del nonno del giovane e con la notizia che il ranch di famiglia sarà purtroppo venduto. Così vogliono i suoi genitori. Questa è una cesura fondamentale.

Il ragazzo, amareggiato, decide di mollare tutto e di partire con un amico andando oltre la frontiera dove incontrerà un altro giovane, dal passato misterioso e fonte di guai. Grady trova un Messico dai mille colori, un luogo magico dove si vedono persone di estrema generosità accanto a gente corrotta e vile, cittadine pericolose e povere accanto a luoghi dove la natura trionfa; l'autore regala passi caldi dove descrive con poesia feroce tramonti e notti accanto a un fuoco dove si mangia quello che si è cacciato.

Grady, appena sedicenne, come gli altri personaggi sembra adulto nel senso che affronta situazioni complicate con molto coraggio; si dimostra abile fino all'inverosimile con i cavalli. Sembra un vecchio cowboy con una sicurezza che talvolta arriva alla spavalderia. Ma con Cormac bisogna abituarsi ad adolescenti autonomi, pieni di forza, un po' disperati, indomiti, a volte pronti a fare discorsi "filosofici" sulla vita e la morte. Talvolta si trovano anche lunghi passi apparentemente slegati dalla vicenda principale, non sempre chiarissimi.

Il protagonista soffre e patisce, cerca vendetta in atmosfere che si fanno western, ha poca nostalgia di casa nonostante abbia pagato un bel dazio in termini di vicissitudini e peripezie.

Malgrado la forte violenza di tante situazioni, nel libro trova spazio il romanticismo di una storia d'amore, per quanto molto tormentata.

Alla fine il mondo di Grady è il Messico, guardato con sufficienza e disprezzo da molti americani; ma in quella terra piena di semplicità e arretratezza il mondo si è fermato e per chi quel mondo lo ama e detesta la modernità, è il posto dove viverci, pur senza trovare mai la felicità.

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Luca Andrea Marino, "Ferite emozionali"

4 Febbraio 2025 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ferite emozionali

Luca Andrea Marino

Eretica Edizioni, 2024 

 

Ferite emozionali di Luca Andrea Marino (Eretica Edizioni, 2024 pp. 60 € 15.00) è un libro intensamente dominato da sensazioni e percezioni, promuove e sostiene la personale e accogliente corrispondenza con il mondo, l'attraente e appassionante conoscenza degli altri, lungo il cammino labirintico e disincantato della vita, nello spontaneo e persistente percorso di ogni inaspettato incantesimo nelle relazioni affettive. Luca Andrea Marino assegna al suo sentimento l'incisione inesorabile, applica la condanna del cuore nell'inevitabile dileguamento romantico, affronta le dolorose conseguenze dovute all'annientamento della mancanza d'affetto, gestisce le dinamiche psicologiche nell'esperimento sensitivo dell'esperienza e della direzione delle comprensioni, indica una linea di pensiero poetico, accosta lo sconcerto del vuoto esistenziale alla dispersione dell'impulso sensibile, tra commozione e distacco. I testi di Luca Andrea Marino si scontrano con la consapevolezza amara e toccante della realtà quotidiana, nelle occasioni di crescita interiore, nella rivelazione evocativa dei rimpianti, nella qualità disarmante e inafferrabile dei desideri, nella costante e risoluta necessità di colmare l'inconsistenza. Urtano nell'attrito delle tensioni affettive e nei contraccolpi del destino, ricadono sotto la risonanza della dimenticanza e dell'indifferenza emotiva, richiamano la memoria invisibile del dolore, diffondono l'eco profonda e significativa delle difficoltà, ricordano l'intensità della sofferenza, l'oscura complessità di accerchiare la fine di un legame e di inabissare l'impalpabile epilogo come un naufrago in cerca di salvataggio, nella sconfinata conquista della salvezza e dell'adesione alla vita. Le ferite emozionali che lacerano il vissuto di Luca Andrea Marino attraversano il luogo dell'anima, condensano l'urgenza di superare l'estraneità delle assenze, provocano l'esigenza di manifestare l'acuto presagio in intuizione sensoriale in cui l'osservazione di alcuni segni premonitori rivela profeticamente l'interruzione della coscienza, toccano l'incrostatura delle offese, stuzzicano i contrasti dello spirito indurito, rimarginano, nel coagulo, il tragitto di rinascita e di evoluzione. Il graffio del trauma (e non a caso nel termine greco la parola trauma coincide con ferita) irrompe l'immediatezza dell'impatto sconvolgente, segna l'isolamento spirituale dell'uomo, consente di recuperare la guarigione attraverso il superamento degli abbandoni e dei tradimenti, distinguere la vertigine della solitudine e affrontare l'avvolgimento delle illusioni, accostando l'ascolto con se stessi e con la propria resilienza, fortificando la fiducia e l'autostima, confrontando il coraggio contro le ostilità. La poesia di Luca Andrea Marino cristallizza l'essenza temporale dell'ispirazione soggettiva, scioglie e plasma il flusso di un'espressione universale, modella la reazione cicatrizzante dei ricordi. Luca Andrea Marino fa suo il compito nobile della poesia, di indagare le proprie inquietudini e accogliere la possibilità di nutrire la propria risorsa incisiva nella redenzione delle parole, nella forza di ridurre la sospensione di ogni pagina e lenire la superficie della saggezza, nell'inseguire l'impronta intima della corrispondenza per mezzo degli strumenti celebrativi degli scenari, dei suoni e dei colori che animano il suggestivo carattere dell'umanità.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Dove ti porterai oggi

con le tue scarpe nuove

che fanno male alla strada

quando intralcia gli sguardi altrui?

 

E le tue timide mani

di cui ti affanni di dimenticarti

che splendono dentro,

lasciano cadere un fragile sorriso.

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Bisognoso di una febbre

che mi avvinghi a sé

e solleticandomi con dolore

vigili sul tepore della domenica

stridendo la sofferenza.

-------------------------------

Il paese non è qui

ma una tua civiltà

si è fatta strada senza scuse.

 

Ore come queste mi acclamano

ma senza fidarmi mostro il sospetto

per quello che è già trascorso.

-------------------------------

Non è oblio

se non si sa distinguerlo mentre osservo

il fondo del bicchiere

in cerca di una calma versata

che mi ristori

dalla voglia di punirmi.

 

Dalla tua piovono risate

a vanificare il tentativo

di crescere e maturare nella ragione

trasfigurandoti nell'offesa

con abile puntualità.

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Alla tua pace

invochi con libero scambio

la propria cura con la sorte.

 

Che lo sforzo non ti mortifichi

senza renderti sobria

dei tuoi anni.

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Con una guerra

si snodano queste note

tenute dal filo spinato

e che vibrano senza fischiare

riverberi attorno al fuoco.

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Assaporo il tuo verso

mentre mi reclami,

volgendoti a ricordarmi

quanta audacia serve la sorte

per esprimersi nelle sue forme.

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Cerco la traduzione di chi

a mio parere,

possa svelarmi come vivere

prima ancora di sapere e di trascrivermi

lasciandomi scegliere il rimedio.

 

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William Dalrymple, "Il ritorno di un re"

3 Febbraio 2025 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

Il ritorno di un re

William Dalrymple

Adelphi

 

 

Il ritorno di un re è un libro di William Dalrymple, edito da Adelphi. 

La vicenda storica è molto articolata e si svolge tra India, retta allora dalla Compagnia delle Indie, Russia, Afghanistan e Persia. Ci troviamo quindi nella grande cintura tra Impero Russo e India Britannica e si vivono le grandi tensioni più o meno sotterranee tra Pietroburgo e Londra, con i timori inglesi di un'espansione ulteriore dell'influenza degli zar in particolare verso Kabul. Difficile non pensare alle tensioni che anche oggi restano forti in queste aree.

Chi ha letto Il Grande Gioco di Peter Hopkirk troverà atmosfere simili; spie, intrighi, regolamenti di conti, carrierismi esasperati e competizione sfrenata tra politici e diplomatici soprattutto inglesi. Ma soprattutto, rispetto al libro di Hopkirk qui ci sono sanguinosissime guerre e non solo per procura. Assistiamo all'invasione britannica dell'Afghanistan del 1839 dettata dalla volontà di imporre al paese un re filoinglese; questa grande e costosa invasione avviene in modo irragionevole. L'emiro afghano Dost Mohammed stava resistendo alle pressioni dei russi e intendeva avviare ottimi rapporti con gli inglesi, grazie al grande lavoro dell'ufficiale ed esploratore Burnes, molto apprezzato a Kabul. Ma la linea che passa è quella opposta; nonostante i rapporti di Burnes sottolineino il positivo atteggiamento di Dost verso l'Inghilterra, i suoi superiori in India si convincono che il sovrano stia per cedere ai russi e perciò convincono Londra che si deve agire in modo aggressivo. Viene imposto come sovrano il vecchio Shujah, un re cacciato molti anni prima e che viveva in esilio in India. È l'inizio del disastro. Un capo afghano disse ai generali inglesi: "Avete portato un esercito in Afghanistan, ma come lo farete uscire?".

Infatti, quando il nuovo re si dimostrerà un fantoccio in mano agli stranieri, non in grado di far rispettare le tradizioni e la religione, nascerà una aggressiva opposizione. Complice l'enorme superficialità dei comandi inglesi, inizia la catastrofe che avrà il suo acme lungo le vallate e i passi montani in cui le truppe soprattutto indiane tentano di ritirarsi. Ma questa è solo la prima parte dei fatti prima di una nuova invasione, condotta dalla cosiddetta Armata vendicatrice che compirà enormi stragi e distruzioni per reagire alle umiliazioni subite precedentemente. Nel complesso l'Afghanistan si rivela un paese non occupabile, diviso tra clan e faide, povero ma agevolato da una morfologia che rende quasi impossibile la sua duratura conquista. Eppure i vari statisti ancora una volta saranno sordi davanti alla lezione della storia. Sia nel 1979 da parte dei sovietici, che di recente, da parte statunitense intorno al 2001, saranno avviate lunghe guerre e invasioni del paese, destinate alla fine al fallimento.

Il libro è ricchissimo di personaggi, anche femminili, con sguardi che spaziano dall'India britannica, al Punjab, alla Russia. Indimenticabili soprattutto due figure romantiche in azione sui due fronti opposti, ma con molte similarità tra loro. C'è infatti il già citato Burnes, acuto conoscitore dell'Asia ma con pochi appoggi in alto e l'ufficiale zarista Jan Vitkevič; conoscitore di molte lingue e dialetti locali, aveva sposato la causa russa per uscire dalla difficile situazione legata alle condanne subite come insorto polacco. Ambedue saranno fra le innumerevoli vittime in questi anni tormentati.

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

2 Febbraio 2025 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Rosetta

Poesie nascoste nella dispensa

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

La raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024) ci fa incontrare una delle tante figure di autore “prestato” alla poesia, ma proveniente da tutt’altro campo che quello letterario. Pietro Rosetta, infatti, è un Oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Eppure sembra un autore consumato, non certo un principiante. Lo testimonia anche il fatto che il suo esordio nella poesia risale al 1997.

Sotteso a tutta quest’opera c’è un amore che lacera e sembra far presentire una fine prossima, tanto che, ad un certo punto, l’Autore gli dedica quasi un epitaffio: “Qui giace il nostro amore/ a due passi da quelle onde agognate/ che lontane come non mai,/ ora, tormentano senza pace il silenzio dei nostri cuori”. Tuttavia tale amore, a tinte a volte drammatiche, non comporta alcuna solitudine, poiché tutti siamo “onde della stessa acqua”, come notato anche nella Prefazione di Enzo Concardi: “è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego” – e per questo l’itinerario dell’opera si riassume come un cammino “tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi”.

Fra tali apparenti opposti c’è il tempo della vita, che corre via e costringe il poeta ad esprimersi con pensieri concitati, come nella poesia (solo un asterisco come titolo, come molte altre) che inizia e finisce con le medesime parole “Il tempo è sbocciato”. Poesia da leggere tutta d’un fiato, perché è quasi senza punteggiatura tranne cinque virgole e il punto finale, ma il cui messaggio è semplice, comprensibile a tutti: è immagine del tempo che fugge - appunto. E il tempo della vita porta con sé tanto i ricordi (a volte sbiaditi, a volte fulgidi, a volte amari e a volte dolci) quanto gli incontri con persone sorprendenti, come la suora che nel poeta fa nascere interrogativi e così la tratteggia: “senza parlare preghi quel tuo/ Gesù che da sempre nascondi/ in cucina nella dispensa”; o come la “Maria, stanca Maria”, il cui sguardo basta a far intuire “del giorno in cui una nonna/ ti aveva spiegato il peso della vecchiaia”.

Quanto al modo di scrivere, uno stilema tipico di Pietro Rosetta, quasi insistente, è la ripetizione delle stesse parole o di un intero verso, a mo’ di ritornello d’una canzone: il che dà al lettore la sensazione di leggere delle nenie (come “I canti delle vedove”, “Questa notte”, “Quando la città è lontana”, “Centrato da non so quale grandine”, “Non so” – per fare solo alcuni esempi). Due volte, poi, una poesia inizia e conclude con le medesime parole (“Il tempo è sbocciato” e “Il tempo è maturo”). Però nessuna pesantezza grava sul fluire dei versi, che corrono via con semplicità e immediatezza, coinvolgendo il lettore, quasi costringendolo ad andare avanti. E così si arriva alla fine del libro senza accorgersene, con la voglia di leggere ancora, per scoprire quale mistero si celi dietro l’affascinante racconto poetico dell’Autore, il quale sembra quasi descriversi compiutamente in questi versi: “Rintanato nella caverna/ della mia vita/ mi riscaldo al fuoco dell’esperienza” – ma anche tenta la nostra curiosità di conoscere altri suoi “appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.

Marco Zelioli

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

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La festa vuota

31 Gennaio 2025 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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Alla vigilia del matrimonio, colei che doveva vestirsi di bianco, dopo una notte insonne, fece una scelta.

Il giorno successivo, nella sala ricevimenti Torre Rubino, le raffinate tovaglie somigliavano a dei fantasmi stesi. Sopra di esse, file di tovaglioli avvolti come coni senza gelato, i quali si affiancavano ai costosi piatti con relative posate e ai bicchieri d'argento che sembravano provenire da una gioielleria.

Gli èpergne con i fiori rappresentavano un'inutile natura morta. A tenere tediosa compagnia ai centrotavola decorativi, le bellissime candele di cristallo destinate a rimanere spente. Nell'eventualità fossero state accese, sarebbero arse apparendo come luci fatate.

Lungo la parete, gli strumenti del DJ aspettavano invano di suonare dei dischi per far ballare gli sposi e gli invitati. Invece, sulla pista da ballo roteavano pigre svariate particelle di polvere.

Avrebbe dovuto esserci tanta gente, musica, discorsi, pianti di gioia, brindisi e risate, non una festa vuota dal penoso silenzio. La funerea atmosfera di quel locale si conformava all'interno di una casa di campagna, l'oramai ex nido d'amore. In una delle stanze, un uomo si trascinava sul pavimento. Alla sua sinistra, una bottiglia rovesciata di brandy dava origine a una pozza di liquido giallo ambra, distillato con lacrime amare.

 

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Shoot!

30 Gennaio 2025 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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Al riparo di un muro di mattoni, punto il fucile d'assalto ad altezza d'uomo. Nonostante l’efficacia del visore notturno agganciato sull'elmetto, non devo comunque sottovalutare il buio, in quanto basta un attimo per finire crivellato, oppure per ferire o uccidere qualche innocente. Prima di girare l'angolo riesco a scorgere alcuni individui che si sporgono dalle finestre dalla palazzina che ho di fronte. Alzo l'arma, appoggio il dito sul grilletto e prendo la mira. Calma e sangue freddo, non risultano ostili.

Procedo verso est. Un individuo col turbante e dalla lunga barba che imbraccia un AK-47 appare in posizione di tiro. Gli sparo un colpo in testa. Fottiti!

«Centro, qui Blue, sospetto neutralizzato» comunico via radio.

«Roger, raggiungi la zona prestabilita per ricongiungerti con la squadra» mi risponde la centrale operativa.

Dannazione, c'è qualcuno dietro quel lampione. È senz'altro un merdoso terrorista. Apro il fuoco per ben tre volte.

Cristo, si tratta di un ragazzino. Stringendo i pugni osservo affranto la lattescente figura che ho colpito in pieno. Nel frattempo, le luci si accendono.

«Johnson!» urla l'istruttore. «Non hai superato la prova! Sei fuori!»

Cazzo, ci tenevo a diventare un agente della SWAT.

Maledetta sagoma.

 

Fonti Wikipedia: *SWAT, acronimo per Special Weapons And Tactics, (in italiano: Armi e tattiche speciali) in origine sigla di Special Weapons Assault Team, (squadra d'assalto con armi speciali) è un termine usato negli Stati Uniti d'America per indicare le unità speciali di polizia destinate a compiti ad alto rischio, come operazioni antiterrorismo, salvataggio di ostaggi e interventi antisommossa.

 

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Siulvana Ramazzotto Moro, "Van Gogh, l'uomo"

28 Gennaio 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #persoanggi da conoscere, #pittura, #arte

 

 

 

 

Silvana Ramazzotto Moro

Van Gogh, l’uomo

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Cosa c'è ancora da dire su Van Gogh? Molto, soprattutto perché su di lui si sono diffusi pregiudizi, stereotipi, errori non ancora del tutto estirpati. Molto, perché il grande pubblico, giustamente attratto dalla forza, dai colori, dal fascino della sua pittura, poco si è interessato dell'uomo Vincent che v'è dietro all'artista. Tali doverosi approfondimenti si possono effettuare attraverso la lettura delle sue lettere, scritte in abbondanza durante tutta la vita – e chi ama veramente l'arte, la pittura, la letteratura e lo stesso Van Gogh come persona - senz'altro s'inoltrerà in questo viaggio affascinante. Lo ha fatto, prima di tutto per se stessa - rimanendo colpita, entusiasta, motivata ad andare fino in fondo alla verità – e di riflesso per tutti noi, Silvana Ramazzotto Moro, avvocatessa di professione, ma appassionata anche di filosofia, letteratura ed arte, per cui si è gettata a capofitto, dopo aver studiato le lettere del genio olandese, nella scrittura di un libro che ha intitolato Van Gogh, l'uomo, con un sottotitolo esplicativo: “Raccontato da lui stesso nelle sue lettere: autoritratto, amore, vocazione mistico-religiosa, rapporti con i genitori e con il fratello Theo, arte, soldi, malattia”.

La pubblicazione è avvenuta nel dicembre 2024 a Milano, da parte della Casa Editrice Guido Miano, con la prefazione dello stesso Michele Miano. Per completezza d'informazione occorre precisare che le illustrazioni sono costituite dai disegni del pittore allegati alle sue lettere, e che i brani autobiografici sono riportati secondo la traduzione italiana di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia nell'opera Tutte le lettere di Van Gogh di Silvana Editoriale d'Arte (1959).

Nella sua Introduzione l'autrice giustamente e opportunamente spiega cosa non è questo lavoro, per non far sorgere equivoci e fraintendimenti di sorta: «Questo libro non è, e non vuole essere, un saggio di critica d'arte relativa all'opera del pittore Vincent Van Gogh … L'unico mio obiettivo è promuovere e facilitare la conoscenza dell'uomo che stava dietro al pittore. In una lettera alla sorella, minore… scriveva: “Tu leggi un libro per trarne la forza necessaria a stimolare la tua attività. Io invece ricerco nei libri l'uomo che li ha scritti, lo stesso vale per la pittura e per tutte le arti”. Io ho seguito il suo esempio» conclude la Ramazzotto Moro, ponendo così un sigillo di chiarezza sulla sua opera. Più avanti si preoccupa di affermare altri aspetti del suo ritratto umano, distaccandosi nettamente da certe “leggende metropolitane” a lungo circolate sull'identità di Van Gogh: «… non era pazzo. Era un pittore culturalmente aggiornato, lettore e collezionista di volumi e di stampe, attento alle nuove tendenze artistiche del suo tempo. Fin da ragazzo, infatti, legge instancabilmente libri in olandese, francese e inglese (Voltaire, Dickens, Zola, Maupassant, Shakespeare e tanti atri), studia a fondo la Bibbia».

Già da queste premesse siamo sulla retta via per comprendere umanamente una persona geniale che ha anche sofferto per tante incomprensioni. Inoltre i 13 capitoli del libro ci guidano ad un'ulteriore, approfondita disanima del “chi era veramente Van Gogh”. 1 Autoritratto: Vincent parla di se stesso. 2 La vocazione mistico religiosa giovanile: il periodo dell'infervorarsi religioso per il bene degli altri. 3 L'amore: Ursula, Kee, Sien e Margot, quattro amori infelici. 4 Il rapporto con i genitori: tensioni per le diverse mentalità. 5 Rare ombre nel rapporto con Theo: i dubbi di Vincent perché il fratello, venditore d'asta di quadri, non riesce a piazzarne nemmeno uno dipinto da lui. 6 Il mistero della vita: lettere a Theo in cui esprime le sue meditazioni sul senso dell'esistenza. 7 L'arte, gli artisti e il sogno di un cenacolo di artisti: associarsi con spirito solidale per affrontare le difficoltà d'una vita stentata. 8 Fotografie di paesaggi: descrizioni meticolose dei paesaggi contemplati. 9 Le leggi dei colori: studio approfondito in materia, nulla di improvvisato. 10 Maledetti soldi: il contrasto tra la povertà di Vincent e le quotazioni odierne delle sue opere. 11 La malattia: si legge qui il perché Vincent non fosse né pazzo, né schizofrenico. 12 Vincent e l'arte giapponese: grande ammirazione per l'arte giapponese, compra più di 600 stampe, è preso dal “japonisme'. 13 Spigolature: specie di aforismi di varia natura.

Siamo di fronte quindi ad un'opera assolutamente consigliabile, soprattutto per chi non voglia sobbarcarsi l'onere di leggersi tutte le lettere di Van Gogh, poiché l'autrice ha attuato un'intelligente selezione suddivisa per tematiche.

Enzo Concardi

 

 

Silvana Ramazzotto Moro, Van Gogh, l’uomo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 376, isbn 979-12-81351-51-6, mianoposta@gmail.com.

 

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