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recensioni

Stefano Corbetta, "Le coccinelle non hanno paura"

26 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le coccinelle non hanno paura

Stefano Corbetta

Morellini, 2017

 

Se dovessi definire la scrittura di questo libro direi semplicemente che è scritto con grazia. E lo dico nonostante il mio pregiudizio iniziale quando lessi il soggetto del libro che mi allontanò dalla sua lettura istintivamente appena ne sentii parlare. Ma, come mi ha giustamente risposto lo stesso Stefano Corbetta, l'argomento era quello e non si poteva fare diversamente. E ha ragione. Perché la vita stessa è così, ti impone un soggetto e tu non puoi cambiarlo solo perché a te non garba. Per cui capita che sposi un violento buono a nulla e poi conosci l'amore della tua vita un fine settimana in trasferta per perderlo per sempre, o pensi di avere una vita soddisfacente per poi scoprire che non ti è mai appartenuta e decidi di piantarla così di punto in bianco per andare a fare l'eremita. Oppure come a Teo, il protagonista, che proprio quando scopre di avere ancora tanto da fare, da dire, da dare al mondo scopre anche di avere poche settimane di vita: le restanti gliele ha vinte a testa o croce un tumore al cervello inattaccabile e incontrastabile. Così è la vita. E allora che fai? Te la togli tu prima per non darle soddisfazione? Ti rinchiudi in una campana di vetro, ti metti a piangere con tutti quelli che ti conoscono, speri nel miracolo? Sono tutte risposte possibili ma nessuna viene attuata da Teo. Una delle caratteristiche di questo romanzo che mi ha colpito favorevolmente è proprio la sua mancanza di risposte falsamente consolatorie. Teo continua a vivere come sa fare, come ha sempre fatto, non spera nel colpo di scena, la fine è nota, nonostante tutto lui continua a registrare le scene di vita che maggiormente lo colpiscono come se fossero scatti fotografici e archiviarli nel suo cervello come un hard disk che nessuno visionerà mai. Eppure in un contesto apparentemente così statico e inerte Teo vivrà la sua ultima avventura incrociando il destino di due persone e avendo come unico indizio una fotografia, la grande passione della sua vita. Alla fine la nostra vita si risolve in un'unica ricetta: portare a compimento delle cose prima di morire, nel bene e nel male, senza che da queste scaturisca chissà quale significato universale o un senso recondito. E qui occorre il coraggio delle coccinelle, come gli spiega un giovanissimo fotografo: non avere paura di nulla, nemmeno della vita che sta per finire e perseverare. Il finale non è né banale né scontato e tantomeno melenso e questo è un'ulteriore nota di merito allo scrittore. È a suo modo un finale aperto ma ... io vi suggerisco di buttare un occhio al parabrezza di Luca. Così come suggerisco caldamente di leggere questo sorprendente esordio.

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Davide Enia, "Appunti per un naufragio"

25 Agosto 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

APPUNTI PER UN NAUFRAGIO

 Davide Enia

Sellerio, 2017

 

L'incipit è micidiale, spiazzante:

 

«A Lampedusa un pescatore mi aveva detto: “Sai che pesce è tornato? Le spigole.”

Poi si era addumàto una sigaretta e se l'era svampata tutta in silenzio.

“E sai perché le spigole sono tornate in mare? Sai di cosa si nutrono le spigole? Ecco”

 

Perché le spigole si cibano di cadaveri in decomposizione. In questo caso, dei corpi di coloro che, dentro la massa di poveri cristi che dalla punta nord dell'Africa tentano la fortuna attraversando il Mediterraneo sino alla punta sud dell'Europa, non ce l'hanno fatta.

Di questo parla (e, come vedremo, di tanto altro) l'ultimo libro di Davide Enia, attore, scrittore di testi teatrali, regista operistico, telecronista occasionale per la Gialappa's, reporter, articolista e, sopra ogni altra cosa, grande romanziere, già autore tra l'altro del romanzo capitale Così in terra (la cui lettura mai mi stancherò di consigliare) tradotto in 18 lingue!

Andando per classificazioni, già da subito sorge la difficoltà di definire Appunti per un naufragio: spacciato sbrigativamente per romanzo è forse altro e di più. Rientra a pieno titolo in una nuova forma di narrativa a suo tempo teorizzata dai Wu Ming (che la sostenevano inaugurata dal Gomorra di Saviano), la cui cifra è uno stile a collage capace di accostare parti letterarie a sezioni documentali, autobiografismi, narrazioni impersonali e via dicendo.

Si potrebbe forse ricorrere alla neo-categoria di autofiction, coniata da Gianluigi Simonetti sullo scorso inserto culturale del Sole 24 Ore. Eppure ci pare che anche questa definizione vada stretta al tipo di ibridazione da cui è costituito il libro in questione, soprattutto perché, almeno all'apparenza, ne risulta piuttosto carente la parte finzionale vera e propria, visto che parliamo di un testo che si propone di essere quanto più fedele possibile alla realtà che racconta (forse potremmo spingerci a dire: che registra). Ed è qui che risiede la sua forza.

Senz'altro però - ricorrendo a un'aggettivazione critica da terza pagina - possiamo definirlo un libro necessario. Se non altro perché tratta di uno dei più grandi temi che investano la storia e la politica attuali, nonché le nostre vite quotidiane: ovvero, come già accennavamo, l'esodo di massa di migranti specificamente verso Lampedusa. E lo fa sapientemente.

Quello che Enia cerca è un approccio non ideologico. Si pone nei panni di chi vuol scoprire e sapere, non di chi intenda vedere riconfermati in loco giudizi preformati a distanza (e dunque...  pregiudizi).

Lo si capisce sin dall'inizio, da una delle figure con cui si apre questo romanzo anomalo: un sommozzatore dal fisico monumentale, proveniente dal Nord-Italia, che per tradizione famigliare e convincimenti personali professa la sua adesione a una destra politica anche estrema, il quale tuttavia, lì, sul campo, perde ogni impostazione e sovrastruttura mentale e si limita a eseguire il compito che gli è stato assegnato: salvare vite. Ma non in maniera meccanica e freddamente professionale: salva vite, strappa questi ragazzi perlopiù africani da morte certa scientemente e con grande trasporto emotivo, fino a sentirsi lacerato nel profondo al ricordo di quando un soccorso non abbia avuto successo. Senza chiedersi neppure per un attimo se tutto ciò sia coerente con le proprie idee di base.

Perché di questo si tratta: l'umanità che Enia ci mostra non gode del privilegio di poter dissertare comodamente sui social e dentro ai bar su che cosa sia giusto fare e come sia giusto comportarsi in determinate situazioni. La popolazione di Lampedusa, come tutti gli organi istituzionali preposti al salvataggio e all'accoglienza degli arrivi, dentro quelle situazioni c'è, con tutte le scarpe, senza la possibilità di tirarsi indietro o di avere tempo per ragionamenti capziosi. E la risposta che tutti costoro danno è molto semplice e precedente a ogni dibattito culturale o socio-politico: di fronte a chi implora aiuto, glielo forniscono, senza indietreggiare di un passo. È un'umanità spoglia, pura, empatica, immediatamente reattiva, quella che la penna di Enia ci restituisce.

 

«Esistono due istinti, solo che uno protegge l'altro: il proteggersi e l'aiutare il prossimo. Perché anche quello di aiutare è un istinto. La paura del diverso, di quello che non conosci, qualunque cosa essa sia, umano, animale, naturale, è normale. E se la superi la prima volta probabilmente non ti si ripresenterà più. O, almeno, ogni volta che ti si ripresenterà, avrai tempi di reazione sempre minori per superarla.» (p. 37)

 

Non c'è tempo per teorie da talk show, qua c'è giusto lo spazio d'azione per praticare un aiuto emergenziale, che è, per prima cosa - risalendo alle origini stesse dell'uomo - aiuto tra simili.

Sotto il profilo contenutistico, le descrizioni sono vive, palpitanti, dettagliate (Appunti per un naufragio è, tra le altre cose, anche un manuale preciso e imprescindibile di tali trasmigrazioni, sotto ogni loro aspetto). Esse ci portano a vivere per così dire in diretta le operazioni di sbarco o i soccorsi in alto mare, ma senza appiattimento cronachistico: il lettore si ritrova lì, sul posto, spalla a spalla con Davide, i volontari e gli addetti presenti sul posto. Anche grazie a una scrittura preziosa e allo stesso tempo fluida, nitida, ma puntualmente sostenuta dai rintocchi di un vocabolario palermitano che rende la prosa ancor più verace ed espressionistica.

La storia dei naufraghi e dei loro salvataggi ci consegna le tracce di un'umanità spicciola, feriale e, al tempo stesso, emblematica. Annotazioni minute entro cui prorompe l'immenso incanto della vita:

 

«Si stringevano alla coperta termica. Una bambina cominciò a giocarci: era diventata un mantello che, colpito dal sole, creava scaglie di luce. Un altro piccirìddo era talmente stanco che si sedette a terra, appoggiandosi con le spalle al muretto del molo e, chiudendo gli occhi, si addormentò.» (p.45)

 

Un afflato di speranza, di vita recuperata in extremis che contrasta con gli stupri subiti durante o prima delle traversate dalle giovani donne presenti, le agonie, i corpicini esanimi dei neonati, l'intera ecatombe di questi disperati, che Enia espone anche brutalmente.

La vita e la morte, come sempre, in un gioco perenne e beffardo di cui sovente non sembriamo che ininfluenti pedine:

 

«cosa vuoi che gliene fotta alla Storia della tua, della mia, della nostra percezione? La Storia sta già determinando il corso del mondo, tracciando il futuro, modificando strutturalmente il presente. È un movimento inarrestabile.» (p.21)

 

All'interno della narrazione di quell'evento epocale, che è l'immigrazione di massa come la conosciamo da decenni a questa parte, si inserisce un fitto amarcord (ma meglio sarebbe dire un marricuaiddu) di momenti spesso toccanti della vita di Enia ragazzo e bambino: la prima drastica lezione di nuoto, la malattia dell'amato zio Beppe e il suo inesorabile decorso, un recuperato rapporto col padre Francesco, le gite da giovanotto, l'amore quale sostegno irrinunciabile, una fumetteria frequentata assiduamente da adolescente nel centro di Palermo, la prima tazzina di caffè, i telefoni a gettoni. Ogni tassello concorre a un mosaico armonico, la cui visione d'insieme restituisce un'apertura alla vita senza remore, per quanto assurda e travolgente essa si possa manifestare. Come nel passo in cui un sub, dopo la spaventosa moria avvenuta il 3 ottobre del 2013, rifiuta di calarsi nuovamente in mare. Fino a che, preso coraggio, anni dopo si tuffa nuovamente proprio laddove tanti corpi senza vita emersero e riaffondarono, e quel che trova è sempre e comunque un tripudio vitalistico, quasi del tutto immemore dell'immane tragedia umana ivi consumatasi:

 

«La prima volta c'erano solo i cadaveri, oggi invece il mare ha trasformato tutto. Ho visto un superamento della morte. Un ritorno della vita, ecco.» (p.198)

 

I migranti come estraneità e rispecchiamento di noi stessi e della nostra società, la cui fragilità il loro arrivo sa mettere in così seria crisi:

 

«E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l'Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi». (p.146)

 

Che vi piaccia o meno, gli individui che, dopo mille sconsolanti peripezie, approdano sulle nostre coste, non rappresentano semplicemente un'emergenza contingente, bensì il futuro che ci attende, e di cui loro e i loro figli saranno in gran parte partecipi. Perché, come già scriveva Joyce: Strangers are contemporary posterity.

 

Dati del libro:

Autore: Davide Enia

Titolo: Appunti per un naufragio

Anno di pubblicazione: 2017

Editore: Sellerio

Pagine: 216

EAN: 9788838936579

Cartaceo: 5,00 euro

E-book: 9,99 euro

 

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Helen Humphreys, "Cani selvaggi"

24 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Cani Selvaggi

Helen Humpreys

2007

Siamo dalle parti del Nord America rurale, quella provincia profonda e abbandonata a se stessa, vittima principale di questa crisi globale, di cui poco si parla. La prima metà del libro, quella che mi ha convinto meno, è lasciata al racconto di Alice sotto forma di un lungo monologo a “Tu”, il cui nome, Rachel, viene svelato nella seconda metà del romanzo, la biologa con cui ha intrecciato una relazione sentimentale ed erotica molto sensuale e appassionata. Alice e Rachel, insieme a Jamie, Lily, Walter e Malcolm, si incontrano a margine del bosco ogni sera per cercare di rintracciare i loro cani, più il lupo di Rachel, che sono misteriosamente fuggiti e vivono come animali selvatici. E’ accaduto così, di punto in bianco, e l’inizio della storia in medias res non ci fornisce una valida spiegazione. Da un punto di vista prettamente razionale l’intreccio così come è non regge: la fuga dei cani rappresenta qualcosa di metaforico e la scrittrice ce lo rivela nella prima pagina: “L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di questi è il mio.” Questo è stato il primo motivo di perplessità: a mio parere uno scrittore dovrebbe lasciare al lettore il piacere di immaginare e scegliere sottotesti e simbolismi secondo la propria sensibilità, e non il contrario. La metafora cani/amore peraltro non mi è sembrata aderire perfettamente a quanto poi accade nella storia, personalmente l’ho associata più alla vita non vissuta, ai desideri abbandonati e alle aspirazioni non seguite, considerato che i sei narratori che si avvicendano sono tutte persone con una vita al limite del disagio economico, sociale e psichico. La prima parte in cui ad Alice spetta il compito di raccontarci la storia per intero dal suo punto di vista è stata per me gravata da questo intollerabile amore ossessivo e intrusivo per Rachel, sottolineato da una serie di immagini erotiche patinate di corpi che si uniscono, gemiti, sussurri, palmi di mani sudati che si appoggiano su incavi interscapolari, adornate e adombrate dai di lei dubbi sulla vera natura di questo rapporto: “Tu”, futura Rachel, sembra avere un atteggiamento ambiguo, a tratti manipolatore e bugiardo, come se nascondesse qualcosa. Nella seconda parte la medesima storia viene lasciata al punto di vista degli altri cinque partecipanti alle ronde notturne e qui si disvela la penna della Humphreys che, con poche pagine a disposizione per ogni personaggio, riesce a fare emergere intere vite allo sbando, esistenze apparentemente adeguate ma che nascondono, come le cicatrici sotto una maglia, storie di malattia psichiatrica mal curata, sofferenza fisica, violenza e incomprensioni familiari, vecchiaia nella solitudine dei propri affetti più cari. La storia a mio parere è più distesa, il lirismo della scrittura della Humphreys, anche poetessa, si amalgama meglio col registro narrativo del romanzo e ci conduce al finale che non chiude le porte alla speranza ricordandoci che “Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un cane che torna a casa.”. A noi la scelta.

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Paolo Ghezzi, "Pupi Avati - Sotto le stelle di un film"

23 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghezzi
Pupi Avati - Sotto le stelle di un film
Il Margine, 2008 – Euro 16 – Pag. 180
www.il-margine.it – editrice@il-margine.it

 

Il Margine è un editore di Trento che fa bene il suo mestiere, non abdicando al ruolo culturale e pubblicando piccoli libri agili e utili di saggistica popolare e divulgativa. Pupi Avati - Sotto le stelle di un film è una sorta di libro - confessione che Paolo Ghezzi raccoglie dialogando di cinema con i fratelli Avati,  dalle prime incerte prove dei tempi di Thomas e Balsamus, fino a Gli amici del Bar Margherita, al tempo ancora in lavorazione. Il libro ha avuto ben due edizioni: agosto e novembre 2008, ed è ancora molto attuale e interessante, nonostante lo stesso Avati abbia voluto scrivere in tempi più recenti una corposa autobiografia (La grande invenzione, euro 18 - Rizzoli 2013, dal 2014 anche in economica BUR).

Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), figlio di un antiquario bolognese e fratello del produttore Antonio, si chiamerebbe Giuseppe ma da sempre porta quel nomignolo affettuoso che - da buon bugiardo - ha tentato di spiegare in modi diversi. Il suo sogno sarebbe quello di diventare jazzista, ma Lucio Dalla fa naufragare le speranze del futuro regista, depresso dalla bravura come clarinettista dell’amico, che entra a far parte della stesa band. Pupi abbandona sconfortato, ma il ricordo del jazz, torna spesso sotto forma di cinema e di miniserie televisive, a dimostrazione che un grande amore non si scorda mai. Nella vita di Pupi Avati c’è anche un lavoro come rappresentante Findus, ma di indimenticabile resta il cinema, un amore eterno, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come 8 ½  che indicano la strada da percorrere. I primi due film sono Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas (Gli indemoniati) (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome viene rivelato soltanto dopo la morte. Avati scrive anche la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pierpaolo Pasolini, per la quale viene pagato ma non accreditato. Cifra stilistica dei primi lavori sono - per dirla con Roberto Poppi - grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate. Prime commedie in carriera che lasciano il segno: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1974) e Bordella (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti… tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1978). Il vero capolavoro giovanile è La casa dalle finestre che ridono, horror padano di una sorprendente originalità, scritto dal fratello Antonio e interpretato da un ispirato Lino Capolicchio. Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, centra l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Il suo cinema parla per lui, sembra realizzato da una squadra di registi, tanta è la varietà di idee che costella sua carriera. Tratto unitario è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore. Ben vengano libri come Sotto le stelle di un film che ci portano a conoscere un nostro grande cineasta negli anfratti più reconditi della sua intimità.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

 

 

 

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"Fondamenta degli incurabili" di Josif Brodskij

22 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Nel 1989, su invito del Consorzio Venezia Nuova, Josif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, scrisse Fondamenta degli incurabili, libro difficilmente catalogabile, a mio personale avviso una lunga dichiarazione d’amore a Venezia sicuramente, ma anche una serie di riflessioni sulla vita, il desiderio, l’amore, nonché un’occasione per raccontare delle drammatiche esperienze dell’autore come cittadino russo esiliato dopo la condanna per “parassitismo” (credo dovuta al fatto di essere un artista e come tale inutile alla società e non produttivo).  Il libro rigurgita di immagini poetiche che si incidono nella memoria e si fondono indissolubilmente con la Venezia che abbiamo visto o che, dopo il libro desidereremo ardentemente visitare almeno una volta. Venezia, città visitata ogni inverno per 17 anni dal poeta, che da città d’arte diventa luogo metafisico, si trasforma sotto i nostri occhi, di volta in volta in un servizio di porcellana “con tutte le sue cupole di zinco che somigliano a teiere, o tazzine capovolte”, in uno spartito musicale poggiato sui ponti e dispiegato sui canali, testimonianza eterna della più intima essenza umana che si manifesta secondo Brodskij proprio con i nostri manufatti. Domina il senso della vista, quale strumento principale per percepire la bellezza che Venezia ci regala in ogni angolo, con  frasi indimenticabili come “In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. (….) il corpo comincia a considerarsi semplicemente un veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e si contrae” o brani che ci riportano nelle malinconiche situazioni in cui presenziano gli specchi, opachi per l’anonimato dei troppi corpi riflessi negli alberghi della città, stanchi delle promiscuità dei visitatori tanto da rifiutarsi di restituire loro un’identità,  “riluttanti per avarizia o impotenza”. E in questo bellissimo poema trova lo spazio per una punta di sarcasmo su quanto Venezia sia inusitatamente cara, la narrazione diventa prosa vera e propria nella descrizione di un pomeriggio imbarazzante con Susan Sontag e la moglie di Ezra Pound, la quale come un disco rotto si affanna a convincere gli intellettuali che incontra dell’estraneità del marito alle accuse di fascismo. Subito dopo torna all’elogio della città al tramonto, perché tutte le città al tramonto sono meravigliose ma alcune lo sono più di altre, della sua luce invernale che rende l’occhio ancora più sensibile alla percezione e noi ci lasciamo cullare dalla dolcezza crepuscolare di una città unica al mondo, certamente malinconica e decadente ma anche musa ispiratrice di opere mirabili ed eterno scrigno di bellezza.

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"Il giardino dei fiori segreti" di Cristina Caboni: un viaggio floreale nel mondo delle due gemelle

21 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Il giardino dei fiori segreti

Cristina Caboni

 

Garzanti, 2016

 

Creato insieme dall’uomo e dalla natura, il giardino è un luogo affascinante sul quale si è scritto fin dalle epoche più remote, e continua ancora oggi a essere fonte di meraviglia, riflessione, scoperta. Ma per chi lo coltiva o lo frequenta è ben più che un luogo: è un compagno, un amante fedele, un amico sincero.”

 

Iris abita ad Amsterdam e lavora per un giornale che si occupa di giardinaggio, di fiori – suo grande amore. Determinata e tenace, sta ancora cercando il suo posto nel mondo. L’unica cosa di cui si ritiene certa – senza alcun dubbio – è che la sua carriera deve ruotare intorno a piante e fiori: sono la sua vita, il senso per ogni sua giornata e per ogni suo sorriso. Quando il suo capo le offre un posto a tempo indeterminato in cambio di un articolo, lei non si lascia pregare; tempo di fare il biglietto ed è a Londra: la mostra floreale più grande del mondo la attende. Non avvisa nemmeno suo papà della partenza: così presa da agitazione ed eccitazione, non vede l’ora di vedere quel pezzo sul giornale e il contratto sulla sua scrivania.

Viola è forte, un po’ chiusa. Certamente riservata. Abita con la madre. I suoi successi accademici sono impareggiabili e la sua mente è sempre, perennemente in subbuglio. Sente che qualcosa, nel suo passato, non torna: la madre non ama parlare del tempo che fu, non vuole immergersi nei ricordi; lei, dal canto suo, non insiste. Rimane così, a metà tra l’essere confusa e l’essere incompleta. Ad attendere. Ama i fiori, le composizioni le vengono naturali. Preda di sentimenti forti e emozioni incontenibili, è dipendente da quei colori e quei profumi. Anche lei va alla grande mostra floreale londinese.

Si incontrano. Si perdono di nuovo. Tuttavia, malgrado si vedano solo per un secondo, capiscono.

Capiscono tanto e in poco tempo... capiscono che qualcosa nel loro passato è stato celato, che i silenzi vissuti hanno un significato, che gli errori vengono fatti soprattutto da chi non ha scelta, da chi si sente in gabbia. E capiscono anche molto di più: sono due Donati, il loro destino è già scritto.

 

“«Perché è quello che abbiamo sempre fatto noi Donati. Giardini, aiuole, composizioni. Strappavano sospiri, riempivano di emozione e di gioia. Erano famosi ovunque, i fiori dei Donati. In un modo o in un altro ci siamo avvicinati istintivamente alla terra, e l’abbiamo nutrita, coltivata, servita.»”

 

Iris e Viola infatti sono gemelle. Omozigote. Hanno gli stessi occhi, le stesse labbra. La stessa forma del naso. E lo stesso grande, immenso amore per i fiori e le piante.

Divise da bambine, riunite da adulte. Ci vuole il destino perché talvolta tutti i pezzi del puzzle tornino al proprio posto, perché tutto abbia un senso, finalmente. E il destino di Viola e Iris le mette dinanzi alla verità in modo secco, senza chiedere tempo – perché la verità non chiede sconti né rimandi.

Hanno comunque molta strada da fare, per giungere al perdono.

Questa è la storia di un giardino magico, in una grande villa. È un giardino speciale, e ha bisogno delle gemelle per rifiorire.

Questa è la storia di un segreto tenuto nascosto per lunghi anni. Quanto è difficile rivelare qualcosa dopo vent’anni? Quanto è complicato mostrarsi senza maschere, senza inganni?

Questa è una storia di una morte ingiusta – quando mai la morte è giusta? – e di un dovere fatto affinché almeno il ricordo non muoia, non venga contaminato.

Questa è una storia d’amore e di odio, di bugie e di verità. Di anime messe a morte e di cuori infranti. Di fiori e colori ma anche di nero – il nero del dolore profondo, del lutto, del senso di perdita.

Ma, soprattutto, è una storia che racconta di una magia, la magia dell’amore.

 

Era amore, quello che vedeva. Quel dare con speranza e fiducia, quel donarsi completamente e prendersi cura senza pretese era una forma d’amore.”

 

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"Il mulino sulla Floss" di George Eliot

20 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Quando studiammo letteratura inglese dell'800 al liceo chissà perché glissammo su questa autrice e i suoi romanzi. Si, perché George Eliot era solo lo pseudonimo che Mary Ann Evans usava per farsi pubblicare (come le sorelle Brönte, George Sand ecc.) essendo lei una donna dell’epoca vittoriana. Diciamo che questo romanzo potremmo anche liquidarlo scopiazzando da Wikipedia e dicendo che è uno scritto che rappresenta molto bene l'immobilità della società inglese dell'epoca (è stato scritto nel 1860), a suo modo critica ferocemente l'ipocrisia che imperava in quella medesima società, e rispecchia certamente la tumultuosa vita sentimentale della scrittrice, che per una ventina di anni convisse con un uomo sposato come amante ufficiale con una discreta accettazione da parte di chi sapeva (tutti), ma paradossalmente fu linciata viva quando alla di lui morte, ormai donna matura, si sposò con un uomo di 20 anni più giovane (i toy boy già c'erano, non si è inventato nulla come al solito) e celibe, a proposito di ipocrisia. Ma per me c'è qualcosa di più. Tanto per iniziare mi ha colpito che alcune fonti lo inseriscano tra i romanzi di formazione, etichetta che stride col fatto che Maggie, la protagonista, non impara un bel nulla da tutte le sue disavventure e persevera in quel suo assurdo e aberrante bisogno di amare senza riserve ed essere amata, con la differenza che, mentre la prima cosa le riesce fin troppo bene con tutte le nefaste conseguenze che le procura, la seconda resta, ahimè, una chimera: Maggie non verrà mai realmente riamata se non dal padre ma al modo di un padre vittoriano, ovvero con obblighi, costrizioni e rinunce. La brama di Maggie di avere conferme su se stessa soverchierà anche la sua fantasia sfrenata, il suo volere andare contro le convenzioni e il suo amore per i libri sorretto da un'intelligenza vivace: è una ragazza in epoca vittoriana, il suo destino è già scritto e non contiene il verbo "studiare", nonostante suo fratello Tom, amato alla follia, sia un somaro a cui il diritto allo studio sia garantito. La nostra fanciulla così "selvaggia" sarà vittima prima di un amore tenero e sincero a cui dovrà rinunciare per motivi di famiglia e poi sarà vittima di un uomo disonesto, già impegnato con la cugina, che la trascinerà in un vortice scandaloso grazie ad una innocua gita che si tramuta ben presto in motivo di disonore per la ragazza, poi allontanata definitivamente dalla famiglia. Ciò che di questo romanzo mi ha lasciato un retrogusto amaro è stata una riflessione proprio su Maggie, personaggio perfettamente calato nella sua realtà vittoriana, fatta di abnegazione alla famiglia, a certi doveri di facciata, a delle regole che, pur non appartenendole, deve rispettare non avendo altra scelta. Ma esistono ancora delle Maggie al giorno d'oggi? Esistono ancora donne che sacrificano le loro passioni in nome di codici di una società non troppo evoluta, che pensano che l'unico scopo di vivere sia essere amate o comunque provarci elargendo quantità di amore ininterrotto anche su chi non lo merita nella speranza di essere considerate "brave ragazze" o comunque "integrate", "a posto"? L'angoscia che mi è venuta da questa lettura scaturisce dalla risposta secondo cui sì, ne esistono ancora, e non è un numero esiguo. A conferma che un classico è un libro che non hai mai finito da dire ciò che ha da dire.

 

 

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Stefano Colli, "La diaspora del senso"

18 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

La diaspora del senso

Stefano Colli

 

Edizioni Helicon, 2017

pp 78

11,00

 

Ancora un altro poeta, ancora un’altra silloge, La diaspora del tempo, di Stefano Colli, scritta con estrema fluidità e semplicità. Poesie non ermetiche, suddivise in tre sezioni, la prima dedicata allo scrivere versi, la seconda agli orrori della storia odierna, la terza più intima e personale.

Le liriche di Colli non rinunciano mai a soffermarsi su di sè, sull’atto stesso del poetare, sul parto delle sillabe, che è irrinunciabile, consolatorio ma spesso inutile. L'autore dialoga con Alda Merini, con Dino Campana, i riferimenti classici sono espliciti e voluti, quel non chiedere la parola di montaliana memoria ci impone di riflettere su cosa serva poetare, se debba o meno essere legato alla vita: “perché non hanno un pubblico i poeti?/se i versi non si aprono alla vita/e il poetare è questione di castelli privi di un ponte levatoio? E ancora: Un giorno senza versi è come vivere una seconda morte.

Se scrivere parole è gesto intimo, personale, liberatorio, è comunque anche un ponte, un occhio sulla realtà che ci circonda, come i naufragi nel mediterraneo, come i paesi distrutti dal terremoto o dalla guerra. Così lo scrivere assomiglia al tradurre, non da un altro mondo ma da questo, non da un iperuranio ma dalla bruta realtà che ci circonda, fatta di scene terribili, del piccolo Aylan arenato su una spiaggia, di sofferenza ma anche di una natura distaccata, a volte matrigna, sempre contemplativa e da contemplare, una natura alla quale ispirarsi per raggiungere una sorta d’indifferenza che ci protegga dal dolore. C’è un vano tentativo di comprensione, subito abbandonato a causa della diaspora del senso, che coincide con la perdita di umanità in generale ma anche con la solitudine e incomunicabilità del singolo. Il male del mondo - gli occhi dei bambini vittime della guerra - non si può redimere, il dolore sarebbe forse un poco lenito dall’amore, servirebbe il sorriso di una donna, ma anche quello ormai è negato, lei è lontana, fisicamente o moralmente, e scrivere diventa il surrogato di amare.  

Lo stile è molto scorrevole e misurato, alcuni versi, però, denotano poco sforzo e potrebbero, con maggiore approfondimento, risultare meno banali, come , ad esempio “all’ineffabile angoscia del nulla”. Non basta usare parole poetiche e indefinite, come notte, luna, stelle o mare, per ottenere i risultati di Leopardi. Forse, la cosa più interessante di questa raccolta è proprio, come dicevamo prima, quel rimasticare versi già digeriti di un comune patrimonio poetico: Venne la morte e aveva occhi di follia, piegandoli ad esprimere l’indicibile orrore di momenti come l’11 settembre, anch’essi, non casualmente, parte di una storia che ci accomuna tutti.  

Ci sono però picchi di splendore in alcune poesie, sia sociali che introspettive, come in Ragazza di Kobane e  Surrogato di amare, di cui riportiamo alcuni versi.

 

Ogni mattina pregherò per rivedere

quel bagliore nello sguardo di ragazzi

ignari del tempo che impiega

una sigaretta a consumarsi, lenta

tra le rovine di una città assediata

E la vita che scorre, indomita

Con il fumo confuso tra i capelli

E in tasca soltanto la speranza. (Da Ragazza di Kobane)

 

***

Esposti a questo strano vento

di un ottobre malato, si levano

i tuoi capelli verso il cielo grigio

come storni impauriti

in cerca di una timida gioia.

Riempio il bianco della pagina

solo per sopravvivere, ma so

che stasera scrivere

può essere soltanto il surrogato di amare. (Da Surrogato di amare)

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Lorenza Ghinelli, "Almeno il cane è un tipo a posto"

17 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Lorenza Ghinelli

Almeno il cane è un tipo a posto

Rizzoli Best Bur , 2015– Euro 11,50 – Pag. 270

 

Galeotta Festambiente, località Rispescia, dalle parti di Grosseto, dove incontro il libro e ritengo che sia adatto per mia figlia, che ha soltanto undici anni. In realtà, mi accorgo quasi subito, per lei è un po’ complesso, l’età giusta per leggere il romanzo sarebbe dai 13 anni in poi, senza un limite estremo, ché va bene pure per un adulto. Poco male, ci sono abituato a leggere libri ad alta voce, mi piace pure, finisce che poco per volta glielo leggo io e lei mi aiuta; dopo aver letto tutto Roald Dahl, faccio il bis, e Lorenza Ghinelli mica ci sfigura.  Almeno il cane è un tipo a posto è un romanzo appassionante, scritto con stile impeccabile, rapido e guizzante; ci si appassiona alle vicende che si svolgono in un palazzo e vedono impegnati adulti immaturi, adolescenti nerd, bambini che scrivono un diario, vicini di casa insoliti e bulletti da strapazzo. Tutti tipi strani costellano il romanzo di Lorenza, a parte il cane come dice il titolo, ma la particolarità - complessa e originale al tempo stesso - sta nella bravura che l’autrice dimostra nel gestire le diverse prime persone. Il romanzo, infatti, è tutto narrato in prima persona, ma ogni capitolo rappresenta la voce di un diverso narratore, e la storia si sviluppa tenendo conto di molti punti di vista. Non è per niente facile, soprattutto farlo in questo modo, cioè rendendo il romanzo godibile e fresco, in modo tale che anche una bambina di undici anni si entusiasma e pretende prima possibile una nuova lettura. Tra le pagine del libro c’è tutto quel che serve per far appassionare un adolescente, un preadolescente e pure un vecchietto come me che ha sospeso la rilettura di Proust per leggere a voce alta un bel romanzo per ragazzi. Troviamo il problema del bullismo, l’omosessualità femminile, i pregiudizi di ogni tipo, i ragazzini smanettoni, i rapporti familiari precari tra genitori in odor di divorzio e figli che soffrono, due fratelli che si odiano e che si amano. Insomma, personaggi ben descritti, mai monodimensionali, che ti fanno parteggiare per loro e stare in ansia per le sorti dei più deboli. Persino i bulli non sono cattivi tout court, perché il personaggio di Vito - picchiato e vessato da un padre ubriacone - presenta le sue brave giustificazioni per un comportamento deviato ed è comunque capace di sentimenti. Il mio personaggio preferito è Margot che avrebbe meritato un romanzo epistolare a parte, perché il diario di Margot è esilarante, in una parola racconta il mondo visto da una ragazzina di undici anni. Magari ho dato un’idea a Lorenza. Dimenticavo, non è il primo romanzo che leggo della Ghinelli, conobbi la sua scrittura e mi accorsi delle sue grandi capacità sfogliando un dattiloscritto che subito dopo pubblicai con Il Foglio Letterario. Un milione di anni fa, credo. Quel libro si chiamava Il divoratore, poi Lorenza è stata finalista al Premio Strega e adesso pubblica con Rizzoli. Insomma, di acqua sotto i ponti ne è passata, non invano, per fortuna. Mi fa piacere pensare di aver contribuito - anche se in maniera piccolissima - a far sbocciare un talento della narrativa italiana contemporanea. Nessuno me ne darà merito, lo so, ma intanto consiglio questo romanzo, tra i più straordinari e intensi che abbia letto negli ultimi anni. Dramma, noir, commedia, disagio sociale, troverete di tutto. E non ve ne pentirete.

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Antonella Di Martino, "Una famiglia bellissima"

14 Agosto 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni

 

 

 

Una famiglia bellissima

Antonella di Martino

 

Eclissi, 2016

 

 

 

Che cos'è la normalità?

È un ideale inarrivabile. Un modello fornitoci dalla società imperante, al quale essa ci chiede di attenerci pur sapendo che, per forma, peso, attitudini, costumi, vizi mentali, personalità nessuno mai vi riesca a rientrare perfettamente.

Per di più la normalità è soggetta a continui cambiamenti, che, pur lentissimi, sembrano proporre una riedizione del vecchio paradosso di Achille e la tartaruga, in cui l'individuo fa una fatica ulteriore a raggiungere e acconguagliarsi alla norma prefissata per via dei seppur minimi spostamenti di questa sempre un po' più in là.

Ecco, la normalità, come la si accetti o come la si rifugga sono i temi centrali dell'interessante romanzo della Di Martino Una famiglia bellissima, edito da Eclissi.

L'autrice lavora sui cliché, nel tentativo di scardinarli piuttosto che di confermarli. A cominciare dal capofamiglia, un alto-borghese illuminato che detesta razzismo e arretratezze culturali ma che, nel volgere del testo, si dimostrerà forse ancora più retrivo di coloro che a parole stigmatizza (questo ci ricorda per esempio l'alta moralità di quel manipolo di intellettuali progressisti, in pubblico sostenitori indefessi dell'immigrazione di massa, che tuttavia alzarono le barricate in tutta fretta non appena fu anche solo ventilata la possibilità di dirottare alcuni richiedenti asilo presso un albergo di Capalbio, loro consueto comune dorato ritrovo…).

Il pater familias Ottaviano si sforza di salvaguardare con ogni mezzo l'immagine perfetta che il proprio nucleo familiare trasmette all'esterno: belli, ricchi, realizzati, colti, dotati di buon gusto, lui, la moglie e il figlio adolescente Massimiliano vivono in una grande villa, attorniati da tutti i comfort. Ma, com'è facile prevedere in questi casi, il quadretto da spot della Barilla comincia a scricchiolare sinistramente sin dalle prime pagine.

Questo perché la famiglia Oderico nasconde qualcosa. Il classico scheletro nell'armadio? Quasi, solo che qui non si tratta di un armadio, bensì di un bunker hi-tech nascosto nel seminterrato della villa, e lo scheletro ha ancora attaccati alle ossa muscoli, tendini, organi vari e cute, a sua volta interamente ricoperta di una fitta peluria rossiccia.

Eh sì, chi si agita nei sotterranei di casa è in realtà un freak in piena regola, ossia un anormale: in altre parole, ciò che c'è di più lontano dalla norma costituita. È per questo che, in barba ai proclami liberal, viene tenuto segregato, lontano dagli occhi del mondo, come un segreto di cui vergognarsi.

C'è da dire che in questo romanzo, nonostante le apparenze, nessuno in realtà è normale in senso stretto: non lo è Jamal, amico e coetaneo di Massimiliano, a causa delle origini nordafricane che lo rendono in qualche modo estraneo al contesto in cui vive, non lo è la nonna, che per l'età l'assetto sociale tende a relegare ai propri margini, non lo è la madre, ipersensibile e facile ai cali depressivi, men che meno lo è Ottaviano, che occulta fatti imbarazzanti collegati sia al passato della famiglia d'origine che al suo patrimonio genetico.

Ottaviano Oderico pretende che tutti quanti recitino la propria parte, secondo un copione ipocrita e socialmente accettabile, eppure non è l'unico a voler rientrare così ossessivamente entro le convenzioni dettate dalla società. Anche il mostro rinchiuso nella cantina della bella villa anela a una vita qualunque. Perché la normalità, oltre a essere quella fonte di stress e di senso di inadeguatezza cui si accennava all'inizio, rappresenta nondimeno quel traguardo cui tutti o quasi, che lo ammettano o meno, sotto sotto ambiscono: anche il rivoluzionario, anche l'anarchico, anche il globe trotter, anche l'anticonformista ripudiano lo status quo borghese solo fino a che non verrà loro concesso di condividerne comodità e privilegi.

E infatti il povero ipertricotico di famiglia (il cui genere sessuale e il cui grado di parentela con gli altri protagonisti del romanzo qui non spoilereremo) non chiede di meglio che perdere quell'irsutismo che così bene lo identifica e lo rende speciale per diventare una persona qualsiasi, tanto anonima e banale da potersi tranquillamente confondere nella folla.

Ce la farà? Beh, per saperlo non vi resta che gustarvi questo romanzo scorrevole e di piacevolissima lettura...

 

DATI TECNICI:

Editore: Eclissi

Collana: I Dingo

Anno: 2016

EAN: 9788899505028

Pagine: 260 pp.

 

 

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