ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, vol.17
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ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, vol.17
Guido Miano Editore, Milano 2023
La composita, corposa ed eclettica pubblicazione, che prendiamo in considerazione in questa sede, Alcyone 2000 - vol.17, costituisce un volume che per la sua essenza, vista la commistione di saggi di critica letteraria, recensioni, sillogi poetiche, con articoli su pittori e scultori, corredati da belle riproduzioni a colori delle opere, si può considerare un ipertesto, per l’infinito gioco di rimandi tra le varie parti, per la qual cosa il fortunato lettore immergendosi nella lettura affonda nelle pagine incantato da tanta bellezza e intelligenza.
I volumi “Alcyone 2000”, pubblicati da Guido Miano Editore, pur essendo impaginati come una rivista sono dei veri e propri repertori di critica letteraria e poesia e si occupano anche di arte: si distinguono per la qualità dei saggi pubblicati, la cura e la professionalità. Per esempio i nomi dei critici letterari e dei poeti nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative sono tutti importanti nel panorama letterario, artistico e culturale non solo italiano. Un simile repertorio, nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata, liquida e consumistica come la nostra, che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato da Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, nella sua fruizione può divenire un’ancora di salvezza per ogni suo lettore, antidoto contro l’alienazione tipica nella vita attuale, attraverso una salutare immersione a trecentosessanta gradi nell’arte e nella cultura.
Ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei, non destinati solo a un limitato numero di cultori, ma a chiunque abbia voglia di fare propri felicemente gli alti contenuti eterogenei del repertorio, che evoca per il lettore atmosfere simili a quelle degli oceani della tranquillità lunari, o la vicinanza con i grandi laghi portatori di pace allo spirito per usare delle metafore.
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Non avendo la possibilità, nello spazio di una recensione, di analizzare tutti gli articoli presenti nel volume, ci si limita ad esaminare - a livello esemplificativo - per la saggistica l’articolo Paesaggio di Quasimodo di Giuseppe Zagarrio; per l’arte l’articolo sullo scultore e poeta Don Marco Morelli e per la poesia la silloge di Cinzia Magarelli, per me una scoperta, una nuova poetessa di Milano alla sua prima pubblicazione.
In Paesaggio di Quasimodo il saggista scrive sul tema affascinante del senso della notte per il Premio Nobel siciliano, la sua percezione anche di paura della notte, una notte che partendo dal dato fenomenico delle atmosfere del buio del firmamento, redento dalle stelle e dalla luna, viene interiorizzata dal poeta e ovviamente diviene occasione per i componimenti poetici di Quasimodo stesso che il critico cita: «…Dammi vita nascosta / e se non sai me pure occulta, / notte aereo mare…» (Vita nascosta). «…mobile d’astri e di quiete / ci getta notte nel veloce inganno: / pietre che l’acqua spolpa ad ogni foce…» (Mobile d’astri e di quiete). Scrive Giuseppe Zagarrio che Quasimodo è poeta che ama a questo modo la notte per quella sensazione che da essa viene: di pienezza nell’annullamento e di delirio nell’angoscia. Per il poeta il timore di sperdersi nella notte, fa venire in mente L’infinito leopardiano e in particolare il verso «e il naufragar mi è dolce in questo mare», ma se il recanatese trova dolce la sua fusione con il cosmo, Quasimodo la vive anche con dolore e inquietudine: «…Ti cammino sul cuore / ed è un trovarsi d’astri / in arcipelaghi insonni, / notte, fraterni a me / fossile emerso da uno stanco flutto…» (Dammi il mio giorno). La notte è per Quasimodo ambivalente portatrice di un sogno ad occhi aperti pauroso e soave nello stesso tempo, residenza per l’anima in un misticismo naturalistico vissuto e sentito con tutti gli strumenti umani.
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Per la sezione arte ci soffermiamo sull’articolo di Enzo Concardi riguardante Don Marco Morelli scultore, poeta e filosofo, del quale sono inserite varie riproduzioni di opere in terracotta e in bronzo. Nato nel 1942, il Nostro come scultore autodidatta ha avuto la prima commissione pubblica nel 1973 e ad essa sono seguite decine di commissioni per varie chiese. Dalle forme armoniche e plastiche in altorilievo le sue sculture hanno qualcosa di neoclassico; tra queste spicca una Crocefissione in bronzo, originale perché in essa Cristo, accolto dal Padre, è circondato da vari Santi e Sante che condividono il suo atrocissimo dolore per consolarlo. Come afferma lo stesso Don Morelli nella sua arte ritroviamo una commistione di Fede e filosofia che sottendono una consapevole coscienza artistica che non a caso raggiunge esiti mirabili.
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La poetessa Cinzia Magarelli è presente con la silloge La carezza della vita composta da poesie brevi e concentrate neo liriche tout-court. Scrive nella sua nota Concardi: «…e vita è la dimensione, il luogo esistenziale, l’esperienza emotiva più visitata nel dipanarsi della sua ricerca di una serenità vissuta e forse conquistata…». Un ottimismo intelligente pervade queste liriche nel senso di ammirazione per il Creato e la pratica della poesia stessa fa in modo che la creatura diventi persona. È forte il tema dell’amicizia in Amica componimento pervaso da gioia: «Aperta era la porta / selvatica amica / dal cuore gitano / rifugio, / minuti rubati / alla vita che era / luce negli occhi / cuore intelligente. / La vita è bella». Nella lirica Per mio marito leggiamo: «Oggi ti vedo / luce nuova / vera promessa / le mani ti ho dato / arrese nelle tue, / coraggioso compagno / ti seguo». Il poiein di questa opera prima della Magarelli brilla per bellezza, originalità, icasticità, leggerezza e luminosità.
Raffaele Piazza
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°17; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-16-5, mianoposta@gmail.com.
Loro, robot
Daniel Affleck, uno scienziato americano di fama mondiale considerato il principale punto di riferimento nel campo della robotica, con orgoglio rimase a osservare per svariati minuti i cinquecento robot schierati sull'attenti in quell'hangar segreto della Fortezza delle Scienze. Le macchine antropomorfe in tuta mimetica erano pronte per essere caricate sulle camionette dei Marines, in quanto era prevista una simulazione a Desert Brown, nel Colorado.
All'improvviso, il flusso dei pensieri dello scienziato venne interrotto da Mizuki Kurata, il tecnico e assistente di origine giapponese, appena sopraggiunto alle sue spalle.
«Queste unità ci permetteranno di vincere qualsiasi guerra, per di più con perdite umane minime, quindi vedi di non scocciarmi» affermò convinto Affleck, riaccendendo una discussione che li aveva visti impegnati la sera precedente e non senza qualche accento polemico.
«Temo che un giorno i robot potrebbero insorgere ai nostri danni» disse titubante il suo collaboratore.
«Visto che hai contribuito al Progetto Origin dovresti sapere che la loro affidabilità è garantita.»
«Hai presente l'Antica Roma? Durante la terza guerra servile, nel 71 a.C, gli schiavi via via finirono per ribellarsi tanto da formare un esercito agguerrito» espose il dottor Kurata.
«Le macchine sono impostate per obbedire, ragion per cui non potranno mai prendere decisioni» insistette il luminare.
«Ascolta, gli l'ED-209 risultano programmati proprio per neutralizzare esseri umani. Oltretutto hanno la predisposizione ad evolversi» riattaccò il nipponico braccio destro.
Il borioso scienziato, con un cenno di mano, respinse infastidito le perplessità del collega, per poi dirigersi verso le porte aperte dell'hangar. Nel frattempo, il terzultimo robot, in prima fila sulla sinistra, girò la testa e lo guardò andarsene.
Nota dell'autore: il titolo Loro, robot riadatta e rende omaggio a Io, robot, una raccolta di racconti di fantascienza di Isaac Asimov, mentre gli ED-209 si rifanno al film Robocop, invece il Progetto Origin sul videogioco F.E.A.R. - First Encounter Assault Recon ed infine la Fortezza delle Scienze omaggia una serie televisiva anime intitolata Il Grande Mazinger.
Dedico questo racconto a un amico scrittore di nome Dario De Santis, un cultore del cinema e della letteratura Sci-Fi.
Bonbon di rose
Bulgaria, estate 2009, ogni tanto rievoco quei cinque giorni. Fu la nostra prima vacanza all'estero, ove alloggiammo in un bellissimo hotel che distava a cento metri dal Mar Nero.
Amavi pazzamente il mare. Quanto desideravo che tale ardore l'avessi rivolto pure al sottoscritto.
Eri proprio una stronza, capricciosa e lunatica. Oltre a ciò, ti contraddistingueva una peculiare capacità di stroncare, oppure di non valorizzare, le mie esternazioni romantiche.
E pensare che agli inizi della relazione credevo di aver trovato in te un amore da romanzo rosa, invece ti sei rilevata di tutt'altro "genere." Nel giro di qualche anno, diventasti via via pragmatica, per di più in una moltitudine di occasioni sostenevi che dovevo piantarla con le smancerie da liceale. Ogniqualvolta me lo ripetevi, a rendere ulteriormente l'idea erano i tuoi occhi azzurri freddi, paragonabili al cielo dell'Alaska, a crucciarmi il cuore.
Adesso, i ricordi si spostano sul terzo giorno di permanenza in Bulgaria, esattamente mentre stavamo tranquillamente passeggiando tra le vie di una Sofia soleggiata. Improvvisamente, le tue tipiche oscillazioni d'umore sortirono nuovamente un effetto nocivo su di me.
«Qui si soffoca! Mi fai sentire ancor di più accaldata!» ti lamentasti, scrollando bruscamente il mio abbraccio.
Bevvi il calice amaro fino in fondo, uno dei tanti di quei quattro anni insieme. Disgraziatamente di anni se ne aggiunsero altri cinque, con la speranza di far ritornare fantastico il nostro rapporto come quello di una volta. Eh, masochismo puro!
Entrammo poi in un negozio decisamente suggestivo, rivestito da assi di legno e da tronchi d'albero. Vendevano di tutto: saponi, deodoranti, vini, biscotti, sciroppi, marmellate... articoli principalmente a base di rose. Ti comprai un paio di cose, del resto per te era tutto dovuto.
Appena uscimmo da lì, squillò il tuo telefonino. Era tuo padre che voleva chiederti come procedeva la vacanza. Approfittai di quell'attimo di distrazione per fiondarmi in quel locale "rosato" ad acquistare una carinissima scatola di caramelle a forma di rose che avevo adocchiato in un espositore. Sapendo che adoravi i dolciumi, mi aspettavo di stupirti almeno un po’.
«Perché sei rientrato?» mi domandasti, sorridendo.
«Devi sapere che i bulgari, per esprimere i sentimenti, regalano alle loro donne delle rose persino di questo tipo» improvvisai, dapprima nascondendo quel pacchettino dal fiocco rosso dietro le spalle, per poi eseguire un movimento galante per porgertelo come se fosse un mazzo di rose.
Sorpresa riuscita? Macché!
«Dai qua, va'!» esclamasti infastidita e con nonchalance mi strappasti i bonbon dalla mano per ficcarli con sufficienza dentro la tua borsetta.
Restai di sasso, i miei occhi si inumidirono. Li puntai verso il basso e nel contempo inghiottii nervosamente la saliva, mormorando un “vaffanculo" a bassissima voce.
«Sei sempre il solito!» reagisti con un tono acido come uno yogurt scaduto da tempo.
Un proverbio turco dice: «Per amore delle rose, si sopportano le spine» e, credimi, di spine ne stavo sopportando fin troppe.
Cara Agnieszka, non provo rammarico per quelle quindici lev spese, semmai mi pento di non aver preso la mira per lanciarti quel pacchettino in testa.
Aldo
Lentamente, molto lentamente, stringendosi nel cappotto e tenendo in mano qualcosa, si avvicina a me col capo abbassato e lo sguardo rabbuiato.
Da quando per forza di causa maggiore le nostre strade hanno preso due direzioni diverse, ci incontriamo una volta all'anno per la solita ricorrenza. Confesso di amarlo ancora pazzamente, pur consapevole che si è sposato con un'altra donna dalla quale ha avuto due figli sani e belli.
Sono gelosa? Ebbene sì, però non dovrei perché... no, nemmeno stavolta ce la faccio. Quanto vorrei... sprofondare sotto terra. Ops, che battuta infelice!
In questo preciso istante, tra lacrime e singhiozzi, Aldo adagia un mazzo di rose rosse sulla mia tomba.
Aldo Dalla Vecchia, "L'occhio magico"
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L’occhio magico
Aldo Dalla Vecchia
Graphe.it, 2023
Un amore lungo una vita quello fra Aldo Dalla Vecchia – scrittore e autore televisivo – e la tivù, magica scatola nata prima che lui ed io venissimo al mondo, e che adesso non è più solo schermo posato su un mobiletto – magari un vecchio carrello con la lucina sopra “perché altrimenti fa male agli occhi” – ma è declinato in molte versioni: dal tablet, al telefonino, al monitor del pc.
Alla vigilia del settantesimo compleanno di mamma Rai, in questo saggio, sottotitolato “Breve storia della televisione italiana”, l’autore ripercorre i decenni che vanno dagli anni cinquanta ai giorni nostri: la nascita delle trasmissioni, i primi programmi con un’audience oggi impensabile, la funzione di alfabetizzazione oltre all’intrattenimento, il passaggio alla tv colorata e la nascita delle reti alternative alla Rai, la fine del duopolio, il proliferare delle piattaforme e dello streaming. Persino gli anni della pandemia, con gli studi televisivi in lockdown e Sanremo senza pubblico in platea. Fino a oggi la televisione ha sempre trovato, e forse troverà ancora, un modo per sopravvivere.
Storia di programmi, questa di Dalla Vecchia – ché molti solo a sentirli nominare sbloccano ricordi – ma anche di eventi storici dall’enorme risonanza mediatica, e di vicende interne alla gestione e direzione del mondo televisivo stesso. La tv come specchio della società, capace di testimoniarne, ma anche di anticiparne e orientarne, i cambiamenti.
Si è passati dalle trasmissioni come Lascia o raddoppia, che creavano veri e propri gruppi di ascolto raccolti attorno al focolare tv, alle serate infinite allungate da interminabili pubblicità solo per seguire una puntata di Elisa di Rivombrosa, alla fruizione attuale di una, o persino mezza, puntata alla volta della serie tv preferita, magari seguita sullo schermo di un telefonino.
Si racconta l’essenziale, in questo piacevole testo, addirittura “in pillole”, senza analisi cervellotiche ma con un linguaggio chiaro e agile, capace di attrarre sia boomer, che quei programmi hanno seguiti e amati, sia millennials, abituati alla fruizione veloce e sintetica di ogni contenuto.
Un’operazione culturale, nostalgica – come sempre in Dalla Vecchia – ed educativa verso le giovani generazioni, che conoscono solo gli anni Duemila e non sanno da dove siano sbocciati certi generi e certe pietre miliari in grado di condizionare la produzione successiva, oltre al costume dell’epoca.
Forse, sarà grazie anche a questo saggio, se certi programmi come Techetechetè, non saranno considerati solo come tristi e barbosi necrologi.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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OperaOmnia
di Wanda Lombardi,
Guido Miano Editore, Milano 2023
L’eccellente autrice di Morcone, in provincia di Benevento, ha al suo attivo numerose raccolte di poesie, e la sottoscritta ha avuto l’onore di recensirla e conoscerla nell’opera Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi (2022) sempre a cura di Guido Miano Editore. La presente Opera Omnia, arrivata alla seconda edizione (la prima è uscita nel 2018), è una scelta antologica molto vasta delle poesie di Wanda Lombardi, nella quale sono concentrati i suoi migliori motivi ispiratori.
La prima sezione che incontriamo si compone di testi tratti dalla raccolta Miti e Realtà del 2022; nella lirica Vento inclemente, la poetessa si definisce «viandante stanca» e si dedica innanzitutto alla narrazione degli affetti, ovvero alla mitologia della sua famiglia. Cerca il calore della madre nella pelle, il suo odore nei vestiti, consapevole che ella custodisce per sempre, al di là del percorso terreno, le chiavi della sua anima, e continua a coniare la moneta del suo carattere. La Lombardi cede al disincanto, lo stato d’animo che non ama le strade affollate, preferisce salire su strette scalinate di pietra, affacciarsi da un belvedere e guardare con malinconia il mondo piccolo e lontano. Si percepisce nello stile l’eco dei grandi della nostra letteratura, in particolare di Giacomo Leopardi, nel contenuto un’innocenza che commuove, uno stupore verso il dato di fatto che l’oceano del tempo restituisce i fantasmi del passato, che si sperava fossero naufragati.
Il tema del naufragio sembra confacente alla poetica della Nostra, che recita: «…Ideali smarriti in roveti spinosi / senza altro lasciare / della loro fuggevole esistenza / che lacrime» (Sogni nel vento). Eppure nello scorrere i meravigliosi versi scanditi dal timbro, spesso dal metro classico e da rara musicalità, si ha la sensazione che l’Autrice si alleni a imparare la strana bellezza del verbo, subire e a tenerselo come stella polare. Nel leggerla immagino che ella possieda un nascondiglio interiore nel quale rifugiarsi, una sorta di santuario emotivo accessibile solo a coloro che hanno affinità elettive.
Per esprimere il suo ‘sogno di dialogo e di pace’ la Lombardi ricorre alla Natura, madre benigna e fonte di catarsi lirica. Il canto si leva anche ai miti dell’antichità: Dafne, Nike Aptera, Afrodite, Cassandra, dimostrando che nulla vi è di favolistico nella mitologia, che nella sua originale forma non era semplicemente il racconto di storie, bensì realtà vissuta. Cito alcuni versi della lirica Ad Afrodite, che testimoniano quanto la mitologia sia parte pulsante di ogni forma di vita, e forse soprattutto della creatività. «…Oggi non più culto per te, / ma sempre d’amor riferimento sei, / invisibile forza che pur in nuova era / edifica o devasta…». La Lombardi nel suo lirismo si affida alla forza dei versi, con la certezza che i poeti scrivono di soppiatto, quasi all’insaputa di se stessi, realizzano un contrabbando sui confini, un furto sacro: «…Fedele compagna, / altri ideali hai sostituito, / hai nutrito la mia anima / e dato un senso alla mia vita / dal fato avverso straziata...» (Alla poesia).
L’Opera Omnia della Nostra viaggia a ritroso negli anni e ci consente di cogliere l’inchiostro, il sangue e l’amore nei vari stadi della sua vita. Nella seconda sezione, contenente liriche della raccolta Volo nell’arte del 2021, l’Autrice cita le sue Muse, le varie Arti, partendo dalla musica, e mi hanno colpito in modo particolare questi versi, tratti da Un album di fotografie: «…Un secolo di affetti perduti, / l’arte della foto, una gemma», che sottolineano come il denominatore comune di tutte le foto sia il tempo, che scivola tra le dita, fra gli occhi, il tempo delle cose, della gente, il tempo delle emozioni, un tempo che non sarà mai più lo stesso.
La terza sezione, Nel vento dell’esistere del 2020, è una scelta di haiku, nella forma poetica rigorosamente giapponese di sole diciassette sillabe sullo schema metrico 5-7-5 dedicate ai temi della Natura («Speranza muta: / dei petali in caduta / risveglio eterno»), della Giovinezza («Luce nel viso... / È l’età del sorriso, / l’età più bella»), degli Affetti («Materno amore / a ogni altro superiore. / Forza del cuore»), della Società («Schiavo innocente / di perversioni e guerre. / Bimbo dolente»). Questi ultimi dimostrano l’impegno civile della Nostra, lo sguardo volto sulle guerre, le solitudini, la povertà…
Nella raccolta Il senso della vita del 2019, la Lombardi tratta i mali che affliggono il mondo e non solo… si sofferma sui problemi che minano i rapporti umani, come l’invidia, l’indifferenza e il rancore; «Muri d’odio / nell’odierno vivere, / monili arrugginiti / i vincoli di amicizia…» (Turbini di indifferenza). La definizione dei rancori come ‘monili arrugginiti’ credo possieda una forza incandescente, si potrebbe paragonare a un’epifania esistenziale. L’odio non ha peso, né valore, è riposto nel cassetto degli oggetti che non si usano, non appartiene più all’universo dei sentimenti. La Natura è sempre il riparo per ogni sventura. L’Autrice affresca prati, fiori, soffioni - i vestiti delle fate ero solita definirli da bambina -, e abbraccia la bellezza, vede tutto come possibile seme di qualcosa. William Shakespeare ha scritto: «E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli alberi, libri nei ruscelli, prediche nelle pietre, e ovunque il bene…». La Lombardi sposa senz’altro il suo aforisma e insegna con liriche di raso che ogni filo d’erba sembra contenere una biblioteca dedicata alla meraviglia, al silenzio e alla verità.
Nel 2018 incontriamo un’altra eccellente raccolta di haiku dal titolo Attimi lievi, nella quale l’Autrice dimostra di trovarsi a suo agio nell’idea poetica che sta alla base di questi componimenti: la rappresentazione dell’attimo, l’uso di immagini vivaci, la lettura d’un fiato e il senso di improvvisa illuminazione. Troviamo affrescate le quattro stagioni, l’amore e “il sociale”. Da quest’ultimo ho colto un gioiello autentico: «Vano afferrare / per strada la fortuna, / gocce di luna». Gli haiku ricordano l’ermetismo italiano, infatti sono stati adottati da poeti come Giuseppe Ungaretti. In essi il punto forte è la brevità associata al non detto.
Sempre viaggiando all’indietro nel tempo mi fermo sulla soglia del 2016 e delle liriche scelte da Voci dell’anima e, parafrasando i versi più illustri del nostro Giacomo Leopardi recito che «per poco il cor non si spaura» (L’infinito). Si inanellano versi che palesano quanto l’esperienza si dimostri la somma dei disinganni per la nostra Autrice. Si cresce nel delirio di onnipotenza, si cade, perché la vita è un perenne volo senza rete, e si matura non il cinismo, ma un’illuminante disillusione. «…Nel grembo immersa / di un crudo affanno / alzo l’amaro calice / della mia nera solitudine» (Frammenti). Il problema principale della poetessa sembra la solitudine, lo stato d’animo che rappresenta il punto a capo di ogni paragrafo, la nota fissa di tutte le musiche. A poco a poco cancella il limite tra l’io e il mondo finché tutto diventa sé e gli altri solo ombre. Ella sembra riferirsi alla propria condizione, in quanto è vissuta tra il rigore, in un ambiente privo di slanci emozionali, ma anche alla solitudine esistenziale. D’altronde si tratta dell’esperienza centrale e inevitabile di ogni uomo. L’artista vero indossa la sensibilità, l’abito più prezioso di cui l’intelligenza possa vestirsi e ne percepisce ogni aspetto. Le morbide colline, le vette del Matese nel Sannio attendono la Wanda Lombardi per restituirle il senso del meraviglioso. E l’attende l’amore per il lirismo: «Attingerò alla tua fonte, Musa, / per trovare parole di seta / e ricamare i giorni grigi di sole…» (Musa).
Il percorso nel tempo mi porta alle poesie tratte dalla raccolta del 2011 Luce nella sera; il santuario emotivo che emerge comprendo sia stato il frutto di una serie di furti perpetrati dall’esistenza ai danni della nostra dolcissima Autrice. «Mi dicesti parole d’amore / sussurrate nel vento, / volate su lembi di cielo / silenziosi e discreti…» (Mi dicesti). La fine di un rapporto a due è reso lacerante dal logorio dei silenzi; Giovanni Pascoli asseriva «Il dolore è ancor più dolore se tace». La sofferenza induce le anime più delicate a rifugiarsi nei versi, nella Fede. Oggi la chiamano resilienza, in realtà noi esseri umani non siamo vittime passive degli eventi, ma possediamo la forza interiore per reagire.
Il ricorso al ‘soffio divino’ si riscontra soprattutto nelle liriche del 2011, anche se la spiritualità della Poetessa si evince in tanti componimenti. Ella dedica versi al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, che ‘giunse a Morcone vestito di niente’ e «…Da questa terra rupestre, / culla della tua santità, / con sacrifici immensi / il difficile cammino iniziavi / per la strada del Cielo…» (A Padre Pio, Santo, 16-6-2002).
L’avventura nella monografia di questa raffinata Artista termina con le liriche scelte dalle raccolte Nel silenzio del 2002 e Sensazioni del 2001 e, nonostante il salto temporale di vent’anni, le tematiche restano simili, si riscontra sempre la sensazione di mancanza profonda. Ma i versi dedicati alle Muse restano sublimi e danno l’impressione che il vuoto dell’anima possa intendersi come un’occasione per sentirci, vederci, accoglierci per ciò che siamo e disporci a scorgere la nostra Verità. «…D’improvviso ai viaggiatori tu offri / uno scenario di fiaba, / uno spettacolo sorprendente / di luci e colori / che fan palpitare il cuore / e sognare» (Magica Morcone). Lirica tesa alla verticalità, al bene supremo, al coraggio dei sogni. Le cicatrici caratterizzano la nostra Poetessa, la sua parola si fa carne attraverso esse, ma ella stessa tramite il ricorso ai miracoli del creato, alle arti in genere e alla Poesia nello specifico, insegna che rappresentano una forma di cura, sono mappe segrete delle storie, segni di forza.
La lettura dell’Opera Omnia di Wanda Lombardi mi ha coinvolta come poche. Ho fuso la mia anima con la sua, ho desiderato abbracciarla e dirle che le ferite sono i luoghi attraverso i quali la luce entra in noi. E che in fondo le stelle sono le cicatrici dell’universo…
Maria Rizzi
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Opera Omnia (2018, prima edizione), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022). I libri di narrativa: Proverbi e modi di dire morconesi (2008), Racconti fiabeschi, letture per la scuola (2011). I romanzi: L’eco del passato (2012), Sulla scia del destino (Poppi 2016). I testi teatrali: La fortuna dietro l’angolo, commedia in tre atti (2013), Una volta… c’era, commedia in tre atti (2014), Ce la faremo, commedia in tre atti (2016).
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Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
La poesia come inno d'amore
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Angelo Fortuna, “Di là dall’orizzonte: utopiche trasparenze”
G. Miano Editore, Milano 2023.
Nella raccolta poetica di Angelo Fortuna Di là dall’orizzonte: utopiche trasparenze, pubblicata di recente dalla Casa Editrice Miano, il discorso lirico origina dall’interessante convergenza di un’intonazione prosastico-narrativa, piacevolmente colloquiale, e del felice, esuberante piglio descrittivo proprio dell’arte di uno scrittore sinceramente innamorato della sua terra, della bellezza paesistico-naturale e culturale di essa: «…Uno solo tra i fanciulli del quartiere, / silenzioso, timido, educato, / Giorgino, rampollo dal cuore d’oro, / a undici anni lasciò la compagnia, / benedetto da donna Venerina / (…) / Poco tempo trascorse da quel giorno / quando arrivò imprevedibilmente / il dì natale di donna Venerina / che col sorriso a Dio lo consacrò / e una sorpresa che il cuore ricolmò / di Giorgino e degli altri presenti…» (Un angelo a due passi da casa…); «…Folate di fuoco incendiano le vie, / le piazze, i tetti, le terrazze inerti, / le facciate, sagrati e scalinate / delle chiese dorate del Barocco. / Dilaga rabbioso, vento africano / (…) / Sotto un cielo azzurro celestino / impreziosito di rade nuvolette / candide, sorridenti, immacolate, / le ondate del soffio del Sahara si arrendono alla nitida bellezza» (Folate di fuoco sull’oro del Barocco).
La viva attenzione rivolta al coinvolgente spettacolo della natura rivela un inequivoco amor vitae («…Al galoppo l’arrivo di febbraio, / caldo sole in un mare d’azzurro, / ha risvegliato gli alberi infiacchiti, / retaggio d’un autunno già svanito, / oggi abbelliti dai colori intensi / dai mandorli fioriti in una notte / per riaprire i cuori alla speranza / coi sogni della luce sfolgorante…», Risveglio dei mandorli in fiore), nonostante l’amara consapevolezza della viziosità morale e delle desolanti malefatte individuali e soprattutto collettive che tante volte hanno caratterizzato la vicenda storica degli uomini («la stirpe canaglia di Caino», Ucraina: sarà triste la nostra Pasqua), come d’altronde l’attualità s’incarica ancora di dimostrare con efficacia ammonitrice, dati, ad esempio, i delitti delle mafie e la guerra d’aggressione criminale della Federazione russa di Vladimir Putin all’Ucraina.
In particolare vorrei porre in risalto la strategia di adibizione allegorizzante che Angelo Fortuna riserva - tramite altresì un uso ponderato, metodico dell’aggettivazione – alla rappresentazione intensa e partecipe del ciclico alternarsi delle stagioni, avvertite quali obiettivazione dell’antitesi primaria, dei contrasti costitutivi dell’intima dinamica del vivere, costantemente verificabili nel percorso etico ed esistenziale di ognuno: «Il lieto garrire delle rondini / rallegra immensi spazi azzurri / trionfanti dopo aver spazzato / coltri nuvolose in cieli cupi. / (…) / Incedi aprile, vittorioso e mite, / Pasqua di resurrezione è glorioso / obiettivo vincente del tuo onore. // Non indugiare tra fitte tenebre / tu che incarni la tiepida stagione / (…) / Sii tu, aprile dolce e gentile, / speranza ardita di pace e dignità, / guida sicura d’amore e libertà…» (Vieni, festoso aprile, corsivi miei, come in seguito); «…Chissà se lo squallore dell’inverno, / indecifrabile e buia lontananza / dal vibrante pulsare dell’essere, / allenterà la morsa di catene / che gelano ragione e sentimenti / degli anelanti alla luce chiara!…» (Freccia alata); «…Fatale il tentativo d’immersione / dove i tuoi pensieri, gioia e pena, / t’avvolgevano in un mondo tuo / pieno di mistero e stupore ignoto. // Il tempo infido, rapido, bugiardo, / frodatore di vite derubate, / brusco inghiottì giorni, mesi ed anni, / stagioni di diletti sentimenti, / di lieta formazione e conoscenza, / di cortesi puri impulsi affettivi…» (Avventura educativa d’amore).
I versi palesano sovente addensamenti riflessivi, momenti filosoficamente meditativi, preparatorî all’incontro con il mistero («…L’essere, concentrato di stupore / e mistero che gli uomini affatica…», Sfuggenti prospettive) e a quella confidente e amorosa sintonia spirituale con la Divinità, la quale sola può offrire una sintesi salvifica delle tante e disorientanti contraddizioni terrene; l’autore sa evocarne la presenza attiva e fortificante in un linguaggio di solenne, espressiva incisività: «…Oltre i concetti più complessi e arditi / nei campi sterminati d’infinito / dove l’Amore che a tutto dà senso / ci accoglierà sorriso a braccia aperte / nel suo seno vitale creatore / colmo di pienezza e di totalità…» (A Clara).
Floriano Romboli
Angelo Fortuna, Di là dall’orizzonte: utopiche trasparenze, prefazione di Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 110, isbn 979-12-81351-15-8, mianoposta@gmail.com.
Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione e innovazione"
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Maria Angela Eugenia Storti
ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO
TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE
Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot,
Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale
Come quando un campo, sia pure di buona terra, non viene irrigato con l’acqua, allora succede che le piante, che pur vi possono attecchire, però non possono crescere; come quando in una famiglia si vive tra i contrasti e i figli non sono inondati di amore, allora succede che la loro crescita è minacciata da crisi e disagi; così anche nelle nazioni che i governanti spingono a guerre, provocando disperazione, allora si rompe l’equilibrio nell’animo delle persone e viene compromessa la loro stabilità emotiva e psichica.
È questo il terremoto spirituale subentrato in seguito alle due guerre mondiali nel Millenovecento, che ha stravolto quell’ordine, quell’armonia, quella consapevolezza, che invece caratterizzavano i secoli precedenti.
L’autrice del libro Itinerari di Letteratura del Novecento tra Tradizione ed Innovazione (G. Miano Editore, 2023), Maria Angela Eugenia Storti, appassionata cultrice di Letteratura germanica e anglosassone, professoressa di Lingua e Letteratura Inglese presso il Liceo di Scienze Umane “G. De Cosmi” di Palermo, ha preso in esame vari autori, tedeschi o inglesi, (ma anche qualche italiano come Pirandello e Montale) quali Thomas Mann, Franz Kafka, Virginia Wolf, Thomas Eliot, trattando in loro, nella parte iniziale del libro, il genere del romanzo.
Poi l’autrice prosegue prendendo in considerazione il teatro con appunto Luigi Pirandello, oltre a Frank Wedekind e Samuel Beckett; infine conclude con la poesia negli autori Thomas Mann e Eugenio Montale.
Ritornando al romanzo, La terra desolata di Thomas Eliot già esprime nel titolo stesso, la desolazione, e La montagna incantata di Thomas Mann è come un rifugio da questa desolazione, pur essendo un luogo di malattia, di sofferenza, però ricco di amabilità e di bontà. Sono da accostare tra di loro questi due temi a dimostrazione del fatto che gli atteggiamenti di rottura, di ribellione, tipici del Novecento, non sono dettati da estrosità e stravaganza, da qualcosa di superficiale, ma piuttosto sono dettati da profondo dolore che cela un desiderio vivissimo di umanità e auspica fortemente l’incanto della bontà.
Certo, di fronte agli orrori perpetrati in questo periodo, si avverte il non senso della guerra, e con questo il non senso della vita. Viene meno ogni punto di riferimento, e gli uomini si sentono come “uomini vuoti”.
Però ora l’attenzione si sposta dalle cose esterne alla vita di dentro, alla psiche. Ne è un esempio Virginia Woolf che sostiene che in una biografia, come in un diario, sono da prendere in considerazione non tanto i fatti, le date e luoghi, quanto “la coscienza”, cioè i pensieri, i sentimenti, le emozioni, le scelte, le decisioni. Nell’opera di Virginia Woolf risalta inoltre l’anelito all'emancipazione della donna che, per la mentalità di allora, valeva solo se madre di famiglia o suora, il resto, se poetessa, scrittrice o artista, veniva bersagliata come estrosa e strana, quasi portasse in sé una vergogna e allora a una donna così non rimaneva altro che il rifugio nella propria “stanza”. E poi “la solitudine” di Franz Kafka, il disagio esistenziale. È veramente una situazione tragica.
Nel teatro ancora più forte che altrove è la rottura con il passato. Già sin dallo scenario che non è più un paesaggio o un ambiente come prima ma perde la sua consistenza per ridursi al minimo, quasi scompare: lo scenario si fa scarno, spoglio. Anche il dialogo spesso è sostituito dal monologo. Il teatro del Novecento è veramente una rivoluzione. Prevale la sensazionalità, il simbolismo, la critica alla morale borghese, spesso ipocrita e perfino crudele. Il teatro si afferma travalicando i confini regionali per sconfinare in campo europeo o addirittura mondiale.
Significativo “Il Teatro dell’assurdo” in cui si pone l’accento sulla assurdità della vita.
E infine la poesia. Il “correlativo oggettivo” accomuna Eliot e Montale. Si mette in risalto il “mal di vivere”. Anche nella poesia una rivoluzione a cominciare dalla forma. Non più la metrica con le strofe, i versi, le rime; il contenuto esprime bagliori di sentimento come lampi nel cielo che traducono le emozioni, i pensieri e i sentimenti con esasperata soggettività. La poesia è fulgore di vibrazioni di animo.
È tutta una innovazione che si affianca talora alla tradizione. È la modernità che coinvolge anche la pittura, la musica.
“Tradizione” e “Innovazione”, tradizione e modernità si scontrano, si incontrano e sussistono più o meno armonicamente.
Maria Elena Mignosi Picone
Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.
Roberto Dobran, il poeta dell’amore e dell’esilio
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Amori miei - Tragicommedia sentimentale (puntoacapo, euro 12, pag.70) è l’ultimo lavoro di Roberto Dobran, poeta nativo di Pola, ma laureato a Urbino, a metà strada tra la Croazia e l’Italia, per molto tempo attivo a Lubiana e nella città natale dove scriveva per La voce del popolo di Fiume. Adesso si è stabilito a Gorizia e dalla città friulana al confine con la Slovenia, quasi per simboleggiare un evidente biculturalismo, ha pubblicato Implosioni (2001), Esodi (2003) - in italiano con Oppure edizioni e in croato - e Patacca globale (2013), oltre a scrivere articoli di critica letteraria e occuparsi di cultura istriana. Amori miei gode della collaborazione dello scrittore Francesco Tomada, già autore della raccolta di poesie Affrontare la gioia da soli e del romanzo Il figlio della lupa. In pratica Dobran compone un’opera intensa e potente che ha come tema di fondo l’amore e che fa ritornare per ben 29 volte il vocativo Amori miei, concludendosi con un’appendice di narrativa fiabesca - scritta da Tomada - come Prova sul campo. Amori miei non ripercorre storie sentimentali vissute in una sterile autobiografia, ma vorrebbe essere una sorta di specchio introspettivo per le esistenze degli altri, procedendo sotto forma di catarsi esistenziale lungo le strade di antiche frustrazioni. L’opera precedente - Esodi - invece è poesia dell’esilio e del ricordo, del tempo perduto sfuggente e fuggitivo, sogno di luoghi di affettuose discussioni familiari e culla di rilassanti sogni pomeridiani. Prendiamo una poesia da questa raccolta, un breve componimento intitolato Della sintesi: La vita, ecco, / può essere il sangue che sgorga / dalle vene, non c’è dubbio / come è gioia e come è / angoscia, ecco, / che essa venga a mancare, / magari d’improvviso / in un sordo tonfo / che copre tutto il resto. Adesso leggiamo una lirica da Amori miei, per la precisione l’intensa Good morning Mr. Nessuno: Posso avere il pozzo nero in fondo al cuore / o il sole che vi brilla dentro, è uguale. Amori / miei, il vostro allontanamento uccide a lama / lenta. Se non c’è catarsi, meglio esser oggetto / dell’attenzione di un plotone d’esecuzione rispetto / al fermo disinteressamento. Non dovesse terminare / il vostro silenzio, faccio prima se m’ammazzo. La tecnica poetica di Dobran è caratterizzata dal verso libero di lunghezza variabile, sempre di musicalità intensa, con scelta lessicale accurata e forbita, per comporre una tragicommedia esistenziale, raccontando con le sue opere la sconfortante vita di un esule e le complesse peripezie sentimentali di un essere umano.
Wanda Lombardi, "Volo nell'arte"
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Wanda Lombardi
VOLO NELL’ARTE
«La pittura può risultare poesia muta, e la poesia pittura parlante. Per secoli sono prevalsi i principi dell’arte poetica di Orazio e l’assioma di Simonide di Ceo, riferito da Plutarco. E sono numerosi nella storia dell’arte i rapporti di amicizia tra pittori e poeti…»; così scrive Michele Miano nell’introduzione al volume che prendiamo in considerazione in questa sede: Wanda Lombardi, Volo nell’arte, Guido Miano Editore 2021.
La coesione e forza sinergica di pittura e poesia, il loro fondersi, sovrapporsi e intersecarsi è un capitolo affascinante nelle espressioni estetiche contemporanee che diventano ipertesti secondo le due linee di codice creando connubi affascinanti e non si tratta solo di pittura ma anche di scultura in immagini che suscitano effetti felici esaltando la sana immaturità del pensiero divergente.
L’Editore Guido Miano con questa pubblicazione e con altre della collana “Parallelismo delle Arti” ha capito la funzione catartica della poesia e dell’arte in generale come strumenti per esaltare giustamente la leggerezza della vita e che l’arte stessa è portatrice di serenità nel nostro liquido, consumistico e alienato postmoderno occidentale.
Entrando nel merito di Volo nell’arte di Wanda Lombardi è doveroso sottolineare che presenta una prefazione di Rossella Cerniglia esauriente e ricca di acribia. Il volume si dipana come una sintesi di parole e segni giocati sulla tastiera delle immagini pittoriche e scultoree e delle poesie nel realizzarsi di un felicissimo effetto globale per la qual cosa può essere letto come un ipertesto. Scorrendo il sommario del testo si nota che le poesie sono talora accostate ad immagini con le quali si creano rapporti osmotici di ispirazioni reciproche, magiche armonie esteriori e interiori e di rimandi che producono malia e sospensione.
Nella lirica Dipinto di poesia, titolo che racchiude l’essenza suddetta del testo, leggiamo: «Specchio della parola / una stupenda tela / ove il sorriso e la malinconia / soave s’intrecciano / al fascino di un paesaggio, / alla grazia di un interno. / Coinvolgenti storie / descritte con colori / ad ammaliar lo sguardo…»; questa poesia ben si accosta al dipinto Il poeta di Filippo Pirro che raffigura uno scrittore sognatore mentre dipinge parole sul mare.
Tra le tavole inserite, molto suggestiva è anche quella del pittore Franco Ruggero, Ragazza che si pettina, quadro suadente dalle tinte tenui e sfumate che riproduce una giovane donna dai bei lineamenti e dalle belle mani, dalle vesti policrome campita su uno sfondo che tende al carminio; affiancata alla riproduzione d’arte possiamo leggere la poesia di Wanda Lombardi Vanità: «Sentimento mai sopito vanità. / Esso serve a rinnovarsi, / ad apparir sempre migliori e in forma. / Come quello interiore, / ognor l’aspetto fisico è importante, / più giovane fa apparire, aitante / e nella cura del corpo più attraente. / Vanità talvolta estendesi ai pensieri / scelti con cura, molto raffinati / tesi a stupire e di sicuro effetto. / Ben venga allora sobria vanità / se essa almeno, breve tratto, / al mondo darà / parvenza di nitore».
I rapporti tra immagini e icone sono sottesi a qualcosa di indefinibile e di incerta identificazione che parrebbe trovare l’etimo nel concetto di tensione e di ricerca della bellezza come punto di coagulo di tensioni che tendono ad esaltare i valori dell’essere e non quelli dell’avere.
Nella lirica Note nell’aria leggiamo: «Manciate di fiori / soavi note si diffondono nell’aria, / e al vento ondeggiando affidano, / qual poesia, ritmi, accenti, dolci silenzi. / Profumo imprecisato di magia / quasi a rincorrere chimere / a lontananze arcane giunge / come speranza mai stanca di viaggiare…». I «dolci silenzi» e il «profumo di magia» si possono scorgere anche nel quadro Anna Maria del pittore pavese Attilio De Paoli da Carbonara che raffigura la moglie seduta vicino ad un albero, immersa in un’atmosfera incantata e sognante, mentre contempla un fiore tenuto in mano.
La poetica di Wanda Lombardi può essere considerata come neolirica tout-court e il suo poiein è sempre elegante e ben controllato e si articola come un esercizio di conoscenza implicitamente ispirato dalle immagini di autori eterogenei.
Raffaele Piazza
Wanda Lombardi, Volo nell’arte, prefazione di Rossella Cerniglia; Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 80, isbn 978-88-31497-38-1; mianoposta@gmail.com.
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