recensioni
Nadia Banaudi, "Vita e riavvita"

Vita e riavvita
Nadia Banaudi
Bookabook, 2017
pp 414
16,00
Il libro è capitato nelle mani sbagliate, perché altrove sarebbe forse apprezzato più di quanto possa fare la sottoscritta. Nel senso che la Banaudi è brava ma io non amo questa scrittura femminile dove succede sempre qualcosa che fa cambiare improvvisamente in meglio la situazione, dopodiché tutto sembra girare per il verso giusto e la vita si “riavvita”, riparte, anzi, viene rilanciata verso uno zuccheroso lieto fine. Peccato che nella realtà le cose non stiano per niente così, peccato che i cambiamenti, se ci sono, non avvengano in un attimo ma abbiano bisogno di lunghi periodi di decantazione e maturazione per potersi sviluppare, ammesso che si possa davvero cambiare, ammesso che ciò che siamo non ci perseguiti per sempre, ammesso che il binario morto sul quale siamo arenate non resti tale all’infinito.
La Banaudi somiglia a molte altre narratrici che parlano di rinascita muliebre (Musella, Masserotti, Fabbroni, Cabras), che disegnano donne sconfitte e depresse, capaci, come dicevamo, d'innescare la svolta cruciale. Nadia Banaudi, però, in Vita e riavvita ha senz’altro una marcia in più per come sa raccontare i sentimenti e le sfumature dell’animo e per quella gradevole struttura con la quale è stata in grado di legare un racconto all’altro – ché di cinque racconti lunghi trattasi.
Nella cornice di un bar si svolgono le vite delle protagoniste, alcune alle prese con problemi molto concreti, come il lavoro precario, il sovrappeso, la vedovanza, la gestazione. Le loro esistenze sono tracciate con tocchi veritieri e molta sensibilità: sappiamo cosa mangiano, come si vestono, quanto pesano, cosa leggono e che musica ascoltano. Sappiamo, soprattutto, cosa pensano e cosa provano. I moti del loro animo sono ben descritti, molto bella La storia di Sonia e Manuela, perfetta, commovente e coinvolgente l’immedesimazione con l’animo di una bambina infelice e abbandonata a se stessa.
Le situazioni descritte non sono mai indeterminate bensì concrete, il cibo, gli oggetti, le azioni sono piccole cose specifiche e quotidiane che fanno venire in mente Pascoli e Gozzano dei giorni nostri. In alcune storie, però, come in quella di Amalia e il gatto, il realismo diventa magico, trascolora in sogno e fantasia. I cinque racconti sono, a tutti gli effetti, cinque fiabe, dove la bacchetta magica c’è ma non si vede, scaturisce dal risveglio interiore.
Il fuoco della narrazione è interno ai personaggi ma si sposta in continuazione dall’uno all’altro. La Banaudi scrive bene, ha anche qualche trovata geniale, come la ragazzina che “di lavoro fa la bambina”. Dispiace, perciò, riscontrare un paio di svarioni che gli editor non hanno corretto. E i dialoghi a volte suonano artefatti, improbabili.
Nel complesso, un’autrice che ha da lavorare tanto per liberarsi di certe eccessive quotidianità, per rendersi più universale, per volare ancora più alto, ma che ha anche già un’ottima base dalla quale partire.
Nicholas H. Cosentino, "Vita e morte delle aragoste"

Vita e morte delle aragoste
Nicholas H. Cosentino
Voland, 2017
Si reperisce facilmente in rete un breve video di uno psichiatra americano che sostiene che il disagio è uno stimolo a crescere interiormente. Quando non stiamo bene, per qualsiasi motivo, di solito la tendenza è quella di cambiare i fattori che sono responsabili del nostro malessere, o almeno ci proviamo. Questa interessante teoria è affiancata ad una similitudine con l’aragosta, prelibato crostaceo il cui corpo molle e saporito cresce continuamente fino a non potere essere contenuto nel suo guscio o carapace o come cavolo si chiama, tanto da essere costretta a cicliche mute. Finché, immaginiamo, non muoia annegata in acqua salata, fredda o bollente. La vita e la morte delle aragoste è quindi intesa come medesima similitudine o metafora nel libro di Cosentino, fatto di rievocazioni in assoluto disordine cronologico dal 2005 ad oggi, frammentato in brevi aneddoti riportati da Antonio e che hanno come principale protagonista l’amico Vincenzo, noto Teapot (in inglese significa teiera) da quando a Londra un utensile di porcellana fiorita andò a frantumarsi contro una portiera di taxi evitandolo per un soffio. Antonio, spalla e un po’ succube di Vincenzo, quello che esercita un certo fascino su tutti, soprattutto sulle donne, soprattutto su quelle di cui Antonio si innamora ma che cede al suo amico per manifesta inferiorità. La gita scolastica delle medie in cui si conoscono (e iniziano a parlare della peculiarità delle aragoste, che Vincenzo non ha mai assaggiato), i viaggi, l’Università, i primi lavori, i lutti e gli attacchi di stalking dell’ex ragazza di Teapot vengono rievocati da Antonio con una malinconia evidente e giustificata dal fatto che lui e Vincenzo non sono più amici al momento della stesura del libro, così come viene esplicitato all’inizio. Vita e morte delle aragoste è un romanzo di (non) formazione o formazione sui generis dei trentenni odierni, precari anche negli affetti e che a differenza le aragoste forse non si arrendono a dovere mutare quel guscio che inevitabilmente li costringe. Fa capolino in un capitolo Marco, uno degli amici storici, che dietro la faccia di un ragazzo perbene e fidanzato nasconde una vita al limite del comprensibile, complicata da due donne e da una perenne indecisione su chi lasciare e chi sposare, proposte che alternativamente fa all’una o all’altra.
“Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare.”
Rilasciano i protagonisti di questo piccolo romanzo Voland? Credo che ogni lettore troverà una risposta diversa per ciascun protagonista. A mio parere non tutti rilasciano, c’è chi vive ancorato al passato rimpiangendolo o rivivendolo, c’è chi a suo modo arriva a frantumare il guscio per sopraggiunta crescita ormai incontenibile. Per alcuni è doloroso, per altri malinconico, ma forse il vero segnale della crescita interiore è tagliare i ponti con un passato che non ci contiene più. Non farlo potrebbe significare la morte per soffocamento dell’aragosta.
Ota Pavel, "Come ho incontrato i pesci"

Come ho incontrato i pesci
Ota Pavel
Keller, 2017
“Cento volte avrei voluto ammazzarmi, quando non ce la facevo più, ma non l’avevo mai fatto. Forse nell’inconscio desideravo baciare ancora una volta il fiume sulle labbra e prendere i pesci argentati. Era stata la pesca che mi aveva insegnato la pazienza e i ricordi mi aiutavano a vivere”.
In questo explicit è racchiuso tanto del senso del libro e della vita di Pavel, scrittore soprattutto di pezzi sportivi, ammalatosi ancora giovane di una malattia psichiatrica che lo segnò per diversi anni. La pesca è il filtro attraverso cui, con questo insieme di racconti, a tratti memoir, che formano un romanzo leggero, ilare in alcuni punti, struggente e malinconico in altri, Ota Pavel narra alcuni aneddoti della sua vita. Da bambino, quando il padre (un personaggio spassosissimo) quasi lo fa annegare per pescare qualche pesce in quanto lui non sa nuotare, al vuoto percepibile lasciato dalla narrazione durante la Seconda Guerra Mondiale, un vuoto causato dall’assenza della pesca, attività negata alla famiglia dello scrittore. La vita, la morte, la solidarietà, la crudeltà, l’allegria, il nonsense si nascondono dietro una scrittura stralunata e giocosa, affollata di nomi di pesci mai sentiti, aneddoti per cui è impossibile non ridere (come quello della gita in barca durante la quale, a causa della pioggia, invadono la tenda di due campeggiatori fidanzati e l’amico li fa cacciare perché, cercando spudoratamente di palpeggiare la donna, tocca le rotondità dell’uomo che non gradisce). Un libriccino che si legge con un unico, permanente sorriso sulle labbra, a volte un po’ più amaro, rivolto in parte anche a noi che pensavamo che mai avremmo letto con tanto piacere un libro che parla solo di racconti di pesca.
Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare AAVV - Davanti allo specchio Davide Camparsi - Tra cielo e terra

La memoria, come dice Proust, è un cassetto strano, è selettiva, conserva e ripropone solo quello che le fa piacere, a volte persino confonde date, persone ed eventi. Tutto segno del tempo che passa e noi lì a ricercare quelle madeleines del tempo passato che non torna, ma che pure è stato il tempo migliore della nostra vita. Ecco, tra gli incontri più belli che ho fatto nella mia vita c'è stato quello con i ragazzi - ormai cresciuti! - del Gruppo Rill, una conoscenza casuale, dovuta alla mia partecipazione al concorso per racconti fantastici, che celebra in questo periodo i 25 anni. Dopo quel racconto sono entrato a far parte della giuria, insieme a un sacco di nomi importanti, io, piccolo scrittore di provincia, con la esse minuscola, che quasi non si vede. Tra quei giurati mi fa piacere ricordare il grande Franco Cuomo, che non è più con noi, ma restano i suoi libri. Alberto Panicucci è il motore di Rill, infaticabile organizzatore di concorsi ed eventi, con il suo gruppo ha mandato avanti per anni una bella manifestazione ad Anagni, dove conobbi un altro compagno di viaggio che non è più con noi, il grande Luciano Comida. Ah, cominciano davvero a essere troppi gli amici scomparsi e non è un buon segno...
Dovevamo parlare di libri, che forse è meglio. Rill non è un editore, ma ogni anno pubblica un volume antologico con i vincitori del concorso, curato da Edoardo Cicchinelli e Francesco Ruffino, oltre al solito Panicucci. Il volume del 2017 è intitolato Davanti allo specchio, fa parte della collana Mondi Incantati, ed è stato presentato alla Fiera del Fumetto di Lucca, che ormai tutti chiamano Lucca Comics & Games Heroes. Nel volume troverete alcune perle del fantastico underground (ché in Italia il fantastico è solo underground! Chi lo pubblica?): Davanti allo specchio di Valentino Poppi, il vincitore del concorso che dà il titolo al libro, Quando gli animali parlavano di Davide Camparsi (autore straordinario), Questione di previdenza di Nicola Catellani, Il dolore del pianto di Nicola Filippi, A casa del Diavolo di Laura Silvestri, L'amico speciale di Giorgia Cappelletti. Completano il libro alcune opere internazionali, tratte dai gemellaggi del Trofeo Rill: Una strizzatina d'occhio e un sorriso di Gary Kuyper (Sud Africa), Fujino, Takane e Kanoko di Maria Antonia Martì Escayol (Spagna), La Morrigan di Stewart Horn (Regno Unito), Qualcosa di davvero orribile di Xanthe Knox (Australia), Per l'amor del Cielo di Robert O' Rourke (Irlanda). Infine troviamo le opere de La sfida, concorso parallelo al Rill, con lavori di Francesco Nucera, Alain Voudì, Giorgia Cappelletti ed Emiliano Angelini. Davvero un bel libro, al quale ognuno di voi lettori amanti del fantastico potete provare a partecipare, proponendo le vostre opere per il Rill 2018. Un autore molto valido scoperto dal Trofeo Rill è senz'altro Davide Camparsi, che esce con una pregevole antologia di racconti intitolata Tra cielo e terra, che raccoglie le cose migliori dell'autore veronese, nato nel 1970, in tema di narrativa fantastica breve. Camparsi ha vinto un sacco di premi, pure io sono rimasto incantato dalla sua prosa e da una fervida fantasia, che si ispira ai classici del fantastico, tanto da pubblicare un suo romanzo breve (Tre di nessuno, 2017) con Il Foglio Letterario. Tra cielo e terra si compone di dieci racconti nei quali il fantastico si confonde con il reale, quasi un real maravilloso, da lezione latinoamericana, ma anche un neorealismo magico alla Zavattini. Ricordo – per completezza di informazione – che Camparsi ha una pubblicazioni edita da Delos Digital: L’Angelo dell’Autunno (romanzo fantasy) e una da Dbooks.it: Di Carne, Acciaio e Dei (racconti di fantascienza). Bravo Camparsi, che meriterebbe un grande editore (esistono ancora?) e bravi i ragazzi (cresciuti) di Rill, che oltre tutto vendono i loro libri - eleganti, coloratissimi e ben stampati - a soli dieci euro. In tempi di crisi è un incentivo anche questo...
Gordiano Lupi
Nicola Ravera Rafaele, "Il senso della lotta"

Il senso della lotta
Nicola Ravera Rafaele
Fandango, 2017
Correre a giorni alterni, cuffiette alle orecchie, per stare soli con il proprio mondo interiore. Lo abbiamo fatto o lo facciamo in tanti, magari per tenerci in forma. Tommaso lo dichiara fin dalle prime righe del romanzo, lo fa per uscire dal suo stordimento quotidiano. Perché da 35 anni vive senza sapere nulla dei suoi genitori, appartenenti alle BR ed esuli a Parigi, che lo lasciarono ancora bambino dagli zii materni. Poi sono morti e a lui sono rimaste solo un sacco di domande inutili e senza risposta a cui pensa negli intervalli di una vita fatta di precariato lavorativo, affettivo e sociale. Ma un malore, che lo coglie a poche pagine dall’incipit, gli fa incontrare un medico che per il suo cognome, forse per i tratti del viso, gli rovescia addosso un macigno rivelandogli di avere conosciuto i genitori a Grenoble nel 1984. Peccato che i genitori siano ufficialmente morti, con tanto di certificato, l’anno prima. Tommaso, giornalista a contratto, non troppo convinto del suo lavoro, della sua donna, dei suoi genitori, e in definitiva di tutta la sua vita, inizia a lottare per realizzare il desiderio che ha sempre dovuto mettere da parte, conoscere la verità sulla sua famiglia biologica. E la trova nella seconda metà del libro. La trova non come la immaginavamo né noi lettori né lui, la trova triste, malinconica, rattoppata e crudele. La trova districandosi in una storia recente e ancora controversa dell’Italia, la trova tra le macerie di chi ha combattuto per la causa giusta ma nel modo sbagliato e adesso ha solo un grumo di rimpianti e rivendicazioni velenose da sputare in faccia a chi è venuto dopo e non ha voluto capire il baratro in cui saremmo sprofondati, la trova e non sa cosa farsene. Perché non ne trova il senso, perché anche se non ce l’aspettavamo così alla fine è uguale ad altre cento, mille storie già sentite di chi combatte per la giusta causa e poi la rigetta, la tradisce pur di salvare la pellaccia a cui teniamo tanto, perché è sempre così, combattono e rischiano quelli che ci credono davvero, i pesci piccoli, quelli che poi hanno tutto da perdere. Il senso lo ha trovato forse chi, tempo prima, aveva scritto un mediocre romanzetto noir in cui avevano trovato posto, tra le pieghe della finzione romanzesca, nomi e fatti troppo simili alla storia dei genitori di Tommaso. Perché come dice la Atwood, citata in esergo, una storia diventa tale quando la racconti a te stesso o a qualcun altro.
Enzo Palladini, "Dimmi chi era Recoba"

Enzo Palladini
Dimmi chi era Recoba
Edizioni Incontropiede, 2017
– Euro 14,50 – pag. 130
Edizioni Incontropiede ha un catalogo straordinario di opere sul calcio, unico editore in Italia a pubblicare libri sullo sport più popolare del mondo, siano romanzi, raccolte di racconti o biografie narrative. Adesso esce in libreria - ma cercatelo su Internet ché per i piccoli editori spesso la libreria resta un sogno - Dimmi chi era Recoba di Enzo Palladini, giornalista del Corriere dello Sport e dal 2002 di Premium Sport, che ha già pubblicato un’interessante guida calcistica di Lisbona e altri volumi a tema football. Il testo è introdotto da Massimo Paganin che ricorda le giocate del compagno di squadra paragonandole ai guizzi di un genio incompreso e ai movimenti di una Play Station. Recoba era genio e sregolatezza, come ogni campione, dotato di tecnica sopraffina rendeva grande la sua Inter quando era in forma e aveva voglia di giocare, la faceva precipitare nel baratro quando attraversava un periodo nero. Gli allenamenti non erano la sua passione, da buon latinoamericano preferiva il palleggio, lasciando la parte atletica ai portatori d’acqua, ma era un uruguagio e quindi lottava senza protestare per i falli subiti, anzi, se poteva, reagiva. La sua fortuna è stata quella di aver giocato in tempi che potevano prescindere dalla parte atletica, ché nel calcio di oggi sarebbe impossibile. Chino - questo il suo nomignolo, pronunciato Cino, alla spagnola - è entrato nella leggenda calcistica, come i Beatles in quella musicale, sembra ammiccare il titolo ispirato a una stupenda canzone degli Stadio. I problemi del calciatore sudamericano si chiamano squalifiche, infortuni, incomprensioni con allenatori, ma resterà in eterno un gioiello di casa Moratti. Il Presidente interista era il suo primo tifoso, sempre pronto a difenderlo, nonostante il sovrappeso, la poca forma fisica e la nomea ormai acquisita di fancazzista. Recoba e i suoi gol da centrocampo hanno segnato un’epoca, sono stati i primi anni Duemila nerazzurri, come il suo modo di mangiare assurdo, da campione che ignora le regole dietetiche ed è pronto a tutto, persino a falsificare un passaporto. La leyenda nacional si conclude il 31 marzo del 2016, al Parque Central di Montevideo, lo stadio del Nacional, nel corso di una serata di calcio, follia e spettacolo. Proprio come era Recoba. Enzo Palladini ricorda con passione e competenza la vita e le gesta del campione uruguagio, la sua esistenza scellerata, in agili capitoli che sembrano tanti racconti calcistici, aggiungendo tracce in appendice su Paco Casal (il procuratore del Chino), appunti sugli uruguagi in Italia e annotazioni sentimentali sul cuore del campione. Postfazione di Arcadio Ghiggia, per concludere che se il Chino si fosse allenato davvero, come dovrebbero fare i calciatori veri, avrebbe frequentato l’Olimpo del calcio per molti anni. Non l’ha fatto, anche perché se l’avesse fatto non sarebbe stato Recoba. Un libro da leggere, se amate del calcio, ancor più se - come me - siete interisti da tre generazioni.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo, "Uomo Faber"

Uomo Faber
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo
DeAgostini, 2017
Euro 19,90 – Pag. 112
Formato 210 X300, cartonato a colori
http://www.edizioninpe.it/product/uomo-faber/
Un libro che non mi potevo perdere. Fabrizio De André è stato il mito della mia adolescenza da umile figlio di operai, scoperto quasi per caso nel salotto buono di un amico ricco che ascoltava Lucio Battisti. Ricordo ancora le sue parole, mentre scorrevano le note di Non al denaro, non all’amore né al cielo - album stupendo ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Master -, parole indimenticabili, per quanto erano intrise di scarsa cultura letteraria: “Questo disco è troppo triste. Me l’hanno regalato. Lo tengo solo perché magari a qualcuno piace!”. Erano i tempi che s’invitavano gli amici a sentire lo stereo, erano i tempi che si facevano le feste danzanti in casa con le ragazzine e i compleanni senza affittare le sale. Erano i tempi in cui il massimo della musica melodica era Modugno, tanto tanto Morandi e Battisti, i vecchi ascoltavano ancora Claudio Villa. Grande rispetto, per carità. Ma quel disco emanava una potenza inarrivabile, era lontano anni luce dalla musica che si ascoltava in Italia nel 1975. Fu così che conobbi De André e la mia vita non fu più la stessa. Non sto esagerando, ché ancora oggi mi trovo a scrivere e a citare brani di sue canzoni accanto a frasi di Marcel Proust e di Cesare Pavese. Non c’è differenza, a mio parere. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo incontro tra me e il grande genovese cantore di Via del campo, subito dopo arrivarono La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Valzer per un amore, La città vecchia, Delitto di paese… e tutti gli altri. Ricordo d’un tratto mio padre: “Questo ce l’ha con tutti”. Era vero, papà, ce l’aveva con tutti, ce l’aveva con la vita, ce l’aveva con noi stessi, perché come Pasolini sapeva quel che saremmo diventati. Era un veggente, come tutti i poeti veri, fatti della stessa sostanza delle loro parole, come chi prova a vivere come le cose che dice. E poi hai dovuto cambiare opinione anche tu, prima di morire, pure se c’è voluto Andrea e quel sognante ritmo latino che tanto ti piaceva. Grande Fabrizio De André, quanto ci manchi, anche se ci sono rimaste le tue musiche, i tuoi testi intensi, i libri che scrivono a raffica sulla tua vita e sulle tue opere. Ecco, tra tutti i libri che ho letto su De André credo che Uomo Faber sia quello che al cantautore genovese sarebbe piaciuto di più, perché non segue una consequenzialità logica, ma è onirico e fantastico, proprio come la sua musica. Testi ispirati di Càlzia che si rifanno al repertorio artistico di De André ripercorrendo fasi della sua vita, inserendo incontri, brani di canzoni, personaggi, episodi tristi e felici. Il rapporto padre - figlio (costante della vita di De André) è sviscerato fino in fondo, in versione figlio e in versione genitore, con tutte le difficoltà che lo caratterizzano. Si finisce per capirci solo quando non ci siamo più, solo quando siamo morti, sembra dire l’autore. Ivo Milazzo - tra l’altro creatore di Ken Parker - mette al servizio del racconto tutta la sua arte grafica, a base di acquerelli pittorici e di suggestivi bianco e nero che raccontano il passato. Nicola Pesce è un editore che se non ci fosse andrebbe inventato, perché pubblica piccoli capolavori, veri e proprio gioielli della poesia a fumetti, ma anche saggistica alternativa straordinaria. Basta sfogliare il suo catalogo: Storia del metal a fumetti, Storia del rock a fumetti, Jacovitti Proibito Kamasultra, Diabolik - I Numeri 1, un sacco di classici italiani dimenticati, ma anche giovani autori da scoprire (Agata Matteucci, su tutti e le sue leggende metropolitane). Uomo Faber è una delle cose più emozionanti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, tra i volumi a fumetti che affollano la mia biblioteca, ma non solo, ché fumetti come questo sono arte, poesia, letteratura. Non perdetelo, se amate De André.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Silvia Greco, "Un'imprecisa cosa felice"

Un'imprecisa cosa felice
Silvia Greco
Hacca, 2017
"Perché la morte di quelli a cui vuoi bene già di per sè è una gran brutta bestia che ti afferra alla gola e ti sbrana fin nelle viscere, ti dimezza il respiro e ti porta giù fino all'inferno degli abbandonati. Figuriamoci se chi muore lo fa in un modo ridicolo, grottesco, assurdo come dovrebbe succedere solo nei cartoni animati, dove poi nessuno muore davvero".
Questo viene detto nel prologo dopo la poesia di Pessoa da cui proviene il titolo del romanzo. Difficile ravvisare la felicità, per quanto imprecisa e sfocata con premesse simili. Infatti in questo romanzo, una favola delicata e tenera dove ci sono giornate in cui "il cielo era uno spettacolo di azzurro e di cotone, l'aria faceva il solletico al naso e il mondo fuori sapeva di promesse", non è un inno alla gioia, un elogio della speranza. No. E' la storia di Marta e Nino, due ragazzi a cui la morte ha strappato due affetti in maniera abbastanza ridicola, degna dei Darwin Award, tanto che rievocare gli incidenti è alquanto imbarazzante e sulle loro spalle, oltre al dolore del lutto mai del tutto superato, sono rimaste sul groppone due famiglie discretamente disfunzionali e dei comportamenti un po' bizzarri, vuoi perché Marta è una piccola ribelle, vuoi perché Nino non ha un grande quoziente intellettivo. I due cercheranno di dare una svolta alle loro vite in modo da imporre loro una direzione e risolvere i problemi quotidiani e, esattamente come un lettore NON si aspetterebbe, niente va come dovrebbe. Nulla di tragico accade, o meglio nulla di più tragico di quanto già non sia accaduto, semplicemente la vita fa ciò che fa con tutti noi, va per la sua strada senza perdere troppo tempo a chiederci il permesso o se ci sta deludendo o scombinando i nostri piani. Eppure nessuno di questi imprevisti o fallimenti è davvero triste o doloroso: la poesia di questo piccolo romanzo è proprio la leggerezza con cui tutto viene accolto, dai protagonisti e dal lettore, perché la vita è una teoria di eventi tragicomici, a volte si ride, altre si piange, il problema è che quando entriamo nella seconda fase ci dimentichiamo completamente della prima e perseveriamo scioccamente a percorrere tunnel bui e lacrimosi. Invece esiste sempre una persona, un'idea o un fatterello che può far sbocciare di nuovo un sorriso, che sia una signora attempata e dagli amori facili, un lavoro da reinventare o delle casse di derrate alimentari lasciate incustodite. Questo libro è come quel raggio di luce solitaria che filtra la mattina e che ti regala in un attimo la forza di alzarti e affrontare una giornata densa di impegni. Menzione al nome del cane, il più geniale dopo quello del film "Il Grande Cocomero". Consigliato davvero a tutti
Sebastiano Testini, "Mai"

Mai
Sebastiano Testini
Garcia Edizioni, 2016
pp 170
“Perché non lo so se la gente lo capisce cosa voglio dire ed io non so come altro dirlo, se non con le parole. Ho quello come mezzo, mi hanno dato quello, tutti capiscono solamente quello.” (pag 118)
Un romanzo – se così lo sì può definire – claustrofobico, Mai di Sebastiano Testini. Avete presente quelle strisce a fumetti in cui luoghi e personaggi sono sempre identici, cambia solo leggermente la situazione da una volta all’altra? Ecco, i capitoli di questo libro sono così.
“Eppure c’è un filo, sotto, che (…) collega. Guardando indietro, è una trama da cui non vorrei uscire. (pag 161)
Il protagonista di giorno insegna in una scuola (di suore!) e di notte suona punk rock in scantinati underground, centri sociali, fienili, fabbriche in disuso, piazze, bar, etc. La musica hardcore e heavy metal è il centro del suo mondo e del romanzo stesso. Lui e i suoi compagni di band si muovono su sterrati, tappeti sudici, cocci di bottiglie, in una provincia nordica che finisce per assomigliare a un non luogo, bevendo e drogandosi fino a devastarsi, “pogando”, cioè ballando in modo sfrenato e pericoloso, suonando e cantando come non ci fosse un domani, per buttare fuori l’odio verso un’esistenza e un mondo che, visto la vita che fanno, forse nemmeno conoscono ma un poco invidiano.
Comunque, la vita è vita, l’amicizia è amicizia, anche in quelle devastate condizioni. E certe drammatiche infelicità, alla fine, assumono quasi il sapore della contentezza, dell’essere arrabbiati e paghi allo stesso tempo. La vita, comunque, pure volendola tener fuori, si affaccia. Ed ecco che anche il terremoto dell’Emilia compare nella storia
I test delle canzoni dei Mai sono poetici a modo loro e il protagonista pensa che potrebbero essere addirittura insegnati nelle scuole perché attuali e veri. La musica è assordante, aggressiva, urlata, suonata per passione e non per soldi. È un rumore fine a se stesso.
È anche una ricerca di libertà che non tutti, me compresa, siamo in grado di capire, una libertà da, invece che di. Libertà dalle convenzioni, dal conformismo ma, in fondo, dico io, anche dal coinvolgimento, da un’emozione autentica non solo frutto di stordimento, alcol e fatica. Una libertà che a me personalmente sa di rinuncia, però anche di sfogo, questo è certo.
“Forse in quei momenti ti sembra di scontrarti col nemico che non hai ancora identificato, sfoghi la frustrazione di non so quali problemi, espelli il marcio che ti mangerebbe, se lo tenessi dentro.” (pag 43).
A parte qualche lievissima imprecisione, lo stile del romanzo è sorvegliato e ironico, lascia intuire dimestichezza con la scrittura, a riprova che cultura e sottocultura possono coesistere. Nonostante la trama quasi inesistente, nonostante il tipo di vita poco edificante che il libro racconta. Nonostante tutto. Ci sono dei barlumi lirici, tipo quel “Ci si consuma a odiare sempre”, che possono far presa non solo su un pubblico giovanile di disadattati o arrabbiati, anche - sorprendentemente – su gente che ha passato il mezzo secolo ma che quella sensazione di odio per tutti e per tutto la conosce a sue spese.
“Io sono lì, con l’aria calda che mi prende a schiaffi e tenta di strangolarmi, di togliermi il fiato necessario a urlare tutte quelle parole e tutto quel sentimento. Poi guardo in su, nel buio, dove ci sono tutte le stelle, e scorgo una luce che forse starò vedendo solamente io ma che mi spinge ad andare avanti per questa strada, mentre la folle danza del pogo si mostra ai miei piedi in un cozzare di corpi che vorrebbe non finire mai.” (pag 87)
Sebbene abbia pensato di no per tutto il romanzo, alla fine Mai mi è piaciuto, per quel tanto di poetico e di maledetto:
“Entro nel mondo dell’accaci e ne esco tre quarti d’ora dopo, quando le tossine del mio sentire sono state espulse dai miei pori, quando sono diventato il sale sulla vostra ferita, quando mi sono trasformato in una piaga mai rimarginata, quando ho imparato a sanguinare senza far rumore” (pag 131)
E mi chiedo quanto ancor più mi sarebbe piaciuto quando, a diciotto anni, il massimo della trasgressione erano Leopardi e Renato Zero, e quanto, per i giovani di oggi, il protagonista potrebbe rappresentare ciò che erano ai loro tempi Werther e Kerouac.
“Certi istanti vorrei avere a disposizione qualcosa da ridurre a brandelli, da mandare in frantumi, da sgozzare, per scoprire se così mi riesco a liberare da quanto mi preme nei visceri, dall’innato e forse atavico bisogno di espellere la rabbia che coltivo, senza voler essere terreno fertile per essa. Lei, però, mette le radici e dà i suoi frutti, che sono difficili da sopportare senza impazzire. (pag 79)
Paul Auster, "4321"

4321
Paul Auster
Einaudi, 20117
"…e sempre, fin dall’inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un’altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un’altra, in viaggio verso un posto completamente diverso”.
Ma fortunatamente per Auster e per noi immaginazione e scrittura sono due mezzi efficaci per lenire tale tormento. Partendo da una barzelletta dell’ebreo migrante che viene ribattezzato Ferguson da un’espressione yiddish, Auster immagina che dal momento della nascita, il protagonista Archie (Ferguson, appunto, nipote dell’avo rinominato) prenda ben 4 strade diverse per percorrere la propria vita. Le storie si svolgono in parallelo, con una struttura che può apparire irritante, ma fa parte del divertimento della lettura alla fin fine, con ogni capitolo suddiviso in 4 sottosezioni. La numerazione consente a chi lo desiderasse di leggere le storie una per una in sequenza, ma credo si perderebbe la struttura a suo modo armonica che permette di osservare non tanto le differenze tra le diverse vita, quanto le ricorrenze: lo sport, sotto forma di pallacanestro o baseball, la passione per la Francia e Parigi, l’ossessione per la scrittura, sia essa narrativa, traduzione o giornalistica, la presenza di Amy, amante, amica, sorellastra con cui vivere un rapporto casto e a volte conflittuale, ricorrono in tutte le vite dei 4 Ferguson. Perché? A ognuno la sua interpretazione, forse un riferimento al fato, alla predestinazione per ognuno di noi ad amare in ogni universo parallelo sempre la stessa persona, fare sempre gli stessi errori o dedicarsi sempre alle stesse passioni. Come dire: non rimpiangere la tua attuale esistenza perché non è detto che sarebbe cambiata molto e comunque non sempre in meglio? Forse.
“Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti, proprio come Artie Federman, ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l’ultimo sopravvissuto”
e con questa frase torna un tema già sperimentato da Auster nella Trilogia del protagonista a sua volta scrittore dello stesso libro che si sta leggendo. Il risultato di questo esperimento (non credo del tutto originale) è un libro che parzialmente si perde nella quinta parte quando gli eventi storici, in particolare le proteste alla Columbia, prendono il sopravvento sulla vita di Archie, diluendo ancora di più le 3 esistenze (sì, a quel punto di Ferguson ne sono già rimasti solo 3) e vanificando la bravura di Auster nel richiamare ogni volta il filo narrativo del Ferguson “giusto” mediante la citazione di eventi o persone del medesimo universo parallelo. Il libro riprende vigore nell’ultima parte ma, oggettivament, avrebbe potuto essere sfoltito (non tanto). P.S. A mio parere il migliore resta F3 con la sua vita terribilmente scombinata, luttuosa ma anche fuori dalle regole e ricca di amore e soddisfazione.
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