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gordiano lupi

My name is Tanino

30 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

My name is Tanino (2002)

di Paolo Virzì

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì. Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori. Casting: Lisa Parasym. Suono in Presa Diretta: Mario Iaquone. Costumi: Alex Reda. Scenografia. Ian Brock, Sonia Peng. Montaggio: Jacopo Quadri. Fotografia: Arnaldo Catinari. Musiche: Carlo Virzì. Canzoni: Cello Song (Nick Drake), La descrizione di un attimo (Tiromancino), That's Amore (Warren/ Brooks), You Make Mee Feel So Young (Gordon/ Mirow), You Won't See Me Cry (Sinclair/ Falsia), Moonlight Kisses (Ron Goodwin), Va' Pensiero Sull'Ali Dorate - dal Nabucco (Giuseppe Verdi). Organizzatore Generale: Giovanni Lovatelli. Aiuto Regia: Rocco Gismondi, Francesco Pavolini, Marco Limberti. Direttori di Produzione: James Power, Vincenzo Testa, Carlo Carpentieri. Operatore alla Macchina: Michael Carella. Interpreti: Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Jessica De Marco, Frank Crudele, Barry Flatman, Lori Iallier, Don Francks, Mary Lons, Robert Bockstael, Daniele Bouffard, Beau Starr, Marina Orsini, Salvo Compagno, Licinia Lentini, Mimmo Mignemi, Domenico Starnone, Frank Falcone, Genio Carbone, Jerry Sprio, Roy Meleca, Neville Edwards, Benedetto Raneli, Paride Benassai, Faro Como, Frank Alonzi, Craig Lund, Meredith Ostrom, Giovanna Criscuolo, Stefania Biandeburgo, Caterina Romano, Benedetta Di Chiara, Luca Michele Cirasola, Sascia Ugenti, Antonio Palumbo, Giuseppe Sollecito, Rodolfo Statte, Johnie Chase, Rothaford Gray, Gerry Salsberg, Francesco Sineri, Ilke Hinger, Luba Schiller, Julian Grant, Eric McNabb, Alexander Chapman, Giorgio Catalano, Ornella Giusto, Irene Lopez Kuchilan, John Suresh, Peter Marino, Carmela Albero, Anna Starnino, Pietro Giammanco, Francesco Confalone, Gaspare Magaddino, Barbara Bacci, Giovanni Cipolla.

Paolo Virzì afferma: "My name is Tanino è il mio film più stupido, ma forse anche il più lieto. Non è un romanzo di formazione perché il protagonista non cresce, anzi, tutte le volte che è sul punto di capire qualcosa della sua vita sviene oppure si dimentica". (Accardo - Acerbo "My name is Virzì", pag. 113).

A parte quel che dice il regista, la sola definizione che ci viene a mente a proposito di questo lavoro di Virzì è proprio storia di formazione, vicissitudini di un ragazzo che tenta di scoprire l'America. Valzerino americano è il racconto - scritto dal regista nel 2000 - dal quale Virzì, Bruni e Piccolo estrapolano la sceneggiatura di My name is Tanino. Le suggestioni sono nobili - Proust, Celati, Mark Twain - i risultati inferiori, anche se la storia tiene e il film risulta invecchiato bene. I nostri autori raccontano le avventure eroicomiche di Tanino Mandolia (Fortuna), figlio di una parrucchiera siciliana(Lentini), che prima parte per Roma con l'ambizione di fare il regista, poi opta per gli States alla ricerca del primo amore (McAdams). Un altro motivo di fuga, meno nobile, è quello di sottrarsi agli obblighi di leva. In America conosce un sacco di amici e parenti siciliani che si danno un gran da fare per il suo futuro, anche se lui non gradisce. Ne succedono di tutti i colori: la ragazza è fidanzata, la famiglia borghese che accoglie Tanino non è perfetta come sembra, il ragazzo conosce un'orrenda italoamericana che i parenti siciliani vorrebbero fargli sposare, ma lui fugge, incontra un regista in disgrazia che ammira da sempre e assiste alla sua morte, infine viene sbattuto in galera…In mezzo a tanti eventi paradossali ci sono gli svenimenti di Tanino, incapace di affrontare la vita e i problemi, sempre confuso e inadeguato. Alla fine viene rimpatriato in Italia e decide di scrivere un film su quello che gli è accaduto, anche se non l'ha ancora capito bene.

Bravissimo Corrado Fortuna, attore esordiente non professionista scoperto da Carlo Virzì (autore di splendide musiche), inventato protagonista da un Paolo Virzì capace di far recitare chiunque. Il film viene girato tra Trapani, Palermo, New York, Toronto, costa abbastanza, ma non moltissimo, il problema è che l'impero Cecchi Gori sta scricchiolando e la produzione si blocca ripetutamente. My name is Tanino viene girato proprio in mezzo alle beghe giudiziarie di Vittorio Cecchi Gori e per un certo periodo di tempo corre il rischio di non uscire. Per ultimare la pellicola, il regista spende il meno possibile, modifica il finale ed elimina una scena complessa ambientata nel porto di New York. Il film finisce sotto sequestro a causa del fallimento del produttore ed esce solo il 30 maggio del 2003, a fine stagione. Incassa poco, nonostante la distribuzione Medusa, supera appena un milione di euro. Negli Stati Uniti è un trionfo, anche se la distribuzione è indipendente.

My name is Tanino è raccontato con il consueto stile narrativo della voce fuori campo, con azzeccati riferimenti politici, accuse alla globalizzazione e ottime parti oniriche. Virzì cita persino Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini immortalando il volo surreale del protagonista che ripercorre la sua infanzia.

Realistico e in linea con i tempi - pur con toni comici - il rapporto tra Tanino e il compagno politicizzato, un vero reduce del passato. Licinia Lentini proviene dalla commedia sexy e il suo ruolo ammicca a un blando erotismo, come madre di Tanino e amante di un personaggio che il figlio non sopporta. Lo scrittore Domenico Starnone è il professore di Storia del cinema che vorrebbe aiutare Tanino ma non ottiene nessuna risposta sufficiente. Tanino sviene, scappa dalla realtà, vola verso il passato, rivede la madre, il padre ucciso dalla mafia, vorrebbe sapere tante cose che non ha avuto tempo di chiedere. Le parti oniriche e i flashback sono la cosa migliore di un film dal tono dolce e romantico, stile commedia sofisticata nella parte americana, molto commedia all'italiana nei momenti di raccordo. Virzì critica la famiglia borghese statunitense, la facciata rispettabile che nasconde i problemi, fa capire che dietro l'apparenza si nascondono tradimenti e pulsioni distruttrici. Gli italoamericani vengono trattati da mafiosi e maneggioni e anche se il taglio è grottesco il regista coglie spesso nel segno. Alcune sequenze sembrano prelevate da un noir americano, un poliziesco rapido che fotografa le strade di New York in maniera essenziale. L'incontro con Chinasky (Franks), il regista in disgrazia che Tanino venera come un maestro è un momento molto poetico che termina con la morte del mito, in tutti i sensi. Un film non del tutto riuscito, ma che si rivede volentieri, spaccato di una società che cambia, ritratto di un personaggio inadeguato alla vita, incapace di affrontarla.

Rassegna critica. Pino Farinotti concede tre stelle: "Virzì fa viaggiare il suo personaggio dentro paesaggi da film, accompagnato dalla macchina da presa, come se, nel raccontare la vicenda di Tanino fosse riuscito a non mettere mai piede fuori dal cinema". Molto meno entusiasta Morando Morandini che assegna una stella e mezzo senza sprecare un briciolo di motivazione. Paolo Mereghetti arriva a due stelle: "Virzì aggiorna divertito una vecchia formula (l'italiano all'estero), facendo precipitare il suo antieroe in un mondo ancora più provinciale di quello che si è lasciato alle spalle. Nell'affollarsi di personaggi, si ritrovano pregi e difetti della commedia all'italiana di una volta: capacità di osservazione, talento per il bozzetto satirico, indugio caricaturale, tendenza a smussare gli angoli. Ma Virzì sa anche rappresentare in modo non acritico una certa disponibilità cialtrona, emblematica di una generazione". Il critico milanese è convincente nella puntuale analisi critica. Resta da dire - a parziale scusante del regista - che i guai produttivi comportano tagli, rapidità di esecuzione nella parte finale e contenimento dei costi per riuscire a terminare la pellicola. Tutto sommato My name is Tanino è una storia ben raccontata.

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"Baci e abbracci" tra gli struzzi in Val di Cecina

28 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Baci e abbracci (Italia - Commedia - 1999).

Regia: Paolo Virzì. Produzione: Rita e Vittorio Cecchi Gori. Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Direttore di produzione: Elisabetta Olmi. Aiuto regista: Gianluca Greco. Suono in presa diretta: Tullio Morganti. Scenografia: Lorenzo Baraldi. Costumi: Francesca Sartori. Fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Jacopo Quadri. Operatori: Fabrizio Vicari, Giovanni Gebbia e Salvatore Anversa. Musiche originali: Gli Snaporaz. Produttore esecutivo: Alessandro Calosci. Supervisione: Lierka Rusic.

Interpreti: Francesco Paolantoni (Mario), Massimo Gambacciani (Renato), Piero Gremigni (Luciano), Paola Tiziana Cruciani (Tatiana), Daniela Morozzi (Ivana), Isabella Cecchi (Annalisa), Emanuele Barresi (Ennio), Rosanna Mazzi (Stefania), Samuele Marzi (Matteo), Emiliano Cappello (Gabriele), Maria Grazia Taddei (Bruna), Martino Cecconi (Nelusco), Sara Mannucci (Margherita), Edo Gabbriellini (Alessio) e il gruppo degli Snaporaz (Carlo Virzì - Stefanino - Toto Barbato - Poncino - Valerio Fantozzi - Chico - Gianluca Ferrara - Barsimpson - Matteo Pastorelli - Gigiballa - Geppo Gemini - Vustok - sono gli Amaranto Posse).

Dopo il trionfo di Ovosodo Paolo Virzì raduna ancora una volta un cast di dilettanti per girare una commedia all'italiana vecchio stile che entusiasma pubblico e critica. Il film a nostro avviso è riuscito solo in parte ed è il peggiore tra quelli realizzati da Virzì, soprattutto per la storia (di solito punto di forza dell'autore livornese) che a tratti zoppica e risulta frammentaria. Ma in definitiva resta un buon film.

Al centro della vicenda emerge la figura di Mario, un salernitano separato dalla moglie che vive a Cecina dove è proprietario di un ristorante in via di fallimento. Accanto a lui ci sono Renato, Luciano e Tatiana, tre ex operai livornesi che per sfuggire alla disoccupazione hanno deciso di aprire un allevamento di struzzi nelle colline tra Cecina e Volterra. I tre sono immersi in un mare di debiti e soltanto un assessore regionale dell'Ulivo potrebbe garantire una boccata d'ossigeno alla disastrata impresa elargendo un generoso contributo. La storia prende corpo da un equivoco. Il presunto assessore è Mario e i tre imprenditori lo trattano con ogni riguardo, addirittura gli mettono in braccio la procace Annalisa (amante di Renato) purché firmi il contributo. La trama pare uscita dal romanzo di Gogol "Il revisore" o dal vecchio film "Anni ruggenti" di Luigi Zampa, opere presenti a livello di ispirazione e in sede di stesura del soggetto. In mezzo a questi problemi e avvenimenti si inseriscono i giovani e incoscienti "Amaranto Posse" che si installano nel podere per provare la loro musica e fare un po' di pulizia. Il finale resta aperto a mille soluzioni. Mario viene scoperto, Renato dà in escandescenze, l'azienda pare andare a rotoli, però dalle ceneri del fallimento scaturisce una nuova idea, quella di aprire un ristorante nel vecchio casale di campagna. Il pranzo di Natale viene cucinato da Mario, chef d'eccezione, e l'atmosfera si stempera in una dolcezza quasi romantica. Dalle tragedie della vita ci si può risollevare, sembrano dire Virzì e Bruni, che utilizzano i vecchi schemi della commedia all'italiana per costruire un film corale a metà strada tra favola e racconto sociale.

Quando la vita è cattiva è bello sentirsi tutti più buoni, recitava la pubblicità del film, pure se la bontà è finalizzata alla concessione di un contributo ed è causata da un tragico sbaglio di persona. In ogni caso i buoni sentimenti trionfano lo stesso, perché una volta chiarito l'equivoco i protagonisti della storia si trovano riuniti davanti a una tavola imbandita. Virzì disegna un racconto corale vero, personaggi credibili, con esigenze sentimenti, emozioni palpabili, lavora sul dialetto e sulla recitazione spontanea di ottimi attori non professionisti. L'eccezione alla regola è Francesco Paolantoni che abbandona le macchiette televisive e ci consegna un'interpretazione da manuale di un fallito, un uomo che ha distrutto la sua famiglia e che non ha più un lavoro, disperato, sull'orlo del suicidio. Una figura malinconica e candida quella di Mario, così come Renato è un personaggio vulcanico e pieno di idee, ben tratteggiato dall'avvocato (nella vita di tutti i giorni) Massimo Gambacciani.

Il film conferma il talento di Virzì e la bravura di Bruni nello scrivere e sceneggiare storie tratte dalla vita quotidiana, nel condirle con quel gusto dolce-amaro che le rende simili a favole fantastiche.

Molte le scene da ricordare di una pellicola che presenta il solo difetto della frammentarietà. Si fa un po' fatica a stare dietro a tutto il concatenarsi di eventi e il disegno corale quasi da soap-opera realizzato dagli autori fatica a prendere corpo.

La prima scena è tragicomica. Si sottolinea la disperazione di Renato che telefona per chiedere una proroga ai termini di pagamento di duecento milioni di finanziamento e lo accompagna una musica da marcia funebre. Uno struzzo divora il suo cellulare e questo fatto è alla base dello scambio di persona perché il vero assessore non riesce a mettersi in contatto con loro. "Digeriscono tutto quelle bestie", dirà poi Renato. La televisione locale (Tele Granducato) si occupa dei neo imprenditori e quando viene sera la famiglia riunita davanti al televisore fa a gara nel rivedersi (scena già vista ne La bella vita). Virzì sa descrivere la vita di provincia dei ceti poveri e medi, per lui pregi e difetti non sono un mistero, indugia volentieri nel raccontare macchiette umoristiche e scene estrapolate dalla vita di tutti i giorni.

La macchina da presa passa dal dramma dei tre nuovi imprenditori in mezzo ai debiti a quello di Mario, sempre più solo in un ristorante che nessuno frequenta, a parte gli ufficiali giudiziari che cominciano a portare via roba. La tragedia di Mario è pure familiare, con una moglie che l'ha abbandonato, un figlio indifferente ai regali di Natale, che per giunta non sa fare, visto che compra la maglia di Ronaldo per un ragazzo juventino. Mario beve e tenta il suicidio dopo un mancato prestito in banca, il regista descrive bene quest'uomo provato dalle troppe delusioni e segnato da un tragico destino. I tentativi di suicidio rappresentano nuovi fallimenti che spingono a sorridere ancora su un uomo incapace persino di morire. In mezzo a questi piccoli drammi quotidiani si inseriscono gli Snaporaz capitanati da Carlo, fratello di Paolo Virzì, e la loro incoscienza giovanile. Nella finzione scenica sono gli "Amaranto Posse" e insieme a loro c'è Alessio, il fratello di Renato, interpretato dal bravo Edo Gabbriellini che recita una parte secondaria rispetto a quel che aveva fatto in Ovosodo. C'è pure la tresca destinata a essere scoperta, tra Renato e la procace Annalisa, spacciata per segretaria con il presunto onorevole e per la donna di Luciano con la moglie. Poi ha inizio la commedia degli equivoci quando Renato e Luciano scambiano Mario per l'onorevole e lo portano al vecchio casolare. Pensare che Mario era alla stazione solo per suicidarsi. Accade di tutto e il povero Mario viene scorrazzato per l'allevamento a vedere struzzi, uova che si stanno per schiudere e incubatrici. Mario non è indifferente alla bellezza di Annalisa e i tre soci gliela gettano tra le braccia, ma il sentimento che nasce tra i due è sincero. Di nuovo Virzì insiste nel dire che dalle cose negative può nascere qualcosa di buono. Resta lo spazio per un minimo di critica politica e sociale che non manca mai nei film di Virzì, qualche stoccata alla nuova sinistra che non si sa bene cosa sia diventata. "E se è dell'Ulivo ma non è comunista? Tipo del PPP, PPC o roba così…", fa Luciano parlando dell'assessore. E infatti poco dopo si mettono tutti a pregare prima di mangiare, equivocando su un gesto di Mario, ma nessuno sa recitare il Padre Nostro. Apprezziamo richiami a Tangentopoli, al fatto che tutti più o meno rubavano, c'era poco da fare. Non è qualunquismo, si descrive il sentimento dell'uomo della strada, le cose che ragionando al bar o tra amici tutti dicevamo. Altri drammi particolari si uniscono alla tragedia generale, Annalisa si confida con Mario sulla storia di uno zio che da piccina la toccava, racconta pure di Renato, afferma che con lui non sarà mai felice. Mario confessa che è separato e che soffre molto. Tutto molto bello. Proseguono gli equivoci con le battute sul ristorante di Mario che "era caro appestato", il regalo di Natale inatteso e Mario che dice: "Questo è il più bel Natale della mia vita", per poi scoppiare in un pianto nervoso. Mario è un bel personaggio, a tratti patetico, ben disegnato dalla penna di Bruni e Virzì, ben interpretato da Paolantoni. Sdrammatizzano gli Snaporaz con un "Non si soffre più!" intonato in coro. Bella pure la fotografia lunare e la nevicata improvvisa che chiude la pellicola.

Ottimo il personaggio di Luciano reso da Piero Gremigni con flemma da tontacchione di provincia. Brava anche la solita Paola Tiziana Cruciani nella parte di Tatiana, l'unica che sospetta, la prima a capire che Mario non è un assessore ma un disgraziato come loro. Pure i bambini hanno un ruolo. Uno è ipertecnologico e distruttivo, un'altra ama leggere fiabe e romanzi e addormenta il padre Luciano con una storia intitolata Matilde. Da ricordare pure una parte onirica con Mario che sogna il matrimonio finito male per un suo tradimento. Nell'incubo il bambino indossa la maglia della Juventus.

Il finale da buona commedia all'italiana risolve tutti i fili disseminati nel corso della storia e gli equivoci si dipanano. Mario è maltrattato da Renato che esplode in una collera irrefrenabile, ma in fondo la bontà del gruppo e l'atmosfera natalizia trionfano. Tutti si ritrovano davanti a una mensa imbandita a festeggiare il Natale proprio mentre le prime uova di struzzo si stanno schiudendo. Particolare il finale che ricorda una chiusura di un vecchio film di Francesco Nuti (Tutta colpa del Paradiso - 1985) con una componente degli "Amaranto Posse" che mette una mano davanti alla telecamera e interrompe la visione.

Baci e abbracci si doveva intitolare Struzzi e forse il titolo sarebbe stato più calzante, perché ispirato a una storia di provincia che si dipana in uno dei tanti allevamenti di struzzi che sono sorti nella zona di Guardistallo (dove si fa addirittura una sagra dello struzzo). Ma nello stesso periodo di uscita saltò fuori una commedia con lo stesso titolo e c'era il timore di fare pubblicità o di avere problemi di copyright. La storia si svolge in mezzo a una varia umanità di umili e ingenui operai ed ex operai, vinti di verghiana memoria, gente presa a schiaffi dalla vita che però si risolleva ed è capace di lottare. Un film buonista e di buoni sentimenti, certo, mai melenso e stucchevole, al contrario vero e profondo, che sa dare una luce di speranza allo spettatore. Il cinema di Virzì è cinema d'autore che racconta bene le sue storie e che ha per teatro sempre la provincia, vista come luogo che mantiene caratteristiche profonde di diversità.

A parte Francesco Paolantoni, che per la prima volta recita qualcosa di diverso da una macchietta comica, e Paola Tiziana Cruciani (molto brava), sono tutti dilettanti. Ma che dilettanti! Diretti con bravura da Virzì i terribili attori per passione ci lasciano un'interpretazione memorabile. Massimo Gambacciani, di professione avvocato, Isabella Cecchi, barista, Daniela Morozzi, attrice per l'hobby, Piero Gremigni è veterinario, Sara Mannucci è una studentessa, poi ci sono i bambini e c'è pure Edoardo Gabbriellini che dopo Ovosodo si può dire quasi un veterano. Infine gli Snaporaz di Carlo Virzì che compongono e suonano in presa diretta la colonna sonora e recitano la parte di loro stessi. Un film garbato, scanzonato, poetico, a tratti pure malinconico, un'opera delicata che si muove tra la fiaba e la farsa, dipingendo con efficacia luoghi e caratteri, sentimenti e solitudini, verità e bugie.

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Un "Ovosodo" che non va né su e né giù

25 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Un "Ovosodo"  che non va né su e né giù

Ovosodo (Italia - Commedia - 1997).

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Furio Scarpelli e Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Furio Scarpelli, Paolo Virzì. Fotografia: Italo Petriccione. Musiche: Battista Lena e Snaporaz. Montaggio: Jacopo Quadri. Scenografia: Giancarlo Basili e Sonia Peng. Produzione e distribuzione: Cecchi Gori Group Tiger.

Interpreti: Edoardo Gabbriellini (Piero adulto), Nicoletta Braschi (Professoressa Giovanna Fornari), Matteo Campus (Piero A 7 Anni), Malcom Lunghi (Piero A 13 Anni), Enrica Pandolfi (Susy A 13 Anni), Claudia Pandolfi (Susy adulta), Marco Cocci (Tommaso), Alessio Fantozzi (Ivanone), Salvatore Barbato (Mirko), Monica Brachini (Mara), Pietro Fornaciari (Nedo), Daniela Morozzi (Luana), Regina Orioli (Lisa), Barbara Scoppa (Bianca).

Piero Mansani (Edoardo Gabriellini), nato nel 1974, cresce in un quartiere popolare di Livorno chiamato "Ovosodo". I problemi in famiglia non gli mancano. Sua madre muore quando lui è ancora un ragazzino. Ha un fratello down, Ivanone (Alessio Fantozzi), e un padre ricercato dalla polizia per spaccio di stupefacenti che finisce in galera dopo essersi sistemato con una nuova compagna che resta con i ragazzi e mette al mondo una bambina. Piero, nonostante la precaria condizione familiare, se la cava bene al Liceo Classico ed entra nelle simpatie della giovane professoressa di Lettere Giovanna Fornari (Nicoletta Braschi) che diviene sua amica prima ancora che insegnante. Al liceo Piero conosce il misterioso Tommaso (Marco Cocci) un ragazzo che racconta poco della propria famiglia e che sembra un irrequieto squattrinato anarchico, ribelle ed esibizionista. In realtà è figlio di un ricco industriale proprietario di una fabbrica chimica che inquina la zona dove abita Piero. Una sera Piero è invitato a casa dalla professoressa Giovanna (che vive da sola con un gatto), in compagnia dell'amico Tommaso. Dopo una cena piena di allegria le cose precipitano quando Tommaso segue Giovanna in cucina (mentre Piero resta in sala da pranzo) e cerca di baciarla. Il resto della cena si svolge in un silenzio tombale e quando i due ragazzi se ne vanno Giovanna invita Piero a non riportare mai più a casa sua Tommaso. In seguito Piero incontra Giovanna davanti alla scuola. Lei chiede se Tommaso è stato di nuovo assente e se sa dove può trovarlo. Piero capisce che tra Giovanna e Tommaso c'è stato qualcosa e prova un sentimento di rabbia e di rancore per l'amico, facendo intuire di essersi preso una cotta per la professoressa. Tommaso sembra sparito.

Piero ritrova l'agenda di Tommaso sotto il banco di scuola e grazie a quella risale all'indirizzo di una villa dove apprende che Tommaso è il figlio dell'ingegner Paladini della Palchimica S.p.a. Quando Piero lo scopre cerca l'amico, inviperito perché questi gli ha mentito, forse è pure geloso di lui per quel che c'è stato con la professoressa… Piero viene a sapere che Tommaso è a Roma e lo raggiunge nella Capitale a casa dei suoi zii per prenderlo a pugni, cosa che avviene puntualmente. Dopo aver fatto pace Tommaso racconta a Piero cosa successe la sera della cena a casa di Giovanna e del suo tentativo di baciarla. Gli rivela di averla poi richiamata la sera dopo per scusarsi del suo comportamento, di essere andato di nuovo a casa della donna, di aver fatto l'amore con lei. Piero a Roma conosce anche Lisa (Regina Orioli), cugina di Tommaso, e se ne innamora ma deve tornare a Livorno e, nonostante chiami ripetutamente la ragazza al telefono, non riesce più a rintracciarla. Tempo dopo, casualmente, Piero incontra Giovanna in un bar, sola e triste ma non la avvicina.

Attraversando un periodo di incertezza per via dei suoi problemi di cuore Piero arriva all'esame di maturità impreparato e viene bocciato. L'amico Tommaso invece ottiene il diploma, forse raccomandato dal potente genitore. Piero passa un periodo di malinconia accentuato dalla notizia che Giovanna è ricoverata in una clinica per problemi di esaurimento nervoso. Il ragazzo va a farle visita e tenta di confortarla. Giovanna lo rassicura di stare bene è che è solo il "primario presuntuoso" che vuole farle una serie di inutili accertamenti. Ma nel salutare il ragazzo lo abbraccia forte lasciando intuire di avergli mentito. Tempo dopo Piero riceve la cartolina dal Distretto Militare e parte soldato. Tornato a casa una tragica notizia lo attende, la sua amica Giovanna si è suicidata. Al cimitero sulla sua tomba Piero incontra di nuovo Tommaso. Tra alti e bassi la sua vita continua finché trova lavoro proprio nella fabbrica del padre di Tommaso (che invece parte per gli USA per motivi di studio). Piero riallaccia i rapporti con Susy (Claudia Pandolfi), una ragazza vicina di casa che era innamorata di lui fin da quando erano bambini, ma che Piero aveva sempre trattato solo come un'amica. Per ironia della sorte Susy trova a buon prezzo una casa dove andare a vivere da sola. Piero la aiuta nel trasloco e quando i due si recano all'indirizzo Piero scopre che si tratta proprio dell'abitazione della professoressa Giovanna, rimasta libera dopo la sua morte. Per quelle stanze si aggira affamato solo il gatto della donna. Proprio nella casa di Giovanna scocca la scintilla tra Piero e Susy e finalmente lui se ne innamora. Susy rimane incinta. I due ragazzi decidono così di sposarsi ed alla bambina che nasce nove mesi dopo Piero dà il nome di Giovanna.

Il film ha conquistato il Gran Premio Speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia ed è un premio più che meritato perché si tratta senza dubbio del miglior film italiano della stagione. Pubblico e critica sono stati concordi nel decretarne il successo.

Ovosodo è la storia semplice e piuttosto comune di un ragazzo della Livorno popolare, raccontata in prima persona e scandita da lapidarie annotazioni su un diario di scuola. Protagonista è Piero, un adolescente un po' timido e sognatore con la faccia segnata dai brufoli,

uno dei tanti ragazzi che, zaino in spalla, vediamo ogni mattina recarsi a scuola. Di Piero, detto "Ovosodo" (da qui il titolo del film), Virzì racconta i primi anni di vita, quelli passati al fianco della madre malata, l'adolescenza,

segnata dai primi amori e dai travagli esistenziali, e l'ingresso nell'età adulta, foriero di sogni infranti ma anche di grandi conquiste. È con uno stile asciutto e grande garbo che Virzì affronta l'argomento. È con grande semplicità e senza falsa retorica che parla dei ragazzi di oggi ed è forse questo ad aver suscitato alla Mostra del Cinema di Venezia le simpatie del pubblico, in gran parte formato da giovani. Infatti Virzì, rispetto ai precedenti "Jack Frusciante" e "Tutti Giù Per Terra", "romanzi di formazione" un po' sguaiati, prigionieri di un pessimismo da luogo comune e popolati da figurine opache prive di ogni sprazzo vitale, restituisce al periodo adolescenziale la sua gioiosità, pur documentandone i dolori e i tormenti, e ai ragazzi l'energia vitale tipica della loro età.

Non sono "i giovani della generazione X" quelli che Virzì ci propone, ma i ragazzi veri, quelli che popolano le nostre scuole, le nostre città... Tutti conosciamo un Piero timido e con i brufoli, o un Tommaso anarchico e miliardario, o una Susy goffa e con l'apparecchio... Insomma, una volta tanto il riferimento è a ragazzi reali, tanto più reali perché interpretati da giovani presi nelle scuole o per la strada. Virzì infatti ha voluto nel suo film per i ruoli principali tutti attori non professionisti, una scelta questa che ha dato ottimi risultati. Infatti da Edoardo Gabbriellini, il protagonista, a Alessio Fantozzi, fratellone ritardato, gli attori sono tutti straordinari. Oltre al protagonista, degni di nota sono Marco Cocci, rampollo ribelle sullo schermo come nella

vita, e i giovanissimi Matteo Campus e Malcom Lunghi che vestono i panni di Piero all'età di sette e tredici anni. Poi c'è Claudia Pandolfi, unica professionista del gruppo insieme a Nicoletta Braschi, che con un intenso cammeo dimostra di essere, malgrado la giovane età, un'attrice matura.

Un film godibile, dunque Ovosodo, con un cuore tenero.

Un critico inflessibile come Massimo Bertarelli su "Il Giornale" del 3 settembre 2001 ha definito il film come "una brillante, amara e spiritosa commedia sociale del toscano Paolo Virzì, che nella natia Livorno mette in scena con grande acutezza psicologica malinconie e disagi giovanili, eleggendo la fabbrica a fucina dei veri uomini. Tutto bene, anche se si fatica a seguire la voce narrante che parla a raffica con marcatissima inflessione toscana". Avrà faticato lui, aggiungo io. Noi che siamo livornesi no. E comunque il vernacolo in un film come questo è più che dovuto. Da segnalare poi che per questo film Nicoletta Braschi ha vinto un David di Donatello nel 1998 come migliore attrice non protagonista e Tullio Morganti è stato premiato come migliore fonico di presa diretta.

Piero Mereghetti definisce Ovosodo (tre stellette) come "un racconto di formazione ed educazione sentimentale, commedia sulle classi sociali ambientata in un'inedita Livorno, un acuto spaccato del presente cui manca solo lo scatto morale e la ribellione: descrive, sorride e assolve. Come la classica commedia all'italiana". Che poi è solo quello che Paolo Virzì vuol fare. Mereghetti riconosce la grande validità del Virzì narratore che in questo caso si fa dare una grossa mano dagli ottimi Bruni e Scarpelli. Alla fine resta solo il dubbio a Piero Mansani che la felicità sia la malattia degli idioti e come sempre la favola è a lieto fine ma dolce amara. Torna l'"ovo sodo", leit motiv del film, bloccato a metà dell'esofago per lui che si è contentato di fare l'operaio a Livorno e di sposare Susy invece di continuare gli studi. Da Ovosodo quartiere di nascita di Piero nella finzione e di Virzì nella realtà, a un "ovo sodo" nella bocca dello stomaco che non va né su e né giù. Meno entusiasta Pino Farinotti che nel suo Dizionario assegna tre stelle al film ma lo definisce "un progetto forse troppo organizzato e furbesco" pure se poi ammette che Virzì funziona e che la sceneggiatura è molto letteraria. Non è poco.

Un film che non ci stanchiamo di vedere e rivedere.

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Intellettuali contro burini in "Ferie d'Agosto"

21 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ferie d'agosto (Italia - Commedia - 1996).

Regia di: Paolo Virzì. Aiuto regista: Gianluca Greco. Soggetto: Palo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Cecilia Zanuso. Casting: Fabiola Banzi e Beatrice Kruger. Costumi: Claudio Cordaro. Scenografia: Sonia Peng. Suono in presa diretta: Mario Iaquone. Musica: Battista Lena. Organizzazione: Mario D'Alessio. Produzione: Mario e Rita Cecchi Gori. Interpreti: Silvio Orlando (Sandro Molino), Sabrina Ferilli (Marisa), Ennio Fantastichini (Ruggero Mazzalupi), Laura Morante (Cecilia Sarcoli), Antonella Ponziani (Francesca), Piero Natoli (Marcello), Paola Tiziana Cruciani (Luciana Mazzalupi), Gigio Alberti (Roberto), Silvio Vannucci (Mauro Santucci), Rocco Papaleo (Brigadiere), Raffaella Lebborani (Betta), Claudia Della Seta (Graziella), Agnese Claisse (Martina), Vanessa Martini (Sabrina Mazzalupi), Emiliano Bianchi (Ivan), Evelina Gori (Signora Gina), Daniele Barchesi (Fabio), Davide Clementi (Massimo), Teresa Saponangelo (Irene Vitiello), Mario Scarpetta (Rosario Vitiello) e Oumar Ba (Tewill).

Ferie d'agosto è una commedia all'italiana in puro stile Virzì che dopo l'epopea operaia di Piombino si cimenta in un lavoro a più ampio respiro per mostrare vizi e difetti di due modi di essere italiano. L'intellettuale colto e raffinato, elitario, di sinistra è ben rappresentato da Silvio Orlando (Sandro) con una mimica facciale unica e un'interpretazione perfetta. Il qualunquista un po' di destra ma sostanzialmente burino e menefreghista è ben teorizzato nelle fattezze di Ennio Fantastichini (Ruggero) che dà vita a una maschera di rara efficacia. Intorno ai due protagonisti emblematici della vicenda ruota una corte di attori ben gestiti da Virzì e inseriti nei due opposti schieramenti. Più che parlare di scontro epocale tra sinistra e destra come hanno fatto in molti parlerei di lotta tra intellettuali e burini, tra vacanzieri stile Capalbio e stile Ladispoli, tra persone impegnate e qualunquisti. La politicizzazione della pellicola fu una conseguenza dello scontro elettorale in atto nel 1996 e molta stampa quotidiana si gettò a pesce sul piatto prelibato offerto dal regista.

L'azione si svolge sull'isola di Ventotene in pieno mese di agosto. Siamo in un vero paradiso naturale un tempo meta esclusiva di turismo raffinato, adesso purtroppo (dal punto di vista di Sandro) alla portata anche dei burini che l'hanno scoperta, la invadono e la deturpano con un modo volgare di fare vacanza.

La pellicola ha inizio con la banda che sfila per le strette vie del paese e Sandro rincorre la compagna Cecilia mentre tiene per mano Martina, la figlia della donna che lo tratta come se fosse suo padre. Sandro viene subito presentato dal regista come un intellettuale morettiano che corregge il modo di parlare di Cecilia e indica la maniera giusta per esprimersi. "Un'insalata non può essere simpatica", dice. Pare di sentire Michele Apicella quando esclama: "Ma come parli!". Nessuno meglio di Silvio Orlando avrebbe potuto indossare quella maschera, lui che è stato compagno di tanti film di Nanni Moretti e che incarna più di ogni altro la figura dell'intellettuale di sinistra incorruttibile e puro, anche se un po' deluso dalla piega che ha preso il mondo. Di sicuro Sandro sarebbe un ottimo amico di Michele Apicella. Pure Laura Morante è un'ottima attrice di scuola morettiana e incarna a dovere il personaggio della bella Cecilia, donna sola e innamorata con una figlia a carico che cerca un solido riparo alle tempeste della vita. Pare averlo trovato in Sandro e adesso ha tanta paura di perderlo perché sull'isola è arrivata anche Francesca, una giovane ragazza che un tempo ha avuto una storia finita male con Sandro. Nel gruppo degli intellettuali c'è anche Mauro, il vero padre di Martina (ma lei non lo considera), un immaturo che suona la chitarra ed è buon amico di Sandro. Roberto fa parte pure lui della squadra di vacanzieri, è un rubacuori a caccia di donne e un incredibile contaballe. Ci sono anche Betta e Graziella, due amiche lesbiche, pure se una di loro ha messo al mondo un figlio che sa tutto della relazione. Il figlio è Ivan, un ragazzino cannarolo che con le sue battute sembra la coscienza di una sinistra che ha commesso troppi errori.

A guastare le vacanze di questo gruppo di intellettuali che vive sull'isola senza televisione, priva di corrente elettrica, in modo naturale, arriva una famiglia del tutto diversa. Si tratta di due romani un po' rozzi coniugati con due sorelle che di mestiere fanno rispettivamente il venditore d'armi e il profumiere.

Ruggero è il più rude dei due, il carattere dominante, il burino puro che disprezza cultura e natura, che vive solo per il denaro e per fare il comodo proprio. Quel che caratterizza il personaggio è l'assoluto disprezzo per gli altri, il modo di trattare le persone come fossero oggetti. Ruggero ha sposato Luciana ma ha un debole per la sorella Marisa che invece è andata in sposa Marcello, la seconda figura maschile. Marcello è un debole, il suo matrimonio con Marisa sta andando a rotoli, si è riempito di debiti con il cognato che glielo rinfaccia in continuazione ed è succube del parente. Marisa è la bella Sabrina Ferilli, che dopo l'ottima interpretazione fornita ne La bella vita cerca di bissare il successo con un personaggio meno drammatico ma in ogni caso ben riuscito. Marisa è pure lei una burina superficiale, stufa del matrimonio, piena di manie di grandezza e di sogni per il futuro, pensa alla sua profumeria e sogna di diventare ricca. Marcello e Marisa hanno un figlio (Fabio) ma nonostante tutto non sono felici. Ruggero e Luciana, invece, hanno due figli: Sabrina, che passa il tempo a sognare davanti alla televisione, e Massimo che è più piccolo. Completa il quadro la nonna Gina che all'arrivo sull'isola viene caricata sul cassone di un motocarro insieme alle valige.

Per ironia della sorte i due gruppi sono vicini di casa e subito cominciano i litigi e i battibecchi, sin dal momento in cui Marcello e Ruggero montano l'antenna per la televisione.

"Noi non ce l'abbiamo", dice Sandro.

"Mi dispiace", risponde Ruggero, "potete venire da noi se c'è qualche programma che vi interessa".

La televisione da una parte è vista come un elettrodomestico irrinunciabile e la sua mancanza come qualcosa di terribile. Ruggero pronuncia quel "Mi dispiace" con la morte nel cuore, come per dire: "Poveracci, neppure la televisione…", senza capire che invece per gli altri l'assenza dell'apparecchio è una libera scelta.

Marisa appena arrivata mostra tutta la sua burinaggine: ""Ho già capito che qui è 'na rottura de' cojoni". Lei avrebbe preferito un posto con più vita, meno naturale ma con più attrazioni, un posto stile riviera adriatica, una Rimini con Acquapark incluso nel prezzo. Ventotene è fuori dalla sua portata. E così questi burini cominciano a combinarne di tutti i colori: navigano con il motore acceso sotto costa, gettano rifiuti in mare, fanno rumore. Al tempo stesso non tollerano i vicini intellettuali che la notte passano il tempo a cantare musica impegnata. Il solo che ama la musica è Marcell, ma ben altro genere: Fred Bongusto, Califano, gli stornelli in romanesco e le canzoni di Edorado Vianello. Una sera cerca di unirsi al gruppo e viene deriso da tutti.

In questo quadro si dipanano le storie parallele dei protagonisti legate da un filo conduttore molto esile costituito dai continui scontri tra i due gruppi di vacanzieri. Il film è una commedia all'italiana classica, strutturata come un romanzo che pone la storia e la sceneggiatura al centro di tutto. Virzì è regista che ama i soggetti articolati e ironici che non rifuggono dall'impegno sociale. Ferie d'agosto è un film corale con tanti personaggi che rappresentano ognuno una sottotrama che si sviluppa autonomamente senza mai perdere di vista il filo conduttore della storia. Tra le tante storie del film c'è pure l'amore adolescenziale di Ivan e Sabrina che finiscono per baciarsi ma lui si dimostra traditore e subito dopo va con un'altra. Sabrina alla fine grida tutta la sua disperazione per un amore finito male ma che non poteva durare.

Toccante è pure la narrazione di Francesca che racconta a Martina come fosse una fiaba il suo amore per Sandro. I due si ritrovano, parlano, si abbracciano, ma comprendono che non è più tempo per il loro amore. Sandro finisce di nuovo con Cecilia che tra l'altro aspetta un figlio da lui. Roberto racconta a tutte le donne che trova le bugie più assurde, come quella di essere stato a Cuba e di aver conosciuto Fidel Castro. Roberto riesce pure a farsi Marisa una sera che Marcello si è lasciato andare alla vecchia passione per il canto. Marcello resta tutta la notte a parlare con Francesca e le fa mille confidenze. Alla fine però Marisa e Marcello restano insieme, delusi l'uno dell'altra, soli e senza dialogo, ma insieme. Per loro non è possibile un salto nel vuoto.

Il film è una commedia di personaggi e tra tutti un posto particolare lo merita un perfetto brigadiere scansafatiche come Rocco Papaleo, chiamato a indagare su una brutta storia di fucilate contro Tewill, un extracomunitario che Ruggero ha preso di mira. Il brigadiere soffre il caldo e guarda con interesse tutte le donne dell'isola, vorrebbe solo che i turisti non gli procurassero guai.

Da citare alcune battute di Ivan che segnano il dibattito politico contemporaneo. "Siete elitari", dice il ragazzino. "Non ha più senso parlare di destra e di sinistra", rincara. "State lasciando alla destra il terreno delle libertà", conclude quando Sandro vorrebbe che smettesse di farsi le canne. E poi è notevole il dialogo tra Ruggero e Sandro, le due anime contro di tutto il film. Forse un po' scolastico e intriso di luoghi comuni, ma è vero che certe persone ragionano così quando si trovano a discutere. Ed è difficile far parlare di qualcosa un qualunquista e un intellettuale. Sono due mondi troppo distanti.

Sandro apostrofa Ruggero come "un violento, fascista, cacciatore di gabbiani e di extracomunitari". Ruggero vorrebbe solo mettersi d'accordo, Sandro gli dà del mafioso e dice: "Questo è quello che state facendo voi a questo paese, voi che guardate solo la televisione". Ruggero ribatte: "Voi intellettuali non ce state a capì più gnente…".

Sandro è il comunista puro e integerrimo, l'idealista romantico e sognatore. Ruggero è il praticone zotico, l'ultima cosa che può aver letto è davvero il libretto di istruzioni del suo cellulare.

Una parte davvero suggestiva è la caduta delle stelle per San Lorenzo dove ognuno dei personaggi sogna quello che non ha e che vorrebbe dalla sua vita. Nessuno è contento della sua sorte. Roberto desidera una famiglia normale e una donna sola, Irene un futuro da velina, il brigadiere vuole una donna, l'extracomunitario la casa e così via. Conclude Sandro che "troppi desideri è come non averne nessuno".

Il personaggio di Marcello, interpretato da un ottimo Piero Natoli, fa tenerezza, è un povero ignorante che confonde Bertrand Russell con Renato Rascel ma è pure un uomo dall'animo puro e buono. Lui è legato mani e piedi al cognato, gli deve cinquanta milioni, la causa delle sue disgrazie è l'aver sposato Marisa che l'ha imbarcato nell'avventura di aprire una profumeria. Marcello avrebbe voluto fare il cantante e suonare la batteria.

Il film termina con la fine delle vacanze d'agosto. Il senegalese viene spedito nella sua terra con il foglio di via, Marcello e Marisa fanno rientro a casa, gli intellettuali pure. Sabrina minaccia il suicidio e fa spaventare Ruggero al punto di farlo sembrare più umano in un lieto fine che lo riscatta agli occhi dello spettatore.

"Stronzo, io ti amo", grida Sabrina verso il traghetto che si porta via Ivan, il suo amore per un giorno. Le ferie d'agosto sono finite.

Ferie d'agosto è pure un film sul fallimento dei maschi. Se ci fate caso non c'è un personaggio maschile del tutto positivo. Gli uomini di Virzì sono malati di infantilismo e non sanno prendersi le loro responsabilità di padri e di mariti. Sono tutti personaggi pronti a sfidarsi come tanti galletti che sparano giudizi ma di fatto sono incapaci di essere uomini veri. Le donne al tempo stesso non ci fanno una figura migliore. Sono femmine sconfitte che non riescono a essere madri e si lasciano trascinare da una vita che non comprendono. Forse l'unico personaggio positivo è Sandro, il solo che sa fare il padre e che si occupa di Martina come mai nessuno ha fatto. E il lieto fine assicura che il figlio di Cecilia e Sandro sarà fortunato perché crescerà in una vera famiglia. Sandro è un frustrato per vocazione ma ha il merito di saper fare il padre. Ruggero è un padre di famiglia vecchio stampo, di quelli che non dialogano con il figlio se non per rimproverarlo e che si tengono stretti la figlia nel momento in cui sentono che potrebbero perderla per sempre.

Da notare che la sigla finale di Ferie d'agosto è cantata da Rocco Papaleo ed è la napoletana "Chelle ca vulesse" scritta dallo stesso Papaleo in coppia con il compositore Di Lena. Il film è un contenitore musicale interessante e - al di là di una colonna sonora ben realizzata - fanno capolino motivetti alla moda come: "Tarzan boy" (Bassi - Huckett), "Tu sei l'unica donna per me" (Sorrenti - Kipnerr), "Centro di gravità permanente" (Battiato - Pio), Mueve el cuerpo" (Borillo - Franchetti - Ponte). "Un'estate al mare" (Battiato - Pio), Matilda (Span), "Maké Mana" (Barolero - Riomino).

Ferie d'agosto è un film - romanzo, una commedia dolce e amara da vedere e da rivedere. Per capire chi siamo, quello che siamo diventati e per riflettere sui nostri difetti con il sorriso sulle labbra.

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Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

15 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

Stefania Nardini

Alcazar –Ultimo spettacolo

Edizioni e/o Collezione Sabotage

Euro 16,50 – Pag. 260

La collezione Sabotage delle Edizioni e/o di Roma - che non finirò mai di ringraziare per aver tradotto in Italia il grande Pedro Juan Gutiérrez - si propone di raccogliere voci, scritture, storie di qualità per dare spazio a un narrativa senza steccati di genere ma aperta ai contenuti. La dichiarazione d’intenti è scritta da Massimo Carlotto - curatore della collana - uno che se ne intende di narrativa di genere capace di indagare il mondo circostante. Dirige il tutto Colomba Rossi, nome meno noto, ma editor competente, artefice di una collezione ricca di nomi interessanti come Massimo Maugeri (Trinacria Parck), Matteo Strukul (La ballata di Mila e Regina nera), Carlo Mazza (Lupi di fronte al mare), Piergiorgio Pulixi (Una brutta storia), Tersite Rossi (Sinistri), Eduardo Savarese (Non passare per il sangue) e Roberto Riccardi (Undercover. Niente è come sembra, Venga ancora la fine). In tempi editoriali difficili è già un merito investire sulla buona narrativa italiana, soprattutto di genere, campo nel quale la concorrenza straniera è molto dura.

Stefania Nardini è una brillante giornalista, per lungo tempo animatrice di pagine culturali (Scritture e pensieri del Corriere Nazionale), biografa di Jean-Claude Izzo (Perdisa Pop), autrice di un noir interessante come Gli scheletri di via Duomo e di Matrioska (tradotto in Ucraina), un libro sulla condizione della donna nella ex repubblica socialista. In questo nuovo romanzo la Nardini, con un scrittura lineare ma profonda, racconta un storia d’amore nata a Marsiglia, tra un contrabbandiere italiano e la bella Silvana. Siamo in pieno periodo fascista (1939), ci sono le leggi razziali, Marsiglia è italiana, una compagnia teatrale s’imbarca da Napoli per raggiungere la città di confine e portare in scena Pioggia di stelle al teatro Alcazar. Stefania Nardini ambienta la storia in due luoghi dell’anima: Napoli e Marsiglia; si documenta, racconta con dovizia di particolari l’occupazione nazista e la resistenza degli italiani, ricostruisce l’ambiente dei contrabbandieri, trafficanti di formaggio, cocaina, armi e degli sfruttatori della prostituzione. Una storia racchiusa in una cornice mirabile composta da italiani che fuggono dal fascismo e dalla miseria. Un libro per capire il nostro recente passato, imperdibile per gli appassionati di storia della seconda Guerra Mondiale e per tutti i fan di Jean-Claude Izzo.

Gordiano lupi

www.infol.it/lupi

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"
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Matteo Pugliares, "Imperfetto"

13 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Matteo Pugliares,  "Imperfetto"

Matteo Pugliares

Imperfetto

Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11

www.ilibridim

Matteo Pugliares

Imperfetto

orfeo.blogspot.it

A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)

10

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»

Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.

So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.

Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.

È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?

Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.

Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.

E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.

So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.

Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.

Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.

So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.

Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.

Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.

So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.

Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.

Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.

So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?

Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.

Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.

Che ne sanno loro di Dio?

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My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

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Intervista a Francesco Troccoli

11 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #fantascienza

Intervista a Francesco Troccoli

Francesco Troccoli, “Falsi dèi” è in uscita in questi giorni. Ma dopo “Ferro Sette” c’era davvero bisogno di un sequel?

Assolutamente no. “Ferro Sette” è un romanzo autoconclusivo, scritto prima che iniziasse il mio rapporto con l’editore Curcio. Benché “Falsi dèi” sia un sequel, la lettura del primo romanzo, benché consigliabile, non è necessaria. Per rispondere alla tua domanda, penso che scrivere e leggere non siano cose necessarie, ma semplicemente gratificanti. Per questo siamo in tanti a leggere, e tutto sommato anche a scrivere.

Un titolo piuttosto strano... chi sarebbero mai questi “falsi dèi”?

Sono misteriose divinità adorate da un popolo oppresso che vive su un pianeta primitivo, scenario di gran parte della storia. Penso di aver voluto rappresentare in chiave fantastica il potere oppressivo esercitato dalle ideologie, in particolare di quelle collegate all’uso mistificatorio di una religione. Ma è solo uno degli aspetti della vicenda, e forse nemmeno quello principale.

Insomma sei ateo? Quanto c’è di te nel romanzo?

Ti rispondo di sì, anche se è una parola che trovo ingannevole. La “a” privativa di questo aggettivo sembra indicare una carenza, una rinuncia. Ma come si può dover fare a meno di qualcosa che, secondo me, non esiste? La vera domanda è semmai “perché si dovrebbe essere religiosi?” quando la dimensione “immateriale” dell’essere umano è in noi viva e vitale sin dalla nascita (e non prima), senza il bisogno di cercarla in una dimensione trascendente. Nutro comunque il massimo rispetto per chi abbia fatto scelte diverse. In “Falsi dèi” c’è certamente molto della mia personale interpretazione della vita.

Anche questo è un romanzo di fantascienza? Perché hai scelto un genere così particolare?

Direi di sì, certamente si tratta di fantascienza, e mi auguro che, come già per “Ferro Sette”, questo romanzo incontri anche il favore dei lettori “mainstream”. Ho scelto questo genere perché mi piace come lettore, soprattutto nelle sue declinazioni più inclini alla critica sociale. E perché come scrittore conferisce un’elevata libertà.

Sulla quarta di copertina leggo commenti lusinghieri di Lanfranco Fabriani, due volte premio Urania, e di Roberto Arduini, de L’Unità; ma vorrei che fossi tu a darmi una buona ragione per leggere questo romanzo.

Trovo che sia una storia più matura ed evoluta rispetto alla precedente. E poiché la precedente ha avuto un discreto successo, penso che anche Falsi dèi potrebbe piacerti. Riparliamone far qualche tempo, che ne pensi?

Tre parole per caratterizzare la storia in breve?

Te ne dico cinque, me lo concedi? Sopruso, ribellione; poi: affetti, separazione. E infine: coraggio.. di essere se stessi, fino in fondo. Se verrai il 19 ottobre alla presentazione, alle 18.30 alla Libreria Arion Esposizioni, immagino che ne diremo anche delle altre...

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Giuliano Gemma, l’eroe della mia generazione

8 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma (1938 - 2013) rappresenta buona parte della mia infanzia. La prima volta che l’ho visto al cinema - in una saletta di terza visione nel quartiere operaio della mia città - vestiva i pani di Ringo e si faceva chiamare Montgomery Wood. Credevo che fosse americano, pure mio padre lo pensava, lui che disprezzava il western italiano, ma era andato in delirio per tutte le pellicole di Sergio Leone, convinto che fossero interpretate da attori d’oltreoceano. Magia degli pseudonimi, ma pure magia del ricordo d’un bambino che stringeva un pacchetto di semi, varcava le porte del Cinema Teatro Sempione (scomparso nella nebbia del tempo perduto) per andare a vedere un peplum, al tempo che manco sapeva cosa volesse dire peplum, come Arrivano i Titani. Da grande quel bambino avrebbe scoperto che sia i due Ringo (Una pistola per Ringo, Il ritorno di Ringo) che il peplum erano opera di Duccio Tessari, un regista italiano che avrebbe usato spesso Giuliano Gemma (Kiss kiss… bang bang, Vivi o preferibilmente morti, Tex e il signore degli abissi), considerandolo un suo attore feticcio. Abbiamo trovato un ricordo di Giuliano Gemma che fa riferimento a quel periodo storico: “Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà. Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringo resta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”. Abbiamo fatto ricordare al protagonista parte della sua carriera western, che è proseguita con Tonino Valerii e Giorgio Ferroni, ma Giuliano Gemma non è stato soltanto l’eroe buono, il castigamatti, il pistolero della mia generazione. Ha interpretato un intenso ruolo da protagonista ne Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini e Il prefetto di ferro (1977) di Pasquale Squitieri. E che dire dei ruoli comici ne Anche gli angeli mangiano fagioli (1973) di Barboni e Il bianco, il giallo, il nero (1974) di Sergio Corbucci? Impossibile citare tutto il suo grande lavoro nel cinema italiano, ma se vi interessa approfondire consigliamo la lettura di Roberto Poppi, che ha scritto un imperdibile libro sugli attori italiani, edito da Gremese. A noi piace ricordare Giuliano Gemma mentre cavalca nelle improbabili praterie dello spaghetti western, perché - come ha detto lui - il primo western non si scorda mai.

Gordiano Lupi

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Come non detto (2012) di Ivan Silvestrini

6 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Ivan Silvestrini. Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Proia. Fotografia. Rocco Marra. Montaggio: Alessia Scarso. Musiche: Leonardo Rosi (tema Come non detto cantato da Syria e Ghemon). Scenografia. Paki Meduri. Casa di Produzione: Moviemax Media Group. Distribuzione: Moviemax. Genere: Commedia. Durata: 81’. Interpreti: Josafat Vagni, Valeria Bilello, Francesco Montanari, Monica Guerritore, Ninni Bruschetta, Jose Dammert, Valentina Correani, Lucia Guzzardi, Andrea Rivera, Alan Cappelli Goetz, Victoria Cabello.

Come non detto è l’esempio pratico di come si possa fare cinema indipendente di qualità, senza disporre di grandi budget, raccontando piccole storie, interpretate da attori capaci e girate in maniera diligente. Ivan Silvestrini è al debutto, ma sembra un veterano della macchina presa, aiutato da una sceneggiatura priva di punti morti scritta da Roberto Proia.

In breve la storia. Mattia (Vagni) è un giovane gay, fidanzato con lo spagnolo Eduard (Dammert), ma non ha il coraggio di rivelarlo ai genitori (Guerritore e Bruschetta) e alla sorella (Correani). Ha un’amica del cuore - Stefania (Bilello) - che lo aiuta nell’avventura con lo spagnolo e un amico (Montanari) che lo sostiene. Eduard non si fa i problemi di Mattia, viva l’omosessualità in maniera naturale e rimprovera al compagno di nascondere ai genitori la loro relazione. Nonostante tutto, il castello di bugie costruito da Mattia non regge. Quando il ragazzo decide di confessare il suo orientamento sessuale si trova di fronte una famiglia che attendeva soltanto quella dichiarazione.

Come non detto è una commedia corale sul mondo gay che non cede a facili sentimentalismi e non si ferma ai luoghi comuni, si sviluppa per flashback e scenette divertenti, ricca di momenti commoventi e intrisa di originalità. Amicizia, amore, rapporti familiari, tematica gay, sono gli elementi di una storia psicologica e introspettiva che affronta problemi importanti con leggerezza.

Bravissimi gli attori. Monica Guerritore - non la scopriamo oggi -ricopre con autorevolezza il ruolo di madre separata che soffre nel veder partire il figlio. Josafat Vagni è quasi un debuttante ma esce fuori alla grande come imbranato protagonista. Bene anche Valeria Bilello, nei panni di Stefania, amica di Mattia, che soffre per la sua partenza ma è felice di vedere realizzato un sogno. Ninni Bruschetta è il padre, rude allenatore di rugby, burbero ma comprensivo, un uomo che si nasconde per non affrontare i problemi, personaggio complesso, dalle molte sfaccettature. Il film gode di una buona fotografia romana, un montaggio adeguato e di un’ottima colonna sonora basata sul brano omonimo interpretato da Syria e dal rapper Ghemon. In tempi di Fausto Brizzi e Federico Moccia, finalmente una piccola storia ben scritta, secondo la tradizione del miglior cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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