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gordiano lupi

Stefano Simone e Il passaggio segreto per Amazon Prime

15 Maggio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

 

 

 

 

Abbiamo incontrato il regista Stefano Simone, che seguiamo con interesse fin dai primi corti e dal primo mediometraggio horror Cappuccetto rosso, registrando significativi passi in avanti nella sua produzione. Il suo ultimo film, Il passaggio segreto, sta riscontrando giudizi molto positivi. Ho già parlato del film in alcune recensioni, credo che sia il lavoro più compiuto e maturo di Simone. Un antefatto rapido introduce al mistero, quindi l’incontro al bar tra due amiche d’infanzia, la decisione di ripercorrere un vecchio incubo, di entrare in quel passaggio segreto dove chiunque ci fosse andato da solo non sarebbe più ritornato … Un film senza tempi morti, ben recitato dalle due protagoniste, fotografato con uno stile personale e dotato di un’inquietante colonna sonora.

 

Stefano, ci sono novità distributive sul tuo ultimo film?

Il passaggio segreto è uscito per la prima volta il 16 marzo: in linea col decreto del Consiglio dei Ministri #iorestoacasa, è stato rilasciato gratuitamente in streaming per un mese sulla piattaforma X-Movie; dopo di che, a fine aprile, sono iniziati i primi passaggi televisivi. Aspettando l'uscita su Amazon Prime Video negli USA e in UK, la X-Movie ha deciso di renderlo disponibile per il noleggio al costo di due euro sulla propria piattaforma, in modo da renderlo facilmente reperibile anche sul suolo italiano. Questo è il link diretto:  https://www.x-movie.it/movie/passaggio/

 

Stai preparando qualcosa di nuovo?

Attualmente sto preparando un altro mediometraggio mistery dal titolo L'uomo brutto e che comporrà il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia sul mistero iniziata appunto con Il passaggio segreto. Ancora una volta le protagoniste saranno Natalie La Torre e Rosa Fariello che dovranno affrontare un'entità che si aggira nelle zone rurali del paese. Altro non voglio aggiungere. Dovrei girarlo nella prima metà di settembre, coronavirus permettendo...

Attendiamo con curiosità il nuovo lavoro mistery di Stefano Simone e nel frattempo invitiamo i lettori a scoprire la sua produzione indipendente.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Stefano Simone e Il passaggio segreto per Amazon Prime
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Hai Zi, "Un uomo felice"

19 Aprile 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Un uomo felice
di Hai Zi
Collana Poesia - Del Vecchio Editore  
Traduzione di Francesco De Luca

In libreria e in ebook dal 30 aprile 2020
Pagine: 180 - Prezzo: 15 euro, ebook: 7,99 euro



Francesco De Luca mi ha parlato spesso di questo libro che ha curato, del poeta che ha tradotto, del suo amore per la cultura cinese (che conosce a fondo) e che conta di diffondere anche in Italia, ben oltre i soliti stereotipi. L’esistenza di Hai Zi presenta molte analogie con la vita di Arthur Rimbaud (citato in epigrafe), perché anche lui produce l’essenza del suo corpus poetico in pochi anni, quindi muore suicida. Lascio la presentazione del lavoro alle parole della Casa Editrice, molto esaustive.

A trent’anni dalla sua morte arriva anche in Italia la raccolta completa del lavoro del grande poeta cinese Hai Zi, pubblicata per la prima volta in Italia da Del Vecchio. Hai zi si suicida appena venticinquenne sui binari del treno il 26 marzo 1989. Di fianco al suo corpo viene trovata una borsa che contiene una Bibbia, i racconti di Conrad, Walden di Henri David Thoreau e Kon-Tiki di Thor Heyerdahl. Un gesto simbolo da cui nasce il suo successo e che crea un vero culto intorno alla sua figura. La sua lirica senza tempo affonda le sue radici nella tradizione poetica cinese e si rivela al contempo incredibilmente attuale. Forse a causa della sua intrinseca dicotomia ha faticato, e fatica ancora, a trovare una collocazione univoca nonostante il grande successo di pubblico che lo ha portato a essere in Cina tra gli autori più letti e conosciuti di tutti i tempi. Prima della sua morte i lavori di Hai Zi erano pressoché sconosciuti, è solo in seguito al suo suicidio, che il culto attorno alle poesie e alla vita/morte del loro autore inizia a svilupparsi. Parallelamente cresce anche l’interesse accademico per il lavoro svolto da questo giovanissimo poeta che sviluppa la sua consistente produzione nell’arco di soli 6 anni. Pur essendo un artista figlio della rivoluzione culturale, i suoi lavori sembrano non avere alcun appiglio con la realtà politica e sociale del suo tempo, e questo gli valse e gli vale tutt’ora non poche critiche, ma a ben guardare nei versi di Hai Zi si nasconde un messaggio universale che parla all’umanità intera, al di là dei momenti storici, con una spinta trascendentale impossibile da ignorare che quindi parla di vera e universale libertà. La poetica di Hai Zi sfugge alle categorizzazioni, non si piega alle necessità piccine, perché nella sua autenticità sta la sua potenza, nella ricerca di sé in quel collegamento che unisce l’individuo al tutto, quindi nella poesia che forgia il mondo risiede il suo vero e profondo messaggio.

Francesco De Luca (scrittore, poeta e traduttore dal cinese) nel 2019 ha pubblicato il romanzo Karma hostel con Il Foglio Letterario. Il libro narra le vicissitudini di un ragazzo italiano che, deluso dall’esistenza che conduce in patria, decide di trasferirsi in Cina e di aprire un piccolo albergo per surfisti. Il romanzo fa capire molte cose della cultura cinese, affrontando il tema dei movimenti di opposizione e dei dissidenti.

 

Le poesie sono tutte edite con il testo cinese a fronte. Vediamone alcune.

Agricoltori

Nel fiume blueggiante
lavo le mani
lavo le mani dalle antiche guerre
combattere è già qualcosa di lontano
di non più adatto
il mio sangue
afferra la mia preziosa spada
l’armatura
finanche la corona
per nasconderli tra alte montagne
carrozze da Nord
si arrestano nell’affetto della terra gialla
ma la terra tramandata di generazione in generazione
sta dormendo nel sacco di semi

(1983)

In mare

Tutti i giorni son giorni in mare
povero pescatore

grumi di carne come una fune maldestra
lanciato sulle onde

vuole afferrare terre lontane

oggetti luminosi

anche solo i finti sorrisi del sole

ma afferra solo assi di legno marce:

capanne, barche e bare

dorsi di pesci migrano in branchi

senza fine e senza inizio

della giovinezza solo si può dire

quanto sia fragile

 

(Giugno 1984)

Natura

Lascia che io dica
è una donna forte e bella
pesciolini blu sono i suoi orci
e sono i suoi svestiti abiti
lei sa amarti con la carne
nelle canzoni popolari da tempo ti ama
Guardando in alto in basso
talvolta ne accarezzi il corpo
seduto sul tronco la baci
ogni foglia è le sue labbra
ma non la vedi
come sempre tu non la vedi
ma lei da lontano ancora t’ama.

(1984)

Villaggio

Nel villaggio abitano
madre e figlio
il figlio tranquillo cresce
la madre tranquilla osserva.
Tra i fiori d’amento
il villaggio è una barca bianca
le mie sorelle si chiamano fiori d’amento
le mie sorelle sono splendide.

(1984)

Autoritratto

Lo specchio è una ciotola
sul tavolo
il mio viso
è la patata nella ciotola
Ecco, escono da terra
queste dolci ossa

(1984)

 

 

Sguardi

Fiori di pero
sul muro di terra scivolano
suoni di campane di armenti
Zia ha portato due nipotini
ritti davanti a me
come due tozzi di carbone nero
forte davvero il sole
di tutto il creato in crescita, frusta e sangue!

(1985)

Mezza poesia

Sei mia
mezza poesia
ami metà col cuore
nascondi metà col corpo
sei mia
mezza poesia
che nessuno cambi una parola.

(1986)

Antologia d’amore

Seduto sul candeliere
sono una corona di fiori
penso a un’altra corona di fiori
non so quando offrire
non so come porre.

(1986)

 

Le traduzioni sono di Francesco De Luca.

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"Poesia" di Nicola Crocetti, una rivista unica

16 Aprile 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #riviste, #poesia

 

 

 

 

Se mi chiedono quale sia la rivista più bella che ancora resiste in Italia, la risposta nasce spontanea: Poesia. Sì, perché Poesia è un mensile internazionale di cultura poetica, con testi bilingue, giunta al numero 357, che esce ininterrottamente in edicola da trentatré anni. Lo so che probabilmente non ve ne siete accorti, distratti da Novella 2000 e Gossip 3000, oppure dalla ennesima rivista di cucina che insegna come cuocere i maccheroni o le orecchiette alla puttanesca. In ogni caso è vero, la trovate persino a Piombino (casa mia, è tutto dire), certo non in tutte le edicole, ma nelle migliori, spesso su ordinazione, in ogni caso arriva. Per meglio dire, arrivava, perché Poesia da maggio riprende il cammino invertendo la rotta, decidendo per un ritorno in libreria, cambiando periodicità da mensile a bimestrale, raddoppiando le pagine e diventando una vera e propria rivista - libro. Troverete Poesia nelle librerie Feltrinelli, perché l’editore passerà da Fondazione Poesia Onlus a Feltrinelli, ma la garanzia di continuità verrà dalla direzione editoriale curata dal grande Nicola Crocetti, l’uomo della poesia in Italia, esperto di letteratura greca, traduttore e deus ex machina di un’operazione incredibile così fuori dalle mode, ma proprio per questo indispensabile. Ho tra le mani Poesia 357, numero di marzo, che celebra la fine di un’epoca, l’addio alle edicole e il passaggio in libreria. Il piatto è ricco, per questo mi ci ficco, da amante della poesia e modesto traduttore di ispanici. In apertura leggo un bel servizio su Milo De Angelis (curato da Lorenzo Chiuchiu, Davide Brullo e Cinzia Thomareizis) che ha appena pubblicato Poesia e destino (Crocetti, pp. 172 euro 15), segue Massimo Bacigalupo che presenta Louise Glück (in tedesco e italiano), quindi Nino Muzzi con Jakob Van Hoddis e Nicola Crocetti con la poetessa greca Katerina Anghelaki-Rooke. Nel numero 356 avevamo incontrato Silvio Ramat, uno dei nostri ultimi grandi poeti, che ha appena pubblicato In cuor vostro e altri versi (Crocetti), mentre qui leggiamo (lo confesso, per la prima volta) le francesi Christofle de Beaujeau, Louise Colet e il cubano Nicolás Guillén (il poeta nazionale), tutti in lingua originale, con relative traduzioni. Poesia è un piccolo gioiello, così come è ammirevole la produzione editoriale di un coraggioso editore come Crocetti, del quale ricordiamo alcuni titoli tradotti da Nikos Kazantzakis: Zorba il greco, Rapporto al greco, Francesco, Ascetica o I salvatori di Dio. Leggete Poesia e sostenetela. Ha bisogno di lettori e di nuovi abbonati. (http://www.poesia.eu/)

 

Gordiano lupi
www.infol.it/lupi

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Giulio Berruti, "Nude sì ma sotto la doccia"

12 Marzo 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

 

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica. Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane. Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose. Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano. Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti. Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

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Gordiano Lupi, "Sogni e altiforni"

25 Febbraio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Sogni e altiforni

Gordiano Lupi e Cristina de Vita

 

Acar Edizioni, 2018

pp 318

15,50

 

Sogni e altiforni, di Gordiano Lupi e Cristina de Vita, è il seguito a quattro mani di Calcio e Acciaio. È composto da due testi distinti, uno poetico e uno narrativo, visti rispettivamente dalla parte del protagonista maschile e da quella della protagonista femminile.

Ritroviamo Giovanni là dove lo avevamo lasciato alla fine del primo libro. Un ex calciatore famoso che, dopo aver abbandonato il mondo dorato del calcio importante, è tornato nella sua città, Piombino, e ricomincia a interessarsi di sport facendo il direttore tecnico per una piccola squadra di ragazzi del Venturina.

Giovanni è sempre più triste, più solo e più vecchio. Giovanni è preda di abitudini cui per pigrizia non riesce a rinunciare. Divorziato da tempo, vive con la madre e fa sesso senza amore con la badante di lei.

“E la mia vita, se provo a ricordare, è stata solo un tuffo nel non fatto, un’ipotesi infinita di non detto”. (Pag 96)

Torna spesso con la mente a un amore di gioventù, Debora, che non ha avuto il coraggio di concretizzare quando era il momento. Debora è l’amore romantico e perduto, quello che rimarrà meraviglioso proprio perché non lo si è vissuto, perché è finito prima ancora di cominciare. La realtà brutale non lo ha corrotto, non lo ha contaminato.

In tutta la lunga parte scritta da Gordiano Lupi ritroviamo il suo incedere lento e poetico, quell’ingolfarsi sempre sui medesimi ricordi, ripetuti come in un loop tristissimo e nostalgico. Sehnsucht, saudade, nostalgia canaglia, chiamatela come volete, è lo strazio di un passato che non ti fa progredire, ti lascia sempre nel medesimo punto, forse perché, alla fine, è lì che vuoi rimanere, con la tua abulia intrisa di comode memorie dolceamare.

Quello che per noi è un brutto presente sarà il ricordo magico di qualcun altro, ed è così anche per Giovanni. Percorrendo i paesaggi conosciuti, torna ossessivamente all’infanzia, rivede il padre, la madre, riascolta i racconti del nonno, risente l’odore della fuliggine dell’altoforno, rivede il falso tramonto rosso dell’acciaieria ormai spenta, triste relitto di archeologia industriale.

Piaceva tutto del passato, perché tutto è trasfigurato dal tempo, piaceva il puzzo dell’acciaieria, la povertà dignitosa, i campi incolti, i muri fatiscenti, l’odore di frittura, le seme e le noccioline del cinema di seconda visione.

Quando vivi da sempre nello stesso luogo, ogni pietra, ogni anfratto, ogni angolo è pervaso di ricordi. Per qualcuno la reminiscenza è dolce e allegra, per altri, come per Giovanni, è rimpianto struggente. Di che? Di tutto e di niente, di quel momento in cui ogni cosa era ancora possibile, di oggetti poveri e brutti che, attraverso le nebbie del tempo, ora sembrano belli. Rievocazioni di un mare ondoso e cangiante, di un cielo terso, di un campetto sterrato dove tirare calci a un pallone, sentori amari e ancora selvatici di provincia, di pitosforo e tamerici, di cipressi e salmastro.

La cifra stilistica di Lupi è la ripetizione, come una dolce e tristissima onda che rotola e poi torna indietro, si avviluppa su se stessa. Ripetizione di scorci, di paesaggi, d’immagini, di sentimenti perduti.

Dall’altra parte c’è il testo narrativo, la voce di Debora. Sappiamo dalle sue parole che cosa le è accaduto dopo che Giovanni l’ha abbandonata. La scrittura è più romanzesca e più femminile, meno poetica, meno ritmata e meno perfetta di quella di Lupi.

Giovanni e Debora s’incontrano un’ultima volta per caso ma non concretizzano il loro ritrovarsi. Sanno entrambi che il passato non può tornare, che, se accadesse, non darebbe le gioie immaginate, che il sogno deve rimanere sogno e il ricordo ricordo.

Un romanzo struggente fin dalla dedica, consapevole del tempo che passa, dell’avvicinarsi della fine. “Le cose da scrivere con urgenza sono sempre di meno”. Perché ormai si è all’impasse e si vive “di ricordi senza scorgere un brandello di futuro”.

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Nicolás Guillén, il poeta nazionale

21 Febbraio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

 

 

 

Nicolas Guillén dopo il trionfo della Rivoluzione è sempre stato chiamato il poeta nazionale e non c’è denominazione più giusta e meritata. Infatti la poesia di Guillén interpreta la realtà in maniera critica e da un punto di vista collettivo, senza mai farsi tentare da individualismi o da fughe astratte. Quando Cuba era ancora alla ricerca della sua identità, Guillén denunciava l’ingiustizia sociale, la discriminazione dei neri, la fame, il furto sistematico da parte degli Stati Uniti delle ricchezze nazionali. Possiamo dire che Guillén sia sempre stato il cantore delle necessità degli oppressi e dei poveri. A maggior ragione, dopo il trionfo della Rivoluzione, ha messo al servizio della costruzione di un nuovo stato la sua poesia.

Nicolás Guillén è nato a Camagüey il 10 luglio del 1902, suo padre lottò per l’indipendenza cubana, ma subito si rese conto che la Repubblica sarebbe stata tradita dal nuovo governo e si schierò con i liberali. Fu assassinato durante una rivolta e Nicolás dovette lasciare l’Università (frequentava Giurisprudenza) per impiegarsi come tipografo e dare una mano in casa. Pubblicò le prime poesie sulla rivista «Camagüey Grafico», quindi in «Castalia» dell’Avana e in «Orto» di Manzanillo. Il suo primo libro è del 1922 (non lo pubblicò) e si intitola Cerebro y corazón, mentre l’anno seguente fondò «Lis», una rivista letteraria che ebbe breve vita. Nel 1926 si trova all’Avana, si iscrive al Partito Comunista Cubano ed è proprio nella capitale che si avvicina alla poesia d’avanguardia. Scrive per «El Diario de la Marina» (un foglio reazionario) una serie di articoli contro la discriminazione razziale. Nel 1930 pubblica Motivos de son e Ideales de una raza. Soprattutto il primo è un libro importante, perché adotta il son come base musicale e sceglie un linguaggio di facile comprensione, capace di parlare alle persone e di raccontare la vita quotidiana. Si tratta di poesia che molti hanno giustamente definito mulatta, perché si appoggia ai due elementi predominanti della cultura nera: il ritmo e il colore. Le liriche di Guillén nascono dalla guaracha cubana e sono soprattutto parole scritte per canzoni popolari. Si pensi a un componimento come: «Sóngoro cosongo/ Songo be/ Sóngoro cosongo/ de mamey;/ sóngoro, la negra/ baila bien…». Si tratta di una vera rivoluzione poetica che vede protagonisti soprattutto i neri avaneri, con il loro linguaggio caratteristico e i loro modi di dire.

La poesia di Guillén non si ferma qui. Con il passare del tempo diviene lirica di denuncia sociale e lui stesso è tra i primi intellettuali che aderiscono al Movimento Negrista. Il suo secondo libro è Sóngoro cosongo (1931) e qui affronta ancora il tema del nero, ma lasciando da parte la comicità e la caricatura dei vecchi personaggi per cominciare a sperimentare una poesia descrittiva e realistica. Non è ancora un libro sociale, ma basta a dare valore all’opera la denuncia dello sfruttamento dei neri: «El negro/ junto al cañaveral./ El yanqui/ sobre el cañaveral».

West Indies Ltd. (1934) è invece il primo poema sociale vero e proprio e dimostra un impegno politico sempre maggiore da parte di Guillén, che sarà redattore ed editore delle riviste comuniste «Resumen» e «Mediodia».

Nel 1937 pubblica in Messico una delle sue opere più importanti: Cantos para soldados y sones para turistas. La cosa triste è che questa poesia, scritta da un comunista per un paese che avrebbe dovuto ribellarsi all’oppressione di un feroce dittatore, si adatta bene ancora oggi alla situazione vissuta dai cubani. Protagonista del poemetto è José Ramón Cantaliso che mostra al turista la miseria, la fame e tutte le ingiustizie nascoste dietro una apparente allegria. Tutto questo senza perdere l’umorismo tipico della sua poesia e senza lasciare il ritmo del son che accompagna i versi. Ai soldati Guillén ricorda qual è la loro estrazione sociale e dice che sono soltanto lo strumento di un potere ingiusto, quindi devono imparare a rivolgere i fucili contro la tirannia. Sempre in Messico pubblica España: poema en cuatro angustias y una esperanza, ispirato alla lotta del popolo spagnolo contro il fascismo. Guillén viaggia molto: prima va in Spagna ed entra in contatto con la parte comunista della ribellione, successivamente è in Argentina dove pubblica El son entero (1947). In questo libro è presente tutta la sensibilità e la musicalità afrocubana: poche poesie sociali, alcune folcloristiche, altre intimiste, persino romantiche. Viaggia ancora nei paesi socialisti e nel 1953 è a Santiago del Cile per il Congresso della Cultura Latinoamericana. Il dittatore Fulgenzio Batista, in un impeto di repressione anticomunista,  gli impedisce di fare rientro a Cuba.

Nel 1955 l’Unione Sovietica gli conferisce il Premio Lenin per la Pace. Le poesie di questo periodo sono raccolte nel libro La paloma de vuelo popular (1958), pubblicato a Buenos Aires. Sono le liriche di un rivoluzionario ante litteram vagabondo del mondo e accomunano la sorte di tutti gli oppressi uniti nel solo destino possibile: la ribellione per essere finalmente liberi. In questo libro Guillén profetizza il trionfo rivoluzionario. Libro politico per eccellenza è anche Elegías (1958) che raccoglie: Elegía a Jesús Menéndez, Elegía a Jacques Roumain e soprattutto la Elegía cubana che esalta la Rivoluzione: «Brilla Maceo en su cenit seguro./ Alto Martí su azul estrella enciende».

Nel 1959 la Rivoluzione Cubana giunge a compimento e Guillén si unisce corpo e anima alla causa dell’uomo nuovo. Sarà Presidente della Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba (uneac) fino al 1961. Pubblica ancora: Prosa de prisa (un libro di cronache giornalistiche del 1964), Poemas de amor e Tengo. Tengo riveste grande importanza, si tratta di un libro scritto sotto l’influenza della vittoria rivoluzionaria. Tutto quello che prima veniva denunciato (repressione, razzismo, miseria, sottomissione agli statunitensi) è scomparso e l’uomo socialista ha la forza necessaria per superare antiche disuguaglianze e ingiustizie: «Tengo, vamos a ver,/ tengo lo que tenía que tener». Il passato serve da esempio per far brillare i meriti di una rivoluzione voluta dal popolo oppresso. Tengo è caratterizzato da un ottimismo e da una fiducia nel futuro senza precedenti.

 

Buenos días, Fidel!

Buenos días, bandera; buenos días, escudo.

Palma, enterrada flecha, buenos días.

Buenos días, mis manos, mi cuchara, mi sopa,

mi taller y mi casa y mi sueño…

 

Tutto è allegria e limpidezza; tutto è nuovo e bello. Si esaltano i simboli nazionali (bandiera, scudo, palma), ma anche le cose che appartengono alla vita quotidiana (il cucchiaio, la zuppa nel piatto, la casa, il canto…). Guillén canta un paese che risorge dall’oblio della dominazione e che vuole essere artefice del suo futuro.

 

Obrero en armas, buenos días.

Buenos días, fusil.

Buenos días, tractor.

Azúcar, buenos días.

 

Tengo raccoglie anche l’epopea cubana dalla Sierra Maestra fino al trionfo, le successive minacce americane e la vittoria di Playa Girón. Leggiamo in italiano la parte finale di Tengo.

 

Ho, vediamo bene,

che adesso ho imparato a leggere,

a contare,

ho che adesso ho imparato a scrivere

e a pensare

e a ridere.

Ho che adesso so 

dove lavorare

e guadagnare

quello che devo mangiare,

ho, vediamo bene,

ho tutto quello che devo avere.

 

Nel 1967 esce El gran zoo, in cui Guillén immagina una galleria di animali paragonati a una serie di esempi negativi che si annidano nella società capitalista (usurai, gangster, magnaccia, generali…).

Nel maggio del 1972 pubblica El diario que a diario (versi e prosa) e riassume tutta la storia di Cuba fino al trionfo della Rivoluzione, facendo ricorso a tutta la sua verve satirica. A giugno invece esce l’ultimo libro: La rueda dentada, che dimostra la sensibilità artistica di Guillén, sia quando canta il Vietnam, la morte di Gagarin, Martin Luter King, sia quando chiama alla ribellione contro i padroni culturali stranieri o, ancora, quando canta gli uccelli dei campi cubani e l’amore per la donna.

Nell’opera di Guillén non vanno dimenticate le poesie dedicate a Che Guevara: Che Comandante, Guitarra en duelo mayor e Lectura de domingo. Che Guevara è visto come il simbolo immortale della lotta e la sua figura è un esempio eccezionale per tutti – «Che comandante,/ amigo…» e poi conclude: «Partiremos contigo» –, persino per i soldati boliviani che lo massacrarono: «Él fue tu mejor amigo, / Soldadito boliviano;/ Él fue tu amigo de a pobre/ del Oriente al altiplano…». Il vero cammino, quello diritto, lo ha indicato il Che e tutti dobbiamo seguirlo.

Guillén muore nel 1989, al massimo della fama, appena in tempo per veder cominciare il “periodo speciale”, ma non abbastanza per rendersi conto di quel che sarebbe accaduto dopo. Meglio per lui, in ogni caso. Non ha visto la fine che ha fatto quel comunismo in cui aveva così fervidamente creduto.

Cerebro y corazón (1922) non è mai stato tradotto in italiano. Molti saggisti cubani definiscono questa opera acerba e immatura, una palestra per esercitare e sviluppare il futuro talento. A nostro parere contiene piccole perle di poesia che non vanno trascurate, soprattutto se consideriamo che sono opera di un adolescente.

 

Gordiano Lupi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sacha Naspini, "I Cariolanti"

2 Febbraio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Sacha Naspini
I Cariolanti

E/O - febbraio 2020 - pp. 176 - euro 16
(disponibile in E-book)

 

La nuova vita de I Cariolanti, il romanzo più cupo e duro di Sacha Naspini, uscito per i tipi di Elliott alcuni anni fa, adesso in catalogo E/O, dopo il successo de Le case del malcontento e la conferma con il thriller psicologico Ossigeno. Vediamo come lo presenta la Casa Editrice di Elena Ferrante: “Aldo è un disertore della Prima Guerra. Invece di partire per il fronte decide di costruire un rifugio sotterraneo nei boschi per prendersi cura della sua famiglia: una moglie, un figlio. Bastiano è un bambino. Al chiuso della tana sperimenta le contingenze della vita: il freddo, il caldo, la fame. Soprattutto la fame. Finché la guerra non finisce e Bastiano esce allo scoperto. Ma lo fa segnato dagli stenti, ogni impulso fa capo al luogo da cui proviene: una buca. E poi la propensione alla natura (vera, bestiale), che si infrange con le dinamiche violente che comandano il mondo degli uomini. Bastiano è un ragazzo quando impara l’amore. Sperimenta il carcere, quindi la ferocia del secondo conflitto mondiale. Si confronta con inaspettati segreti di famiglia. I Cariolanti è un romanzo di deformazione. Tredici fotografie di un’Italia gotica, rurale, notturna. Tredici istantanee della vita di un uomo nato di traverso. Questa è la sua storia”.

Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia. Camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, fino alle ginocchia. Lunghissime e secche. I Cariolanti si chiamano così perché si tirano dietro un carrettino sgangherato, sopra c’è un lenzuolo che una volta era bianco ma che adesso è tutto zozzo e logoro. Pieno di patacche schifose. Da là sotto a volte spuntano dei piedini di bimbo. I Cariolanti hanno sempre fame. Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana.

L’incipit del nuovo romanzo di Sacha Naspini è terrificante e suggestivo, precipita il lettore in un clima di angoscia claustrofobica che si fa sempre più intenso, citando a piene mani le leggende maremmane e l’horror gotico italiano. Il romanzo è ambientato nel 1918, nella campagna toscana, si svolge quasi tutto all’interno di una buca, dove un uomo che non vuol partire per la guerra si è nascosto insieme al figlio di nove anni e sua moglie. Il padre si procura il cibo con rapide uscite, spesso la famiglia è costretta a cibarsi di vermi e di resti di carne umana. Nello squallore generale spicca la storia di Bastiano, innamorato di Sara, figlia del padrone per cui va a lavorare, ma le cose non vanno come vorrebbe e tutto finisce in una turpe serie di omicidi. Sacha Naspini racconta una storia dura, indaga la bestialità umana, l’istinto di chi uccide per sopravvivere, imbastendo un romanzo che sta a metà strada tra una novella di Maremma e una fiaba nera. Naspini è autore che ama cambiare genere da un libro all’altro: esordisce con una storia di pedofilia ambientata nelle campagne toscane (L’ingrato), prosegue con un noir ambientato a Praga che indaga il rapporto padre-figlia (I sassi - Edizioni Il Foglio), va avanti con Never Alone (Voras) e la figura del doppio. A ogni nuovo lavoro registriamo uno stile diverso, un nuovo modo di raccontare, un tipo di narrazione che non ha niente in comune con la precedente. I suoi lettori attendevano il ritorno di Bastiano. E/O li ha accontentati.

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Frank Iodice, "Nel coro dei cani sporchi"

16 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frank Iodice

Nel coro dei cani sporchi

Eretica Edizioni –pag. 70 – Euro 13

 

Frank Iodice è un autore di cui vado orgoglioso, uscito dalla fucina inesauribile del Foglio Letterario, capace di spaziare dal romanzo storico (Matroneum) alla narrativa pura (Un perfetto idiota), che di recente è uscito con I disinnamorati  e con questa raccolta di poesie di pregevole fattura. Lascio alle sue parole il commento: “La poesia può liberarci dalle moderne forme di schiavitù? Lo spero. Anche se è difficile riconoscerla, capire quando arriva. Héctor Murena diceva che la poesia arriva quando restiamo nell’inesauribile compagnia della solitudine. Per fare poesia occorre vivere, occorrono sangue e lacrime. Scrivere poesie vuol dire far rivivere nel tuo stomaco ciò che io stesso ho vissuto nel mio, più forte e più lentamente. Cantarti l’infinita bellezza del mondo, ma anche la desolante nullità dell’uomo. Io ci ho provato ma non credo di esserci ancora riuscito. E in fondo ne sono felice”. Ricordo che oltre diecimila copie del suo Breve dialogo sulla felicità sono state distribuite gratuitamente nelle scuole italiane, francesi e statunitensi. Il suo sito è www.frankiodice.it.

Inutile recensire e commentare la poesia. Meglio leggerla. Ecco due suggestive liriche tratte da un’opera intensa che spazia da tematiche amorose fino al ricordo nostalgico della terra natia, nel solco della tradizione poetica novecentesca.

 

XXXVI

 

Restiamo su questa spiaggia

bambina mia

perché la musica che senti non è vera

ogni sera nei tunnel del metrò, a Parigi

contro i grigi muri di piastrelle rotte

suonano veri musicisti

 

ma questi, questi perfetti esseri umani

che si scattano foto da soli

e i soli e le lune che li hanno cresciuti

senza madri e senza padri

quadri bagnati di latte e pianti

quanti crederanno a ciò che vedo mentre ti parlo

e ti tengo per mano

ora che lontano dalla nebbia che ci confonde

ora che soltanto l’amore ti ha resa infinita

e sei arrossita per lo sforzo di guardare la luce

mi canta una vocina piccola in fondo alla pancia:

 

la lancia dei pirati laggiù, nel mare

le pere con lo zucchero nel bicchiere

le vere passeggiate lungo le selve

le vecchie feroci di notte e le botte del vicino

cattivo, quando fuggivo con il pallone

il burrone, il confine tra il vero e il finto

che ho spinto sempre più in là

 

ci sarà tutto per te

amore mio

finché avremo una penna per raccontarlo

mentre parlo e te lo dico

e il fico

così morbido che si scioglie nelle mani

fatto di strani puntini che non puoi contare

neanche con la scienza che tutto ha deciso

persino il pianto ed il sorriso

non c’è umanità fuori da questo fico

 

te lo dico, mentre lo beviamo in silenzio

come assenzio ghiacciato del secolo scorso

il morso della lumaca che accarezza e non fa male

quale sarà la tua sorpresa quando il mondo

resterà fermo per un secondo?

la gente si amerà ancora, guarderà il mare

senza sembrare stupidi idealisti

e quel fico che apristi, da bambina

con il tuo papà

chissà che sapore avrà

 

XXI

 

Napoli

che negli anni di esodo

mi resti dentro come il nome, inciso nella vista

 

l’orizzonte che odora di pesce, che cresce

e mi fa sentire così lontano

l’aeroplano, la nave che sbuffa, sotto nuvole di migranti

i canti, che nella lingua vivono ancora

l’aurora, la poesia, la mia strada franata

la giornata vissuta nel tuo ricordo, tra le tue strade

e cade quello che avevo nella mia testa

questa voglia di vivere ancora, di andare

il mare, la mia casa, lontana

la vita insana e dissoluta, la solitudine finita

prima del vento, e in un momento

è poco quello che io sento

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Inchiostro sprecato

14 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Inchiostro sprecato è un’idea di letteratura punk che ricorda i Millelire di Stampa Alternativa, edita da TPIC EDITIONS Autoproduzioni di Campobasso (tpicrecords.blogspot.com – markoskapunk@hotmail.it). Anima del progetto è Paolo Merenda, autore per Il Foglio Letterario di Frutta fresca per verdure marce, Qualcosa cambia e Prontuario dell’aspirante musicista underground, per tacere de Il magico videogame sotto le mentite spoglie di Paul Snack.

Tascabilini in carta patinata che raccolgono racconti rapidi e trasgressivi, dai titoli improbabili come Okkupazione (scritto proprio da Merenda) e Le barbare d’urso hanno gli occhi. Il secondo racconto è di Vincenzo Trama, altra nostra vecchia conoscenza, prolifico autore di narrativa breve, scritta con uno stile rapido ed essenziale, molto ironico e ricco di citazioni musicali e letterarie. Il progetto di letteratura punk vede tra i titoli pubblicati anche Mario Bianchi con gli spassosi racconti di Bullet Bar, Carlo Cannella con Antologia dei vivi, Mauro Codeluppi con La pantera di New York, Antonio Baciocchi & Aldone Santarelli con Want You. Le pagine variano da 16 a 24, non sono molte ma è tutta roba buona, che merita di essere letta, selezionata con cura tra le migliori penne della scena underground italiana. (Gordiano Lupi)

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Due corti di Vincenzo Totaro

10 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Vincenzo Totaro è un regista interessante. Ho visto il lungometraggio La casa del padre (2019) che dimostra tutto il suo talento introspettivo e fotografico, oltre che una cinefilia militante che per un autore non è fattore trascurabile. Totaro ha scritto il saggio Un’altra vita - Il tema del doppio nel cinema muto italiano (1905 - 1931) (Prospettiva, 2018), quasi a voler confermare questo assunto. Vediamo due corti che ho avuto occasione di apprezzare recentemente, ulteriore dimostrazione di talento cinematografico. Quel tipo strano (2018) è a colori, dura sei minuti e affronta il tema della follia, la diversa prospettiva del racconto, i modi in cui può essere intesa la realtà. Un ragazzo è seduto al tavolo di un bar con due amiche, di fronte a lui un uomo sembra parlare da solo, fare una proposta di matrimonio a una donna fantasma. Congetture e ipotesi si fanno largo e provocano tensione fino al rocambolesco finale. Non anticipo niente, non faccio spoiler di sorta, anche se il colpo di scena ci sta tutto.

Ecco il link per vedere la versione americana che ha riscosso un certo successo: https://www.youtube.com/watch?v=eztGwhw2Ubo&t=211s. Produzione Aelita film srl e Silentium Film. Vincenzo Totaro scrive, sceneggia, monta e gira il breve ma intenso corto, mentre alla fotografia troviamo il bravo Antonio Universi. Ispirati e credibili gli interpreti Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro e Carmine Spera.

Quel ramo sulla pianta di Giacomo è in bianco e nero, dura poco più di tre minuti, frutto di un esercizio per la masterclass di Werner Herzog, girato in prima versione con lo smartphone. La lezione voleva far capire che se un autore è tagliato per fare film deve capirlo anche se non dispone di grande tecnologia. Il breve film si svolge in un unico ambiente tra due personaggi, come il precedente è molto teatrale, gioca ancora una volta su argomenti fantastici, in questo caso una pianta che non accetta di farsi potare un ramo, sembra muoversi, interagire con il padrone, parlare, spostarsi da un punto all’altro della stanza. Sceneggiatura di Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro, che cura la regia e il montaggio. Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi sono i due interpreti che deliziano il pubblico con uno scambio di battute che crea un’atmosfera surreale. Terzo classificato al concorso 8 minuti per un ambiente migliore.

Link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo

 

Quel tipo strano - Anno e origine: Italia (2018) - Durata: 5'43” colore - Tipologia: cortometraggio - Genere: drammatico - Produzione: Aelita film srls e Silentium Film -Formato originario: HD - Regia, Montaggio e sceneggiatura: Vincenzo Totaro - Direttore della fotografia: Antonio Universi - Operatori di ripresa: Luisa Totaro -Musiche: Donato Raele - Audio in presa diretta: Giannino deFilippo -Microfonista: Tonino Bitondi -Missaggio audio: Richard Gremillon - Produttore esecutivo: Giannino deFilippo -Backstage: Chiara Piemontese - Sottotitoli: Studio HONO - Luisa Totaro, Yurika Oshima, Yougha Im -Interpreti: Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro, Carmine Spera.

 

Quel ramo della pianta di Giacomo - Italia 2017, b/n (sottotitolato in inglese) -Durata: 3'34” - Tipologia: cortometraggio - Genere: commedia - Produzione: Silentium film - Formato originario: Full hd, 1.85:1 - Titolo inglese: That branch of Giacomo's plant - Regia: Vincenzo Totaro - Sceneggiatura: Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro – Interpreti: Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi - Montaggio: Vincenzo Totaro - Operatore di ripresa: Luisa Totaro – Note: cortometraggio ideato e realizzato all'interno della Werner Herzog Masterclass, anno 2017.- Link al cortometraggio completo in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo - Link al cortometraggio completo in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=cuT5ucA8ji4

 

 

 

 

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