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recensioni

Walter Fest, "Fiori"

12 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #walter fest, #pittura

 

 

 

 

Fiori

Walter Fest

Libro animato

 

Se quello che ho fra le mani fosse un libro, scriverei una recensione. Ma quello che ho fra le mani non è un libro, è qualcosa di più e qualcosa di meno, è un pezzo unico. L’autore, Walter Fest, lo definisce “libro animato”, io lo considero un dono prezioso ricevuto da un amico. Di questo libro esiste un solo esemplare, ché Walter ne produce uno alla volta; è scritto, illustrato, dipinto e rilegato a mano, è un insieme di creatività agglomerata nello stesso manufatto. Libro come oggetto, dunque, come opera artistica non solo fatta di parole scritte.

Il contenuto è solo uno dei tanti aspetti, ed è costituito da dieci brevi racconti che hanno come argomento i fiori: di campo, di città, di Natale etc. In realtà sono pretesti per parlare di amore per la vita, di solidarietà, di bisogni, di natura, di bellezza. I personaggi sono gente comune, figure popolari che s’incontrano per strada, su una panchina, al mercato.  La lingua in cui si esprimono è il romanesco, e in questo l’autore dà il meglio di sé, rispetto ai testi in lingua nazionale.

Il libro è “animato” perché, come dice l’autore stesso, c’è dentro l’anima di chi l’ha scritto e perché presuppone un’interazione col lettore, che ha a disposizione spazi lasciati in bianco apposta per lui, dove annotare le proprie riflessioni e impressioni.

Un piacere tattile, visivo, che nasce dai colori della copertina, dai disegni, dai collage, dal fruscio della carta, dall’inchiostro della penna, dai segnalibri allegati. Insomma, più che una raccolta di racconti  sui fiori, una vera e propria esperienza sensoriale a tutto tondo.

 

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Lorenzo Barbieri, "La buona vita"

6 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

La buona vita

Lorenzo Barbieri

ilmiolibro.it, 2014

 

“Da loro avevo imparato l’amore per la terra, il vero significato della parola lavoro. Una lezione di vita che nessun libro di scuola avrebbe potuto insegnarmi. Il senso dell’amicizia, della solidarietà, vissuto in quel piccolo mondo circoscritto in compagnia di gente semplice, genuina” (pag 129)

È questo, in breve, il succo de La buona vita, romanzo autopubblicato da Lorenzo Barbieri. Parla di un paio di stagioni estive, di vacanze agresti – ma anche nella città di Lucca - vissute da un ragazzino napoletano, che si ritrova nell’ambiente provinciale della campagna toscana, in particolare lucchese.

Gente rude, spiccia e bonaria, quella con cui viene a contatto, che insegna al bimbo, soprattutto con l’esempio, come si può vivere una “buona vita”, cioè una vita piena sebbene semplice, fatta di lavoro, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, ma pure di slanci, solidarietà, fatica condivisa insieme alle ricompense, ruvida allegria. Sudore, impegno e sforzo abbondano ma anche balli nell’uva per la vendemmia, risate, vino buono e cibo saporito. La semplicità, il contatto con la terra, il senso del dovere sono le basi su cui il protagonista costruirà il suo futuro.

“Un movimento corale di gruppo, la vera forza delle corti lucchesi”. (pag 127)

La società contadina è un agglomerato umano che si muove all’unisono, il lavoro di uno diventa il lavoro di tutti, come in un alveare, e i risultati sono condivisi di volta in volta.

La cosa più interessante di questo testo è proprio l’atmosfera campestre, la ricostruzione perfettamente riuscita di un’epoca scomparsa, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Peccato che il romanzo risenta di un editing mancato e di un uso troppo casuale della punteggiatura.

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Intervista a Lorena Giardino

18 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #le interviste pazze di walter fest, #recensioni

 

 

 

 

 

Amici lettori della signora senza filtri, il vostro blog, che non vi lascia mai leggere al buio, oggi per voi incontrerà la brava autrice piemontese Lorena Giardino, insieme a lei parleremo della sua ultima opera, appena pubblicata da Grafiche Stile. L'ultima volta che l'avevo sentita la trovai molto affaticata, la realizzazione del suo ultimo romanzo le aveva dato un bel knockout al cuore, l'autrice, troppo profonda e sensibile nei sentimenti, aveva esaurito la benzina energetica e, ad opera ultimata, soddisfatta e strafelice, era groggy come un pugile suonato, pertanto adesso, per farla rilassare, la porterò con me in sella alla mia Moto Guzzi California rossa Pollock a fare un bel giro, destinazione lago Takatika nel bel mezzo della prateria Indiana.

- Dai, Lorena, infila il casco a scodella che partiamo.

Curve, controcurve e saliscendi, arriviamo a destinazione per la nostra chiacchierata con Lorena Giardino in arte Scrittrice Imperfetta.

- Ciao Walter.

- Lorena, senza inquietudine e autoderminazione non avresti mai scritto L'imperfetta Immensità.

- Sì, è la verità, ho dovuto lottare contro tempeste umane di ogni tipo, mi sono totalmente immersa nelle anime dei personaggi, provando per le vicende delle loro storie una grande sofferenza interiore, adesso vorrei avere il piacere di condividere questa immensità imperfetta con i lettori.

- E il lettore non può che esserne contento, il suo maggior desiderio è di tuffarsi e immedesimarsi nel mare di parole dello scrittore vissute e narrate con passione viscerale.

- Il mio romanzo è come aprire una finestra sul mondo. Ad ogni latitudine ci sono situazioni di squilibrio, un’umanità con rapporti interpersonali in continua agitazione, come se la vita imperfetta ci impedisse di essere semplicemente naturali, in pace con il nostro destino. Tutti siamo perennemente alla ricerca di un qualcosa che sfugge, un qualcosa del tipo polo positivo e polo negativo che si respinge, tensione alle stelle fra persone normali eppure...

- Eppure?

- Eppure un giorno, quando arriverà quel giorno, Giulia e Maria, le due sorelle, insieme alla fredda madre, dovunque esse saranno, troveranno la serenità interiore.

- Potrebbero semplicemente comprendersi?

- Michele, l'anziano, il nonno che nessuno vuole ascoltare, si siederà in poltrona infischiandosene di tutti.

- Io gli consiglierei di ascoltare musica di George Gershwin.

- Mattia, 6 anni, verrà finalmente apprezzato dalla maestra che ritroverà il suo equilibrio.

- La maestra potrebbe provare a preparare delle squisite crostate mentre Mattia riderà spontaneamente e gioiosamente come tutti bambini?

- Il mondo è imperfetto perché è la stonatura delle cose che ci dà l'impulso a correggere i nostri errori, è la bellezza che è dentro ognuno di noi a rendere tale l'immensità dell'umanità, tutto accadrà serenamente come la quiete dopo la tempesta. Finalmente potremo vedere che Guernica di Picasso avrà la meglio sugli amanti della guerra.

- Lorena il tuo è un messaggio di ottimismo.

- Sì, ho lavorato a questa mia opera per lanciare un grande messaggio di ottimismo, è proprio così.

Molto bene amici lettori, se potete, leggete anche voi L'imperfetta immensità della nostra amica autrice Lorena Giardino. Ora io e lei proseguiamo il nostro momento relax di fantasia nel tepee del nostro capo Indiano Brown Sugar, sembra che ci abbia preparato da fumare un calumet della pace a base di erbe aromatiche, liquirizia, panna, cioccolato e zabaione. Salutiamo tutti i cari lettori del blog della signora senza filtro e vi aspettiamo al prossimo incontro culturale.

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Marcial Gala, "Verde limone"

7 Aprile 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Marcial Gala
Verde Limone

Nuova Editrice Berti, 2018

- Pag. 170 – Euro 17
www.nuovaeditriceberti.it

 

La Nuova Casa Editrice Berti, dopo Gli amanti del secondo piano, torna a occuparsi di Cuba con un testo interessante di uno scrittore come Marcial Gala, membro UNEAC e vincitore di premi in patria, noto per la Trilogia di Cienfuegos. Inedito in Italia, sino a oggi, esce sul territorio nazionale, tradotto (tutto sommato bene) da Pier Luigi “Pedro” Mori, con il suo testo più semplice: Verde Limone (Sentada en su Verde Limón, 2004). Niente di sconvolgente, badate bene, la letteratura cubana contemporanea pare voler affogare in un’orgia di sesso, droga e rum tutti i problemi derivanti dalla caduta delle ideologie, dalla fine del comunismo e dal periodo speciale. Marcial Gala si pone sulla falsariga di Pedro Juan Gutiérrez, solo che ambienta le sue storie a Cienfuegos, in una città di provincia, la Perla del Sur, come la chiamano i cubani. Protagonisti di Verde Limone sono Harris Sanzo, saxofonista geniale e ubriacone, la giovanissima Kirena e il pittore Ricardo. Tema di fondo una storia d’amore e morte, come spesso capita, un rapporto per noi quasi impossibile ma che a Cuba può accadere, tra un musicista di 55 anni e una diciottenne, che si consuma per le strade di una terra povera e disperata. Marcial Gala vive tra L’Avana e Buenos Aires, ma siccome a Cuba di tanto in tanto vuol tornare, si guarda bene dal dare giudizi politici, anche perché non è compito di un letterato; in ogni caso non compone un quadro tranquillizzante, in sintonia con quel che vorrebbe il regime, ma sottolinea cose che non sarebbe opportuno dire a voce alta, come l’abuso di droga e alcol per dimenticare i problemi quotidiani. La vita di Harris procede sempre uguale tra musica e sesso, avventure con turiste e fughe, tradimenti e droga, senza badare al solo amore della sua vita che poco a poco lascia morire, trascinando nella sua vita decadente tutte le ingenue speranze di una ragazzina. Verde Limone è un romanzo che non lascia speranze al lettore, non vuol essere una storia consolatoria, pervasa com’è da fantasmi e ricordi, da sogni e illusioni che cadono in fretta. Scritto con stile piano e diretto, senza tanti fronzoli letterari, di tanto in tanto affiora l’animo poetico di Marcial Gala che si abbandona a dialoghi evocativi con i fantasmi della sua mente. L’autore alterna la prima persona alla terza, coinvolge e affascina, cattura il lettore in vicende sensuali e in panorami degradati, lo obbliga a leggere in rapida successione le pagine che lo separano dalla parola fine. Attendiamo l’autore al varco delle prossime opere, nella speranza che questa nostra Italia di non lettori trovi il tempo per accorgersi che è uscito un nuovo narratore cubano. Da traduttore fallito - un tempo pieno di speranze - di Guillermo Cabrera Infante (La ninfa incostante per Sur - Minimum Fax) resto scettico, ma non è mai detta l’ultima parola …

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Anosh Irani, "Il bambino con i petali in tasca"

1 Aprile 2018 , Scritto da Serena Pisaneschi Con tag #serena pisaneschi, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Il bambino con i petali in tasca

Anosh Irani

 

Piemme, 2008

 

 

Di solito mi ricordo più o meno chiaramente la ragione che mi ha portato ad acquistare un libro, e anche il luogo in cui l'ho acquistato. Che sia stato per una recensione che ho letto, per un suggerimento o per curiosità, che sia stato in libreria, ad un mercatino dell'usato o su Amazon, ogni volume della mia libreria, comprato o regalato, possiede una sua storia. Per Il bambino coi petali in tasca di Anosh Irani, invece, non saprei raccontare niente.

L'estate scorsa, speranzosa di riuscire a leggere nonostante un bambino che chiede spesso la mia attenzione, ho messo in valigia due piccole raccolte di racconti di Grazia Deledda e questo romanzo, quasi preso a caso dalla libreria. La sua fortuna – anzi soprattutto la mia – è stata capitare nella fila davanti ed essere a portata di mano. Così prendo questo volume che ha in copertina un paio d'occhi neri e profondissimi ed un sorriso travolgente, entrambi incollati sul volto di un bambino poco più grande di mio figlio, e, interrogandomi sul motivo della sua presenza nei miei scaffali, mi faccio catturare dalla trama e lo porto con me.

Inspiegabilmente in vacanza ho il tempo di leggere. Grazia Deledda è la prima ad essere scelta finendo in pochi giorni, poi tocca al romanzo sconosciuto. Lo apro e vengo travolta quasi subito dall'India, ma non da quella bella, fatta di templi, colori e profumi. Arriva forte l'India dei poveri, degli orfanotrofi, dei bambini di strada, della fame, delle difficoltà. Arrivano forte alcuni ragazzini con i loro sogni e le loro battaglie. Emerge a gran voce l'indiscutibile voglia di rivalsa, di conquista di un futuro migliore, così come si fa sentire subito anche l'immediata certezza che la vita, per loro, non ha in riserbo che infelicità. Ma lottano i ragazzini, al pari di leoni. Lottano per un ideale, per un po' d'affetto, per un pezzo di pane, per la legge del più forte che impone la sopravvivenza.

Tutto questo ci viene raccontato da Chamdi, un orfano di dieci anni molto sensibile e beneducato, innamorato dei colori della bougaville del cortile dell'orfanotrofio in cui vive. Un giorno Chamdi decide di scappare per andare a cercare suo padre, così si ritrova nella enorme Bombay, in una zona flagellata da scontri tra musulmani e induisti e in un contesto dove la povertà e la violenza regnano sopra a tutto. Incontrerà presto Sumdi e sua sorella Guddi, che vivono per strada da sempre e lo aiuteranno ad affrontare un mondo che loro conoscono fin troppo bene. Così, con in tasca una manciata dei petali della pianta che tanto ama, Chamdi si ritrova sia a fronteggiare la tirannia di una città impietosa che a scoprire il valore dell'amicizia.

Se avete voglia di un libro che vi commuova alle lacrime, che vi coinvolga emotivamente e anche che vi faccia rabbia (perché in molto punti avrete voglia di entrare tra le pagine e farvi sentire) è il libro che fa per voi. Io l'ho letto in quattro o cinque giorni, divorandolo in ogni momento a disposizione. Probabilmente il fatto di essere madre influisce molto sulla mia opinione, però posso garantirvi che questa storia ha cuore e passione, che vi rimarrà addosso per un po' e vi farà riflettere su quello che, troppo spesso, viene ignorato. Il bambino coi petali in tasca, il cui titolo originale è diverso e vi invito ad andarlo a cercare, è una lettura che mi ha sorpreso e ammaliato fino in fondo. Non ho idea di come sia finito nella mia biblioteca, ma non posso fare a meno di ringraziare la fortunata circostanza che me lo fatto capitare tra le mani, qualunque essa sia.

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Francesco Biamonti, "Attesa sul mare"

31 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Attesa sul mare

Francesco Biamonti

 

Einaudi, 1994

 

 

Un uomo di mare non più giovane, diviso tra l'amore per i viaggi e l'amore di una donna che lo aspetta con sempre maggiore impazienza. Ecco il protagonista di questo romanzo di Biamonti.

L'uomo è chiamato a fare un ultimo viaggio che gli serve per ragioni economiche; sarà un viaggio pericoloso e illegale, dovendo portare per nave un carico d'armi nell'ex Jugoslavia dove ancora si combatte. La nave è vecchia e l'affidabilità dell'equipaggio non è scontata; potrebbe finire male, oppure bene, ma col rischio che la sua donna si stanchi di attendere ancora una volta il suo ritorno.

Il libro è solcato da varie attese, da propositi più abbozzati che pianificati, da ricordi vecchi e recenti; insomma, la vita stessa con i suoi colori.

Il protagonista ricorda certi personaggi di film che si lanciano in un azzardo per togliersi dai guai e avere le basi per costruire un futuro migliore. Quando il viaggio si fa ingarbugliato, molto fa pensare a un esito tragico; i nodi non risolti del passato si intrecciano con i pericoli del presente, tanto che pare non esserci più avvenire per i compagni di questo viaggio.

Le atmosfere mediterranee, le coste della Liguria e della Francia disegnano un confronto continuo tra terra e mare; il protagonista deve decidersi a lasciare per sempre il mare che non offre sicurezza e accettare la terra dove forse qualcuno lo aspetta ancora. Rimane un libro poetico che si apre alle diversità tra persone e culture, con qualche riferimento alle guerre etniche nell'area slava; quello che piace meno è la secchezza espressiva dell'autore, forse poco interessato ad alimentare la suspense della vicenda che si fa drammaticamente avventurosa nella parte finale. I tanti personaggi provano a parlarsi, ma non riescono a raccontarsi reciprocamente. Si limitano a battute rapide, domande senza risposte, sguardi da interpretare. Anche qui deve essere il paesaggio, ossia il mare, a parlare al loro posto. Forse può bastare.

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Federico T. De Nardi, "Betty suicide"

17 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Betty Suicide

Federico T. De Nardi

Collana Crime Line

Pubmesrl, 2017

pp 216

13,90

 

Mescola thriller, noir e spionaggio, questa spy story incentrata sulla figura stereotipata della spia russa Anastasija Kalashnikova, in arte Betty Suicide, già apparsa in un racconto della collana Segretissimo.

Bellissima e letale - corpo conturbante e viso d’angelo, occhi trasparenti come il cielo, un oscuro passato che l’ha fatta soffrire al punto giusto e trasformata nella spietata killer che è adesso - la ragazza si trova a Chicago, alle prese con un caso di spionaggio industriale mescolato a quello di un serial killer di bionde ragazze americane.

Tutto ruota intorno a un vasetto di crema che rende invisibili. Attraversiamo ventiquattro ore fra sparatorie, coltellate, fughe e travestimenti. Anastasija campeggia su tutto per bravura e implacabilità, il suo fisico esile e perfetto contrasta con la sua forza e il suo addestramento feroce. E poi c’è il desiderio che la sua bellezza stratosferica, e  quasi irreale, suscita in  tutti coloro che vengono in contatto con lei, compresi coloro che la vogliono morta.

La trama e le scene sono quelle tipiche del noir, fatte di azione, violenza, sangue e sesso, l’ambientazione americana, fra Chicago e San Francisco, è credibile. La scrittura è molto buona, anche se risente di  tutti i cliché del genere, e se la commistione di thriller e spionaggio non sembra completamente riuscita.   

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LA MORTE DI IVAN IL’IC - LEV NIKOLAEVIC TOLSTOJ

14 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #audioletture

 

 

 

 

Lo sappiamo sin dall’inizio: Ivan Il’ic morirà. Lo sappiamo perché il libro si apre parlando della sua morte appena avvenuta e del girotondo di colleghi, parenti più o meno emotivamente coinvolti nel triste evento. Lo sappiamo perché il libro di Tolstoj di cui vi sto parlando si intitola La morte di Ivan Il’ic e la cosa certa è appunto il funesto destino del protagonista. Un destino che accomuna tutto il genere umano, la morte colpisce tutti e nessuno vi si può sottrarre, ma stavolta è il suo turno, è il turno di Ivan Il’ic.

Lo conosciamo con un breve racconto delle sue vicende esistenziali e lo vediamo uomo in carriera dedicarsi al proprio lavoro, ma anche alla costruzione del suo nucleo familiare. Lo scenario è San Pietroburgo, siamo a fine Ottocento e vediamo il nostro personaggio muoversi con sapienza e sicurezza negli uffici del Tribunale. È un uomo “inserito”nella vita e nella società, sa quel che vuole e come ottenerlo: carriera, famiglia, casa. Pian piano però nella sua esistenza si insinua qualcosa, un tarlo, il germe del male che ben presto si identifica come LA MALATTIA FISICA di Ivan Il’ic che giorno dopo giorno lo consuma, fino a trasformarlo nell’ombra dell’uomo che è stato e che ad un certo punto si capisce non sarà più, conducendolo senza pietà verso quel viaggio di sola andata che è la morte.

A questo punto viene da dirsi che in questa storia non c’è niente di originale o di diverso dalla storia che accomuna tutto il genere umano: nascita, vita, morte. Non ci sono storie di amori impossibili, tradimenti, misteri, vite rocambolesche o morti violente ma una vita normale e una morte anch’essa comune alla maggior parte degli esseri umani. Addentrandoci nella lettura ci accorgiamo però che Tolstoj ci fa vivere il deperimento fisico e spirituale di Ivan Il’ic come se lui stesso l’avesse vissuto, come se lo scrittore stesso fosse morto e poi tornato a raccontarcelo. Pagina dopo pagina ci fa vivere con intensità il tormento atroce di un uomo che comprende sempre più chiaramente l’ineluttabilità del proprio destino e ce lo racconta con una lucidità e una precisione che può usare forse solo chi ha attraversato in prima persona un travaglio del genere. Entra nei meandri della mente di un moribondo come in un flusso di coscienza, svelandocene le contraddizioni, i tormenti, le speranze di guarigione che si affievoliscono, il rapporto controverso con gli altri, i “sani”, coloro che stanno dalla parte della vita e che perlopiù non comprendono di cosa lui possa avere bisogno. Minimizzano, fanno finta di niente, pensando probabilmente di alleggerire il peso della malattia mentre invece Ivan Il’ic ha bisogno di onestà e compassione. Non sopporta di vedere gli altri che recitano questo “teatrino” pietoso, mentre lui ben sa dentro di sé che i giorni che lo aspettano sono pochi. Solo il giovane Gherassim lo capisce “Volontà di Dio. Tutti andremo là”​, facendogli intendere di aver compreso la sua situazione e di non voler fingere che sia tutto a posto. Questa sincerità di sentimenti, accompagnata dalle cure che il giovane presta ad Ivan Il’ic, fanno sì che la compagnia di questo sconosciuto sia per lui preferibile a quella dei familiari e degli amici.

Seguiamo il nostro personaggio fino alla fine, fino all’esalazione dell’ultimo respiro, fino alla follia finale preceduta dalla domanda “La mia vita è stata come doveva essere?​” e mentre si fa strada l’incerta risposta la follia finale travolge Ivan Il’ic con la morte che lo risucchia tra le sue braccia impietose e la crescente, dura, consapevolezza di quanto sta succedendo. “Gli accadeva quel che accade quando si va in ferrovia, che si crede di andare avanti e si va indietro e a un tratto si capisce qual è la vera direzione”.

Ciò che colpisce è che nonostante la drammaticità dei temi affrontati con grande introspezione dell’animo umano, il racconto scorre quasi lieve, senza troppa pateticità. Certo, Tolstoj ci fa immedesimare, compiangiamo questo povero Cristo nella sua parabola dalla vita alla morte ma vi è anche a tratti una quieta rassegnazione, una dignità e un’accettazione del destino e di come sono andate le cose, sebbene in ultima analisi tutti si cerchi di tenerci aggrappati alla vita con tutti i mezzi.

Grazie al sito “Ad alta Voce” di Radio Tre ho riscoperto, anzi, nel mio caso ho scoperto per la prima volta, questo racconto letto dalla voce del bravissimo Elia Shilton che ci narra l’epopea della vita e della morte di un uomo normale.

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Francesco Biamonti, "Vento largo"

10 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Vento Largo

Francesco Biamonti

Einaudi, 1991

 

Vento largo è un libro dello scrittore ligure Francesco Biamonti, edito da Einaudi. È un romanzo delicato, a tratti aspro, con un fondo di malinconia irriducibile. I personaggi sono prigionieri di un mondo duro, stretto da una geografia spietata tra mare e rocce dove l'agricoltura rende sempre meno e i paesini tra Liguria e Francia si spopolano. L'attività che porta qualche reddito è quella del passeur che aiuta i clandestini a raggiungere la Francia passando per i sentieri più impervi. Il protagonista Varì compie questo lavoro, iniziato per amore di una donna, Sabèl, misteriosamente scomparsa senza che ne siano note le cause. Varì la cerca come un innamorato adolescente e intanto la sua vita, come quella degli altri della zona, perde senso e forza; le borgate emanano tristi silenzi, la sera si vaga alla ricerca di svaghi passeggeri che non guariscono le ferite del vivere, mentre il vento schiaffeggia le vecchie case con gli orti abbandonati. Non ci sono luci a riscaldare le giornate; qualcuno parte per il mare cercando una fuga da una vita modesta. Tentativi sfortunati, spesso.

Anche Varì pensa a una evasione o a una fuga. Ma alla fine resta, girando inconcludentemente durante il giorno e di notte facendo il passeur in situazioni sempre più pericolose. Non sempre è facile interpretare i dialoghi minimi tra i laconici personaggi, affamati di vita vera, ma troppo deboli per riuscire a cambiare la loro esistenza. Su tutto domina il paesaggio, inospitale e cupo; forse un tempo c’era una consonanza tra uomini e terra, ma la modernità l’ha indebolita. Varì non ama il suo lavoro. Non ama nemmeno la sua terra, ora che è solo. Eppure non cambia nulla del suo vivere. È uno sconfitto, come la terra improduttiva che la gente non ha più voglia di coltivare. L'unica ragione per restare sta forse nel fascino del paesaggio ligure, selvatico, disarmonico, fonte di sfide, mai domato dall'uomo che con le terrazze ha cercato di sottometterlo.

Si percepisce in particolare che un tempo le cose erano diverse; c'era una moralità anche nell'attività illegale; ora si è rotto qualcosa per sempre, prevale il lucro puro e semplice, le persone sono avide e la violenza può esplodere. Una volta i passeur aiutavano alcune persone in difficoltà a fuggire; ora l'attività è cambiata, è nato un grosso traffico di uomini, c’è più pericolo. Rimane l’eco di questa moralità perduta ad ancorare le persone a luoghi che offrono sempre meno presente.

La scrittura esprime una poesia indimenticabile in cui ogni strada, ogni sentiero, ogni roccia davanti al mare si colora di toni lirici delicati. Il paesaggio parla più degli uomini. È un mondo al tramonto, triste e splendido allo stesso tempo.

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Fabio Zuffanti, "Storie notturne"

4 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Storie notturne

Fabio Zuffanti

 

Ensemble, 2017

 

L’esordio narrativo di Fabio Zuffanti (già celeberrimo musicista progressive, nonché autore della silloge poetica Il giorno sottile, pubblicata da Mora Edizioni) si presenta come un libretto agile ma concettoso.

Si tratta di una raccolta di racconti brevi (quasi mai superano un paio di pagine) intitolata Storie notturne, edita da Ensemble.

L’aggettivo del titolo sta presumibilmente a indicare la suggestione che ci proviene da quegli stati di alterazione propri delle ore notturne, del dormiveglia, dell’esperienza onirica o delle crisi di insonnia, quando la realtà data tende a scolorire e a perdere di consistenza, sostituita nei nostri pensieri da entità più fluide e intangibili, da impressioni incerte e fantasiose.

I racconti non hanno titolo. Si susseguono contrassegnati dalla medesima dicitura: Storia notturna. Secondo una numerazione crescente, che parte però direttamente dalla seconda. La Storia notturna numero 1 manca, come se si fosse persa. Come a insinuare sin dalla partenza che gli episodi non consequenziali che costituiscono la raccolta siano come la prosecuzione di un sogno (o di una lunga e divagante meditazione) che parte altrove, in un’analessi inconoscibile, e che forse sarà destinato a continuare al di là del terminus ad quem dell’ultima pagina.

Ogni racconto è come il progressivo rintocco di un’incalzante incertezza esistenziale: chi siamo davvero? Di cosa siamo fatti noi e ciò che ci circonda? Forse proprio della stessa shakespeariana materia di cui sono fatti i sogni?

È in quel passaggio crepuscolare tra le certezze diurne e gli abbagli o i ripensamenti ontologici che spesso accompagnano la progressiva perdita di punti di riferimento che ci conduce sino al sonno che i contorni di cose, persone, rapporti interpersonali sembrano farsi improvvisamente più rarefatti.

Nel libro di Zuffanti si trovano alcuni argomenti ridondanti: un epistolario notturno più volte ripreso, lungo la successione dei racconti, e destinato a recapiti mai del tutto individuabili, una guerra ancor prima introiettata che realmente combattuta all’esterno («In realtà ero io a essere costantemente in guerra con me stesso» inizia il terzultimo raccontino), l’incomunicabilità e il suo rovescio, rintracciabile in una comunicazione non verbale, eppure neanche per forza fisica (metafisica forse, quasi telepatica) e, per finire, il tema del doppio. È come un bandolo di fil rouge che si snodano lungo l’intero dispiegarsi del libro, riapparendo di tanto in tanto, come cuciture a vista che tengono insieme il tutto.

A sorreggere l’impianto narrativo una precisione e un nitore linguistici davvero rimarchevoli. Metafore calibrate, senza sbavature, quasi impercettibili per la loro eleganza. Accenti di puro lirismo che però presto si mitigano verso toni più meditativi. Accanto a ciò, un efficace dispiego della figura retorica che passa sotto il nome di ipotiposi, la quale sta a indicare la capacità di descrivere in maniera tanto concreta le azioni da riuscire a suscitare nel lettore una vivida immagine mentale: «la lanugine della nebbia comincia a danzare. Si compatta davanti al prigioniero fino a formare un enorme volto i cui contorni si perdono nella foschia.»   

Alcuni racconti sembrano mimare contenuti sapienziali, come la #19: «Non opporre resistenza. Sciogli i legami e lasciati semplicemente andare. Accetta l'abisso. Accetta di non essere.» Racconto in cui in realtà si tenta, come in un testo sacro, l’impossibile descrizione dell’ineffabile: «dovrei definire qualcosa che non possiede definizione.»

O come nell’attacco apodittico e destabilizzante della #29: «Al di sotto di quel portaombrelli si trova il centro della terra. Lo puoi vedere se levi tutti gli ombrelli e metti la testa all'interno del cilindro metallico. Scorgerai dapprima solo buio ma poi qualcosa attirerà la tua attenzione, una nebbiolina e un debole chiarore che via via si farà meno indistinto.»

L’intera raccolta è attraversata da un’irriducibile dialettica tra istanze esistenzialistiche e introspettive da una parte e quell’entropia generale dall’altra che tutto tende a disperdere e disordinare, privando il soggetto di “un centro di gravità permanente” (come ebbe modo di definirlo un collega di Zuffanti, sul quale quest’ultimo ha appena finito di scrivere una monografia). Una realtà caotica in cui diviene anche difficile distinguere senno da dissennatezza: «Ecco quindi una nuova riflessione. Hai mai pensato alla sublime arte della pazzia? Hai mai immaginato di perdere il senno? Di vagare in completa libertà in questo mondo così chiuso entro anguste stanze? Hai mai sognato di rompere queste catene malandate e di andare fuori da ogni binario di normalità? (…) Ecco quindi il paradosso, viviamo da internati per non finire internati. A volte a notte fonda sento che sto per varcare quella soglia.»

La maggiore forza del libro sta però in una piena accettazione degli aspetti più inconciliabili e ingestibili del nostro vivere: «Tutto è esistenza, e siamo fortunati a potere dire “sto male, sto bene”, perché nel nostro stare bene e male c’è il senso esatto di quello che siamo.» E si conclude proprio con un’apertura al flusso vitale e ai suoi infiniti contenuti, rafforzata dalla citazione di un altro famoso collega del nostro autore: «E tutta questa marea di movimenti verso qualcosa sarà la vita, che, come diceva qualcuno, accadrà mentre siamo impegnati a far piani sulla vita stessa. (…) Farai un largo respiro, chiuderai gli occhi e lascerai che il flusso delle cose continui a farti navigare, nei giorni e nelle notti del tuo essere.»

 

 

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