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recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

17 Ottobre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.

Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.

Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.

I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.

E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.

Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.

Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.

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Alessandro Angeli, "Io non sono la Coop"

13 Ottobre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alessandro Angeli, "Io non sono la Coop"

Alessandro Angeli
Io non sono la
Coop
Le Stradebianche di Stampalternativa
Almeno 5 euro – pag
. 86

Marcello Baraghini è l’ultimo grande editore italiano, nel senso che è uno che ci crede e che l’editore continua a farlo, pure in questo mondo marcio che tenta a ogni costo di convincerci che letteratura significa leggere Moccia, Volo, Camilleri, nani, ballerine, calciatori tatuati e deficienti patentati da un sistema che celebra il niente. Marcello Baraghini è uno che i suoi scrittori se li va a cercare, che inventa collane nuove, tipo dare voce agli analfabeti, alle tradizioni maremmane, che si fa venire delle idee come aprire una libreria a Pitigliano dove vende soltanto Stampa Alternativa. Fuori dal coro, con orgoglio. Non ha senso lottare contro l’industria del libro, contro editori sfornafenomeni a corto di idee. Non ha senso accettare il loro gioco. Ha un senso scrivere, invece, e continuare a pubblicare e a denunciare quel che non va come dovrebbe, come fa Alessandro Angeli, scrittore di talento, poco noto ai frequentatori dei supermercati del libro che una volta leggevano Baricco e ora si danno un tono sfogliando Ammaniti (una enne o due, il dubbio mi tormenta ancora).

Io non sono la Coop – infelice epilogo di uno stagionale nel tritacarne della grande distribuzione è il diario di vita vissuta che un giovane scrittore alle prese con i meccanismi di un lavoro alienante redige punto per punto, senza fare sconti a nessuno. Il marxismo è morto, certo, ha fallito in tutto e per tutto, ma certe cose contro cui Marx lottava sono ancora vive e purtroppo hanno vinto loro: l’alienazione, per esempio, un lavoro spersonalizzante che ti ruba l’anima. Il protagonista vorrebbe fare lo scrittore, nonostante tutto resta uno scrittore, ma è costretto a passare abbrutenti giornate alle prese con codici a barre da far scorrere sopra un lettore ottico, oppure a disporre casse di ortaggi nel reparto ortofrutta. Angeli traccia un quadro sconfortante di quel che siamo diventati, consumatori e niente più, uomini e donne a caccia del prodotto reclamizzato, in fila con sempre meno tempo e pervasi da dosi massicce di stress. La storia, scritta con buon ritmo, incalzante al punto giusto, alterna momenti di lavoro al supermercato, istanti passati in famiglia, giornate da libraio ambulante nei mercatini di paese, un imminente matrimonio e la voglia liberatoria di scrivere, in fondo la sola cosa che conta, secondo l’autore. Un libro intriso di sangue, del sangue versato dalle ferite della vita, contro la narrativa senza sangue che impera nel nostro mondo letterario contemporaneo, contro i gialli del cazzo - tanto poi ci fanno un film o una serie televisiva - e i romanzi a base di serial killer, contro le storie sentimentali che non ti lasciano niente, solo un senso di sconforto. Termino la lettura di questo libro e sento che dentro mi è rimasto qualcosa che si cancellerà difficilmente, come dopo aver letto un romanzo di Bianciardi, Cassola, Pavese. Ecco come si riconosce la letteratura, mi dico. Il problema è che editori criminali ci stanno togliendo il gusto di leggere, dando in pasto al pubblico dei non lettori dei prodotti che sono dei non libri. E noi che amiamo leggere dobbiamo rassegnarci a cercare nei cataloghi dei piccoli editori che ancora hanno il coraggio di narrare le ferite che dispensa la vita. Grande Marcello Baraghini. Spero solo di aver imparato qualcosa da un simile Maestro. E bravo Angeli che deve continuare a scrivere. Deve farlo per noi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Aldo Dalla Vecchia, "Piccola mappa della nostalgia"

29 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piccola mappa della nostalgia

Aldo Dalla Vecchia

Pegasus Edition, 2016

pp 114

12,00

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, alla gentilezza nell’esporre, alla messa a nudo, in modo pudico, di sentimenti romantici e delicati. Con piccola mappa della nostalgia torna alle atmosfere del suo primo libro, Rosa malcontenta, senza velleità romanzesche ma con l’intento di raccontarsi e raccontare un’epoca ormai rintracciabile solo nella memoria.

L’ambiente è la provincia veneta degli anni settanta, il protagonista Aldo bambino, la struttura una serie di piccoli bozzetti, di flash minimali e gozzaniani, come afferma Francesco Lena nella prefazione, nei quali viene rievocato di volta in volta un ricordo, un’icona personalissima ma insieme universale, da Sandokan alla vanillina Paneangeli, dalla spuma ai quiz di Mike Bongiorno, dalle caramelle Rossana alle canzoni di Venditti. Una traccia da seguire, un mosaico, una mappa, appunto, da integrare a piacimento, cui aggiungere, di volta in volta, i nostri personali tasselli di nostalgia.

La nostalgia di Aldo non è straziante come quella di Gordiano Lupi, è, semmai, zuccherina e paga, poiché non si contrappone al presente, bensì lo ingloba, lo preannuncia. Piccoli sapori, odori come quello acre dell’acetone che mi ha ricordato l’ultimo libro di Sergio Costanzo. Anche qui c’è una sensualità timida ma potente, fatta di turbamenti segreti, di scoperte, di emozioni che si provano ma non si possono dire. Viene in mente anche Di giorno in giorno di Ada Negri, con quelle annotazioni istantanee e crepuscolari, o magari pure Pascoli, con la cavalla storna che portava colui che non ritorna, per Aldo una carezza fugace ad uno zaino che nessuno più indosserà. Roba da poco, si potrebbe pensare, meri appunti personali, e invece Aldo Dalla Vecchia è un autore che ha fascino, che riesce a colpirci al cuore pur nell’estrema semplicità e sottigliezza delle immagini da lui evocate: buone cose di pessimo gusto come i cartelloni con la faccia di Moira Orfei.

La figura che emerge è quella di un bambino sensibile e romantico alle prese con i terrori e le rivelazioni, i disgusti e le passioni dell’infanzia ma con un’identità sessuale tutta da scoprire, difficile da accettare e far accettare. Una fanciullezza tenera, terribile e meravigliosa, funestata dalla precoce perdita del padre in un incidente di montagna ma confortata dall’amore di una famiglia protettiva ed avvolgente. Eventi come la morte, enormi, incommensurabili, sono tratteggiati con una reticenza che dice tutto, con un’alternanza magistrale di parole e silenzi.

Il testo è scritto usando la seconda persona, Aldo parla a se stesso ma anche a tutti noi, tu siamo noi, siete voi, è chiunque possa capire perché c’era - ed io c’ero, anche se con sette anni di più.

Un piccolo libro pieno di accadimenti minuscoli e giganteschi, che si divora in una notte, che non puoi posare. Ti comunica qualcosa che neppure capisci bene cos’è ma ha il gusto dolceamaro del ricordo e il soffio tiepido della poesia.

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Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"

28 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #gianluca pirozzi

Nomi di donna

Gianluca Pirozzi

L’Erudita, 2016

pp 169

16,00

È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico.

Qui nomen omen, ogni racconto un nome di donna, con storie peculiari e diverse fra loro. C’è la vedova che corre all’alba per sentire ancora la presenza del marito a fianco, c’è la femme de chambre che indulge in un piccolo vizio (ci viene in mente La carriola di Pirandello) capace di scompaginarle la vita ordinata, c’è la nera che si chiama Bianca ed è sopravvissuta al naufragio di un barcone, c’è la maestra Fabiana che cambia sesso e diventa il maestro Andrea, c’è la trapezista con la crisi di panico, c’è la prostituta che muore nell’incendio doloso della sua roulotte, c’è la moglie uccisa dal marito in un raptus di violenza. Ci sono tante figure dai nomi a volte comuni, come Nadia o Diana, a volte importanti, come Galatea o Aristea.

“I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.”

E poi, quando sei quasi oltre la metà della lettura, ti viene in mente che forse quel nome l’hai già sentito e ti costringi a tornare indietro per renderti conto che sì, avevi visto giusto, quel personaggio è davvero già comparso a margine di un racconto precedente e ora c’è un reprise del motivo, uno sbalzo temporale in avanti o indietro, un nuovo ramo è germogliato a formare una chioma folta, e capisci che tutti i racconti formano un’unica - a questo punto grandiosa - trama di romanzo simil picaresco ed immaginifico che ricorda un po’ quelli dei sudamericani Marquez e Allende. Gianluca Pirozzi ha vissuto in molte parti del mondo e, se è vero che il batter d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, forse c’è un senso in tutto ciò che accade, una trama invisibile e sottile lega ci lega gli uni agli altri.

Più che di realismo magico o di surrealismo, si tratta di una raffinata rappresentazione della mente umana attraverso varie patologie. Molti dei personaggi, anche se non tutti, sono affetti da manie borderline, curiosamente derivate dalle loro passioni e dal loro lavoro. Diana, etologa, ha l’abitudine di paragonare ogni persona che incontra, anche i compagni di vita, agli animali. Edda, interprete simultanea, continua a tradurre mentalmente ogni parola e situazione. Alcune di queste manie sfociano nel delirio e nell’omicidio, altre in fughe, altre ancora restano confinate nel privato. Ma dietro a codeste fissazioni eccentriche si celano metafore della comune esistenza. Diana che non riconosce più in Ottavio il capriolo cui era solita paragonarlo, è simbolo, per contrasto onirico, della fine dell’amore, di come all’improvviso chi avevamo tanto vicino ci appaia diverso, dissonante, strano, non ci capacitiamo di averlo voluto al nostro fianco e riesca difficile persino rammentare il perché dei sentimenti e degli slanci che provavamo.

Quando capita di recensire testi così interessanti, che, pur nella loro intellettualità e nel loro spessore, sono avvincenti e intriganti, torna davvero la voglia di leggere.

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Alessio Piras, "Omicidio in piazza Sant'Elena"

25 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #alessio piras

Omicidio in piazza Sant’Elena

Alessio Piras

Fratelli Frilli Editori 2016

pp 155

10, 90

Indeciso fra il poliziesco e il romanzo intellettuale, Alessio Piras, in Omicidio in piazza Sant’Elena, mischia i due generi, affiancando al classico, e inflazionatissimo, commissario, un altro protagonista, una spalla che in realtà giganteggia, l’intellettuale Lorenzo Marino, in gran parte, sospettiamo, alter ego dell’autore. I due si trovano a collaborare sul caso di Paco, un ragazzo sudamericano ucciso da un’overdose di droga mal tagliata nei carruggi di Genova. Si scoprirà che dietro ci sono vicende personali e l’ipocrisia di un mondo borghese moralista e marcio.

I veri protagonisti di questa storia, però, sono la città di Genova e i riferimenti letterari.

Per quanto riguarda questi ultimi, si parte subito con il cliché del racconto nel racconto, per passare poi alle numerose citazioni di Sciascia, Saramago, Pessoa.

“Lorenzo, come Ricardo Reis, era tornato in patria dopo una quindicina d’anni. Era solo, come il medico eponimo di Pessoa, ed era affezionato alle vecchie abitudini dell’essere umano, non era uomo del XXI secolo Lorenzo, o ci stava entrando lentamente e con molta fatica.” (pag 20)

Lorenzo è uno che non si riconosce nella massa la quale, come ritiene Josè Ortega, il suo filosofo spagnolo preferito, “è tutto ciò che non valuta se stesso - né in bene né in male - mediante ragioni speciali, ma che si sente "come tutto il mondo", e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.” Lui no, lui si annoia con le conversazioni ordinarie. “La banalità di certi discorsi e la mancanza di curiosità intellettuale lo annichilivano”. (pag 29) È uno scholar, un ricercatore universitario che ama il suo lavoro e non solo la posizione occupata, diviso fra curiosità intellettuale e radici, fra un andare che è sempre ritorno e un tornare che contiene già in sé un nuovo allontanamento, fra voglia di novità e nostalgia straziante. È un uomo, Lorenzo/Alessio, che vive ogni cosa con la mente e con l’anima.

Ancora la letteratura , non è possibile, Lorenzo, devi pur trovare delle risposte nella vita reale, non puoi andarle a cercare tutte nei libri, tutte dentro queste pareti di carta, nelle sale di lettura, assetato di lettere, di parole che diano un senso.” (pag 33)

La letteratura, Lorenzo, è nella letteratura che possiamo trovare le risposte. Sembra finzione, ti illude di evadere dal mondo con la fantasia, ma ti ci proietta dentro in profondità. E ne sei così dentro che non te ne accorgi, ti pare di starne fuori, di essere in un altro mondo.” (pag144)

Nella commistione di letteratura e vita sta il senso di questo romanzo particolare, un giallo nel quale gli accadimenti hanno lo stesso spazio delle riflessioni. Il protagonista intellettuale si tuffa nella vita, vi partecipa, solo attraverso un’indagine che lo porta a contatto con i vicoli più sordidi, con la prostituzione, con gli spacciatori, con la carne e il sangue. Ma non dobbiamo dimenticare che si tratta pur sempre di un “racconto nel racconto”, che si parte da una cornice e vi si fa ritorno, che pure il reale alla fine è finzione e letteratura, in un gioco di specchi e rimandi amplificato da sbalzi temporali addirittura all’interno di uno stesso capitolo.

Forse, l’unica cosa vera, tangibile, è Genova, la Genova dei cantautori ma anche dei panifici che sfornano focaccia unta e fragrante, dei vicoli che puzzano e, se non puzzassero, non sarebbero quello che sono, del mare spianato e scurito dalla tramontana, delle prostitute sudamericane, degli spacciatori neri, dei problemi economici, delle occasioni di rinascita perdute. I riferimenti al passato recente, a quegli anni novanta e duemila che pare strano considerare storia ed invece già lo sono - molti e strutturati con consapevolezza e competenza - si mescolano a quella nostalgia di cui parlavamo, a quella ricerca di senso che, dopo tanta letteratura, dopo tanta fuga fisica e libraria, alla fine forse aderisce al ricordo, al passato, a ciò che ci hanno insegnato i nostri nonni, a ciò che rimane di quando eravamo piccoli, e scaturisce, come una madeleine, da un odore, da un sapore, da un soffio di tramontana.

Originale e coinvolgente anche la rappresentazione del mondo universitario, con i soliti baroni di sempre attaccati alla poltrona e i soliti assistenti servili. Ecco, forse, se Piras decidesse che, tutto sommato, nonostante l’indubbia passione per il noir, non vale la pena scrivere l’ennesimo giallo e si concentrasse su personaggi come Lorenzo - con il loro bagaglio d’introspezione collegata al patrimonio di conoscenze regionali e culturali - le sue capacità narrative sarebbero, penso, valorizzate al meglio.

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Pierluigi Curcio, "Artorius"

16 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Pierluigi Curcio, "Artorius"

Artorius

Pierluigi Curcio

Ilmiolibro.it, 2016

Questo romanzo finisce là dove tutto inizia, col piccolo Arthnou, Artù, che estrae la spada dalla roccia. L’Artù altomedievale, quello che tutti conosciamo, compare solo nelle ultime pagine; la storia di questo ponderoso romanzo si svolge trecento anni prima, quando la leggenda comincia, quando due cattivi imperatori, Commodo e Settimio Severo, lottano per tenere insieme un impero che sta morendo e si sta disgregando fisicamente e nei suoi valori.

Artorius sostiene la tesi della storicità di Re Artù che vede in un ufficiale di cavalleria romana l'iniziatore alla leggenda. Lucio Artorius Casto è un comandante ancora imbevuto degli ideali che hanno fatto grande Roma nei secoli e che, ormai, con la decadenza dell’impero, esistono solo di nome, annegati nella corruzione e nella malvagità. Ma Artorius è uomo tutto d’un pezzo, fedele al giuramento fatto. Si trova a combattere in varie parti dell’impero e poi in Britannia accanto ai sarmati, compagni che diverranno leggenda insieme a lui. Lucio lotta dalla loro parte finché Roma gli ordina di farlo, poi li abbandona, per senso del dovere prima, per salvare la propria famiglia poi. Questo gli procurerà un continuo e sordo dolore, un senso di non appartenenza a nessun luogo, un’umanissima lacerazione di affetti e lealtà.

Egli rappresenta, per i Britanni, il Riothamus, l’Alto Re, ma non ha il coraggio di esserlo fino in fondo. A Roma lo legano una moglie e due figli, alla Britannia una donna mai dimenticata e un figlio con cui si scontrerà in una tragica battaglia finale, un rampollo che unisce in sé il sangue romano e quello di Uther Pendragon, la stirpe del drago. Tuttavia l'esempio di Lucio lascerà il segno, produrrà una discendenza che, attraverso il tempo, fluirà fino al piccolo Artù, il nuovo Riothamus.

Per chi, come me, si è sempre nutrita del materiale arturiano, (da La morte d’Arthur di Thomas Malory allo straordinario film di Boorman, Excalibur, a Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley a L’ultimo incantesimo di Mary Stewart a La pietra del cielo di Jack Whyte) la parte più interessante di questo romanzo è proprio vedere come esso sia stato rielaborato dall’autore in modo personale. È intrigante riconoscere i personaggi, da Merlino/Dubricius a Morgana/Morana, a Mordred - qui figura positiva - alla spada Caledfwilch/Excalibur, a Nimue, a Lance ap Lot/Lancillotto, a Gwynewyar/Ginevra. Gli eroi della tavola rotonda non sono raffinati cavalieri impregnati d’ideali cortesi bensì possenti guerrieri Sarmati, Caledoni o Celti, che combattono contro i - o a fianco dei - legionari romani.

Ma è sul campo della conoscenza storica che Curcio ci stupisce. La sua competenza in materia di antichità romana appare sorprendente, con la vita del secondo secolo dopo Cristo ricostruita nei minimi particolari: battaglie, legioni, accampamenti, armi e armature, tanto vive, minuziose e perfette che sembra di essere all’ombra del Vallo di Adriano (o in un documentario di Alberto Angela.)

Non nascondo che il testo, prima uscito con le edizioni Infilaindiana e poi auto pubblicato dall’autore, abbisogna di un’ulteriore rilettura formale, soprattutto per quanto riguarda la punteggiatura. Con uno sforzo tutto sommato non eccessivo ha le potenzialità per diventare un romanzo storico di grande valore, anche se, forse, un po’ troppo per addetti ai lavori.

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"Il diario di Eva" di Mark Twain

14 Settembre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #recensioni

"Il diario di Eva" di Mark Twain

Il più dissacrante e anticonformista fra gli autori americani, Mark Twain, che disegna una storia d’amore umana e divina, la prima storia d’amore, una storia che si svolge nel paradiso terrestre, ma che trascura completamente l’aspetto religioso per scrutare quello umano.

E’ il ritratto di Eva, un ritratto che solo un ammiratore potrebbe eseguire, un ritratto che esalta la natura femminile.

Si deve dedurre allora che l’ironia e il maschilismo di Twain siano solo un altro aspetto del suo trascinante umorismo, perché se è vero che "Se una donna si guarda spesso allo specchio, può darsi che non sia tanto un segno di vanità, quanto di coraggio”, è anche vero che: "Che cosa sarebbe l'umanità, senza la donna ? Sarebbe scarsa, terribilmente scarsa" .

Eva è la voce narrante che con stupore, ma anche con precisione scientifica, registra il mondo intorno: il suo diario è un quaderno di appunti, di annotazioni, di scoperte.

Si pone delle domande a cui cerca di dare delle risposte che la soddisfano tanto che si compiace del suo istinto: ”Per essere giovane come sono, questa frase mi sembra molto intelligente”.

E il mondo che osserva le sembra quasi perfetto, la incuriosisce e la emoziona.

La luna, il cielo stellato... li guarda incantata, vorrebbe raggiungere le stelle, coglierne qualcuna per adornare i suoi capelli: ecco la donna raffinata e senza età, una donna completamente donna.

Dice: ”All’inizio non capivo a cosa ero destinata quando fui creata...”.

E viene da pensare che lei sia stata creata per la procreazione, per abbellire il mondo come un bel fiore, per riempire la solitudine di Adamo, invece no: è stata creata per cercare i segreti del mondo, per imparare, per provare e riprovare, per sperimentare a sua volta, lei che è un esperimento.

Piange, si stanca, ragiona, parla con se stessa per soffocare il silenzio, classifica e colora fiori, il mondo è una tavolozza di colori.

Ma Eva è veramente grande quando incontra Adamo, un animale sconosciuto, che la intimidisce e incuriosisce; lo cerca e lo osserva di nascosto, corre via per paura di essere inseguita, è profondamente delusa quando si accorge di non essere inseguita.

Niente di nuovo insomma: l’eterno gioco del corteggiamento, dell’apparizione e della sparizione.

Adamo l’attira e l’affascina, ma la delude anche, perché poco interessato alle cose che la interessano; non c’è sintonia nella loro visione del mondo.

Luminosa e curiosa lei, cupo, silenzioso e solitario lui.

L’universo di Eva è vasto: dolcezza, tenerezza, intelligenza vitale.

Ha la consapevolezza della sua superiorità senza sentire il bisogno di decretarlo, è materna e paziente nei confronti di Adamo, soffre per i dolori che le infligge, ha il cuore a pezzi per i suoi modi rudi e indifferenti.

Quando è triste sente la mancanza di amici e li cerca nello stagno e lì chiacchiera con la sua immagine, la sua amica, la sua unica amica, il suo rifugio nei momenti difficili, che sono sempre più frequenti da quando ha conosciuto lui.

E’ una storia dei nostri giorni, la storia eterna di una coppia che vive con le proprie diversità, che comunica in modo diverso.

Forse il segreto, almeno all’inizio di un rapporto, sono le differenze che attraggono più delle cose in comune e questo è stato il segreto anche per Adamo e Eva. Ma poi la mela, il frutto proibito, il peccato originale.

Ancora una volta è Eva che lo coglie, per curiosità, per conoscenza, per interesse culturale diremmo oggi.

Come può una creatura così giovane, inesperta e innocente, fragile e incantata, aver commesso il peccato ed essere punita? Sembra che Twain voglia convincerci dell’inesistenza del peccato originale, dell’assurdità della punizione inflitta.

Dopo aver decantato e descritto le capacità di Eva, la sua vivacità, il suo interesse per il nuovo, cogliere la mela sembra rappresentare il naturale epilogo di questo suo comportamento che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare dalle prime pagine.

La mela, allora, dal punto di vista umano potrebbe rappresentare l’inizio della libertà, della condizione di scegliere arbitrariamente e incondizionatamente.

Twain sembra chiedersi se agire ed esistere in libertà, in modo autonomo, significhi agire contro la volontà di Dio, senza scelta.

Lei ama Adamo e continuerà ad amarlo anche dopo la caduta e continuerà a chiedersi il motivo di tanto amore, ma spererà sempre di vivere tutti i suoi giorni con lui, perché senza di lui non sarebbe vita.

Eva muore e Adamo le dedica una delle più belle dichiarazioni d’amore della storia, la più umana e la più divina, la prima:

Ovunque lei sia stata quello era l’Eden”.

Lidia Santoro

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Diego Collaveri, "Il segreto del Voltone"

11 Settembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Diego Collaveri, "Il segreto del Voltone"

Il segreto del Voltone

Diego Collaveri

Fratelli Frilli Editori, 2016

pp 259

11,30

Tutti i commissari infelici si somigliano fra loro. Non è l’incipit di un inedito di Tolstoj ma la considerazione che traiamo leggendo gli odierni epigoni di Montalbano. Il poliziotto di Vigata è riproposto in tutte le salse, anche quando non parla siciliano bensì livornese, anche quando non ha una bella fidanzata ligure ma una moglie morta e una figlia che non gli parla più. Mario Botteghi opera a Livorno e si trova a indagare su un caso di omicidio del quale s’interessano persino i servizi segreti americani: un crocierista statunitense, sbarcato nella città labronica, viene trovato ucciso vicino al Voltone, alias piazza della Repubblica, alias piazza Carlo Alberto, una piazza ponte storica e affascinante. La morte del crocierista si collega a fatti del dopoguerra, a segreti nascosti che non possiamo svelare, a qualcosa di prezioso e oscuro celato nelle viscere della città, là dove i Fossi, cioè i canali di acqua salata che la attraversano, vengono a contatto con gli imbocchi di intricate e inesplorate gallerie.

La storia è avvincente ma aggrovigliata, il commissario, le sue scoperte e le scene d’azione finali un po’ scontati. La parte più riuscita dell’opera è la puntuale e veritiera rappresentazione di una città letterariamente poco raccontata. Collaveri dimostra di conoscerla in tutti gli aspetti, belli e meno belli, nel degrado di oggi e nel passato storico, nei particolari della vita quotidiana e nei documenti di archivio, e di saperne ricreare l’atmosfera unica. Dà prova di quell’amore per Livorno che anche noi sentiamo, che invade le nostre ossa, i nostri muscoli, la nostra pelle ghiacciata dal salmastro. Il racconto aggredisce tutti i sensi, ci fa odorare il profumo degli spaghetti al riccio, udire lo strido sgraziato dei gabbiani e lo sciabordio delle onde contro i moli.

Quello che gli rimprovero è – come a molti miei concittadini – l’identificare la parte “nostra” con una parte sola, quella collegata a certi ideali e a certi simboli che, pur preponderanti in città, non sono gli unici.

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Diego Popoli, "Fotografie"

26 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #diego popoli

Fotografie

Diego Popoli

Edizioni Leucotea, 2015

pp 95

11,90

"Eravamo in quella fase dell'adolescenza, nella quale ti sembra di aver già vissuto tutto quello che puoi vivere, anche se in realtà, non sei altro che un debuttante, su questo grande palcoscenico che ci hanno dedicato." (pag 38)

Ventuno racconti che sembrano far parte di un unico corpus - quasi opera “di formazione” - molto brevi e molto semplici, dove succede poco ma si riflette tanto, anche in modo filosofico, sulla vita, sull’esperienza, sulla crescita, sull’amicizia. Fulminei episodi più pensati che agiti, flash back.

Amori, delusioni, avventure estive, viaggi ferragostani in stile Il sorpasso, domeniche sonnolente dove a farla da padrone è la noia - una noia che, forse, rimpiangiamo come non luogo nel quale tutto poteva ancora avvenire - fughe notturne nella provincia emiliana che ricordano le canzoni di Lucio Dalla. Quante Anna e quanti Marco hanno calpestato quei palcoscenici che non ci sono più e che sono già intrisi di maledetta nostalgia? Quanti amici, quanti compagni di scuola, quante figure conosciute, o anche solo intraviste, ci siamo lasciati alle spalle, mentre ognuna di loro, passando come una meteora, donava qualcosa: una riflessione, un insegnamento, un esempio?

Più che l’argomento, più che lo stile, colpisce, appunto, la pregnanza dei raccontini - veri e propri scatti fotografici a penna - se rapportata alla loro trama e al loro volume: quel poco o niente che vi accade lascia però un’orma, un’unghiata sul cuore, genera una riflessione, regala un insegnamento.

La narrazione procede per sbalzi, fra presente, passato e passato ancora più passato, fra ricordi e pensieri, fra un qui ed ora molto ordinario, come la fila alla posta, e l’iperuranio dove le memorie diventano perfette idee platoniche.

Si parte dalla metà degli anni ottanta, quando tutto sembrava ancora facile e possibile,

La strada che ci portava via, lunga e sconosciuta, la immaginavamo senza buche e piena solo di cose belle. Non sarebbe stata così. E il viaggio non lo avremmo fatto tutti insieme, come previsto.” (pag 79)

per arrivare lentamente fin quasi ai giorni nostri o, almeno, a quei primi anni duemila dove gli accadimenti mondiali hanno minato la fiducia e sconvolto la realtà come la conoscevamo.

Fotografie, di Diego Popoli, è il secondo libro che leggo delle edizioni Leucotea e trovo che questa casa editrice si caratterizzi per l’ottima e compiuta qualità della scrittura. Le sbavature sono veramente poche e facilmente risolvibili.

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Federica Cabras, "E non VISSERO FELICI E CONTENTI"

16 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

E non VISSERO FELICI E CONTENTI

Federica Cabras

Streetlib

pp 254

12,50

Un romanzo, questo E non VISSERO FELICI E CONTENTI di Federica Cabras, che disorienta sotto tanti punti di vista. Appartiene al genere noir ma sembra voler scavare nell’approfondimento psicologico. Parte da una premessa accattivante (e da un paio di capitoli in medias res che sono i migliori del libro e fanno ben sperare) per poi evolvere in qualcosa di inaspettato e diverso. È scritto con un linguaggio divertente ma che ha anche ambizioni letterarie. Alterna una narrazione fin troppo tradizionale con agili dialoghi (le visioni del protagonista maschile) che sono la parte più riuscita. Vuol dimostrare che da un atto malvagio può scaturire anche il bene ma lo fa mescolando a un’apparente leggerezza un’atmosfera mortuaria.

I protagonisti sono Eddie e Sandie, due coniugi che riportano alla mente certe coppie diaboliche della cronaca recente: Olindo e Rosa, Erica e Omar etc. Amori malati, dipendenza eccessiva e reciproca, una delle due figure che plagia l’altra fino a indurla al male, fino all’omicidio.

I due sposi vivono un rapporto tormentato, si sono allontanati psicologicamente dopo la morte in culla di una figlia, non hanno, però, mai smesso di amarsi di un amore malato che somiglia all’odio e che li terrà uniti fino alla morte e oltre. Lei è bellissima, fredda, egoista, calcolatrice, cattiva. Lui è debole e la subisce. Lei gli è infedele con un uomo che si dimostrerà pericoloso.

Ma la storia, che non posso svelare per intero, sebbene avvincente e scorrevole, non quadra, mostra delle incongruenze. Com’è possibile che una persona che fa di tutto per salvarsi dalla morte decida subito dopo di uccidersi?

Anche lo stile, come abbiamo detto, alterna momenti letterari ad altri comici, dialoghi serrati e moderni ad altri più banali. Le figure secondarie sono sviluppate in un modo che forse è eccessivo per il ruolo che ricoprono, come se si volesse rendere più corale il romanzo, senza però avere il coraggio di farlo fino in fondo.

Credo che l’autrice abbia bisogno di lavorare ancora, non solo di editing (c’è una serie di strani refusi che fa apparire il testo quasi tradotto da una lingua straniera) ma anche per liberarsi dalla zavorra che sembra frenarla. Parlo del fatto di non aver ben deciso quale strada prendere, se quella della storia di sentimenti o del thriller - per mescolare i due generi e farlo davvero bene bisogna essere Stephen King - e neppure quale stile adottare, se una narrazione effervescente che mal si sposa con il cupo e orrifico argomento trattato, oppure un linguaggio più elevato e poetico.

Se la Cabras saprà scegliere una delle due strade, senza mixarle indecisa - errore che riscontro in parecchi esordienti - raggiungerà senz’altro degli ottimi risultati perché le premesse per un buon incremento ci sono tutte.

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