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Post con #gordiano lupi tag

Andrea Mirò e Alberto Patrucco Degni di nota - tra Gaber e Brassens

7 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #teatro, #musica

 

 

 

Teatro dell'Olivo a Camaiore, in provincia di Lucca, uno di quei piccoli gioielli che non ti aspetti in una provincia versiliese montana, una bomboniera di palcoscenico, tra palchetti e piccola platea. Bellissimo. E poi uno spettacolo di altissimo livello culturale, capace di unire leggerezza a impegno, di coniugare il minimalismo di Brassens con il massimalismo di Gaber, in un alternarsi di voci femminile (Mirò) e maschile (Patrucco) sempre all'altezza dei testi e delle musiche. Tutto molto bello in questa produzione teatrale diretta con mano salda da Emilio Russo, due anni di lavoro tra traduzioni, arrangiamenti e allestimento, ma i frutti si vedono. Un recital giocato sul filo dell'ironia e del sarcasmo, senza mai eccedere, graffiante critica di una società post consumistica che ha perso valori e punti di riferimento, frecciate contro televisione e pseudocultura, ma anche frizzanti punzecchiature politiche a base di nonsense, assonanze, giochi di parole. Umorismo colto, molto inglese, ma soprattutto anarchico, alla Gaber - Brassens, veri protagonisti della serata. Testi di Alberto Patrucco - istrionico attore che quando canta ricorda il grande De Andrè -, traduttore e arrangiatore del Brassens meno noto, quello inedito, mai sentito in italiano, che in passato si è tolto pure la soddisfazione di andare a recitare il suo poeta preferito a Parigi, in italiano. Tredici testi che si fondono con le parole di Gaber fatte rivivere dalla splendida voce femminile di Andrea Mirò, calda e intensa, graffiante e dura quando serve. Uno spettacolo che non è mai retorico e celebrativo, ma che fa rivivere parole e musica di due artisti del secolo scorso, in un modo o nell'altro capaci di lasciare un segno indelebile nella nostra cultura. E i testi comici si uniscono bene alla poesia - canzone, perché sono in linea con la poetica anarchica dei due grandi Giorgio (italiano e francese) del Novecento, illuminanti e profondi per quanto è vuoto e superficiale il periodo storico che stiamo vivendo. Se la televisione facesse ancora cultura, come un tempo, invece di ospitare idioti che naufragano per finta in un'isola dei Caraibi, sarebbe uno spettacolo da proporre in prima serata. Alla fine il pubblico applaude a scena aperta e gli attori concedono un bis. Successo meritato.

 

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Mario Bonanno, "È vero che il giorno sapeva di sporco"

5 Aprile 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Mario Bonanno

È vero che il giorno sapeva di sporco

Stampa Alternativa - pag. 110 – Euro 14

 

Mario Bonanno è uno dei maggiori esperti di cantautori del nostro paese, oltre tutto scrive in un italiano popolare, corretto, agile e snello - cosa non scontata per un critico - e rende fruibile a tutti il suo vasto sapere. Dote non di poco conto, per me che ho fatto dello stile popolare una religione, con buona pace degli snob e di chi vive perennemente con la puzza sotto il naso. Non è il primo libro che Stampa Alternativa dedica a Claudio Lolli, perché in catalogo - e nella mia biblioteca - ce n’è un altro con CD musicale allegato, che ricordo presentato in una stalla a Pitigliano, in puro stile Baragini, durante un Festival della Letteratura Resistente, ovvero degli editori veri che ancora fanno libri e non li vendono in Autogrill insieme alla merda che spacciano per cibo. Ma poi perché prendersela tanto? In fondo certi volumi rilegati sono nel loro non luogo ideale, perché cacca chiama cacca, direbbe mio nonno, e trovare Monnezzoli tra le penne scotte e il riso stile colla per manifesti è perfetto. Basta con le polemiche, parlavamo di Bonanno e di Lolli, due autori che con le major non se la sono mai detta, quindi Stampa Alternativa pare proprio l’editore ideale.

Il libro su Lolli si occupa di riascoltare l’album Disoccupate le strade dai sogni e presenta molte foto d’epoca di Enzo Eric Toccaceli. Un disco che viene definito un specie di posto delle fragole musicale non posso che amarlo, visto la passione che mi lega al cinema di Bergman e dato che pure io ho scritto - come tutti coloro che scrivono - il mio posto delle fragole con Calcio e acciaio. Non solo, il prefatore Gigi Marinoni cita la frase di Paul Nizan (Ho avuto vent’anni, non permetterò. a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita), perché lui quando è uscito il disco aveva vent’anni - io diciassette -, pure se lo fa in negativo, e io ho scritto un intero romanzo partendo da quella frase (Miracolo a Piombino). Insomma, le analogie sono troppe per non appassionarmi alle parole di Lolli, cantante che tra l’altro ha rappresentato tutta la rabbia esistenziale della mia generazione, non usa a farsi selfie del cazzo e giocare ai videogame, ma a leggere, studiare, farsi il culo e correre. Unicuique suum, dicevano i latini. E allora se avete tra i cinquanta e i sessant’anni ve lo consiglio questo libro per fare un tuffo nel passato, per assaporare cento pagine di madeleines e inzuppare i vostri biscottini nell’infuso di tiglio della vecchia zia. Se siete giovani, invece, vi dico che potreste per un attimo lasciare da parte telefonino e bastoni da selfie e provare a vedere se la poesia di Claudio Lolli vi dice qualcosa, ché ora come ora provare costa niente, visto che si scarica tutto, dalla rava alla fava. Bravo Bonanno che completa la sua collezione di opere sui cantautori, da Stefano Rosso a Battiato, passando per Gaber e Bertoli, miti di un passato che non può tornare. A quando un bel libro su Roberto Vecchioni? Magari che parli di Saldi di fine stagione e Improvviso paese… Mi candido come editore.

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Alberto Facchinetti, "La versione di Gipo"

22 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

Alberto Facchinetti

La versione di Gipo

Edizioni Incontropiede – www.incontropiede.it

Pag.- 170 - Euro 16,50

 

In Italia il calcio è lo sport più popolare, ma sia in letteratura sia al cinema non ha mai riscosso grandi successi, nonostante buone opere come Azzurro tenebra di Arpino e Ultimo minuto di Avati. Vogliamo peccare di immodestia e metterci anche il mio Calcio e acciaio, selezionato al Premio Strega nel 2014? Facciamolo. Tanto non costa niente. Aggiungo che il calcio ha dato vita a gustose parodie cinematografiche come Il presidente del Borgorosso con Sordi, I due maghi del pallone con Franco & Ciccio, L'allenatore nel pallone interpretato da Banfi e Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi & Andrea. L’elenco non sarebbe finito, anche se di successi veri e propri - se non in ambito comico - non ce ne sono mai stati. Come dice Pupi Avati, la gente il calcio lo vuol vedere allo stadio, partecipando al rito collettivo della gara calcistica, non leggerlo tra le pagine di un libro o guardarlo in un film. Forse ha ragione il grande regista bolognese, ma per me cresciuto a pane, calcio e fumetti (educazione postmoderna!) il calcio resta affascinante anche da leggere, da scrivere e da vedere nella sala di un cinema di periferia (ce ne sono ancora?).

Alberto Facchinetti deve pensarla come me, se ha messo su una casa editrice che pubblica solo libri di calcio e se scrive quasi esclusivamente biografie romanzate, affascinanti come quelle su Julio Libonatti e Vittorio Scantamburlo (lo scopritore di Del Piero), documentate ed esaustive come la sua ultima fatica: La versione di Gipo. Titolo azzeccatissimo, che ricorda un romanzo di successo, ma che in realtà nasconde la vita avventurosa del grande Gipo Viani. Certo, ai ragazzini che seguono il calcio artefatto dei nostri tristi anni Duemila - che a me interessa zero, dico la verità - è un nome che non dirà niente, ché non si faceva tatuaggi e non si scopava le veline, ma era soltanto uno capace di lavorare sodo.

Facchinetti ripercorre l’epopea di un calciatore di buon mestiere, ma soprattutto di un grande allenatore, inventore di nuove tattiche e schemi, vero e proprio punto di non ritorno tra il calcio del passato e quello degli anni Sessanta, dove sono cresciuto anch’io, prima modesto calciatore poi arbitro della vecchia Lega Semiprofessionisti. Viani si racconta, come in un'immaginaria intervista, come se stesse scrivendo brani di diario della sua vita, tracciando brandelli di un’esistenza che attraversa tutto il calcio italiano degli anni Sessanta. Un libro che fa tornare alla memoria nomi troppo amati da un bambino che collezionava figurine Panini e che ci giocava nel tinello componendo formazioni e inventando immaginarie partite: Rocco, Rivera, Janich, Brera, Pascutti, Carniglia, Nicolè, Pelé... e poi si parla del Milan, del Bologna, della Nazionale, della coppa dei Campioni dei tempi in cui si fremeva nell’attesa di vedere la partita televisiva del mercoledì. Insomma, La versione di Gipo è un libro che profuma di tempo perduto per noi che siamo nati negli anni Sessanta (io nell'anno zero!), che fa commuovere mentre pensiamo a quanto eravamo ingenui e a quanto fosse genuino il calcio d'allora. Tornare indietro è impossibile, quel bambino non può riprendere la pallina del calcio balilla per giocare partite sulle mattonelle, immaginando Peirò centravanti dell’Inter e Pizzaballa portiere del Verona. Ma leggere questo libro ci fa star bene. E tanto basta.

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Sergio Toppi, "Sharaz-De le mille e una notte"

19 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

Sergio Toppi

Sharaz-De Le mille e una notte

NPE – euro 29,90 – pag. 255

 

Sergio Toppi (1932 - 2012) è uno dei grandi nomi del fumetto italiano degli anni Sessanta e Settanta - quando era un genere vitale e popolare non roba d’elite come adesso - uno che può stare alla pari con Hugo Pratt, Dino Battaglia, Milo Manara e Guido Crepax. Eppure molti se ne sono dimenticati, come capita spesso a grandi autori che hanno rappresentato il fulcro della nostra letteratura per immagini. Non io, cresciuto a pane e fumetti, senza per questo disdegnare i classici e i romanzi contemporanei, frutto come sono di una sana educazione postmoderna.

Toppi aveva il vantaggio di scrivere per il Corriere dei Ragazzi, per riviste considerate educative, rifaceva a fumetti i racconti di Buzzati, le Mille e una notte, scriveva racconti storici insieme a Mino Milani… Mio padre era un suo fan sfegatato, diceva che era un disegnatore che si rifaceva alla vecchia scuola del fumetto americano. A mio parere non è così vero, con Toppi siamo dalle parti dell’espressionismo tedesco e del realismo magico sudamericano. Toppi - per fortuna - non è stato dimenticato neppure da un piccolo editore colto e capace come Nicola Pesce, che dopo aver riscoperto Dino Battaglia prosegue nella sua opera meritoria di ristampare grandi opere del fumetto italiano. Il primo volume della collana Toppi è Sharaz-De, un modo agevole per avvicinare i ragazzi alla complessa lettura de Le mille e una notte, sceneggiate per immagini con estrema cura e con una ricerca linguistica certosina.

Il libro di NPE è stupendo, grande formato, rilegato, molte pagine a colori, dipinte ad acquarello, tanti originali in bianco e nero, schizzate con il tratto inconfondibile dell’artista milanese, stilizzato e nervoso, a base di chiaroscuri. Ottimi apparati critici, con una dotta introduzione di Matteo Stefanelli e un’intervista che Toppi ha rilasciato a Mariangela Rado, l’8 marzo del 2010, due anni prima di morire. Il nostro premio Yellow Kid 1975 fa sfoggio di modestia, dice di non ritenersi un maestro e di aver cominciato a disegnare fumetti per necessità, imitando modelli di autori più esperti.

La collana dedicata a Toppi andrà avanti con Blues, Bestiario, Naugatuck 1757, Chapungo, Ogoniok, Il dossier kokombo, Il Dio minatore, Krull, Il Collezionista, Colt Frontier, Tanka, Warramunga, La leggenda di Potosi, Sic Transit Gloria Mundi… l’archivio di cui dispongono gli eredi è sterminato. Per fortuna recuperabile, perché in certi casi non si riescono a ristampare vecchi fumetti per un problema di diritti, come nel caso dei fumetti Bianconi, dove ci sarebbe del buono da recuperare.

Lasciatemi dire che i grandi editori hanno abdicato al loro compito istituzionale di fare cultura e che per fortuna esistono piccole e dinamiche realtà come la Nicola Pesce Editore. Se così non fosse, saremmo nelle mani di chi sforna prodotti commerciali, li presenta al Premio Strega per allargare la platea dei possibili fruitori, spacciando per arte dei patetici quanto sterili virtuosismi.

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Il cielo sopra Piombino

13 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

Il cielo sopra Piombino

 

In post produzione il docu-letterario di Stefano Simone

Soggetto e Sceneggiatura di Gordiano Lupi

 

È in fase di post produzione il documentario letterario di Stefano Simone intitolato Il cielo sopra Piombino, basato su testi di Gordiano Lupi (alcuni originali, altri tratti da Calcio e acciaio e Miracolo a Piombino), musiche di Federico Botti, fotografie di Riccardo Marchionni, voce narrante di Federico Guerri.

Dargys Ciberio è l’unica attrice del film, rigorosamente non professionista, calata in un ruolo di muto Virgilio al femminile per accompagnare lo spettatore nel percorso poetico. La vera protagonista del film è Piombino.

Un documentario insolito, che si pone come punto di riferimento Pier Paolo Pasolini e i documentari poetici su Roma, Ostia, la periferia decadente, la spiaggia proletaria, i ragazzi di vita, l’alternarsi (in perfetto equilibrio) di bellezza e decadenza. Il cielo sopra Piombino - il titolo è un chiaro omaggio a Wim Wenders - prende per mano lo spettatore e lo porta a conoscere splendore e degrado, calette rocciose nascoste in anfratti di mare, ferrovie abbandonate, porto industriale e tombe etrusche, porticciolo mediceo, un vecchio stadio dove un tempo fu sconfitta la Roma, golfo di Baratti e altiforni spenti.

egista e sceneggiatore fanno pulsare l’anima di una cittadina industriale e marinara, riescono a far affiorare tra le pieghe delle immagini il tempo perduto di proustiana memoria. Un documentario non turistico, come molti ne sono stati fatti per illustrare la bellezza di una città di mare, ma letterario, scritto e girato per mostrare il vero volto di Piombino, cartina di tornasole di una provincia vitale, mai doma e abbandonata a se stessa. Un volto poetico e disperato, sognante e realista, ambizioso e decadente, languido e intrepido, memore del passato ma proteso verso il futuro. Gli autori sono convinti che dal contrasto nascano arte e letteratura, ma anche che la vita pulsi ogni giorno per strade di contraddizioni insolubili. La musica suggestiva e melodica di Federico Botti contribuisce a creare un clima di ricordi e sogni, un sottofondo di parole poetiche che introducono e chiudono una passeggiata nei luoghi più significativi di una provincia che non deve essere dimenticata. Il cielo sopra Piombino inaugura la sezione Fogliocinema, che proseguirà con il nuovo film di Roger Fratter e con una collana dedicata alla ristampa anastatica di tutte le opere del regista indipendente bresciano.

 

 

 

Le bocche di leone

 

Fare colazione con le bocche di leone, nome che ricorda una pianta di primavera e che in quest’angolo di Maremma indica un dolce da forno del passato. Ho scoperto che vendono ancora le bocche di leone in una panetteria del centro, in Piazza Gramsci, vicino all’orribile fontana in marmo disegnata da chissà quale artista che getta scrosci d’acqua in una pozza stagnante circondata da bambini. In alto ci sono ancora tre orologi disposti ad angolo, che ricordano il vecchio nome della piazza, prima della liberazione. Le bocche di leone sono le mie madeleines, meno nobili, certo, ma contengono un passato di bambino che fa colazione a scuola dopo aver scartato l’involucro giallastro e morde un dolce prelibato. Pasta reale modellata a forma di brioche, farcita di burro e panna, schizzata di alchermes, divisa in due, aperta come la bocca di un leone che sorride e mostra la dentatura. Alchermes fatto con acqua di rose, come ai tempi di Caterina de’ Medici alla corte di Francia, cannella, vaniglia, cocciniglia, cardamomo, chiodi di garofano, alcol e zucchero. Le mie bocche di leone hanno un sapore dolciastro e lieve, ricordano l’infanzia, morso dopo morso. Ti senti pervadere dal profumo del passato addentando la sostanza burrosa che si fonde con la pasta reale e il liquore rosso, rivedi la Pasticceria Pastori all’angolo del corso, dove si radunavano i ragazzi dopo la scuola per tirare tardi al pomeriggio, vasca dopo vasca. Ripensi a tua madre in un piccolo negozio Coop che non esiste più, alle prese con i conti da far tornare, mentre compra la merenda per scuola e ti dà un bacio quando oltrepassi il grande cancello in ferro battuto. Ritrovi un forno del centro dove una signora tastava pani da un chilo prima di servirli, incurante delle regole di igiene, come se li avesse dovuti mangiare lei. “Un bel pane cotto a legna per questo bimbo”, diceva. La bocca di leone veniva dopo, la incartava a parte, avendo cura di non far appiccicare il prezioso contenuto nella confezione.

Non hanno più il sapore d’un tempo le mie bocche di leone, proprio come i semi di zucca che ogni tanto provo a comprare, non sono gli stessi che vendevano al cinema Sempione prima del doppio spettacolo domenicale. Il tempo passa e i sapori cambiano, oppure siamo noi che cambiamo e cerchiamo le madeleines della nostra vita per fermare il tempo, sapori e odori che non torneranno, ricordi confusi nella memoria, sogni di bambino. E allora addento quella pasta dolciastra acquistata nella panetteria di Piazza Gramsci, gusto lo sciroppo rossastro confuso tra panna, burro e pasta reale, trovo un sapore amaro che non ricordavo, un sapore strano, come di tempo che scorre tra le dita come sabbia e non lo puoi fermare, un sapore di rimpianto.

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Niko Parente, "Ciak, si spara"

10 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

Nico Parente

Ciak, si spara

euro 9,90 – pag.160

NPE – edizioninpe.it

 

Nico Parente è un saggista cinematografico che conosco molto bene per aver pubblicato - con Il Foglio Letterario - L’esorcista e Mare blu morte bianca, due opere agili e informative, la prima sul famoso film di William Friedkin, la seconda sul fenomeno del cinema degli squali, apocrifi italiani compresi. Non solo. Parente è stato indispensabile anche per completare la corposa Storia del Cinema Horror Italiano in cinque volumi, perché il suo contributo alla parte sui giovani cineasti italiani (quinto volume) è fondamentale. Adesso lo scopro alla corte di Nicola Pesce, giovane e valente editore che fa cose egregie nel campo del fumetto (Jacovitti, Battaglia, Matteucci e chi più ne ha più ne metta) ma che non conoscevo come cultore di cinema.

La prefazione è niente meno che del mio amico perduto Fabio Giovannini - perduto nel senso proustiano del termine, sono anni che non lo vedo e che non lo sento - vero esperto del cinema italiano (e non solo!), un autore dal quale tutti noi piccoli autori abbiamo imparato qualcosa. Il libro parte in quarta con la materia viva, da Romanzo criminale a Gomorra e Suburra, analizzando – come dice il sottotitolo - il crimine italiano sul grande e piccolo schermo. Vi confesso di non nutrire alcuna passione per Gomorra (il pessimo non romanzo di Saviano o la serie televisiva di Garrone non fa differenza), ancor meno per il pasticciato Suburra, ma di amare visceralmente il cinema di Caligari e il suo canto del cigno Non essere cattivo. Purtroppo Parente non ne parla, ma mi consolo con la Uno Bianca di Michele Soavi, passato in TV ai tempi dei veri sceneggiati, di cui sono stato un fan sfegatato.

In ogni caso Parente ci conferma che i generi - come ai tempi del noir alla di Leo e del poliziottesco - siano cinematografici, politici o letterari - possono aiutare a riflettere sulla politica, sulla realtà, sulle condizioni sociali di un’epoca. E anche se in merito a Gomorra chi scrive ha un pensiero diametralmente opposto a quello di Parente, ritengo utile una pubblicazione che affronta temi e problemi messi in evidenza da Uno Bianca, Romanzo Criminale (film e serie), Gomorra (idem), Vallanzasca, Faccia d’angelo e Suburra.

Edizione spartana, con il merito di un costo abbordabile, a imitazione Newton & Compton (mica c’è niente di male), molte foto in bianco e nero, un’intervista finale a Stefano Sollima. Un libro commerciale, visti i tempi, ma corretto. (Gordiano Lupi)

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Vincenzo Trama, "Se fossi postumo sarei (Ba)ricco"

1 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #recensioni, #editoria, #gordiano lupi

 

 

Vincenzo Trama

Se fossi postumo sarei (Ba)ricco

Edizioni Il Foglio - Pag. 165 - Euro 12

www.ilfoglioletterario.it

 

Un libro geniale sin dal titolo. Un atto d’accusa in forma di romanzo. Un’invettiva ironica e sarcastica scagliata in faccia a un mondo editoriale ormai alla frutta. Chi sono gli autori italiani che vendono? Si chiede il protagonista, uno sfigatissimo scrittore inedito, supportato dalla fumettistica spalla Mombu, lui, invece, edito ma incazzatissimo. Volo, Moccia, Gramellini, (Dio ce ne scampi e liberi dai suoi incubi, altro che bei sogni!), ogni tanto una Melissa P., a volte uno Scarpa che vince lo Strega con un libro del cazzo (Stabat mater!), uno sceneggiatore che fa i riassunti, un nano, un elfo, una ballerina, la fidanzata d’un calciatore, la bella figa di turno e via di questo passo. Non va meglio con gli stranieri, a suon di Ken Follet e di gialli svedesi, stile Ikea - Iperborea.

Leggo Trama e rido come un matto quando scrive che in Italia tutti scrivono gialli, da Camilleri a Vitali, passando per Lucarelli e Malvaldi, non solo, tutti vogliono imparare a scrivere gialli, come se fosse la cosa più importante del mondo, la sola cosa da fare in questo preciso momento storico. E qualche scrittore tipo Roversi - Trama non fa nomi ma li faccio io - si crede figo perché ha inventato il noir milanese. E Scerbanenco, povero illuso? E Fernando di Leo che faceva cinema polar pescando a piene mani dalle storie di uno degli autori meno considerati della letteratura (sì, lo era, caro critico del cazzo che storci la bocca!) italiana?

Trama ne ha per tutti, anche per le fiere del libro, da Chiari dove alberga la tristezza d’un paese affogato nella depressione padana, a Pisa e Torino, fiere a base di vanità e lustrini per autori ormai stremati in attesa di esalare l’ultimo respiro.

Sì, lo so che Giulio Mozzi direbbe: “Caro Gordiano Lupi, un romanzo che parla di uno scrittore non sa di niente, tanto tanto lo può scrivere John Fante, mica Vincenzo Trama. E poi non si è mai visto un editore che scrive la recensione al libro di un suo autore. Non è credibile”. Aspetta Primavera, Giulio! Aspettala, che io intanto fo’ come mi pare. E proprio perché in vita mia non ho mai scritto una recensione a un mio autore, credo che questa sia parecchio credibile. Punto primo perché non è una recensione ma un racconto incazzato, di quelli che non piacciono a te perché non puzzano abbastanza. Punto secondo, perché penso che questo sia un libro utile e che in parecchi dovrebbero leggerlo, facendosi delle domande, ponendosi dei dubbi. Magari un giorno immagino un lettore che prende tutte le cazzate di Moccia, Volo, Baricco, Gramellini, Serra (roba tipo Gli sdraiati, cazzo! Un libro inutile, deleterio, da macero) e ci fa un enorme falò sul terrazzo di casa propria. Immagino quel lettore depresso risorgere dal sonno di una ragione che ormai ha generato il suo mostro, brandire una copia di Se fossi postumo sarei (Ba)ricco stile lancia metaforica contro l’ingiustizia del mondo. E vedo in lontananza Mombu danzare un rito magico, resuscitare l’anima di Brizzi ai tempi in cui scriveva Jack Frusciante, Bastogne e i ragazzi immaginari, scorgo Bianciardi volare da tremendo fantasma vendicatore, intravedo Pavese e Cassola prendere per mano Pasolini e ribellarsi contro la merda che ci circonda. Perché, come disse Bombolo in un famoso film con Tomas Milian, anche se condita con il parmigiano, sempre merda resta! E questo è lo stato dell’editoria italiana oggi, della pseudo letteratura che ci fagocita, commercialmente parlando.

Bravo Trama. Invidio il tuo giovanile furore, ché hai giusto l’età di quando scrissi Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Posso morire felice, perché so di avere se non proprio un erede - ché da ereditare c’è poco - almeno un collega di merende sotto forma di salutari incazzature. Poi, Giulio, si fa per ride’- come diceva Benigni, quello vero, non il sosia bonaccione che ha preso il suo posto e vota Renzi - lo sappiamo anche noi che i problemi sono altri. Ma, pensaci bene, vedrai che te ne rendi conto anche te, se solo per un istante abbandoni l’ultimo racconto di Carver, quello che narra la triste vicenda di un cuoco dell’Oregon che puzza di frittura di pesce, che una letteratura del niente è la cartina di tornasole per scoprire la nostra povera Italia del niente.

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

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Sabina Crivelli, "La caduta"

27 Febbraio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

La caduta 

Sabrina Crivelli

 

Armando Siciliano Editore

pp. 100

12,00

 

Sabrina Crivelli è laureata in materie economiche, di mestiere fa l’analista finanziaria, ma non disdegna le lettere classiche, visto che la sua seconda laurea è in tale materia, indirizzo artistico. Studiosa di arte e cinema, dirige Il Cineocchio (rivista digitale) e lavora per Nocturno, ma riesce a trasmettere emozioni anche usando un genere letterario molto classico come il poemetto.

La caduta si presenta bene sin dalla copertina, perché il Mefistofile protagonista della lirica è disegnato da Sergio Gerasi (Male riflesso, è il titolo dell’opera pittorica), autore Bonelli per Dylan Dog e altri personaggi interessanti. Il poemetto ricorda il percorso dantesco e l’opera di Eliot, ma anche Il maestro e Margherita di Bulgakov e il Faust di Goethe, citando nella parte centrale la leggenda di Dracula e la vera storia di Vlad Tepes, detto l’Impalatore.

Sabrina Crivelli racconta - tra poesia e prosa poetica - il cammino dell’uomo, le sue cadute, il suo percorso tortuoso, gli ostacoli da superare nel correre del tempo. Mitologia, storia, poesia, letteratura, arte, tutto finisce per comporre un’opera intensa ed evocativa, che non si presta a un commento quanto a un’attenta lettura per assaporare ogni frase di una composita struttura lirico - narrativa. Sabrina mette in poesia gli archetipi del Male, i peccati capitali, i destini umani e le inevitabili cadute lungo il percorso della vit

Abbiamo avvicinato l’autrice per avere una sorta di dichiarazione autentica e per approfondire i motivi che l’hanno condotta a scegliere la forma letteraria del poemetto. Ecco la sua risposta: “Al giorno d’oggi la poesia nell’immaginario collettivo è percepita come lirica, componimenti spesso in verso libero. Al contempo gran parte degli autori, anche con risultati eccelsi, hanno scelto di esprimersi in questo modo. Tuttavia, c'è nella tradizione classica, come nella grande letteratura italiana (intendo soprattutto l'opera di Dante, di Ariosto, del Pulci e così via) una versificazione differente, che unisce il narrare all'utilizzo di una forma più normata, l'endecasillabo. Si tratta di una forma musicale, in cui la parola e il suo suono si fondono al significato e cullano l'ascoltatore, come accadeva con gli antichi aedi. Credo fortemente nel potere vibratorio della lingua, che va assai oltre al significato stesso dei singoli vocaboli, così ho scelto di scrivere un poemetto che potesse racchiudere la possibilità di sviluppare una diegesi in maniera estesa, come d'altro canto è proprio del romanzo, e allo stesso tempo avere quella musicalità, quell'estrema attenzione alla parola, proprie della poesia. Per questo il poemetto. In realtà si tratta di un prosimetrum, dacché i dialoghi sono in prosa, questo per dare drammaticità allo sviluppo, allo scambio verbale”.

Non resta che leggere qualche verso.

 

Poi la Tenebra d’un tratto gli parve

estremamente familiare, quasi

piacevole. Avvolgente cullava

il suo corpo, fattosi debole, e

la sua mente, più acuta che mai.

Tutto gli parve chiaro. Una forza,

una incredibile forza nacque

dall’odio, la vide davanti a lui,

lui che da anni era reso cieco

dalla costante tenebra. Ora Lei,

proprio Lei, gli permetteva una vista

sovraumana. Così gli apparve.

Un lungo mantello scuro copriva

il suo corpo nudo, di un candore

accecante. Sul capo un cappuccio.

Aveva occhi gialli, ammalianti e

ferini, e lunghi capelli fulvi.

 

Posso entrare? Certo mia Signora!

Mi hai chiamato ... Mi sbaglio? E come potreste?

 

La donna sorrise soddisfatta,

poi gli accarezzò il polso e il collo.

 

Sai perché sono qui, vero? Certo, mia Signora!

 

Se ne stupì. Come poteva? Era

una voce dentro di lui, oppure

un’arcana memoria, o un istinto

feroce, di cui la Tenebra s’era

nutrita in quegli anni, divenendo

sempre più forte ed ora era lì.

 

Sei pronto? Ancora un istante, ve ne prego ...

 

Un istante per rivivere la sua

umanità, quella poca che gl’era

rimasta. Un’ultima volta la sua

immagine. Elisabetha. Lei, poi

una notte eterna nei suoi occhi.

 

Bene. Sono pronto all’oblìo ...

 

È un patto di sangue, questo con me, ma credo tu lo sappia ...

 

Sì ed è per l’eternità. Allora porgimi i polsi e poi sarai libero ... Libero, finalmente ...

 

Gli graffiò la pelle. Un artiglio. Fu

appena percettibile. Poi sentì

il calore del suo sangue. La vide.

Lo versava in una coppa d’oro,

sopra, sparsi, dei rubini tagliati

a goccia brillavano di un rosso

intenso. Lei si tagliò il polso e

allo stesso modo il suo fluido

vitale, di un colore più cupo,

fluì nell’aureo contenitore.

Un lieve vortichìo della mano e

lo porse piano all’uomo, lui bevve.

 

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

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Stefano Giannotti, "Alla ricerca dell'isola perduta"

19 Febbraio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

Stefano Giannotti

Alla ricerca dell’isola perduta

Altromondo Editore – Pag. 140 – Euro 13

Distribuzione Cinquantuno.it

 

 

Alla ricerca dell’isola perduta è un libro che profuma di altri libri, di mare, di salmastro, di ricordi e di tempo perduto. Non l’ha scritto un autore famoso. Non l’ha pubblicato un grande editore. Non c’è dietro alcun fastidioso battage pubblicitario. Resta un grande libro, perché quando il lettore trova se stesso nelle parole di uno scrittore, significa che l’autore ha colto nel segno. Stefano Giannotti scava nelle ferite della vita, ci mette il suo sangue nell’inchiostro virtuale delle parole digitate al computer, cita e dialoga con i suoi scrittori preferiti, saccheggia a piene mani Izzo, Voltaire, Proust, Kundera, Pavese, Borges, Melville, Dostoevskij, Joyce, Woolf, Whitman, Stevenson, Salgari, fonde e confonde il pensiero dei grandi con il suo credo filosofico. Non solo, ammicca al postmoderno, ché accanto a questi nomi imponenti - che l’autore ha letto e metabolizzato a dovere - cita le avventure di Devil, supereroe cieco molto amato da noi ragazzini degli anni Settanta, nato dalla fervida fantasia di Stan Lee e Gene Colan.

Alla ricerca dell’isola perduta non è un romanzo per chi desidera trame avvincenti e finali a sorpresa, ma è un libro per chi ama i viaggi interiori, il flusso dei pensieri, la scoperta di se stesso attraverso la lettura. Perché un libro è utile se un lettore ci trova anche una sola frase da sottolineare, poche righe cercate per pagine e pagine che alla fine incontra e con entusiasmo decide di evidenziare. La storia comincia con Andrea Neri che si reca a Cracovia per realizzare un sogno della sua vita di quasi sessantenne che ha perduto per strada quasi tutti gli entusiasmi adolescenziali. Vorrebbe vedere La dama con l’Ermellino, ma appena arrivato in aeroporto viene aggredito e rapinato; il malvivente fugge a bordo della sua auto e muore carbonizzato in un incidente stradale. Per tutti Andrea Neri è defunto. L’uomo sta al gioco, come il protagonista de Il fu Mattia Pascal, per vivere una nuova esistenza, emozionandosi per nuove scelte e sensazioni ignote. Andrea comincia la nuova vita da Marsiglia, dove rivede il mare, lui che proviene dal mare sa che le persone che hanno il mare dentro si riconoscono tra loro, trovano nel mare tutti i loro ricordi. Andrea incontra il capitano Achab che lo conduce alla scoperta dell’isola perduta, lo invita a compiere un viaggio surreale e metafisico, una vera e propria immersione nel tempo perduto, alla scoperta di se stesso e dei suoi ricordi.

Alla ricerca dell’isola perduta è un romanzo che si abbevera di altri romanzi, profondamente colto, proustiano, surreale, filosofico, un vero e proprio percorso di formazione e di scoperta all’interno della natura umana. E proprio come da ragazzino mi venne voglia di leggere l’Ulisse di Joyce dalle pagine di un romanzo di Moravia, qui ti fai prendere dalla sconvolgente sensazione di rileggerti tutta la Recherche, di cercare l’opera omnia di Borges, di affrontare finalmente l’ardua impresa di leggere Moby Dick in versione completa… Non solo, ti cattura l’idea di rivedere Casablanca, Colazione da Tiffany, Qualcuno volò sul nido del cuculo, per non parlare della musica, dai Beatles a Peter Gabriel (Biko), passando per tutto il rock americano degli anni Settanta - Ottanta. Non è impresa da poco, né merito da trascurare in questi tempi che stiamo vivendo, così bisognosi di complessità, ché la superficialità ci viene elargita a piene mani sotto forma di libri inutili, programmi televisivi e pellicole cinematografiche che mettono in scena il niente. Concludo con la mia frase sottolineata, anche se ne ho evidenziate molte, ma ne devo scegliere soltanto una per motivi di spazio: “Ci resta sempre in fondo al cuore il rimpianto di un’ora, di un’estate, di un fuggevole istante in cui la giovinezza si schiude come una gemma”. Leggete questo libro, ché ne vale la pena. Non la sera prima di addormentarvi, ma con la mente fresca, con lo spirito del viaggiatore che cerca emozioni nuove, anche se nuove non sono ma si nascondono nei luoghi più reconditi della nostra anima. Giannotti è bravissimo a farle venire fuori…

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Mario Gerosa, "Anton Giulio Mayano - Il regista dei due mondi"

10 Febbraio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

Mario Gerosa
Anton Giulio Mayano – Il regista dei due mondi

Falsopiano – Pag. 300 – Euro 20

Sono molti i personaggi del mondo cinematografico e televisivo che ancora attendono una rivisitazione storico - critica, ma uno davvero importante e dimenticato era Anton Giulio Majano, autore colto e brillante che tanto ha contribuito a diffondere l’uso della televisione nelle nostre case e che ha fatto conoscere - più di tanti polverosi accademici - la letteratura al nostro popolo. Bene ha fatto Mario Gerosa - che conosciamo per aver letto e apprezzato i forbiti saggi su Terence Young, Roger Vadim, James Bond, Ernest B. Schoedsack -, a riportare l’attenzione sul re degli sceneggiati, un uomo che dai contemporanei veniva disprezzato e definito in maniera irridente come autore delle solite majanate. Per fortuna certi critici dallo sguardo miope sono morti dimenticati, mentre l’autore delle majanate - che hanno contribuito ad alfabetizzare l’Italia - oggi viene celebrato come meritevole di essere studiato e analizzato con attenzione certosina. Ecco, il libro di Gerosa, se mai qualcuno pensasse di organizzare un seminario su Majano o un corso di specializzazione sullo sceneggiato in Italia all’interno di una scuola di cinema, sarebbe un testo perfetto. Perché c’è proprio tutto. Il cinema vede Majano regista di un pugno di pellicole, tra queste spicca la mia preferita Seddok (l’erede di Satana) del 1960, di cui ho parlato nella Storia del cinema horror italiano, volume uno. La televisione è il mezzo per eccellenza con cui si esprime Majano, dal 1954 al 1986, regalandoci opere indimenticabili come Piccole donne, Capitan Fracassa, L’isola del tesoro, Delitto e castigo, La cittadella, Il tenente Sheridan (riprendendo la serie ufficiale di Mario Landi - un altro grande! - per il primo spin-off a tema donne), Davide Copperfield, La fiera delle vanità, La freccia nera (il lancio di Loretta Goggi!), … E le stelle stanno a guardare, Marco Visconti, Castigo, fino al canto del cigno con l’onirico Strada senza uscita. Se la televisione ha fatto cultura lo dobbiamo anche a lui, in tempi cupi come i nostri che tanto fanno sentire la mancanza di simili intelligenze - forse ci è rimasto soltanto Pupi Avati - capaci di usare parole che sembrano antitetiche (ma non lo sono!) come genere e cultura, popolare e letterario. Majano ha lavorato con grandi attori come Alberto Lupo (il medico della Cittadella), Orso Maria Guerrini, Anna Maria Guarnieri, Eleonora Giorgi, Mario Maranzana, Lea Padovani, Grazia Maria Spina, Ubaldo Lay, Giuliana Loyodice, Mita Medici, Roberto Chevalier, Marcello Giannini, Ilaria Occhini, Giuseppe Pambieri … l’elenco sarebbe interminabile. Collaboratori fidati come Riz Ortolani e Sandro Tuminelli, sceneggiature rigorose e rispettose dell’apparato letterario, hanno contribuito a fare cultura nelle case di un’Italia da ricostruire. Non è azzardato affermare che molti italiani conoscono Dostoevskij, Dickens, Stevenson e Cronin (per tacer degli altri) soltanto grazie ai suoi sceneggiati. Non è mica poco. Il solo difetto del libro di Gerosa è il prezzo - ma non è colpa dell’autore - perché 20 euro per trecento pagine stampate su carta bianca uso mano e copertina flessibile senza risvolti è troppo. La colpa è di un’Italia che legge poco e gli editori commerciali devono pur difendersi con basse tirature e alti prezzi, se vogliono sopravvivere.

 

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

 

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