Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

gordiano lupi

Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare AAVV - Davanti allo specchio Davide Camparsi - Tra cielo e terra

24 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #fantasy, #concorsi

 

 

 

 

 

La memoria, come dice Proust, è un cassetto strano, è selettiva, conserva e ripropone solo quello che le fa piacere, a volte persino confonde date, persone ed eventi. Tutto segno del tempo che passa e noi lì a ricercare quelle madeleines del tempo passato che non torna, ma che pure è stato il tempo migliore della nostra vita. Ecco, tra gli incontri più belli che ho fatto nella mia vita c'è stato quello con i ragazzi - ormai cresciuti! - del Gruppo Rill, una conoscenza casuale, dovuta alla mia partecipazione al concorso per racconti fantastici, che celebra in questo periodo i 25 anni. Dopo quel racconto sono entrato a far parte della giuria, insieme a un sacco di nomi importanti, io, piccolo scrittore di provincia, con la esse minuscola, che quasi non si vede. Tra quei giurati mi fa piacere ricordare il grande Franco Cuomo, che non è più con noi, ma restano i suoi libri. Alberto Panicucci è il motore di Rill, infaticabile organizzatore di concorsi ed eventi, con il suo gruppo ha mandato avanti per anni una bella manifestazione ad Anagni, dove conobbi un altro compagno di viaggio che non è più con noi, il grande Luciano Comida. Ah, cominciano davvero a essere troppi gli amici scomparsi e non è un buon segno...

Dovevamo parlare di libri, che forse è meglio. Rill non è un editore, ma ogni anno pubblica un volume antologico con i vincitori del concorso, curato da Edoardo Cicchinelli e Francesco Ruffino, oltre al solito Panicucci. Il volume del 2017 è intitolato Davanti allo specchio, fa parte della collana Mondi Incantati, ed è stato presentato alla Fiera del Fumetto di Lucca, che ormai tutti chiamano Lucca Comics & Games Heroes. Nel volume troverete alcune perle del fantastico underground (ché in Italia il fantastico è solo underground! Chi lo pubblica?): Davanti allo specchio di Valentino Poppi, il vincitore del concorso che dà il titolo al libro, Quando gli animali parlavano di Davide Camparsi (autore straordinario), Questione di previdenza di Nicola Catellani, Il dolore del pianto di Nicola Filippi, A casa del Diavolo di Laura Silvestri, L'amico speciale di Giorgia Cappelletti. Completano il libro alcune opere internazionali, tratte dai gemellaggi del Trofeo Rill: Una strizzatina d'occhio e un sorriso di Gary Kuyper (Sud Africa), Fujino, Takane e Kanoko di Maria Antonia Martì Escayol (Spagna), La Morrigan di Stewart Horn (Regno Unito), Qualcosa di davvero orribile di Xanthe Knox (Australia), Per l'amor del Cielo di Robert O' Rourke (Irlanda). Infine troviamo le opere de La sfida, concorso parallelo al Rill, con lavori di Francesco Nucera, Alain Voudì, Giorgia Cappelletti ed Emiliano Angelini. Davvero un bel libro, al quale ognuno di voi lettori amanti del fantastico potete provare a partecipare, proponendo le vostre opere per il Rill 2018. Un autore molto valido scoperto dal Trofeo Rill è senz'altro Davide Camparsi, che esce con una pregevole antologia di racconti intitolata Tra cielo e terra, che raccoglie le cose migliori dell'autore veronese, nato nel 1970, in tema di narrativa fantastica breve. Camparsi ha vinto un sacco di premi, pure io sono rimasto incantato dalla sua prosa e da una fervida fantasia, che si ispira ai classici del fantastico, tanto da pubblicare un suo romanzo breve (Tre di nessuno, 2017) con Il Foglio Letterario. Tra cielo e terra si compone di dieci racconti nei quali il fantastico si confonde con il reale, quasi un real maravilloso, da lezione latinoamericana, ma anche un neorealismo magico alla Zavattini. Ricordo – per completezza di informazione – che Camparsi ha una pubblicazioni edita da Delos Digital: L’Angelo dell’Autunno (romanzo fantasy) e una da Dbooks.it: Di Carne, Acciaio e Dei (racconti di fantascienza). Bravo Camparsi, che meriterebbe un grande editore (esistono ancora?) e bravi i ragazzi (cresciuti) di Rill, che oltre tutto vendono i loro libri - eleganti, coloratissimi e ben stampati - a soli dieci euro. In tempi di crisi è un incentivo anche questo...

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare  AAVV - Davanti allo specchio  Davide Camparsi - Tra cielo e terra
Mostra altro

Enzo Palladini, "Dimmi chi era Recoba"

22 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Enzo Palladini
Dimmi chi era Recoba

Edizioni Incontropiede, 2017

– Euro 14,50 – pag. 130

 

Edizioni Incontropiede ha un catalogo straordinario di opere sul calcio, unico editore in Italia a pubblicare libri sullo sport più popolare del mondo, siano romanzi, raccolte di racconti o biografie narrative. Adesso esce in libreria - ma cercatelo su Internet ché per i piccoli editori spesso la libreria resta un sogno - Dimmi chi era Recoba di Enzo Palladini, giornalista del Corriere dello Sport e dal 2002 di Premium Sport, che ha già pubblicato un’interessante guida calcistica di Lisbona e altri volumi a tema football. Il testo è introdotto da Massimo Paganin che ricorda le giocate del compagno di squadra paragonandole ai guizzi di un genio incompreso e ai movimenti di una Play Station. Recoba era genio e sregolatezza, come ogni campione, dotato di tecnica sopraffina rendeva grande la sua Inter quando era in forma e aveva voglia di giocare, la faceva precipitare nel baratro quando attraversava un periodo nero. Gli allenamenti non erano la sua passione, da buon latinoamericano preferiva il palleggio, lasciando la parte atletica ai portatori d’acqua, ma era un uruguagio e quindi lottava senza protestare per i falli subiti, anzi, se poteva, reagiva. La sua fortuna è stata quella di aver giocato in tempi che potevano prescindere dalla parte atletica, ché nel calcio di oggi sarebbe impossibile. Chino - questo il suo nomignolo, pronunciato Cino, alla spagnola - è entrato nella leggenda calcistica, come i Beatles in quella musicale, sembra ammiccare il titolo ispirato a una stupenda canzone degli Stadio. I problemi del calciatore sudamericano si chiamano squalifiche, infortuni, incomprensioni con allenatori, ma resterà in eterno un gioiello di casa Moratti. Il Presidente interista era il suo primo tifoso, sempre pronto a difenderlo, nonostante il sovrappeso, la poca forma fisica e la nomea ormai acquisita di fancazzista. Recoba e i suoi gol da centrocampo hanno segnato un’epoca, sono stati i primi anni Duemila nerazzurri, come il suo modo di mangiare assurdo, da campione che ignora le regole dietetiche ed è pronto a tutto, persino a falsificare un passaporto. La leyenda nacional si conclude il 31 marzo del 2016, al Parque Central di Montevideo, lo stadio del Nacional, nel corso di una serata di calcio, follia e spettacolo. Proprio come era Recoba. Enzo Palladini ricorda con passione e competenza la vita e le gesta del campione uruguagio, la sua esistenza scellerata, in agili capitoli che sembrano tanti racconti calcistici, aggiungendo tracce in appendice su Paco Casal (il procuratore del Chino), appunti sugli uruguagi in Italia e annotazioni sentimentali sul cuore del campione. Postfazione di Arcadio Ghiggia, per concludere che se il Chino si fosse allenato davvero, come dovrebbero fare i calciatori veri, avrebbe frequentato l’Olimpo del calcio per molti anni. Non l’ha fatto, anche perché se l’avesse fatto non sarebbe stato Recoba. Un libro da leggere, se amate del calcio, ancor più se - come me - siete interisti da tre generazioni.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mostra altro

Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo, "Uomo Faber"

17 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 


 

 

Uomo Faber
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo

DeAgostini, 2017

Euro 19,90 – Pag. 112
Formato 210 X300, cartonato
a colori

 


http://www.edizioninpe.it/product/uomo-faber/

Un libro che non mi potevo perdere. Fabrizio De André è stato il mito della mia adolescenza da umile figlio di operai, scoperto quasi per caso nel salotto buono di un amico ricco che ascoltava Lucio Battisti. Ricordo ancora le sue parole, mentre scorrevano le note di Non al denaro, non all’amore né al cielo - album stupendo ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Master -, parole indimenticabili, per quanto erano intrise di scarsa cultura letteraria: “Questo disco è troppo triste. Me l’hanno regalato. Lo tengo solo perché magari a qualcuno piace!”. Erano i tempi che s’invitavano gli amici a sentire lo stereo, erano i tempi che si facevano le feste danzanti in casa con le ragazzine e i compleanni senza affittare le sale. Erano i tempi in cui il massimo della musica melodica era Modugno, tanto tanto Morandi e Battisti, i vecchi ascoltavano ancora Claudio Villa. Grande rispetto, per carità. Ma quel disco emanava una potenza inarrivabile, era lontano anni luce dalla musica che si ascoltava in Italia nel 1975. Fu così che conobbi De André e la mia vita non fu più la stessa. Non sto esagerando, ché ancora oggi mi trovo a scrivere e a citare brani di sue canzoni accanto a frasi di Marcel Proust e di Cesare Pavese. Non c’è differenza, a mio parere. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo incontro tra me e il grande genovese cantore di Via del campo, subito dopo arrivarono La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Valzer per un amore, La città vecchia, Delitto di paese… e tutti gli altri. Ricordo d’un tratto mio padre: “Questo ce l’ha con tutti”. Era vero, papà, ce l’aveva con tutti, ce l’aveva con la vita, ce l’aveva con noi stessi, perché come Pasolini sapeva quel che saremmo diventati. Era un veggente, come tutti i poeti veri, fatti della stessa sostanza delle loro parole, come chi prova a vivere come le cose che dice. E poi hai dovuto cambiare opinione anche tu, prima di morire, pure se c’è voluto Andrea e quel sognante ritmo latino che tanto ti piaceva. Grande Fabrizio De André, quanto ci manchi, anche se ci sono rimaste le tue musiche, i tuoi testi intensi, i libri che scrivono a raffica sulla tua vita e sulle tue opere. Ecco, tra tutti i libri che ho letto su De André credo che Uomo Faber sia quello che al cantautore genovese sarebbe piaciuto di più, perché non segue una consequenzialità logica, ma è onirico e fantastico, proprio come la sua musica. Testi ispirati di Càlzia che si rifanno al repertorio artistico di De André ripercorrendo fasi della sua vita, inserendo incontri, brani di canzoni, personaggi, episodi tristi e felici. Il rapporto padre - figlio (costante della vita di De André) è sviscerato fino in fondo, in versione figlio e in versione genitore, con tutte le difficoltà che lo caratterizzano. Si finisce per capirci solo quando non ci siamo più, solo quando siamo morti, sembra dire l’autore. Ivo Milazzo - tra l’altro creatore di Ken Parker - mette al servizio del racconto tutta la sua arte grafica, a base di acquerelli pittorici e di suggestivi bianco e nero che raccontano il passato. Nicola Pesce è un editore che se non ci fosse andrebbe inventato, perché pubblica piccoli capolavori, veri e proprio gioielli della poesia a fumetti, ma anche saggistica alternativa straordinaria. Basta sfogliare il suo catalogo: Storia del metal a fumetti, Storia del rock a fumetti, Jacovitti Proibito Kamasultra, Diabolik - I Numeri 1, un sacco di classici italiani dimenticati, ma anche giovani autori da scoprire (Agata Matteucci, su tutti e le sue leggende metropolitane). Uomo Faber è una delle cose più emozionanti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, tra i volumi a fumetti che affollano la mia biblioteca, ma non solo, ché fumetti come questo sono arte, poesia, letteratura. Non perdetelo, se amate De André.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

Mostra altro

Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

9 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Pierino contro tutti

Gordiano Lupi

 

Edizioni Sensoinverso, 2017

pp 60

12,00

 

Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.

Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.

Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.

Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare  il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.

Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.

Mostra altro

Daniele Vacchino e Davide rosso, "Ritualis. Le cerimonie del mostro di Firenze"

4 Novembre 2017 , Scritto da Davide Lupo Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ritualis

Le cerimonie del Mostro di Firenze

Il Foglio Letterario Edizioni, 2017 – www.edizioniilfoglio.com

Pag. 170 - Euro 15 – ISBN 978887606525

 

 

Ritualis - Le cerimonie del Mostro di Firenze è uno strano romanzo: costruito su due romanzi all’apparenza indipendenti, legati fra loro da una cornice che sa tanto film a episodi della Amicus degli anni Settanta. Il cinema in effetti c’entra parecchio con questo libro, vista l’aria che si respira, direi direttamente collegata con quelle oscure pellicole gialle italiane degli anni Settanta, in particolare quei gialli minori, tipo La polizia brancola nel buio o I vizi morbosi di una governante. A queste derive si uniscono le mode di oggi, in particolare quei post-thriller rurali sul genere di True Detective. Eppure, anche questi riferimenti non bastano a spiegare un romanzo che contiene dentro di sé l’essenza del mostro, più di tutti i libri che sono stati scritti sull’argomento (eccetto i volumi labirintici di Filastò, non a caso citato nell’esergo dai due autori): vedo già le mani alzate dei tanti criminologi dilettanti appassionati del caso, li vedo storcere il naso per come la vicenda originale è stata trasfigurata (ad esempio il tutto è ambientato tra la Lunigiana e la pianura Padana, nel vercellese, una sorta di non-luogo della tarda modernità). È necessario capire una cosa: Ritualis è un romanzo che lavora sulla cronaca fiorentina e la trasfigura, facendola assurgere a un mito oscuro, orfico, della contemporaneità, al pari della vicenda di Jack lo squartatore, mostro mitologico utilizzato all’interno di format narrativi che lo accoppiano con tutto e tutti. Allo stesso modo, Vacchino e Rosso lavorano di fino su questi brandelli d’incubo e scrivono una sorta di requiem su di noi, ciascuno di noi, sulla tristezza e l’alienazione dell’oggi. In definitiva, al di là delle citazioni cinematografiche, e delle tante letterarie (interessante il tentativo di costruire delle equivalenza narrative col thriller che fu, ricorrendo a lunghi prelievi dai testi dei padri fondatori del surrealismo), questo Ritualis mi è parso una sorta di Tenebre argentiana, aggiornata trent’anni dopo, calata all’interno delle macro-strutture totalizzanti, dove l’ideologia della competitività e della prestazione va ormai ben oltre la sfera economica e invade la biologia del corpo, trasformandoci in avatar del consumo eterno, costretti a rincorrere un duro lavoro che può garantirci soltanto una sopravvivenza fittizia, una povertà reale, un’assenza d’identità e una depressione magari curabile in qualche campo di addestramento alla felicità di Amazon. Questo è Ritualis e molto altro ancora!

 

Davide Lupo

Mostra altro

Il Foglio Letterario al Pisa Book Festival

21 Ottobre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #eventi, #case editrici

 

 

 

Eccoci ancora una volta al Pisa Book Festival, sempre presenti dal 1999, al punto che possiamo quasi dire di essere nati insieme. Se penso a come eravamo mi prende un po’ di nostalgia, perché ci mancava l’esperienza ma avevamo tanto entusiasmo, un po’ affievolito da quando abbiamo capito che questo mondo letterario non lo cambieremo. Ci siamo ritirati nel nostro cantuccio d’ombra romita, in fondo stiamo bene dove siamo, facciamo come sempre le cose in cui crediamo, con minor rabbia e vigore - non abbiamo più trent’anni - ma le continuiamo a fare. In barba ai soloni che pontificano di romanzi che devono puzzare, agli editor d’accatto che scrivono romanzi alle sbarbine, ai grandi marchi che si contendono il fenomeno di turno, agli scrittori del niente, siano di montagne, di laghi, di gialli del cazzo ambientati in Norvegia. Vi promettiamo che non pubblicheremo mai una youtuber (come cazzo si scrive?), per questo ci sono già Rizzoli e Mondadori, oggi riuniti nel marchio Monnezzoli. Per il Pisa Book Festival due grandi novità: Fiabe storte - C’era una volta a Pisa, a cura di Federico Guerri, coordinatore de La cassetta degli attrezzi laboratorio di scrittura, e L’altra metà di Pisa - Racconti neri ambientati nell’area pisana, a cura di Mirko Tondi. Ma abbiamo portato tutto il nostro catalogo, dalla narrativa al cinema, passando per poesia, fumetto e saggistica alternativa. Tra le novità di rilievo: Poltrone rosse del regista Francesco BarilliI’m - Infinita come lo spazio della regista Anne-Riitta Ciccone (presentato a Venezia), un libro su Daniele D’Anza di Mario Gerosa Biagio Proietti, ma non mancano testi insoliti su Renato PozzettoGloria GuidaHorror italianoSpaghetti WesternKlaus KinskiGualtiero JacopettiMario CaianoErnesto GastaldiAldo LadoPablo LarrainLuigi ScattiniBruno Mattei… Insomma, se venite al Pisa Book Festival e non vi fermate da noi perdete un’occasione! (Gordiano Lupi). 

 

Mostra altro

Giovanni Modica, "Dario Argento e Profondo rosso"

25 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

 

Giovanni Modica

Dario Argento e Profondo Rosso

Profondo Rosso. 2017 – Pag. 384 – Euro 24,90

 

Profondo rosso (1975) è il film più importante di Dario Argento, il suo lavoro indimenticabile che ne decreta il successo imperituro. Non siamo ancora nell’horror puro, ma in una cornice gialla classica, contaminata da penetranti elementi macabri. La parte orrorifica prende il sopravvento sin dalle prime sequenze in un teatro, che vedono la sensitiva Helga Ullman (Macha Meril) avvertire la presenza in sala di un omicida e quindi finire massacrata nel camerino. Marcus Daly, un pianista inglese (David Hemmings) indaga insieme alla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) ed entrambi vengono coinvolti in una spirale interminabile di omicidi. Profondo rosso è un film talmente noto che pare inutile raccontare la trama, anche perché sono stati scritti saggi ponderosi e approfonditi sulla pellicola. Giovanni Modica, invece, con la collaborazione di Luigi Cozzi, non solo non lo reputa inutile, ma dedica al film ben 384 pagine, facendo scomparire il vostro modesto saggista che nella sua sintetica storia del cinema horror italiano ha scritto sul film in questione soltanto una pagina e mezza. In questo libro edito dal negozio di Dario Argento, diretto da Luigi Cozzi - una vita dedicata alla celebrazione di un Maestro che purtroppo non è più così grande - troverete pane per i vostri denti, appagherete ogni curiosità e sazierete la vostra fame di curiosità cinefile. Io posso solo dire che Profondo rosso fa da spartiacque tra il thriller puro e l’horror, segnando la nuova strada di Dario Argento, sempre più in preda a una fantasia macabra e visionaria. L’elemento paranormale è presente, così come incontriamo ambientazioni gotiche e momenti surreali scanditi da apparizioni di pupazzi meccanici. L’estetica dell’omicidio viene perfezionata secondo la lezione di Mario Bava, ma sarà presa a modello anche da autori statunitensi come John Carpenter e Rick Rosenthal nella saga Halloween (1978 - 81). Il merito della sceneggiatura ricca di suspense va diviso tra il regista e Bernardino Zapponi, che inseriscono in una storia gialla elementi macabri e momenti di puro terrore. Funziona tutto, persino la colonna sonora dei Goblin che ha fatto epoca, ma - se vogliamo trovare un difetto - non sono il massimo certi dialoghi impostati e alcuni personaggi monodimensionali. Ottimi i due protagonisti, bene Clara Calamai, Eros Pagni e Gabriele Lavia, che regalano caratterizzazioni memorabili. Un finale a sorpresa mostra il killer riflesso nello specchio del corridoio come se fosse un orribile dipinto, un grande colpo di genio, intriso di fantasia surrealista. Profondo rosso è stato uno dei film più amati degli anni Settanta e il suo successo è ancora ammantato da un alone di leggenda. Giovanni Modica si fa introdurre da Fabio Giovannini, un argentofilo della prima ora, mentre lascia la parola al Maestro in un capitolo finale, inserendo un’intervista datata 2002 che Argento aveva concesso a Federico Patrizi. Capitolo dopo capitolo viviseziona il film, dalla scheda tecnica alla scenografia, passando per trama, genesi, soggetto, sceneggiatura, ispirazioni letterarie, attori, locations, fotografia, montaggio, vecchie recensioni, considerazioni critiche, film e autori che si sono ispirati ad Argento. Invano il vostro povero recensore ha cercato il suo nome tra chi si è occupato di horror italiano e nella fattispecie di Dario Argento. Non l’ha trovato. Peccato di presunzione, certo, ma in fondo gli autori citati in bibliografia sono talmente grandi che il mio piccolo nome di provincia avrebbe stonato. Profondo rosso è un testo fondamentale per capire il cinema  del Maestro dell’horror italiano, un libro che un amante della sintesi e dello stile divulgativo come me non avrebbe neppure concepito di scrivere. Perfetto, invece, per chi non si accontenta. Una cosa da stigmatizzare - comune a tutti i libri della Profondo Rosso - è il prezzo civetta: 24,90. Mica poco in questi tempi di crisi…

Mostra altro

Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"

16 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Cesare Lo Monaco

Matita fuori margine

Edizioni Sensoinverso

www.edizionisensoinverso.it

info@edizionisensoinverso.it

Pag. 140 - Euro 14

 

Cesare Lo Monaco, in arte César, non lo scopriamo certo noi, non è un debuttante, viste le sue collaborazioni al Corriere dei Piccoli, Smemoranda, Il Messaggero dei Ragazzi, Panorama..., ma fa pensare che per pubblicare una raccolta di graffianti  e incisive vignette debba ricorrere a un piccolo editore. I gusti del pubblico stanno cambiando al punto che il fumetto comico - satirico non ha più lettori oppure i nostri grandi editori si sono acquietati sui guadagni certi rinunciando alla loro funzione di stimolo culturale? Per noi è buona la seconda, ma resta un'opinione, che può essere smentita. D'altra parte vediamo che sono tornati in edicola Popeye e Cocco Bill, cosa che fa ben sperare per il futuro del fumetto umoristico.

Lo Monaco è più un vignettista scuola Giuliano e Forattini che un disegnatore di fumetti, i suoi lavori a tavola unica non prevedono un personaggio fisso, ma in primo piano ci sono le famiglie, i giovani amorfi che popolano il quotidiano, di tanto in tanto tornano i ragazzi al cellulare, gli studenti svogliati, gli amori via internet, ma protagonisti delle tavole sono gli uomini contemporanei. L'artista critica quel che siamo diventati - che è sotto gli occhi di tutti - un popolo di connessi, incapaci di comunicare con le parole e con gli sguardi, ma sempre intenti a dialogare on line, magari con perfetti sconosciuti. Battute divertenti, mai fini a se stesse, qualcuna lascia un sapore amaro in bocca, perché la scopriamo vera, ci rivediamo i nostri figli, la realtà in perenne cambiamento, forse non proprio verso un mondo migliore. Ed è questo il compito della satira, un genere che in Italia ha vissuto alterne fortune e del quale si sentirebbe il bisogno del ritorno, magari con una bella rivista da edicola come quelle di un tempo (Cuore, Tango, Il Male, persino Comix). César non usa la striscia e neppure la tavola domenicale ricca di vignette, risolve tutto con stile rapido in una sola battuta, graffiante, senza scadere mai a livello di barzelletta. Matita fuori margine è una raccolta di piccole storie di vita quotidiana, un lavoro interessante e soprattutto divertente, che ci permette di capire un po' di più come siamo diventati.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"Cesare Lo Monaco, "Matita fuori margine"
Mostra altro

I’M Infinita come lo spazio di Anne-Riitta Ciccone

10 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Regia: Anne-Riitta Ciccone. Soggetto: Anne-Riitta Ciccone (romanzo I’M Infinita come lo spazio - Edizioni Il Foglio, 2017). Sceneggiatura: Anne-Riitta Ciccone, Lorenzo D’Amico De Carvalho. Direttore della Fotografia: Pasquale Mari. Scenografia: Maurizio Sabatini. Effetti visivi, 3D stereoscopico: David Bush. Costumi: Andrea Sorrentino. Montaggio: Andrea Maguolo. Musiche originali: Peter Spilles, con le canzoni dei Project Pitchfork. Produzione: Italia - visto censura dicembre 2016. Case di Produzione: A.T.C. ADRIANA TRINCEA CINEMA con RAI CINEMA E PAYPERMOON ITALIA. Prodotto da: Francesco Torelli. Con il supporto di: Trentino Film Commission e Regione Lazio. Distribuzione: Koch Media. Interpreti principali: Barbora Bobulova, Mathilde Bunduschuh, Guglielmo Scilla, Julia Jentsch, Piotr Adamczyk. Distribuito da Koch Media (Italia) e da Rai Com (estero).

 

Il fatto di essere l’editore del romanzo non mi impedirà di scrivere tutto il bene possibile di un film italiano non convenzionale e dotato di un respiro internazionale. Al diavolo le questioni di opportunità e la correttezza formale! I’M - Infinita come lo spazio è un film costato anni di lavoro - e si vede! - che consacra Anne-Riitta Ciccone nell’olimpo dei migliori giovani registi italiani. Non dobbiamo limitarci a presentarlo come un fantasy in Tre D, perché è troppo riduttivo; il film usa gli effetti speciali per condurci alla scoperta della psiche della protagonista, accompagnandoci nei meandri del suo cervello, nei suoi pensieri cupi di adolescente insicura. I’M è un film sul bullismo, sulla crescita, sulla necessità di vivere secondo i propri sogni, senza tradirli mai e senza attendersi niente dagli altri, perché - come dice in una sequenza cruciale una straordinaria Bobulova: “Al mondo non gliene importa un cazzo di te! Tira fuori le palle e lotta per affermare i tuoi sogni!”. Il 3 D si scatena quando la protagonista sogna di far precipitare in una feritoia del terreno i compagni bulli, ma anche in una rappresentazione da fiaba dark di Alice nel paese delle meraviglie, per non dimenticare la trasfigurazione della preside in perfida strega. Da notare le apparizioni del fantastico Papà Zucca, padre immaginario di Jessica, che la ragazza ha visto una sola volta, ad Halloween, e quindi continua a rappresentarlo nella sua mente mentre indossa una gigantesca maschera da zucca. Il film è girato in Alto Adige, tra le nevi di un ambiente surreale, di un non luogo imprecisato, perché non è importante. Potrebbe essere un’altra dimensione, un altro pianeta, il nostro stesso mondo, non è importante… La regista racconta i rapporti difficili di un’adolescente che sogna di diventare una disegnatrice di fumetti, in lotta con il mondo circostante, dai compagni di classe alla madre, passando per la sorellina e i professori. Unica confidente la rockstar fallita (Bobulova) che dispensa buoni consigli ma al tempo stesso è alcolizzata, depressa e costretta a fare un lavoro che odia. Un film sceneggiato senza punti morti, ben fotografato, interpretato alla perfezione dalla giovanissima Mathilde Bunduschuh e dalla più esperta Barbora Bobulova (mai così convincente). Colonna sonora di Peter Spilles, perfetta per accompagnare una simile storia, mixata con le canzoni dei Project Pitchfork, che pervade di musica rock, ai limiti del punk, tutta la pellicola. Finale a sorpresa, che non anticipo, ispirato a un fatto realmente accaduto in Finlandia. Poetico e suggestivo il sottofinale, tra le montagne altoatesine, che spero obbligherà anche il più incolto dei pubblici a seguire i titoli di coda. Presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori. In uscita il 16 novembre, speriamo in molte sale, perché la novità di una pellicola italiana impegnata e al tempo stesso spettacolare lo merita. Intanto leggetevi il romanzo…

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lup
i

 

 

 

Mostra altro

Paolo Ghezzi, "Pupi Avati - Sotto le stelle di un film"

23 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghezzi
Pupi Avati - Sotto le stelle di un film
Il Margine, 2008 – Euro 16 – Pag. 180
www.il-margine.it – editrice@il-margine.it

 

Il Margine è un editore di Trento che fa bene il suo mestiere, non abdicando al ruolo culturale e pubblicando piccoli libri agili e utili di saggistica popolare e divulgativa. Pupi Avati - Sotto le stelle di un film è una sorta di libro - confessione che Paolo Ghezzi raccoglie dialogando di cinema con i fratelli Avati,  dalle prime incerte prove dei tempi di Thomas e Balsamus, fino a Gli amici del Bar Margherita, al tempo ancora in lavorazione. Il libro ha avuto ben due edizioni: agosto e novembre 2008, ed è ancora molto attuale e interessante, nonostante lo stesso Avati abbia voluto scrivere in tempi più recenti una corposa autobiografia (La grande invenzione, euro 18 - Rizzoli 2013, dal 2014 anche in economica BUR).

Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), figlio di un antiquario bolognese e fratello del produttore Antonio, si chiamerebbe Giuseppe ma da sempre porta quel nomignolo affettuoso che - da buon bugiardo - ha tentato di spiegare in modi diversi. Il suo sogno sarebbe quello di diventare jazzista, ma Lucio Dalla fa naufragare le speranze del futuro regista, depresso dalla bravura come clarinettista dell’amico, che entra a far parte della stesa band. Pupi abbandona sconfortato, ma il ricordo del jazz, torna spesso sotto forma di cinema e di miniserie televisive, a dimostrazione che un grande amore non si scorda mai. Nella vita di Pupi Avati c’è anche un lavoro come rappresentante Findus, ma di indimenticabile resta il cinema, un amore eterno, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come 8 ½  che indicano la strada da percorrere. I primi due film sono Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas (Gli indemoniati) (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome viene rivelato soltanto dopo la morte. Avati scrive anche la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pierpaolo Pasolini, per la quale viene pagato ma non accreditato. Cifra stilistica dei primi lavori sono - per dirla con Roberto Poppi - grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate. Prime commedie in carriera che lasciano il segno: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1974) e Bordella (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti… tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1978). Il vero capolavoro giovanile è La casa dalle finestre che ridono, horror padano di una sorprendente originalità, scritto dal fratello Antonio e interpretato da un ispirato Lino Capolicchio. Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, centra l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Il suo cinema parla per lui, sembra realizzato da una squadra di registi, tanta è la varietà di idee che costella sua carriera. Tratto unitario è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore. Ben vengano libri come Sotto le stelle di un film che ci portano a conoscere un nostro grande cineasta negli anfratti più reconditi della sua intimità.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

 

 

 

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 20 30 > >>