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recensioni

Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo, "Uomo Faber"

17 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 


 

 

Uomo Faber
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo

DeAgostini, 2017

Euro 19,90 – Pag. 112
Formato 210 X300, cartonato
a colori

 


http://www.edizioninpe.it/product/uomo-faber/

Un libro che non mi potevo perdere. Fabrizio De André è stato il mito della mia adolescenza da umile figlio di operai, scoperto quasi per caso nel salotto buono di un amico ricco che ascoltava Lucio Battisti. Ricordo ancora le sue parole, mentre scorrevano le note di Non al denaro, non all’amore né al cielo - album stupendo ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Master -, parole indimenticabili, per quanto erano intrise di scarsa cultura letteraria: “Questo disco è troppo triste. Me l’hanno regalato. Lo tengo solo perché magari a qualcuno piace!”. Erano i tempi che s’invitavano gli amici a sentire lo stereo, erano i tempi che si facevano le feste danzanti in casa con le ragazzine e i compleanni senza affittare le sale. Erano i tempi in cui il massimo della musica melodica era Modugno, tanto tanto Morandi e Battisti, i vecchi ascoltavano ancora Claudio Villa. Grande rispetto, per carità. Ma quel disco emanava una potenza inarrivabile, era lontano anni luce dalla musica che si ascoltava in Italia nel 1975. Fu così che conobbi De André e la mia vita non fu più la stessa. Non sto esagerando, ché ancora oggi mi trovo a scrivere e a citare brani di sue canzoni accanto a frasi di Marcel Proust e di Cesare Pavese. Non c’è differenza, a mio parere. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo incontro tra me e il grande genovese cantore di Via del campo, subito dopo arrivarono La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Valzer per un amore, La città vecchia, Delitto di paese… e tutti gli altri. Ricordo d’un tratto mio padre: “Questo ce l’ha con tutti”. Era vero, papà, ce l’aveva con tutti, ce l’aveva con la vita, ce l’aveva con noi stessi, perché come Pasolini sapeva quel che saremmo diventati. Era un veggente, come tutti i poeti veri, fatti della stessa sostanza delle loro parole, come chi prova a vivere come le cose che dice. E poi hai dovuto cambiare opinione anche tu, prima di morire, pure se c’è voluto Andrea e quel sognante ritmo latino che tanto ti piaceva. Grande Fabrizio De André, quanto ci manchi, anche se ci sono rimaste le tue musiche, i tuoi testi intensi, i libri che scrivono a raffica sulla tua vita e sulle tue opere. Ecco, tra tutti i libri che ho letto su De André credo che Uomo Faber sia quello che al cantautore genovese sarebbe piaciuto di più, perché non segue una consequenzialità logica, ma è onirico e fantastico, proprio come la sua musica. Testi ispirati di Càlzia che si rifanno al repertorio artistico di De André ripercorrendo fasi della sua vita, inserendo incontri, brani di canzoni, personaggi, episodi tristi e felici. Il rapporto padre - figlio (costante della vita di De André) è sviscerato fino in fondo, in versione figlio e in versione genitore, con tutte le difficoltà che lo caratterizzano. Si finisce per capirci solo quando non ci siamo più, solo quando siamo morti, sembra dire l’autore. Ivo Milazzo - tra l’altro creatore di Ken Parker - mette al servizio del racconto tutta la sua arte grafica, a base di acquerelli pittorici e di suggestivi bianco e nero che raccontano il passato. Nicola Pesce è un editore che se non ci fosse andrebbe inventato, perché pubblica piccoli capolavori, veri e proprio gioielli della poesia a fumetti, ma anche saggistica alternativa straordinaria. Basta sfogliare il suo catalogo: Storia del metal a fumetti, Storia del rock a fumetti, Jacovitti Proibito Kamasultra, Diabolik - I Numeri 1, un sacco di classici italiani dimenticati, ma anche giovani autori da scoprire (Agata Matteucci, su tutti e le sue leggende metropolitane). Uomo Faber è una delle cose più emozionanti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, tra i volumi a fumetti che affollano la mia biblioteca, ma non solo, ché fumetti come questo sono arte, poesia, letteratura. Non perdetelo, se amate De André.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

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Silvia Greco, "Un'imprecisa cosa felice"

14 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Un'imprecisa cosa felice

Silvia Greco

Hacca, 2017

 

"Perché la morte di quelli a cui vuoi bene già di per sè è una gran brutta bestia che ti afferra alla gola e ti sbrana fin nelle viscere, ti dimezza il respiro e ti porta giù fino all'inferno degli abbandonati. Figuriamoci se chi muore lo fa in un modo ridicolo, grottesco, assurdo come dovrebbe succedere solo nei cartoni animati, dove poi nessuno muore davvero".

Questo viene detto nel prologo dopo la poesia di Pessoa da cui proviene il titolo del romanzo. Difficile ravvisare la felicità, per quanto imprecisa e sfocata con premesse simili. Infatti in questo romanzo, una favola delicata e tenera dove ci sono giornate in cui "il cielo era uno spettacolo di azzurro e di cotone, l'aria faceva il solletico al naso e il mondo fuori sapeva di promesse", non è un inno alla gioia, un elogio della speranza. No. E' la storia di Marta e Nino, due ragazzi a cui la morte ha strappato due affetti in maniera abbastanza ridicola, degna dei Darwin Award, tanto che rievocare gli incidenti è alquanto imbarazzante e sulle loro spalle, oltre al dolore del lutto mai del tutto superato, sono rimaste sul groppone due famiglie discretamente disfunzionali e dei comportamenti un po' bizzarri, vuoi perché Marta è una piccola ribelle, vuoi perché Nino non ha un grande quoziente intellettivo. I due cercheranno di dare una svolta alle loro vite in modo da imporre loro una direzione e risolvere i problemi quotidiani e, esattamente come un lettore NON si aspetterebbe, niente va come dovrebbe. Nulla di tragico accade, o meglio nulla di più tragico di quanto già non sia accaduto, semplicemente la vita fa ciò che fa con tutti noi, va per la sua strada senza perdere troppo tempo a chiederci il permesso o se ci sta deludendo o scombinando i nostri piani. Eppure nessuno di questi imprevisti o fallimenti è davvero triste o doloroso: la poesia di questo piccolo romanzo è proprio la leggerezza con cui tutto viene accolto, dai protagonisti e dal lettore, perché la vita è una teoria di eventi tragicomici, a volte si ride, altre si piange, il problema è che quando entriamo nella seconda fase ci dimentichiamo completamente della prima e perseveriamo scioccamente a percorrere tunnel bui e lacrimosi. Invece esiste sempre una persona, un'idea o un fatterello che può far sbocciare di nuovo un sorriso, che sia una signora attempata e dagli amori facili, un lavoro da reinventare o delle casse di derrate alimentari lasciate incustodite. Questo libro è come quel raggio di luce solitaria che filtra la mattina e che ti regala in un attimo la forza di alzarti e affrontare una giornata densa di impegni. Menzione al nome del cane, il più geniale dopo quello del film "Il Grande Cocomero". Consigliato davvero a tutti

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Sebastiano Testini, "Mai"

13 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Mai

Sebastiano Testini

 

Garcia Edizioni, 2016

pp 170

 

Perché non lo so se la gente lo capisce cosa voglio dire ed io non so come altro dirlo, se non con le parole. Ho quello come mezzo, mi hanno dato quello, tutti capiscono solamente quello.” (pag 118)

Un romanzo – se così lo sì può definire – claustrofobico, Mai di Sebastiano Testini. Avete presente quelle strisce a fumetti in cui luoghi e personaggi sono sempre identici, cambia solo leggermente la situazione da una volta all’altra? Ecco, i capitoli di questo libro sono così.

“Eppure c’è un filo, sotto, che (…) collega. Guardando indietro, è una trama da cui non vorrei uscire. (pag 161)

Il protagonista di giorno insegna in una scuola (di suore!) e di notte suona punk rock in scantinati underground, centri sociali, fienili, fabbriche in disuso, piazze, bar, etc. La musica hardcore e heavy metal è il centro del suo mondo e del romanzo stesso. Lui e i suoi compagni di band si muovono su sterrati, tappeti sudici, cocci di bottiglie, in una provincia nordica che finisce per assomigliare a un non luogo, bevendo e drogandosi fino a devastarsi, “pogando”, cioè ballando in modo sfrenato e pericoloso, suonando e cantando come non ci fosse un domani, per buttare fuori l’odio verso un’esistenza e un mondo che, visto la vita che fanno, forse nemmeno conoscono ma un poco invidiano.

Comunque, la vita è vita, l’amicizia è amicizia, anche in quelle devastate condizioni. E certe drammatiche infelicità, alla fine, assumono quasi il sapore della contentezza, dell’essere arrabbiati e paghi allo stesso tempo. La vita,  comunque, pure volendola tener fuori, si affaccia. Ed ecco che anche il terremoto dell’Emilia compare nella storia  

I test delle canzoni dei Mai sono poetici a modo loro e il protagonista pensa che potrebbero essere addirittura insegnati nelle scuole perché attuali e veri. La musica è assordante, aggressiva, urlata, suonata per passione e non per soldi. È un rumore fine a se stesso.

È anche una ricerca di libertà che non tutti, me compresa, siamo in grado di capire, una libertà da, invece che di. Libertà dalle convenzioni, dal conformismo ma, in fondo, dico io, anche dal coinvolgimento, da un’emozione autentica non solo frutto di stordimento, alcol e fatica. Una libertà che a me personalmente sa di rinuncia, però anche di sfogo, questo è certo.

“Forse in quei momenti ti sembra di scontrarti col nemico che non hai ancora identificato, sfoghi la frustrazione di non so quali problemi, espelli il marcio che ti mangerebbe, se lo tenessi dentro.” (pag 43).

A parte qualche lievissima imprecisione, lo stile del romanzo è sorvegliato e ironico, lascia intuire dimestichezza con la scrittura, a riprova che cultura e sottocultura possono coesistere. Nonostante la trama quasi inesistente, nonostante il tipo di vita poco edificante che il libro racconta. Nonostante tutto. Ci sono dei barlumi lirici, tipo quel “Ci si consuma a odiare sempre”, che possono far presa non solo su un pubblico giovanile di disadattati o arrabbiati, anche - sorprendentemente – su gente che ha passato il mezzo secolo ma che quella sensazione di odio per tutti e per tutto la conosce a sue spese.

“Io sono lì, con l’aria calda che mi prende a schiaffi e tenta di strangolarmi, di togliermi il fiato necessario a urlare tutte quelle parole e tutto quel sentimento. Poi guardo in su, nel buio, dove ci sono tutte le stelle, e scorgo una luce che forse starò vedendo solamente io ma che mi spinge ad andare avanti per questa strada, mentre la folle danza del pogo si mostra ai miei piedi in un cozzare di corpi che vorrebbe non finire mai.” (pag 87)

Sebbene abbia pensato di no per tutto il romanzo, alla fine Mai mi è piaciuto, per quel tanto di poetico e di maledetto:

“Entro nel mondo dell’accaci e ne esco tre quarti d’ora dopo, quando le tossine del mio sentire sono state espulse dai miei pori, quando sono diventato il sale sulla vostra ferita, quando mi sono trasformato in una piaga mai rimarginata, quando ho imparato a sanguinare senza far rumore” (pag 131)

E mi chiedo quanto ancor più mi sarebbe piaciuto quando, a diciotto anni, il massimo della trasgressione erano Leopardi e Renato Zero, e quanto, per i giovani di oggi, il protagonista potrebbe rappresentare ciò che erano ai loro tempi Werther e Kerouac.

Certi istanti vorrei avere a disposizione qualcosa da ridurre a brandelli, da mandare in frantumi, da sgozzare, per scoprire se così mi riesco a liberare da quanto mi preme nei visceri, dall’innato e forse atavico bisogno di espellere la rabbia che coltivo, senza voler essere terreno fertile per essa. Lei, però, mette le radici e dà i suoi frutti, che sono difficili da sopportare senza impazzire. (pag 79)

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Paul Auster, "4321"

12 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

4321

Paul Auster

 

Einaudi, 20117

 

"…e sempre, fin dall’inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un’altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un’altra, in viaggio verso un posto completamente diverso”.

Ma fortunatamente per Auster e per noi immaginazione e scrittura sono due mezzi efficaci per lenire tale tormento. Partendo da una barzelletta dell’ebreo migrante che viene ribattezzato Ferguson da un’espressione yiddish, Auster immagina che dal momento della nascita, il protagonista Archie (Ferguson, appunto, nipote dell’avo rinominato) prenda ben 4 strade diverse per percorrere la propria vita. Le storie si svolgono in parallelo, con una struttura che può apparire irritante, ma fa parte del divertimento della lettura alla fin fine, con ogni capitolo suddiviso in 4 sottosezioni. La numerazione consente a chi lo desiderasse di leggere le storie una per una in sequenza, ma credo si perderebbe la struttura a suo modo armonica che permette di osservare non tanto le differenze tra le diverse vita, quanto le ricorrenze: lo sport, sotto forma di pallacanestro o baseball, la passione per la Francia e Parigi, l’ossessione per la scrittura, sia essa narrativa, traduzione o giornalistica, la presenza di Amy, amante, amica, sorellastra con cui vivere un rapporto casto e a volte conflittuale, ricorrono in tutte le vite dei 4 Ferguson. Perché? A ognuno la sua interpretazione, forse un riferimento al fato, alla predestinazione per ognuno di noi ad amare in ogni universo parallelo sempre la stessa persona, fare sempre gli stessi errori o dedicarsi sempre alle stesse passioni. Come dire: non rimpiangere la tua attuale esistenza perché non è detto che sarebbe cambiata molto e comunque non sempre in meglio? Forse.

Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti, proprio come Artie Federman, ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l’ultimo sopravvissuto

e con questa frase torna un tema già sperimentato da Auster nella Trilogia del protagonista a sua volta scrittore dello stesso libro che si sta leggendo. Il risultato di questo esperimento (non credo del tutto originale) è un libro che parzialmente si perde nella quinta parte quando gli eventi storici, in particolare le proteste alla Columbia, prendono il sopravvento sulla vita di Archie, diluendo ancora di più le 3 esistenze (sì, a quel punto di Ferguson ne sono già rimasti solo 3) e vanificando la bravura di Auster nel richiamare ogni volta il filo narrativo del Ferguson “giusto” mediante la citazione di eventi  o persone del medesimo universo parallelo. Il libro riprende vigore nell’ultima parte ma, oggettivament, avrebbe potuto essere sfoltito (non tanto). P.S. A mio parere il migliore resta F3 con la sua vita terribilmente scombinata, luttuosa ma anche fuori dalle regole e ricca di amore e soddisfazione.

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Gordiano Lupi, "Pierino contro tutti"

9 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Pierino contro tutti

Gordiano Lupi

 

Edizioni Sensoinverso, 2017

pp 60

12,00

 

Conosciamo tutti il Pierino delle barzellette, che pare avere un ascendente illustre addirittura in Mark Twain e che, risalendo ancora più indietro, deriva dalla farsa atellana, da Plauto e dalla commedia dell’arte. Nei primi anni ottanta è stato portato sugli schermi da Alvaro Vitali – il quale aveva le phisique du rôle per interpretarlo - e da innumerevoli imitatori. Gordiano Lupi, appassionato di cinema di genere, o, meglio, di un certo genere, ha scritto un saggio sulla figura dell’enfant terrible.

Lupi analizza tutti i film dedicati a Pierino: oltre ai tre principali, Pierino contro tutti (1980), Pierino colpisce ancora (1982) e Pierino torna a scuola (1990), il suo saggio fa riferimento anche ad alcuni film secondari, con o senza Alvaro Vitali. Quelli senza sono definiti apocrifi (come i Vangeli!). C’è persino stata una Pierina femmina.

Pierino contro tutti è il primo e di maggior successo di cassetta. Rivitalizza il barzelletta movie, basato sull’irriverenza, sulla volgarità, sulle parolacce, contaminandolo con molta comicità slapstick - ovvero elementare e che sfrutta il linguaggio del corpo - con il fast motion tipico dei cartoni animati e del cinema muto, e con un po’ di malizia desunta dalla commedia sexy. Una comicità pecoreccia e scatologica per appassionati di cinema spazzatura. Ma Lupi dimostra una competenza e un’attenzione che ci portano a rivalutare la materia, almeno come rappresentazione di un particolare tipo di cinema, e almeno per il valore di nostalgica rivisitazione di tempi andati, per il configurarsi come “manifesto di un’epoca” e “icona della comicità trash”.

Non condivido”, dice Lupi, “ il rigore critico con cui si affrontano film come questi, che pure hanno caratterizzato un periodo storico non solo del cinema ma anche del costume italiano”. E io aggiungo che tutto ciò che ci piaceva quando eravamo giovani, pepato dalla nostalgia, diventa di per se stesso prezioso. Lupi afferma che, se cerchiamo la trama in questo genere di film, è perché non abbiamo compreso la funzione liberatoria e catartica dei barzelletta movie. E, forse, aggiungo io, almeno a quei tempi non eravamo inibiti dal politically correct a tutti i costi, si poteva ancora fare una battuta da trivio senza essere arrestati e la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.

Mi piace, fra tutti quelli presi in esame nel saggio, citare  il film Che casino… con Pierino! , uno degli apocrifi che Lupi non esita a definire il film più brutto di tutto il Novecento e, quindi, incuriosisce proprio per quello.

Un capitolo a sé, infine, è riservato alle colonne sonore e alla musica composta per il cinema divertente.

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Franco Forte, "Fuga d'azzardo"

8 Novembre 2017 , Scritto da Simone Giusti Con tag #simone giusti, #recensioni

 

 

 

 

 

Fuga d'azzardo

Franco Forte

 

Centoautori, 2015

173 pagine, 12,50

 

La fuga di Kimberly da un mondo senza scrupoli e senza pietà. Una valigia piena di soldi, un sogno duro da conquistare.

 

Kimberly è una di quelle donne che solo a guardarle ti fanno impazzire, e lei lo sa. È così che ha scalato i vertici dell’Organizzazione fino a diventare la donna di un pezzo grosso. Ma ora Kimberly è in fuga, ed è sola. Chissà se ce la farà.

Fuga d’azzardo non è un romanzo, è un film d’azione stracarico di suspense e traboccante di sensazioni che fanno male. È una martellata che quando finisci di leggerlo senti che ha piantato un chiodo dentro di te.

 

Franco Forte non è uno sprovveduto, lui sa come usare la parola, la piega a suo piacimento per darci immagini forti ed evocative. Immagini che ti rimarrebbero ficcate in gola come spine di pesce immerse nella melassa se non sapesse miscelarle a meraviglia con l’arte che solo in pochi riescono a giostrare, come in punta di dita, per farti rimanere quel malloppo di melassa e spine solo per un attimo, lì in bilico tra l’esofago e la trachea, il tempo giusto perché ti graffi e ti faccia male, per poi fartelo scivolare giù dritto fino allo stomaco e farlo esplodere con uno strabordante effetto psichedelico che ti attanaglia le meningi e ti costringe a pensare, a pensare a quei personaggi che credono di vivere e invece sopravvivono nel terrore di un’esistenza strappata, ma soprattutto a pensare a lei, o meglio, a pensare con lei, Kimberly, che buona non è, che simpatica non è, che non avrebbe niente per attirare la nostra empatia, ha solo la bellezza, e una dose massiccia di disturbante sensualità, eppure non è per quello che facciamo il tifo per lei, lo facciamo perché lei rappresenta un po’ i sogni di tutti noi, o quasi, di tutti noi che siamo in fuga ogni giorno, in fuga verso un sogno, in fuga d’azzardo sperando di farcela anche se la paura è tanta e forse non ce la faremo mai. Ecco cosa Franco Forte riesce a tirar fuori con questo romanzo qui. Tira fuori la verità di una vita dannata in fuga da qualcosa che mai ci lascerà.

 

Memorabile il ricordo del killer, doloroso il risveglio di Kimberly, una staffilata che ti fa dilatare le pupille il finale. Un romanzo da godersi piano piano, se ce la fate. Perché io non ce l’ho fatta a smettere, e ora mi sento come in crisi per la botta d’emozioni che quel romanzo ti dà.

 

Quando il romanzo di genere si fa potente letteratura. Ecco ci qua.

 

Fuga d’azzardo è un romanzo che non scorderete più.

 

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Io dopo di te: Jojo Moyes torna e ci racconta di Louisa dopo la morte di Will

6 Novembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Attesissimo sequel di Io prima di te, Jojo Moyes ci ha catapultati di nuovo nel magico mondo di Louisa Clark.

Sono passati diciotto mesi dalla morte di Will. Lui le ha insegnato a vivere a mille, a godere di ogni attimo, di ogni respiro, di ogni singolo evento. Ha cercato di smuoverla, di farle capire il suo valore. L’ha portata nel mondo di fuori, quel mondo che lui, seppur tetraplegico, aveva imparato a conoscere più di lei – paralizzata, invece, nell’anima, E Lou ha imparato, eccome se l’ha fatto.

Ogni singolo fiato di Will lo tiene nel cuore, ricorda alla perfezione ogni  insegnamento.

Però, ancora non si è ripresa dalla sua perdita. Ovunque, aleggia la sua presenza. La sua voce. Il suo modo di guardare. Il suo sorriso, sincero e penetrante. Dopo un breve periodo a Parigi, si è trasferita a Londra. Lavora nel bar di un aeroporto, alle dipendenze di un uomo che, fanatico e rigoroso, impone delle regole assurde. A cominciare dall’uniforme sintetica, da indossare in coordinato con una parrucca.

Ogni sera, senza un minimo di vivacità, si trascina nel suo appartamento spoglio e anonimo. Non vive, non respira, non ama più.

I sei mesi che ha passato con lui sono stati una scossa elettrica, un sogno, un tormento. Una scarica di adrenalina. Una liberazione – da tutto ciò che era stata fino ad allora e da ciò che sarebbe stata se non l’avesse incontrato. Ora lei non trova un motivo per vivere. Sopravvive, semplicemente.

Ma una notte, quando le stelle sembrano aver abbandonato la sua strada, torna un barlume di speranza. Sulla sua porta di casa, una ragazzina impaurita. Desiderosa di risposte. Affamata di passato.

È legata, anche se non in prima persona, a lei. Cosa fare? Si domanda Lou. Portarla dentro il suo salotto e dentro la sua esistenza oppure no? Affrontare la faccenda di petto oppure scappare – come d’altronde ha fatto negli ultimi tempi?

Intanto, c’è anche Sam. È diverso da Will, e questo la frena. Anche lui si porta dietro i suoi problemi. Anche lui è un po’ un’anima in pena.

Riuscirà Louisa a dimenticare? A ripartire da zero? A fare tesoro dei consigli del suo Will?

Sembra in effetti un racconto un po’ a sé. Will torna, sì, ma in modo diverso. È morto, quindi è più Louisa a presentarcelo, a ricordarcelo.

Però la magia è tornata.

Moyes è una certezza.

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Pierluigi Cappello, "Questa Libertà"

5 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Questa libertà

Pierluigi Cappello

Rizzoli, 2013

 

Frammenti di una vita spezzata in due. Al momento del fatto che stravolgerà la sua esistenza terminano, assemblati in una autobiografia parziale in cui Cappello spiega, col suo stile poetico e preciso, il suo amore per la lettura, la necessità della scrittura, una vita trascorsa in un mondo ormai antico in cui la fatica era il legame visibile tra le generazioni e tra gli uomini e la terra. Partendo dalla sua visuale di persona permanentemente seduta, citando di striscio Leopardi, il poeta prestato alla prosa ci conduce nella sua infanzia crollata dopo il terremoto del Friuli e, ricordando personaggi come Silvio, l'anziano che intrecciava gerle o la professoressa Algozer, che insegnava che la matematica era precisa sennò sarebbe diventata poesia, ci immerge nel suo mondo fatto di vocaboli accuratamente scelti, soppesati e intrecciati: come le gerle aiutano a trasportare i pesi da valle alla montagna, così le parole possono aiutare a contenere il dolore, che può arrivare a fermarsi in prossimità del cuore come un proiettile che nessun chirurgo può estrarre, e allora occorre contenerlo, comprenderlo, nel senso di conoscerlo, e affrontare il continente ignoto di una vita spezzata, proprio come la sua colonna, lasciando indietro le navi bruciate, novello Cortez dalla conquista di una nuova vita. 

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Daniele Vacchino e Davide rosso, "Ritualis. Le cerimonie del mostro di Firenze"

4 Novembre 2017 , Scritto da Davide Lupo Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ritualis

Le cerimonie del Mostro di Firenze

Il Foglio Letterario Edizioni, 2017 – www.edizioniilfoglio.com

Pag. 170 - Euro 15 – ISBN 978887606525

 

 

Ritualis - Le cerimonie del Mostro di Firenze è uno strano romanzo: costruito su due romanzi all’apparenza indipendenti, legati fra loro da una cornice che sa tanto film a episodi della Amicus degli anni Settanta. Il cinema in effetti c’entra parecchio con questo libro, vista l’aria che si respira, direi direttamente collegata con quelle oscure pellicole gialle italiane degli anni Settanta, in particolare quei gialli minori, tipo La polizia brancola nel buio o I vizi morbosi di una governante. A queste derive si uniscono le mode di oggi, in particolare quei post-thriller rurali sul genere di True Detective. Eppure, anche questi riferimenti non bastano a spiegare un romanzo che contiene dentro di sé l’essenza del mostro, più di tutti i libri che sono stati scritti sull’argomento (eccetto i volumi labirintici di Filastò, non a caso citato nell’esergo dai due autori): vedo già le mani alzate dei tanti criminologi dilettanti appassionati del caso, li vedo storcere il naso per come la vicenda originale è stata trasfigurata (ad esempio il tutto è ambientato tra la Lunigiana e la pianura Padana, nel vercellese, una sorta di non-luogo della tarda modernità). È necessario capire una cosa: Ritualis è un romanzo che lavora sulla cronaca fiorentina e la trasfigura, facendola assurgere a un mito oscuro, orfico, della contemporaneità, al pari della vicenda di Jack lo squartatore, mostro mitologico utilizzato all’interno di format narrativi che lo accoppiano con tutto e tutti. Allo stesso modo, Vacchino e Rosso lavorano di fino su questi brandelli d’incubo e scrivono una sorta di requiem su di noi, ciascuno di noi, sulla tristezza e l’alienazione dell’oggi. In definitiva, al di là delle citazioni cinematografiche, e delle tante letterarie (interessante il tentativo di costruire delle equivalenza narrative col thriller che fu, ricorrendo a lunghi prelievi dai testi dei padri fondatori del surrealismo), questo Ritualis mi è parso una sorta di Tenebre argentiana, aggiornata trent’anni dopo, calata all’interno delle macro-strutture totalizzanti, dove l’ideologia della competitività e della prestazione va ormai ben oltre la sfera economica e invade la biologia del corpo, trasformandoci in avatar del consumo eterno, costretti a rincorrere un duro lavoro che può garantirci soltanto una sopravvivenza fittizia, una povertà reale, un’assenza d’identità e una depressione magari curabile in qualche campo di addestramento alla felicità di Amazon. Questo è Ritualis e molto altro ancora!

 

Davide Lupo

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Emilio Ortiz, "Attraverso i miei piccoli occhi"

3 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #animali

 

 

 

 

Attraverso i miei piccoli occhi

Emilio Ortiz

Traduzione di S. Cavarero

Salani, 2017

 

 

Mi spiace. Non ho potuto leggere Attraverso i miei piccoli occhi, dello spagnolo Emilio Ortiz, da recensore, e nemmeno da lettore comune. L’ho letto da cinofila, da proprietaria di un cane, e ho pianto. Ho pianto e mi sono arrabbiata. Quindi scriverò questa recensione solo di pancia.

Non parlerò della struttura del libro, sbilanciata nella parte centrale, troppo esile a confronto dell’inizio e della fine. Non parlerò del personaggio umano principale, Mario, che non è ben caratterizzato, specialmente nel suo essere non vedente, nelle sue sensazioni, nel suo disagio fisico e psichico. Non parlerò nemmeno del positivo coinvolgimento creato dal punto di vista del narratore cane, dell’indubbia conoscenza di alcuni meccanismi cinofili.

Parlerò, invece, di fiducia tradita. D’ingratitudine. Perché di questo si tratta, questa è la trama, inconfutabile, di una storia di amore e di abbandono, di fiducia e tradimento, di sfruttamento e ingratitudine. E pazienza se lo sguardo del cane riesce a mettere in evidenza certe storture del nostro modo di vivere, non è proprio quello il punto, non lo è stato per me che ho letto col magone e il cuore in mano.

Prendete Cross, un golden retriver maschio, bello, spumeggiante, voglioso di slanciarsi e correre, di giocare con altri cani, di nuotare a perdifiato in ogni pozza d’acqua che incontra. Costringetelo a una vita da oggetto, da strumento di un non vedente che, fino a quel giorno, non ha mai avuto simpatia per gli animali e si prende in casa un cane solo perché gli serve. Obbligate questa forza dirompente della natura a vivere per servire, forzatelo a tediose passeggiate al piede del padrone, a interminabili sedute di noia quando egli studia, lavora, o frequenta gli insipidi amici, tenetelo legato persino di notte vicino al giaciglio, o col guinzaglio sotto il sedere del padrone per timore di fughe. Ascoltate i suoi sospiri e i suoi guaiti di uggia, guardate le sue zampe che scalciano mentre sogna la libertà.

Fate tutto questo quando il cane ha già subito due abbandoni, da parte della famiglia che lo ha cresciuto e lo aveva in stallo, e da parte del suo istruttore. Lasciate che il cane svolga con dedizione il suo compito, lasciate che si affezioni al suo padrone e alla di lui famiglia, che diventi tutt’uno con lui, diventi i suoi occhi, il suo piede, il suo cuore, che segua ogni suo passo e ogni suo respiro, che si assuma il compito di proteggere suo figlio.

Poi abbandonatelo in un rifugio per animali perché è diventato troppo vecchio per guidare ancora  il padrone. Lasciate che gli si spezzi il cuore, che si senta solo e abbandonato.

Lasciate che il lettore sia sconfitto insieme a lui.

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