Silvia Greco, "Un'imprecisa cosa felice"
14 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

Un'imprecisa cosa felice
Silvia Greco
Hacca, 2017
"Perché la morte di quelli a cui vuoi bene già di per sè è una gran brutta bestia che ti afferra alla gola e ti sbrana fin nelle viscere, ti dimezza il respiro e ti porta giù fino all'inferno degli abbandonati. Figuriamoci se chi muore lo fa in un modo ridicolo, grottesco, assurdo come dovrebbe succedere solo nei cartoni animati, dove poi nessuno muore davvero".
Questo viene detto nel prologo dopo la poesia di Pessoa da cui proviene il titolo del romanzo. Difficile ravvisare la felicità, per quanto imprecisa e sfocata con premesse simili. Infatti in questo romanzo, una favola delicata e tenera dove ci sono giornate in cui "il cielo era uno spettacolo di azzurro e di cotone, l'aria faceva il solletico al naso e il mondo fuori sapeva di promesse", non è un inno alla gioia, un elogio della speranza. No. E' la storia di Marta e Nino, due ragazzi a cui la morte ha strappato due affetti in maniera abbastanza ridicola, degna dei Darwin Award, tanto che rievocare gli incidenti è alquanto imbarazzante e sulle loro spalle, oltre al dolore del lutto mai del tutto superato, sono rimaste sul groppone due famiglie discretamente disfunzionali e dei comportamenti un po' bizzarri, vuoi perché Marta è una piccola ribelle, vuoi perché Nino non ha un grande quoziente intellettivo. I due cercheranno di dare una svolta alle loro vite in modo da imporre loro una direzione e risolvere i problemi quotidiani e, esattamente come un lettore NON si aspetterebbe, niente va come dovrebbe. Nulla di tragico accade, o meglio nulla di più tragico di quanto già non sia accaduto, semplicemente la vita fa ciò che fa con tutti noi, va per la sua strada senza perdere troppo tempo a chiederci il permesso o se ci sta deludendo o scombinando i nostri piani. Eppure nessuno di questi imprevisti o fallimenti è davvero triste o doloroso: la poesia di questo piccolo romanzo è proprio la leggerezza con cui tutto viene accolto, dai protagonisti e dal lettore, perché la vita è una teoria di eventi tragicomici, a volte si ride, altre si piange, il problema è che quando entriamo nella seconda fase ci dimentichiamo completamente della prima e perseveriamo scioccamente a percorrere tunnel bui e lacrimosi. Invece esiste sempre una persona, un'idea o un fatterello che può far sbocciare di nuovo un sorriso, che sia una signora attempata e dagli amori facili, un lavoro da reinventare o delle casse di derrate alimentari lasciate incustodite. Questo libro è come quel raggio di luce solitaria che filtra la mattina e che ti regala in un attimo la forza di alzarti e affrontare una giornata densa di impegni. Menzione al nome del cane, il più geniale dopo quello del film "Il Grande Cocomero". Consigliato davvero a tutti
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