Gabriella Frenna, "Regina Nefertiti"
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Gabriella Frenna
REGINA NEFERTITI
Mosaici di Michele Frenna
Sono certo che ai lettori di varie testate culturali e di arte, non passi inosservato il nome di Gabriella Frenna, sia perché è scrittrice e poetessa (o poeta, come si vuole che si dica), sia perché il suo nome è lodevolmente legato a quello del padre, maestro mosaicista Michele Frenna che cito per la reputazione guadagnatasi (Agrigento 10 luglio 1928, Palermo 5 ottobre 2012). Stavolta la Nostra si ispira alle composizioni mosaicali richiamanti l’antico Egitto e precisamente la Regina Nefertiti, dalla quale l’opera poetica, che trattiamo, prende titolo e immagine di copertina.
Marco Zelioli, prefatore di Regina Nefertiti, fa un breve cenno anagrafico di Gabriella Frenna (messinese di nascita ma palermitana di elezione) e riferisce che i mosaici sono realizzati con minuti tasselli di vetro policromo che, per la perfezione compositiva, sembrano creare opere pittoriche e, soprattutto, sottolinea che ella “trae ispirazione” dal padre. Quanto alla forma afferma: “Colpisce subito il lettore come le poesie di Regina Nefertiti alternino con leggerezza i riferimenti al passato remoto (l’antica “mirifica” civiltà egizia), a quello prossimo (il padre che “incanta” le figlie col racconto delle meraviglie di quella civiltà”); mi sembra un modo alquanto succoso ed esaustivo.
Il critico inoltre, riferisce che Angela Ambrosini, a sua volta, afferma che la forma dialogica dei versi rende attrattiva la lettura e la descrizione delle opere musive, e le narrazioni storiche e leggendarie sono coinvolgenti. E con Enzo Concardi, conclude dicendo che la raccolta costituisce “un itinerario, oltre che letterario ed artistico, anche spirituale, culturale, storico, entrando in un’avventura non scevra da dimensioni oniriche (…), cioè con lo sguardo sempre meravigliato” dell’Autrice; meglio non poteva dirsi.
La raccolta comprende circa sessanta componimenti che confermano quanto sopraesposto in merito ai contenuti e alla scelta del prosimetro (ovvero di prosa e versi insieme). Come è detto in premessa Gabriella Frenna svolge un excursus storico e insieme leggendario sull’Egitto, al tempo dei faraoni, lo fa con leggerezza espositiva pregevole che merita essere ripercorsa. Descrive la posizione geografica dell’Egitto attraversato dal sacro fiume Nilo dall’altopiano del Sahara fino al Mediterraneo, fiume che ha fatto la grandezza dell’Impero Egizio già tremila anni avanti Cristo, grazie alle piene ricorrenti che fornivano acqua alle popolazioni e alle coltivazioni. Questo raccontava Michele Frenna affascinando e facendo fantasticare le giovani figlie.
Il greco Erodoto di Alicarnasso (V sec. a.C.), primo storico, descriveva già le sfingi che sembrano ancora oggi delle sentinelle regali; sono monumenti di grandi proporzioni con testa umana e corpo di leone. Nella cultura ellenica le sfingi venivano interrogate, per ricevere un responso; esse davano risposte enigmatiche che originavano drammi e tragedie come quella riguardante Edipo in terra tebana in Grecia (fra i massimi tragediografi si veda Sofocle, sempre nell’età classica).
Questa Regina Nefertiti offre a Gabriella Frenna una sorta di percorrenza memoriale al seguito del genitore per momenti vissuti e per luoghi visitati e fantasticati, come nel museo del Louvre e la piramide di vetro a Parigi. È la stessa Autrice che ammette: “Mi piace retrocedere/ in storia millenaria/ per carpire la vita/ del popolo egiziano.” (p.26), e scoprire il mistero affascinante, provare la grande ammirazione che suscitano le famose piramidi e le strutture architettoniche che ancora oggi stupiscono. Riconoscere il valore del Nilo, alle cui rive numerose colonne formavano una “foresta di pietra”; alle sue piene si legava l’anno suddiviso in tre stagioni. Veniva stimolata a scoprire l’aura misteriosa e sacrale, la simbologia arcana, la scrittura enigmatica di un’antica civiltà.
***
Finalmente eccoci (al XIV sec. a.C.) alla “storia di Nefertiti/ regina e sposa amata/ dal faraone Akhenaton” (p.56), che ruota intorno al sole divinizzato con il nome di Aton; difatti il marito Amenofi IV ha assunto il nome di Akhenaton, volendo rivelare la natura divina del sovrano, essere figlio del dio Sole Aton e sole lui stesso. Il Faraone spostò la capitale dalla città di Tebe, nel nord dell’Egitto, fondandone una nuova sulla riva orientale del Nilo, denominandola Akhetaton, ossia “orizzonte di Aton”, l’attuale Amarna. Fu un faraone illuminato che favorì le arti; nella sua concezione “Il dio Aton creatore/ era padre e madre” (p.59), perciò pose la sua sposa al suo stesso rango. La regale coppia viene raffigurata e replicata per secoli, insieme alle “amate figlie” (p.64). Mi sorge spontaneo l’accostamento delle “amate figlie” della regale coppia, con le “amate figlie” Frenna (Rosanna e Gabriella), cosa che esalta ancora di più la sublimazione dell’amore filiale.
Gabriella Frenna ricorda che il padre narrava di antiche dinastie dei regnanti dell’Alto e Basso Egitto; usava vetrini di colore bruno per gli uomini e giallo per le donne, inoltre le proporzioni delle figure corrispondevano al loro “prestigio sociale”. Nella leggenda o nella tradizione antica, Nefertiti, ad opera degli dei Thot e Shou, incarna la dea che dona l’amore; perciò, tornando al maestro, Michele Frenna, egli diceva alle sue “amate figlie” riferendosi alla Regina: “La bella è arrivata” anche nel suo bel mosaico.
Questa raccolta monotematica costituisce una poesia poematica, una sorta di storia dell’Arte che diletta il lettore con le puntualizzazioni dell’Autrice su alcuni particolari da lei illuminati: così il sole Aton, rappresentato da un disco i cui raggi sono tante mani per simboleggiare ricchezza (a piene mani, appunto); le piramidi che sono orientate con gli astri, col sorgere e col tramontare del sole, grandi per significare il prestigio e la potenza dell’Egitto, nonché il vertice che si innalza al cielo; e così via. “Diodoro Siculo narrò/ che i blocchi di pietra/ dalla terra d’Arabia/ furono trasportati/ nel deserto egiziano” (p.40). (Diodoro nativo di Egira, nel I sec. a.C., in provincia dell’odierna Enna).
A costo di ripetermi (come in altre occasioni) sono convinto che le rievocazioni dell’amato padre producono piacevolezza e donano conforto, così finiscono per generare nella Nostra un desiderio di cui non vuole staccarsi, perciò si spiegano le ridondanze. Nondimeno la sua esposizione sa di freschezza che riesce a intrattenerci e a trasmettere tanta tenerezza che giova rinnovare. Mi piacere chiudere la Regina Nefertiti con questo pensiero di Gabriella Frenna: “Rimembro tue parole/ nello svelare pensieri, / aspetti e sensazioni, / (…) / nella tua arguta voce, / nel rievocare emozioni, / (…) / trasmessi con acume/ da tua mente estrosa.” (p.76). Spero di non essere stato agiografico; ho voluto sostare su un viaggio della memoria che esprime il valore degli affetti.
Tito Cauchi
Gabriella Frenna, Regina Nefertiti, Mosaici di Michele Frenna, Pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-18-9, mianoposta@gmail.com.
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più rievocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia, vol. II
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Valeria Masoni-Fontana
Opera Omnia, vol. II
Guido Miano Editore, Milano 2024
Al primo volume dell’Opera Omnia di Valeria Masoni-Fontana, dedicato alle sue poesie, l’editore Guido Miano fa seguire questo secondo volume, che ne raccoglie gli scritti in prosa. Le sei parti che compongono il volume ci presentano un insieme che non è autobiografia, ma contiene molti tratti autobiografici; non è racconto, ma si legge come uno scorrevole romanzo misto di fantasia e realtà; non è cronaca, ma fornisce dettagli di vita con accattivante taglio giornalistico.
La prima parte raccoglie articoli apparsi tra il 1941 ed il 1943 sulla Rivista del Circolo Studentesco di Lugano, “Il Mosaico”: interventi brevi, al massimo due pagine, ricchi di osservazioni e riflessioni. Nella seconda parte sono raccolte prose degli anni 1941-1944 (più un testo in Francese del 1968), quasi tutte inedite. Ricordanze è la terza parte del libro: un epistolario immaginario datato tra il 18 aprile 1971 ed il 25 dicembre 1975, con una serie di ricordi di famiglia, come chiarisce il sottotitolo L’amore di figlia, di moglie, di madre nei sogni di Valeria: dialogo coi cari defunti; comprende anche alcune poesie (tra febbraio e maggio 1972 e a Natale del 1973); il tutto è caratterizzato da grande scorrevolezza, con qualche vena di pacata nostalgia, come in questa ‘letterina’ del 1 gennaio 1973, che chiude in modo tanto semplice e struggente: “Da piccina, quante volte, in questo giorno, vi auguravo buon anno? E sospendevo di botto i giochi per corrervi incontro! Oh adesso, quel mio corrervi incontro… Buon anno, buon anno. Come allora!”.
La quarta parte, Nebbie sul Breggia, riporta articoli apparsi sul quotidiano “Gazzetta del Ticino” nel 1978 (a cadenza settimanale o bisettimanale), senza le revisioni fatte dall’autrice per la successiva pubblicazione ne La mantide nell’ambra (1995); invece la quinta parte riporta quelli dell’intero periodo 1978-1995, come rivisti e corretti dall’autrice prima della sua morte, avvenuta nel 2020. La sesta ed ultima parte raccoglie altri scritti de La mantide nell’ambra sotto il titolo Du côté de chez… rien: una sorta di memoriale – come annota Enzo Concardi nella Prefazione al libro – a metà tra un’Antologia di Spoon River in prosa ed una proustiana Recherche, ma ben più scorrevole del ponderoso romanzo (alla cui prima parte fa il verso il titolo scelto dalla scrittrice).
Valeria Masoni-Fontana ci offre in questo libro un insieme composito, si diceva. Ci sono ricordi che corrono lungo tutta la vita dell’autrice, riguardanti fatti personali, persone di famiglia (come i genitori e la nonna Teresa), raramente personaggi pubblici (come “il nostro Sindaco: il signor Elvezio”), spesso altre persone che semplicemente l’autrice ha conosciuto (la “signorina Romilda nel suo delizioso negozio di sigarette”, o “il signor Pietro con doña Luisita, tornati dall’Argentina”, o il “dottore di famiglia, dottor Francesco, burbero e rude, pronto ad accorrere sempre con la «erre» rotante, le parole rade, le mani pallidissime” – per far tre soli esempi). Ci sono brevi racconti, che si disegnano davanti agli occhi dei lettori come Arabeschi; commenti di vario genere e sensazioni, come questa, che la scrittrice pone quasi a contrasto della citazione che lei fa per esteso di Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo: “Bizzarro umore il mio invero quello di stasera. Perché io vivo oggi fuori dalla mia realtà individua. Io vivo oggi, negli altri”. Ci sono anche descrizioni della natura (come le Betulle bianche), ma soprattutto ‘pennellate’ di Chiasso e delle sue vie, dove scorre la vita che la scrittrice ci riporta “viva”; poi confidenze, sogni, eventi memorabili (come il Ricordo di 17 anni: gennaio 1942).
Rivive così la poliedrica personalità di Valeria Masoni-Fontana, la cui professione “principale” fu quella di avvocatessa e di notaia, ma che fu anche scrittrice di talento, trasfondendo nei suoi scritti tanta freschezza elegante, piena di verve e di personalità, per il diletto dei suoi fortunati lettori. Una freschezza che attraversa tutta la sua opera, dagli scritti giovanili più ingenuamente retorici (come Nel 650° anniversario della fondazione della Confederazione) a quelli della maturità, più profondi ma ugualmente spontanei.
André Gide sosteneva che nessuna parola dovrebbe uscire dalle labbra di qualcuno prima che fosse passata nel suo cuore – e a maggior ragione ciò dovrebbe valere per la parola scritta. Pare proprio di trovare realizzato in queste pagine di Valeria Masoni-Fontana il pensiero dello scrittore francese.
Marco Zelioli
Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia, Volume 2 - Prose, premessa di Guido Miano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 504, isbn 978-88-31497-80-0, mianoposta@gmail.com.
Meuccio Bertarione, "Tra Valchiusella e Messico in giro per l'Olivetti"
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Tra Valchiusella e Messico in giro per l'Olivetti di Meuccio Bertarione (Hever Edizioni 2023 pp. 116 € 20.00) è la narrazione sensazionale e avventurosa della tematica poetica del viaggio, inteso come metafora della vita, alla ricerca del fortuito e inconsueto peregrinare nella fedeltà emotiva degli affetti fraterni e duraturi. Il protagonista ricorda la promessa fatta da bambino, nel momento in cui alla sua famiglia viene recapitata una lettera con la notizia della scomparsa dello zio Pietro in Messico. Il sincero e accorato impegno di riportare i resti mortali nella città di Vico, in Valchiusella, è il motivo avvincente di una trama che trae il suo sentimentale spunto dal valore romantico, spinge la qualità iniziatica dell'affermazione esistenziale e della scoperta dinamica di ogni altrove, ritrovato nelle testimonianze della travolgente biografia. Il libro, corredato magnificamente da superbe immagini d'epoca e interessanti illustrazioni a tema, dipinge la cornice struggente e commovente della storia, ripercorre il destino inesplorato nella direzione temporale di quattro viaggi, tutti mossi dall'esigenza di tradurre nella chiave storico - geografica la relazione attendibile delle scoperte unite dai legami, dal desiderio di conoscere e sapere la volontà documentaria del parente scomparso. Meuccio Bertarione alimenta il suo spirito di osservazione attraverso la peregrinazione appassionata di una storia con risvolti inattesi e sorprendenti, ammalia il lettore con un rendiconto entusiasmante e riflette, nello stile lineare e semplice, la vocazione di interiorizzare l'itinerario privato, di misurare lo stimolo della funzione narrativa e di controllare lo spazio dell'esperienza ancestrale, proiettando la miracolosa ed eccezionale prospettiva del sentire nel passaggio sconfinato della ricerca familiare. L'autore custodisce con riserbo e tenerezza la nostalgia delle emozioni, ricostruisce il cammino della memoria con il recupero ancestrale di avvenimenti fondamentali e di incroci determinanti sul senso di appartenenza, cura il dettaglio coraggioso e intraprendente di ogni confine del mondo alla scoperta di luoghi dell'identità. Il libro dilata la monografia relazionale dello zio con la combinazione di altre storie, degli studi e della carriera nella società Olivetti, annota gli episodi caratterizzati dalle incursioni imprevedibili della vita, i suggerimenti passionali delle ispirazioni dirette in giro per il mondo, dedica alla sequenza indicativa delle fotografie l'intensità emotiva della bellezza, assorbe l'impatto istintivo nelle parole della speranza, nel coinvolgimento di ogni persuasione aderente al racconto. L'esposizione autobiografica racchiude il tempo carezzevole dei ricordi dagli anni quaranta fino al 2001. Meuccio Bertarione ripercorre le tappe di una possibilità fiduciosa nell'emigrazione, nell'investimento seducente di un sogno, per cercare fortuna, per sottrarsi alla limitazione della povertà, per integrare l'orgoglio e la rispettabilità di un percorso sviluppato nella solidità e nel conforto del successo. Il ruolo altruistico dell'Olivetti contribuisce, nell'indimenticabile vicenda, alla solidarietà nobile e umana, alla disponibilità di una caritatevole generosità e al raggiungimento della felice conclusione. Il libro concentra il profumo della risolutezza, nelle pagine pervase di temerarietà e di grande forza d'animo, racchiude la calorosa e amorevole condivisione per la famiglia rendendo complice il lettore in un'incantevole spirale di armonia, di avventura, di dramma e di gioia, rappresenta l'itinerario di una formazione umana sostenuta nell'intensità dell'amore oltre le attese, i dolori e le soddisfazioni.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Doc nelle tue mani
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Sono arrivata alla fine della terza stagione di Doc nelle tue mani, medical drama strepitoso – probabilmente ce ne sarà una quarta, visto il successo – ma l’ultimo episodio mi ha molto scontentata. Dopo una “puntatona” grandiosa come la sesta, quella del terremoto per capirci, degna delle migliori serie americane e del capostipite E. R., sono rimasta delusa dal finale.
Nelle altre puntate si era creata una suspence incredibile, tutti lì ad aspettare di conoscere i motivi per cui Doc aveva lasciato la moglie, e gli intrighi di potere che lo coinvolgevano insieme alla sua ex e a un politicante senza scrupoli, per avere alla fine una spiegazione debole e acquosa.
E poi, diciamolo, tutti parteggiavamo per Giulia Giordano (alias Matilde Gioli), da sempre innamorata di Doc (al secolo Luca Argentero). Per tre stagioni aveva atteso che lui si rammentasse della loro storia d’amore cancellata dall’amnesia, e che si liberasse del fantasma della ex moglie (non considerata per niente ex da lui) ed ecco che, quando finalmente i due si ritrovano, Doc si riavvicina ancora una volta alla moglie, minacciata da una mortale recidiva di un vecchio tumore. Ma povera Giulia! Il suo sguardo nell’ultima inquadratura è tutto un programma.
Peccato, dicevo, che il finale sia così insoddisfacente, perché questa fiction ci ha tenuti incollati allo schermo – tv, tablet o telefonino che sia– per tre stagioni, a seguire difficili e intriganti casi sanitari ma, soprattutto, le vicende di straordinari personaggi impersonati da straordinari attori. Medici preparati, professionali, innamorati del proprio mestiere, che si prendono a cuore le vicende di ogni malato come fosse un loro parente. Una squadra giovane, affiatata, fatta di bella gente dall'enorme carica emotiva, con sulle labbra sempre la parola adatta a tirarti su il morale e farti ritrovare la strada, non solo della salute ma anche della vita.
Fra tutti spicca il grande successo di pubblico e di carriera di Pierpaolo Spollon, che interpreta il dottor Riccardo Bonvegna, con una protesi di metallo al posto della gamba e un pezzo d’oro fuso al posto del cuore. Ma, soprattutto, in primo piano c’è lui, il protagonista principale, Andrea Fanti, ispirato a una vicenda realmente esistita.
Bello, sexy e dal sorriso dolce, sogno erotico di sane e malate, Fanti è un prefrontale, costretto a dire sempre la verità a causa di un incidente, capace di entrare in empatia anche col tubo dell’ossigeno. Da un microscopico dettaglio – da come gratti la punta del naso o sbatti le ciglia – ti fa all’istante una diagnosi salvifica. Insomma, il medico che chiunque vorrebbe trovare sul suo cammino.
Impossibilitati a pensare di non rivederlo ancora all’opera, attendiamo fiduciosi il riscatto, nella prossima stagione, di un finale decisamente appiccicaticcio.
Valore morale delle radici e amore per la vita nella poesia dialettale di Domenico Minardi
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Domenico Minardi
(Quando eravamo ragazzi)
È noto come il processo di crescita personale di ognuno comporti un distacco inevitabile dal proprio contesto adolescenziale, necessiti di una sostanziale “rottura delle radici” quale premessa della maturazione intellettuale-morale, quale condizione irrinunciabile per la conquista di una sana autonomia individuale, contraddistinta in seguito da aspirazioni ideali, progetti di vita, programmi di lavoro, impegni umani e professionali progressivamente meglio definiti, più precisamente determinati.
Nella stagione dell’esistenza in cui sembra attenuarsi tale tensione progettuale, quando si avvicina l’età della pensione, appare spontaneo il bisogno di tornare indietro nel tempo, di “ricomporre le radici”, di riappropriarsi delle antiche esperienze, in un delicato recupero memoriale vòlto ad assicurare loro una collocazione adeguata all’interno di un itinerario, i cui valori si intende consegnare ai discendenti, chiamati alla funzione di una preziosa, confortante testimonianza, come credo sia capitato al medico veterinario Domenico Minardi nei riguardi della figlia Lucia e della diletta nipote Daniela, le quali hanno curato la pubblicazione per i tipi dell’Editore Guido Miano di una raccolta di versi originariamente redatti nel dialetto nativo della Romagna faentina, e specificamente in quello di Castel Bolognese, e poi accompagnati dalla traduzione in italiano. Il libro si intitola dal componimento incipitario Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi): “Tot’gnì quèl l’era bon: cun un scjòp rot / andimia a càza par ciapé un usél: / par un amìg us potèva fer al bôt / cun gnìnt ’as divartèma e l’era bel! / L’era bel a corer drì e vapòr / ’che fiscjéva e us pardéva a fè d’la strȇ, / l’era bel t’la not, senz’armòr canté, / cardénd d’essar guinté di ré” (“Ogni cosa era buona: con un fucile scassato / andavamo a caccia per uccidere un uccello, / per un amico si poteva fare a botte, / con poco ci divertivamo ed era bello! / Era bello rincorrere il treno a vapore / che fischiando si perdeva in fondo alla strada, / era bello nel silenzio della notte cantare, / sognando di essere diventati dei re”).
Un grande storico francese, Lucien Febvre, ha sostenuto che gli uomini non ricordano mai meccanicamente la loro storia, bensì la rielaborano sempre, ripensandola in base alle nuove problematiche etico-civili che il tempo presente propone di continuo; ritengo che qualcosa di analogo avvenga anche nella memoria del singolo, che si rivela giocoforza selettiva a seconda delle sollecitazioni psicologico-affettive dell’età adulta: “Era un correre per comprare un pallone, / una ciambellina, un bel trenino; / ci sfiatavamo a soffiare in una grossa piva, / ci facevamo in quattro per avere un bel giocattolo. / Tutto quel correre, da grandi dura ancora / perché nella vita manca sempre qualcosa: / quel giro che da ragazzi facevamo allora / dura sempre, / ed è sempre bello!” (Speranza, da ora citando solo in lingua). Ne consegue un’indubbia curvatura nostalgica: “Voglio tornare a cantare senza pensieri, / voglio tornare in braccio alla mia mamma, / voglio ancora correre quei sentieri / e cantare gli stornelli alla castellana”, La voce del gallo), con prevedibili esiti “idillici”: “Quando crescevano tanti e tanti bimbi, / con le mani che abbracciate al cielo / sembrava cercassero una loro strada: / una strada in un mondo che fosse sempre bello!” (Ritorno).
L’autore sa comunque costruire il discorso lirico in una forma più complessa, poiché non elimina le note malinconiche (“Quando ti guardo, o bella fontanina, / mi sovviene il ricordo di un mondo che non può tornare: / l’avevo in mente l’altra mattina / e mi venne il groppo in gola”, Vecchia Pocca), curando l’esattezza delle rappresentazioni descrittive (“Il grillo scappa via quatto quatto / la lucertola è distesa al sole, / la cicala chiacchiera inquieta, / la cavalletta si è librata in volo”, Ritorno in Romagna), aprendosi altresì – in testi come Un intervento o Chiamata notturna – a situazioni di curioso divertissement, che assicurano alla silloge varietà tonale e felice equilibrio compositivo. D’altronde, nonostante che la vita ci riservi prove e dolori, la stessa non è mai priva di splendide sorprese: “Un giorno mi ha sfiorato la morte in una cantina / e poi ecco la pagina più bella: la mia donna / e poi le carezze della mia bambina / e l’interminabile rosario della nonna” (La statuina).
Floriano Romboli
Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più revocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
Tahiti
«Tu che vivi sui coralli ai piedi dell'arcobaleno, senza vetri alle finestre...» (da Io vicino io lontano dell'album Aloha pubblicato nel 1984 dai Pooh.)
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Dodi si svegliò alle cinque del mattino. Si vestì con abiti leggeri, indossò il suo adorato capellino rossoblù del Bologna e scivolò di soppiatto dalla camera da letto. Uscì dal bungalow in direzione di una delle spiagge più belle del mondo. Programmò di rincasare un paio d'ore dopo, magari prima che Mareta, la moglie, e Rainui, il figlio di sette anni, si accorgessero della sua assenza. In caso, l'avrebbero raggiunto, portandosi dietro un pallone da calcio e tre portavivande contenenti del poisson cru.
Seguì un breve percorso lastricato e disseminato da palme da cocco, per poi ritrovarsi in una distesa incontaminata di sabbia rosa. Il mare in penombra aspettava il sole per assumere mille sfumature di turchese. Si tolse i sandali e sedette sopra la canoa spiaggiata di Natai, un caro amico pescatore.
«Tahiti, ti sorridono i mari, Tahiti, i granchietti ti fanno ciao» canticchiò Dodi, storpiando allegramente la sigla di Heidi, un cartone animato della sua infanzia.
Nell'osservare l'alba, si lasciò avvolgere dalla magia di quel luogo, per di più realizzando per l'ennesima volta di aver fatto bene ad accettare un lavoro da pilota di jet privati a Papetee.
L'Italia, di certo, non gli mancava.
Il cinico, l'infame, il violento
Erano passati ben tre mesi dall'ultima volta che io e Riccardo, il mio collega, avevamo ricevuto lo stipendio da Mario, il titolare del negozio di ferramenta per il quale lavoravamo. Il boss, quasi quotidianamente, si giustificava adducendo i costi di gestione, le tasse e la merce da pagare ai fornitori, pregandoci dunque di pazientare per gli accrediti.
Riccardo continuava comunque a dare il massimo, sebbene, in più occasioni, tendesse a manifestare segni di preoccupazione e di nervosismo. D'altro canto i suoi risparmi stavano terminando e, avendo a carico la madre e la sorella, la sua situazione non era certamente delle migliori. Per me, al contrario, dal momento che vivevo con i miei genitori ambedue pensionati, le incombenze e i grattacapi risultavano pari a zero. Tuttavia, per una questione di principio, attuai il quiet quitting, che consisteva nel fare il minimo indispensabile, assumendo inoltre un atteggiamento cinico e indisponente. Della serie: no money, no party.
Le settimane volavano e di stipendi nemmeno l'ombra, l'istinto mi suggeriva che il capo ci nascondeva qualcosa. Non mi sbagliai, in quanto la verità venne a galla. Ricordo che un pomeriggio, nell'incamminarmi con un'espressione svogliata in uno dei corridoi del negozio che conduceva al bagno per prendere un secchio pieno d'acqua e un mocio per lavare il pavimento, trovai chiusa la porta del WC. Lo stanzino era occupato dal principale che conversava al cellulare con la moglie, a voce bassa ma chiaramente udibile. La discussione mi sembrò interessante al punto di mettermi a origliare, con la speranza che in quel frangente non entrassero clienti.
Scoprii che Mario aveva raccolto una cospicua somma di denaro destinata all'acquisto di un motocross per il figlio Matteo. Oltre a ciò cedette ad altre sue richieste, tra cui comprargli un abbonamento stagionale in tribuna centrale per assistere il Palermo F.C. e aumentargli la paghetta settimanale di cento euro. Praticamente accontentava i vizi e gli sfizi di quel pelandrone, a discapito di due poveri commessi che sgobbavano otto ore al giorno, dal lunedì a sabato.
All'orario di chiusura, in presenza di Riccardo, sciorinai a Mario quella telefonata incriminante che avevo ascoltato per pura coincidenza. Il suddetto, con un sorrisetto da ebete, provò ad arrampicarsi sugli specchi per poi uscirsene con la seguente frase del cazzo: «Ragazzi, se in futuro avrete dei figli, capirete.»
Riccardo iniziò a urlare furiosamente, per di più tirando un pugno a un espositore di utensili e lanciando in aria una pompa irroratrice. Ci mancò poco che alzasse le mani... su "qualcuno," tanto è vero che dovetti trattenerlo per le braccia per ricondurlo alla ragione.
«Sei uguale al Super Mario dei videogame: basso, tracagnotto e con i baffi. Un Super Mario che si piglia i coins, ma non li sgancia» dissi al titolare con tono sprezzante e ironico, accompagnato da un applauso di sdegno.
Per tutta risposta, Mario si girò di scatto, prese delle banconote dalla cassa e le appoggiò sul bancone. Si trattava di due acconti: trecento euro per me e altrettanti per il mio collega. Li intascammo e, con il grugno stampato in faccia, abbassammo la saracinesca della ferramenta.
La mattina dopo, durante la pausa caffè, Mario ci annunciò che, date le circostanze anche legate al taglio delle spese, riteneva opportuno licenziarci, con l'impegno di saldare sia i nostri arretrati che le nostre liquidazioni, chiedendo un prestito in banca. Mantenne la promessa, difatti con il tempo provvide a canalizzarci fino all'ultimo centesimo nei rispettivi conti corrente.
A distanza di anni, nel rievocare quel confronto tumultuoso e diretto, mi viene naturale associarlo al titolo di un film di genere poliziottesco, ovvero Il cinico, l'infame, il violento.
Perché proprio questo lungometraggio? Per via dei personaggi cardine: il cinico, (io) l'infame, (Mario), il violento (Riccardo)
Poesia 23 - Gennaio/Febbraio
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Poesia 23 - Gennaio /Febbraio
Crocetti / Feltrinelli
Pag. 130 - Euro 14
Poesia di Crocetti è diventata una rivista libro ormai da cinque anni, mantenendo la sua caratura internazionale e la volontà di presentare voci meno note della lirica mondiale accanto a poeti più conosciuti, pubblicati in traduzioni originali e fedeli. In questo numero si comincia con la scandalosa poesia di Forugh Farrokhzad (1934 - 1967) che sconvolge l’Iran con immagini intense di erotismo al femminile. Sono poesie degli anni Cinquanta che solo adesso escono per Bompiani grazie a Domenico Ingenito. Poetessa tormentata, una vita costellata da molti tentativi di suicidio, internata in manicomio, osteggiata dalla cultura ufficiale, muore a soli 33 anni in un incidente d’auto. Passiamo a Elena Švarc (Leningrado, 1948 - Pietroburgo, 2010), che si faceva chiamare Schwarz, tradotta da Alessandro Niero e presentata da Marco Sabatini, per rileggere il mito di Pietroburgo e Leningrado. Donna impulsiva e ribelle, interessata a teatro, musica e cinema grazie alla cultura della madre, resta una voce originale e fuori dal coro con la sua poesia provocatoria che trova spazio in patria solo dopo Gorbaciov (1989). Interessante una sua monografia su Gabriele D’Annunzio ma tutto il suo corpus poetico merita una riscoperta per complessità e profondità di temi. Uscito adesso per Bompiani Mattino della seconda neve. La terza poetessa che scopriamo è la russa Marina Cvetaeva (Mosca, 1892 - Elabugo, 1941), pure nel suo caso morte per suicidio. Un itinerario letterario orgogliosamente autonomo, lontano da mode e scuole, caratterizzato da poesia - fiaba tendente al folclore, poemi lirici, tragedie su temi attuali e lirica pura. Paolo Galvagni, che la introduce e traduce, afferma che buona parte della critica contrappone Cvetaeva ad Achmatova per il suo stile inquieto. Silvio Ramat ci fa riscoprire Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871 - 1919), un poeta non molto noto vissuto tra le Alpi Apuane e La Spezia, una gloria delle sue terre (dove spesso è stato ristampato da piccoli editori) che vanno dalla Lunigiana all’Appennino Modenese. “Poeta per intero, anche se non si rese mai conto dei suoi mezzi”, scrive Montale. I suoi temi sono la storia e la natura, soprattutto il racconto della tanto amata Luni, il metro preferito è il sonetto. Blu Temperini, invece, è una giovane poetessa, presentata da Davide Brullo in modo poetico e originale come un’autrice da leggere e scoprire, molto più antica di quanto non dica l’anagrafe e non in perfetta sintonia con il suo tempo. Geoffrey Chaucer è una lieta riscoperta che avrebbe fatto la gioia di Pasolini con i suoi Racconti di Canterbury presentati e tradotti da Massimiliano Morini. Nelle pagine successive apprezziamo - per contrasto - la poesia moderna e simbolista di Valeria Rossella (1953). Molto interessante Delmore Schwartz (tradotto da Angelo Guida) con il suo America! America! che ricorda Walt Whitman, grande poeta di cui ricalca lo stile. Un poeta del fiume Hudson, che si sente americano perché discende da immigrati, in una terra composta da immigrati, un ebreo di origine rumena. Il pezzo forte della rivista è la presentazione di un gioiello come Bei cipresseti, cipressetti miei - Poesie per bambini vecchi e nuovi, a cura di Nicola Crocetti e Vivian Lamarque, un libro prezioso nel quale il lettore potrà ritrovare le poesie amate nell’infanzia e nella giovinezza. La scelta di testi segue la prefazione poetica di Vivian Lamarque che va da parvemi riveder nonna Lucia a l’albero ove tendevi la pargoletta mano, fino a T’amo pio bove e la nebbia agli irti colli, passando per Fiocca la neve lenta lenta lenta. Bellissime le poesie pubblicate, da Il padre di Sbarbaro alle filastrocche di Scialoja, passando per Orfano di Pascoli, Goal di Saba (da sempre la mia preferita), fino a La noia di Cappello e Per lei di Caproni. Un libro da leggere e conservare. La rivista termina con Rudyard Kipling poeta, tradotto e presentato da Davide Brullo, che ammonisce il lettore in procinto di compiere un’esperienza nuova: “Per leggere Kipling bisogna entrare nel fango, camminare a piedi nudi, abbandonare il salotto”. La poesia di Kipling va cercata, individuata e apprezzata, perché si trova sempre nascosta nel racconto e nella fiaba.
Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it
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