recensioni
Carmen Totaro, "Un bacio dietro al ginocchio"
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Emanuela Audisio, "Il ventre di Maradona"
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Gordiano Lupi, "Cattive storie di provincia"
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Cattive storie di provincia
Gordiano Lupi
Acar Edizioni, 2009
pp 175
15,00
Ho letto tutti i libri di Gordiano Lupi e amo le sue tematiche riconoscibilissime: la straziante nostalgia del tempo che fu, il senso di fallimento, le ambizioni mancate, l’inconcludenza e il languore che generano un ristagno tutto sommato anche gradevole. E mi piace pure la sua scrittura asciutta ma elegante, semplice ma poetica. Mancava questo testo, Cattive storie di provincia, non recente, del 2009.
Una serie di amari fatti di cronaca legati dalla territorialità e dal rincorrersi delle solite questioni: l’amore lancinante per la propria città, il malumore, la ricerca del tempo perduto, il senso costante di privazione, rovina, mancato appagamento. Personaggi grigi, depressi, irrisolti, gente che avrebbe voluto studiare e non ha potuto, oppure che ha studiato ma non è arrivata ad avere un buon lavoro, gente sempre alla ricerca di qualcosa che, se avesse ottenuto, forse non gli sarebbe bastata. Gente che, alla fine, da tanta normalità, dalla patina di grigiore, di abitudine, di quotidianità emerge con un gesto inconsulto, con in mano un coltello affilato o un tubo del gas. Di questo trattano i primi racconti della raccolta, che sono anche quelli che preferisco. Man mano che si procede, tuttavia, i fatti di cronaca si tingono sempre più di fantastico, per poi sfociare in un orrore fondo e nero, come nella storia dei due fratelli incestuosi e cannibali o, nell’altra, agghiacciante, dove vengono girati film pedopornografici.
Alla fine l’orrore coagula in azioni orribili, al limite dello splatter. Trovo, però, che il sottile horror del grigiore quotidiano, narrato nei primi racconti e poi ripreso in testi come Calcio e Acciaio, sia forse ancora più inquietante, perché così vero e comune. Chi di noi non sente quella pungente malinconia, quell’insoddisfazione che non sa come colmare, quel bisogno di tornare indietro e cambiare le cose, quel senso d’impotenza, ineluttabilità e pigrizia? Questo, secondo me, è il vero orrore, sebbene, effettivamente, i giornali in questi anni abbiano riportato fatti orripilanti di cui la provincia, quieta e sorniona, è stata protagonista. Perché in fondo alla routine può esserci “un giorno di ordinaria follia”, come nel racconto che chiude la raccolta, dove il vento di scirocco scatena la furia omicida del protagonista, il quale diventa la nemesi di tutti noi, di quelli che sopportano a testa bassa i fastidi della vita e le angherie dei propri simili.
E, comunque, come sempre in Lupi, il sentimento preponderante è il radicamento nel territorio, il fil rouge dei i racconti, l’amore sviscerato per Piombino, di cui si accetta tutto il bene e tutto il male così com’è.
Gennaro Ivan Gattuso, "Se uno nasce quadrato non muore tondo"
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IL COLONNELLO CHABERT
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Il colonnello Chabert è un breve romanzo di Balzac del 1832. Si narra la vicenda di un ufficiale che combatte a Eylau sotto il comando di Napoleone; nella mischia, dopo la celebre carica di Murat contro i Russi, viene ferito e travolto dagli squadroni di cavalleria francese che rientravano dopo l’attacco risolutore.
Per l’esercito e per lo stato è morto da eroe, come tanti altri caduti in quella battaglia sanguinosissima.
In realtà è ferito seriamente ma vivo; quando dopo alcuni anni, nel 1817, riesce a tornare a Parigi, il suo mondo non esiste più. Sia in politica che nella vita privata, la realtà è profondamente cambiata. L’amato Napoleone è in esilio, è tornata la dinastia dei Borboni che perseguita i bonapartisti, la moglie si è legittimamente risposata in quanto si credeva vedova. La donna ha avuto una buona eredità che Napoleone aveva fatto incrementare in omaggio al suo compianto colonnello. L’arrivo dell’ufficiale non è una buona notizia per lei: quanto ha creato in quegli anni rischia di vacillare e allora è opportuno che l’atto di morte del marito non venga invalidato. Lui è costretto a farsi rappresentare da un avvocato che cerca di dipanare la matassa di una situazione grottesca; avrebbe tutti i motivi per far valere le sue ragioni, ma viene fatto sentire come un oggetto ingombrante e una fonte di disagio. Il manifesto della freddezza umana raggiunge il suo culmine nella gretta figura della consorte e come sempre Balzac sa dipingere bene i peggiori vizi dell’animo umano. Infatti al colonnello si chiede una sola cosa; di non esistere, di rinunciare alla sua identità, di tornare nel suo passato con la sua frusta divisa, le datate decorazioni, il suo retaggio di ricordi napoleonici lontani e inutili ora che si vive in piena Restaurazione.
Per non compromettere la serenità altrui, si accontenterà allora di essere un vivo che cammina ancora ma che deve recitare la parte del defunto, vivendo senza mezzi; in fondo per tutti sarebbe stato meglio che lui fosse rimasto a terra sul campo di battaglia, coperto di una gloria che a nessuno interessa, utile solo per aver generato una buona pensione a favore della “vedova”.
Vengono in mente personaggi spregevoli come quelli costruiti dal nostro Verga. Ma è con un altro siciliano che l’avvicinamento è più pertinente, ossia con Pirandello, autore del fu-Mattia Pascal e dell’Enrico IV. Se per alcuni protagonisti delle sue opere, la perdita della propria identità e della propria riconoscibilità nel mondo era, per certi versi, un rifugio dal contatto doloroso con la realtà, nel caso di Balzac il quadro è meno grottesco e ben più tragico. Il colonnello galleggia tra vita e morte; viene rifiutato e fatto scivolare ai margini, costretto dagli altri ad adattarsi a un vivere minimo, vivo per se stesso ma morto per la società.
Rimane però nel breve romanzo, una figura positiva; l’avvocato dello sfortunato protagonista agisce non solo da avvocato, ma anche da amico. Prova disgusto per la corruzione morale di Parigi, ripromettendosi di lasciare la città dove potere, arrivismo e grettezza creano un’aria malsana e ipocrita. Un personaggio come lui impedisce che la vicenda scivoli su un piano di totale pessimismo.
Giri /Hagj, la serie.
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Giri/Haji significa Dovere/Vergogna. È una serie mi pare poco nota ed è davvero un peccato perché merita tanto. Esiste solo una stagione, la seconda è stata cancellata, ma ciò non costituisce un problema visto che a restare irrisolti sono dei piccoli dettagli di alcun peso sulla trama. La storia inizia in Giappone con il detective Kenzo Mori che scopre che il fratello, ritenuto morto da un anno, è in realtà vivo e molto attivo come gangster della yakuza a Londra: a lui viene imputato l'omicidio del nipote del suo ex boss. Mori si reca nella metropoli sotto copertura come studente di criminologia ma la sua docente capisce che qualcosa non va e le loro vite si intrecciano insieme a quelle di un ragazzo sbandato e della figlia di Mori stesso. A parte l'intreccio e gli attori giapponesi uno più manzo dell'altro, che se non era tornato il Covid a Tokio mi ero già fatta il biglietto ed ero partita piantando tutto, a parte queste cose, dicevo, ho trovato questa serie davvero sopra la media sia per i temi trattati che per la regia, la colonna sonora e alcune scene davvero incredibili. Si esplorano i rapporti familiari, la sessualità, il nostro bisogno di connetterci con gli altri, il destino, le cui onde si propagano da azioni di cui nemmeno ci accorgiamo, tanto sono insignificanti, e quanto le apparenze siano ingannevoli. Nella prima metà della serie i personaggi ci vengono presentati in un modo tale per cui noi, automaticamente, assegniamo loro un ruolo e dei connotati. Dalla 5a puntata, tramite flashback, scopriamo che le nostre idee erano state troppo frettolose: il cinismo a volte è un'armatura per non farsi spezzare dal dolore per una perdita, presunte vittime sono in realtà meschine vendicatrici, i cattivi hanno agito per amore e i buoni hanno lastricato la proverbiale strada infernale con buone intenzioni (e qualche omicidio). La nostra simpatia va a tutti, umanissimi, fragili, imperfetti, divertenti, amari, deludenti. La nostra meraviglia va alla scena dell'ultimo episodio con le musiche di Ólafur Arnalds che non posso svelare perché completamente imprevedibile, un piccolo pezzo di arte incastonato in una serie televisiva davvero originale e intensa.
Filomena Gagliardi, "De viris illustribus"
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De viris illustribus di Filomena Gagliardi (Nulla Die Edizioni, 2020) è un potente omaggio alla cultura classica, intesa nell'interpretazione filologica della formazione intellettuale, come patrimonio di conoscenza e di erudizione. I testi diffondono l'esperienza degli antichi e illustri ideali, rivolgono l'origine del mondo alla mitologia dell'eternamente presente, seguono il luogo sacro della comunicazione, rischiarato dalla luce della bellezza. I versi abbracciano l'armonia infinita delle citazioni esemplari e le immagini primitive arricchiscono la grazia poetica e traducono i contenuti efficaci, i motivi d'ispirazione con inesauribile energia letteraria. La mirabile, sapiente, illuminata poesia di Filomena Gagliardi è pura riconoscenza di un'epoca, recupero consapevole di un modello da ritrovare, nella gioia della sensazione del valore morale. La contemplazione degli eventi e la scoperta rivelatrice delle sentenze, tracce lasciate dalla prospettiva storica del passato, incarnano l'influenza naturale della coscienza umana, animata dall'affinità con la profonda concordia di uno stato felice della vita, in accordo con la prosperità dell'immaginazione, con la visione rigeneratrice del mito. La poetessa ripercorre l'uguaglianza dei sentimenti, la necessità spontanea di ricordare l'autenticità del bene, il rapporto tra la vita dell'uomo e le compiute aspirazioni della sua natura. Nell'evoluzione della ragione, l'uomo, nel dominio dei propri impulsi sensibili, è simbolo della virtù. Gli uomini illustri di cui parla Filomena Gagliardi sono interpreti del comune desiderio di rigenerazione e di rinascita interiore, hanno la saggezza e la sapienza dei principi supremi della verità e della fermezza vitale. L'attività dello spirito educa l'intuizione e nella libera ricerca cognitiva riscatta il senso apollineo della riflessione, muove il dubbio, è causa dell'enigma. La liberazione estetica della poesia, genera un linguaggio capace di esprimere la democrazia dei valori condivisi e dare corpo all'universalità del coraggio etico. Il tempo, conosciuto dalla poetessa, è l'espressione della memoria collettiva, la destinazione compiuta con l'esperienza del vissuto, nella volontà di comprendere la spiegazione della storia, il luogo dell'autenticità, abitato dalla dottrina speculativa del comportamento umano. Leggere De viris illustribus è scoprire il fascino inesauribile dell'antichità e la magnificenza dei classici, conoscere la concentrazione e la dilatazione dell'indagine in un mondo leggendario che ispira l'equilibrio sovrasensibile delle nobili imprese orientando l'arte della motivazione e la misura della creatività. L'autrice decifra l'epoca attuale, valuta il destino dell'umanità, sfida il prestigio dell'ars oratoria con la finalità di conoscere gli antichi per capire il presente. La cultura intesa come qualità autonoma, come esperienza delle idee, nell'inciso dei versi, in un lirismo rielaborato dalle figure eroiche e risolute, astute e fedeli metafore trasmesse nella guida di ogni insegnamento, protagoniste del desiderio di gloria e di immortalità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”
Omero II
Poesia
tu stesso
fugace parola
il tuo nome
senza esistenza:
mito
senza parola scritta
logos,
parole colorate
reali
cangianti.
Tu
Omero
“il non vedente”
sei veggente
vate
rivelatore di alate parole.
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Esiodo
Primo poeta reale
primo cimelio
dell'antica Beozia
abitata dai duri contadini.
Artefice poetico
del Cosmo
sostenitore
fervente
della dura legge del lavoro.
Tu,
visitato in sogno dalle Muse,
affidi alla tua parola
la Verità
la Saggezza
la Pace fraterna.
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Aristotele nel cuore
Ascoltandoti
ti ho amato:
parlavi di musica,
di emozioni,
di uomini.
Cosa sei a distanza (Ulisse e dintorni)
Ripercorro il mare epico
narrando gli eventi
gli stessi.
E ci sei,
sempre,
come digressione
nella Narrazione.
Riaffiori
ad ogni passaggio,
ad ogni incrocio
ad ogni snodo
come tempietto perenne.
Lì stai
davanti a me
oltre il tempo
oltre lo spazio
al di là delle strade.
Superandoti
ti inglobo
come capitolo
archiviato
vissuto
non rinnegato
dal libro della mia Vita.
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Uomini illustri
Talora nascono anche oggi
uomini illustri.
Sono persone semplici
che incontriamo per caso
magari in biblioteca.
E ci entrano
nella Vita.
Ci restano accanto
quando siamo peggiori
credono in noi
quando noi smettiamo di farlo.
Ci hanno colpito
fin dall'inizio
con il calore delle loro mani.
Per chi è ferito da sempre
queste persone
Sono uomini illustri:
danno Luce!
In modo discreto
Brillano ovunque.
Valérie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"
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Cambiare l’acqua ai fiori
Valérie Perrin
Edizioni E/O
pp 473
18,00
C’è chi ha odiato questo libro e chi lo ha amato. Appartengo alla seconda categoria. L'ho preso in mano con l'intenzione di darci solo un primo sguardo, ma appena aperto mi ha subito catturato con quell’aura così francese – Valérie Perrin è la donna di Claude Lelouch - con quella delicatezza da pizzo Valenciennes. Poi, però, sono sprofondata nel gorgo del suo mistero e nei continui cambiamenti di prospettiva e significato, negli intrecci intrigati e mescolati a bella posta. Un romanzo che, nonostante ti costringa a una lettura attiva e partecipata, si fa leggere un capitolo dopo l'altro, a precipizio, senza potersene staccare.
Violette fa la guardiana di cimitero, è senza età, elegante, la sua casa profuma di rosa, di tè, di candele, sotto i cappottini severi spuntano vestiti rosa confetto, nel suo camposanto vivono una colonia di gatti e qualche cane che va a trovare il padrone defunto.
Non è sempre stata una donna curata e colta, ha un passato di abbandono, analfabetismo, sciatteria. Ma ha sempre dato tanto amore a tutti, si è sempre fatta da parte per gli altri, si è sempre presa cura di qualcuno. Cresciuta in una casa famiglia, ha poi concesso anima e corpo a un marito approfittatore e anaffettivo ma bello come un dio. Un marito di cui tutte s’innamorano. Un marito che la tradisce ogni notte con chi è a tiro. Con lui ha una figlia che perisce in un incidente, capitato non si sa come in una colonia estiva. Violette muore dentro insieme alla figlia per poi rinascere.
Come dicevo, la prospettiva di questo romanzo appassionante si ribalta in continuazione, lo sviluppo contempla continui salti temporali, avanti e indietro, che, tuttavia, fanno progredire sempre la trama. Ciò che ci sembrava in un modo all’inizio si trasforma in altro a suon di colpi di scena. Il marito, Philippe Toussaint, che nel cognome sembra già presagire il mestiere della moglie, acquista interiorità, diventa il personaggio principale, oltre ogni sotto-trama. Capiamo le sue motivazioni, la sua improvvisa sparizione, le sue rinunce.
Protagonista è la morte, onnipresente come deve essere in un cimitero. Non è né esorcizzata né sublimata, ma vissuta, considerata un fatto comune e ineluttabile, analizzata nella sua quotidianità e nel suo significato universale, filosofico. Violette assiste a tutte le inumazioni, annota i discorsi di commiato, la forma delle lapidi, il legno della bara. Si occupa dei fiori, pulisce le tombe, riceve nella sua casa i parenti inconsolabili, raccoglie le loro confessioni, è testimone dei loro amori passati. Le storie d’amore raccontate in questo libro sono tante, un amore profondo, duraturo, che oltrepassa la morte.
La Perrin ha la mano leggera anche quando sta raccontando di maltrattamenti, di suicidi, di sesso senza amore, ma l’angoscia ci attanaglia comunque, pian piano, inesorabile, fatta di chiaroscuri, di particolari impalpabili, e un velo di malinconia copre ogni cosa, dolce e profumato come la cipria di Violette, come le sue rose.
There are those who hated this book and those who loved it. I belong to the second category. I picked it up with the intention of just giving it a first glance, but as soon as I opened it, I was immediately captured by that French aura - Valérie Perrin is Claude Lelouch's woman - by that delicacy of Valenciennes lace. Then, however, I plunged into the maelstrom of her mystery and into the constant changes of perspective and meaning, into the intrigued and deliberately mixed plots. A novel that, despite forcing you to an active and participatory reading, lets you read one chapter after another, precipitously, without being able to detach.
Violette is a cemetery guardian, she is ageless, elegant, her house smells of rose, tea, candles, candy pink dresses appear under her severe coats, a colony of cats and a few dogs live in her cemetery.
She has not always been a well-groomed and cultured woman, she has a past of abandonment, illiteracy, sloppiness. But she has always given so much love to everyone, she has always stood aside for others, she has always taken care of someone. Raised in a foster home, she then gave body and soul to a profiteering and anaffective but beautiful as a god husband. A husband that everyone falls in love with. A husband who cheats on her every night with those in range. She has a daughter with him, who perishes in an accident, which happens, no one knows how, in a summer colony. Violette dies inside along with her daughter and is then reborn.
As I said, the perspective of this exciting novel is constantly reversed, the development contemplates continuous time leaps, back and forth, which, however, always make the plot progress. What seemed to us in one way at first is transformed into other with twists and turns. The husband, Philippe Toussaint, who in the surname already seems to presage his wife's job, acquires interiority, becomes the main character, beyond any subplot. We understand his motivations, his sudden disappearance, his renunciation.
The protagonist is death, as omnipresent as it must be in a cemetery. It is neither exorcised nor sublimated, but lived, considered a common and ineluctable fact, analyzed in its everyday life and in universal, philosophical meaning. Violette attends all the burials, she notes the farewell speeches, the shape of the tombstones, the wood of the coffin. She takes care of the flowers, cleans the graves, receives inconsolable relatives in her house, collects their confessions, witnesses their past loves. The love stories told in this book are many, a deep, lasting love that goes beyond death.
Perrin has a light hand even when she is talking about mistreatment, suicides, sex without love, but the anguish still grips us, slowly, inexorably, made of chiaroscuro, impalpable details, and a veil of melancholy covers everything, sweet and fragrant like Violette's face powder, like her roses.
Valentina Mattia, "Complici senza destino"
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Complici senza destino
Valentina Mattia
Golem Edizioni
pp 236
16,00
Una prova straordinaria Complici senza destino di Valentina Mattia, un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, che ho letto tutto d’un fiato. Non è la solita storia italiana di precariato, di giovani senza meta né futuro, piuttosto qualcosa che affonda le sue radici nell’attualità per travalicarla, un realismo che diventa iperrealismo, uno strano chiasmo dove le situazioni normali acquistano, in un preoccupante accumulo di particolari, la connotazione dell’incubo, mentre, al contrario, alcuni terrori si rivelano infondati.
Nunziatina è siciliana. Conosce in chat il tunisino Amhir, non lontano da lei in linea d’aria ma distante per cultura e background. S’incontrano, lui viene a vivere in Italia, s’innamorano. L’unione fra di loro è contrastata dalle rispettive famiglie, ma è facile, perché basata sull’impulso del cuore e sulla semplicità con cui i sensi si attraggono e riconoscono. Lei fa l’infermiera, lui raccoglie uva. Si sposano in chiesa, nonostante lui sia musulmano. Il loro forte erotismo e la dilagante fertilità li portano ad avere tre figlie in pochi anni.
Amhir – bello, misterioso, romantico – nasconde però un segreto, fa parte di una cellula terroristica dormiente. Prima o poi dovrà compiere l’attentato finale, dovrà farsi saltare in aria per la causa.
Il matrimonio si sgretola ma, a mio avviso, non è il tragico impegno di Amhir il motivo del fallimento coniugale. Anzi, mi sembra che il terrorismo qui sia solo il simbolo letterario delle sconfitte di fronte alle quali la vita ci pone.
Come sarebbero andate le cose fra Nunziatina e suo marito se lui non fosse stato votato alla causa? (Ma lo è poi davvero?) Probabilmente nella stessa maniera, perché è la vita che ci logora, che trasforma i sogni in quotidianità, il romanticismo in abitudine, abbrutimento e noia, che scava nelle differenze ampliandole invece di avvicinare. La vita presenta il conto, sotto forma di tre figlie piccole da accudire, di una malattia da combattere, di donne più giovani e avvenenti che prendono il tuo posto nel cuore di chi ami.
Se c’è un difetto in questo romanzo è nella parte finale ambientata in Tunisia, che risulta forse un po’ troppo da dépliant, a contrasto con il realismo della parte italiana. Ma può darsi che questo serva ancora una volta a invertire il giudizio, a mettere in una luce serena e piacevole il luogo da cui il male si origina – il mondo di Amhir - a contrasto con quello dove il male viene compiuto, l’occidente.
Un libro che affronta il tema dei matrimoni misti e del terrorismo ma, soprattutto, un romanzo di anime, d’incomunicabilità, di segreti, di non detto, di razionalità che non collima con l’istinto; un’opera di facile lettura ma che ti sprofonda in un gorgo d’angoscia insieme ai protagonisti, con un senso crescente di soffocamento e ineluttabilità.
L’amore non basta quando si è diversi per estrazione, cultura, religione. Alla fine la sorte riacciuffa, Amhir va incontro al suo destino, Nunziatina rientra nel suo solco, nel binario fatto di gesti concreti e tutto sommato piacevoli: le figlie, il lavoro, un nuovo/vecchio amore.
Forse solo Giusi, la minore delle figlie, avrebbe potuto - o potrà – colmare il divario, far coincidere gli opposti, il suo essere donna occidentale con il retaggio dei parenti islamici, i cannoli siciliani con i corni di gazzella. Forse, ma, intuiamo, questa è solo una possibilità.
Kraus Folner, "Holidays"
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Holidays
Kraus Folner
Castelvecchi Editore, 2020
pp 117
14,50
Un romanzo per appassionati di viaggi e di cucina stellata più che un vero e proprio thriller. Si genera fin dall’inizio un interesse spasmodico e inquietante per cose che non si conoscono ma intrigano, un senso di aspettativa, una tensione quasi sessuale che non sempre si scioglie. Il ritmo serrato e frammentato della narrazione ricorda la sceneggiatura di una serie televisiva.
È agosto, la squadra del comandante Riccardo Caputo – già protagonista di altri libri di Folner - è sparsa ai quattro angoli della terra per una meritata vacanza. C’è chi attraversa gli Stati Uniti in un viaggio a tema cinematografico, chi si addentra nella giungla africana alla ricerca di gorilla e chi, come Caputo stesso, visita la Cina. Nazione enorme, crogiolo di etnie e minoranze, centro allarmante del potere centrale, dove ogni dissenso è perseguitato, dove tutti sono controllati da telecamere in ogni momento della loro vita. Questo mastodonte burocratico e dittatoriale sta tramando qualcosa per liberarsi dell’opposizione e di tutte le minoranze religiose. Forse, lascia intendere l’autore, noi adesso ne stiamo pagando le conseguenze.
Due donne vengono uccise, la sorella di uno dei protagonisti scompare, una dominante mascherata viene strangolata mentre fa sesso in diretta con un oscuro impiegato cinese. La squadra deve indagare, ricomporsi.
L’autore mescola alla trama ciò che conosce: la tecnologia informatica, i grandi viaggi, la buona cucina, e queste sembrano essere le tematiche che davvero lo interessano.
Tutti i personaggi sono credibili e hanno qualche debolezza che li rende umani, spesso legata alla droga o al sesso. Il cinese Kao è un masochista che si bea di un rapporto di sottomissione, Isabela ha bollenti fantasie erotiche con la guida nera che accompagna lei e il marito nella giungla, Paola è sgradevolmente borghese ed egoista, lo stesso Riccardo, pur amando la moglie, non disdegnerebbe un pomeriggio di sesso esotico se ne avesse l’occasione.
La gente che vive a Montecarlo, a Dubai, a New York o nella stessa Cina è spesso depravata e viziata, agguerrita come i coccodrilli che tentano di rovesciare la barca di Thomas. I governi distorcono le scoperte scientifiche, le manipolano e volgono a favore della sopraffazione e del controllo globale.
Solo nell’abbraccio impossibile con il gorilla, nell’incontro con la natura primigenia, l’essere umano ritroverebbe una bontà ancora incorrotta.
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