recensioni
Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

Pierino contro tutti
Gordiano Lupi
Edizioni Sensoinverso, 2017
pp 60
12,00
Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.
Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.
Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.
“Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.
Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.
Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.
Franco Forte, "Fuga d'azzardo"

Fuga d'azzardo
Franco Forte
Centoautori, 2015
173 pagine, 12,50
La fuga di Kimberly da un mondo senza scrupoli e senza pietà. Una valigia piena di soldi, un sogno duro da conquistare.
Kimberly è una di quelle donne che solo a guardarle ti fanno impazzire, e lei lo sa. È così che ha scalato i vertici dell’Organizzazione fino a diventare la donna di un pezzo grosso. Ma ora Kimberly è in fuga, ed è sola. Chissà se ce la farà.
Fuga d’azzardo non è un romanzo, è un film d’azione stracarico di suspense e traboccante di sensazioni che fanno male. È una martellata che quando finisci di leggerlo senti che ha piantato un chiodo dentro di te.
Franco Forte non è uno sprovveduto, lui sa come usare la parola, la piega a suo piacimento per darci immagini forti ed evocative. Immagini che ti rimarrebbero ficcate in gola come spine di pesce immerse nella melassa se non sapesse miscelarle a meraviglia con l’arte che solo in pochi riescono a giostrare, come in punta di dita, per farti rimanere quel malloppo di melassa e spine solo per un attimo, lì in bilico tra l’esofago e la trachea, il tempo giusto perché ti graffi e ti faccia male, per poi fartelo scivolare giù dritto fino allo stomaco e farlo esplodere con uno strabordante effetto psichedelico che ti attanaglia le meningi e ti costringe a pensare, a pensare a quei personaggi che credono di vivere e invece sopravvivono nel terrore di un’esistenza strappata, ma soprattutto a pensare a lei, o meglio, a pensare con lei, Kimberly, che buona non è, che simpatica non è, che non avrebbe niente per attirare la nostra empatia, ha solo la bellezza, e una dose massiccia di disturbante sensualità, eppure non è per quello che facciamo il tifo per lei, lo facciamo perché lei rappresenta un po’ i sogni di tutti noi, o quasi, di tutti noi che siamo in fuga ogni giorno, in fuga verso un sogno, in fuga d’azzardo sperando di farcela anche se la paura è tanta e forse non ce la faremo mai. Ecco cosa Franco Forte riesce a tirar fuori con questo romanzo qui. Tira fuori la verità di una vita dannata in fuga da qualcosa che mai ci lascerà.
Memorabile il ricordo del killer, doloroso il risveglio di Kimberly, una staffilata che ti fa dilatare le pupille il finale. Un romanzo da godersi piano piano, se ce la fate. Perché io non ce l’ho fatta a smettere, e ora mi sento come in crisi per la botta d’emozioni che quel romanzo ti dà.
Quando il romanzo di genere si fa potente letteratura. Ecco ci qua.
Fuga d’azzardo è un romanzo che non scorderete più.
Io dopo di te: Jojo Moyes torna e ci racconta di Louisa dopo la morte di Will

Attesissimo sequel di Io prima di te, Jojo Moyes ci ha catapultati di nuovo nel magico mondo di Louisa Clark.
Sono passati diciotto mesi dalla morte di Will. Lui le ha insegnato a vivere a mille, a godere di ogni attimo, di ogni respiro, di ogni singolo evento. Ha cercato di smuoverla, di farle capire il suo valore. L’ha portata nel mondo di fuori, quel mondo che lui, seppur tetraplegico, aveva imparato a conoscere più di lei – paralizzata, invece, nell’anima, E Lou ha imparato, eccome se l’ha fatto.
Ogni singolo fiato di Will lo tiene nel cuore, ricorda alla perfezione ogni insegnamento.
Però, ancora non si è ripresa dalla sua perdita. Ovunque, aleggia la sua presenza. La sua voce. Il suo modo di guardare. Il suo sorriso, sincero e penetrante. Dopo un breve periodo a Parigi, si è trasferita a Londra. Lavora nel bar di un aeroporto, alle dipendenze di un uomo che, fanatico e rigoroso, impone delle regole assurde. A cominciare dall’uniforme sintetica, da indossare in coordinato con una parrucca.
Ogni sera, senza un minimo di vivacità, si trascina nel suo appartamento spoglio e anonimo. Non vive, non respira, non ama più.
I sei mesi che ha passato con lui sono stati una scossa elettrica, un sogno, un tormento. Una scarica di adrenalina. Una liberazione – da tutto ciò che era stata fino ad allora e da ciò che sarebbe stata se non l’avesse incontrato. Ora lei non trova un motivo per vivere. Sopravvive, semplicemente.
Ma una notte, quando le stelle sembrano aver abbandonato la sua strada, torna un barlume di speranza. Sulla sua porta di casa, una ragazzina impaurita. Desiderosa di risposte. Affamata di passato.
È legata, anche se non in prima persona, a lei. Cosa fare? Si domanda Lou. Portarla dentro il suo salotto e dentro la sua esistenza oppure no? Affrontare la faccenda di petto oppure scappare – come d’altronde ha fatto negli ultimi tempi?
Intanto, c’è anche Sam. È diverso da Will, e questo la frena. Anche lui si porta dietro i suoi problemi. Anche lui è un po’ un’anima in pena.
Riuscirà Louisa a dimenticare? A ripartire da zero? A fare tesoro dei consigli del suo Will?
Sembra in effetti un racconto un po’ a sé. Will torna, sì, ma in modo diverso. È morto, quindi è più Louisa a presentarcelo, a ricordarcelo.
Però la magia è tornata.
Moyes è una certezza.
Pierluigi Cappello, "Questa Libertà"

Questa libertà
Pierluigi Cappello
Rizzoli, 2013
Frammenti di una vita spezzata in due. Al momento del fatto che stravolgerà la sua esistenza terminano, assemblati in una autobiografia parziale in cui Cappello spiega, col suo stile poetico e preciso, il suo amore per la lettura, la necessità della scrittura, una vita trascorsa in un mondo ormai antico in cui la fatica era il legame visibile tra le generazioni e tra gli uomini e la terra. Partendo dalla sua visuale di persona permanentemente seduta, citando di striscio Leopardi, il poeta prestato alla prosa ci conduce nella sua infanzia crollata dopo il terremoto del Friuli e, ricordando personaggi come Silvio, l'anziano che intrecciava gerle o la professoressa Algozer, che insegnava che la matematica era precisa sennò sarebbe diventata poesia, ci immerge nel suo mondo fatto di vocaboli accuratamente scelti, soppesati e intrecciati: come le gerle aiutano a trasportare i pesi da valle alla montagna, così le parole possono aiutare a contenere il dolore, che può arrivare a fermarsi in prossimità del cuore come un proiettile che nessun chirurgo può estrarre, e allora occorre contenerlo, comprenderlo, nel senso di conoscerlo, e affrontare il continente ignoto di una vita spezzata, proprio come la sua colonna, lasciando indietro le navi bruciate, novello Cortez dalla conquista di una nuova vita.
Daniele Vacchino e Davide rosso, "Ritualis. Le cerimonie del mostro di Firenze"

Ritualis
Le cerimonie del Mostro di Firenze
Il Foglio Letterario Edizioni, 2017 – www.edizioniilfoglio.com
Pag. 170 - Euro 15 – ISBN 978887606525
Ritualis - Le cerimonie del Mostro di Firenze è uno strano romanzo: costruito su due romanzi all’apparenza indipendenti, legati fra loro da una cornice che sa tanto film a episodi della Amicus degli anni Settanta. Il cinema in effetti c’entra parecchio con questo libro, vista l’aria che si respira, direi direttamente collegata con quelle oscure pellicole gialle italiane degli anni Settanta, in particolare quei gialli minori, tipo La polizia brancola nel buio o I vizi morbosi di una governante. A queste derive si uniscono le mode di oggi, in particolare quei post-thriller rurali sul genere di True Detective. Eppure, anche questi riferimenti non bastano a spiegare un romanzo che contiene dentro di sé l’essenza del mostro, più di tutti i libri che sono stati scritti sull’argomento (eccetto i volumi labirintici di Filastò, non a caso citato nell’esergo dai due autori): vedo già le mani alzate dei tanti criminologi dilettanti appassionati del caso, li vedo storcere il naso per come la vicenda originale è stata trasfigurata (ad esempio il tutto è ambientato tra la Lunigiana e la pianura Padana, nel vercellese, una sorta di non-luogo della tarda modernità). È necessario capire una cosa: Ritualis è un romanzo che lavora sulla cronaca fiorentina e la trasfigura, facendola assurgere a un mito oscuro, orfico, della contemporaneità, al pari della vicenda di Jack lo squartatore, mostro mitologico utilizzato all’interno di format narrativi che lo accoppiano con tutto e tutti. Allo stesso modo, Vacchino e Rosso lavorano di fino su questi brandelli d’incubo e scrivono una sorta di requiem su di noi, ciascuno di noi, sulla tristezza e l’alienazione dell’oggi. In definitiva, al di là delle citazioni cinematografiche, e delle tante letterarie (interessante il tentativo di costruire delle equivalenza narrative col thriller che fu, ricorrendo a lunghi prelievi dai testi dei padri fondatori del surrealismo), questo Ritualis mi è parso una sorta di Tenebre argentiana, aggiornata trent’anni dopo, calata all’interno delle macro-strutture totalizzanti, dove l’ideologia della competitività e della prestazione va ormai ben oltre la sfera economica e invade la biologia del corpo, trasformandoci in avatar del consumo eterno, costretti a rincorrere un duro lavoro che può garantirci soltanto una sopravvivenza fittizia, una povertà reale, un’assenza d’identità e una depressione magari curabile in qualche campo di addestramento alla felicità di Amazon. Questo è Ritualis e molto altro ancora!
Davide Lupo
Emilio Ortiz, "Attraverso i miei piccoli occhi"

Attraverso i miei piccoli occhi
Emilio Ortiz
Traduzione di S. Cavarero
Salani, 2017
Mi spiace. Non ho potuto leggere Attraverso i miei piccoli occhi, dello spagnolo Emilio Ortiz, da recensore, e nemmeno da lettore comune. L’ho letto da cinofila, da proprietaria di un cane, e ho pianto. Ho pianto e mi sono arrabbiata. Quindi scriverò questa recensione solo di pancia.
Non parlerò della struttura del libro, sbilanciata nella parte centrale, troppo esile a confronto dell’inizio e della fine. Non parlerò del personaggio umano principale, Mario, che non è ben caratterizzato, specialmente nel suo essere non vedente, nelle sue sensazioni, nel suo disagio fisico e psichico. Non parlerò nemmeno del positivo coinvolgimento creato dal punto di vista del narratore cane, dell’indubbia conoscenza di alcuni meccanismi cinofili.
Parlerò, invece, di fiducia tradita. D’ingratitudine. Perché di questo si tratta, questa è la trama, inconfutabile, di una storia di amore e di abbandono, di fiducia e tradimento, di sfruttamento e ingratitudine. E pazienza se lo sguardo del cane riesce a mettere in evidenza certe storture del nostro modo di vivere, non è proprio quello il punto, non lo è stato per me che ho letto col magone e il cuore in mano.
Prendete Cross, un golden retriver maschio, bello, spumeggiante, voglioso di slanciarsi e correre, di giocare con altri cani, di nuotare a perdifiato in ogni pozza d’acqua che incontra. Costringetelo a una vita da oggetto, da strumento di un non vedente che, fino a quel giorno, non ha mai avuto simpatia per gli animali e si prende in casa un cane solo perché gli serve. Obbligate questa forza dirompente della natura a vivere per servire, forzatelo a tediose passeggiate al piede del padrone, a interminabili sedute di noia quando egli studia, lavora, o frequenta gli insipidi amici, tenetelo legato persino di notte vicino al giaciglio, o col guinzaglio sotto il sedere del padrone per timore di fughe. Ascoltate i suoi sospiri e i suoi guaiti di uggia, guardate le sue zampe che scalciano mentre sogna la libertà.
Fate tutto questo quando il cane ha già subito due abbandoni, da parte della famiglia che lo ha cresciuto e lo aveva in stallo, e da parte del suo istruttore. Lasciate che il cane svolga con dedizione il suo compito, lasciate che si affezioni al suo padrone e alla di lui famiglia, che diventi tutt’uno con lui, diventi i suoi occhi, il suo piede, il suo cuore, che segua ogni suo passo e ogni suo respiro, che si assuma il compito di proteggere suo figlio.
Poi abbandonatelo in un rifugio per animali perché è diventato troppo vecchio per guidare ancora il padrone. Lasciate che gli si spezzi il cuore, che si senta solo e abbandonato.
Lasciate che il lettore sia sconfitto insieme a lui.
Franco Rizzi, "... scrivimi"

…scrivimi
Franco Rizzi
La Paume, 2017
Franco Rizzi ha fatto quello che farei io se ne avessi i mezzi: ha aperto una sua casa editrice, La Paume, e si è pubblicato. Al contrario di molti, non trovo nulla di disdicevole in questo: se l’autore per primo non crede nella bontà del suo lavoro, chi deve crederci? Eppure, quando mi è arrivato per posta …scrivimi, non pensavo di avere fra le mani un libro così. Un libro bello.
Una narrazione d’altri tempi, intrisa di passione, dolcezza, romanticismo, ma anche realistica e cruda nel dipingere lo squallore di certe situazioni nelle quali ci troviamo nostro malgrado ingabbiati. Un racconto in cui la Storia con la esse maiuscola non fa da sfondo, è parte stessa degli eventi, eppure non ingombra ma, anzi, grazie al ritmo veloce e divulgativo, avvince e crea un tessuto unico con lo svolgersi della trama intrisa di sentimenti, di nostalgia, di sottigliezza psicologica.
Ambientato fra Livorno e Brooklyn – parrebbe liberamente ispirato a una storia vera - il romanzo vede svolgersi in parallelo le vicende storiche che hanno come protagonisti questi luoghi e, allo stesso tempo, le vite dei due personaggi principali, Nino e Maria Grazia. Essi s’incontrano a Livorno, passeggiano nei giardini della Fortezza Nuova, s’innamorano perdutamente l’uno dell’altra, bruciano di passione ma non hanno i mezzi per sposarsi. Allora lui parte in cerca di fortuna, lei rimane ad attendere le sue lettere e la possibilità di raggiungerlo in America. Ma il destino si mette di mezzo sotto forma di una malefica zia impicciona e i due saranno separati, dall’oceano, dal tempo, da matrimoni tristi e pieni di rimpianto per ciò che non è stato e poteva essere. Ma l’amore resta, cova come amarezza apparentemente immotivata, grigiore, sensazione di vita sprecata, di caduta ineluttabile verso ciò che non doveva essere, di prigione che si chiude alle spalle, che soffoca, che istupidisce. A riprova di “quanto poco”, come dice l’autore stesso, “l’uomo riesca a governare la propria vita”. Poi, però, la svolta, che non posso svelare.
Lo stile è asciutto, accattivante e poetico: “a volte Nino aveva l’impressione che i grattacieli spingessero il cielo sempre più lontano.” (pag 119)
Peccato solo per qualche rado refuso e qualche ripetizione di troppo. (E da livornese non posso perdonare a Rizzi di aver scritto cacciucco con quattro c invece di cinque.)
Mistero di sangue, Alessandro Biagini: un thriller raccontato con uno stile particolare

Mistero di sangue
Alessandro Biagini
Bibliotheca, 2017
Per le strade di Roma qualcuno gioca a uccidere. Ha una personalità malata, toglie la vita alle persone senza rimpianti né compassione. Lascia, dietro di sé, un po’ di zucchero e delle formiche senza testa. Si prende qualcosa, qualcosa di loro. Un trofeo di carne e dolore.
“Ho conservato la lingua della paziente senza nome perché nella mia vita tutti prima o poi hanno bisogno di cominciare una collezione. Figurine. Macchine. Scatole di fiammiferi. Cadaveri. Poi è toccato al bulbo oculare di Gianni il barbone. Al dito di Stefania la ragazza dell’università. Al piede di Kay la turista. All’orecchio del disegnatore senza nome. Alla mano del passante senza nome. Al naso di Juana. Ma il problema è che la mia scultura di carne morta non ha ancora preso forma. Forse manca qualcosa. Forse manchi tu.”
Patrick, è questo il suo nome, è un sociopatico, un individuo ai margini della società. Sapeva che avrebbe ucciso, lo sapeva fin da bambino; la sensazione di rubare un ultimo soffio vitale lo eccita, lo rende felice, lo fa sentire vivo.
Si muove quatto come un gatto, silenzioso e letale come una tarantola. Non c’è pace per chi lo trova nel suo cammino.
Le autorità non lo trovano; Roma è messa in ginocchio dall’apprensione. Tutti si chiedono, tremanti, chi sia il mostro della notte. A chi toccherà?
Qualcuno sa. Sa chi è il killer, certo, ma conosce anche il suo segreto. Lo conosce perché lo condivide.
Basta andare indietro nel tempo per capire, per unire i fili. Due bambini, una passione. Una devianza li fa pedalare nella stessa direzione. La stessa malsana voglia di uccidere. Lo stesso innato desiderio di morte. La stessa sete di sangue.
E cosa accade quando un killer è nelle tracce di un altro?
Il thriller di Alessandro Biagini è unico nel suo genere. Il suo stile, fatto di frasi spezzate, di paratassi, di concetti espressi in modo breve, conciso, in alcuni punti rende la lettura un po’ più pesante – paradossalmente – ma è valido.
Certo, chi ama i lunghi periodi – quelli dove quasi è necessario riprendere fiato ogni tanto – si troverà un po’ spaesato, tuttavia è un modo di scrivere giornalistico e chiaro.
Inoltre si tratta di qualcosa di nuovo – e questo non guasta mai, quasi mai.
Marcos Chicot, "L'assassinio di Socrate"

L’assassinio di Socrate
Marcos Chicot
Traduzione di Andrea Carlo Cappi
Salani Editore, 2017
pp 729
19,90
La guerra del Peloponneso che per più di trent’anni contrappose Sparta e Atene.
Il tramonto di Atene, dai gloriosi giorni di Pericle al declino.
La peste, l’oracolo di Delfi e quello di Olimpia, i giochi Olimpici.
E poi Pericle, Socrate, Euripide, Aristofane, Platone, Santippe, una carrellata di personaggi famosi, resi vivi e attuali ne L’assassinio di Socrate, del madrileno Marcos Chicot. A tutti gli effetti un romanzo storico, in gran parte basato su Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, ma anche su quasi cinquantamila pagine di documentazione. Oggigiorno si ha paura di dire pane al pane e si preferisce usare i termini thriller e giallo, che vanno tanto di moda fra i lettori di bocca buona. Se di giallo mai si trattasse, sarebbe incentrato su un omicidio non ancora commesso bensì da commettere.
L’impianto di conoscenze dispiegate in questo romanzo è ponderoso e impressionante, ben settecento pagine di battaglie, costruzioni, topografia, eventi storici. Grazie a Chicot rivivono l’arte della ceramica, l’architettura dell’Acropoli, l’alimentazione, gli abiti, le pestilenze, gli usi e costumi greci del V secolo a.c.. Se gli scrittori di romanzi storici possono peccare di pignoleria, L’assassinio di Socrate riesce, comunque, ad alternare capitoli descrittivi e didascalici ad altri squisitamente narrativi, catturando l’attenzione con personaggi ben disegnati, con una trama avvincente e con una bella atmosfera d’epoca.
Perseo si crede ateniese, discendente del ceramista Eurimaco. È nato con gli occhi talmente chiari da apparire trasparenti. In realtà è spartano, figlio di Deianira e del truce Aristone, il quale lo ha condannato a morte alla nascita e non sa che il bambino è stato, invece, salvato e portato ad Atene, dove è cresciuto forte e bello, fino a divenire un campione olimpico. Perseo è innamorato di Cassandra, figlia del drammaturgo Euripide e amica di Santippe, la moglie di Socrate. Perseo e Cassandra si amano profondamente fin da bambini, di quell’amore che dura tutta la vita.
Perseo è anche amico di Socrate, il pensatore che “sa di non sapere” e che si diverte a mettere in difficoltà saccenti concittadini, attirandosi molte inimicizie. Un’oscura profezia lega la possibile morte del filosofo proprio a Perseo, “l’uomo dallo sguardo più chiaro.”
Verità storica e finzione si fondono in un libro divulgativo ma anche cinematografico, un colossal che sposta eserciti e smuove sentimenti, con un paio di memorabili figure di cattivi. Aristone, in particolare, è talmente ben disegnato che, quando la moglie Deianira tenta di liberarsene, siamo tutti con lei.
Questo è uno di quei romanzi che piacciono a me, inutile dire che si è dovuto tradurlo dall’estero, nella fattispecie dallo spagnolo. Non si sa perché da noi sia impossibile, a parte i lavori di Pierluigi Curcio e di Sergio Costanzo, trovare dei romanzi così: di ampio respiro, di grande atmosfera, capaci di insegnare narrando e di farci immergere completamente in una trama e in un mondo secondario ricostruito nei minimi particolari.
Seguendo Chicot ci addentriamo lungo la via panatenaica, saliamo all’Acropoli per ammirare il frontone del tempio e le cariatidi dell’Eretteo, c’inoltriamo nel sepolcreto del Ceramico, partecipiamo alle Olimpiadi e a grandi battaglie terrestri e navali. Insomma, come afferma l’autore medesimo, qui non si assassina nessuno, qui non c’è nessun thriller, casomai si resuscitano personaggi e questa è la volta di Socrate.
Peccato solo che le settecento pagine siano funestate da troppi - incomprensibili dato il pregio della casa editrice – refusi ed errori tipografici.
Virginia Bramati, "Tutta colpa della mia impazienza" (e di un fiore appena sbocciato)

Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato)
Virginia Bramati
Edizioni Giunti, 2017
Agnese Treves ha diciannove anni e si sta preparando per gli esami di maturità.
La sua vita, nell’ultimo anno, ha subito una brusca virata. La mamma, insegnante di scuola superiore, è morta lasciando nel cuore della ragazza e del dottor Treves – suo padre, ricercatore medico capace e conosciuto – un grande vuoto. Dal centro di Milano, i due si sono trasferiti in una zona di provincia, in una zolla di terra sita quasi in piena campagna. Treves senior ha preso, infatti, una decisione importante: da rampante scienziato di città a medico condotto lontano dallo scintillante ambiente milanese. Forse, per una sorta di espiazione, sapere di essersi relegato in un angolo della Terra lo rende meno schiavo del dolore. In tutto ciò, però, non ha tenuto in considerazione la figlia.
Agnese, negli ultimi mesi, ha fatto l’abitudine alla solitudine, agli amici persi, al lungo tragitto da fare per la scuola (ha deciso di continuare nello stesso istituto che frequentava prima di trasferirsi, quindi ha imparato a conoscere le gioie dell’essere pendolari); adesso, però, gran parte dei sacrifici sta per terminare.
Adelchi la aiuta a superare questo periodo un po’ strano, certamente difficile. Anche lui ha perso un genitore, li unisce quindi un legame particolare: i due ragazzi sanno cosa vuol dire soffrire, sanno quanto la vita può essere ingiusta. Lo sanno e si tengono compagnia.
Agnese è un po’ confusa, comunque il suo caratterino le permette di affrontare tutto ciò che accade di petto.
Ma suo padre non ha finito con le sorprese. Pochi giorni prima degli orali, si trasferisce per eseguire alcuni studi. Al suo posto arriva un uomo sui trentacinque anni, Marco Aleardi. È bello come il sole ad agosto ma è inavvicinabile; segreti oscuri minano il suo sorriso.
Agnese è coraggiosa, tenace. Ha il fuoco, in quel suo corpo minuto, esile. Difende ciò in cui crede con le unghie e con i denti. Marco rimane subito stregato da quella ragazzina. Anche Agnese lo guarda con fin troppo interesse. Entrambi sono testardi, non cedono presto.
Questa è una grande storia d’amore. Una grande storia d’amore che cresce piano, matura con calma.
Una storia d’amore che ha anche un po’ di nero, un risvolto oscuro. Una storia d’amore che non terminerà.
Virginia Bramati è un’ottima narratrice, è attenta ai dettagli e molto scrupolosa. Ci permette di entrare nel suo mondo, nella sua mente. Ce lo permette e noi ne siamo ben felici.
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