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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

gordiano lupi

Alessandro Del Gaudio, "Tenebra Lux"

9 Febbraio 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Alessandro Del Gaudio
Tenebra Lux
Pag.170 – Euro14,90
Leucotea, 2018 –
www.edizionileucotea.it

 

Conosco Alessandro Del Gaudio sin dai tempi de Il candore dei ciliegi. Credo di aver letto quasi tutto di lui, anzi, in alcuni casi - come direttore editoriale de Il Foglio Letterario - gli ho persino pubblicato ottimi lavori di saggistica legata al mondo del fumetto (L’identità segreta, Kyoko mon amour) e romanzi (Lungomare, Italoamericana, Metallo d’ombra, Lacrima d’ombra). Tenebra Lux ha preso altre strade, ma non è meno valido di altre cose scritte in precedenza, dal taglio fantastico e surreale.

Protagonista della storia un fumettista che si è inventato un mondo parallelo, traducendo in tavole disegnate i romanzi di un certo Del Gaudio, operazione metaletteraria convincente perché almeno due lavori del nostro autore sarebbero perfetti per un adattamento in graphic-novel (Metallo d’ombra e Lacrima d’ombra). La trama non si può raccontare senza togliere al lettore il gusto della scoperta, perché ricca di colpi di scena e risolta soltanto nel finale con un escamotage che lascia le cose a metà strada tra realtà e fantasia. Diciamo solo che il nostro fumettista si trova imprigionato nel mondo che ha creato con le sue storie disegnate, un non luogo governato da un perfido clown che ricorda il personaggio terrificante di IT di Stephen King, per fortuna pervaso anche da entità positive che lo aiuteranno nel compito di tornare al punto di partenza.

Un romanzo lineare, per niente sperimentale (per fortuna!), scritto come logica e sintassi comandano, senza la pretesa di fare alta letteratura ma solo di intrattenere - in maniera colta e intelligente - raccontando una storia fantastica che a tratti si abbandona a momenti sentimentali. Non a caso, leggendo le prime pagine mi è venuto a mente La ragazza di Trieste di Pasquale Festa Campanile (romanzo e film), dove un maturo disegnatore di fumetti vive una storia d’amore con una strana ragazza che improvvisamente compare nella sua vita. E sono andato avanti nella lettura avendo bene impressa nella mente l’immagine di Ornella Muti per il personaggio femminile e di Ben Gazzara per il fumettista. Sono sicuro che Del Gaudio non ci ha nemmeno pensato ma ogni lettore trova in un romanzo ben scritto un po’ della sua vita e si immedesima nei personaggi alla sua maniera.

Il romanzo presenta come elemento positivo la capacità di far affezionare il lettore ai protagonisti della vicenda e possiede un ritmo incalzante che ti obbliga ad andare avanti per scoprire come andrà a finire. Alessandro Del Gaudio è scrittore versatile, dai molteplici interessi, la sua anima più sentimentale nel 2015 ha prodotto il romanzo breve Il tuo nome (Sereture Edizioni), che contiene in appendice il suggestivo racconto lungo Welcome, Walter. Una buona lettura, piacevolmente fuori dalle mode, scritta con una prosa lirica, a tratti intervallata da brevi poesie. Due libri molto diversi ma entrambi letture consigliate.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Alessandro Del Gaudio, "Tenebra Lux"
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Radio Blog: Gordiano Lupi - Cristina de Vita, "Sogni e altiforni"

26 Gennaio 2019 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #gordiano lupi, #cristina de vita, #stefano tamburini

 

"Sfogliando questo libro sembra quasi di sentirlo il profumo del tempo passato, l’odore della nostalgia, di quella sana, dolce nostalgia che fa bene al cuore".

 

A Radio Blog vi presentiamo oggi il nuovo libro di Gordiano Lupi e Cristina de Vita - Sogni e altiforni - A.Car Edizioni
Lettura della prefazione di Stefano Tamburini.

Buon ascolto!

A cura di Chiara Pugliese

Musica: Bensound.
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

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Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2

30 Dicembre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #musica

Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2

 

 

Alessandro Ticozzi

L’inviato dalla rete volume 1 e 2

Sensoinverso (2013 – 2015)

 

Alessandro Ticozzi è un esperto di cinema, saggista sintetico e poliedrico ma anche abile intervistatore, che di tanto in tanto raccoglie il frutto del suo lavoro in agili compendi pubblicati da Sensoinverso Edizioni. L'inviato nella rete è il suo progetto più ambizioso, per adesso pensato in due volumi, ma siamo convinti che presto ne arriverà un terzo. Nel primo tomo (2013) l'attenzione è dedicata soprattutto ai protagonisti del cinema, di tanto in tanto divagando in musica, con prefazione di Enrico Vaime e capitoletti riservati a Leonardo Celi, Andrea Pergolari, Mario Brenta, Jerry Calà - un pezzo straordinario che forse per la prima volta indaga sociologicamente il lavoro da regista -, Gian Piero Brunetta, Nino Manfredi, Donatella Baglivo, Mario Monicelli, Dino Risi, Mina e Battisti, Alberto Lattuada (regista che l'autore ha trattato in un'ottima e forse troppo rapida monografia), Enrico Maria Salerno (un lavoro specifico Ticozzi l'ha dedicato anche al grande attore - regista), Luigi Zampa, Giorgio Gaber, Vittorio Caprioli, Massimo Munaro (teatro), Gabriele Ferzetti, Tinto Brass (in questo caso sono io che ho dedicato un intero volume al più originale regista erotico italiano), Paolo Pietrangeli che ci parla del padre, Paolo Poli (forse una delle ultime interviste), Luigi Comencini, Adriana Asti, Arnoldo Foà, Carlo Lizzani (un grande del 900), Paola Gassman, Renato Pozzetto, Nani Loy, Rodolfo Sonego, Ugo Tognazzi, Luigi Magni, Ettore Scola, Enrico Vanzina, Mauro Bolognini, Pasquale Festa Campanile, Sergio Corbucci (raccontato dalla moglie Nori), Francesco Rosi, Vittorio De Sica (visto da Manul, il figlio musicista), Antonello Falqui (padre del varietà televisivo), Elio Petri, Roberto Rossellini (narrato da Renzo), Bud Spencer, Milo Manara (divagando sul fumetto che tanto ricorda il cinema), Folco Quilici, Fassbinder, Giuliano Montaldo, Massimo Bertarelli (e la critica), Ugo Gregoretti, Raf  Vallone (visto da Arabella).

Nel secondo volume (2015) troviamo un'altra messe di informazioni e di interviste che l'appassionato non può lasciarsi sfuggire. Molta musica questa volta, preponderante rispetto al cinema, al punto di realizzare – per interviste – una piccola storia della canzone d’autore italiana. Pino Strabioli introduce una raccolta di brevi saggi e colloqui che vedono protagonisti Raimondo Vianello, Corrado, Costanzo, Maselli, Zurlini (raccontato dal figlio), Damiano Damiani (ricordato dalla figlia), Germi, Emmer, Age & Scarpelli, Pontecorvo, De Santis, Monicelli, Vancini, Risi, Germi, Zurlini, Garinei, Maselli ... Un capitolo è riservato alla passione della mia vita, quel Roberto Vecchioni che attraversa con le sue liriche anche il mio ultimo romanzo (Sogni e altiforni). Un altro capitolo è per il grande Enzo Jannacci, cantautore originale e geniale che ha percorso la mia adolescenza illuminandola con i suoi sorrisi amari. E poi si prosegue in musica: Vanoni, Conte, Paoli, Lauzi, Tenco, Zucchero, Modugno, Battiato, Venditti (e la sua decadenza), Morandi, Dalla, De Andrè (visto da Dori Ghezzi), Branduardi, Daniele, Baglioni, De Gregori, Guccini, Nannini, Mogol, Martini, Ligabue, Fossati, Milva, Bennato, Celentano, Rossi e Consoli. Non poteva mancare un omaggio sentito a Sergio Leone, padre del western all’italiana, e un racconto appassionato sull’immenso Dario Fo, visto da Mario Pirovano, scritto per Le reti di Dedalus. In alcuni casi sono i protagonisti diretti a parlare, in altri sono figli, amici, critici, conoscenti stretti e collaboratori. L'autore non esprime giudizi, concede la parola e si lascia andare al gusto del reportage affabulatorio. Due lavori interessanti che contengono anni di lavoro svolto da Ticozzi per media telematici come Le Reti di Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica e Spettacoli News. Consigliato per lettura e consultazione, utile in ogni biblioteca di cinema, musica e spettacolo.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

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Radio Blog: Cesare Pavese

12 Dicembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #gordiano lupi, #personaggi da conoscere

 

 

Cesare Pavese scrittore, poeta, traduttore ma soprattutto uomo. In questa chiacchierata con Gordiano Lupi, scrittore e direttore editoriale de Il Foglio letterario, abbiamo ripercorso alcune fasi della vita di questo grande interprete della letteratura italiana del Novecento: l'attaccamento alla terra natia, l'esperienza del confino, gli amori tormentati e quasi mai corrisposti, le grandi traduzioni, fino ad arrivare al Premio Strega e alla morte da lui spesso invocata e alla fine voluta.
Un omaggio che speriamo sarà gradito dagli amanti di Pavese come da coloro che, incuriositi, avranno voglia di saperne un po' di più.

Buon ascolto!

 

A cura di Chiara Pugliese 
 

Illustrazioni di Eva Pratesi - Geographic Novel - www.geographicnovel.com
Musica: www.bensound.com
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

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Franz Krauspenhaar, "Capelli struggenti"

18 Ottobre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Franz Krauspenhaar
Capelli struggenti
Marco Saya Edizioni, 2016

- Pag. 90 - Euro 10

 

Franz Krauspenhaar è poeta anche quando fa prosa, ma quando scrive poesia tocca vertici di sublime bellezza difficilmente eguagliabili in questo asfittico Duemila letterario. Non credo che Franz si definirebbe uomo del Duemila, sono sicuro che come il concittadino Vecchioni opterebbe per la definizione di uomo del Novecento, secolo che ci rende orgogliosi di esserci nati per la grande fioritura culturale che l’ha caratterizzato. Krauspenhaar ha pubblicato nove romanzi, un saggio e cinque raccolte di poesie, tra le sue ultime operazioni intellettuali ricordiamo la pregevole collaborazione a una rivista culturale imprescindibile come Il Maradagal, ben diretta da Sara Calderoni.

Capelli struggenti è una raccolta intensa e poeticamente uniforme, composta da quattro sillogi: Momenti intimi - Strani momenti - La pertosse dell’anima - Complimenti, bistecche, laghi, il terrore, l’orrore, appuntamenti al buio, i capelli … Capitolo conclusivo affidato alle prose liriche del Gran finale con corse, violoncelli, merde, e i pezzi che ci compongono. Filo conduttore il pessimismo cosmico, il senso della profonda vacuità della vita, condito di sferzante ironia, quasi sarcasmo, che accompagna tenebrosi pensieri di morte incombente sui nostri giorni, compagna invisibile ma sempre presente, tale da rendere il poeta come un foglio giallo, sotto una biro che non scrive. Liriche che parlano di suicidio, angoscia, disperazione, mancanza d’amore, solitudine, assenza di speranza, viaggi verso terre lontane come la Thailandia, fratelli scomparsi in una feritoia della vita, madri ritrovate nel profumo di vaniglia, incubi che recano risvegli ansanti e sconvolti.

Versi senza speranza come: Siamo tutti invecchiati/ non è stato difficile, il tempo/ ruba e scava dove trova, anzi trova/ sempre terra e detriti. Ma anche: In vent’anni non ho conosciuto nessuno/ ho incontrato migliaia di persone/ senza conoscere anima viva/ non sono solo, siamo in tanti/ ad essere soli. La morte immaginata come un’ultima birra, un domani che non avrà luogo, un’ultima pigione da pagare. E poi l’inutile estate, la prigione ad aria aperta, in attesa di un nuovo inverno, pronta a sfondare ogni residuo benessere, una disperazione che continua a perpetrare i suoi incubi e a diffondere dolore. Stupende le prose finali, a tratti persino bukowskiane nella loro espressività diretta, senza fronzoli, ma sempre attente a conservare la musicalità delle parole. Concludo dicendo che Capelli struggenti - come ogni libro di poesia - si apprezza di più se letto a voce alta, declamato o recitato, come ho fatto questa sera prendendo mia figlia come cavia, che cercava un libro per addormentarsi. Ha resistito abbastanza, sino a La pertosse dell’anima, apprezzando le liriche e interrompendo per chiedere il significato di alcune parole.

La poesia non è morta, come affermano certi soloni, sono i veri poeti che scarseggiano, oltre a mancare editori competenti e appassionati. Krauspenhaar e Saya sono una coppia che non delude. Confezione spartana e prezzo accessibile: 10 euro per un libro intenso e coinvolgente che ti fa venire voglia di affrontare subito una seconda lettura.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Vincenzo Trama, "L'incredibile vicenda che portò Jack Lanarco a salvare l'iperspazio da fine certa"

13 Ottobre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Vincenzo Trama

 

L’incredibile vicenda che portò Jack Lanarco

a salvare l’iperspazio da fine certa

 

Gonzo Editore

Pag. 74 - 12,5 cm x 18,5 cm - Euro 5,00

 

Abbiamo conosciuto Gonzo Editore a Firenze Libro Aperto. Eravamo vicini di stand, abbastanza simili come progetto underground, pure se loro son parecchio più giovani. È dal 1999 che ci sbattiamo in questo putrido ambiente, sappiamo bene quanto ci sia bisogno di editori simili, un po’ alla Bukowski, birra e ciclostile, per arginare la deriva velinara della letteratura. Vincenzo Trama è un autore che abbiamo in comune, per noi di Edizioni Il Foglio dirige la storica rivista (www.ilfoglioletterario.it), pubblica racconti e romanzi brevi, cose ironiche e dissacranti come A quella vecchietta del metrò se la prendo le spacco il culo o attacchi diretti a un asfittico mondo letterario stile il delirante Se fossi postumo sarei Baricco. Per Gonzo, torna all’impegno politico e si getta in un’impresa che profuma di Moretti - Luchetti (Il portaborse, Il caimano) e Sorrentino (Loro), in versione fantacomica, oserei dire fantascientifica alla Mel Brooks. La trama del racconto è descritta benissimo dalla cartella stampa della Casa Editrice (che fa le cose a modo anche se underground!). Vi lasciamo alla lettura.

Il premier è stanco del suo pianeta: strapotere, leggi ad personam, olgettine non gli bastano più. Decide così di innescare una guerra nucleare e di raderlo al suolo. Niente di più facile. Nuovo Noè, imbarca solo i fedelissimi su un'arca spaziale e approdato a Xyz uccide tutti gli abitanti, si impadronisce del pianeta e della posizione politica privilegiata fra le razze che abitano la galassia Paracelso. Scampato al massacro sulla terra e nascostosi nel ventre dell’arca, Jack Lanarco fonda una comune ai confini della legalità. Quando i potenti di Paracelso indicono un mondiale intergalattico di calcio, Lanarco - attaccante provetto - coglie l’occasione per ricattare il premier: porterà i terrestri alla vittoria in cambio di libere elezioni per Xyz.

Un romanzo breve che si legge in un paio d’ore, intenso per contenuti e carica comica, pieno zeppo di personaggi partoriti da una fantasia malata (in senso buono) e inseriti in una sceneggiatura da film fantastico priva di punti deboli. Ironia politica, attacco al modo di far politica berlusconiano, gioco del calcio utilizzato come momento di ribellione al potere, ministri inutili, specie aliene degne del miglior film di Mario Bava. E alla fine spunta fuori anche una Gloria Guida versione aliena, come sorta di omaggio alla commedia sexy, ultimo grande genere del nostro cinema, la gloria eterna, premio assegnato al vincitore del campionato disputato tra specie che popolano la galassia Paracelso. Jack Lanarco è l’antieroe vendicativo deputato a salvare il mondo dai cattivi e a riportare a suo modo la democrazia in una galassia funestata da un premier che alla minima contrarietà schiaccia la testa a un ministro. Vi garantisco che si ride a crepapelle, pare un romanzo di Benni corretto alla Amurri & Verde, ma anche alla Castellano & Pipolo, perché a tratti presenta situazioni da comicità slapstick e da cartone animato. Bravo Trama che è nato nel 1981 - mi vien da pensare che potrebbe essere mio figlio -, impegnato politicamente, grande lettore e sopraffino scrittore di racconti più o meno brevi, mai inutili, mai retorici, sempre contro, finché gliene lasciano la voce, direbbe un cantante milanese a me caro. No che non c’è bisogno di emigrare in Costarica, caro Trama, pure qui da noi basta starsene lontani da veline e da scrittori di gialli, poi un motivo valido per scrivere si trova. Almeno lo spero …

 

Gordiano Lupi
www.info.it/lupi

 

 

Per Info e Acquisti:

Gonzo Editore di Marco R. Michail

Via Guido Cavalcanti 17E, 50133, Firenze

www.gonzoeditore.com

ufficiostampa@gonzoeditore.it

 

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Ezio Cardarelli, "Mario Brega - Biografia"

22 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

Ezio Cardarelli
Mario Brega - Biografia

Ce sto io … poi ce sta De Niro
A Est dell’Equatore, 2018

- Euro 14 - pag. 200
www.adestdellequatore.com – info@adestdellequatore.com

 

Impaginato come un film western degli anni Settanta, diretto da Sergio Leone e interpretato da Mario Brega nei panni del caratterista cattivo, copertina anticata, autori inseriti come in un cast cinematografico, con il produttore (editore) in alto a presentare il lavoro. Se gliel’avessero detto a Mario Brega (vero nome Florestano, nato a Tivoli nel 1923, morto a Roma nel 1994) che qualcuno avrebbe scritto un libro sulla sua vita e sul suo cinema non ci avrebbe creduto, forse avrebbe sbottato in qualche colorita espressione dialettale, pregando l’interlocutore, con il suo consueto savoir faire, di non dire stronzate. Invece Ezio Cardarelli, di mestiere poliziotto, nato nel 1975 in quel di Monterotondo, cresciuto a pane e cinema come molti di noi, dopo aver affrontato vita e opere di Bombolo, si è dedicato a narrare l’epopea di Mario Brega. Pare il momento dei caratteristi, visto che di recente abbiamo letto un gran bel libro su Guido Nicheli - il Dogui di Vacanze di Natale, dove incontra Mario Brega - scritto da Sandro Patè. La biografia di Mario Brega, scritta con l’aiuto di Valeriano, il fratello superstite (morto poco prima che il libro vedesse la luce), si avvale di una prefazione di Marco Giusti, mentre la postfazione è di Carlo Verdone e l’analisi cinematografica di Alberto Castellano, che prevede una solida appendice filmografica. Non manca proprio niente per commemorare un uomo di cinema, un romano verace che tutti ricordano per la mano che po’ esse fero e po’ esse piuma di Bianco rosso e Verdone, ma soprattutto per il comunista così (a doppio pugno chiuso) di Un sacco bello. Cardarelli ricostruisce una vita non facile, il tempo di guerra, le ristrettezze economiche causate dal fascismo, le frequentazioni ai limiti del lecito del protagonista, gli anni del dopoguerra con la scoperta del cinema e le prime interpretazioni con Leonardo Cortese, Pietro Germi, Luigi Capuano, Nanni Loy, Camillo Mastrocinque, fino al cinema western di Leone e ai lavori con Verdone e Vanzina, che lo consacrano caratterista di lusso. Filmografia sterminata, quasi impossibile da decifrare, ma l’opera di Castellano è meritoria, visto che scandaglia titoli quasi dimenticati e difficili da recuperare, dove Brega compare per una manciata di secondi. Cardarelli ricostruisce con stile piano e popolare aneddoti sconosciuti - come la pasta e fagioli mangiata con De Niro ai tempi di C’era una volta in America - e traccia persino una breve biografia di Primo, il padre di Mario, campione olimpico di atletica leggera. Un libro interessante, persino indispensabile per gli appassionati, che conserverò con cura nella mia biblioteca di cinema.

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Michele Paoletti, "Breve inventario di una assenza"

11 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Michele Paoletti
Breve inventario di un’assenza

Samuele Editore, 2017

– Pag. 80 – Euro 12

 

Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma, scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Per concludere che ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Michele Paoletti nel suo Breve inventario di un’assenza indaga il senso di vuoto che pervade la nostra vita dopo la scomparsa di una persona cara, in questo caso il padre, senza indulgere in momenti retorici e malinconici, ma stringendo un patto di comune sentire con il lettore. Tutto si fa più leggero/ adesso che le stagioni/ voltano le carte mentre il gelo/ si attarda tra le lenzuola/ con uno sbadiglio/ di gatto infastidito./ Ho trovato per sbaglio/ la tua giacca verde/ ma non c’erano caramelle/ nelle tasche e mancava/ il secondo bottone sul davanti./ La lascio appesa alla poltrona,/ un’ala di falena/ impolverata e persa/ nella fuga. L’assenza del padre si nota dalle piccole cose, dai particolati evanescenti, da un capo di abbigliamento consueto, ritrovato per caso e subito abbandonato a un destino di oggetto inutile, ormai privo di spirito vitale. Il poeta fa l’inventario di quel che resta dopo la scomparsa, un inventario  poetico, malinconico e dolente, ma non triste e ripiegato su se stesso, quanto teso a mostrare il cambiamento della vita provocato dall’assenza. La realtà torna a essere se stessa, con il quotidiano scandito da piccoli gesti, inevitabilmente segnato dal dolore. Breve inventario di un’assenza è un corpus poetico unitario, una silloge compiuta e profondamente sentita, introdotta da brevi versi di Paolo Ruffilli e da una frase di Amelia Rosselli sul senso del dolore, della perdita, della mancanza, rappresentata dagli oggetti che si trasformano in cose ormai vuote, prive di senso. Non è certo un ragioniere – se non dei sentimenti – il poeta che enumera le fatture da saldare con la vita, i conti che non tornano, i nodi sottili di dolore da stringere di poco sotto la cravatta. Il libro si articola in tre momenti lirici: La terra intatta, Inventario e Muri, tre istanti dilatati nel tempo per metabolizzare dolore e perdita, per farlo diventare una cosa sola con gli oggetti e i momenti della vita. Torneranno le giornate lunghe/ le corse dei bambini,/ la conta dei gradini da saltare./ Si faranno altri nidi sugli abeti/ e l’estate non chiederà il permesso,/ ma pioverà sole intorno/ per far fiorire qualche cosa dentro,/ un grumo, un fremito, un appiglio. Tornano i giorni lieti e magici dell’infanzia, armamentario lirico del poeta, perché tutto quel che si scrive - ormai lo sappiamo! - proviene dalle emozioni ancestrali, dai nostri archetipi di bambini e di adolescenti. Che ridere quando con la mano/ inventavi contro il muro/ un cane una farfalla/ o un’aquila lontana./ Ora la tua ombra è solo un solco/ che si allunga,/ un pilastro caduto senza suono. Non resta che fare l’inventario del poco che ci resta, ascoltare gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi. Poca cosa è il significato delle evanescenti tracce del recente passato: Una macchia sul cuscino/ due bottoni, la manica/ scucita di una giacca./ Il breve inventario di un’assenza. Tutto intorno al poeta è mancanza, ricordo di quel che è stato e che non può tornare. Si allunga la fila di croci/ contro il calendario./ Per dimenticare/ basterebbe non saper contare.

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Davide Rocco Colacrai, "Polaroid"

8 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Davide Rocco Colacrai
Polaroid

Edizioni Cinquemarzo, 2018 

– Pag. 100 – Euro 12

 

Ho conosciuto Davide Rocco Colacrai durante il concorso di poesia Il Cipressino, dove – come spesso mi capita – facevo parte della giuria e mi sono battuto a fondo perché fosse tra i premiati, vista la profondità civile delle sue liriche e la ricerca letteraria insita nei suoi versi. Fare poesia –credo di averlo scritto fino alla noia – non significa buttare giù una serie di riflessioni in prosa e di tanto in tanto andare a capo; pure in tempi segnati dal verso libero fanno la differenza ricerca linguistica, assonanze, dissonanze, metafore, musicalità della parola, valenza delle cose da dire. Colacrai spazia dai temi intimisti alla poesia civile, fa riferimento alla Rivoluzione Cubana e al Cile, passando per la Repubblica Dominicana di Trujillo e per le problematiche di una dittatura centramericana. Temi personali e ispirazione d’autore che si abbevera alla poesia di Tondelli e di Pasolini, ma che frequenta il ritmo della poesia racconto di Pavese e di tanto simbolismo europeo. Stefano Zangheri e Federico Li Calzi scrivono due intensi saggi pubblicati in apertura e a chiusura di silloge, utili per comprendere meglio il poeta, anche se sono del parere che un buon lettore debba impadronirsi delle liriche e trovarci soprattutto se stesso.  Come diceva Pavese, si cerca in quel che leggiamo soltanto noi stessi, nel preciso istante in cui facciamo nostra l’opera d’un poeta finiamo per tradire il motivo per cui è stata scritta. Ma questo è il gioco della letteratura, il suo intimo segreto. Una nota di merito va all’editore Cinquemarzo, del quale ho già avuto modo di leggere due libri (Frammento di Falesia di Stefano Giannotti è il precedente), apprezzando buon gusto e capacità di selezione. Per dare un’idea del lavoro che sta alla base della ricerca poetica di Colacrai, pubblichiamo due liriche contenute nella raccolta.

 

Il confino (Isole Tremiti, 1939)

Agosto trascorre lento, solo,

la notte a girare per le campagne e contare i pioppi

sugli argini

e bere[1].

 

 

Ricordo lo stomaco vuoto com’erano vuote le onde,

i giorni nella ragnatela dell’attesa,

il marchio di essere un arruso,

l’odore di quell’incubo,

e tutto nell’atto di fingere una vita diversa, forse migliore.

 

Zuppa di fagioli e pane,

lo sciabordare liquido dei sogni,

il gioco alla morra,

il desiderio esacerbato della carne, di virgole azzurre nella notte,

un orizzonte senza scorciatoie,

il pensiero fisso all’isola,

nostra unica donna, madre e matrigna.

 

Eravamo costretti in baracche, due e di legno,

prigionieri di un reticolato,

pochi metri quadrati per essere uomini,

quattro spiccioli per sopravvivere a noi stessi.

 

Passavano i giorni,

lenti e lontani, come risucchiati dal Cretaccio, e sospesi,

era un’isola, la nostra, che non c’era,

si faceva sempre più pesante la solitudine,

l’assenza quasi tangibile dell’amore,

un’ora come un anno

a strisciare nei solchi lasciati dalle nostre preghiere, e poi a capo.

 

C’era chi raschiava il silenzio,

chi dipanava la matassa di un senso fatto di sole ossa,

qualcuno annusava già la morte.

 

Non c’era pietà né perdono.

 

Addosso, con me, il dolore mai lavato della razza, del nostro essere tutti cani randagi, senza nomi.

 

 

 

 

Il peso viola del coraggio (a Oscar Wao)

 

Erano lenti e stanchi, gli anni di Truijllo[2], scarni e senza benedición,

e ogni figlio dell’isola aveva una stella di fukú[3] a seguitarlo

che nessuno osava scomporre in sillabe,

ancora meno nel sussurro di un sogno o di un amore,

per non scoprisi cuorecontro in un campo di canna di zucchero

prima di aver avuto il tempo di decidere

a quale Santo votarsi.

 

Contavamo la polvere,

molti respiravano le proprie orme, incerte ed epidermiche,

e tessevano rimorsi,

qualcuno prestava il nome alle onde corte dell’Avana

per tentare il domani,

c’erano studenti, spesso figli di zapateros, il cui incedere era lesto, quasi diafano, e d’ombra,

e tutti eravamo in attesa,

intrappolati nel grembo cavo di una terra, nostra madre,

dove il diablo seminava la sua gramigna, 

l’ansia di sentire bussare alla porta,

una nota di merengue inghiottita dal silenzio di un padre che svaniva,

l’aria che si dissolveva,

e persino il vento ridotto all’accenno di un apostrofo.

 

La vita era una hjia dagli occhi di Atlantide, con un cuore in apocalisse,

forgiata dalla povertà primitiva quanto basta dell’Azua Profonda[4],

una parabola d’oscurità

che segnava il primo e ultimo neo del giorno

con o senza un amen,

dove la Fine del Mondo e la Mangusta[5],

tanti scordatidimé nell’educazione di un esilio,

i c’erano una volta senza epilogo,

fukú e zafa[6], e tutto al peso viola del coraje, insieme,

indovinavano un’Anacaona[7] moderna sulla iolla[8] verso una pagina bianca e innocente come questa.

 

 

 


[1] Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli

[2] Dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961, conosciuto anche come El Jefe

[3] Maledizione mortale:  “Si credeva che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukù potentissimo, che lo avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni”.

[4] Una delle zone più povere della Repubblica Dominicana: “I poveri… si vestivano spesso di stracci, giravano scalzi e vivevano in case che sembravano costruite con i detriti di un mondo precedente.”

[5] Simbolo di forza e ricchezza spirituale, si nutre di serpenti (che simboleggiano odio e avidità)

[6] L’unico controincantesimo per neutralizzare la maledizione fukù

[7] Una delle Madri fondatrici del Nuovo Mondo, conosciuta anche come Fiore d’Oro

[8] Tipo di barca a vela su cui s’imbarcavano coloro che immigravano negli Stati Uniti d’America

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Mario Bonanno, "Guida ai cantautori italiani"

6 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

 

Mario Bonanno
Guida ai cantautori italiani
Gli anni Settanta

Paginauno, 2018

- Pag. 140 - Euro 15

 

Mario Bonanno è un nome importante nel panorama della critica musicale italiana, profondo conoscitore del mondo dei cantautori che segue con passione e competenza sin dai tempi di una rivista trimestrale edita da Bastogi, della quale ogni appassionato sente la mancanza. Leggere un libro di Bonanno equivale a staccare un biglietto per un viaggio a ritroso nel tempo, percorri strade composte da struggenti madeleines musicali e cavalchi ricordi giovanili. Finisce che leggi il suo libro canticchiando - pure se sei stonato come una campana - e scende quasi una lacrima con Notte prima degli esami, non tanto per una ragazza di nome Claudia che viveva sulle sponde del Lago d’Orta, quanto perché eri giovane e facevi il commissario d’esame alla maturità. Per ogni capitolo un frammento di passato da sfogliare come un petalo di margherita: Venditti con Nietsche e Marx che si davano la mano - non erano due amici dai nomi strani, come pensava un mio vecchio compagno di scuola -, per non parlare di Dalla e dei cattivi pensieri finiti in fondo al mare. Canzoni e amori, passioni più o meno violente, politiche e sentimentali, mentre quasi ogni giorno da vent’anni a questa parte ascolti L’avvelenata di Guccini, così come Luci a San Siro di Roberto Vecchioni è il leitmotiv che ti ricorda l’ora di andare in ufficio. Lascia stare se con l’età tutto finisce per fare nostalgia, persino i Pooh e i Nuovi Angeli, Antoine e Nico Fidenco, passando per Nada e Nicola Di Bari, senza dimenticare i Ricchi e Poveri che straziarono un grande pezzo di José Feliciano che ormai conosci più in spagnolo che in italiano. Lascia stare che il tempo perduto alla fine mette tutto sullo stesso piano, pure se lo sai che Jannacci con Messico e nuvole non ha niente a che spartire con Nannini - Bennato e le Notti italiane inseguendo un gol. Sarà perché nel 1970 avevi dieci anni e tutto era ancora intero, tutto era ancora chi lo sa, sarà perché gli occhi del bambino vedevano il Messico lontanissimo e sognante, sarà perché andammo in finale contro il Brasile e quella canzone incarna un bolero di nostalgia. De André con i Vangeli apocrifi, gli inni dolenti alle puttane di via del Campo, a una dolcissima Marinella volata in cielo su una stella, la musica che non sarà più la stessa, dopo la mia cara piattola triste presa di mira dai mitici Squallor. Claudio Lolli e la sua Borghesia mi ricorda Marcello Baraghini e un festival resistente, pochi anni fa, in una stalla di Pitigliano, vicino al quartiere ebreo, a sentire il cantautore anarchico sputare veleno contro il potere. Paolo Conte e Un gelato al limone fa venire a mente Pisa, un concerto al teatro Verdi, lui che batte nervosamente tasti d’un pianoforte a coda con la testa nascosta tra note e pensieri, mentre percorre ritmi sudamericani; Battiato è la memoria d’un concerto a Piombino nei primi anni Settanta, in un cortile, quattro gatti a sentir cantare un ragazzotto siciliano. De Gregori è Rimmel, il mio primo trentatré giri comprato nel negozio di articoli musicali della mia città, dopo che avevo saccheggiato tutti i quarantacinque giri editi da Karim incisi da Fabrizio. Stefano Rosso è la poesia, le partite di calcio, gli spinelli mai fatti (per fortuna) e gli intervalli tra il primo e il secondo tempo allo Stadio Magona quando passavano sempre la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Per me in questa Guida ai cantautori degli anni Settanta soffia forte un vento di nostalgia, ricorda un biscotto inzuppato nel tè dal sapore antico, soffuso, amaro, ebbro di rimpianto. Bravo Bonanno che mi hai fatto venire a mente un sacco di cose, tu certo lo sai che la letteratura nasce dai ricordi, proprio come la buona musica, positivi o negativi non importa, restano sempre frammenti di passato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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