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Gordiano Lupi e Francesco Viegi, "La grande bellezza"

8 Novembre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #fotografia

 

 

 

 

La Grande Bellezza

Gordiano Lupi e Francesco Viegi

Edizioni Il Foglio, 2024

15,00

 

 

Un libro di contrasti, questo ultimo testo a firma Gordiano Lupi e Francesco Viegi, fatto dei bei – e romantico-decadenti – testi di Lupi e delle ottime fotografie di Viegi.

Gordiano Lupi lo conosciamo: al di là di qualche incursione nel giallo, nell’invettiva o nel romanzo, è il cantore di Piombino. Parla della sua città com’è adesso e com’era nel ricordo. Memorie personali, forse distorte dall’acuta nostalgia che, col passare degli anni, si fa più amara, venata di sconfitta e di rassegnazione. Piombino non è sfondo ma è sostanza: archeologia industriale, polvere d’acciaio che arrossa il cielo in finti tramonti, agavi spinose e tamerici piegate dal vento, voli di gabbiani che hanno la traiettoria di ciò che non sarà mai più. Come si sa, la memoria rende incantevole anche quello che era quotidiano e finanche doloroso, stemperando e addolcendo.  La “sostanza” è in fin dei conti la ricerca di se stessi, di ciò che non abbiamo trovato perché è andato perso, perché c’era già e non lo sapevamo, oppure perché è solo uno scherzo della memoria.

Le foto di Viegi collegano la Piombino che è a quella che sarà, ritraendo fiorenti ragazze in abiti succinti, le quali dovrebbero simboleggiare il futuro, ma anche la “grande bellezza” nascosta nel paesaggio marino e vetero-industriale della città toscana. Le ragazze contrastano con questo vecchio mondo, logoro ma pieno di significato, di persone morte, di voci, gesti e pregnante passato, loro che sono fresche e audaci, proiettate verso il futuro, avvolte da una naturale malizia e da una forse non troppo innocente sensualità.

Questo contrasto fra i ritratti di Viegi e la Piombino di Lupi ha senz’altro una sua ragione di essere ma io, da affezionata lettrice dei libri di Lupi, li preferisco fatti solo delle sue parole, della sua prosa così vicina alla poesia di cui è cultore, preferisco il fico degli ottentotti e i campetti sterrati dove i bimbi calciavano un pallone, i canneti, lo stadio Magona e la spiaggia di Salivoli, ai tacchi a spillo e alle cascate di riccioli mori.  Preferisco, insomma, la voce che canta all’occhio che vede, anche quando, oggettivamente, vede la bellezza.

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