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Wanda Lombardi, "Opera Omnia" II Edizione

16 Gennaio 2024 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

OPERA OMNIA

II edizione

 

Guido Miano Editore propone nella sua prestigiosa collana “Il Pendolo d’Oro” la seconda edizione dell’Opera Omnia di Wanda Lombardi, che raccoglie molte delle poesie pubblicate della scrittrice di Morcone (BN) nell’arco di un ventennio, permettendo al lettore di ripercorrere la sua felice parabola.

Va subito notato che si avverte appena il distacco che c’è tra le poesie proposte, che sono scelte da Miti e realtà del 2022 andando a ritroso nel tempo dell’Autrice fino alla sua prima raccolta Nel silenzio, che risale al 2001. Se distacco c’è, questo è solo temporale, non tematico. Si può davvero dire che a tutte le composizioni proposte, comprese le due raccolte di haiku (Nel vento dell'esistere, 2020, e Attimi lievi, 2018), è sotteso un robusto fil rouge che le unifica lungo pochi percorsi argomentativi, che Enzo Concardi, nel suo recente saggio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi (Guido Miano Editore, Milano 2022), riassume in: «il tempo, il cosmo, l’oggi, il divino»; il tutto è passato attraverso il filtro della memoria, che purifica e rende limpido ogni pensiero e aiuta anche a comprendere come sia scaturita nella Lombardi la voglia di scrivere poesie.

L’alternanza dei toni delle composizioni contribuisce a tener viva l’attenzione del lettore. Sono toni a volte elegiaci, come nell’inizio di Vento inclemente: «Vento che con le foglie / i sogni porti via, la vita, / lasciami l’eco di un evento lontano / che in me poco visse, / crollato qual castello di sabbia!…» (poesia dedicata al ricordo della madre, cui, nel cinquantesimo della morte, la poetessa ha dedicato anche la composizione Mamma); tono che ritorna, ad esempio, nel finale di Sogni nel vento, in cui rimpiange i suoi «giovani giorni» ormai passati: «…Ideali smarriti in roveti spinosi / senza altro lasciare / della loro fuggevole esistenza / che lacrime». Altrove si trovano, invece, toni severi, tesi a difendere con ardore i propri sentimenti, come nel finale di Specchio: «… / Sol cosa grande / non riesce ad afferrare: / la mia sensibilità. / Essa appartiene solo a me, / non vacilla con gli anni / e non invecchia; / nessuno me la può sottrarre / o modificare, / né mai si perderà». Toni anche duri, quasi di ribellione, come in Turbini d’indifferenza, in Tempi assurdi e ne I mali del mondo, dove si legge: «…Ho visto l’onestà / come foglie marcire, / la viltà come gramigna diffondersi. / Travolti i sentimenti, diritti negati, / individualismo e parco pensare / per fretta di andare…». E toni leggeri, pacificanti, capaci di far sorridere, come in questo haiku: «Col buonumore / della vita s’accetta / ogni colore».

Il ricorso a differenti modalità espressive vivacizza la lettura. Echeggiano qua e là delle similitudini esplicite, a volta struggenti (come in Canto: «…Qual pianta che al gelo non s’arrende / e nella sua invernal secchezza / risparmia forze per svegliarsi in pienezza, / così il pensier mio, da scosse contrastato / minuzie varie adorna / da render singolari; / a volte diamanti appaiono / dalle molte varietà, / altre echi sottili risonanti qua e là…»). Altrove invece si trovano similitudini implicite, nascoste: leggere, come in Una nuvola, o nostalgiche, come in Ora che… E non manca mai il ricorso al colloquio interiore – un esempio per tutti si ha in Mio cuore.

Pur con l’alternarsi di poesie di media lunghezza (in genere non più d’una pagina l’una) e delle brevi terzine che compongono ciascun haiku, prevale su tutto l’unità dell’ispirazione dell’Autrice, che nelle pur diverse forme delle sue composizioni avvince il lettore con la chiarezza del suo esprimersi. Anche quando il colloquio col lettore prende i toni dell’esortazione – quasi a richiamare la funzione pedagogica svolta dalla Lombardi nei suoi anni d’insegnamento – come nella breve poesia Umanità: «Abbandonare l’egoismo o il rancore / e vestirsi di bontà / per accogliere in braccia d’amore / il dolore a te accanto, / e nel fonderlo col tuo / un conforto trovare, uno sprone / per proseguire con l’altro / nel mai sopito sogno / di dialogo e di pace». A proposito di insegnamento, non sfugge a chi legge che diverse poesie sono basate sugli studi dell’Autrice, che li richiama con immagini dipinte senza manierismo in diverse composizioni, come Ad Afrodite, A Nike àptera (Alla vittoria senza ali), Ricordando Cassandra; altre figure mitologiche o storiche compaiono qua e là, come il Nettuno de L’invidia, gli Argonauti e le Vestali (citati in Non scriverò…), o Tito Livio (ricordato in Ruderi): figure rievocate soprattutto nella seconda sezione della raccolta, che riprende la silloge Volo nell’arte del 2021. Reminiscenze che sono «…Perle, / di cui si è persa la memoria» (ultimi due versi di Perle del passato).

Si può ben concludere con l’osservazione di Maria Rizzi, nella Prefazione ad Opera Omnia di Wanda Lombardi: che «... i poeti scrivono di soppiatto, quasi all'insaputa di se stessi» (p. 8); una osservazione che sottolinea insieme la freschezza quasi inconsapevole della poesia dell’Autrice e la sorpresa che i suoi versi destano a ogni pagina per il lettore, che facilmente può riconoscersi in essi. Del resto, è famoso il detto di Salvatore Quasimodo, che «la poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia interiore e personale, che il lettore riconosce come proprio»; e qui sta anche il segreto fascino della poesia della Lombardi, che sprona proprio alla lettura.

Marco Zelioli

 

 

Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

13 Gennaio 2024 , Scritto da Luisa Martiniello Con tag #luisa martiniello, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Maria Antonietta Rotter

Tempus fugit

 Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

 

Il titolo di oraziana memoria, a sua volta erede del πάντα ῥεῖ eracliteo, nelle liriche della poetessa Rotter assume nei colori delle stagioni la sua percezione più incisiva: la neve invernale, i candidi e lievi fiocchi, divenuti «manto» con il loro peso spezzano «quel ramo vecchio» e l’evento è rimarcato dalla similitudine «come accade a un cuore/oppresso da un fardello di dolore».

Le voci dell’autunno si odono nel «vento» personificato, «che spettina i capelli», nei «mulinelli di foglie gialle / verdi fino a ieri», nella «nebbiosa coltre» che tutto ricopre.

Il male di vivere montaliano nella “foglia accartocciata” diviene compartecipe dolore della poetessa nel «feroce ghigno», nelle «armi brandite per straziare» le donne che «non sono erbacce da strappare via».

La morte, «discreta come amica», la sente al fianco e deve poter prendere per mano e dire: «adesso andiamo», a quella soglia senza aver paura.

Nella lirica Ricchezze, al ricco di turno la poetessa fa notare: «non puoi comprarti un alito di vita / quando il tuo tempo sarà terminato».

Il ciclo della vita e della morte ben si staglia in quello che può a primo acchito far pensare a una filastrocca con le soppesate rime, una «melina» si chiede perché è nata, dal vecchio e saggio tronco ha una risposta: nessuno nasce invano. Nell’inverno diviene «cibo a un uccellino /… al suolo, lo fu di un topolino /…. e sotto foglie morte / si mise per dormire ad aiutare il melo / a marzo a rifiorire».

In Temporale notturno la metafora sinestetica di memoria pascoliana “un gran pianto” diviene «un gran pianto di ciliegie rosse» dopo la burrasca: la morte è nelle cose e il colore rosso rimanda non solo alla maturità del frutto, ma alla sua vulnerabilità, quella stessa che è nel tormento prima della caduta della maggior parte delle foglie d’autunno. La rotacizzazione rende più crudo e sonoro il quadro: scarruffato, burrasca, torceva i rami… spezzava qualche frasca.

A rendere più acuto il dolore delle assenze in Casa di ombre, «risuona il piede / dentro il vuoto!».

Il passato e il presente si specchiano, l’infanzia passata velocemente è resa con due similitudini: «come un alito di vento / come una scia di barca che si chiude». Così una promessa di ritorno è associata al Fiore di spino, che diviene «veleno amaro nel suo profumo lieve». La rivisitazione dei luoghi del cuore offre uno spettacolo deludente del grande oleandro, anch’esso connotato dal profumo amaro: «il pozzo è abbandonato, / tu disseccato e morto / e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto». Ciò che è stato non ha più vigore, è soggetto alla legge della trasformazione, della solitudine palpabile. Così nel cassetto dei ricordi lettere d’amore che vanno in cenere, lasciano solo  «una favilla» che ancora scotta nel cuore e la vita è resa pienamente con la metafora del viaggio: «quando hai ben appreso le leggi del volante, / la macchina si ferma», per il viandante «dalle molte speranze inavverate». Lo scoramento per un mondo privo di umanità, ricco di solitudini, di compiti e ruoli demandati si legge nel non voler vedere dei vecchi, utili una volta, ora soppiantati da nonna tv. Si è reciso anche il filo di lana della nonna, il «filo della memoria», sì che la vita vissuta è paragonata ad una «vecchia barca sulla spiaggia» e Villa Regina, ritrovo di «ex della vita» abbandona ogni passato nelle mani giovanili stipendiate. Con i suoi colori variabili per stagioni, rapiti alle cose accarezzate, il vento, simbolo più consono del «tempus fugit», ci lascia con il colore dei crisantemi, il colore del perpetuo autunno della vita.

Luisa Martiniello

 

 

Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Carla Malerba, "La milionesima notte"

12 Gennaio 2024 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

La milionesima notte di Carla Malerba (FaraEditore, 2023 pp. 64 € 12.00) è una raccolta poetica delicata e preziosa che consegna la sottile inquietudine di un tempo in bilico, arreso ai titoli delle sezioni che compongono la silloge. “Attese”, “Segnali”, “Tracce”  danno già il significato interpretativo del percorso introspettivo dell'autrice e delineano l'espressione ermeneutica delle parole. Carla Malerba affronta la consuetudine insistente e ossessiva della vulnerabilità umana, comprende la dolorosa invariabilità dell'inconsistenza, subita nell'assenza, canta la superficie delle emozioni, descrive la percezione della malinconia e la consapevolezza della proiezione inesorabile della fragilità, insegue la luminosa nostalgia del desiderio, contro la crudele vacuità del tutto. Diffonde l'inclinazione del suo pensiero poetico, attinge nella risorsa spazio-temporale dell'attesa l'indicazione positiva per accogliere l'evoluzione dell'anima, esplora la forza inalterabile dell'invocazione, intonata alla toccante solennità della propria sensibilità, nel vivo clamore di ogni risonanza, capace di amplificare l'oscillazione delle immagini nell'inabissamento prolungato della memoria, di rimuovere l'intervallo incerto e indolente della dissolvenza. Concentra l'illuminazione di una trasmutazione vitale, cerca con energica fermezza di oltrepassare l'indefinita e assorta provvisorietà per poter infine manifestare le indicazioni della gioia, attraversare il confine silenzioso di un epilogo e di un nuovo principio. La poesia di Carla Malerba si posa lungo gli argini dell'oscurità, nell'indugio esitante delle notti insonni, nella mancanza, nella speranza fiduciosa di poter recuperare l'agilità della vita. Nel torpore del succedersi tra il giorno e la notte la protettiva salvaguardia dei luoghi familiari subisce un restringimento, ma il segnale inequivocabile della presenza consola e incoraggia la conversazione dei pensieri, valica la fenditura degli eventi angosciosi degli ultimi anni, affianca l'epifania del vivere e del morire. La milionesima notte conta la progressione della parabola esistenziale, include la disorientante discordanza delle reazioni dell'uomo, spiega l'inafferrabile solitudine della comunità, commenta il lento affievolimento delle relazioni nel tentativo vano del loro annientamento, trasferisce la mutevole e indefinita destinazione della psiche nelle confessioni delle percezioni intime e confidenziali. Carla Malerba riscatta il proprio turbamento attraverso la pacatezza dei versi, guida la trasparenza sensibile della funzione disvelativa della sua poesia. Legge la propria realtà nelle pagine tracciate dalla tenerezza dell'inconscio, stimola l'orizzonte empatico della riflessione e lo svolgimento autentico dell'osservazione quotidiana. L'espansione dell'esclusione dei contatti umani, subita nel devastante provvedimento durante la pandemia, è per l'autrice una nota fondamentale per la sua poesia che affranca il tracciamento e l'identità di ogni territorio interiore, finalizza una lacerazione nel presente, indispensabile per riscrivere la biografia dei ricordi, per inseguire le tracce che riportano l'energia coraggiosa della vigilanza al senso dell'appartenenza. L'agguato disincantato della consapevolezza di sé è un'interazione privilegiata con la necessità di illuminare le esperienze in sintonia con l'esilio poetico e l'attitudine generosa di amare.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il buio ci sorprende

quando la luce indora

un poco le montagne

e precipita il giorno

oltre il crinale

così di fretta

tra un aprire al mattino una finestra

e richiuderla appena si fa sera.

 

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Un piccolo lume

in questa veglia

nel chiuso delle case

l'amore un filamento

di fumo parola impastata

dal sonno corrotta

dall'abitudine.

Lo sguardo

si allunga a spiare

barlumi di faville

che brillano nel buio

il tempo di un batter di ciglia.

 

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Quello che resta in fondo

è la poesia.

Non ti ricorderai

di chi l'ha scritta,

ma sempre e perdurante

il senso dato,

il respiro allargato

nella sosta, nel sogno

dire ti ho incontrato,

ho provato in quel giorno

ed in quell'ora lo smarrimento

dell'anima che sola

ancora

non ha scorto la salita.

 

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L'oro dei girasoli

mi hai portato

invade la stanza

riverbera di luce

tra pareti che sanno

quanto vorremmo

per un giorno almeno

essere girasoli

in mezzo a un campo.

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Se qualcosa ci è stato donato

non è da dire con astruse parole

ma col piano linguaggio dei baci

che si unisce assai bene

al volo delle api

e allo stormire leggero del vento

al raggio di sole

che s'infiltra fra i rami

e crea sospese

cattedrali di luce.

 

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Nella milionesima notte

il plenilunio rischiara

l'astro trafitto

da un nero ramo.

L'ombra percorre i fossati

scivola lungo gli argini:

troppo lieve la speranza

i gesti ormai racchiusi

nei fardelli della memoria

nei rigagnoli di neve

di un maledetto febbraio.

 

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Mi disegna la notte

un ventaglio di immagini

sparse

tra il vero e l'ombra

che mai mi abbandona.

Al buio scrivo parole

che la mente illumina

e guida la mano

il pensiero del nulla che siamo.

 

 

 

 

 

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La grande partita del 1951

10 Gennaio 2024 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #sport

 

 

 

 

Ricordo i tempi in cui correvamo a perdifiato sul tappeto verde del Magona, prendevamo posto sulle gradinate ampie e basse, sui sedili di ferro della vecchia tribuna verde, incitavamo i ragazzi che vestivano la maglia nerazzurra. Piombino, amore mio! Potrei esclamare, parafrasando titoli di famosi romanzi, perché la mia unica vera squadra, la sola che ho sempre seguito è l’Unione Sportiva Piombino, qualunque nome portasse, quel che contava era il colore delle maglie. Non sarebbe potuto essere altrimenti, visto il mio ruolo di arbitro di calcio, interpretato dal 1976 al 1999, dopo aver tentato con scarsi risultati di vestire la tanto amata maglia nerazzurra. Il Piombino era la sola squadra che non avrei mai potuto arbitrare in una competizione ufficiale, perché era la formazione del luogo natio, la compagine della mia città. Confesso la mia difficoltà a dirigere persino alcune amichevoli, perché il nerazzurro cancellava l’imparzialità di giudizio.

La squadra cittadina adesso si chiama Atletico Piombino, come Unione Sportiva ha vissuto un periodo glorioso negli anni Cinquanta, con l’esperienza della serie B e la vittoria per tre reti a una sulla Roma di Nordahl. Era il 18 novembre del 1951. Pensare che il 18 novembre è anche il giorno del mio matrimonio (qualche anno dopo, nel 1998), così ho due buoni motivi per festeggiare, posso dirlo tranquillo tanto mia moglie non ci sente, non ama il calcio. Un Piombino fantastico, irripetibile, incredibile che si permetteva il lusso di malmenare compagini come Genoa (2-0), Venezia (3-0), Verona (2-0) Treviso (4-0)…

Alcuni anni dopo, una storica amichevole disputata al Magona contro la Lazio, il primo settembre del 1955, terminata 3 a 1 per i biancocelesti romani, vide i calciatori locali protagonisti di una grande prova. Molte amichevoli contro club di serie A si sono susseguite negli anni Settanta: Fiorentina, Juventus, Sampdoria, Perugia, Torino (ai tempi di Agroppi), vinte dai club più prestigiosi, seguite da un grande pubblico che affollava gli spalti del Magona. Il Piombino calcio negli anni Ottanta ha vissuto periodi di decadenza, due fallimenti e campionati di basso livello come la Seconda e la Terza Categoria. Dal 2013 è cominciata la resurrezione: la squadra è tornata in Promozione, nel 2014 di nuovo in Eccellenza, partecipando agli spareggi per la Serie D nel 2016 - 2017, retrocessa in Promozione al termine di un’infausta stagione 2018 - 2019, quindi nel 2020, pur non terminando il campionato causa pandemia, promossa in Eccellenza come seconda classificata, dietro la capolista Certaldo. Il sogno della massima categoria regionale è durato poco perché il Piombino è di nuovo retrocesso e adesso naviga in Promozione, in attesa di tempi migliori. Il pubblico che segue la squadra non è più quello di Piombino - Roma, neppure quello dei Piombino - Cecina, Piombino - Rosignano, dei campionati dilettanti negli anni Settanta, che vedevano al Magona un minimo di mille spettatori per domenica. Conservo la memoria di un derby anni Settanta disputato contro il Cecina alla presenza di ben 7.000 spettatori.

Lo Stadio Magona d’Italia, costruito dall’azienda siderurgica come sede del dopolavoro, era un vero gioiello: tribuna coperta (adesso distrutta) addossata agli spogliatoi in muratura, gradinata (sul lato opposto), curva (lato Tolla), aveva persino un sottopassaggio per entrare in campo (e quello rimane!) e poteva contenere 12.000 spettatori. Il Magona si è andato deteriorando con il tempo, per l’incuria e la sempre più scarsa passione calcistica dei piombinesi verso la loro squadra. La vecchia tribuna adesso non esiste più, la curva è stata chiusa per molto tempo, riaperta con la promozione in Eccellenza (2014), resa di nuovo agibile nel 2019 da un gruppo di volontari, insieme al rifacimento del sottopassaggio. Per anni si è parlato di un progetto Unicoop Tirreno per costruire al posto dello stadio un centro commerciale, con nuova edificazione in altra zona cittadina di un complesso sportivo. La speranza è che tale idea nefasta sia stata accantonata per sempre: il Magona è troppo importante da un punto di vista storico e sentimentale per scomparire. Ha solo bisogno di un restauro e di un ampliamento, di un lavoro di trucco e parrucco (come dicono i cinefili), ma lo stadio dovrà restare nel suo sito d’elezione, in viale Regina Margherita. Non dovrà fare la fine del Campino Marrone, il glorioso Magona Sussidiario dove giocavano le giovanili, sacrificato sull’altare di un parcheggio.

Il calcio è il più antico sport di squadra cittadino, nato nel 1921, gode di un bel libro scritto da Gianfranco Benedettini nel 1971, - Cinquant’anni in nerazzurro -, in occasione del cinquantenario della società. Il Piombino calcio nasce da alcune riunioni di giovani studenti e operai in casa di Dante Gronchi (Sciaurino), a partire dal 1919, subito dopo la fine della Grande Guerra. La prima società di calcio si chiama Sempre Avanti e viene conglobata nella società di ginnastica e di scherma. L’Unione Sportiva Piombino nasce in casa Gronchi, ma il gioco del calcio viene portato in città dal dottor Florestano Belleni e da un sottufficiale della Guardia di Finanza. Pionieri sono i fratelli Bianchi, Guasconi e Pepi, i giovani Nassi, Pavoletti e Talini. Primo Presidente il signor Emanuele Russo, primi colori sociali maglia bianca con taschino azzurro. L’ingegner Lanza concede il piccolo campo della Tolla, dove si giocano le prime romantiche partite amichevoli, senza un vero e proprio campionato. Benedettini ricorda la prima gara disputata dal Piombino contro i Pompieri del Cantiere Navale Venezia, finita quattro a zero per i nostri colori. Una volta chiuso il campo della Tolla si gioca al padule di Pontedoro, nei campi di via Leonardo Da Vinci, infine il Comune concede il vecchio Campo di Sansone, l’odierna piazza Dante. Il primo vero campo sportivo piombinese è proprio quello, spalato e messo a posto dagli stessi giovani calciatori che si trovano a giocare dopo il lavoro. Quando piazza Dante non basta più, la società Ilva concede il terreno davanti allo stabilimento (davanti all’odierno MacDonald) dove viene edificato il Campo Sportivo Salvestrini, un vero stadio con tribuna, spogliatoi e pista per le corse in bicicletta. Lo stadio viene inaugurato il 20 agosto 1924, il Piombino fuso con la società di ginnastica si chiama USSAP (Unione Sportiva Sempre Avanti Piombino), e perde per 4 a 0 un’amichevole con il Livorno. Si comincia a fare sul serio, anche se tutto è molto pioneristico e disorganizzato, con l’iscrizione al primo campionato di Terza Divisione. La palla di cuoio è uno sport britannico che vince la diffidenza di quanti lo considerano un gioco assurdo, buono solo per prendersi un malanno correndo al freddo e con i calzoni corti. Il calcio diventa lo sport cittadino per eccellenza e comincia a coinvolgere un buon pubblico che non si può contenere dietro le corde di Piazza Dante. Potrei raccontare molte leggende sul periodo eroico del Salvestrini e del vecchio Stadio Magona. Tra le tante, la più gettonata è quella del Piombino che batte la Roma nel campionato di serie B 1951 - 52 ed è una storia che si tramanda di padre in figlio. Nei primi anni Cinquanta Piombino vive il suo miglior periodo economico e sociale, la Toscana guarda alla nostra città come a un paese di bengodi dove non mancano pane e fumo. L’industria dell’acciaio è fiorente, la Magona finanzia la squadra di calcio, il dopolavoro gestisce il campo sportivo e i calciatori nerazzurri vivono come veri professionisti. Una città di trentatremila abitanti dà alla squadra di calcio milleduecento abbonati che sono linfa vitale per andare avanti. Tre anni di serie B che lasciano il segno ed entrano a buon diritto nella leggenda, soprattutto perché nel 1951 - 52 il Piombino si trova a un passo dall’essere promosso in serie A. Pure qui ricordiamo la leggenda metropolitana delle partite vendute, perse per non essere promossi, perché il campionato maggiore sarebbe costato troppo. In ogni caso quel Piombino è una rivelazione incredibile e fronteggia alla pari Roma e Genoa (nelle partite casalinghe vince con entrambe), in passato campioni d’Italia. Il Piombino che il 18 novembre del 1951 batte la Roma per tre reti a una è allenato da Fioravante Baldi, contestato a inizio campionato perché non vuole grandi acquisti e portato in trionfo dopo la vittoria sulla capolista. Il segreto di Baldi sta nel sempre valido squadra che vince non si tocca e lui dopo aver vinto il campionato di serie C chiede alla società di modificare l’organico il meno possibile. Baldi partecipa alla serie B con un gruppo di uomini affiatati, che saranno pure modesti calciatori ma si conoscono a memoria, di sicuro più di tanti campioni strapagati che litigano in campo. Il Piombino ha un gioco e una personalità ben definita frutto di un campionato di serie C vinto alla grande. La Roma è travolta da un avversario pieno di entusiasmo e i quattromila tifosi che hanno invaso Piombino se ne tornano a casa sotto un coro di sfottò della tifoseria toscana. Il mito della serie B a Piombino è duro a morire. Se con un piombinese di mezza età il discorso cade su argomenti calcistici state pur certi che prima o poi ve l’ammolla quel noi s’è fatto la serie B, anche se lui manco era nato nel 1951. Ve lo dico per esperienza, ché non ricordo quante volte l’ho detta questa frase per giustificare la mediocrità attuale del calcio piombinese. Nel 1951 il Piombino resta a lungo capolista e molti sognano a occhi aperti la serie A, specie dopo la vittoria sulla Roma. È la nona giornata del primo campionato di serie B e la città è invasa da bandiere giallorosse, torpedoni e treni speciali. Franco Biegi, in un articolo del Tirreno di Livorno datato 1996, ricorda diecimila romani che in realtà sono soltanto quattromila, ma si sa che il tempo ingigantisce le cose. In ogni caso è vero che sembra d’essere a Roma, si vedono solo le loro bandiere che alla fine arrotolano silenziosi sotto i fischi dei piombinesi riuniti sulla via Provinciale all’uscita della città. Il Piombino batte la Roma e balza in testa, ma chiude il campionato solo al sesto posto dietro Roma, Brescia, Messina, Genoa e Catania. Il sogno della massima serie sfuma, forse è meglio così perché la squadra vive sull’entusiasmo della matricola e sul catenaccio inventato da Baldi che schiera un calciatore nel ruolo di battitore libero. Difesa e contropiede sono le armi italianissime di quel Piombino che sconfigge la Roma di Nordahl II, Andersson e Sundqvist in quello storico pomeriggio del 18 novembre. Le reti portano la firma del bomber Biagioli (doppietta, una su rigore) e di Montiani. Di quel Piombino ricordiamo con simpatia il maestro elementare Zucchinali che correva i cento metri in undici secondi netti e anche i fratelli Bonci (Irio ed Emilio), schierati uno come centrocampista, l’altro da battitore libero. Ma tutta la squadra merita un ricordo perché era un gruppo valido e compatto, una compagine leggendaria. Il portiere Carlotti, una sicurezza del reparto arretrato, Mezzacapo, piombinese purosangue idolo del Cotone, Coeli, spietato francobollatore di attaccanti, Ortolano, mediano redditizio e scaltro, Lancioni, abile sia di piede che di testa, Morisco, infaticabile ala tornante, Biagioli, attaccante fiorentino veloce e furbo, Cozzolini, mezz’ala sistemista, Bodini e Montiani, attaccanti puri, capitan Zucchinali, personificazione umana del simbolico topolino nerazzurro. Era una squadra fatta di operai per una città operaia che viveva e lavorava per la sua domenica di calcio, costruita pezzo per pezzo da un allenatore intelligente come Fioravante Baldi. La partenza di Baldi per altri lidi dà il via al declino, prima con il fiorentino Nello Bechelli con cui il Piombino si salva a stento, poi con l’allenatore-giocatore Ferruccio Valcareggi (ha trentatré anni e fa il centromediano) che arriva nel periodo di crisi nera della Magona. Nel 1953 - 54 giunge la prevista retrocessione in serie C, anticipata dalla chiusura dei cordoni della borsa da parte di una Magona sempre più in difficoltà. È proprio il caso di dire che a Piombino tutto ruota attorno all’acciaio, pure le fortune calcistiche: sino a quando la siderurgia è il motore trainante della città le cose girano a dovere. Argomento che sviscerato in due miei romanzi che ruotano intorno al mondo del calcio e che vedono protagonista un giocatore piombinese che ritorna ai suoi lidi dopo aver calcato palcoscenici importanti: Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino Sogni e altiforni - Piombino Trani senza ritorno. Il pallone si sgonfia senza rimedio con la chiusura della Magona (1955), vero sponsor delle locali glorie calcistiche. Dal 1955 in poi è tutto un susseguirsi di alti e bassi con un vivacchiare tra Serie D e campionati dilettanti. Si pensa di aver toccato il fondo nel 1987 con la retrocessione in Seconda Categoria, purtroppo al peggio non c’è mai fine: la stagione 2004 - 2005 vede l’Atletico Piombino in Terza Categoria. In questo periodo storico è di nuovo altalena tra Eccellenza e Promozione, ma questo meraviglioso libro a fumetti ci permette di rivivere un momento indimenticabile del nostro passato.

 

Gordiano Lupi

 

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) scrive di cinema, traduce autori cubani, si occupa di cultura caraibica. Ha dedicato molte opere alla sua città: Piombino leggendariaStoria popolare di PiombinoAlla ricerca della Piombino perdutaPiombino a tavolaAmarcord Piombino. Ha partecipato alle antologie collettive Piombino in giallo e Piombinoir. Alcuni tra i suoi migliori lavori di narrativa sono ambientati a Piombino: Cattive storie di provinciaCalcio e acciaio - Dimenticare Piombino (presentato al Premio Strega, 2014, vincitore del Premio Giovanni Bovio a Trani), Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (presentato al Premio Strega 2016), Sogni e altiforni - Piombino Trani senza ritorno (presentato al Premio Strega 2018). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

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Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it

 

 

 

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
VENTICINQUE ANNI DI EDITORIA INDIPENDENTE
Rivista: www.ilfoglioletterario.it
Casa Editrice: www.edizioniilfoglio.com

VENERDI' 12 GENNAIO

Presentazione Ufficiale de LA GRANDE PARTITA del 1951

ovvero PIOMBINO - ROMA 3 a 1

in Biblioteca Civica Falesiana

PIOMBINO - ORE 17 e 30

PARTECIPANO

MASSIMO PANICUCCI autore
PATRIZIA LESSI redattrice Nautilus
GORDIANO LUPI editore IL Foglio Letterario

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Wanda Lombardi, "Opera Omnia" II edizione

9 Gennaio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Wanda Lombardi

OPERA OMNIA

II edizione

 

Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa, è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. L’autrice in gioventù ha sofferto per malattie e incomprensioni, ma l’ha aiutata sempre la Fede in particolare la devozione a Padre Pio.

Come scrive Maria Rizzi nella sua prefazione approfondita e ricca di acribia «La presente Opera Omnia, arrivata alla seconda edizione (la prima è uscita nel 2018), è una scelta antologica molto vasta delle poesie di Wanda Lombardi, nella quale sono concentrati i suoi migliori motivi ispiratori». Data la vastità del volume, in questa sede preferisco soffermarmi sulle poesie di carattere religioso e su quelle dedicate ai giovani e ai loro problemi.

La poetica della Lombardi è pervasa da religiosità, misticismo e coscienza etica e si può considerare neolirica tout-court. L’autrice ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Ella si proietta in una felicità grandiosa e senza paura nella figura di Dio Creatore che, oltre a essere onnipotente e onnisciente, potrebbe essere inteso in senso immanente come amico per antonomasia dell’uomo roccia, rifugio, fortezza e giustiziere, protezione da ogni male per chi confida in Lui come si evince dalla lettura dei Salmi veterotestamentari.

Nella lirica Eterno leggiamo: «Ultimo rifugio sei Tu, Signore, / avvolgimi nella Tua luce / allevia il mio penoso andare. / La mia vita si vesta di Te…» a conferma della fortissima grande Fede della poetessa. Ci rendiamo conto della cifra distintiva del poiein di Wanda che si potrebbe definire realismo mistico e che è veramente unica e originalissima, per la sua chiarezza e le parole procedono per accumulo e per il lettore divengono come acqua sorgiva da bere per la loro luminosità, precisione e bellezza.

In Violenza giovanile leggiamo: «Nel labirinto dell’odio / inconsciamente ti aggiri, / giovane insicuro, / per superare la frustrazione, / la sofferenza, le difficoltà. / In cerca di affermazione, / violi la legge, il tuo istinto segui…». In questo testo ci si riferisce al disagio giovanile tipico della contemporaneità nella quale prevale la mentalità dell’avere su quella dell’essere, nel mondo alienato e non meritocratico ma consumistico e liquido in cui c’è stata una caduta di valori.  

Il lavoro della Lombardi va controcorrente nella produzione poetica contemporanea, perché gli scrittori del nostro tempo si esprimono prevalentemente tramite sperimentazioni e neo-orfismi connotati da complessità e spesso oscurità nella forma e nei contenuti, mentre la  poesia di Wanda Lombardi si distingue per limpidezza e chiarezza di linguaggio, per linearità dell’incanto, leggerezza e  notevole icasticità.

In questa sede, nello spazio di una recensione, è impossibile soffermarsi su tutte le raccolte pubblicate nell’Opera Omnia, tutte dense e caratterizzate da un magistrale controllo formale. Globalmente si intende, leggendo questi testi, che la figura della scrittrice è conscia che attraverso la Fede, strettamente legata alla poesia, può elevarsi da creatura a persona.

La Lombardi, che nei suoi versi sintetizza un discorso esteticamente valido e carico di bellezza e fascino, nutrito, come si diceva, da misticismo e anche da un grande amore per la natura, getta l’ansia e l’angoscia proprio su Dio che diviene amore e conseguentemente gioia, proprio perché ha donato la vita e ha fatto Lui il primo passo verso l’uomo; invito che Wanda accetta con gioia nell’esaltare proprio il Signore stesso, il creato e la natura.

Raffaele Piazza

 

 

 

Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.

 

   

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I due Dobermann

2 Gennaio 2024 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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Io e Francesca, dopo aver fatto colazione in agriturismo, ci incamminiamo, mano nella mano, lungo un grazioso vialetto in ghiaia. 

Mentre ci avviciniamo alle stalle per i cavalli, due Dobermann dall'aspetto minaccioso corrono nella nostra direzione abbaiando come dei forsennati. Nel frattempo, esitiamo decidendo se scappare o meno. 

«Shhh!» sussurro sbigottito, allungando un braccio col palmo aperto rivolto verso quei cani che si fermano di colpo a pochi metri da noi. 

Non passa nemmeno mezzo minuto che i due Dobermann cominciano a girarsi e, come se nulla fosse, si allontanano, avviandosi all'interno di un fabbricato rurale. 

«Bravo amore!» esclama sollevata la mia fidanzata, avvinghiandosi a me. «Li hai mandati via!»

In verità la mia reazione è stata istintiva. Tuttavia, gongolando, glielo faccio credere per poi assumere una posa da Superman. 

Beh, l'importante e che i due bestioni hanno mollato l'osso... senza addentarlo.

 

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La lacrima

1 Gennaio 2024 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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L'Occhio chiuse la palpebra e la lasciò andare.

Per un istante, la Lacrima rimase indecisa se terminare o meno la propria esistenza sopra la lettera scritta da una ragazza tormentata dall’amore. Optò di rigare dritta in quanto voleva arrivare fino in fondo.

«Ti amo!» udì improvvisamente, e mentre via via scendeva da una guancia rosea, calda e vellutata, labbra tremanti la baciarono.

La Lacrima venne inghiottita e continuò imperterrita la sua corsa verso il Cuore.

 

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RoboZoo

31 Dicembre 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #fantascienza

 

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Anno 2630

 

«'Ste sbarre laser, le ritengo un po' esagerate» osservò il piccolo Walter, rivolgendosi ai suoi genitori e mordicchiando un cubogelato al ginseng con alghette caramellate e granella di tulipani.

«Un RoboZoo non è tanto diverso da uno zoo» rispose freddamente la madre, mentre si stava fumando una digisigaretta.

«Sì però, questi AnimalMachine non mi sembrano pericolosi come i CammelCommando a tre gobbe di quei terroristi cattivoni dell'AndroQaida» insistette il bambino.

«Vedi diodino mio, essendo dei prototipi di seconda generazione, hanno dei cervelli di tipo Genesys, se non venissero preservati nelle tecnogabbie, rischierebbero di lobotomizzarsi e di conseguenza si estinguerebbero» intervenne il padre, dando al figlioletto un buffetto sulla guancia. 

«Allora perché rinchiuderli e privarli della libertà? A 'sto punto, per non farli soffrire, non sarebbe meglio incenerirli con il proton?» domandò ancora il piccolo.

«Non dire stupidaggini! Piuttosto guarda quanto sono carini!» esclamò la madre, tagliando corto.

I tre componenti della famigliola, prima di terminare la visita al RoboZoo di Delta Roma, scattarono un centinaio di liquidfoto per poi pubblicarle su FaceBot.

 

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Emma Fenu, "In cerca di te"

28 Dicembre 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

In cerca di te

Emma Fenu

PubMe 2023

 

La parte (ampia e nascosta) di me che ha mensilmente allagato di un pianto silenzioso il Mar Rosso mestruale, che ha temuto d’invidiare gravidanze altrui, finendo poi per amare svisceratamente i prodotti di quelle gravidanze, considerandoli un risarcimento e un regalo tardivo, quella parte, dicevo, si riconosce nella sofferenza di Emma Fenu in questo suo “In cerca di te”.

La persona, l’entità ricercata, è il Bambino – che poi si trasforma in Bambina, man mano che gli interessi culturali dell’autrice s’incentrano sul mondo femminile – tanto desiderata, e perseguita con ogni mezzo economico e sanitario, ma mai arrivata.

Con un linguaggio che è oro colato, una meravigliosa poesia in prosa, l’autrice sarda racconta il suo percorso di ripetute fecondazioni assistite, di esami invasivi, di cure ormonali, di pellegrinaggi attraverso l’Europa, di delusioni feroci, disperazione silente e rabbia malcelata. E la commozione mi contorce le viscere sterili e mi attanaglia il cuore freddato con la sola forza di volontà.  

Alla fine di questi capitoli – tutti “Lettere a un bambino mai nato” – la Fenu non ha ottenuto nulla, non si è nemmeno rassegnata e continua a covarsi la propria costernazione da sola, sapendo che la sua parte più vera non è poi nemmeno quella che ci ha appena raccontato, o, almeno, non è solo quella, ma che le ferite del corpo e dell’anima comunque non si rimargineranno mai. Scontrarsi con il rifiuto del proprio utero a procreare non è facile, così come sentirsi chiedere “perché insisti?” e “ne vale la pena?”. Domandarsi se la determinazione non stia trascolorando in testardaggine è parimenti doloroso.

Di fatto, Emma Fenu è una donna felice e risolta, piena di interessi, di cultura, di fascino, di amore per il suo uomo, per la madre malata (diventata quasi una figlia), per il padre, per la sorella e per la nipotina Laura, surrogato di maternità.  La voglia di vivere, di gioire, di ballare, di volere bene non le è venuta meno, nonostante questa gravidanza mancata che è come una menomazione. Lei non ha bisogno di essere madre per sentirsi completa, ma sarebbe stata una gran madre e avrebbe fatto dei figli meravigliosi, autonomi e luminosi. È un peccato, ci viene da dire, che queste entità Bambini esistano solo nel sopramondo delle idee, perché avrebbero avuto una vita semplice ed eccezionale. Perché già esistono e non lo sanno.

Ma non è detta ancora l’ultima parola. E, soprattutto, si è comunque e sempre madri. Madri delle proprie madri, madri di se stesse, madri di progetti e di romanzi, madri di figli mai nati per scelta ponderata o per disgrazia, madri di figli morti, madri di figli che se ne sono andati. Si è madri di figli pensati, immaginati, sognati, temuti.

Quel

Ti troverò. Ti ho già trovato.

Con immenso amore

Mamma.”

vale anche per me.

Grazie Emma.

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Poesia 22

16 Dicembre 2023 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesia
Rivista Libro numero 22
Crocetti Editore – Feltrinelli – Euro 14 – pag. 130

Apre con una bella copertina dedicata a Dylan Thomas la rivista Poesia di fine anno (Novembre / Dicembre), giunta al numero 22 della nuova serie, disponibile non più in edicola ma in libreria. Emiliano Sciuba traduce dieci preziose poesie - inedite in Italia - di Thomas (1914 - 1953) come anticipazione di un volume di prossima pubblicazione per Crocetti. Si passa alla Grecia - da sempre Crocetti riserva un’attenzione particolare alla poesia ellenica -, con Krystalli Glyniadaki (Atene, 1979) e una profonda riflessione sul male, voce significativa della lirica greca contemporanea, presentata da Elisabetta Garnieri. Sappiamo a che somiglia il Male. / Pensa / Il Bene pensa come sarebbe / su scala di massa. Daniele Piccini (1972, condirettore di Poesia) ci regala un pugno di liriche riunite in un contenitore omogeneo intitolato Cos’è la verità. Amo le età che sei stata, il passato / di quando non sapevo, andavo in circolo; / amo in te la ragazza che eri, / che traspare e ritorna e che allora / non fui pronto a cogliere. Malgorzata Lebda, polacca di trentotto anni, tradotta da Linda Del Sarto, scrive poesia paesaggistica e naturalistica, i suoi versi compongono un organismo vivo che freme e respira. La poesia è un bosco, un animale, un corpo. Giovanni Papini (1881 - 1953) è la riscoperta italiana dal passato, curata da Silvio Ramat, che ci presenta le raccolte Un uomo finito e Opera prima, con alcuni estratti che sono vera e propria autobiografia lirica del poeta - polemista. A questo punto tocca a Emilio Isgrò, il maestro delle cancellature, a cura di Daniele Piccini, con il sonetto in rima e l’opera Sì alla notte, edita da Guanda nel 2022. Per la rubrica I poeti di trent’anni, curata da Milo De Angelis, si parla di Luigi Fasciana, tra luce e sangue, tra tono colloquiale e labirinti psichici da indagare. Per paura dei vetri quasi corri. / Sentivamo la grandine / e adesso il prato è spalancato, si sta coprendo. / Mai vista così grande, mentre l’abbiamo tra le mani / e già ti sporgi, per chiudere le imposte: / schiena e cielo - poi noi in penombra. Narian Matos (1975) è un poeta brasiliano che vive negli Stati Uniti, già letto in passato su Poesia, presentato e tradotto da Manuela Colombo. Nei suoi versi troviamo una fusione lirica di memoria del passato e suggestione naturalistica, frammista a ricordi d’infanzia e adolescenza. Ah, Itaquara ombra / Itaquara sole. / banane a guastarsi al sole sulle bancarelle / vecchi dallo sguardo profondo alle finestre / soltanto gli orologi a pendolo parlavano del tempo / c’era bambini per le vie a cantar girotondi … Infine leggiamo alcune intense liriche di Sohrab Sepehri, poeta viandante iraniano, indagatore dell’anima. Non c’è nuvola. / Non c’è vento. / Siedo ai bordi della vasca in cortile: / pesciolini, luce, io, fiore, acqua. / Grappolo puro della vita. Notevole epilogo per una rivista preziosa.

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