Il cannocchiale
«Comandante, stanno guadagnando terreno!»
«Terreno? Mare, semmai!»
L'ammiraglio Jonathan Denver si affrettò a estrarre il cannocchiale dalla custodia per osservare il vascello nemico a ore nove.
«Preparano i cannoni! Guardate, sull'albero di maestra sventola una bandiera pirata!» gridò uno dei marinai.
L'ammiraglio, tramite la rotella di regolazione, provò e riprovò più volte a mettere a fuoco lo strumento ottico, ma tutto ciò che riusciva a vedere erano curiose simmetrie dalle sfumature giallognole, verdognole, bluastre e rossastre.
«Accidenti!» esclamò costernato l'ufficiale, girando al contrario l'oggetto in questione.
Fu in quel preciso istante che si rese conto. In sostanza, al porto, nella fretta di salire a bordo della nave, aveva preso il caleidoscopio di suo figlio Rudolph.
Jack
Jack Daniel's - «Secondo me ti sei bevuto... il cervello.»
Giacomo Danieli - «È meglio metterci... un tappo sopra.»
Jack Daniel's - «Non sparare cazzate!»
Giacomo Danieli - «Mai, e dico mai, una volta che tu abbia risolto i miei problemi.»
Jack Daniel's - «Sì, è vero, però ti sei sempre aggrappato... a me.»
Giacomo Danieli - «Non stavolta!»
Jack Daniel's - «Ti sbagli di grosso, dato che posso aiutarti a dimenticarla.»
Giacomo Danieli - «Non voglio dimenticarla.»
Jack Daniel's - «Ma come? Non desideri obliare colei che ti sta arrecando delusione e sofferenza?»
Giacomo Danieli - «Non mi sembri adatto alla situazione che sto affrontando.»
Jack Daniel's - «Beh, considerando che quella stronza ti ha tradito con tuo cugino, con me sarà più facile, te lo assicuro.»
Giacomo Danieli - «Non ho bisogno di te!»
Jack Daniel's - «A chi vuoi... darla a bere?»
Giacomo Danieli - «Probabilmente c'è un fondo... di verità in quello che dici. Vabbè, comunque, sei stato un buon amico.»
Jack Daniel's - «Cosa significa quel "sei stato?"»
Giacomo Danieli - «Ebbene sì, perdonami, ma ti devo svuotare nel lavandino della cucina.»
Jack Daniel's - «No, ti scongiuro!»
Giacomo Danieli - «Umh...»
Jack Daniel's - «Che c'è? Ci hai ripensato?»
Giacomo Danieli - «In un certo senso sì!»
Jack Daniel's - «Ecco bravo, beviamoci sopra, anzi bevimi sopra.»
Giacomo Danieli - «Vieni bello mio!»
Jack Daniel's - «Dove mi stai portando?»
Giacomo Danieli - «Aspetta e vedrai»
Jack Daniel's - «Perché siamo finiti in bagno? Vuoi sbronzarti nella vasca?»
Giacomo Danieli - «Ho deciso di lasciarti andare nel cesso, visto che la mia vita va a rotoli.»
Jack Daniel's - «Ti prego di ripormi nella mensola degli alcolici, magari ne riparleremo tra qualche giorno.»
Giacomo Danieli - «Quali alcolici? È da una settimana che non faccio entrare più nessuno a casa mia. Com'è che non ci avevi fatto caso?»
Jack Daniel's - «Credevo di essere l'unico.»
Giacomo Danieli - «Addio Jack! E salutami il Tennessee!»
Jack Daniel's - «Nooooooooooooooooo!»
Il mercataro intelligente
Avevo da poco terminato il servizio militare e, nell'attesa di trovare un altro impiego, due volte a settimana, per trenta euro giornaliere andavo a lavorare al mercato, in ambito abbigliamento, con mio cugino Mariano e con i miei zii.
Non si trattava di un lavoro particolarmente faticoso, sennonché dovevo alzarmi alle cinque del mattino, non vergognarmi ad abbanniare, cioè a urlare per attirare l'attenzione dei passanti al fine di reclamizzare la merce esposta, e mostrare una faccia tosta nel mercanteggiare con determinate tipologie di persone, tra cui gli indecisi e gli schizzinosi.
In proposito, visto che non ero un modello di baldanza, ma soprattutto non ero competente di brand o marche, capitò un episodio memorabile.
Una mattina, un'attraente ragazza bruna, nel tastare alcuni pantaloni, mi chiese un'informazione.
«Scusami, ho notato che siete sprovvisti di jeans Inblu, quando vi arrivano?»
«Ti sbagli, guarda quanti jeans in blu ci sono lì!» le risposi strizzando l'occhiolino e indicando con la mano una delle bancarelle.
La giovane sorrise, per poi dirigersi verso mio cugino, che in quel momento stava piegando un ammasso di vestiti, e mettersi piacevolmente a parlare con lui.
Essendo una cliente fissa, non mi stupii della loro confidenza, tuttavia mi accorsi con un certo fastidio che mi deridevano a bassa voce.
Una decina di minuti dopo, Mariano mi raggiunse e, con un'aria canzonatoria, mi diede una pacca sulla spalla.
«Ehi, minchione, Inblu è un marchio.»
«Che figura!» esclamai.
«Sai cosa mi ha detto quella gnocca di te?»
«No, cosa?» gli domandai strabuzzando gli occhi.
«Quel ragazzo è bellino, peccato che è un po’ cretino.»
Antonio Messina, "Le cupole di Illyu"
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Antonio Messina
Le cupole di Illyu
Pag. 140 – Euro 13 - Onirica Edizioni
Un libro che vi sorprenderà e che amerete anche se non siete (come me) appassionati di fantasy, perché l’autore si serve di strumenti tipici della narrativa fantastica, costruendo un mondo surreale che forse è il panorama di un possibile futuro, ma questo non posso anticiparlo, perché i fili della trama vanno a compimento solo nel finale. Antonio Messina lo conosco bene come ottimo scrittore di narrativa pura e di poesia, ma in questo romanzo si supera nelle descrizioni fantastiche, inventa un mondo martoriato e cadente, presenta i diversi personaggi con buoni dialoghi, inserisce convincenti idee avventurose ed elabora una trama che si dipana misteriosa. A prima vista si tratta di un racconto on the road dove un uomo chiamato Javier deve superare prove indicibili, in lotta contro il malvagio computer Caronte e contro i Sabotatori, in partenza dalla mitica stazione di Senofonte, alla ricerca disperata di una famiglia perduta. Affascinante l’idea di una pillola che cancella ricordi e controlla l’umore, che va assunta come preciso obbligo dai cittadini per ordine di chi comanda; vediamo una popolazione affamata, alla perenne ricerca di cibo, governata dalla dittatura dei Seminatori che fanno il bello e il cattivo tempo, mentre i Sabotatori si limitano a eseguire ordini. Javier perde la cognizione del tempo, vive in una condizione sospesa, un vero e proprio inferno, percorre una città in rovina, tra cadaveri pietrificati e i ricordi della città di Nazca, compreso le cupole di Illyu, costruzione della sua memoria. A un certo punto mi è venuto a mente I viaggiatori della sera di Umberto Simonetta, sceneggiato per il cinema da Ugo Tognazzi (regista e attore), per certe suggestioni legate alla soppressione degli anziani e dei nati deformi o malati, ma la storia che racconta Messina (lo scoprirete leggendo) è ben diversa. Il protagonista si aggira per le strade di un universo ingannevole, dove sembra che sia lui a decidere il paesaggio, a inventare i ricordi, mentre l’autore descrive la follia di non essere liberi, di non avere cibo, narrando una dittatura che realizza campi di sterminio come Il campo delle gabbie sospese. Ma è realtà o finzione? Siamo in una dimensione onirica o nella vita vera? Il protagonista è un Sonnambulo che parte dalla stazione di Senofonte per non fare più ritorno alla sua vita? Javier è un criminale politico, un individuo pericoloso per la società - uno scarto di semina, come viene definito - che la dittatura deve eliminare? Il protagonista viene rinchiuso in una cella putrida in mezzo ai topi e alla sporcizia perché è un sovversivo o è soltanto un buon cittadino che vorrebbe essere libero? Sono tutti interrogativi che trovano risposta nel capitolo finale, che sconvolge ogni certezza e che non posso rivelare perché fa parte della bellezza di questa affascinante lettura. Vi dico solo che Antonio Messina maneggia molto bene gli strumenti della suspense e della descrizione fantastica. Buona la cura editoriale di Onirica, prezzo adeguato al libro, un ottimo prodotto intrattiene in maniera colta e fa pensare.
Riverdale
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Benché Riverdale sia molto ben confezionata e per certi versi pure iconica, non pensavo di scriverci due righe sopra. Soprattutto non lo pensavo dopo le ultime stagioni, la sesta e la settima, così anomale e confuse. Ma l'episodio finale mi ha fatto ricredere. Ho sentito tutto il fascino di questa serie tv tratta dai fumetti della Archie Comics. E fumettistica Riverdale lo è, in modo patinato e glamour. Personaggi belli, elegantissimi e colorati. Chiaroscuri, macchie di rosso sul nero, poche location azzeccate, numeri musicali di alto livello, attori superlativi, rendono questa storia – anzi queste storie intrecciate, arzigogolate, (appunto “full Riverdale” si dice negli States) ripescate e riscritte da capo più volte – una gioia per gli occhi e per le orecchie. La trama oscilla fra il mistero, il giallo, il fantasy, l’horror quasi splatter, la gangster e la teen story.
Riverdale High ricorda un poco la Rider di Grease e nella serie ci sono vari accenni a molti musical famosi. Da una parte le feste della scuola, le solite immagini americane di Halloween, dei balli di fine anno, del giorno dei diplomi, così cari ai telespettatori da dover, credo, riportare indietro i personaggi ai tempi del liceo nell’ultima stagione dopo averli fatti crescere e diventare adulti nella penultima. Dall’altra oscure foreste, magioni spaventose, cimiteri, serial killer, autopsie e cadaveri.
Personaggi molto ben caratterizzati: Archie il buono, Betty la brava ragazza con un’anima noir, Veronica la femme fatale. Il mio preferito è Jughead, lo scrittore e fumettista, la voce narrante.
Non c’è una vera storia d’amore perché gli amori si accavallano, si scambiano e s’intrecciano. E non c’è nemmeno una vera definizione di genere perché anche gli eterosessuali sono un po’ queer e non disdegnano incursioni nell’altra sponda.
A Riverdale, tranquilla – si fa per dire – cittadina americana, il male cova e cresce fino a esplodere: L’omicidio di Jason Blossom, il re Gargoyle, il serial killer Blackhood, l’arrivo del diavolo in persona, la cometa catastrofica. Alla fine, però, ci sarà un rovesciamento e un riscatto, o, meglio, una seconda possibilità. Ci si potrà mondare del male dimenticandolo, rivivendo un’altra vita, tornando al passato e mettendo a posto le cose, facendo del bene, lavorando per superare i pregiudizi.
L’ultimo episodio, tutto di commiato (come era già stata la puntata commemorativa per la scomparsa di Luke Perry che impersonava il padre di Archie), con l’addio ai personaggi ormai morti, con quel “lasciamoli lì, dove avranno sempre 17 anni”, mi ha fatto spuntare un malinconico nodo alla gola.
ANALISI RAGIONATA DEI SAGGI CRITICI RIGUARDO SERGIO CAMELLINI A cura di Enzo Concardi
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Sergio Camellini
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Sergio Camellini, nativo di Sassuolo (Mo), vive a Modena ed esercita la professione di psicologo clinico, attività che gli è stata d’aiuto anche nella poesia, in quanto l’ha predisposto ad ascoltare la voce degli altri. È studioso dell’arte povera della civiltà contadina e dei suoi mestieri. Fin dall’infanzia si soffermava a rimirare i lavoratori dei campi e gli artigiani nelle botteghe: calzolai, fabbri, ceramisti, sarti, fornai... mostrando interesse per tutti coloro che si dimostravano dotati di autentica creatività. Conseguenza di questa sua profonda passione per il mondo agreste è stata la fondazione, a Borgo Serrazzone (Mo), sull’Appennino modenese, di una “Casa-Museo d’Arte povera della civiltà contadina e dei mestieri” che consente ai visitatori di compiere un viaggio a ritroso nel tempo, tra i ricordi del passato, avendo la possibilità di vedere quasi 2.500 arnesi e attrezzi di lavoro che documentano la cultura, la vita contadina e artigianale di quei luoghi: fabbri, falegnami, calzolai, sarti, vignaioli, fornai, tessitrici, lavandaie, stiratrici, barbieri, intagliatori, ecc… (…).
Illustrare le finalità del presente saggio significa anche articolare le varie parti di cui si compone, poiché tutto il materiale a disposizione del critico va ordinato, suddiviso, collocato nei contesti tematici pertinenti, non per una mania classificatoria, ma per consentire al lettore un approccio chiaro e logico alla poetica complessiva di Sergio Camellini. Ed allora è conseguente il fatto che ci si muove all’interno delle principali tendenze contemporanee riguardo le metodiche degli aspetti filologici, circa le analisi comparative testuali, tenendo conto degli apporti delle varie scuole di pensiero sull’asse esegetico del classico bipolarismo forma-contenuto. Qui mi preme subito dire che un autore attento a quanto è stato scritto sulla sua opera, si dimostra sensibile all’importante ruolo che la critica letteraria svolge nella storia culturale, poiché percepisce che la comunicazione e la divulgazione dei messaggi insiti nella sua scrittura hanno bisogno di una mediazione tra soggetto creativo e soggetto ricettivo, ovvero il lettore. Non esistendo tuttavia un metafisico ruminante di letteratura, ma storici e concreti esploratori del mondo librario, ognuno col suo livello culturale e con le proprie attese interiori, ecco la necessità di ciò che abbiamo chiamato mediazione, ovvero il compito del critico letterario, ruminante particolare, deputato a sviscerare con i suoi strumenti lessico ed argomenti, onde porli a disposizione di tutti.
Sergio Camellini, uomo di mondo e quindi consapevole di tutto ciò, ha voluto dare alle stampe questa sorta di opera omnia della critica a suggello di una carriera letteraria che lo ha visto esprimersi soprattutto attraverso la poesia. È da qui che partiamo, col definire ed inquadrare, seppur con la dovuta sintesi, i cardini principali della critica letteraria italiana, con cenni storici e tendenze attuali. Si potrà così acquisire una visione più pertinente delle basi culturali dinamiche dell’analisi critica ed applicarle alle sue opere. Se dunque prendiamo in esame le letture e le interpretazioni, apparse sotto forme diverse - prefazioni, recensioni, articoli, saggi - possiamo notare come esse, nel loro sviluppo, rispondano a quella ormai sempre più diffusa corrente contemporanea definita critica multifattoriale, ovvero lo studio degli svariati e molteplici aspetti dei lavori letterari posti sotto la lente d’ingrandimento delle scuole di pensiero, dall’Ottocento ad oggi, in un’epoca che è già stata definita da taluni post-crociana, cioè dopo colui che viene ritenuto l’ultimo grande maestro in materia. La critica multifattoriale non è per nulla volta verso il relativismo culturale, né si muove nelle aree dei facili sincretismi, tendenti ad appiattire le differenze con le loro manie unificatrici. Al contrario si è resa conto che non è intelligente chiudersi nei recinti ideologici, e che spesso le diverse scuole di pensiero, non sono alternative fra loro, ma piuttosto risultano complementari. (….).
I saggi critici su Sergio Camellini analizzano sia le strutture interne alla poetica, sia lo sviluppo dinamico-temporale, ovvero la visuale diacronica. Oggi il critico si muove sempre di più in una direzione gnoseologica, cercando di non essere semplicemente un recensore che emette solo giudizi estetici, ma uno studioso-specialista che agisce anche con metodi scientifici cognitivi, per giungere a delineare le opere letterarie nella loro completezza e globalità, dalla genesi alle strutture formali; dai messaggi contenuti al mondo interiore e alla personalità dell’autore; dalle valenze stilistiche a quelle storico-sociali; dalle influenze culturali esterne alle originalità intrinseche; dal lavoro sulla parola alle immagini e alle figure retoriche.
Insomma per scoprire quale è la sete, quali sono i sogni, quale è la sostanza antropologica nonché spirituale dell’uomo e dell’artista. E dunque questo lavoro non si configura solo come un insieme di analecta della critica letteraria sull’opera di Sergio Camellini, ma si prefigge lo scopo più ampio di uno studio della sua poetica ed estetica.
Enzo Concardi
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Sergio Camellini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-19-6, mianoposta@gmail.com.
Marco Zelioli, "Momenti"
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Momenti
Marco Zelioli
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Mi pare che una prima caratteristica di questa raccolta di versi di Marco Zelioli sia l’interessante varietà, oltre che di motivi - “pensieri d’ogni genere” -, di registri stilistico-espressivi, di soluzioni formali e discorsive.
Al tratto critico-assertivo, che è proprio della prima sezione intitolata Per quel che mi concerne (pensieri d’ogni genere) («…Uno si è barattato col terrore / e torna a casa come un vincitore, / ma chi ha versato il sangue non ritorna / ed è dimenticato troppo presto. / Così spesso va il mondo, caro amico…», Parallelismi sghembi, corsivo nel testo; «… Non è da fuori, ma dal suo profondo / minato affranto addolorato cuore / e pur capace di donare amore / se dallo slancio a Dio si fa guidare / anteponendo al proprio l’altrui bene. // La guerra da vincere è nel cuore», Guerra e pace), succede nell’Intermezzo la briosa, accattivante spigliatezza narrativa dell’Ode al ladro di bicicletta («Andavo un po’ per caso per via Rubens / cercando un bar per prendere un caffè / come a metà mattina faccio spesso. / Ero da quelle parti a accompagnare / una persona amica all’ospedale / che trovi in via Antonello da Messina. / Io camminavo lungo il marciapiede…»), comprensiva peraltro di note di accurata descrizione: «…Guardo la sella bella cicciottella / (in tutto uguale ad una che comprai / nel negozio di sport di via Arona), / ed il manubrio con quelle due manopole / di plastica, in stile ‘finto marmo’ / che usava nelle bici un po’ vecchiotte…».
Nella seconda sezione, Strade compiute, prevalgono invece la pacata elegia commemorativa, l’intenso raccoglimento sentimentale insiti nel ricordo accorato di chi non è più, cui subentra - parte conclusiva di un assetto strutturale sapientemente disposto - un’Appendice, più abbandonata e spiritosa, aperta all’arguzia divertita («“Ed ecco che alla fine tutto calza” / - si disse soddisfatta Cenerentola», Lieto fine) e al delizioso calembour auto-ironico: «Io sono una persona semiseria. / Infatti, con gli anni che ho, / della serietà mi è rimasta solo l’età» (Quattro aforismi).
La ricchezza tematica e le diversità tonali, che si riscontrano nei testi dell’autore, rinviano nondimeno a una concezione della realtà storico-umana unitaria e coerente, organicamente definita intorno a precise idee-valore, sempre sostenuta da solide convinzioni intellettuali-morali. Ne sono componenti fondamentali una viva coscienza problematica e quindi l’acuto avvertimento dell’inevitabile, costituzionale contraddittorietà dell’ordine delle cose: «C’è gente che si uccide per paura / (dimmi se questo ha senso!) di morire: / pur di affermar se stesso si distrugge…» (Controsensi); «E oggi come allora / la libertà che muore. / Nel nostro cuore il ghiaccio / col fuoco della rabbia / s’è sciolto solo un attimo: / il tempo di una lacrima / che torna presto in gelo. / Noi fummo solidali…» (Danzica ’81); «Credevo di riuscire a farne a meno / e invece sono qui che scrivo ancora / del giorno che ha sconvolto il nostro mondo, // quell’undici settembre ormai lontano / ma ancora presentissimo nel cuore…» (Anniversario N°20).
L’intento dei miei corsivi nell’ultima citazione è porre in risalto la correlazione antitetica significativa, poiché, stante la vision du monde del poeta alla quale appena sopra si è fatto cenno, la figura dell’antitesi rappresenta il primario spunto formalizzante, l’indubbia sollecitazione aggregativa e strutturante il molteplice materiale etico-sentimentale accolto e conseguentemente rielaborato dalla sua sensibilità artistica e creativa. Tale modalità retoricamente ordinativa si esplica nell’intimo del tessuto verbale, orientando, con palese funzione unificante, i procedimenti linguistici dello scrittore milanese: «…Non dico di restare indifferente / ma un interrogativo non mi lascia…» (Pietra d’inciampo, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Probabilmente il costo del sapere / oggi non è metafora, ma soldo / che serve a comperare le risposte / a un desiderio senza più vigore. / E forse cresce una generazione / che lungi dall’amar, cova rancore / verso chi li richiama ad impegnarsi / perché il sapere sia vera conquista / e non solo ripetere le cose…» (Amara scuola mia… amara e bella); «Tesoro non da chiuder sotto chiave, / perché l’abbiamo ricevuto in dono / e dono agli altri ne possiamo fare, / ma da portare a tutti e condividere / come perenne pegno della pace» (Pentecoste); «…Se no restate almeno un po’ in silenzio / a contemplare quel che la natura, / e non un sentimento ballerino / ci ha messo come marchio nella carne…» (Maschio e femmina li creò); «Il tempo non cancella ma lenisce / il dolore allorquando ci ferisce / (…) / Ma nulla passa senza avere un senso: / non uno sguardo, non un sentimento…» (In morte del fratello dell’amica Claudia); «…È una questione che riguarda tutti / ma certi non la prendono sul serio / perdendone memoria giorno a giorno. // Eppure nel tenerla sempre a mente / s’illumina la vita in ogni istante; // se no tutto soccombe al puro istinto» (Il senso della vita).
Tuttavia nella ricerca poetica di Zelioli la “situazione” spirituale dell’uomo non appare bloccata nell’esperienza penosa di dualità insuperabili, statiche e paralizzanti. Il fattore fideistico-religioso, il fermo richiamo a Dio, al suo amore per noi tutti, al piano da Lui concepito per la salvezza di ogni creatura si rivelano una preziosa e decisiva istanza catartica e finalizzante il quotidiano, difficile “cammino del vivere”; e la dichiarazione dell’autore risulta al proposito inequivoca: «Che senso ha la vita a questo mondo? // In Te riposa l’eterna domanda / dell’uomo e trova risposta compiuta» (L’eterna domanda).
La consapevolezza della presenza attiva della Divinità, la certezza cristiana dell’efficacia illuminante e corroborante di un progetto di Redenzione che indefettibilmente si rinnova costituiscono il sostegno irrinunciabile di ogni virtù («In cielo, non in terra è il nostro posto. // Se ci troviamo in queste condizioni / è solamente per esercitarci, / guidati dallo Spirito di Dio, / ammaestrati dalla sua sapienza, // a camminare sulla giusta strada / a luce più splendente preparandoci // prima di transitare nell’eterno», Non omologati), secondo quello che lo scrittore rivendica nel dialogo ideale con un’auctoritas prestigiosa della poesia contemporanea quale Eugenio Montale: «È vero, Eugenio, non ci devon chiedere / la parola che squadri da ogni lato: / non abbiamo né forza né sapienza / per poter dire una parola vera. / (…) / A noi non è richiesto che seguire / per quel che umilmente ci è possibile / un dono agli umani inaccessibile: // quell’unica Parola che ci salva / che non è nostra e che non ripete / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo / ma ci introduce al senso del Destino» (Colloquio immaginario con Eugenio Montale, corsivi nel testo).
Nella seconda sezione della silloge, dedicata, lo si osservava in precedenza, al ricordo reverente e affettuoso di care persone defunte - e perciò incentrata sulla riflessione impegnativa riguardo al rapporto, ancora antitetico, fra la vita e la morte, fra il tempo terreno e l’eternità, e specificamente sulla giustificazione e sull’inveramento della prima dimensione alla luce della seconda -, mi è sembrata degna di attenzione particolare la lirica offerta alla memoria della consuocera: «Contemplare il silenzio della morte / non è esercizio facile ai viventi / sempre in ricerca di parole nuove / che riempiano di senso l’esistenza. // Per te è giunto molto presto il tempo / di lasciare il disordine del mondo. // Ma ogni cosa, adesso, è al posto giusto» (A Elisabetta, corsivo mio, come successivamente). Se sulla terra i conti non tornano mai, a causa della visuale angusta e limitata connessa alla parzialità sviante delle contingenze storiche, nonché all’implacabile antagonismo degli interessi contrapposti, nella contemplazione finale di Dio i contrasti si placano, ogni tensione viene meno e tutto “va a posto”; lo attesta altresì un grande scrittore italiano a me caro, Antonio Fogazzaro, il quale, nella pagina conclusiva del suo primo romanzo, Malombra (1881), con rara incisività descrive il radicale mutamento intervenuto post mortem nella prospettiva interiore del protagonista Corrado Silla: «Sulla faccia opposta di tante cose che guardate da questo nostro lato della morte gli eran parse iniquamente oscure, ammirava un ordinato disegno, una luce di bontà e di sapienza».
Il linguaggio delle poesie di Momenti è contraddistinto da essenzialità e felice scorrevolezza, da medietà lessicale e da un’agilità e da una linearità sintattiche indicative dell’inclinazione metodica alle misure espressive garbatamente prosastico-colloquiali: «…Sette gli anni vissuti con te nonno, / abbastanza per ricordarmi bene / quando al parco Sempione mi portavi / e mi prendevi l’“esse” per merenda, / e dopo, ritornati a casa tua, / m’insegnavi a cucire i vestitini / per il piccolo orsetto di peluche / e mi chiedevi d’infilare gli aghi / che avresti usato per lavoro, / tu ch’eri sarto, umile ma bravo…» (I due nonni che ho conosciuto).
Questo tratto peculiare non deve in ogni modo essere scambiato per trascuratezza o per superficialità compositive. La costruzione dei testi mostra al lettore attento aspetti di moderata letterarietà - dal prudente ricorso alla rima («Dal millenovecentoventitré / tu calchi il palcoscenico del mondo: / secolo pieno di stravolgimenti / dai quali hai tratto mille insegnamenti…», Cento candeline) e ad altre figure retoriche come l’anafora («…Non un’angoscia, non un mancamento / non un timore, non una caduta, / non un errore, non un pentimento…», In morte del fratello dell’amica Claudia, op.cit.), all’impiego della tecnica della ripresa iterativa («Tu ci lasciasti prima di lasciarci / ma rimanesti ancora in mezzo a noi /(…)/ Ora rifatto nuovo nel passaggio, / la tua grandezza esplode, finalmente. // Ora ci lasci senza più lasciarci», Addio, Benedetto!) - ; anche in questo caso la sobrietà dello stile è coefficiente importante di riuscita estetica e culturale.
Floriano Romboli
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L’AUTORE
Marco Zelioli (Monza, 1951) ha insegnato materie letterarie e diretto scuole statali in provincia e in città di Milano dal 1984 al 2015. Dal 1978 si è occupato di integrazione scolastica degli alunni con disabilità, seguendo le orme del padre, Aldo (1915-2008, ispettore centrale del Ministero della Pubblica Istruzione). Ha pubblicato le raccolte di poesie: Come spuma di onde (2017), Coriandoli di vita e di pensieri (2019), Briciole di vita (2020), Le mie lune e altre poesie (2021), Frammenti di luce (2021). Ha inoltre pubblicato i libri: Le parole dell’handicap (2001), Introduzione alla ricerca e all’uso dei dati scolastici (2002), Se l’handicap è nella scuola (2004).
Marco Zelioli, Momenti, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-17-2, mianoposta@gmail.com.
Valeria Balistreri, "#inaltreparole
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#inaltreparole di Valeria Balistreri (Eretica Edizioni, 2023 pp.130 € 16.00) è una suggestiva e carismatica silloge poetica che seduce il lettore attraverso la dinamica magica e intrigante della parola. Valeria Balistreri sa dosare il complesso significato dell'eredità espressiva, le dona una percezione assoluta verso l'essenza emotiva, ipnotizza il canto dei ricordi, condivide l'intenzione di una vita intensa, attraversata dalla possibilità felice degli incontri, dall'elogio indispensabile dei sentimenti, sostiene l'incavo archeologico dell'elemento linguistico. Relaziona il pensiero presente con l'entusiasmo di chi conserva l'esercizio affascinante della riflessione con l'analisi sincera della propria identità, rivolge l'autentico miracolo della corrispondenza nel mondo interiore, oltrepassa le inquietudini del quotidiano sovvertendo il senso di estraniamento dell'umanità, impiegando altre parole che non sono dissonanti ma rispondono al dono dell'empatia. La poesia di Valeria Balistreri inaugura una semantica privata, trasmette la chiara e distintiva invocazione di ogni modello analitico interpretativo, rinnova la funzione comunicativa del linguaggio, l'adesione a una realtà in cui ogni enunciato linguistico è identificato con la poetica del cuore e dell'appartenenza. Valeria Balistreri segue la volontà di recapitare, con i propri versi, una nuova visione intorno a tutto ciò che osserva con i propri occhi, adopera il taglio obliquo di ogni approdo esplicativo. Le parole di Valeria Balistreri sono la disposizione sincronica della rappresentazione emotiva, trascinano il riferimento abituale della pronuncia eloquente nella confidenza dei contenuti mutevoli dell'uomo, spiegano la densità dell'emancipazione e l'evoluzione di un'autonomia esistenziale che riveste la spontaneità verbale svincolata dalle intelaiature ordinarie e accorda il favore dei contesti letterali alla funzionalità colta dei versi. La raccolta poetica #inaltreparole è composta da tre sezioni: Parole per dire, Parole per amore, Parole per strada. I versi descrivono un universo intimo avvolto nella necessità di manifestare la traiettoria temporale e sentimentale delle occasioni, incrociano la consistenza della vita con il passaggio della bellezza scandita dal riparo dei luoghi, trattengono il precipizio amoroso nel coraggio di ogni verità improvvisa, nello sguardo interrogativo verso ogni fragilità, nella trasparenza del distacco, nell'epifania dei cambiamenti. L'ultima parte del libro è dedicata alla rivelazione del dialetto siciliano, espone un romantico approfondimento di fonemi arcaici e familiari, dotati della propria capacità emblematica, rappresenta un confidenziale itinerario verso la memoria e la profonda identificazione del vernacolo come segmento prezioso delle origini. Valeria Balistreri racconta il senso ontologico della parola laboriosa, artefice della propria efficacia. Ascolta il privilegio di creare e diffondere il dettaglio di ogni esperienza e il riconoscimento dei territori introspettivi. Le parole si fanno strada lungo il patrimonio affettivo di ogni voce che sorveglia un cammino ed entra come una sfumatura sussurrata nell'anima, sul germoglio accennato di una citazione che indica: “fra l'ultima parola detta/ e la prima nuova da dire/ è lì che abitiamo” (Pierluigi Cappello)
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
PASSAGGI
Passerà?
Sì passerà
Passerà al mattino presto
quando fa luce.
E passerà a notte fonda
con l'ultimo dei suoni della città.
E a sera
quando si accendono i lampioni
o rincasi
e sospiri.
Passerà come un malanno con la cura.
Come il tempo lungo
se non è spiato.
E la paura
dentro ad un abbraccio.
Come l'angoscia
se le parli piano.
Passerà.
Anche se non deve
anche se
“Che peccato!”.
Anche se non capita tutti i giorni.
Passerà
e ne sentirai sollievo.
E poi il vuoto dei vuoti.
E la gigantesca certezza
di avere
per caso
sfiorato il miracolo.
Passerà
e lascerà un'impronta.
O un impossibile incastro
O un'ombra di desiderio.
Passerà.
Al passare di ogni cosa.
Allo scoccare dell'ora.
All'inizio di altri.
Alla foce del fiume.
Passerà.
E lì sarai.
E ne parlerai a qualcuno.
Ne parlerai
forse
sorridendo.
Cauta
al battere
nel petto
del ricordo.
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UN SOFFIO
Sembrava che fosse.
Sfuggiva:
rapido
silenzioso.
Ma
ecco
è riapparso.
Tiepido
con un profumo di pane.
È un cuore quello che chiedi?
Con un contorno e un peso?
Una storia come una poesia
Parole per un delicato amore?
Non c'è tempo
se non infinito.
Ne passi che passino.
I miei non lasciano
ma trovano
e trattengono te.
Qui dove io sono
e sento di te.
Che d'improvviso
come in un soffio
abiti per me.
Gabriella Frenna, "Regina Nefertiti"
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Regina Nefertiti
Gabriella Frenna
illustrazioni di Michele Frenna
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Torna a comporre i suoi versi come mettendo le tessere d’un mosaico l’una accanto all’altra per meravigliarci con l’insieme del tutto, Gabriella Frenna, in questa Regina Nefertiti. Lei, messinese di nascita ma residente a Palermo, non trae però ispirazione da quel capolavoro d’arte musiva che è il duomo di Monreale: la trae dai mosaici prodotti dal padre, il maestro Michele Frenna (più volte evocato come “voce narrante” nelle poesie della raccolta).
Non è la prima volta che la figlia Gabriella accosta i suoi versi ai mosaici del padre: «…Ricordo ancor oggi / parole appassionate / descrivere un mondo / misterioso e lontano. / Con la decisa voce / attraeva attenzione / delle curiose figlie, / nel narrare scenari / di un’antica civiltà» (Ricordi, p. 25, dove compare la riproduzione del mosaico del padre, Il faraone). La scrittrice si dimostra appassionata cultrice di quell’originale metodologia strutturale di composizione che il padre mise a punto, dopo anni di dedizione all’arte musiva: la “Pittura mosaicale” (è anche il titolo di una poesia della raccolta, p. 74), che, fondendo pittura e mosaico, fa sì che le opere sembrino dipinte, se viste da lontano, ma viste da vicino rivelano appieno la loro natura musiva.
In questa sessantina di poesie, l’accompagnamento di alcuni mosaici del padre Michele fa più di tante chiose verbali; ma da queste non ci si può esimere, perché i versi dell’Autrice invitano alla riflessione e al commento. E il primo, quasi istintivo, è che non a caso la prima pubblicazione di Gabriella Frenna sia stata La serie dello zodiaco nell’elaborazione musiva (2002), alla quale seguì la raccolta La rosa (2005), in memoria della sorella Rosanna prematuramente scomparsa, cui il titolo, quasi con un gioco di parole, allude.
Colpisce subito il lettore come le poesie di Regina Nefertiti alternino con leggerezza i riferimenti al passato remoto (l’antica “mirifica” civiltà egizia), a quello prossimo (il padre che “incanta” le figlie col racconto delle meraviglie di quella civiltà, come nel primo Rimembro, p. 16), ed al presente dell’Autrice, che torna col pensiero a quanto imparato con la sorella dal padre - come nella seconda poesia intitolata Rimembro (pp. 76-77), ultima della raccolta, che chiude così: «…Un omaggio rivolgo / all’artista musivo / con poesie narranti / il mondo egiziano, / rimembrando anni / spensierati e gioiosi / e il fascino emerso / di un tempo lontano».
Si tratta di un’alternanza per nulla artificiosa. Scorre via naturale come il Nilo; e come il grande fiume ha periodicamente le sue piene, qui si trovano talvolta versi esondanti: ad esempio nella lunga Louvre (pp. 22-23), che termina con questi versi: «…Ricordo ancor oggi / l’atmosfera suggestiva / e la piramide in vetro / allora in costruzione / che destava curiosità, / alimentando desiderio / di tornare ad inoltrarsi / nell’incantevole mondo / della civiltà faraonica»; anche in Letture (pp. 39-41), in 1984-1997 (pp. 45-46), in Akhenaton faraone (pp. 59-60), in Arte amarniana (pp. 65-66). A parte ciò, tuttavia, lo stile di Gabriella Frenna rimane in genere asciutto, contenuto, e la parola resta nitida, chiara, quasi a ‘voler’ celebrare in modo degno «…la sontuosità di un mondo / concepente l’esistente come / equilibrio d’opposti elementi…» (Antica civiltà mediterranea, p. 18). Perciò il complesso della raccolta invita alla lettura, una piacevole e scorrevole lettura, senza sfoggi di cultura, ma con tratti che ne denotano la solidità - pari a quella delle millenarie costruzioni egizie.
La scorrevolezza della lettura dipende anche dal fatto che il ‘verso libero’ scelto dalla scrittrice avvicina la composizione alla poesia-prosa, cui la Frenna si era accostata già in alcuni suoi scritti misti di poesia e prosa (veri e propri prosimetri). Un modo di scrivere, insomma, ben lontano dall’Enigmatica scrittura degli Egizi (p. 21). E così anche le «…visioni mirifiche / d’un tempo molto lontano / quando la coppia reale / del faraone Akhenaton / e della regina Nefertiti / regnarono in Egitto / con potere e ricchezza…» (Coppia reale, p. 61) diventano un tema approcciabile dal lettore, quasi invogliato dall’incedere dei versi ad addentrarsi nella storia: nell’antica storia egizia come in questa storia, che è frutto dell’intreccio di conoscenza e memoria, così come è frutto del connubio di arte visiva e scrittura. Proprio per l’intensa, ripetuta tensione di Gabriella Frenna a presentare l’arte visiva con la parola scritta, Angela Ambrosini ha potuto osservare che le sue opere in versi sono «una sorta di ecfrasi ora dichiarata e ora tacita, sottintesa alla contemplazione implicita delle creazioni paterne».
Pur essendo il linguaggio della Frenna piano ed accessibile, in certi tratti si nota qualche improvviso mutamento del ritmo: vi sono delle volute omissioni di articoli o di preposizioni articolate, come a voler far scivolare via le parole senza dilungarsi troppo. Un solo esempio per tutti si può trovare in questi versi di Enigma della Sfinge: «… rimasi affascinata / da storie egiziane, / da documenti antichi / tramandanti racconti / reali o immaginari, / come l’avvincente / enigma mitologico / su mostruosa sfinge / in città egizia di Tebe / che poneva a viandanti / misterioso indovinello…» (p.34). Questo stile è tipico dell’Autrice, anche in altre opere; ma qui induce a pensare che lei voglia ‘volare’ sui millenni di storia che separano i lettori d’oggi dall’antichità egizia: un volo veloce quanto basta ad affascinarli, ad ingolosirli, a far venire loro il desiderio di conoscere più a fondo quell’antichità. Un tocco d’estro seducente, se si vuole, che conduce il lettore in «un itinerario, oltre che letterario ed artistico, anche spirituale, culturale, storico, entrando in un’avventura non scevra da dimensioni oniriche, non nel senso di distacco dalla realtà, ma per il modo in cui viene vissuta dall’autrice, cioè con lo sguardo sempre meravigliato e con quel candore d’anima oggi così raro che pare proprio provenire da mondi sognati» (Enzo Concardi).
Ecco: meraviglia e candore d’animo, ancora fortemente presenti in Regina Nefertiti, rendono ‘naturale’ interessarsi alla lettura di quest’opera.
Marco Zelioli
Gabriella Frenna, Regina Nefertiti, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-18-9, mianoposta@gmail.com.
The Tailor
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Mi piacciono molto le serie tv turche, per la bellezza degli attori, per il pathos dei rapporti umani (enfatizzati da una certa recitazione sopra le righe) e per gli splendidi scenari di una Istanbul moderna e patinata.
La serie The Tailor, il sarto, nonostante sia stata male accolta dalla critica, mi ha conquistata fin dalla prima scena. Se molte vicende mi sono rimaste oscure, e forse andrebbero sviluppate in un'ulteriore stagione che purtroppo non si farà, la storia di Peyami Dokumaci, stilista di fama, del suo amore proibito per Esvet, moglie del suo migliore amico, e di quest’ultimo, Dimitri, mi ha tenuta incollata allo schermo.
La love story è bella e palpitante ma, se questa è centrale nella prima stagione - insieme al problema del padre minorato di cui il protagonista si vergogna - nella terza giganteggia invece il rapporto fra Dimitri e Peyami, trasformando la soap in una specie di bromance.
Scopriamo che Dimitri è cattivo solo perché ha subito continui abusi dal padre, ma è capace di slanci di generosità e sentimenti profondi. Dal triangolo amoroso emergono i due uomini, la loro fratellanza. Esvet, che spiccava nella prima stagione per la sua empatia e compassione nei confronti del padre di Peyami e per i soprusi patiti dal futuro marito, qui rimane sullo sfondo, passiva e schiacciata fra i due, una sorta di semplice oggetto del contendere. Dimitri è geloso di Esvet, vuol essere amato da lei in modo esclusivo, ma, soprattutto, vuole l’amore dell’amico e l’idea che egli possa dimenticarlo dopo la sua morte lo sconvolge più del tradimento della moglie, di cui sembra essere invaghito e non innamorato. Quando pare che stiano per morire tutti e tre, sono i due uomini ad avvicinarsi, ad abbracciarsi, a rivedere il passato e l’infanzia, ad aspettare la fine insieme. Lei rimane da sola, in un angolo, quasi inutile e dimenticata.
Certo questa serie ha i suoi bei difetti. Lascia aperti molti interrogativi che diventano vicoli ciechi, enfatizza in modo grottesco la malattia mentale di Mustafà, allunga a dismisura certe scene ed estremizza sentimenti troppo urlati. Ma alcuni elementi hanno un fascino indiscutibile che ha segnato il successo di pubblico, se non di critica. Il primo è senz’altro la nascita del forbidden love fra Esvet e Peyami. La solita favola della ragazza buona e gentile – qui badante sotto mentite spoglie – che riesce a conquistare il burbero e ricco padrone di casa. Un classico romantico che non delude mai. Il secondo elemento è il rapporto fra Peyami e suo padre, intenso, controverso, tenero (forse improbabile), capace di trasformare un essere abbrutito e animalesco in un genitore quasi normale. Il terzo è il legame fra Peyami, musulmano sufi, e Dimitri, cristiano ortodosso. Alla fine, quello che più ha dato e più ha amato è proprio lo scapestrato e apparentemente incorreggibile Dimitri. «Sei la persona che più ho amato al mondo», dice rivolto a quello che lui chiama “fratello di sangue”.
Peccato che gli sceneggiatori abbiano deciso di chiudere. Peyami Dokumaci, (al secolo Çağatay Ulusoy) bello e tenebroso al punto giusto anche se un tantino sovrappeso, mi mancherà.
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