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Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

26 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Herberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie “Fuera del juego”, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche . Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

“Fuera del juego” “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

La sua “colpa” è

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

“Fuera del juego” è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato ,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

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Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

18 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

Il ragazzo del Cobre

Gordiano Lupi

L’inferno e altri racconti brevi

Virgilio Piñera

Edizioni Il Foglio letterario, 2013

pp 104

4,90

Da sempre le hanno insegnato che non si deve programmare il futuro, perché sono i giorni a scegliere la successione degli eventi. Vivere la vita momento per momento è la medicina migliore per sconfiggere la malinconia”. (pag 62)

La neonata collana Demian de Il Foglio letterario, diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri, ha caratteristiche molto particolari. Il motto è “Il tentativo di una vita, l’accenno di un sentiero” (H. Hesse), la collana ospita 2 racconti per libro ed è organizzata in stagioni – ogni numero un episodio, con una antologia ogni dieci episodi. L’argomento esplorato è l’adolescenza.

L’episodio 7 raccoglie un bel racconto di Gordiano Lupi, “Il ragazzo del Cobre”, e uno speciale dedicato ad alcuni testi di Virgilio Piñera (1912 – 1979), scrittore cubano “dimenticato” dal regime castrista perché omosessuale, in un paese che considera l’omosessualità un vizio borghese, individualista e decadente.

Protagonista de “Il ragazzo del Cobre” è una famiglia che vive negli alagados, i quartieri costruiti su palafitte alla foce del fiume, a Salvador de Bahia. Gli abitanti del Cobre sono così poveri da trovarsi, nella scala sociale, addirittura sotto a quelli delle favelas. Padre, madre, un nonno, due figlie adolescenti, un ragazzino che gioca al calcio, un’altra bambina in arrivo, la lotta per portare a casa il pane ogni giorno con mezzi leciti e illeciti, la rassegnazione allo sfruttamento e al turismo sessuale, la speranza che non muore mai.

Ci sarà un riscatto, alla fine, ma sarà solo al prezzo di una vita, quella della giovane Anabel, uccisa mentre vende il suo corpo acerbo “alla luce della luna”. Sono gli stessi spiriti del Candoblè, intuiamo, a esigere questo sacrificio. Anabel muore e rinasce nella piccola che porterà il suo nome e i suoi occhi, cosicché la secondogenita, Maria, non faccia la sua fine, ma trovi un bravo ragazzo italiano disposto a toglierla dalla strada e offrirle una nuova esistenza in quel di Piombino, cosicché Juanito, a furia di tirar calci al pallone, venga notato dai procuratori sportivi ed entri a far parte di una squadra importante, allontanandosi – ma non con il cuore – dagli alagados, realizzando il suo sogno e ottenendo la possibilità di aiutare tutta la famiglia.

“I ragazzi saranno felici. Solo di questo è sicuro.

Nessuno dovrà più fare la loro vita.

Nessuno dovrà più lottare per non morire.” (pag 69)

Quella di Lupi non è una denuncia sociale ma una dichiarazione d’amore: per le notti tropicali, per le creole dalla pelle ambrata e i corpi sinuosi, per il calcio povero, quello dei campetti sterrati, che crea campioni come Pelé e Ronaldo.

La sonorità del titolo si trasmette tutta al testo. La lingua è asciutta, ci sono echi di Santiago de Il Vecchio e il mare ma lo stile vira decisamente al poetico, al nostalgico, al reiterato con strascichi da ritornello di ballata.

Per quanto riguarda i racconti di Piñera, alcuni possono essere ascritti ad una vena avanguardista da teatro dell’assurdo. Piñera precorre Ionesco. Ne è un esempio il racconto “L’interrogatorio”, illogico e kafkiano nelle atmosfere.

La novella che più ci colpisce è, però, “Il secchio”, col cerchio della vita rappresentato, appunto, dal secchio pieno di tamponi insanguinati, con il bisogno del protagonista di aggrapparsi a un ruolo, a una funzione, di trovare quello che Vasco Rossi chiamerebbe “il senso a una vita”, la quale di per sé “non ha importanza”, se non per la funzione sociale che svolge.

“Dopo il 1985”, ci viene spiegato nell’appendice, "a Cuba comincia il processo di rettificazione degli errori, le figure letterarie di Lezama Lima e Virgilio Piñera vengono rivalutate e valorizzate, omettendo tutte le persecuzioni che hanno dovuto subire.” (pag 102)

Si spera che tale opera continui anche in Italia, dove di Piñera esiste solo un romanzo, “La carne di Renè”, pubblicato da un piccolo editore e ormai fuori catalogo.

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Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

17 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"

Chi scrive di storia e' non soltanto appassionato della materia di cui
scrive, ma e' percorso a mio avviso da una sorta di febbre da ricerca alla
quale per l'intera sua esistenza non puo' sottrarsi. E per quanto tantissimo
venga scritto quotidianamente e diffuso con mille veicoli in tutto il mondo,
egli sarà sempre stimolato da nuove scoperte, da eventi grandi e piccoli, a
conferma che mai si finirà di dire e di scoprire. Come l'archeologo non sa
mai cosa apparirà esattamente rimuovendo la terra o le pietre, come in quel
momento si accende in lui la speranza di trovare ciò che intuiva di poter
reperire, chi si occupa della storia, quella degli eventi drammatici che
forgiano il corso dell'umano procedere, scava perennemente negli archivi,
legge tomi dimenticati, sfoglia carte ingiallite e vecchie immagini
nascoste nei luoghi piu' diversi , cercando la documentazione che confermi
quegli eventi e i suoi perche'. Se si può sintetizzare in poche parole il
significato di questo stimolo inarrestabile,si può parlare di ricerca della
verità, questo e' il vero motore che da secoli spinge chi scrive di storia.
Nella mia lunga esperienza editoriale nel settore, una delle persone che ho
incontrato che piu' rappresenta il ricercatore storico, e' stato Daniele
Lembo. Mai fermo nel suo sforzo incessante di portarci a conoscenza di
qualche dettaglio, di qualche immagine,di qualche intuizione o di qualche
prova che gettasse nuova o ulteriore luce su qualche evento storico.Il
periodo di cui si occupava era il Novecento, con attenzione particolare per
la seconda guerra mondiale, ma soprattutto per gli eventi italiani, di cui
mai credo abbia cessato un solo giorno della sua non lunga vita di occuparsi
e di studiare, producendo una serie di opere sul tema a ritmo serrato, quasi
avesse il presentimento che il tempo non gli sarebbe bastato per tutto ciò
che la passione lo spingeva a fare.
Quest'opera e' l'ultima che Daniele Lembo mi ha consegnato prima della sua
scomparsa prematura, un tema a lui molto caro, perché per lui dolorosissimo,
come dovrebbe esserlo per ogni italiano: quell ' 8 settembre che lui ha
definito così bene,così lapidariamente, come ' il giorno in cui mori' la
Patria".
Una sintesi degli eventi, questa narrata da Daniele Lembo, che, sono
certo, rimarrà a lungo nelle biblioteche non solo dei cultori di storia,ma
di chiunque abbia a cuore il nostro paese. Un punto di riferimento essenziale
a testimonianza del lavoro incessante e appassionato di uno storico dei
nostri tempi.

L' editore

Daniele Lembo, "Otto settembre 1943"
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Il sogno di una cosa

11 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Il sogno d’una cosa,

desiderio inespresso,

illusione perduta.

Il sogno d’una cosa,

libro letto milioni d’anni fa.

Il sogno d’una cosa,

le tue parole mendaci,

tristezza d’un ritorno,

casa disabitata dai sogni,

rifugio del tempo perduto

e di troppe sconfitte,

perduta passione

che assale e distrugge.

Il sogno d’una cosa,

senza tempo da vivere,

senza rimpianti,

senza ricordi,

senza recriminare

d’aver creduto al sogno,

come se un sogno infranto

non conservasse il fascino

delle cose perdute.

Il sogno d’una cosa,

tentativo di brutta poesia

quando mancano le parole

e non sai come uscirne,

parlare a un amico,

se soltanto ci fosse ancora,

aprire le porte ai ricordi

e lasciar scorrere il tempo,

tra brusche virate del cuore

e soffi di vento africano.

Una delle mie tante notti insonni

deve averti portata via da me

bambina dai mille volti

e non riesco più a sorridere.

Gordiano Lupi (Piombino, 29 agosto 2013)

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AA.VV., "Raccontare Piombino"

5 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

AA.VV., "Raccontare Piombino"

Raccontare Piombino di AA.VV.

Pagine 150 – Euro 14

Undici autori per raccontare una città, anzi dodici, perché gli splendidi scatti di Andrea Frediani immortalano Piombino in tutta la sua bellezza. Umberto Bartoli, Valentina Della Lena, Paolo Ferrari, Alessandro Fulcheris, Emilio Guardavilla, Federico Guerri, Gordiano Lupi, David Marsili, Marco Miele, Simone Pazzaglia e Paolo Silvestri sono i narratori chiamati all’opera. La città è la vera protagonista, in un libro che non vuol essere celebrativo, né agiografico, ma soltanto un atto d’amore compiuto da un gruppo di scrittori che vivono un rapporto stretto con il litorale tirrenico. L’azione degli undici racconti si svolge nei luoghi simbolo della città: Porto, Marina, Salivoli, Pinetina, Città Vecchia, Populonia, Baratti, Centro Storico… Un biglietto da visita per un luogo dell’anima in rapido divenire, dalla monocultura dell’acciaio alla diversificazione turistica.

Prefazione in forma di racconto

Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d’olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra scogliere, cadenti ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d’illusione, memoria del passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una labile primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d’un gabbiano. Mi è capitato d’odiare la sua altera presenza, ma adesso mi reca un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d’una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d’operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l’ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D’un tratto comprendo l’angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d’ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d’un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell’Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell’oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza. (Gordiano Lupi)

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Nonhosonno (2001) di Dario Argento

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Nonhosonno (2001)

di Dario Argento

Regia: Dario Argento. Soggetto: Dario Argento, Franco Ferrini. Sceneggiatura. Dario Argento, Franco Ferrini, Carlo Lucarelli. Montaggio: Anna Rosa Napoli. Fotografia: Ronnie Taylor. Effetti Speciali: Sergio Stivaletti. Musiche: Goblin. Scenografie: Massimo Antonello Geleng. Costumi: Susy Mattolini. Trucco: Alfredo Marazzi, Graziella Tosti. Produzione: Dario Argento, Claudio Argento (Produttore Esecutivo). Case di Produzione: Medusa, Opera Film, in collaborazione con Tele Più. Durata: 112’. Genere: Thriller. Interpreti: Max Von Sydow (doppiato da WalterMaestosi), Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Roberto Zibetti, Paolo Maria Scalondro, Gabriele Lavia (doppiato da Rodolfo Bianchi), Roberto Accornero, Rossella Falk, Barbara Lerici, Guido Morbello, Massimo Sarchielli, Diego Casale, Alessandra Comerio, Elena Marchesini, Aldo Massasso, Barbara Mautino, Linda Giumento, Elisabetta Rocchetti, Conchita Puglisi, Brian Ayres, Daniele Angius, Robert Camerio, Claudio Coreno, Luca Fagioli, Daniela Fazzolari, Aldo Delaude, John Pedeferri, Francesco Benedetto, Renato Liprandi, Antonio Sarasso, Piero Marcelli, Rossella Lucà, Giuseppe Minutillo, Giancarlo Colia, Francesca Vettori, Antonio Rec.

Nonhosonno è un ottimo thriller orrorifico a tinte forti, ricco di effetti speciali, ambientato a in una Torino cupa e notturna, che a tratti ricorda (volutamente) Profondo rosso (1975).

Raccontiamo la trama. La prima scena ci porta a Torino, nel 1983. Vediamo il commissario Moretti (Von Sydow) accanto a Giacomo, che ha assistito inerme alla barbara uccisione della madre da parte di un sadico killer, ma non l’ha visto in volto. Eccessivo l’omicidio, in puro stile Argento - Stivaletti: un corno inglese usato per sfondare la trachea della donna. Salto temporale di diciassette anni. Il killer - chiamato il nano assassino - non è morto come si pensava, ma torna a colpire, uccidendo due prostitute. Il vecchio commissario Moretti è in pensione ma si occupa del caso insieme a Giacomo (Dionisi), che torna a Torino per capire chi ha ucciso sua madre. Riprendono gli omicidi, tutti bizzarri, e il commissario si rende conto che seguono le strofe di una vecchia filastrocca, ripresa da La fattoria degli animali e contenuta nel libro scritto dal presunto killer (La fattoria della morte), che era un autore di gialli. Il colpevole, come regola, è il meno prevedibile, dopo che il regista ci ha fatto sospettare di tutti, persino del fantasma del vecchio killer (il nano Vincenzo), un fantoccio esposto dal barbone Leone (Sarchielli) alla finestra. Muoiono il commissario per un attacco cardiaco, la madre di Vincenzo, dopo aver confessato che il figlio non si era suicidato ma era stata lei a ucciderlo per liberarlo, infine l’avvocato Betti (Lavia), il padre di Lorenzo (Zibetti), che era il più indiziato. Il killer psicopatico è proprio Lorenzo, amico d’infanzia di Giacomo, non era un nano a uccidere ma un ragazzino schizofrenico, protetto dal padre, che per non farlo scoprire l’aveva mandato all’estero per diciassette anni. Lorenzo aveva sfruttato il nano Vincenzo, incolpandolo dei suoi delitti, utilizzando le idee che il primo scriveva sui libri.

Nonhosonno presenta molte analogie con Profondo Rosso. Gabriele Lavia (avvocato Betti, padre di Lorenzo) è ancora una volta il presunto colpevole e recita identica battuta, nel solito modo (“È tutta colpa tua!”). Lavia, in Profondo rosso era il figlio che proteggeva la madre assassina, qui è il padre che protegge il figlio serial killer. Argento gira di nuovo una lunga scena al Teatro Carignano: l’omicidio della ballerina che interpreta il canto del cigno. Unica eccezione con la restante opera di Argento, al punto che era diventata una sorta di stile, una firma d’autore: non è lui a guidare l’assassino, non indossa i guanti, non sono sue le mani che uccidono. In compenso presta la sua voce in falsetto all’assassino quando da sotto le coperte dice: “Ne ho ammazzate tante… tante… tante…”. Nonhosonno ha il limite di essere la solita storia sul killer psicopatico che uccide, ma presenta molti elementi di originalità e alcune sequenze girate in maniera perfetta. La tensione è sempre ai massimi livelli e non ci sono cali di suspense. La lunga scena a bordo del treno con il massacro delle due prostitute è da antologia del brivido, una delle migliori cosse girate nel campo del cinema thriller. Soggettive della vittima e dell’assassino si alternano in un crescendo angoscioso e claustrofobico. Il terrore della donna è palpabile e conduce a un’inevitabile finale gore con il taglio del dito e l’efferata uccisione. Molto eccessivo anche il delitto della prostituta in attesa del treno, trucidata nella sua auto, sotto gli occhi di un ubriacone. Le soggettive si sprecano, ma non sono mai inutili, anzi, servono a costruire un clima di terrore e di tensione narrativa. Altro delitto ben costruito vede una donna affogata nell’acqua con il taglio delle unghie dopo morta. Non sono da meno il delitto in ascensore con la testa schiacciata alla parete e i denti che schizzano fuori dalle gengive. Una ballerina viene decapitata e muore come un cigno durante le prove per il balletto, in una sequenza stupenda che vede i piedi rialzati da terra in un terminale gesto danzante. Gli ultimi omicidi sono efferati ma più ordinari, a parte una trapanazione del cranio con una penna stilografica. Il killer muore cadendo dal finestrone proprio mentre arriva la polizia, che scopre i reperti dei vecchi delitti e i corpi trucidati del padre e di Leone. Originali i titoli di coda che scorrono mentre il regista imposta le sequenze finali. Alcuni flashback riportano al passato, il ragazzo ricorda la morte della madre con tutte le orribili sequenze della morte. Le parti con il nano fantasma sono ottime, ricordano Profondo rosso e i pupazzi animati di cui Argento ama circondarsi. Non mancano i giochi dei bambini, il suono di un carillon, le filastrocche, la musica intensa dei Goblin, che cercano di citare il loro capolavoro. Ottimi gli attori, cosa insolita in un film di Argento. Max Von Sydow (1929) è il migliore, nei panni di un compassato commissario perseguitato da insonnia e vuoti di memoria. Tutti ricordano lo svedese come attore feticcio di Ingmar Bergman e per la sua grande interpretazione ne L’esorcista (1973) di William Friedckin. Rossella Falk (1926 - 2013), recentemente scomparsa, è una perfetta madre del presunto assassino, angosciata e preoccupata per la sorte del ragazzo deforme. Gabriele Lavia (1942) è intenso attore teatrale e regista di alcuni interessanti film erotici interpretati dalla compagna Monica Guerritore. La sua presenza è un elemento di continuità con Profondo rosso (1975) e con Inferno (1980). Non si vede molto, ma recita la sua parte con efficacia. Stefano Dionisi e Chiara Caselli sono diligenti, belli a vedersi, ma non entusiasmano, anche se interpretano una credibile scena erotica prima della sequenza decisiva. Il peggiore del cast è Roberto Zibetti, un killer troppo impostato; la colpa non è tutta sua, ma anche delle banalità che la sceneggiatura gli impone di pronunciare in una scena finale che non è indenne da pecche. Altri pregi del film: un’intensa fotografia (Ronnie Taylor) - soprattutto notturna - di Torino, ripresa sotto la pioggia, in stazioni deserte e quartieri periferici, con la Mole Antonelliana sempre sullo sfondo. Terzo film di Argento con Ronnie Taylor, uno dei più importanti esponenti della fotografia inglese, che risolve il problema più grande: girare quasi venti minuti a bordo di un treno. Ottime le scenografie di Antonello Geleng, ma non sono da meno trucco ed effetti gore a cura di Sergio Stivaletti. I Goblin, guidati da Claudio Simonetti, ci regalano alcuni pezzi interessanti. Il complesso è composto anche da massimo morante, Fabio Pignatelli e Agostino Marangolo. Nelle sequenze musicali del film vediamo impegnato anche il gruppo torinese dei Miu - Miu. Asia Argento scrive la filastrocca (originale) che ispira l’omicida.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Argento sembra aver dato ascolto ai suoi fan, tornando al genere che gli è riuscito meglio: il thriller con colpi di scena e tanti ammazzamenti. Di fatto gira una specie di remake di Profondo rosso,con qualche citazione di Tenebre nelle tecniche degli omicidi (gore ma non troppo grazie agli effetti di Sergio Stivaletti), confermando una mancanza d’ispirazione che mette malinconia. Oggi, poi, non c’è neanche più la tecnica (malgrado la fotografia di Ronnie Taylor); le musiche dei Goblin sono fiacche e risultano più che mai evidenti le inverosimiglianze della sceneggiatura, il ridicolo involontario dei dialoghi, la mancanza di una direzione degli attori”. Non concordo su niente, ma riporto il giudizio dell’illustre critico per dovere informativo. Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Sceneggiatura sghemba per tornare agli inizi con un thriller a enigma, pur non rinunciando all’abituale eccedenza di ammazzamenti (una dozzina abbondante), tutti mostrati con la solita efferatezza di particolari gore. È un film di paura che ha l’imperdonabile torto di far ridere per i dialoghi maldestri, la logica latitante. All’attivo almeno due sequenze e la cornice di Torino. Ingombrante la musica dei Goblin”. Valutazione più accettabile, ma non condivisibile. Pino Farinotti conferma le due stelle: “Storia complicatissima, con il rito della morte troppo frequente. Certo, funziona, ma un po’ a buon mercato”. I critici “alti” rimproverano a Dario Argento un eccesso di ammazzamenti, chi conta dodici, chi quindici omicidi, affermano che si tratta di un rituale furbo, tradizionale, eterno, senza rendersi conto che è soltanto uno stile. Un film di Argento si riconosce anche da questo, per il confine labile tra thriller e horror, per gli eccessi splatter e gore, con buona pace degli esteti e dei critici con l’idiosincrasia per gli italiani che fanno horror. Dario Argento dà il giudizio più obiettivo: “Il film ha una partenza sprint che dura tantissimo. I primi venti minuti sono fortissimi, quasi insostenibili. Mi pento di non aver fatto un finale altrettanto forte. Credo che quella partenza avrei dovuto sfruttarla per il finale”. (Dario Argento - Libro intervista a cura di Fabio Maiello, Alacran). La scelta di Torino: “Conosco Torino come se fosse la mia città. Non mi servivano soltanto gli appartamenti belli ed eleganti, ma anche posti periferici abitati da povera gente. Per esempio la zona residenziale degli ex operai della Fiat. Per trovare la villa ho dovuto girare parecchio. In studio ho girato pochissime scene, tra cui quella finale”.

Nonhosonno vale tre stelle, non fosse altro per un inizio sfolgorante, intenso, insostenibile. I primi due delitti e l’inseguimento sul treno valgono da soli il prezzo del biglietto.

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Ancora Francesco Bruni

3 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scialla - Stai sereno (2011)
di Francesco Bru
ni

Francesco Bruni è bravo. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, il pubblico distratto meno, ma quasi tutte le storie che Paolo Virzì ha portato al cinema sono state scritte dalla prolifica penna di Bruni. Scialla! è la sua prima regia, nel solco della commedia l'italiana nuova maniera, che parte dalla vita quotidiana, accenna a elementi drammatici, racconta il mondo contemporaneo e termina con un lieto fine realistico. Dolce ma non sdolcinata. Vera, lontana mille miglia dalla fiction televisiva, ben calata nella realtà. Bruni racconta una piccola storia italiana ambientata a Roma, tra il mondo della scuola, un controverso rapporto padre figlio e l'ambiente dei piccoli spacciatori. Fabrizio Bentivoglio è straordinario nei panni di Bruno, il professore disilluso che ha mollato la scuola per scrivere biografie, per raccontare la vita degli altri, attori come cantanti. Non sopportava più le nuove generazioni, non le capiva. In compenso si trova a combattere con Luca (l'esordiente Scicchitano), un figlio ritrovato con cui deve inventare un rapporto che non ha mai avuto, e persino con il mondo della scuola dal quale era uscito. Dialetto romanesco e gergo giovanilistico a volontà: "scialla", "me so' sciallato", "nun t'accolla"…, bella fotografia seppiata di una Roma realistica, musica rap mixata a momenti melodici, montaggio serrato quanto basta e suspense narrativa da sceneggiatore provetto. La cosa più bella di Scialla! è l'analisi introspettiva dei personaggi, che non sono macchiette, ma caratteri ben definiti, personaggi ai quali ci si affeziona e si freme per le loro sorti. Bentivoglio tratteggia un professore disilluso dalla vita, cinico, uno scrittore fallito, ma anche un uomo che - grazie al figlio - vorrebbe riscattare un'esistenza distratta, lontana da ogni impegno. Il professore divide la sua vita tra il ragazzo da accudire per superare l'ostacolo scolastico e il libro da scrivere su una pornostar che finisce per innamorarsi di lui. "La cosa di cui avrei più bisogno è dormire abbracciato a qualcuno", confessa il professore. Pura poesia. Barbara Bobulova è ben calata nel ruolo della pornostar imborghesita che riesce ancora a innamorarsi. Molto ben scritte le parti in cui il professore cerca di spiegare al figlio il rapporto tra Achille e Patroclo, ma anche il concetto di pietas greca. Altrettanto suggestiva la scena in cui il ragazzo prende in spalla il padre come fece Enea con Anchise, ma lui che non è un grande studente lo chiama Ascanio. Scicchitano è un perfetto sedicenne, un adolescente svogliato e insicuro che piacerà ai suoi coetanei, un ragazzo vero, calato in un ambiente scolastico per niente artefatto. Persino i personaggi più irreali sono ben delineati. Si pensi al poeta, il piccolo spacciatore che protegge il professore dopo averlo riconosciuto come l'insegnante di italiano delle superiori, il solo che gli abbia trasmesso dei valori. "Quanto ci manca Pasolini, professore!", dice. Vero che il finale profuma un po' di fiaba, ma è riscattato da un'ultima sorpresa, quando il figlio chiede di essere bocciato perché non merita sconti. "Mi davano tre materie. Mi giocavo l'estate", dice al padre allibito. Una poetica lunga sequenza cita il Nanni Moretti di Caro Diario con il padre che vaga per Roma in motorino e immagina il figlio a ogni angolo di strada intento a fare un mestiere diverso (lavavetri, militare, cameriere…). Originale la trovata dei titoli di coda che scorrono a destra, mentre a sinistra assistiamo al divertente colloquio tra il professore e il poeta che discutono su come scrivere un libro di successo raccontando la vita criminale dello spacciatore
Il cinema italiano non è morto se è in grado di raccontare ancora piccole ma intense storie che profumano di vita vera. Il segreto sta nel partire dal racconto, dalla scrittura filmica, senza troppa pretenziosità intellettuale. Bravo Bruni. Confidiamo in te, ma anche in Cerami, Virzì e altre perle di un piccolo cinema italiano che può tornare grande e sempre meno provinciale.


Condominio (1991)
di Felice Fari
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Il ragionier Michele Marrone si trasferisce con moglie e figlie in un enorme condominio di un quartiere romano composto da quattro scale e quattrocento alloggi. Accetta l'incarico di amministratore ma si trova sommerso dai problemi. Il vecchio amministratore era un imbroglione che è scappato con i soldi, i condomini non sono migliori, le bollette e le quote scadute sono molte, mentre le liti non mancano. Marrone è un uomo tenace quanto gentile, suona alle porte con modi cortesi, si fa aiutare dai più volenterosi, ottiene i primi successi. Il maresciallo Gaetano Scarfi lo appoggia in modo disinteressato, mentre lo stesso amministratore anticipare il suo denaro per svolgere lavori. Incontriamo molti personaggi: Adelaide, matura estetista nubile; Pasquale Sciarretta, dipendente Alitalia abbandonato dalla moglie; Roberto Sgorlon, impiegato dei telefoni impiccione; Lia, ragazza madre; un anziano garagista, piccoli impiegati, donne di casa alle prese con i problemi quotidiani, giovanotti sfaccendati e scapestrati. Marrone risolve un sacco di problemi e insegna ai condomini come vivere nell'interesse comune, poi viene trasferito in un'altra città e lascia una comunità radicalmente cambiata. Tutti lo rimpiangono ma grazie a lui sono diventati meno egoisti.
Un piccolo gioiello di film che viene accolto bene dalla critica.
"Il regista romano Farina tesse con grazia ironica il suo piccolo arazzo. La sceneggiatura ha dei vuoti, e nel racconto manca un pizzico di cattiveria. Farina mette a frutto il suo spirito d'osservazione dipingendo figure e figurine con gusto del colore. Muovendosi lungo la tastiera del tenero e del grottesco, conferma l'attenzione dei nuovi talenti registi italiani nei confronti del sociale e insieme rinfresca la vecchia tradizione della commedia di costume. Una ventina di attori danno vivacità e freschezza al film. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 31 marzo 1991).
"Trasferitosi con la famiglia dal Sud in un palazzone della Magliana, alla periferia di Roma, puntiglioso ragioniere è nominato amministratore del condominio. Aiutato da un ex poliziotto, cerca di risanare la situazione in nome della solidarietà e degli interessi comuni. Favola metropolitana in forma di commedia dolceamara a mosaico con qualche scivolata nella demagogia sentimentale, ma con molti meriti tra cui il gusto e la capacità di costruire sequenze senza dialogo e una gustosa galleria di figure, disegnate con brio, tra le quali spiccano la parrucchiera smaniosa di Ottavia Piccolo e la madre fiorentina di N. Boris. Tra gli sceneggiatori, Paolo Virzì. (Il Morandini, Dizionario dei film - Zanichelli - giudizio: due stelle e mezzo).
"Dopo Sembra morto ma è solo svenuto (piccola sorpresa della Settimana della Critica veneziana del 1986), l'invisibile Affetti speciali, e la parentesi di un episodio di Sposi, un film prodotto da Pupi Avati, Felice Farina approda con la sua ultima fatica a un condominio della Magliana, un quartiere della periferia della capitale. Nel condominio di Farina arriva un ragioniere zavattiniano, costretto a trasferirsi a Roma con moglie e due figli per motivi di lavoro. I personaggi di Condominio divergono dai modelli imposti dal cinema-verità alla Risi-Tognazzi; sono dei perdenti, che vivono la loro vita in uno stato quasi ipnotico, dal quale faticano a tirarsi fuori. L'impatto con la vita di ogni giorno riesce difficile e le loro maschere sono troppo tenui per poterli difendere. Il film è stato ambientato dal regista in uno dei quartieri che più di altri vive ogni giorno storie di ordinaria violenza e indifferenza. Una particolare citazione va riservata ad un meraviglioso Ciccio Ingrassia, che con una recitazione mai sopra le righe riesce a donare tutta la amarezza di un vecchio triste per la lontananza di un figlio che non si fa vivo, e il dolore per la tragica morte di una moglie molto amata". (Fabrizio Liberti, Cineforum n.304, maggio 1991).
Paolo Mereghetti concede due stelle: "In un palazzone della disastrata Magliana un timido ma puntiglioso inquilino (Delle Piane) viene nominato amministratore condominiale: spalleggiato da un ex poliziotto (Ingrassia), cercherà di far prevalere le ragioni della convivenza e della solidarietà. Il regista impagina una riuscita galleria di ritratti (come l'estetista in tutta di finto leopardo disperatamente sola interpretata da Ottavia Piccolo) in un film gradevole, dichiaratamente ispirato al cinema popolare che sarebbe piaciuto a Zavattini e che, come quello, rischia di scivolare nel patetismo. Il giornalista tv Antonio Lubrano interpreta se stesso,. Sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni, Gianluca Greco e del regista".
Pino Farinotti assegna tre stelle: "Terza pellicola per il regista Felice Farina. Il tema è quello scottante dell'amministrazione dei condomini. In chiave commedia all'italiana vecchio stampo, girato con garbo, il film narra le gesta, si fa per dire, di un amministratore modello. Oltre a essere diligente, onesto e attento, riesce anche a sanare tutti i problemi e le manovre illegali messe in atto dai precedenti amministratori". Roberto Poppi: "Condominio è la storia di un gruppo di persone ritratte nella loro quotidianità, realista e ricco di felici notazioni psicologiche".
Felice Farina (1954) è un regista che proviene dal teatro, fotografo, attore, sceneggiatore e documentarista. Comincia a recitare nei teatri di cantina dell'avanguardia teatrale romana, si avvicina al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, si occupa di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa. I suoi primi lavori sono cortometraggi (Il mentitore, 1982) e documentari industriali, si occupa di alcuni programmi per Rai Due e Rai Tre. Il suo film d'esordio è Sembra morto… ma è solo svenuto (1986), ben accolto dalla critica. I suoi lavori di fiction più riusciti sono le commedie Condominio e Bidoni (1995). Produttore indipendente con la Ninafilm, società di produzione di cinema e audiovisivo con cui realizza documentari per programmi Rai.

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Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

2 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Stregati (1986) e il cinema di Francesco Nuti

Regia. Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Nuti, Vincenzo Cerami, Giovanni Veronesi. Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Musiche: Giovanni Nuti. Produttore: Gianfranco Piccioni. Distribuzione: Columbia. Durata: 100’. Genere: Commedia sentimentale. Interpreti: Francesco Nuti, Ornella Muti, Novello Novelli, Alex Partexano, Sergio Solli, Mirta Pepe, Giovanni Nuti. Titoli estero: Hexerei (Germania), Bewitched (mercato anglofono), Ensorcèles (mercato francofono), Embrujados (mercato ispanico).

Stregati è il terzo film di Francesco Nuti regista, dopo Casablanca Casablanca (1985) e Tutta colpa del Paradiso (1985), il secondo interpretato insieme a Ornella Muti (che avevamo visto nell’ottimo Tutta colpa del Paradiso), sicuramente il suo lavoro migliore. La storia si racconta in poche parole. Lorenzo (Nuti) è un disc-jockey che vive a Genova, nella del porto, lavora a Radio Strega dove conduce una trasmissione notturna di musica e parole. Vive alla giornata, insieme al padre (Novelli) - gestore di un cinema a luci rosse - e altri due amici burloni (Alex e Remo 40), tra scherzi, goliardia e donne disponibili. Ha anche un’amante come Clara (Pepe) che riempie i momenti di monotonia. Il film si presenta come una sorta di Amici miei versione genovese, narrando le avventure notturne dei quattro burloni, ma quando compare sullo schermo la splendida Anna (Muti) si trasforma in commedia sentimentale. Lorenzo incontra Anna durante una notte piovosa, mentre guida il taxi dell’amico Remo, ci finisce a letto, si sente attratto da lei in maniera diversa dal solito. Il problema è che Anna deve sposarsi il giorno dopo, ha il vestito bianco in valigia e un treno che l’attende alla stazione, diretto a Verona. Tra i due nasce un rapporto intenso, Anna perde il treno per ben due volte, fa ancora l’amore con Lorenzo, ma alla fine parte verso il suo destino. Finale a sorpresa. Dopo alcuni giorni Anna torna, in una notte di pioggia, perché ha deciso di stare insieme a Lorenzo e condividere la sua vita bizzarra e sconclusionata.

Stregati si doveva intitolare Strega, a quel che dicono le cronache, lo stesso Cerami - ottimo sceneggiatore - afferma che il film durante la lavorazione prese una piega diversa, da commedia sentimentale, invece che ironica, perché Francesco Nuti e Ornella Muti si innamorarono per davvero. Il film presenta una trama meno solida e costruita del precedente Tutta colpa del Paradiso, ma si salva per un’intensa fotografia genovese notturna (Ruzzolini) e per una colonna sonora struggente e suggestiva (Giovanni Nuti). Molti i premi: Nastro d’argento per la migliore musica, nomination al David di Donatello per la miglior canzone originale (Rose), quattro nomination di Ciack d’Oro (miglior film, attore, attrice e fotografia). La location è molto curata: una Genova notturna e deserta davvero straordinaria, le banchine del porto, le zone centrali, la stazione (anche se è quella di Firenze), tutto girato sotto una pioggia battente, riprendendo squarci di alba intensa e tramonti marini suggestivi. Molte immagini del film restano indelebili: Ornella Muti che indossa il vestito da sposa tra i docks del porto e le navi attraccate, Nuti ripreso con il panorama di Genova alle spalle, intensi primi piani della bella attrice e squarci di città deserta, in una notte surreale. Lo scherzo di Nuti al padre mentre pulisce la sala del cinema a luci rosse è quasi da horror comico ed è realizzato con un buon crescendo di tensione. La parte sentimentale non annoia, anche se qualche sequenza è eccessivamente diluita e i rapporti erotici sono un po’ ripetitivi. Tutto è salvato da un buon testo, ottimi dialoghi, colonna sonora adeguata, fotografia intensa, recitazione mai sopra le righe. Francesco Nuti è promosso regista a pieni voti, perché dimostra di avere dimestichezza con la macchina da presa. Ornella Muti è attrice bella e sensuale, basta la presenza per far risplendere la scena, ma in questo film i suoi occhi possiedono una luce speciale. Forse la luce dell’amore per Nuti, di cui tanto parlano le cronache rosa dei rotocalchi.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella): “Alla sua seconda regia, Nuti si scopre autore: snocciola massime da Baci Perugina e cerca la poesia della città notturna, memore, secondo alcuni pazzi, delle Notti bianche di Visconti. Ma quello che irrita non sono tanto le ambizioni di girare qualcosa di più di un film comico, o la debolezza dell’intreccio: è il narcisismo con cui Nuti regista contempla e ammira il Nuti attore, e la sua presunzione che anche lo spettatore (o spettatrice) debba associarsi”. Stenderei un velo pietoso su questa recensione falsa e cattiva, inutilmente astiosa, soprattutto lontana anni luce dalla pellicola. Oltre tutto Mereghetti conta male pure le regie di Nuti, perché Stregati è la terza! Morando Morandini (due stelle per la critica, tre stelle per il pubblico): “Struggente e un po’ stupido sullo sfondo di una Genova invernale di bella suggestione, è un omaggio alla notte e al cinema. Qualche sconnessione, un lieto fine improbabile”. Toglierei lo stupido, ma per il resto è condivisibile. Pino Farinotti concede due stelle ma non motiva. A nostro giudizio, il film vale tre stelle, il solo difetto risiede nella frammentarietà e in alcune sequenze troppo diluite.

Due parole su Francesco Nuti (Prato, 1955) vanno dette, anche se per approfondire l’importanza dello sfortunato attore - regista consigliamo lo splendido volume curato da Matteo Norcini e Stefano Bucci “ Francesco Nuti - La vera storia di un grande talento” (Ibiskos, 2009), che vendica troppe ingiustizie critiche compiute ai suoi danni. Nuti nasce come attore nel gruppo de I Giancattivi, voluto da Alessandro Benvenuti e Athina Cenci, il primo film interpretato è il surreale Ad ovest di Paperino (1982), diretto da Benvenuti. Conclusa l’esperienza di cabaret e televisione con il gruppo, Nuti si mette in proprio e interpreta alcune commedie dirette da Maurizio Ponzi, che riscuotono un grande successo di pubblico (soprattutto giovane) e sonore stroncature critiche. Ricordiamo: Madonna che silenzio c’è stasera (1982), Io Chiara e lo Scuro (1983), Son contento (1984). Debutta alla regia nel 1985 con Casablanca, Casablanca, prosegue con grandi successi di pubblico (osteggiati dalla critica) come Tutta colpa del Paradiso (1985), Stregati (1986), Caruso Paskoski di padre polacco (1988), Willy Signori e vengo da lontano (1989), Donne con le gonne (1991). La crisi irreversibile arriva con OcchioPinocchio (1994) - non compreso dal pubblico - ma prosegue con Il signor Quindicipalle (1998), interpretato con Sabrina Ferilli, e si aggrava con Io amo Andrea (2000) e Caruso, zero in condotta (2001). Nuti si produce le ultime due pellicole che sono entrambe un insuccesso clamoroso, perché sono cambiati i tempi e portare al cinema una pellicola italiana è sempre più difficile. Il suo tentativo di riprendere un filone di successo negli anni Ottanta si rivela fallimentare. La sua ultima prova cinematografica è come attore nel noir Concorso di colpa (2005) di Claudio Fragasso, che hanno visto in pochi. Nuti non si dà per vinto, nonostante gravi problemi di salute di cui soffre da tempo, annuncia un nuovo film: Olga e i fratellastri Billi, con Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari, ma non se ne fa di niente. Il 3 settembre 2006 entra in coma a causa di un ematoma cranico in seguito a un incidente domestico, viene ricoverato d’urgenza, operato e avviato a un processo di riabilitazione. Francesco Nuti migliora, ma è l’ombra di se stesso, la televisione del dolore ne approfitta per fare sfoggio di idiozia e di insensibilità. Per fortuna il fratello Giovanni e l’ex compagnia Annamaria Malipiero (madre della figlia Ginevra) si occupano di lui e lo accudiscono con amore. Matteo Norcini rende giustizia al Nuti pubblico pubblicando un libro monumentale e indispensabile per capire il percorso del grande artista toscano. Francesco Nuti sta scrivendo una raccolta di poesie, mentre Giovani Veronesi lavora al progetto di far conoscere al meglio il cinema di Nuti. Nel 2009 la Cineteca nazionale dedica al regista pratese una retrospettiva. Esce anche un documentario: Francesco Nuti… e vengo da lontano (2010), presentato al Festival del Film di Roma. Il videoclip musicale Olga tu mi fai morir (2013), canzone scritta insieme al fratello Giovanni, è la sua ultima cosa. Nuti è stato anche cantante di buon successo (Puppe a pera, Sarà per te…) e ha partecipato ad alcune edizioni del Festival di Sanremo. Roberto Poppi, in tempi non sospetti, sapeva andare oltre le baggianate del Mereghetti: “Nuti ha diretto commedie non prive d’impegno, lontane dal puro intrattenimento, che evidenziano le sue doti di attore e autore portato verso una comicità malinconica, romantica e surreale, ma attenta a cogliere aspetti non trascurabili dell’attuale società italiana”. Addolora sapere che adesso Nuti è muto, sofferente, incapace di comunicare il suo mondo interiore. Addolora perché a noi giovani degli anni Ottanta ha fatto passare momenti allegri e spensierati. Ricordo di essermi innamorato per la prima volta guardando Tutta colpa del Paradiso. Grazie Francesco.

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Gordiano Lupi commemora Luciano Martino

31 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Breve nota biografica (Fonte: Roberto Poppi - Dizionario dei registi italiani, Gremese):

Fratello del regista Sergio e figlio di Gennaro Righelli, esordì nel cinema giovanissimo, sia come assistente (L'arte di arrangiarsi, La romana) sia, soprattutto, come soggettista e sceneggiatore (La donna più bella del mondo, La finestra sul luna park, Giovani mariti, La nipote Sabella, Carosello di canzoni, Il colosso di Rodi, Caccia all'uomo, La ragazza in vetrina, Saffo venere di Lesbo, I ragazzi dei Parioli, La scimitarra del saraceno, I pirati della costa, Il vecchio testamento, Il giustiziere dei mari, I mongoli, Duello nella Sila, Le avventure di Mary Read, La leggenda di Fra' Diavolo, Il demonio, Ursus nella terra di fuoco, L'invincibile cavaliere mascherato, La pupa, ecc.), attività che continuò a esercitare anche quando cominciò a produrre film (nel 1962). Fra questi, numerosissimi, si ricordano, oltre a tutti quelli diretti dal fratello e da lui stesso: Il dolce corpo di Deborah, Tony Arzenta, L'uomo senza memoria, Zorro, L'insegnante, La poliziotta fa carriera, Roma a mano armata, Il grande attacco, Concorde affaire 79, La guerra del ferro, Fotografando Patrizia, Impiegati, Festa di laurea, Scandalosa Gilda, Le foto di Gioia e molti altri.Nel 1964 ha esordito nella regia firmando un film avventuroso in collaborazione con Mino Loy (Le spie uccidono a Beirut) e negli anni seguenti, pur privilegiando la produzione e la sceneggiatura, ha direto altri film: Furia a Marrakesh (1965), Flashman (1966), La vergine, il toro, il capricorno (1974), Nel giardino delle rose (1989) - che gode di ottima critica - e In camera mia (1992). Ha firmato i primi tre film (girati in collaborazione) con gli pseudonimi Martin Donan e J. Lee Donan. Per ricordarlo degnamente, siamo andati a rivedere Giovannona Coscialunga disonorata con onore, uno dei film da lui prodotti - e diretti dal fratello Sergio - che ha contribuito al lancio di Edwige Fenech e al successo della commedia sexy.

Sergio Martino contribuisce al lancio della commedia sexy perché realizza, nel 1973, una pellicola che fa da apripista al genere e da modello per futuri film come Giovannona Coscialunga disonorata con onore. Si tratta di uno dei ruoli più importanti ricoperti da Edwige Fenech, attrice molto valorizzata da Martino, all’interno di una pellicola - manifesto della commedia scollacciata. Se è diventato un cult movie parte del merito va anche a Paolo Villaggio che ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) lo cita come film preferito e lo paragona alla Corazzata Potëmkin (1926) (definita “una cagata pazzesca”). Edwige Fenech, dopo questo film, diventa l’incontrastata dominatrice della commedia sexy, genere nel quale si esibirà nelle caratterizzazioni più varie con brillanti risultati.

Giovannona Coscialunga disonorata con onore è scritto e sceneggiato da Francesco Milizia, Carlo Veo, Tito Carpi e Franco Mercuri. La fotografia è di Stelvio Massi, il montaggio di Attilio Vincioni, mentre aiuto regista è Michele Massimo Tarantini. Le scenografie sono di Giovanni Natalucci e le musiche di Guido e Maurizio De Angelis. Produce Luciano Martino. Interpreti: Edwige Fenech, Pippo Franco, Gigi Ballista, Vittorio Caprioli, Danika La Loggia, Francesca Romana Coluzzi, Riccardo Garrone, Adriana Facchetti e Vincenzo Crocitti. Pippo Franco è il segretario del commendator La Neve (Ballista) ed è sua l’idea di far passare la prostituta Cocò (Fenech) per la moglie dell’industriale. Lo stratagemma dovrebbe servire a intenerire l’onorevole Pedicò (Caprioli), sensibile alle bellezze femminili, e a evitare dure sanzioni per l’inquinamento prodotto dalla industria di formaggi. Da qui si dipana la farsa con Edwige Fenech prorompente prostituta volgare e sguaiata che si ingegna per concupire l’onorevole. Il problema è quando parla… Per Mereghetti si tratta di “una commedia degli equivoci dall’umorismo greve e chiassoso dove la Fenech doppiata in marchigiano non fa vedere quasi niente, Pippo Franco è sguaiato come al solito e la comicità si riduce ai soliti va e vieni dalle stanze sbagliate”. Mereghetti si scandalizza pure che il Ministero del Turismo e dello Spettacolo abbia dato un contributo a un film come questo.

A mio parere è una stroncatura eccessiva perché Giovannona Coscialunga è una dignitosa commedia sexy, forse una delle migliori di questo periodo. Si ride molto e lo si fa ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione. Non mi pare poco. Un nuovo pretore arriva al piccolo paese siciliano di Roccapizzo, un fantasioso comune alle pendici dell’Etna, ed è lui che mette nei guai l’industria del formaggio Straccolone. Nell’ufficio dell’azienda si respira un’aria pesante e il commendator La Noce, coinvolto nello scandalo del fiume inquinato, medita l’espatrio. Pippo Franco è un irresistibile segretario balbuziente, che si esprime al meglio della sua comicità romanesca ed è attratto dalle belle donne. Le prime inquadrature lo vedono intento a scrutare le cosce all’impiegata della ditta che indossa conturbanti minigonne. Sin da subito la pubblicità indiretta si spreca, come costume del periodo sono frequenti le inquadrature su pacchetti di sigarette Astor, acqua Pejo e Uliveto, J&B (immancabile) e Fernet Branca, veri e propri sponsor del film. Pippo Franco ha l’idea di chiedere aiuto all’onorevole Pedicò (Caprioli), classico democristiano tutto casa e chiesa che ha per moglie la statuaria Francesca Romana Coluzzi. Il segretario scopre, con l’aiuto di un prete in odore di omosessualità, che l’onorevole ha una passione segreta: le belle mogli degli altri. Pippo Franco cerca una ragazza disponibile a recitare la parte della signora La Noce, visto che la vera moglie del commendatore è brutta e timorata di Dio. Dopo una ricerca tramite agenzia che lo porta a contattare un transessuale, decide di fare da solo e con la sua Fiat Cinquecento scassata rimorchia la Fenech nella zona dove battono le mignotte. Pippo Franco di fronte a cotanta grazia...

La prima cosa che lo attrae è il sedere della ragazza che lo fa inchiodare di colpo per tentare un approccio. Stupendo il dialogo. Pippo Franco: “Co… co… come te chiami?” (è balbuziente). Fenech: “Ma che fai sfotti? Me chiamo Cocò!”. Pippo Franco la istruisce, la veste come finta moglie del commendatore e quando le prende le misure si accorge che sono: 98 - 98 - 110, mentre la camera inquadra il seno della Fenech dall’alto lui esclama: “Quasi quasi mando affanculo tutto!”. Quando l’accompagna al treno per la Sicilia si accorge che la ragazza parla un pesante dialetto ciociaro e si esprime come una burina. “Ma questa parla sempre così?” fa il commendatore. “No, pure peggio” risponde il segretario. Nella cabina Cocò completa l’opera e scambia un orinale per una tazza da caffè. Ma ormai il piano è partito e sul treno c’è pure l’onorevole con la sua bruttissima segretaria zitella che ha un debole per il commendatore. Durante la cena Cocò non parla perché dice che ha fatto un fioretto a San Rocco e dovrebbe sedurre l’onorevole, ma fa piedino alla segretaria che pensa a un’insidia da parte di La Noce. Da qui parte la commedia degli equivoci. Sul treno recita una piccola parte da conduttore anche il caratterista Vincenzo Crocitti, che diventa matto per via dei continui cambi di cuccette che sono la molla della comicità. Pippo Franco e la Fenech fingono di fare l’amore per sconvolgere l’onorevole e alla fine si convincono così bene che finiscono a letto insieme.

La Fenech si presenta in tutto il suo splendore e lui esclama: “Ammazzate che pompelmi e che belle cosce!”. E lei in ciociaro: “Nun è pe’ fa la superba, ma a lu paese me chiamano Giovannona Coscialunga!”. Alla stazione di Battipaglia sale anche un omosessuale e l’onorevole Pedicò entra nella sua cabina invece che in quella di Cocò. Il gay arpiona la gamba dell’onorevole e non se lo vuole far scappare. In tempi di politically correct scene come questa si beccherebbero la qualifica di omofobe e non potrebbero essere girate. Il commendator La Noce finisce nella cuccetta della segretaria zitella dell’onorevole, mentre Pippo Franco e la Fenech se la spassano perché in fondo Cocò è innamorata di lui. La situazione di caos ricorda molto le comiche del cinema muto e la pochade, ma è il sale dell’umorismo. La farsa raggiunge il suo apice quando entrano in campo anche il protettore di Cocò e la vera moglie del commendatore. Il pappa estorce a Pippo Franco la confessione a suon di ceffoni, quindi si allea con la moglie di La Noce e parte alla ricerca della sua donna. Robertuzzo è un Riccardo Garrone molto bravo, che ricordiamo attore di molti film con Tinto Brass e che per l’occasione veste la maschera di un bullo di periferia che parla ciociaro sbagliando tutti i congiuntivi. Intanto Cocò impara a dire l’essenziale con frasi numerate che il commendatore le fa memorizzare. La finta coppia è pronta per l’invito a pranzo alla villa dell’onorevole. La parte conclusiva si consuma proprio a casa Pedicò, dove tra piscina e camere assistiamo a un nuovo tourbillon di scambi di letti e situazioni paradossali. Il commendatore se la dice con la moglie dell’onorevole, ci gioca a tennis, le accarezza una gamba dopo che si è infortunata e quando è notte cerca di entrare in camera sua. L’onorevole tenta di drogare La Noce con il caffè, ma addormenta Cocò e non riesce ad approfittare di lei. La segretaria zitella intanto muore dalla rabbia ed è gelosa del commendatore.

Una commedia degli equivoci tra uomini e donne che passano da una stanza all’altra ma nessuno combina niente. Intanto c’è Pippo Franco che ha avuto un guasto alla sua Fiat 500 e deve fare l’autostop per raggiungere Roccapizzo. Prima incontra un pazzo uscito dal manicomio, che è quasi del tutto cieco e guida come un folle mentre ride isterico. Quando il pazzo lo scarica ottiene un passaggio da un carro funebre e si sdraia in mezzo ai fiori al posto del morto. Pippo Franco arriva alla villa e a questo punto comincia la comica finale con lui che cade in acqua ma non sa nuotare e tutti gli altri che lo seguono tra sganassoni e spinte. Robertuzzo e la vera moglie del commendatore sono arrivati sul luogo del misfatto e la frittata è completa. Mogli e amanti si prendono a botte in un finale da torte in faccia che il regista gira a velocità innaturale per rendere l’idea della comica. Finiscono tutti all’ospedale e Robertuzzo ricatta il commendator La Noce e l’onorevole Pedicò. Alla fine il protettore di Cocò diventa manager dell’industria di formaggio, l’onorevole risolve tutti i problemi legati all’inquinamento e il commendator La Noce è contento perché ha trovato un vero segretario.

Pippo Franco corona il suo sogno d’amore con Edwige Fenech e si mette a fare il pappa della ragazza per sbarcare il lunario. Solo che non ha proprio il fisico da protettore e quando porta Cocò in una zona che non è la sua viene massacrato di botte da un gigantesco Franceschino (Nello Pazzafini). “’A Franceschi’, nun me mena’…”, implora. Ma il ceffone arriva lo stesso e lo stende. “Ma almeno glielo hai preso il numero di targa?” chiede a Cocò. Il film termina qui e a tratti pare un Pretty Woman (1990) all’incontrario, pure in questa pellicola la ragazza di strada si innamora, ma finisce per tornare a fare la mignotta ed è proprio il suo ragazzo che ce la porta. Il film non è per niente volgare, si tratta di una farsa divertente e piacevole, una commedia degli equivoci secondo lo schema classico della commedia all’italiana, condita con una spruzzatina di sesso. Gli attori sono molto bravi. Pippo Franco è in gran forma e Vittorio Caprioli è un professionista di grande livello. La Fenech è molto sensuale e non si limita alla sola presenza scenica. Bene anche Gigi Ballista, sempre molto credibile. Il titolo del film doveva essere Un grosso affare per un piccolo industriale, ma siccome andavano di moda i titoli lunghi (tipo Mimì metallurgico, ferito nell’onore) si pensò a questa sorta di titolo-parodia. In realtà è proprio il titolo volgare che ha prodotto tanti giudizi negativi da parte dei critici dal palato fine, ma al tempo stesso è sempre merito del titolo se lo ricordiamo come un film simbolo di un’epoca. La pellicola si avvale di un Pippo Franco al massimo delle sue capacità e come era già capitato per Quel gran pezzo dell’Ubalda… è soprattutto su di lui che si appunta la responsabilità di far ridere. Ricordiamo alcune battute simbolo. Commendatore: “Ma non dire cose arcane!”. Pippo Franco: “Ar cane? E chi gli ha detto niente ar cane?”. Due mogli all’aeroporto. Prima moglie: “Ma tu quando fai l’amore ci parli con tuo marito?”. Seconda moglie: “Se mi telefona…”. Pippo Franco a Cocò: “La cosa rimanga tra noi, come dicono i francesi entreneuse…”. Pippo Franco che si becca una scarica di multe: “Vigile Mastofi, vigile Mastofi… ma sto’ fijo de ’na mignotta c’ha le penne all’arrabbiata!”. Protettore: “Dove sta’ Cocò?”. Pippo Franco: “Se dice dove sta’ Zazà!”. Concordiamo con Michele Giordano che ha visto un film “ben costruito, anche se appesantito da un eccesso di rocambole finale e basato su battute spesso stantie”. Come abbiamo già detto Pippo Franco è ottimo e in bocca sua freddure da barzelletta volgare diventano divertenti. Pure se la componente comica è prevalente, le grazie della Fenech vengono mostrate con abbondanza e proprio per questo motivo possiamo dire che con Giovannona Coscialunga comincia la commedia erotica italiana. Tra l’altro è interessante notare che in molte commedie del periodo c’è la figura dell’onorevole un po’ intrallazzone a cui piacciono le donne. Citiamo Lando Buzzanca nella parte dell’onorevole Puppis (in odore di omosessualità) nell’ottimo All’onorevole piacciono le donne (1972), che costò anche qualche problema di censura al regista Lucio Fulci, perché ispirato a un vero personaggio politico. In tempi successivi lo stesso Vittorio Caprioli si ripeterà con L’Affittacamere (1976), film diretto dal geniale Nando Cicero, impersonando l’onorevole Vincenzi.

Gordiano Lupi

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Pier Paolo Pasolini, "Il sogno di una cosa"

7 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Pier Paolo Pasolini

Il sogno di una cosa

Garzanti, 1962

Pier Paolo Pasolini scrive Il sogno di una cosa dopo Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), dopo le poesie di La meglio gioventù (1954), Le ceneri di Gramsci (1957), L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961). Narrativa civile allo stato puro, introdotta da una citazione di Karl Marx: “Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa...”. Il lettore capisce subito il pensiero dell’autore, i personaggi sono funzionali alle cose da dire, al fatto che l’uomo ha pressante e indilazionabile il sogno d’una cosa, il sogno del socialismo, della giustizia, della vera uguaglianza, del lavoro per tutti e di una ripartizione dei beni secondo meriti e bisogni, senza lo sfruttamento capitalistico del plusvalore. Pasolini è condizionato dal discorso economico e dalla valutazione marxista della realtà ma non rinuncia a fare poesia, ché quella è la sua vera cifra stilistica. Racconta due anni di vita in Friuli, a Casarsa, il luogo dove ha trascorso adolescenza e fanciullezza, dal 1948 al 1949, attraverso le vicissitudini di alcuni ragazzi del popolo - Nini, Milio, Eligio, Germano - che sognano un mondo dove ci sia giustizia e lavoro. Si sentono comunisti, ma - come diceva Gaber - solo perché essere comunisti è il solo modo per cercare di cambiare le cose e perché pare l’unica idea politica che contiene un sogno di giustizia sociale. I ragazzi emigrano di nascosto in Jugoslavia perché sono convinti che in un paese comunista potranno vivere liberi, lontani da una terra che ha riciclato al potere vecchi gerarchi fascisti. Sarà cocente la loro delusione quando si renderanno conto che in Jugoslavia tutto è razionato, si muore di fame più che in Italia e il lavoro scarseggia. “Quando lo faremo noi il comunismo, lo faremo meglio”, dice uno dei ragazzi mentre medita il ritorno in Italia. Pasolini è tra i primi scrittori italiani a citare le foibe e a criticare il socialismo reale, la concretizzazione di un’idea, il tradimento del sogno d’una cosa. Milio racconta la sua esperienza di emigrato in Svizzera, “un paese dove c’è lavoro e i contadini sono più ricchi dei nostri, ma sono avari, mangiano peggio e non si divertono mai”. La nostalgia della terra natia è forte, sia in Svizzera che in Jugoslavia, le proprie abitudini, le ragazze italiane, i balli all’aperto nei primi giorni d’estate, le feste dopo il lavoro, le passeggiate, sono tutte cose che mancano. La Svizzera è un paese triste per i giovani italiani emigrati, tutti hanno la radio e il telefono, ma dopo il lavoro nessuno esce, si rintanano nelle case e attendono il giorno successivo. La malinconia e il ricordo d’una vita dove si soffriva la fame ma c’era solidarietà, allegria, voglia di stare insieme - era questa l’Italia del dopoguerra, pare passato un secolo! - spinge gli emigranti a tornare. Al ritorno li attende la lotta per il posto di lavoro, il partito comunista che organizza le rivolte dei braccianti agricoli in Friuli per far applicare il lodo De Gasperi e ottenere nuove assunzioni. È un’Italia simile a quella che dipinge Guareschi in tono scanzonato, anche se Pasolini è più elegiaco, a tratti persino deamicisiano, ma non rinuncia a mostrare situazioni che fanno convivere Stalin e il Crocifisso. Un’Italia nella quale una ragazzina cattolica innamorata di un comunista va dal prete a confessarsi perché crede di commettere un peccato. “Avrà tempo per cambiare idea. Non importa se è comunista, basta che sia un bravo ragazzo”, risponde il prete. Pasolini descrive il mondo della sua meglio gioventù, il mondo lirico delle sue poesie in dialetto friulano, con pennellate descrittive fantastiche, con passaggi cinematografici esaltanti, tra canzoni popolari e le note spavalde di Bandiera rossa. E poi ci sono le donne - Rosa, Pia, Cecilia - i loro amori, i sogni, la lontananza dalla politica, la fede in Dio, la voglia di costruirsi una famiglia e di viverla quella vita che hanno avuto in dote, esigendo il rispetto dei diritti. L’amore tra Pia e il Nini sboccia selvaggio e improvviso proprio mentre Cecilia, tradita dal suo uomo, decide di farsi suora. E poi c’è un finale struggente, commovente, segnato come in Accattone, dalla morte di Eligio, consumato da un male terribile contratto in miniera. Rivede i vecchi amici un’ultima volta e ha appena il tempo di pronunciare due parole: “Una cosa! Una cosa!”. Gli uomini passano ma il sogno resta, sembra dire l’autore, ci sarà sempre qualcuno disposto a lottare per il sogno d’una cosa. Un romanzo da riscoprire che si legge tutto d’un fiato, un autore che ha dato il meglio di se stesso alò cinema e in poesia, ma che sapeva essere anche un abile narratore e sceneggiatore di storie. Il sogno d’una cosa è uno di quei libri che ti restano dentro e che ti vaccinano contro il nulla imperante della letteratura italiana contemporanea.

Gordiano Lupi

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