recensioni
Giuseppe Iannozzi, "Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen"
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen
Giuseppe Iannozzi
Il Foglio letterario
Sin dal titolo ambiziosa questa raccolta fiume di poesie di Giuseppe Iannozzi. Si è forse di fronte a una provocazione studiata e voluta dall’autore, nonostante possa far storcere il naso a qualcuno. Ma la sostanza c’è in questo omaggio al grande cantore canadese ed è, in molti casi, al di sopra di quelle aspettative qualitative e di sostanza che il lettore di poesia si augura di leggere ogni qual volta affronta un poeta.
Donne, amore, filosofia buddista-ebraica (o pseudo buddista-ebraica), una trinità laica versata nella melanconia, la disperazione e la perdita. La poesia di Iannozzi racconta storie attraverso metafore ardite o di una ingenuità disarmante. I registri poetici usati passano, con disinvoltura, dalla scuola coheniana a quella carveriana, ma non è difficile leggere liriche che affondano le radici nella cultura della Beat Generation e nella poesia visionaria e maledetta di Jim Morrison e dei suoi emuli.
Sul sito dell’autore si legge: “… da sempre sono stato influenzato dalla poetica di Leonard Cohen, Francesco Guccini, Pasquale Panella, Franco Battiato, Roberto Vecchioni, Claudio Lolli, Cesare Pavese, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano, Federico Garcia Lorca, Hermann Hesse, William Blake, George Gordon Byron, John Keats, Edgar Allan Poe, William B.Yeats, Walt Whitman, Jacques Prévert, Pablo Neruda, etc. etc.”; ciò risulta tanto più vero leggendo le poesie raccolte nel volume Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen che diremmo antologico. Antologico perché le liriche di Giuseppe Iannozzi compendiano 15 anni di lavoro poetico con la diretta conseguenza che lo stile cambia molto di frequente e in maniera brusca. È forse un peccato (di sicuro una dimenticanza studiata) che l’autore non abbia indicato delle date utili per ogni lirica preferendo invece una sorta di zibaldone poetico.
La cifra poetica di Giuseppe Iannozzi è perlopiù alta, anche quando, abbandonando il linguaggio aulico, fa uso di un vocabolario più popolare e moderno. Le parole utilizzate da Iannozzi sono sempre molto pesate, mai lasciate al caso, anche a costo di ricorrere a delle illusorie strozzature semantiche per dare la stura a dei versi più o meno criptici e/o misticheggianti.
Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen legittima l’amore in tutte le sue forme sottolineando che amare significa soffrire: nella poetica di Giuseppe Iannozzi non c’è posto per una felicità stabile, sembra invece convinzione del poeta che l’amore, per quanto possa essere esso sublime, sempre sottostà al dolore e alle sue incontrovertibili regole. Non tradisce Iannozzi la poetica coheniana, profondamente passionale e dolorosa, né istituisce luoghi comuni o specchi per le allodole. Leggere Donne e parole. Sulle orme di Leonard Cohen costituisce un viaggio nella verginità dell’anima e nel corpo ancillare dell’Eros, una esperienza da godere sino alle sue estreme conseguenze.
Donne e parole (Sulle orme di Leonard Cohen) – Giuseppe Iannozzi - Il Foglio letterario - ISBN 9788876066450 - pagine: 640 - prezzo: € 18,00
Marco Zunino
Maria Cristina Secci, "Tredici racconti da Cuba"
Maria Cristina Secci
VIDAS - Tredici racconti da Cuba
Gran Via – pag. 220 – euro 15
Gran Via è un editore coraggioso, un po’ come Sur, perché tenta di pubblicare vera letteratura, autori non molto pubblicizzati, che provengono dall’America Latina. A me che sono interessato a tutto quel che si muove culturalmente da Cuba - poesia come cinema passando per narrativa e musica - non poteva sfuggire un’interessante antologia di scrittori cubani. Maria Cristina Secci, sulle orme di Danilo Manera, dall’Università di Cagliari imposta un progetto di traduzione con i suoi studenti per far conoscere un gruppo di autori cubani. Alcuni scrittori sono abbastanza conosciuti nel panorama internazionale, almeno tra noi appassionati di letteratura caraibica: Arturo Arango (indimenticabile il suo Lista de espera, soggetto per un film straordinario), Leonardo Padura Fuentes (notevole il ciclo del Conde ma anche Il romanzo della mia vita, L’uomo che amava i cani, libri fondamentali per capire Cuba), Abilio Estévez (se non avete letto I palazzi distanti edito da Adelphi vi consiglio di procurarvelo in fretta), Yoss (Danilo Manera ha tradotto molti suoi racconti) e Aida Bahr (dirige l’Istituto Cubano del Libro). Altri autori sono meno noti, ma rappresentano una vera scoperta letteraria, per questo dobbiamo essere grati a Secci e a Gran Via: Marilyn Bobes, Jesús David Curbelo, Daniel Díaz Mantilla, Abel Fernández-Larrea, Susana Haug Morales (giovanissima, nata nel 1983), Francisco López Sacha, Reinaldo Montero e Osdany Morales.
Abbiamo avvicinato la curatrice Maria Cristina Secci per sapere da lei qualcosa di più sul libro, consapevoli come siamo che in Italia il racconto non ha mai avuto la stessa fortuna che in America Latina.
Come nasce il progetto Vidas e perché il racconto?
Vidas fa parte di una trilogia - Cuba appunto, Messico con Tierras e prossimamente Cile - pensata per la collana Dédalos di Gran Vía: 13 racconti per addentrarsi ogni volta nei labirinti della cuentística contemporanea latinoamericana, un genere storicamente trascurato dall’editoria italiana. Eppure racconta così bene un continente intero, che si assapora così, a piccole e intense tappe…
Come avete operato la selezione di autori e opere?
Criteri a quattro mani con la mente (e cuore) di Gran Vía: l’editore Annalisa Proietti. Abbiamo pensato di combinare diverse generazioni con nomi già noti ai lettori italiani e altri inediti esponenti della nuova realtà letteraria cubana. Il filo rosso è quella cubanità che fa vibrare ogni pagina della raccolta…
Quale ruolo hanno avuto gli studenti nella realizzazione dell’opera?
Tutti gli autori tradotti hanno sposato la causa didattica delle antologie, perché i traduttori di questi racconti sono gli studenti dell’ultimo anno della laurea magistrale in Traduzione specialistica dei testi dell’Università di Cagliari. Sono loro il futuro della traduzione e hanno bisogno sin d’ora della fiducia di autori ed editori, hanno l’agilità di chi è ben disposto sia al neologismo che alla tradizione…
Perché il genere racconto non convince l’editoria italiana?
Fondamentalmente credo che sia sempre stata una situazione prodotta dalla sfiducia degli editori nei confronti del genere, una specie di pregiudizio assurdo perché in altri paesi vende moltissimo, come appunto in America Latina dove ha creato sottogeneri che da noi iniziano a muovere i primi passi solo ora (vedi las cronícas, quelle giornalistico-narrative contemporanee).
Sono di parte, lo ammetto, ho tradotto un sacco di autori cubani e vorrei vedere una maggiore attenzione nei loro confronti da parte della cultura italiana. Mi piacerebbe che non venissero usati in funzione politica, come spesso accade, che non diventassero strumento nelle mani di gente interessata a sostenere o combattere un regime politico. Libri come questo - interessati soltanto a scoprire la letteratura che si nasconde nella realtà di un paese contraddittorio - sono benemeriti e fondamentali.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Vecchioni, "20 Destini straordinari"

Domenico Vecchioni
20 Destini straordinari
Greco&Greco – Pag. 308 – Euro 13
Domenico Vecchioni ci regala un’altra perla del suo grande lavoro storico - divulgativo, una sorta di antologia che comprende una serie di personalità fondamentali del XX secolo, dopo aver scritto diverse monografie complesse, tra le quali mi piace ricordare i saggi su Pol Pot, Evita Peron e Raúl Castro. Questo nuovo lavoro soddisferà i curiosi delle biografie più disparate, perché Vecchioni ci racconta vite e opere di Lawrence d’Arabia, Antoine de Saint-Exupéry, Golda Meir, Nelson Mandela, Evita Perón, Amedeo Guillet, Lenin, Francesco De Martini, Wiston Churchill, Sir Edmund Hillary, Raoul Wallenberg, Ernest Hemingway, Pu Yì, Madre Teresa, Birger Dahlerus, Victor Kravchenko, Zelda e Scott Fitzgerald, Emilio Salgari, Gandhi e Douglas MacArthur. Come dire che ce n’è per tutti i gusti, si va dal profilo storico a quello letterario, passando per grandi personalità politiche del Novecento. La caratteristica fondamentale di Vecchioni è quella di non cadere mai nell’aneddotica e nel bozzettismo fini a se stessi, quanto di compiere - pur nella brevità del saggio - un’analisi storica completa ed esaustiva del singolo personaggio, usando uno stile piano ed essenziale, molto divulgativo. La lezione di Indro Montanelli, Roberto Gervaso, Luciano De Crescenzo e - in tempi più recenti - Corrado Augias viene compresa e metabolizzata. Per quel che mi riguarda ho trovato interessante la scoperta di Amedeo Guillet, un italiano da ricordare che in pochi conoscono, un uomo che ha abbracciato l’Africa come grande amore della sua vita, sin dai tempi coloniali, fino a diventare ambasciatore d’Italia in Giordania e in India. Altri capitoli affascinanti riguardano Lenin e la sua fama di uomo dalle mille donne, nonostante ciò sopportato dalla moglie per la vita, ma anche Evita Perón, la vera presidentessa argentina, amata dal popolo e rispettata da tutti. Interessante la figura di Golda Meir, descritta come donna coraggiosa e forte, votata anima e corpo alla causa della terra d’Israele che ha difeso fino alla morte, pur con una salute cagionevole. Insomma un libro dove si trovano notizie e curiosità indispensabili che l’autore ha fatto bene a riunire in un’antologia di personaggi, vera e propria galleria di caratteri indimenticabili.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Rosa Santoro, "Maria José e Lady Diana"
Maria José e Lady Diana
Rosa Santoro
Arduino Sacco Editore, 2016
pp 158
12,00

Due donne famose, Maria Josè del Belgio, regina di Maggio, e lady Diana Spencer, principessa del Galles, divise da sessant’anni di storia ma unite in questo romanzo da un rapporto speciale che si instaura attraverso il device letterario dello specchio. Le due principesse divengono l’una l’amica immaginaria dell’altra e, dialogando e rapportandosi, ci narrano in modo piuttosto confuso e parziale la loro vita.
Colta e antifascista l’una, ribelle, filantropa e romantica l’altra, sono accomunate dal fatto di essere talmente moderne da scontrarsi con le casate delle quali si sono trovate a far parte. Entrambe insofferenti all’etichetta di corte, entrambe mogli tradite, entrambe disilluse e infelici, traggono conforto alla loro solitudine dal reciproco impossibile contatto mentale.
Tutto ruota intorno ai difficili rapporti sentimentali con i loro consorti, Umberto II di Savoia e Carlo Windsor. Le due donne parlano d’amore, di turbamenti, di tradimento, di fiducia malriposta, di aspettative e dispiaceri. Delle due, è Diana a essere in primo piano. Di lei vengono taciuti gli amori extraconiugali, concentrandosi solo sul tradimento di Carlo con Camilla Parker.
Il gioco di specchi, rimandi e sovrapposizioni è aumentato dalla mescolanza di lettere, monologhi, conversazioni inventate che – se non fosse impensabile il raffronto – farebbero pensare ai colloqui de Le Operette Morali o a I dialoghi di Platone. I personaggi interagiscono chiacchierando tra loro a distanza di tempo e di spazio, un po’ narrando le vicende, un po’ esternando stati d’animo e riflessioni, con termini colloquiali che contrastano col loro lignaggio. Il tutto, però, non è sviluppato a dovere e genera più confusione che interesse.
Una parola a parte merita lo stile del romanzo. Purtroppo, esso lascia molto a desiderare, fra cambi inspiegabili di tempo e veri e propri strafalcioni (come “convogliare a nozze”) che diventa difficile considerare semplici refusi.
Tre libri per Natale
Non sono libri di grandi editori i miei consigli natalizi. D’altra parte i nostri stampatori di nani, elfi e ballerine non ne hanno bisogno. Berlusconi continua a presentare i libri di Vespa; Fazio e Gramellini quelli di Saviano; di tanto in tanto esce un Loretta Goggi, un Lorella Cuccarini… le pagine dei quotidiani e dei settimanali sono piene di simili notizie. Come si fa a parlare d’altro? Magari ci sono anche gli ultimi di Volo, Moccia…
E io, invece, sono qui a parlarvi di un libro di Giovane Holden, buon editore viareggino che completa la trilogia di Marco Miele, con protagonista Franco Danzi, detto il Nero, commissario di polizia sopra le righe che conduce le sue indagini dalle parti del Golfo di Baratti, in una Ginepre di fantasia che ricorda Piombino. Il Matto con gli Stivali, è il terzo libro di Miele, dopo Un pesce d’aprire e L’umore del caffè, ancora un titolo bislacco, divertente, che pare non entrarci per niente con la storia narrata, ma qualche collegamento c’è sempre, basta fare attenzione. La cosa migliore dei romanzi di Miele è il linguaggio, tipicamente vernacolare, maremmano, con espressioni prese dalla vita quotidiana e con personaggi che provengono dai ricordi di adolescenza dell’autore, confusi tra loro a comporre un interessante affresco felliniano.
Albalibri è il mio secondo editore sconosciuto che pubblica l’albanese Çlirim Muça - autore, operatore culturale, editore e poeta - al suo secondo romanzo dopo L’apatia di Satana, di cui abbiamo già parlato. Questa volta il personaggio principale è un topo amante della musica, vero e proprio alter ego del protagonista, nemmeno a farlo apposta un immigrato albanese. Il topo che amava Mozart è umorismo allo stato puro, amore per il grottesco come sarebbe piaciuto ad Achille Campanile, ma anche a un cineasta come Cesare Zavattini. L’autore non dimentica le sue origini di poeta - vi consigliamo le sue numerose raccolte edite da Albalibri - introducendo i capitoli con haiku e citazioni liriche. Termino con un libro che mi è particolarmente caro, perché in qualche modo contribuisco a scegliere gli autori, visto che faccio parte della giuria del concorso. Sto parlando di Tutto inizia da 0, racconti fantastici selezionati tra i partecipanti al Trofeo Rill. Pubblica Rill nella collana Mondi Incantati, ormai un’istituzione della narrativa fantastica. Il titolo della raccolta lo fornisce il racconto vincitore, scritto da Maurizio Ferrero, ma possiamo leggere ottime storie degli italiani Davide Jacod, Luigi Rinaldi, Francesca Cappelli e Francesco Nucera, insieme a racconti internazionali di Ron Schroer, Chus Alvarez, David Clede, Rue Karney e Michael Hardaker. Vincitori del Trofeo Rill italiano si alternano a vincitori di importanti premi internazionali per la letteratura fantastica. Non mi pare poco.
Non mi resta che augurare buone feste in mezzo ai libri.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"
Il cane secondo me
Roberto Marchesini
Edizioni Sonda, 2016
pp 180
14,00
“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)
Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.
Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.
“Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)
La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.
“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)
Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.
Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.
Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.
“In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)
Adriana Pedicini, I luoghi della memoria
I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.
Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.
Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.
I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.
E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.
Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.
Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.
Alessandro Angeli, "Io non sono la Coop"
Alessandro Angeli
Io non sono la Coop
Le Stradebianche di Stampalternativa
Almeno 5 euro – pag. 86
Marcello Baraghini è l’ultimo grande editore italiano, nel senso che è uno che ci crede e che l’editore continua a farlo, pure in questo mondo marcio che tenta a ogni costo di convincerci che letteratura significa leggere Moccia, Volo, Camilleri, nani, ballerine, calciatori tatuati e deficienti patentati da un sistema che celebra il niente. Marcello Baraghini è uno che i suoi scrittori se li va a cercare, che inventa collane nuove, tipo dare voce agli analfabeti, alle tradizioni maremmane, che si fa venire delle idee come aprire una libreria a Pitigliano dove vende soltanto Stampa Alternativa. Fuori dal coro, con orgoglio. Non ha senso lottare contro l’industria del libro, contro editori sfornafenomeni a corto di idee. Non ha senso accettare il loro gioco. Ha un senso scrivere, invece, e continuare a pubblicare e a denunciare quel che non va come dovrebbe, come fa Alessandro Angeli, scrittore di talento, poco noto ai frequentatori dei supermercati del libro che una volta leggevano Baricco e ora si danno un tono sfogliando Ammaniti (una enne o due, il dubbio mi tormenta ancora).
Io non sono la Coop – infelice epilogo di uno stagionale nel tritacarne della grande distribuzione è il diario di vita vissuta che un giovane scrittore alle prese con i meccanismi di un lavoro alienante redige punto per punto, senza fare sconti a nessuno. Il marxismo è morto, certo, ha fallito in tutto e per tutto, ma certe cose contro cui Marx lottava sono ancora vive e purtroppo hanno vinto loro: l’alienazione, per esempio, un lavoro spersonalizzante che ti ruba l’anima. Il protagonista vorrebbe fare lo scrittore, nonostante tutto resta uno scrittore, ma è costretto a passare abbrutenti giornate alle prese con codici a barre da far scorrere sopra un lettore ottico, oppure a disporre casse di ortaggi nel reparto ortofrutta. Angeli traccia un quadro sconfortante di quel che siamo diventati, consumatori e niente più, uomini e donne a caccia del prodotto reclamizzato, in fila con sempre meno tempo e pervasi da dosi massicce di stress. La storia, scritta con buon ritmo, incalzante al punto giusto, alterna momenti di lavoro al supermercato, istanti passati in famiglia, giornate da libraio ambulante nei mercatini di paese, un imminente matrimonio e la voglia liberatoria di scrivere, in fondo la sola cosa che conta, secondo l’autore. Un libro intriso di sangue, del sangue versato dalle ferite della vita, contro la narrativa senza sangue che impera nel nostro mondo letterario contemporaneo, contro i gialli del cazzo - tanto poi ci fanno un film o una serie televisiva - e i romanzi a base di serial killer, contro le storie sentimentali che non ti lasciano niente, solo un senso di sconforto. Termino la lettura di questo libro e sento che dentro mi è rimasto qualcosa che si cancellerà difficilmente, come dopo aver letto un romanzo di Bianciardi, Cassola, Pavese. Ecco come si riconosce la letteratura, mi dico. Il problema è che editori criminali ci stanno togliendo il gusto di leggere, dando in pasto al pubblico dei non lettori dei prodotti che sono dei non libri. E noi che amiamo leggere dobbiamo rassegnarci a cercare nei cataloghi dei piccoli editori che ancora hanno il coraggio di narrare le ferite che dispensa la vita. Grande Marcello Baraghini. Spero solo di aver imparato qualcosa da un simile Maestro. E bravo Angeli che deve continuare a scrivere. Deve farlo per noi.
Gordiano Lupi
Aldo Dalla Vecchia, "Piccola mappa della nostalgia"

Piccola mappa della nostalgia
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2016
pp 114
12,00
Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, alla gentilezza nell’esporre, alla messa a nudo, in modo pudico, di sentimenti romantici e delicati. Con piccola mappa della nostalgia torna alle atmosfere del suo primo libro, Rosa malcontenta, senza velleità romanzesche ma con l’intento di raccontarsi e raccontare un’epoca ormai rintracciabile solo nella memoria.
L’ambiente è la provincia veneta degli anni settanta, il protagonista Aldo bambino, la struttura una serie di piccoli bozzetti, di flash minimali e gozzaniani, come afferma Francesco Lena nella prefazione, nei quali viene rievocato di volta in volta un ricordo, un’icona personalissima ma insieme universale, da Sandokan alla vanillina Paneangeli, dalla spuma ai quiz di Mike Bongiorno, dalle caramelle Rossana alle canzoni di Venditti. Una traccia da seguire, un mosaico, una mappa, appunto, da integrare a piacimento, cui aggiungere, di volta in volta, i nostri personali tasselli di nostalgia.
La nostalgia di Aldo non è straziante come quella di Gordiano Lupi, è, semmai, zuccherina e paga, poiché non si contrappone al presente, bensì lo ingloba, lo preannuncia. Piccoli sapori, odori come quello acre dell’acetone che mi ha ricordato l’ultimo libro di Sergio Costanzo. Anche qui c’è una sensualità timida ma potente, fatta di turbamenti segreti, di scoperte, di emozioni che si provano ma non si possono dire. Viene in mente anche Di giorno in giorno di Ada Negri, con quelle annotazioni istantanee e crepuscolari, o magari pure Pascoli, con la cavalla storna che portava colui che non ritorna, per Aldo una carezza fugace ad uno zaino che nessuno più indosserà. Roba da poco, si potrebbe pensare, meri appunti personali, e invece Aldo Dalla Vecchia è un autore che ha fascino, che riesce a colpirci al cuore pur nell’estrema semplicità e sottigliezza delle immagini da lui evocate: buone cose di pessimo gusto come i cartelloni con la faccia di Moira Orfei.
La figura che emerge è quella di un bambino sensibile e romantico alle prese con i terrori e le rivelazioni, i disgusti e le passioni dell’infanzia ma con un’identità sessuale tutta da scoprire, difficile da accettare e far accettare. Una fanciullezza tenera, terribile e meravigliosa, funestata dalla precoce perdita del padre in un incidente di montagna ma confortata dall’amore di una famiglia protettiva ed avvolgente. Eventi come la morte, enormi, incommensurabili, sono tratteggiati con una reticenza che dice tutto, con un’alternanza magistrale di parole e silenzi.
Il testo è scritto usando la seconda persona, Aldo parla a se stesso ma anche a tutti noi, tu siamo noi, siete voi, è chiunque possa capire perché c’era - ed io c’ero, anche se con sette anni di più.
Un piccolo libro pieno di accadimenti minuscoli e giganteschi, che si divora in una notte, che non puoi posare. Ti comunica qualcosa che neppure capisci bene cos’è ma ha il gusto dolceamaro del ricordo e il soffio tiepido della poesia.
Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"
Nomi di donna
Gianluca Pirozzi
L’Erudita, 2016
pp 169
16,00
È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico.
Qui nomen omen, ogni racconto un nome di donna, con storie peculiari e diverse fra loro. C’è la vedova che corre all’alba per sentire ancora la presenza del marito a fianco, c’è la femme de chambre che indulge in un piccolo vizio (ci viene in mente La carriola di Pirandello) capace di scompaginarle la vita ordinata, c’è la nera che si chiama Bianca ed è sopravvissuta al naufragio di un barcone, c’è la maestra Fabiana che cambia sesso e diventa il maestro Andrea, c’è la trapezista con la crisi di panico, c’è la prostituta che muore nell’incendio doloso della sua roulotte, c’è la moglie uccisa dal marito in un raptus di violenza. Ci sono tante figure dai nomi a volte comuni, come Nadia o Diana, a volte importanti, come Galatea o Aristea.
“I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.”
E poi, quando sei quasi oltre la metà della lettura, ti viene in mente che forse quel nome l’hai già sentito e ti costringi a tornare indietro per renderti conto che sì, avevi visto giusto, quel personaggio è davvero già comparso a margine di un racconto precedente e ora c’è un reprise del motivo, uno sbalzo temporale in avanti o indietro, un nuovo ramo è germogliato a formare una chioma folta, e capisci che tutti i racconti formano un’unica - a questo punto grandiosa - trama di romanzo simil picaresco ed immaginifico che ricorda un po’ quelli dei sudamericani Marquez e Allende. Gianluca Pirozzi ha vissuto in molte parti del mondo e, se è vero che il batter d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, forse c’è un senso in tutto ciò che accade, una trama invisibile e sottile lega ci lega gli uni agli altri.
Più che di realismo magico o di surrealismo, si tratta di una raffinata rappresentazione della mente umana attraverso varie patologie. Molti dei personaggi, anche se non tutti, sono affetti da manie borderline, curiosamente derivate dalle loro passioni e dal loro lavoro. Diana, etologa, ha l’abitudine di paragonare ogni persona che incontra, anche i compagni di vita, agli animali. Edda, interprete simultanea, continua a tradurre mentalmente ogni parola e situazione. Alcune di queste manie sfociano nel delirio e nell’omicidio, altre in fughe, altre ancora restano confinate nel privato. Ma dietro a codeste fissazioni eccentriche si celano metafore della comune esistenza. Diana che non riconosce più in Ottavio il capriolo cui era solita paragonarlo, è simbolo, per contrasto onirico, della fine dell’amore, di come all’improvviso chi avevamo tanto vicino ci appaia diverso, dissonante, strano, non ci capacitiamo di averlo voluto al nostro fianco e riesca difficile persino rammentare il perché dei sentimenti e degli slanci che provavamo.
Quando capita di recensire testi così interessanti, che, pur nella loro intellettualità e nel loro spessore, sono avvincenti e intriganti, torna davvero la voglia di leggere.
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