recensioni
Franco Rizzi, "... scrivimi"

…scrivimi
Franco Rizzi
La Paume, 2017
Franco Rizzi ha fatto quello che farei io se ne avessi i mezzi: ha aperto una sua casa editrice, La Paume, e si è pubblicato. Al contrario di molti, non trovo nulla di disdicevole in questo: se l’autore per primo non crede nella bontà del suo lavoro, chi deve crederci? Eppure, quando mi è arrivato per posta …scrivimi, non pensavo di avere fra le mani un libro così. Un libro bello.
Una narrazione d’altri tempi, intrisa di passione, dolcezza, romanticismo, ma anche realistica e cruda nel dipingere lo squallore di certe situazioni nelle quali ci troviamo nostro malgrado ingabbiati. Un racconto in cui la Storia con la esse maiuscola non fa da sfondo, è parte stessa degli eventi, eppure non ingombra ma, anzi, grazie al ritmo veloce e divulgativo, avvince e crea un tessuto unico con lo svolgersi della trama intrisa di sentimenti, di nostalgia, di sottigliezza psicologica.
Ambientato fra Livorno e Brooklyn – parrebbe liberamente ispirato a una storia vera - il romanzo vede svolgersi in parallelo le vicende storiche che hanno come protagonisti questi luoghi e, allo stesso tempo, le vite dei due personaggi principali, Nino e Maria Grazia. Essi s’incontrano a Livorno, passeggiano nei giardini della Fortezza Nuova, s’innamorano perdutamente l’uno dell’altra, bruciano di passione ma non hanno i mezzi per sposarsi. Allora lui parte in cerca di fortuna, lei rimane ad attendere le sue lettere e la possibilità di raggiungerlo in America. Ma il destino si mette di mezzo sotto forma di una malefica zia impicciona e i due saranno separati, dall’oceano, dal tempo, da matrimoni tristi e pieni di rimpianto per ciò che non è stato e poteva essere. Ma l’amore resta, cova come amarezza apparentemente immotivata, grigiore, sensazione di vita sprecata, di caduta ineluttabile verso ciò che non doveva essere, di prigione che si chiude alle spalle, che soffoca, che istupidisce. A riprova di “quanto poco”, come dice l’autore stesso, “l’uomo riesca a governare la propria vita”. Poi, però, la svolta, che non posso svelare.
Lo stile è asciutto, accattivante e poetico: “a volte Nino aveva l’impressione che i grattacieli spingessero il cielo sempre più lontano.” (pag 119)
Peccato solo per qualche rado refuso e qualche ripetizione di troppo. (E da livornese non posso perdonare a Rizzi di aver scritto cacciucco con quattro c invece di cinque.)
Mistero di sangue, Alessandro Biagini: un thriller raccontato con uno stile particolare

Mistero di sangue
Alessandro Biagini
Bibliotheca, 2017
Per le strade di Roma qualcuno gioca a uccidere. Ha una personalità malata, toglie la vita alle persone senza rimpianti né compassione. Lascia, dietro di sé, un po’ di zucchero e delle formiche senza testa. Si prende qualcosa, qualcosa di loro. Un trofeo di carne e dolore.
“Ho conservato la lingua della paziente senza nome perché nella mia vita tutti prima o poi hanno bisogno di cominciare una collezione. Figurine. Macchine. Scatole di fiammiferi. Cadaveri. Poi è toccato al bulbo oculare di Gianni il barbone. Al dito di Stefania la ragazza dell’università. Al piede di Kay la turista. All’orecchio del disegnatore senza nome. Alla mano del passante senza nome. Al naso di Juana. Ma il problema è che la mia scultura di carne morta non ha ancora preso forma. Forse manca qualcosa. Forse manchi tu.”
Patrick, è questo il suo nome, è un sociopatico, un individuo ai margini della società. Sapeva che avrebbe ucciso, lo sapeva fin da bambino; la sensazione di rubare un ultimo soffio vitale lo eccita, lo rende felice, lo fa sentire vivo.
Si muove quatto come un gatto, silenzioso e letale come una tarantola. Non c’è pace per chi lo trova nel suo cammino.
Le autorità non lo trovano; Roma è messa in ginocchio dall’apprensione. Tutti si chiedono, tremanti, chi sia il mostro della notte. A chi toccherà?
Qualcuno sa. Sa chi è il killer, certo, ma conosce anche il suo segreto. Lo conosce perché lo condivide.
Basta andare indietro nel tempo per capire, per unire i fili. Due bambini, una passione. Una devianza li fa pedalare nella stessa direzione. La stessa malsana voglia di uccidere. Lo stesso innato desiderio di morte. La stessa sete di sangue.
E cosa accade quando un killer è nelle tracce di un altro?
Il thriller di Alessandro Biagini è unico nel suo genere. Il suo stile, fatto di frasi spezzate, di paratassi, di concetti espressi in modo breve, conciso, in alcuni punti rende la lettura un po’ più pesante – paradossalmente – ma è valido.
Certo, chi ama i lunghi periodi – quelli dove quasi è necessario riprendere fiato ogni tanto – si troverà un po’ spaesato, tuttavia è un modo di scrivere giornalistico e chiaro.
Inoltre si tratta di qualcosa di nuovo – e questo non guasta mai, quasi mai.
Marcos Chicot, "L'assassinio di Socrate"

L’assassinio di Socrate
Marcos Chicot
Traduzione di Andrea Carlo Cappi
Salani Editore, 2017
pp 729
19,90
La guerra del Peloponneso che per più di trent’anni contrappose Sparta e Atene.
Il tramonto di Atene, dai gloriosi giorni di Pericle al declino.
La peste, l’oracolo di Delfi e quello di Olimpia, i giochi Olimpici.
E poi Pericle, Socrate, Euripide, Aristofane, Platone, Santippe, una carrellata di personaggi famosi, resi vivi e attuali ne L’assassinio di Socrate, del madrileno Marcos Chicot. A tutti gli effetti un romanzo storico, in gran parte basato su Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, ma anche su quasi cinquantamila pagine di documentazione. Oggigiorno si ha paura di dire pane al pane e si preferisce usare i termini thriller e giallo, che vanno tanto di moda fra i lettori di bocca buona. Se di giallo mai si trattasse, sarebbe incentrato su un omicidio non ancora commesso bensì da commettere.
L’impianto di conoscenze dispiegate in questo romanzo è ponderoso e impressionante, ben settecento pagine di battaglie, costruzioni, topografia, eventi storici. Grazie a Chicot rivivono l’arte della ceramica, l’architettura dell’Acropoli, l’alimentazione, gli abiti, le pestilenze, gli usi e costumi greci del V secolo a.c.. Se gli scrittori di romanzi storici possono peccare di pignoleria, L’assassinio di Socrate riesce, comunque, ad alternare capitoli descrittivi e didascalici ad altri squisitamente narrativi, catturando l’attenzione con personaggi ben disegnati, con una trama avvincente e con una bella atmosfera d’epoca.
Perseo si crede ateniese, discendente del ceramista Eurimaco. È nato con gli occhi talmente chiari da apparire trasparenti. In realtà è spartano, figlio di Deianira e del truce Aristone, il quale lo ha condannato a morte alla nascita e non sa che il bambino è stato, invece, salvato e portato ad Atene, dove è cresciuto forte e bello, fino a divenire un campione olimpico. Perseo è innamorato di Cassandra, figlia del drammaturgo Euripide e amica di Santippe, la moglie di Socrate. Perseo e Cassandra si amano profondamente fin da bambini, di quell’amore che dura tutta la vita.
Perseo è anche amico di Socrate, il pensatore che “sa di non sapere” e che si diverte a mettere in difficoltà saccenti concittadini, attirandosi molte inimicizie. Un’oscura profezia lega la possibile morte del filosofo proprio a Perseo, “l’uomo dallo sguardo più chiaro.”
Verità storica e finzione si fondono in un libro divulgativo ma anche cinematografico, un colossal che sposta eserciti e smuove sentimenti, con un paio di memorabili figure di cattivi. Aristone, in particolare, è talmente ben disegnato che, quando la moglie Deianira tenta di liberarsene, siamo tutti con lei.
Questo è uno di quei romanzi che piacciono a me, inutile dire che si è dovuto tradurlo dall’estero, nella fattispecie dallo spagnolo. Non si sa perché da noi sia impossibile, a parte i lavori di Pierluigi Curcio e di Sergio Costanzo, trovare dei romanzi così: di ampio respiro, di grande atmosfera, capaci di insegnare narrando e di farci immergere completamente in una trama e in un mondo secondario ricostruito nei minimi particolari.
Seguendo Chicot ci addentriamo lungo la via panatenaica, saliamo all’Acropoli per ammirare il frontone del tempio e le cariatidi dell’Eretteo, c’inoltriamo nel sepolcreto del Ceramico, partecipiamo alle Olimpiadi e a grandi battaglie terrestri e navali. Insomma, come afferma l’autore medesimo, qui non si assassina nessuno, qui non c’è nessun thriller, casomai si resuscitano personaggi e questa è la volta di Socrate.
Peccato solo che le settecento pagine siano funestate da troppi - incomprensibili dato il pregio della casa editrice – refusi ed errori tipografici.
Virginia Bramati, "Tutta colpa della mia impazienza" (e di un fiore appena sbocciato)

Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato)
Virginia Bramati
Edizioni Giunti, 2017
Agnese Treves ha diciannove anni e si sta preparando per gli esami di maturità.
La sua vita, nell’ultimo anno, ha subito una brusca virata. La mamma, insegnante di scuola superiore, è morta lasciando nel cuore della ragazza e del dottor Treves – suo padre, ricercatore medico capace e conosciuto – un grande vuoto. Dal centro di Milano, i due si sono trasferiti in una zona di provincia, in una zolla di terra sita quasi in piena campagna. Treves senior ha preso, infatti, una decisione importante: da rampante scienziato di città a medico condotto lontano dallo scintillante ambiente milanese. Forse, per una sorta di espiazione, sapere di essersi relegato in un angolo della Terra lo rende meno schiavo del dolore. In tutto ciò, però, non ha tenuto in considerazione la figlia.
Agnese, negli ultimi mesi, ha fatto l’abitudine alla solitudine, agli amici persi, al lungo tragitto da fare per la scuola (ha deciso di continuare nello stesso istituto che frequentava prima di trasferirsi, quindi ha imparato a conoscere le gioie dell’essere pendolari); adesso, però, gran parte dei sacrifici sta per terminare.
Adelchi la aiuta a superare questo periodo un po’ strano, certamente difficile. Anche lui ha perso un genitore, li unisce quindi un legame particolare: i due ragazzi sanno cosa vuol dire soffrire, sanno quanto la vita può essere ingiusta. Lo sanno e si tengono compagnia.
Agnese è un po’ confusa, comunque il suo caratterino le permette di affrontare tutto ciò che accade di petto.
Ma suo padre non ha finito con le sorprese. Pochi giorni prima degli orali, si trasferisce per eseguire alcuni studi. Al suo posto arriva un uomo sui trentacinque anni, Marco Aleardi. È bello come il sole ad agosto ma è inavvicinabile; segreti oscuri minano il suo sorriso.
Agnese è coraggiosa, tenace. Ha il fuoco, in quel suo corpo minuto, esile. Difende ciò in cui crede con le unghie e con i denti. Marco rimane subito stregato da quella ragazzina. Anche Agnese lo guarda con fin troppo interesse. Entrambi sono testardi, non cedono presto.
Questa è una grande storia d’amore. Una grande storia d’amore che cresce piano, matura con calma.
Una storia d’amore che ha anche un po’ di nero, un risvolto oscuro. Una storia d’amore che non terminerà.
Virginia Bramati è un’ottima narratrice, è attenta ai dettagli e molto scrupolosa. Ci permette di entrare nel suo mondo, nella sua mente. Ce lo permette e noi ne siamo ben felici.
Andrea Vivaldo, "Moby Prince, la notte dei fuochi"

Moby Prince la notte dei fuochi
Andrea Vivaldo
Becco Giallo, 2010
Primo saggio-inchiesta a fumetti in cui mi imbatto e che segnalo con molto piacere. Basato sul libro di Fedrighini che nel 2006 fece riaprire dopo 25 anni di silenzio e sentenze indegne il caso del Moby Prince, che non è uno tra i tanti incidenti marittimi della cronaca, bensì il più grande disastro della Marina Civile italiana ma soprattutto entra di diritto insieme ad Ustica nel novero dei "misteri italiani". La notte del 10 aprile 1991 il Moby Prince salpa dal porto di Livorno, rotta per Olbia. Ancora in rada urta la petroliera Agip Abruzzo che le riversa addosso cascate di petrolio (o nafta? Una delle tante cose mai chiarite) incendiandola. Da subito i soccorsi si muovono solo per la petroliera il cui equipaggio verrà tratto in salvo mentre i 140 tra passeggeri ed equipaggio del traghetto moriranno carbonizzati o asfissiati da ore di esalazione di monossido di carbonio. L'inchiesta chiusa frettolosamente in 11 giorni dirà che la nebbia e la negligenza del Comandante Chessa, che guardava la Juve in TV invece che pilotare il traghetto, hanno causato la tragedia. In realtà, a parte che filmati d'epoca mostrano una notte tersa, vi saranno in successione una serie di depistaggi e strani incidenti: scompare la scatola nera del Moby Prince, brucia a tre giorni dall'incidente il registro di bordo dell'Agip Abruzzo, non si conoscerà mai con esattezza il ruolo e il numero delle navi in rada quella notte né il ruolo della base americana di Camp Darby lì vicino. L'unico superstite, il mozzo, non darà mai una chiara versione dei fatti, è l'unica VHS integra di un passeggero ritrovata verrà manomessa. E su una di quelle navi indagava Ilaria Alpi che 3 anni dopo avrebbe trovato la morte in un attentato col collega Hrovatin in Somalia. Cosa è davvero successo quella notte e che connessioni ha con altri "misteri d'Italia"? Non lo sapremo mai temo, ma opere come questa servono soprattutto, oltre che a divulgare, a "tappare i buchi" di una giustizia e uno Stato assenti per troppo tempo.
J E. Douglas, Mark Olshaker, "Mindhunter"

Mindhunter
John E. Douglas Mark Olshaker
Longanesi, 2017
Saggio autobiografico che racconta vita ma soprattutto professione di John E. Douglas, uno dei primi “profiler” del FBI insieme a Robert Ressler. Alle loro figure si sono ispirati per serial quali “Mindhunter” o “Criminal minds” in quanto hanno letteralmente rivoluzionato il BAU (Behavioral Analysis Unit) da loro diretto per anni. Il libro si divide nettamente in due parti: la prima di 50-60 pagine, evitabilissima, che descrive la vita di Douglas prima di giungere al Bureau e che è però interessante per capire i meccanismi del mondo di lavoro americani, in quanto il più famoso Agente Speciale dei suoi tempi non si è mai laureato in psicologia o materie affini, è stato assunto solo perché aveva buone doti d'introspezione nelle menti altrui, e la seconda con la descrizione del suo lavoro e relativi casi di cronaca. Questo è il primo punto nevralgico che viene toccato da Douglas: egli infatti ammette che le sue doti, che gli consentono d'immedesimarsi in menti patologiche, sono le stesse che gli consentirebbero di fare del male se lo volesse. Il bene e il male sono spesso separati da una linea sottilissima ma soprattutto chi esercita il male a qualunque livello lo fa consapevolmente perché non può ignorare che le sue azioni procurano danno al prossimo. Da qui una visione molto “radicale” della punizione dei criminali favorevole alla pena di morte. Douglas ispirò anche la figura del capo di Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti e lui stesso narra che l’attore che doveva interpretarlo, Scott Glenn, democratico e contrario alla pena capitale, cambiò idea quando Douglas gli fece ascoltare il nastro di un’adolescente registrata dai suoi torturatori mentre la seviziavano con pinze e martello. L’audio pare sia la prova del nove per capire quanto una giovane recluta sia adatta a sopportare il lavoro. Il libro, pur non crogiolandosi nella crudezza e nella pornografia della violenza, dà una sconcertante e agghiacciante panoramica di ciò che certi individui sono stati in grado di fare ad altri esseri umani nel corso dei decenni e questo è un altro suo punto forte: se il lettore non lo aveva fatto prima, con certe descrizioni perde definitivamente l’innocenza. Esistono là fuori un mucchio di persone che traggono piacere dal controllare altri esseri umani, psicologicamente o fisicamente, fino a ridurli a veri o propri schiavi o ad ucciderli o mutilarli nel copro o nell’animo. E la maggior parte di loro sono ovviamente insospettabili, sennò non farebbero tante vittime. Se leggere il libro e cercare sui motori di ricerca i casi descritti è straziante, è assai disturbante fare la conta del numero di casi mai risolto e degli assassini attualmente a piede libero in mezzo mondo. Poco per cui stare allegri. Altro punto a favore del libro è che Douglas accumulò così tanta conoscenza sui serial killer grazie alla brillante idea di andare ad intervistare coloro che ancora marcivano nelle prigioni di Stato in attesa della morte, naturale o procurata dal Governo. Insomma, costui è andato a sciropparsi ore e ore di crudeltà, efferatezze, ragionamenti da sociopatico, in alcuni casi vanterie da parte di questi individui che egli definisce sempre e solo in un modo: NULLITA’. Individui che nel nostro immaginario collettivo sono assurti al rango di mostri che turbano le nostre notti per gli scempi che hanno fatto delle vite umane che hanno troncato, uno su tutti Charles Manson le cui “gesta” ancora si ricordano, vengono definiti come nullità, in quanto se fossero qualcosa, se avessero una vita degna di essere vissuta, una dote, un talento, un briciolo di qualsiasi cosa li avvicini ad essere umani, non ricorrerebbero alla distruzione di vite altrui. Chi è crea, chi non è, distrugge, insomma. E’ consolatorio? Per me molto. Fa rivalutare anche il dolore che ci hanno inflitto piccoli esseri meschini che abbiamo incontrato nella nostra circoscritta realtà: paradossalmente loro cercano di annientare chi “è”, per cui occorre un ribaltamento di prospettiva sull’importanza che si dà a questi individui. In conclusione è un saggio che mi sento di consigliare solo a chi è davvero appassionato al tema delle scienze comportamentali, alla criminologia e ha abbastanza pelo sullo stomaco per tollerare le storie descritte, purtroppo tutte vere, anche quando paiono al limite dell’incredibile, non dimentichiamolo mai.
Alain Deneault, "La mediocrazia"

La mediocrazia
Alain Deneault
Neri Pozza, 2017
Un filosofo canadese espone, attraverso una serie di articoli precedentemente pubblicati su riviste e riuniti in questo saggio, la sue teoria di come i “mediocri” abbiano silenziosamente ma indubitabilmente preso il potere nel mondo cosiddetto civilizzato nell’ultimo secolo. I mediocri, beninteso, non sono coloro che stiracchiavano la sufficienza a scuola, sono invece coloro che mirano ad avere una società letteralmente “piallata” nelle esigenze e nelle competenze, in cui la cosiddetta gaussiana sia ridotta ad una curva a spillo in cui tutti ci ammassiamo volenti o nolenti. Burattini, fatti in serie, programmati, annullamento delle peculiarità, dei desideri, delle idiosincrasie o delle attitudini personali: questo richiede oggi il mondo, sia dello studio universitario, sia del lavoro. E per ottenerlo occorre ovviamente una collaborazione della politica che, osservando soprattutto i recenti risultati delle votazioni in tutto il globo, non ci offre un panorama confortante in merito a coloro che decidono per noi. Non siamo più persone, bensì’ “massa”, una specie di blob informe che deve adattarsi al recipiente in cui viene stipato. Essendo il libro una raccolta di articoli, ognuno potrà trovare il campo in cui ha potuto sperimentare la mediocrazia sulla propria pelle: chi ha cercato recentemente di inserirsi nel mondo del lavoro si sarà reso conto che anche ad un misero impiegato del catasto viene chiesta “alta competitività” (ma per cosa?), “capacità di lavorare in squadra” (fortuna che lo chiedono, sia mai che il chirurgo decida di iniziare l’intervento prima che arrivi l’anestesista), “ottime capacità relazionali” (anche qui, che ti aspettavi? Che sfanculassi tutti i clienti?). Se sei onesto, cooperativo in senso umano oltre che produttivo (e chi ha lavorato in ambienti numerosi sa quanto la competitività stronchi il lavoro rendendo l’ufficio un inferno) non gliene può fregare di meno a nessuno. E fino a qui credo che molti possano trovarsi d’accordo, non sono nemmeno novità, vengono solamente evidenziate molto bene. Purtroppo il saggio di Denault qui raggiunge il suo apice e anche la sua morte perché la sua “analisi”, basata fondamentalmente su fatti politici e di cronaca canadesi e francesi e quindi relativamente poco conosciuti, si arena mostrando tre fondamentali e macroscopici difetti.
1 Critica ferocemente il ‘900 in quanto secolo che ha permesso ai mediocri di prendere il potere, ma non solo non spiega bene “come” ma sembra dimenticarsi che quello stesso secolo è stato il calderone da cui sono scaturiti le più importanti conquiste sociali per l’uomo: suffragio universale, diritto di uguaglianza tra sessi e etnie. Non mi pare poco.
2 Le motivazioni di Denault, consapevolmente o meno, scorrono sul filo del complottismo: BigPharma, poteri forti nell’ombra, Premier “spinti” da oscure entità finanziarie e bancarie. Una mente un po’ troppo fervida potrebbe interpretare in maniera disastrosa certe affermazioni, senza porsi i dubbi del caso.
3 Quali soluzioni allo sfascio imminente? E non è una domanda retorica, chiedo perché Denault si dimentica proprio di proporne, eccetto un generico “sta al singolo opporsi al sistema”. Ah beh. Se poi il singolo soccombe e resta magari senza lavoro per essersi opposto pazienza, sarà una vittima sacrificabile. Un po’ “mediocre come ragionamento”
In definitiva un’idea interessante che arranca sia per la struttura stessa del libro, slegata e frammentaria, con troppi riferimenti ad una politica nazionale (quella canadese), sia per i motivi sopraelencati. Aggiungo che per un cittadino italiano medio è francamente incomprensibile come uno dei Paesi più vivibili al mondo quale è il Canada possa essere descritto come mediocre, noioso o asservito a delle logiche economiche o politiche al limite della sopportazione. Sarà pur vero, ma per sicurezza inviterei Monsieur Denault a vivere un anno in Italia, magari il prossimo libro sarà “La Pessimocrazia”.
Hector German Oesterheld e Francisco Solano, "L'eternauta" e "L'eternauta il ritorno"

L'eternauta e L'eternauta il ritorno
Hector German Oesterhel e Francisco Solano Lopez
Edizione originale 1957-59
Settima rilettura per il primo da 12 anni a questa parte e prima del sequel. L'Eternauta è un capolavoro e non del fumetto, ma della Letteratura mondiale. Attraverso una storia che solo superficialmente può essere incasellata nella fantascienza, narra un futuro distopico per il 1957 (anno dell'inizio della pubblicazione a puntate) ma che sarebbe divenuto realtà il 24 marzo 1976 con l'inizio della sanguinosa dittatura Argentina e che l'anno successivo vide il nome di Oesterheld tra quelli dei desaparecidos e quelli di quasi tutta la sua famiglia, figlie e nipoti compresi, nel lungo elenco dei morti assassinati dal regime o dei minori sottratti alle famiglie e affidati altrove. L'Eternauta compare una sera di agosto sulla sedia dello studio di Oesterheld, ritratto ma mai chiamato col suo nome, e narra gli eventi che, nel 1963, anno ancora a venire, ha già vissuto. Un'invasione aliena, cominciata con una neve letale al solo tocco che ha devastato Buenos Aires, costringe lui e i suoi amici da una vita ad unirsi alle milizie per combattere gli spietati invasori, i "loro". In realtà "loro" vengono sempre e solo nominati ma mai graficamente rappresentati: chi distrugge, uccide e organizza la guerriglia sono i "mano" (kor nell'altra traduzione) che comandano a distanza i giganteschi gurbos e i famelici cascarudos. I mano, popolo amante della bellezza, sono stati sottomessi dai Loro che ne hanno distrutto il pianeta e si definiscono gli schiavi peggiori perché dominati dalla paura, la quale può ucciderli nel momento in cui tentano di ribellarsi ai loro dominatori. I protagonisti incontrano nemici e avventure di ogni tipo, la grandezza della storia risiede proprio nell'incrollabile speranza che resta sempre accesa nei loro cuori nonostante ogni azione degli umani si riveli un fallimento, speranza che consente loro di perseverare e combattere per la salvezza umana. Metafora di una situazione politica tesa che portava già ai tempi della scrittura del fumetto i semi velenosi che sarebbero germogliati 15 anni più tardi, eppure dopo 60 anni l'Eternauta ancora stupisce per come ha "predetto" non solo il golpe, non solo il raccapricciante metodo di rastrellamento delle persone negli stadi, ma anche per come ha colto una certa involuzione dell'umanità che oggi vediamo chiaramente, fatta di manipolazione da parte dei mass-media, scarsa cooperazione tra esseri umani (concetto poi ripreso mirabilmente da Watchmen) per il mantenimento di un buon livello di vita per tutti e della conservazione del pianeta, diffidenza tra gli oppressi, entità che tendono a controllarci e annientarci nell'oscurità tramite loro emanazioni. Grande delusione invece per il secondo capitolo che perde quasi tutto il fascino della storia originale, trasformata a mio parere in un vero fumettone di avventura con non poche incongruenze, salti logici e una durezza e amoralita del protagonista che francamente stride con il capitolo precedente.
Don Robertson, "L'uomo autentico"

L'uomo autentico
Don Robertson
Nutrimenti, 2016
Più che dalle parti della periferia americana qui siamo ai confini dell'umanitá come coordinate. Tutti abbiamo presenti quelle dolci vecchine con la crocchia grigio-violetta e le rosee gote che trascorrono interi pomeriggi a sfornare crostate ai mirtilli e gli anziani che a tutto possono rinunciare fuorché alla salutare corsetta mattutina per tenersi in forma. In questo libro però non ci sono. I protagonisti sono tutti vecchi ma discretamente decrepiti, pieni di acciacchi i cui sintomi vengono descritti in tutta la loro miseria. Inoltre fanno un sacco di sesso, cosa che destabilizza non poco la visione edulcorata e patinata della terza età di cui noi ingenui occidentali ci facciamo spesso latori, visione secondo cui anziani e bimbi sono come gli angeli. In questo romanzo i vecchi non fanno manco sesso bensì scopano, chiavano, fottono, magari con cinquantenni discinte che si fanno fare sveltine in un vano lavanderia, o si fanno masturbare da ottuagenarie amanti dei film porno. È già abbastanza nauseante, sì? Allora non proseguite. Perché il fulcro della storia è Hermann, settantenne con la prostata a pezzi, che attende che sua moglie Edna, ridotta ad un cranio a palla di biliardo con le vene in evidenza, si faccia portare via dal cancro o dalla chemio, purché la sua agonia cessi. Prima che ciò accada la donna gli svela un segreto: Billy, l'unico figlio che hanno avuto, morto adolescente dopo anni di stenti causati dalla meningite spinale, non era suo figlio biologico. Mentre lui tradiva la moglie, nel rispetto dello stereotipo del camionista, con chiunque, lei lo ha fatto solo con un altro uomo, partorendo poi il frutto dell'atto immorale. Quando la moglie spira, Hermann si rende conto che della sua vita prossima alla fine gli resta solo un pugno di giorni di cui non sa nemmeno bene cosa fare. Tutto ciò che ricorda, per cui ha vissuto, pianto o gioito erano menzogne o illusioni. Ripercorrendo la propria vita con i ricordi si rende conto della sua totale insensatezza. Ma ha un'illuminazione: non è la vita ad essere priva di senso, siamo noi che non abbiamo il libro delle istruzioni. Decide quindi di scriverlo lui, usando il piombo al posto dell'inchiostro e la pelle umana al posto della carta. Si spalancano quindi le ultime inattese 30 pagine che fanno capire al lettore perché questo scrittore sia tanto amato da King che lo ritiene il migliore in assoluto. Prosa scarna, linguaggio infarcito di volgarità e similitudini scatologiche rendono questo romanzo non adatto a tutti, soprattutto per l'inevitabile senso di vuoto e inutilità che si percepiscono lungo l'intera narrazione. Si può non condividere il punto di vista ma occorre arrendersi alla verosimiglianza della storia.
Francesco Gazzé: il sentimento come ragion di scrivere
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Il terzo uomo sulla luna
Francesco Gazzè
Baldini, Castoldi , Dalai, 2002
C’è un’acuta distanza (quasi totale, cioè irreversibile o giù di lì) fra i sentimenti e il mondo attuale… Al punto che ognuno di noi (se fosse onesto) si dovrebbe inquisire schiettamente, sottoponendosi magari a un discorsetto accusatorio tipo questo: “Dove finisce la televisione e dove comincia la mia identità? Ahimè, non resta più alcun confine di riconoscimento…”.
Chi lo sa: probabilmente, peggiorando in circolo (e continuando quindi, previa tv, a involversi dai sentimenti alle pulsioni, dall’intelligenza alla scimmia) la razza dominante del nostro pianeta ritornerà, spiritualmente parlando, allo stato selvaggio e brado, da umana che era.
E nel frattempo, l’arte che fa? Non ci salva? Sfortunatamente no, accidenti! Dal momento che, complice ancora il piccolo schermo, è ormai decaduta a cabaret, rivestendosi forse di motti arguti, ma anche di sfondoni assortiti, veicolati da un italiano, drasticamente ridotto al rango degradato di dialetto nazionale, buono per tutte le ignoranze e sgrammaticature.
Certo, per fermare il collasso, ci vorrebbe qualcuno in vena e in grado di dare l’esempio. Sì! Ecco la soluzione! Qualcuno ci vuole, che scriva e rifletta. Qualcuno che, discosto dalla massa e dalla tv, abbia una ricezione infallibile del cuore in genere e non delle emittenti varie.
Qualcuno, insomma, come Francesco Gazzè.
Dunque… fratello e paroliere com’è di Max il cantante e musicista, il Francesco in questione ha esordito in proprio nel campo della prosa, pubblicando nel 2002 (per i tipi della casa editrice Baldini&Castoldi, in seguito ribattezzatasi Baldini Castoldi Dalai) un volume di racconti, suggestivi e corti: Il terzo uomo sulla luna.
Che dire mai di quest’opera prima, che non ha mancato, naturalmente, di riscuotere lettori e commenti lusinghieri?
Beh per cominciare, non soffre d’illusioni Francesco Gazzè; anzi i dolori, appresi dalla vita, gl’insegnano a valutare (se non “auscultare”, addirittura) desideri, angosce, perplessità: la sua voce è composta d’inflessioni melodiche e, attraverso le pagine del libro, s’articola secondo le direttive di una salda ironia analitica, pronta a sublimarsi in acume poetico. Utilizzarlo (nell’attimo di un foglio, nel volgere di un libro) per catturare la libertà (dell’immaginazione) e farne sentimento, è facilissimo per l’autore. Egli sottrae alla forza isterica del giorno, della vita corrente e d’ordinanza la propria indole d’artista, aggira l’esuberanza maligna di pene e ansietà (che sono energia, adrenalina del dolore) per librare nella dimensione estatica della fantasia, fiabe d’incanto.
Mai sovrastate dall’affanno, quelle emozioni di pura leggerezza irradiate dal suo animo trovano respiro in novelle delicate e lievi, in tenui parole e trame carezzevoli che indulgono, talvolta, all’ariosa ecletticità del sogno.
Balza l’inchiostro da un racconto all’altro formando personaggi azioni ambienti, mentre nasce la pagina, come una lega metallica, dal miscuglio di lettere e bianco.
I segni e le pause rispettano i confini di storie fluenti e testi brevilinei che, senza cedere alla verbosità (ma con l’aiuto, nondimeno, di armoniose volute sintattiche), illustrano malinconia, gioia e dubbio.
Quindi sentimenti multiformi che, trasfigurati dall’ironia onnipresente, diventano profezia d’amore e riscatto umano, impreziosiscono il tessuto letterario di queste novelle e, intanto, sogni attraversano rapiti lo spazio di carta, per mutare in musica le parole e allietare le pagine con melodie narrative, pervase di sole.
Un sole inconfutabile che non splende a vanvera e, al contrario, sa illuminare (con cognizione di causa) la bravura di Francesco Gazzè, scrittore ben diverso da quelli che, discutibilmente, trascorrono la propria esistenza – intera ed effettiva – alla ricerca ossessionata d’interviste o trasmissioni, da cui lasciarsi ritrarre nell’atto retorico (persino narcisistico) di sproloquiare, di soffrire, d’incensarsi.
No: Gazzè si mostra, e dimostra, individuo di tutt’altro stampo e identità. Prova ne sia che, ne Il terzo uomo sulla luna – distinguendosi senza tregua o sosta da coloro (forse gli scrittori suddetti, per l’appunto!) che spesso raccolgono frasi, periodi e complementi in organismi grammaticali incapaci di poesia – trionfa, impeccabile e sincero, nel compito di “imprimere” corpo e consistenza a sistemi di parole, che ora si presentano a forma di nostalgia, ora di sorriso, ora di filosofia. Quella ad esempio, birichina e suadente, che dando segni d’ironia, impregna – “impastandolo” di sé – il brano intitolato Prima del gong:
“Assalito ovunque dalle sue farine, il giovane fornaio era tutto bianco come Pulcinella. Impastava energico la prima luce del giorno affondandoci le dita e il peso del corpo, colpendo l’impasto chiaro con gli schiaffi e poi lisciandolo sul palmo della mano quasi pentito, per trarre da esso qualcosa di buono, una forma. […] Anche una piccola radio portatile prendeva parte al lavoro [...] Sempre accesa sulla mensola più in alto [...] sancì, quella volta, la fine del mondo: per mezzo di una voce senza suono, lo speaker annunciò, interrompendo una nota trasmissione di musica leggera, che il pianeta stava implodendo a causa di un improvviso vuoto d’aria formatosi intorno al suo centro, e che in quelle ore la crosta terrestre aveva già iniziato ad accartocciarsi lentamente come la buccia di una pera marcia. Proclamava ciò in preda a una specie di terrore isterico che aumentò come una febbre a ogni parola. Riuscì comunque a precisare che i migliori geologi di ogni continente erano concordi nell’affermare con limitato margine di errore che all’intera umanità non restava più di mezza giornata prima della fine […] Il fornaio separò le mani dall’impasto, le avvolse in un panno asciutto prima di strofinarle davanti alla faccia come una mosca, andò alla finestra a controllare il panico che intanto s’era impossessato delle poche persone già sveglie in città. Se ne aggiunsero altre, e lui le osservò per l’intera mattinata affannarsi a realizzare subito sogni che tenevano chissà da quanto tempo incalcati nelle membra. Tutti insieme, in fretta, di corsa, alla rinfusa… prima del gong! […]”.
Lo si può inevitabilmente constatare: attraverso la “parabola” del fornaio, il racconto appena citato configura Francesco Gazzè come attento e minuto osservatore delle piccole cose, ch’egli delinea e traccia con snella incisività, manifestando un talento notevole di cronista “accorato”, superlativamente preso a studiare i contorni e il nucleo della realtà, per “rigovernarli in codice” con l’intervento e l’appoggio della fantasia.
Insomma, si cede quasi alla tentazione di vederlo – il nostro autore – come perennemente affacciato ad una finestra china sulla vita: sì, eccolo mentre (bloccandosi nel pieno raggio della finestra aperta) s’impone allo sguardo dell’aria e cerca di essere la pupilla del vento, per scoprire così gli uomini nelle infinitesime particole dei gesti. Risultato eccellente e lirico: Gazzè riesce in questo modo ad avvolgere, nei propri occhi di narratore, la vicenda complessiva delle persone comuni e quotidiane, con tutte le loro ansie, egoismi e volatili euforie. Che sono, in ultima analisi, i sottomultipli delle ore.
Chiaro dunque come il suo libro, altro non sia che un’antologia di contenuti e sostanze variegate: so-stanze da pranzo, di cui il lettore deve cibarsi (masticando a fondo col cuore e la mente) per mitigare la notte reciproca, instauratasi – ormai da troppo – fra l’uomo e i sentimenti.
-di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)-
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