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ALIA Evo 2.0

19 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #fantasy

ALIA Evo 2.0

ALIA Evo 2.0

Curatori: Silvia Treves e Massimo Citi

disponibile in formato .mobi, .epub, .pdf e .azw3.

Pagine 510 - € 5,99

ALIA è una parola che non esiste nella lingua italiana. Solo per il momento, forse. Ma per un gruppo di persone, autori e lettori, ha un significato ben preciso fin dal 2003, ovvero dalla data della prima edizione di un'antologia divenuta leggendaria. Significa fantastico - gotico, steampunk, space opera, distopia, horror, fantastico quotidiano, ghost story, fantasy, weird - scritto da autori italiani e autori stranieri. Dicono i curatori: “Siamo arrivati alla dodicesima edizione e alla seconda edizione in formato digitale. Ma questa dodicesima edizione ha una particolarità: è scritta soltanto da autori italiani. Diciassette autori che hanno deciso di unirsi in un'operazione bizzarra e inattesa nel panorama italiano, accostando i loro testi e creando un'antologia di cinquecento pagine. Un’antologia virtuale, perché l'edizione elettronica è una conferma alla nostra visione corale della narrativa. Siamo fuori moda, lo ammettiamo. Siamo superati; collaboriamo piuttosto che litigare, leggiamo prima di scrivere, pensiamo prima di parlare. Il risultato l’avete davanti a voi: un testo felicemente ricco di sfumature e carico di visioni: allucinanti, spaventose, remote o malinconiche. Il viaggio di ALIA continua”.

Gli autori di ALIA Evo 2.0:

Consolata Lanza: vive e lavora a Torino. Legge, scrive e tiene un blog, Anaconda Anoressica. È molto fiera di avere partecipato al progetto ALIA fin dall’inizio e di essere collaboratrice di LN-LibriNuovi nonché pubblicata da CS_libri. Tutte le sue opere, in cartaceo e in digitale, possono essere trovate su Amazon o presso la casa editrice digitale DuDag. Sempre più spesso i suoi lavori, anche quando non sono esplicitamente di argomento fantastico, come la maggior parte dei suoi racconti, sfumano nel surreale e, talvolta, nel fiabesco. E questo la dice lunga sul suo rapporto con la realtà.

Eugenio Saguatti: nato a Bologna nel 1968, in piena contestazione studentesca. I fumi delle molotov, respirati in fasce, hanno lasciato il segno. Per lungo tempo tenta di fare la persona normale, a modo, ma fallisce. Dopo una imbarazzante serie di insuccessi lavorativi - fabbro, venditore di enciclopedie, elettricista, tornitore, magazziniere in un atelier di moda (per cinque giorni), giornalista (per tre anni), pubblicitario, insegnante di grafica - si arrende: fare lo scrittore, o morire tentando. Ha pubblicato un centinaio di racconti e, nel 2010, il primo romanzo. Piuttosto che dare alle stampe il secondo, l’editore dichiara fallimento. Ricomincia daccapo, di nuovo. Al momento sbarcatore di lunario professionista, paga i conti con lavoretti da grafico, fotografo, verniciatore di ringhiere.

Vincent Spasaro: ha pubblicato il dark thriller paranormale Assedio (Mondadori 2011, ripubblicato nella versione originale da Anordest a Settembre 2014) e il dark fantasy Il demone sterminatore (Anordest 2013). È stato tre volte di seguito finalista al Premio Urania e una al Solaria. Ha curato per anni la collana di letteratura weird Fantastico e altri orrori delle Edizioni Il Foglio.

Danilo Arona: scrittore, chitarrista e critico cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Melissa Parker e l’incendio perfetto (Dino Audino), Black Magic Woman (Frilli), Palo Mayombe e Cronache di Bassavilla (Flaccovio), L'estate di Montebuio (Gargoyle Books), Ritorno a Bassavilla (Edizioni XII), Malapunta — L’isola dei sogni divoratori (Cut Up), Finis Terrae e Bad Visions (Mondadori), La croce sulle labbra (Anordest) in coppia con Edoardo Rosati, Io sono le voci (Anordest), Vento bastardo (Iris 4), L’autunno di Montebuio (NeroCafè) con Micol Des Gouges, Rock (Edizioni della sera), Km 98 ancora con Edoardo Rosati (Anordest), Un brivido sulla Schiena del Drago (Larcher) e Croatoan Blues (NeroCafè).

Maurizio Cometto: nato a Cuneo il 29.09.1971. Tra i suoi libri pubblicati, il romanzo Il costruttore di biciclette (Il Foglio 2006), la raccolta L’incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici (Il Foglio 2008), e il romanzo per istantanee Cambio di stagione (Il Foglio 2011). Ha pubblicato numerosi racconti in antologie, siti internet e riviste. Laureato in Ingegneria Meccanica, vive a Collegno.

Massimo Citi: è stato essenzialmente un libraio, episodicamente uno scrittore. In questa veste ha pubblicato qualche racconto in antologie varie, vinto il premio nazionale Omelas nel 2001 e pubblicato, tra gli altri, l'antologia In controtempo per CS_libri, il romanzo UKR per DuDag, Luna lontana e Settembre del ciclo della Corrente presso Amazon.it, Il perdono a dio, Coralinda e La testa tra le nuvole presso LuLu. Appassionato di fantastico e di fantascienza ha pubblicato i suoi racconti nelle antologie Fata Morgana e ALIA. Questo racconto, come altri precedenti, è ambientato nei mondi della Corrente.

Fabio Lastrucci: nato a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato con le principali reti televisive nazionali e il Teatro lirico nei laboratori Golem Studio e Metaluna. Nel 1987 disegna il fumetto La guerra di Martìn, su testi di Francesco Silvestri. Come autore teatrale ha scritto lo spettacolo Racconti salati (con F. Rea e F. Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite (tra gli altri) da Il Foglio Letterario, CS_libri, DelosBooks e Dunwich. Nel 2012 pubblica il saggio I territori del fantastico con le Edizioni Scudo e nel 2015 il saggio Fantacomics con Delos Digital. Tra il 2014/15 pubblica con Dunwich edizioni l'horror L'estate segreta di Babe Hardy, e con Milena Edizioni i romanzi Precariopoli e Il ritorno dell'Arcivento. Collabora con interviste, recensioni e articoli con le riviste «Delos Science Fiction» e «Rivista Milena».

Chiara Negrini: mantovana di nascita e piacentina d'adozione, ha pubblicato racconti per Delos Books e per Edizioni Domino, esplorando vari generi: umoristico, fantastico, romance, drammatico. Nel 2014 esordisce per i tipi di Edizioni Domino con il suo primo romanzo, Il Vampiro della Bassa, urban-fantasy dal background umoristico che raccoglie l’eredità di un Giovannino Guareschi dai contorni fantastici; scritto in dialetto mantovano-viadanese e con traduzione italiana a fondo. Il lavoro le frutta il primo premio al Premio Nazionale Cittadella come miglior urban fantasy italiano. Attualmente alterna la scrittura al disegno, attività a cui non ha mai rinunciato, e allo studio della lingua giapponese.

Davide Zampatori: nato a Roma, nel 1986, lavora come sistemista in un parco divertimenti. Dal 2011 gestisce il blog di racconti a puntate Menestrello Itinerante, mentre dal 2012 è uno degli autori di «Rivista Fralerighe», collaborando nelle rubriche di fantastico. Nel 2014 Timeshifters, storia precedentemente comparsa su Menestrello Itinerante, viene pubblicata con Lettere Animate Editore. Il 2015 lo vede tra i fondatori del collettivo di scrittura «Scrittori in corso» di cui è anche curatore.

Vittorio Catani: pubblica fantascienza dal 1962. Dal 1990 collabora alla pagina culturale della «Gazzetta del Mezzogiorno» con articoli su nuove tecnologie, futurologia, fantascienza. Ha al suo attivo cinque romanzi, fra cui Gli universi di Moras (che vinse la prima edizione del Premio Urania Mondadori nel 1990); Il quinto principio («Urania», 2009, Meridiano Zero, 2015); Per dimenticare Alessia (romanzo non di “genere”, ed. CS Libri, 2007); inoltre sette volumi di racconti, tre di saggistica. Collabora a Fantascienza.com, a «Robot», al trimestrale di ecologia online «Villaggio Globale» con racconti di fantascienza su temi ecologici. È stato tradotto in Francia, Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Ungheria, Finlandia, Brasile, Giappone. Ha vinto 17 volte il Premio Italia per la fantascienza; alla sua opera sono dedicate alcune tesi di laurea.

Valeria Barbera: scrive dal 2011. Ha pubblicato un romanzo e racconti in antologie e riviste quali Robot e Writers Magazine Italia. È stata finalista al Premio Robot e al Premio Francis Marion Crawford.

Paolo S. Cavazza: informatico di professione, fotografo per passione, Paolo Cavazza sognava da ragazzo di diventare un emulo di Arthur C. Clarke. Il sogno è sbiadito nel corso della sua vita professionale, ma la voglia di scrivere è riemersa da quando ha lasciato il suo lavoro ed è, più o meno felicemente, in attesa della pensione. Oltre ad una disordinata collezione di file scritti negli ultimi venticinque anni su sistemi grandi e piccoli, da Windows al mainframe IBM passando per Unix, conserva una pila di dattiloscritti ingialliti e polverosi, che sono ora oggetto di accurate analisi stratigrafiche allo scopo di recuperare le cose migliori, ed eventualmente di riscriverle in una forma aggiornata.

Francesco Troccoli: autore dei romanzi Ferro Sette (Curcio 2012 e Delos Digital 2016) e Falsi Dei (Curcio 2013 e Delos Digital 2016), ambientati nel cosiddetto Universo Insonne. L'uscita di un terzo volume è prevista per aprile di quest’anno. Del 2012 è Domani Forse Mai (Wild Boar), raccolta di racconti a cura dell'associazione RiLL. Ha curato con Alberto Cola l’antologia Crisis (Della Vigna 2014) ed è membro della Carboneria Letteraria, con cui ha pubblicato il romanzo collettivo Maiden Voyage (Homo Scrivens 2014).

Mario Giorgi: nato a Bologna nel 1956, è stato co-autore e regista del gruppo comico Trioreno, ha scritto testi per radio e teatro, ha pubblicato Codice (Bollati Boringhieri 1994), Biancaneve (Bollati Boringhieri 1995), Sulla torre antica (Portofranco 1998),23 : 59 (Rai Eri 1999), Torpore (Portofranco 2001), Alter E (Un fagiano) (:duepunti 2010).

Fulvio Gatti: è un giornalista, project manager e networker torinese, ma di radici monferrine. Ha pubblicato un saggio su «Star Wars», racconti per svariate antologie, la sceneggiatura per un graphic novel edito in Italia e Francia, tradotto volumi a fumetti dall'inglese, scritto e coprodotto cortometraggi e video istituzionali. Ha collaborato con i più importanti eventi nazionali legati al fumetto e organizzato le manifestazioni «Libri in Nizza», «Festival del Paesaggio Agrario», «La notte degli ultracomics» e «Segno Critico» (le ultime due con il gruppo di lavoro Marley&Scrooge). Conduce il programma radiofonico e podcast «Sono solo nuvolette». È vicesindaco di un piccolo, ma meraviglioso, paese del Monferrato Astigiano.

Massimo Soumaré: Torino 1968. È scrittore, traduttore, insegnante, saggista e ricercatore. Suoi racconti sono stati pubblicati in diversi volumi tra cui ALIA (CS_libri), Igyô korekushon (Kôbunsha), Kizuna: Fiction for Japan (Brent Millis), Onryo, avatar di morte (Mondadori) e sono stati editi in Cina, Giappone e USA. Tra le sue ultime pubblicazioni, il racconto Kareena in Robot 76 (Delos Books) e i saggi in Aspects of science fiction since the 1980s: China, Italy, Japan, Korea (Trinity College Dublin /Nuova Trauben) e nel volume I mondi di Miyazaki-Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese (Mimesis Edizioni) a cura di Matteo Boscarol. Il volume Sekai no SF ga yatte kita!! Nipponkon fairu 2007 (Kadokawa Jimusho) si è aggiudicato in Giappone il Premio Seiun 2009 nella sezione non-fiction e Il Vampiro della Bassa (Edizioni Domino) di Chiara Negrini, ha vinto il Premio Cittadella 2015 come miglior urban fantasy italiano.

Silvia Treves: scrive quando riesce a liberarsi del suo lavoro (docente di Scienze e Matematica, ma soprattutto produttore di scartoffie virtuali). Scrive un certo numero di recensioni per LN, frequenta pochissimo i social network e scrive racconti di genere fantastico, spesso di fantascienza, che sono quasi sempre troppo lunghi. Il suo obiettivo è mettere insieme un racconto breve. Ha pubblicato numerosi racconti su Fata Morgana e su ALIA e per CS_libri il romanzo Sarà ieri. Ha vinto il Premio Omelas nel 2001 con il racconto Cielo clemente.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

15 Marzo 2016 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica edizione

2016

Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.

Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.

Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.

L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.

In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.

Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).

Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.

Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.

Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.

Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.

I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.

Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.

“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.

E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.

“Avevo vent’anni, Non permetterò

A nessuno di dire che quella è la più

Bella età della vita”

I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.

Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.

Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.

Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.

Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.

E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.

Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.

Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.

Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.

Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.

Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.

Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.

Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.

Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.

Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.

La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.

Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.

In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.

Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.

E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.

Adriana Pedicini

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

4 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

Marino Magliani

Carlos Paz e altre mitologie private

Amos Edizioni - Euro 15 - Pag. 220

www.amosedizioni.it - info@amosedizioni.it

Marino Magliani è uno degli ultimi narratori classici italiani, romanziere sopraffino che intinge la sua penna delicata e soffusa di malinconia nel sangue che sgorga dalle ferite della vita. Magliani è la sua Liguria di Ponente, gli olivi e i colli riarsi tanto cari a Biamonti, ma anche l'Argentina, il Sudamerica, la Spagna bruciante passione, l'Olanda invernale e cupa. Magliani crea pagine di letteratura dalla sua vita - da sempre il miglior modo di far letteratura - ma non si limita a uno sterile autobiografismo, ché l'esperienza personale è sempre in primo piano ma diventa universale, si trasfigura nel ricordo.

Carlos Paz e altre mitologie private è una preziosa raccolta di racconti, forse tra le cose più riuscite della narrativa di Magliani che - memore della lezione sudamericana e degli autori che traduce - si esprime meglio nella misura breve. Una raccolta divisa in tre sezioni: Rena, Arenaria, Sport liguri e olandesi, composta da quindici racconti di ambientazione a metà strada tra la Liguria e l'Olanda con alcune divagazioni ispaniche.

Il mare è sempre presente come motivo ispiratore ed elemento vitale, sin dalle prime parole della raccolta (da casa sua il mare non si vedeva...), che sia il caldo e accogliente mar Ligure come il freddo e ostile mare olandese. Gli olivi, la terra, il tempo perduto, il tema del ritorno e dell'assenza, la poetica dell'uomo lontano dalle proprie radici che desidera assaporare il profumo di antichi giorni infantili. Le notti di Sorba - quasi un romanzo breve - è la storia più intensa della raccolta, quella in cui la poetica proustiana si fa più evidente, ma tutta l'opera è ad alti livelli, scritta con stile personale con sentori di Biamonti, Pavese e Tozzi.

Ottima confezione editoriale, come tradizione di Amos, piccolo editore di qualità, artigiano appassionato della vera letteratura.

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Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

13 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Chiara De Luca, "Alfabeto dell'invisibile"

Chiara De Luca

Alfabeto dell’invisibile

Samuele Editore – Pag. 150 - Euro 12

www.samueleeditore.it – info@samueleeditore.it

Chiara De Luca è traduttrice, poetessa, scrittrice, manda avanti una casa editrice di traduzioni letterarie come Kolibris, l’ottima rivista Iris, su traduzione poetica, bilinguismo e letteratura di migrazione. Tutti argomenti che mi sono cari, visto il mio rapporto ventennale con la letteratura cubana della diaspora (e non solo).

Alfabeto dell’invisibile è una raccolta divisa in quattro sezioni così diverse tra loro da farle apparire come libri autonomi: Ritorno, Stazioni, Volti e Mare. Filo conduttore è il ripercorrere le antiche strade, tornare sui propri passi che ti ha già visto ad occhi bassi, - come canta Guccini -, immergersi nella nostalgia proustiana del tempo perduto. Temi a me carissimi, ci ho scritto due romanzi su questa cosa del tempo che passa e nasconde i sapori (Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), va da sé che tocchi le corde della mia sensibilità trovare identiche ispirazioni nelle liriche di Chiara De Luca.

La poesia - quando è vera poesia, non una serie di frasi con degli a capo messi a casaccio - è il modo migliore per trasmettere sensazioni ed emozioni, scava nelle ferite della vita, non ha bisogno d’inventarsi trame per raggiungere lo scopo. Leggi i versi di Chiara De Luca e ti cali nei panni della donna che rivede con nostalgia le strade della città natale dopo aver vagato a lungo per il mondo. Ferrara, piovosa e nebbiosa, malinconica come il cuore del poeta - perché piove sulla città come piove nel suo cuore -, è specchio di ogni nostalgia e di ogni ritorno. Viene a mente L’ora di Barga di pascoliana memoria e quel cantuccio d’ombra romita dove piangere sulla mia vita, leggendo tutta la prima parte, composta di poesie musicali, costruite con rime classiche.

Tra i temi portanti non solo il ritorno, ma anche l’incomunicabilità, la solitudine, la difficoltà ad accettare la realtà dopo troppi sogni, la difficile vita di un artista alle prese con il quotidiano. Aver bisogno di un amico che ti chiami, o di uno sconosciuto che ti venga a cercare, non perché ha bisogno di te ma soltanto per amore. E poi ricordi di volti sofferenti, di uomini e donne che non ci sono più, di malattie atroci, di nonne che tornano dal passato, di una madre onnipresente. Chiara chiude con il mare, così lontano dalla sua Ferrara, ma così vicino a un cuore di poetessa innamorata di versi e silenzi, di rime e assonanze. Non siamo nati per avere sempre/ le stesse foglie ampie sulle spalle,/ ma per spiovere l’acqua dei giorni/ in tempeste che scemano ricordi. Ricordi e rimpianti. Si cambia, dice il poeta in uno dei suoi versi più felici, ma se vivere di ricordi fa morire in fretta, vivere con i ricordi è bellissimo, ti fa fremere il cuore d’una struggente nostalgia.

Termino estasiato la lettura di un libro che d’ora in poi terrò in biblioteca tra le cose più care, perché quando incontri la vera poesia non puoi abbandonarla. Volo, Moccia, Mazzantini, le scrittrici erotiche a caccia di successo a base d’improbabili sfumature e tutta l’inutile letteratura italiana smerciata nei supermercati la cedo in blocco ai recensori paludati che pontificano dalle tribune di Rai Tre. Preferisco pensare e meditare la profondità di liriche struggenti. E per invitarvi a condividere vi lascio con un assaggio poetico.

NIDO

Tu che hai sempre avuto il cielo

della tua città natale a raccontarti

se solo alzavi gli occhi per guardarti

ti chiedi perché mai ho smesso di viaggiare

– oppure di collezionare case e strade,

stanze, assenze, piazze e conoscenze

e il futuro bianco di non avere un forse

questo è il posto giusto per planare –

ti pare certo sia rinuncia al volo

stringermi attorno le ali per restare,

se è vero che mi mancano le storie

raccolte sul muretto alla stazione,

i posti che un istante ho nominato

miei quando già erano sgusciati

fuori dall’oblò del finestrino

mentre il regionale proseguiva

incerto la sua corsa verso la deriva,

perfino quelle notti sui binari

contando e ricontando i passi per tenermi

dall’impietrire solitaria nella neve - - -

Ma vedi anche gli uccelli migratori

se volano è per fame o per cercare

un nido sconosciuto cui tornare;

io qui ho portato la paglia dei miei giorni

il fango delle fughe, le foglie degli affanni,

uno dopo l’altro i ramoscelli dei ricordi

piume rapprese dall’acqua degli sguardi

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Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

1 Febbraio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #cinema

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia

Oggi conosciamo il Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica, un’associazione culturale di promozione cinematografica (senza scopo di lucro) nata 4 anni fa, il 22 Febbraio del 2012, affiliata alla Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC). Una piccola ma attiva realtà maremmana che conta un buon numero di soci e tante iniziative di alto livello culturale che l'hanno portata all'attenzione dei media nazionali, rendendola un centro di aggregazione del territorio. Abbiamo avvicinato Matteo Racugno, uno degli ideatori di questo sogno cinefilo, per sentire dalla sua viva voce prospettive e bilanci.

Come nasce il Piccolo Cineclub?

Tutto parte da un’idea di sei amici. di età, studi e lavori diversi, uniti dalla passione per il cinema. Da tanti anni coltivavamo un sogno: creare una piccola sala capace di riportare sul grande schermo i capolavori del cinema ma anche di rendere visibili grandi film contemporanei lasciati ai margini, per contorte logiche industriali, alcuni lungometraggi vincitori di prestigiosi Festival cinematografici, molte opere di giovani autori italiani dimenticate dai distributori.

Un progetto ambizioso e non di facile realizzazione...

E invece è diventato realtà. Poche settimane fa abbiamo ospitato Francesco Ghiaccio, che ha presentato in anteprima provinciale la sua opera prima Un posto sicuro, un film importante, che parla di amianto e del dramma di Casale Monferrato. Un film invisibile per la sciagurata distribuzione che ha avuto. Abbiamo presentato anche Non essere cattivo di Caligari, che nonostante la presentazione agli Oscar non ha avuto la diffusione che avrebbe meritato.

Sono state molti gli ostacoli da superare?


Sembrava tutto troppo complicato. Un giungla di norme burocratiche assurde pareva rendere impossibile la realizzazione del progetto. È stato l’entusiasmo dei soci - che si sono moltiplicati nel giro di poche settimane - a darci la spinta per continuare a credere nella nostra idea. Pare impossibile, ma in poco tempo siamo diventati 1500 soci e stiamo per tagliare il traguardo delle 10.000 presenze totali.

Come si diventa soci del Cineclub? Godete di contributi e sovvenzioni?


Basta una tessera annuale dal modico costo di 5 euro - un prezzo simbolico – che consente di partecipare alle attività del Piccolo Cineclub Tirreno da Gennaio a Dicembre. Ogni anno rendiamo pubblico il bilancio e lo sottoponiamo alla votazione dell’assemblea. Non abbiamo contributi o sovvenzioni. Per scelta. Vogliamo avere piena libertà nella programmazione e nella gestione del Cineclub.

Proiettate soltanto film o programmate incontri con registi, attori e addetti ai lavori?


Quando è possibile cerchiamo di far entrare i soci in contatto con registi e attori, invitandoli alle proiezioni per parlare dei loro film. Abbiamo avuto ospiti i registi Salvatore Mereu, Andrea Segre, Daniele Segre, Costanza Quatriglio, Francesco Ghiaccio, Manetti Bros, Stefano Liberti, Alessandro Rak, Roan Johnson, Antonio Augugliaro, Sabina Guzzanti, il collettivo John Snellinberg, l'attore Dario Cantarelli, i critici cinematografici Giulio Sangiorgio e Alessandro Baratti, gli sceneggiatori Daniele Ranieri, Ottavia Madeddu e Antonella Gaeta.

Come si svolge la proiezione?


Il giorno del cinema è il venerdì, ore 21 e 30. Come ogni cineclub che si rispetti le proiezioni sono accompagnate da una breve presentazione per introdurre lo spettatore alla visione e da materiali critici di approfondimento offerti gratuitamente agli spettatori. Vogliamo che il Piccolo Cineclub Tirreno sia non solo una piccola sala dove vedere dei bei film, ma anche uno spazio di aggregazione, un luogo di scambio, di confronto e di ritrovo.

Che genere di film proiettate al Cineclub? E con quale scopo?

I lungometraggi che presentiamo al Cineclub sono, in genere, film che molto difficilmente potrebbero essere visti nelle normali sale della zona. Siamo un’associazione e, come in ogni associazione, si prova il piacere di condividere un interesse comune. Quindi vedere un film al Cineclub significa socializzazione, condivisione e garanzia di qualità.

Come scegliete i film? Che tipo di pubblico segue le proiezioni?

Ci teniamo molto aggiornati attraverso i quotidiani e le riviste specializzate, cartacee e on line. Stiliamo una prima lista di massima che perfezioniamo in un secondo tempo, escludendo i film presentati nel cinema della nostra città o in altre sale delle città più vicine (Grosseto e Piombino), cercando di diversificare quanto più possibile la programmazione, per soddisfare gusti ed esigenze diversi. Il nostro pubblico è unito dalla passione per il cinema. I gusti non necessariamente sono comuni.

Il Cineclub segue una linea programmatica? Fate soltanto cinema colto e - per usare una parola che alcuni usano in senso negativo - intellettuale?

Esistono dei buoni film e dei brutti film, come esistono dei buoni libri e dei brutti libri, della buona musica e della brutta musica. Noi cerchiamo di suggerire buoni film. Tutto qui. Lo facciamo senza pretendere di dare certezze. Crediamo che i nostri soci, essendo così tanti, lo abbiano capito. E non hanno proprio niente dell'accezione negativa del termine intellettuale.

Noi vi consigliamo di fare un salto al Piccolo Cineclub Tirreno, soprattutto se vivete in Maremma, così come vi consigliamo di frequentare il piccolo cinema del dopolavoro ferroviario a Grosseto. Sono questi luoghi che ancora ci consentono di respirare aria di vero cinema, perché non danno spazio soltanto ai fenomeni del momento, alle mode passeggere e ai film di cassetta. Non solo, si tengono lontani anche da tanta odiosa spocchia intellettualistica che profuma di snobismo fine a se stesso, esibito soltanto per colmare un triste vuoto culturale.

Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
Un luogo da salvare – Il Cineclub di provincia
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Davide Rubini, "Il fischio finale"

26 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Davide Rubini, "Il fischio finale"

Davide Rubini

Il fischio finale

Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15

www.gilgameshedizioni.com

Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.

Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.

Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.

Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.

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Matteo Bianchi, "La metà del letto"

24 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

Matteo Bianchi, "La metà del letto"

Matteo Bianchi

La metà del letto

Barbera, 2015

www.barberaeditore.it

L’unica citazione nella nuova raccolta di poesie di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera, 2015), insonorizzando gli svariati echi indiretti, precipita sul foglio da Romeo and Juliet, il capolavoro postmoderno dei Dire Straits. Nell’unicum romantico composto dalla rock band britannica, il giovane Marc Knopfler, nei panni di un Romeo fatalista ma per niente tragico, scriveva alla sua lei perduta: «There’s a place for us, you know the movie song. / When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet? – C’è un posto per noi, conosci la colonna sonora. / Quando realizzerai che era solo il momento a essere sbagliato, Giulietta?» Il fallimento dell’incontro tra i due innamorati, tra due ragazzi qualunque che, a detta di Knopfler, avrebbero meritato di essere graziati dal corso del tempo, dipese dal momento sbagliato e non dalle loro (naturali) intenzioni, dallo stesso trasporto che pesa ancora sul lirismo di Bianchi, coniugato al presente.

I testi dedicati alla riflessione sulla poesia sono quelli più convincenti, tanto che in loro favore si è pronunciato anche Valerio Magrelli: «Ho apprezzato in particolare Vi porterei tutte con me, con la bella definizione di “opposta resistenza / al mio cambiamento”. Non da meno sono i versi di Sul filo della colpa, o Corpus Domini», entrambe attuali e focalizzate su fatti di cronaca che si sono insabbiati, tanto sotto la nostra società quanto sotto la pelle di chi ne raccoglie il lascito scrivendone, così i versi in quarta di copertina, per un instancabile Giulio Cesare. La lirica Sul filo della colpa fa i conti con i detriti lasciati dal passato, dalle relazioni interpersonali consumate e finite, facendo il verso al “fil di lama” di Montale e sostituendo a una “felicità raggiunta” una serenità raggiungibile solo insieme agli altri: «Mi turba da sempre chiudere / le divisioni / con un quoziente in decimali, / le cifre in avanzo / dopo la virgola». Corpus Domini, invece, racconta, tramite stati d’animo altrui, uno scandalo che colpì un convento ferrarese negli anni ’70, quando a seguito del rifacimento delle tubature nel cortile interno, furono rinvenuti resti di aborti clandestini. E il silenzio si misura nella distanza tra i colori caldi della terra battuta in superficie e quelli gelidi del sottosuolo, un silenzio buio e alienante: «Intimi come non mai / i miei demoni ed io», distico in cui il dubbio divino è concesso solo alla voce. Infine Giulio Cesare è il ritratto in prima persona di un uomo che è costretto a tollerare il cinismo e un certo “faccendarismo” del do ut des politico, mentre preferirebbe un rapporto umano spontaneo, almeno con il figliastro Bruto, che lo osserva camminare pallido avanti e indietro, senza darsi pace. Non a caso, già nella sua raccolta d’esordio, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, 2011), Bianchi cantava: «Non c’è sollievo / a questa nostra fine, / Silvia, // entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini», riconoscente al Leopardi in aria nichilista, come sostenne Mario Specchio nella fiduciosa postfazione.

Il tentativo di queste pagine, sebbene implicitamente ego-riferito, è quello di immedesimarsi in toto, per poi farsi da parte e trasportare di fronte al lettore i vissuti più disparati. Per non «arrendersi al lieto fine», aggiungerebbe, ma per accettare gli accidenti, gli umori del caso: «quando il nostro inizio è coinciso / con la mia fine».

Concludiamo fornendo un assaggio delle liriche, per capire meglio il senso di una recensione e per consentire al comune lettore di farsi un’idea del lavoro. Molte poesie non hanno titolo, tutte sono caratterizzate da brevità e intensità, grande ricerca del linguaggio e cura per la parola, come dovrebbe essere sempre quando ci troviamo di fronte alla vera poesia.

I

La sigaretta si consuma

tra le dita: ridotto

a un niente

sono io dalla passione.

Per prima ti ringrazio

del seguito, della ferita:

noi siamo nel dolore

liberi davvero.

Un mozzicone si abbandona

di spalle, si fida della neve

nella salvezza che congela.

II

Ieri ho letto poesia

sino a tarda notte,

mentre tu facevi la vita

e fremente ad essa ti univi.

Lo scarto tra noi e l’esistenza,

mio tradimento che contempla

e non s’incarna:

senso di colpa di chi riesce,

di chi vince la mano col piacere.

Corrotti di natura,

il timore è dannarsi insieme

in paradiso.

III

In capo al nostro corrimano

ti ho chiesto scusa:

l’amore risolto invecchia,

quello insoluto eterna.

IV

Cosa ho fatto di sbagliato

per meritare questo?

Io non sono dispensato,

sono rimasto per le tue parole,

per spargerle nel grande fiume,

il Po che ci ha divisi.

Ceneri alla foce comune.

Le troppe rose sono il paradosso,

un frutto dal sapore sconosciuto,

il tuo nome adesso

di seconda fioritura, in maggio,

primavera della tua sepoltura.

La vita ti ha chiamato

per ciò che sei stato.

Per chi mi aveva dato

un amore terreno

avevo un pianto disarmato

in cambio, che l’avrebbe seguito.

V

Sono nati i narcisi ovunque:

sugli argini del fiume consumati,

nelle cune verdi dei rifiuti,

intorno ai binari dismessi.

Non hanno aspettative

e se li cogli, non si tengono:

un vaso non vale il rimpiazzo.

Sono liberi,

ma non lo sanno.

Poesia è un soffio sui narcisi:

il mio legno diviene anima

e il mio sasso ragione.

Noi siamo

solo se accettiamo di non essere.

Gordiano Lupi

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Premio nazionale di poesia "Cipressino d'oro"

20 Gennaio 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #concorsi, #poli patrizia

Premio nazionale di poesia "Cipressino d'oro"

Il Kiwanis Club Follonica e l’artista Gian Paolo Bonesini indicono la IV Edizione del Premio Nazionale di Poesia ‘Cipressino d’Oro’ indirizzato a tutti coloro che intendano cimentarsi in un componimento poetico sul tema ‘Bambini in cammino‘.

Il Premio è istituito allo scopo di promuovere e incoraggiare la diffusione degli ideali kiwaniani diretti al servizio dei bambini del mondo per ‘rendere un servizio altruistico e costruire una comunità migliore’, con delle più ottimistiche aspettative di crescita e di sviluppo per i bambini ed i giovani. In particolare si vuol sensibilizzare quanto piu' possibile lettori e scrittori su: bambini che fuggono dal proprio Paese per la guerra, la fame, le persecuzioni. Accompagnati dai genitori o affidati a parenti e conoscenti, arrivano in Paesi che non li vogliono e li respingono. E sul fondo del mare per molti finisce il viaggio, insieme con la vita.

La partecipazione è gratuita. Il vincitore ed i primi venti classificati saranno individuati da un’apposita Commissione. Il primo premio è rappresentato da una scultura dell’artista Gian Paolo Bonesini. Sono previsti riconoscimenti per i primi venti classificati. Dalla stessa commissione saranno individuati anche ulteriori dieci o piu' classificati ai quali andranno premi minori. Infine verranno consegnati Attestati di Partecipazione a tutti i Compositori che saranno presenti alla premiazione e non rientrano fra i primi trenta classificati.

Nel Regolamento è possibile ottenere tutte le informazioni utili. Si potranno chiedere informazioni anche all’indirizzo e-mail: follonica @ kiwanis.it o al numero: 347 6754324 (Segretario Kiwanis Club Follonica e Responsabile del Premio Nazionale di Poesia) Loriano Lotti.

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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

16 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica Edizioni, 2015

pp 146

12,00

Vuoi perché siamo conterranei, vuoi per vicinanza anagrafica, vuoi per quella contaminazione fra cultura alta e popolare che ci accomuna, vuoi per una profonda affinità interiore, nessun autore mi strugge e mi commuove come Gordiano Lupi, e questa sua ultima fatica, Miracolo a Piombino, non fa eccezione.

Il breve romanzo è la commistione di due storie precedenti e parallele: la rivelazione della vita di un diciassettenne, Marco, e della sua controparte, il gabbiano Robert. L’uno deve affrontare la perdita tragica di un amore, l’altro la riconquista di sé attraverso il tunnel della solitudine. Robert, il gabbiano - l’albatro di Baudelaire e di Coleridge - è ciò che il protagonista vorrebbe essere, una creatura intrisa di solitudine sconfinata, ma capace di sfruttare questo suo tratto per affrontare il mondo anziché negarlo, aprendo nuove prospettive, viaggiando, alla fine tornando a casa, anche grazie all’amore. Robert diventa, quindi, maestro di volo per Marco, guida spirituale, totem.

Non succede molto da un capitolo all’altro, ma non si riesce a staccarci, non tanto per la trama che, forse, simbolica e allusiva com’è, finisce per ripiegarsi un po’ su se stessa e saltare qualche passaggio nel finale – anche per seguire un momento di follia del protagonista - quanto per lo stile, intriso di poesia, credo addirittura trascrizione di malinconici versi giovanili.

Ritroviamo le tematiche care a Lupi: la memoria, la nostalgia feroce, straziante, per qualcosa che non sarà mai più. Mi viene in mente una vecchia canzone di Marisa Sannia, Casa bianca, che già allora, e avevo solo sette anni, mi scioglieva il cuore. Già capivo che avrei dovuto abbandonare l’infanzia e che niente sarebbe mai più stato come prima. “Tristi come chi va incontro alla vita.” (pag 78)

È ciò che sente anche Marco, è ciò che sperimentano tutti i protagonisti dei romanzi di Lupi, il rimpianto di non essere oggi come si sognava di diventare e, insieme, il riconoscimento che eravamo già tutto prima, che abbiamo perduto ogni cosa preziosa: il campetto sterrato, il palazzo affacciato su uno scorcio di porto, l’ala di gabbiano annerita dalla fuliggine. Belli o brutti che fossero, erano “i luoghi della sua storia”, erano “il suo mondo”.

Scogli, vento, salsedine, tamerici piegate dal libeccio, gabbianelle in bilico sull’acqua oleosa del porto, fico degli ottentotti e garofani delle rupi, cale e calette ridossate, il mostro contorto e fumoso dell’acciaieria, sono questi gli eterni paesaggi di Lupi. Il tutto condito da una nostalgia che non se ne va mai, provata in ogni istante, anche al limitare della maturità. Così, il nonno morente rappresenta l’ultimo filo con il passato in dissolvenza, con il tempo in cui ancora “tutto era possibile”.

“Sentiva il dolore di quel che stava perdendo senza riuscire a costruire nient’altro che un castello di ricordi.” (pag 34)

Quanta solitudine, incapacità di vivere nel branco, di essere come gli altri, di farsi piacere le medesime cose, addirittura di capire qualcosa che non sia noi stessi. Quanto sentirsi fuori posto ovunque, fra la gente del popolo come fra gli intellettuali.

“Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava. (pag 60)”

Il ragazzo e il gabbiano, due solitudini che si toccano, per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, che l’unica possibilità di riscatto, di proseguimento, di avanzamento, è nel rientro a casa (Calcio e acciaio), e nel recupero della memoria (Alla ricerca della Piombino perduta), nel cullare e covare i ricordi, che sono tutto quello che abbiamo e che siamo, il nostro nucleo, il sancta sanctorum di noi stessi. Ricordare per andare avanti, allontanarsi per tornare, “perché il cuore non scoppia, in fondo. Ed è possibile tornare a volare.”

Di tanto in tanto si fermava in una piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le candide penne, un poco annerite dalla polvere di carbone della lontana acciaieria. Verso sera si portava sulla spiaggia solitaria, camminava con la tipica andatura dei gabbiani stanchi, attendeva con pazienza il tramonto del sole. La vita non si era imposta sui ricordi, tornavano alla memoria tristezze lontane e tutto profumava di solitudine.” (pag 20)

Quanta poesia anima questo testo, quanta poesia c’è dentro le persone normali.

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