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recensioni

Signora dei filtri... o dei fili... emozioni e riflessioni: parte prima

26 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Quando Elena Marchetti – l’editore di Signora dei filtri  – mi ha proposto di presentare un romanzo che aveva come protagonista Medea ho risposto:- Non se ne fa di niente … Perché, anche se la mitologia classica è sempre stata la mia passione, questo personaggio non è mai stato nelle mie corde. Ma Elena – che sa il fatto suo – ha insistito: - Leggilo, poi decidi.

Così ho iniziato a leggere … e non ho smesso più, fino alla fine.

 

Signora dei filtri ti cattura fin dalle prime pagine e non ti lascia più uscire. Perché? La storia di Medea già la sai … E allora?

 

Signora dei filtri è un romanzo avvincente perché è scritto molto bene, è un vero romanzo. Perché è la scrittura che fa di una storia un vero romanzo.

 

Per spiegare che cosa mi ha incatenato a questo libro  ho chiesto aiuto a Italo Calvino.

 

Nel 1984, Calvino viene invitato all’Università di Harvard per tenere un ciclo di conferenze sulla comunicazione poetica (letteraria, musicale, figurativa). Il tema, quindi, è libero, Calvino decide di dedicare le sue 6 conferenze (le cosiddette “Lezioni americane”) “ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno “particolarmente a cuore”, da conservare nel “nuovo millennio ”. Valori, qualità e specificità che ho ritrovato in Signora dei filtri, perciò userò spesso le parole di Calvino per descriverli.

 

Nelle “Lezioni Americane” parla di Sherazade, la narratrice delle Mille e una notte e dice di lei: L’arte che permette a Sherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto. È un segreto di ritmo, una cattura del tempo che possiamo riconoscere dalle origini:nell’epica per effetto della metrica del verso, nella narrazione in prosa per gli effetti che tengono vivo il desiderio d’ascoltare il seguito”.

 

È di Calvino la definizione di “romanzo come grande rete” (di personaggi, di luoghi, di situazioni), come “sistema di infinite relazioni di tutto con tutto”.

 

Quello che avvince (cattura, come una rete vera e propria) nel romanzo di Patrizia è proprio la presenza di innumerevoli storie che potrebbero essere lette anche ognuna per conto proprio: la storia di Medea e della sua “durezza” (che è poi assoluta “fragilità” affettiva); la storia di Giasone e della sua “fragilità” (che lo rende “duro” rispetto ai sentimenti) – Giasone e Medea sono molto diversi ma anche specularmente molto simili; la storia di Morgar, la prima “Signora dei filtri”; la storia di Eeta e della sua passione per l’oro; la storia di Pelia e della sua passione per il potere; la storia di Orfeo e del suo diario; la storia di Absirto, il fratello crudele; la storia dell’Osservatore, il Drago che sa leggere nel cuore degli uomini; la storia della generosa Kria, che segue Medea anche nell’esilio; la storia della fragile Glauce, vittima di un giuoco più grande di lei; la storia Chirone, l’uomo-cavallo; la storia degli Argonauti e delle loro avventure …

La storia di un personaggio spiega, completa, “illumina” quella dell’altro: la madre di Medea, il suo modo di essere madre e donna, esalta la figura di Morgar e il suo ben diverso modo di essere madre e donna; la cugina-bambina, così morbida e tenera, che Giasone forse potrebbe sposare se non fosse costretto a partire per la sua impresa, sottolinea per contrasto la femminilità inquietante di Medea; la maledizione della regina di Lemno sui futuri figli di Giasone rimanda al dramma che si consumerà a Corinto ...

Queste storie quindi si intersecano l’una all’altra come i fili che  creano la rete (Patrizia è una vera “Signora dei Fili”!). Si danno ritmo e spessore, come in un brano musicale in cui sono presenti le parti soprani, dei contralti, dei tenori e dei bassi - le voci chiare e le voci scure - e ognuna può essere letta e cantata separatamente, ognuna ha il suo fascino e la sua importanza. Ma è dal loro intrecciarsi, dalla loro rete, che nascono l’Inno alla gioia di Beethoven o Va pensiero di Verdi.

E ciò che fa da sfondo integratore a tutte queste storie e che permette loro di diventare una unità (cioè un romanzo forte e potente) è che esse – nella loro varietà - mettono però sempre in scena – vissute in modo diverso e osservate da punti di vista diversi – le stesse passioni, quelle primordiali, che caratterizzano la vita e l’esperienza di ogni essere umano: l’amore (fra uomo e donna, fra genitori e figli, fra amici), il desiderio (per una persona, per il potere, per il denaro) e l’odio (che nasce dalla negazione dei primi due).

Signora dei filtri, secondo me, non vuol essere un’altra versione del mito di Medea.

I protagonisti si muovono – è vero – in luoghi e tempi mitici, ma la realtà che vivono è universale, sono persone dei nostri tempi e dei nostri luoghi: adulti mai cresciuti, incapaci di essere genitori, travolti dal desiderio di potere, impauriti dalla diversità, prigionieri del pregiudizio, prigionieri di passioni che non riescono a controllare e che fanno passare ogni limite. Di questo leggiamo tutti i giorni sui giornali e tutto questo caratterizza da sempre la storia dell’uomo. Ed è di questa storia – non del mito di Medea - che Signora dei filtri ci vuole parlare.

Sempre in Lezioni Americane, Calvino riflette su “un’epidemia pestilenziale che sembra abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione a diluire i significati, a smussare le punte eccessive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze

Per definire l’uso della parola che Patrizia fa quando scrive basta capovolgere questa drammatica descrizione. Per lei, invece, calza a pennello un’altra espressione che Calvino usa per il buon uso della parola: “ incantesimo verbale”.

Il linguaggio usato da Patrizia è forte, potente, non fa sconti: quando racconta l’odio e la passione, come quando racconta l’amore e la tenerezza. Si potrebbe dire che è un linguaggio epico, come quello di Omero e dei classici – Euripide, Seneca, Apollonio Rodio – a cui Patrizia dice di  rifarsi.

È un linguaggio immaginifico, cioè (uso ancora parole di Calvino) pieno di “immagini visuali nitide, incisive, memorabili” (un esempio per tutte: la descrizione del passaggio delle Simplegadi) che prendono forma e danno vita a un “cinema mentale” capace di farci vedere la scena come se si svolgesse davanti ai nostri occhi.

Per creare questo  incantesimo verbale che ci tiene avvinti al romanzo, la nostra Sherazade utilizza  abili strategie linguistiche, degli “anelli magici” rappresentati da  anticipazioni, indizi, “frasi fatali”, posti a fine paragrafo che rimandano a un “dopo” verso il quale devi andare ( “Un giorno ti vedrò morire…” pensa Medea guardando il fratellino; “Non ci sono solo i figli di Ipsipile nel tuo futuro, per tua sfortuna” dice l’indovino a Giasone; “Cosa c’è di più grave di questo?” si chiede Giasone alla fine del capitolo dove si racconta la morte di Glauce …)

A volte queste anticipazioni si manifestano attraverso i sogni e i  desideri dei personaggi.

Nei desideri che Medea bambina confida a Morgar sono  già presenti gli Argonauti e il loro arrivo a Iolco : “Vorrei che gli uomini di là dal mare potessero raggiungerci e comunicare con  noi. Vorrei imparare le loro lingue e vestirmi con i loro vestiti, vorrei mangiare quello che mangiano e conoscere i loro dei”;  nel sogno che Morgar fa la notte prima di morire compaiono la nave Argo e i figli di Medea con il loro tragico destino: “Sognò una barca alata, possente, con due file di rematori, sognò due bambini distesi sopra un letto, con gli occhi chiusi e il viso bianchissimo” .

Anche i temi ricorrenti sono anelli magici che danno coesione a questa molteplicità di storie: quello dei luoghi misteriosi (le paludi della Colchide, la caverna dove vive il Pitone sacro, i sotterranei dove Eeta nasconde l’oro, l’isola di Lemno, l’isola degli Orsi, la terra che forse è delle Amazzoni, l’isola dove Medea vive i suoi ultimi anni); quello degli dei e dei sacrifici (il dio Sole, il dio del Fuoco, la Signora-Vergine Madre, il Dio di Orfeo, con le relative cerimonie misteriose e sconvolgenti); quello del Drago (la creatura inquietante che compare e scompare all’improvviso nei momenti chiave per guidare Medea verso il suo destino).

Fra tutti questi temi ricorrenti, quello che mi ha colpito di più e che mi sembra particolarmente significativo riguarda la presenza dei bambini.

Il romanzo di Patrizia è costellato di bambini.

Il dramma di Medea – comunque sia stato letto da antichi e moderni – ha come pernio i figli, i bambini, e nel romanzo questi sono ovunque. Sono i figli dei protagonisti ma – soprattutto- sono i protagonisti stessi: gli adulti quando erano bambini.

In un romanzo che ha come epilogo l’orrore più grande che una madre – un adulto, una persona -  possa commettere: l’uccisione dei figli, dei bambini – questo orrore aleggia per tutto il libro ed è il filo che dà vita alla rete dei bambini: bambini fragili, teneri, spesso soli, spesso preda della violenza degli adulti e che spesso diventano a loro volta violenti e predatori di altri bambini.

Signora dei filtri ci racconta in modo diretto o indiretto la storia di tanti bambini infelici divenuti spesso adulti portatori d’infelicità. Ne cito solo alcuni.

Achille bambino, evocato dal padre Peleo, Argonauta, che intaglia per lui una tenera “figurina di legno”: Peleo l’ha lasciato quando “aveva appena imparato a camminare” e non sa se lo rivedrà più. Questo tenero piccino cresciuto senza padre, una volta adulto diventerà Achille “dallo sguardo bieco” (così ce lo descrive Omero) che trascina nella polvere il corpo di Ettore, Achille “la bestia” di Christa Wolf.

Ila, il servitore che Eracle violenta. Anche lui è poco più di un bambino: Eracle lo chiama “pulcino” e non vorrebbe fargli del male, ma non riesce a governare se stesso. Eracle, l’eroe – predatore, è stato a sua volta un bambino aggredito, maltrattato, perseguitato dall’odio ingiusto di Era.

Chirone, il padre adottivo di Giasone. Quest’uomo saggio è un bambino-mostro nato da una violenza subita dalla madre Filira  quando anche lei era appena una bambina.

Il bambino Meleagro, ora valoroso Argonauta. Il suo destino è vivere quanto il tizzone che brucia  nel braciere al momento della sua nascita: sarà proprio la madre Altea, che ha conservato gelosamente il tizzone, a ributtarlo nel fuoco per vendicare i fratelli uccisi da Meleagro.

La bambinetta di “soli tredici anni” che Eeta si è preso come nuova amante. Solo questo si dice di lei, ma basta e avanza per raccontare l’orrore.

Glauce, la principessa-bambina vittima di una storia più grande di lei. Così la descrive Medea: “La figlia del re, nemmeno adolescente e già coperta d’oro dalla testa ai piedi … le era sembrata una bambina agghindata come una donna …”; così la vede Giasone “Ridicolo chiamarla signora, una bambina gravata dal peso dei pendenti che portava alle orecchie”; e anche Orfeo la vede così: “ Al suo fianco (di Giasone)  Glauce continuava a masticare in silenzio, come una bambina alla quale sia stato ordinato di finire tutto quello che ha nel piatto” …

E infine Medea, la bambina non amata, arrabbiata e sola. Nessun altro autore – credo – ha messo a fuoco la figura di Medea bambina. Signora dei filtri inizia proprio con la storia della sua infanzia, segnata – fra l’altro – dalla nascita di un fratello che la madre adora, quella stessa madre che invece la respinge, la fa sentire sola.

La solitudine accompagna Medea fin da bambina.

Non somiglia a nessuno” – dicono di lei. Medea è sola perché è diversa, anche se non vorrebbe esserlo: “ … lei non voleva essere diversa, non voleva stare in disparte mentre le altre ragazze giocavano o si bagnavano nel fiume. Non voleva che sua madre la guardasse in quel modo, corrugando la fronte … “

Medea è strana. Questo aggettivo la caratterizza, viene usato da tutti quelli che la incontrano. Giasone, appena la conosce, pensa di lei “Che strana donna …”  Kria, a cui Medea salva il bambino, la definisce “bella di una bellezza strana”; Orfeo parla spesso dei suoi occhi, “occhi obliqui”che dardeggiano”  “occhi nervosi”  “neri come la notte”  “inquietanti ed estremamente intelligenti”. Gli strani occhi di Medea vedono ciò che gli altri non vedono, vedono “dentro” e “oltre”, anche contro la sua volontà. Medea non vorrebbe vedere dentro Giasone, leggerne i limiti e scoprirne le menzogne: “ … Si accorse che (Giasone) non diceva la verità … Era la sua disgrazia accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava”.

Quindi Medea è strana.

C’è un grande poeta che, per definire se stesso, usa l’aggettivo strano: Giacomo Leopardi ne “Il passero solitario” e il senso che questo grande poeta e grandissimo cultore della parola dà a “strano” credo calzi a pennello anche per Medea. Leopardi, paragonandosi al passero che vive isolato da tutti sull’antica torre di Recanati, dice

 

Quasi romito, e strano/ Al mio loco natio,/Passo del viver mio la primavera.

 

Il poeta si sente estraneo al suo paese, al luogo dov’è nato e dove vive da solo, isolato, da straniero. Anche Medea si sente così. La sua diversità – come la diversità di Leopardi – è alla base della sua solitudine, e la rende straniera e sola, nel suo paese e nella sua casa, fin da bambina.

Medea uccide i figli perché non vuole che cadano in mani di estranei, perché non siano “umiliati” dal padre che avrebbe preferito a loro – dei bastardi – i figli di un matrimonio per lei “falso e sacrilego”. Morendo per mano sua “dolcemente” i figli “resteranno con lei per sempre”, non saranno mai “soli”, “strani” e “stranieri”, come lei e Morgar sono state: “Medea era una straniera in casa propria esattamente come Morgar lo era in terra di Colchide”.

L’origine della solitudine di Medea va ricercata nel disamore della madre. La regina Idia respinge sempre la figlia e ha cura solo del nuovo nato, del bambino crudele che deve garantirle l’amore del marito (“Absirto rise, riacciuffando uno scarafaggio che tentava di fuggire. La regina gli accarezzò i capelli rossi e lanosi: “Bravo il mio bambino”). Anche quando la piccola Medea, nonostante si senta non amata e abbandonata, cerca un contatto con lei, va incontro a un rifiuto (“Madre, posso tingere io i tuoi capelli” propose speranzosa “No, Medea, le tue mani sono sempre fredde”).

Alla fine questa solitudine imposta si trasforma in bisogno. Divenuta adulta, Medea ha sempre bisogno di solitudine ed è solo l’amore a farle scoprire e sentire il bisogno dell’altro.

 

Continua...

 

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AA.VV, "L'amore non crolla: storie di Natale"

15 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Leggere racconti è una mia vecchia abitudine legata all'infanzia che soprattutto a Natale mi piace rispolverare. Così ho scelto di parlarvi oggi di questa antologia di racconti che si rivolge a un pubblico ampio, dai più giovani ai meno, in cui emergono diversi elementi e dal sapore davvero speziato.

Primo tra tutti la speranza. Questa bella aspirazione viene sviscerata non solo legandola al Natale ma agli affetti e alle cose importanti della vita come i sogni, i ricordi, la famiglia e la grande forza che riesce a tramettere se usata come motrice energetica.

Secondo l'emozione. L'intero libro è permeato di uno stato affettivo puro, intenso e autentico quasi da esondare dalle pagine e attaccarsi al lettore (a me per lo meno è accaduto con il fazzoletto alla mano, le mie emozioni hanno preso il sopravvento sulla lucidità risvegliando empatia per le storie narrate).

L'ultimo a chiudere il trio vincente: l'amore. Amore inteso nel suo senso più lato, come forza motrice capace di mitigare il dolore, avvicinare le persone, abbattere le frontiere. Lo dice in effetti già il titolo: L'amore non crolla. Al giorno d'oggi almeno questa è una piccola certezza, dove c'è amore c'è sempre quel barlume di speranza che aiuta a sopravvivere. Perché qui entra in gioco il quarto elemento: la beneficenza.

L'intero ricavato del libro, in entrambi i formati cartaceo e digitale, viene devoluto alla Croce Rossa del Centro Italia per sostenere i fabbisogni dei terremotati.

Insomma una raccolta con 21 racconti diversi tra loro per genere, tipologia di narrazione, per il messaggio che veicolano, che percorrono dentro le strade del cuore e si propongono di trasformare le parole in benzina per i buoni sentimenti, proprio in tema con il Natale. Un libro capace di fare scivolare qualche lacrima e di muovere riflessioni sulla fugacità delle cose, che non fa mai male tenere a mente, tutto l'anno.

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Stefano Valente, "Il barone dell'alba"

13 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il barone dell’alba

Stefano Valente

Graphopheel, 2016

 

Una scrittura straordinaria, non ci sono altri termini per definire lo stile di Stefano Valente ne Il barone dell’alba. Non è il contenuto a colpire e affascinare, non è la trama di questo romanzo picaresco ed erudito, ma l’espressione colta, raffinata eppure scorrevole, visiva, narrativa. Ci sono pezzi meravigliosi, come la descrizione raccapricciante dell’autodafè, il rogo dei presunti eretici. Non saprei immaginare un modo migliore per mostrare la scena, per farla vedere, toccare, annusare e, allo stesso tempo, renderla letteraria, dotta, elegante.

Meno attraenti i linguaggi inventati - siciliano, ispanico-partenopeo, tedesco - che di sicuro intrigano il glottologo Valente ma appesantiscono il lettore comune.

Andiamo per ordine: abbiamo l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, con tanto di postille erudite, abbiamo un romanzo d’avventure rocambolesche e frenetiche che a me ricorda il Simplicissimus del Grimmelshausen, Il cimitero di Praga di Eco e anche Memorie d’un bugiardo di Marco Saverio Loperfido. Abbiamo una città immaginaria, Dorantia, che ci riporta alla Venezia del settecento, abbiamo la cerca di un oggetto, il quadro d’una fanciulla vagheggiata dal protagonista, una fanciulla con occhi di aurora, con occhi d’alba, di quel momento inconfondibile fra luce e buio, fra sole e oscurità, fra bene e male. Abbiamo come protagonista il rampollo di una famiglia nobiliare borbonica, il barone Francesco di Santamaria di Caloria, inviato dal padre a fare il gran tour, e un attraente e inquietante coprotagonista, lo sbirro Velasco. Abbiamo una serie di simboli, come ad esempio  la freccia, inizio e fine, uroboro - serpente o coccodrillo! - che ci riporta al punto di partenza, abbiamo visioni e suggestioni oniriche. Intorno, luoghi meravigliosi e tenebrosi, deserti e segrete, prigioni e sotterranei, dalla Sicilia a Malta all’Egitto, e un caravanserraglio di personaggi sorprendenti: banditi, cardinali, nani, streghe, inquisitori, monache e pirati, fra culti esoterici e rimandi dotti a non finire.

Nonostante il ricco apparato culturale sotteso al romanzo, la storia riesce ad essere avvincente e lo stile, oltremodo letterario, non difetta di quelle tecniche che rendono appassionante la narrazione. Un romanziere, Stefano Valente, che ha molto da spartire coi grandi classici ed è, a tutti gli effetti, un autentico signore della scrittura.

 

Qui puoi ascoltare l'intervista a Stefano Valente per la nostra rubrica Radioblog.

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Riccardo Moncada, "Eleanor's smile"

12 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

 

Ho letto da poco un romanzo diverso dal solito, Eleanor's smile.

Un romanzo innovativo che racchiude amore e azione nel giusto mix, che mi ha conquistato, da qui l'idea di condividere con voi il turbine di pensieri nato. Non ho potuto fare a meno di emozionarmi leggendolo, e, quando parlo di emozioni, non intendo solo ridere o piangere, ma anche arrossire, sorprendermi, temere... 211 pagine che scorrono veloci e scivolano come un rinfrescante bicchiere d'acqua, riequilibrando, che raccontano una storia d'amore molto distante dai cliché. Perché in Eleanor's smile non abbiamo la solita lei che rincorre un lui, una donna che si strugge per amore o  ne subisce umiliazioni e torti, ma una donna indipendente, forte e decisa che sceglie l'uomo con cui dividere la vita e al primo posto metta lei.

Come anticipavo, si tratta di una lettura originale, intrisa di sentimenti elevati all'ennesima potenza. Un amore romantico di quelli che fanno battere il cuore e volare in alto, per poi tornare a terra e fare i conti con la realtà. Una sorte di ode all'amore, in chiave moderna.

Partiamo dai protagonisti:

Lui è Liuc, scrittore squattrinato e sognatore. Lei è Eleanor, agente segreto perennemente impegnata in missioni pericolose. Sono sposati da 9 anni e hanno due figli, Guglielmo e Beatrice. Liuc è un padre moderno, un cosiddetto mammo. Si occupa dei bambini, della casa e del suo romanzo mai completo. Eleanor, stanca e piena di sensi di colpa, rientra ogni sera alle 22:00, in tempo per cena. Lei non può rivelare nulla del suo lavoro: cosa ha fatto, quali missioni ha svolto, se ha messo a repentaglio la sua vita. Liuc vive con disagio questa condizione. È insoddisfatto per quella vita segreta che lo esclude. È geloso dei colleghi di lei, chi sono, cosa fanno? Ma soprattutto sa che un giorno qualcuno potrebbe bussare alla porta di casa per dirgli che sua moglie non farà più ritorno.”

Una storia che non manca di spunti di riflessione, passione e sentimenti, in cui l'avventura condisce ogni pagina avvincendo. Potete ben immaginare quando non sia mai simile un giorno all'altro per un agente segreto e nemmeno per uno scrittore dalla fervida immaginazione alle prese con la crescita di due figli! Lo ammetto ho riso, ho pianto, ho sussultato, sono arrossita... trascinata dal ritmo e dalle parole dei protagonisti. Mi sono rivista in riflessioni comuni a tutti, in considerazioni che prima o poi ogni essere umano si trova a fare.

Già dal titolo mi aveva incuriosito e fatto ragionare: ELEANOR’S SMILE – Mia moglie è un’agente segreto, ma rientra in tempo per cena. Ma solo leggendolo ho appreso quanto un uomo riesca a vivere appieno un sentimento così totalizzante come l'amore.

Ecco dove sta la bravura dell'autore, oltre alla creazione di un libro dalla trama originale e ben architettata, oltre al ribaltamento dei soliti ruoli famigliari, alle dinamiche amorose lui-lei, anche una rivalutazione dell'uomo in quanto essere maschile e del suo vero apporto alle relazioni interpersonali. Per coloro che se lo chiedono ecco cosa cercano molte donne, un uomo del genere.

 

 

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Agota Kristov, "Ieri"

10 Dicembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Ieri

Agota Kristov

Einaudi, 2016

 

"Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore".

Questo dice Thomas ad un certo punto della storia a Line, la sua donna-ossessione. Ed è questo che in parte accadde alla Kristof stessa, ridotta a niente dagli anni in fabbrica da profuga con marito e figli, orfana della sua lingua madre, per anni parlò francese senza saperlo né scrivere né tanto meno leggere, privandosi dei suoi amati libri per un lustro. La non-vita di Thomas ricalca il dato autobiografico della scrittrice già riportato nel suo precedente racconto lungo "l'analfabeta": autobus per 5 fermate, catena di montaggio in fabbrica ma ognuno con un compito specifico per cui "nessuno di noi potrebbe assemblare un orologio completo", ogni tanto una cena e un po' di sesso senza amore con Yolande, ragazza brutta al risveglio ma passabile dopo trucco e parrucco, nessun amico, nessun parente. Racconti onirici, surreali, che scrive la sera in quella lingua che non gli appartiene e che celano in parte il suo disagio per l'inutilità del vivere, in parte la sua infanzia che non ha mai raccontato a nessuno, un tempo crudele e meschino che lo ha costretto alla fuga appena dodicenne. E Line, bella, bionda, onnipresente anche se solo nella sua fantasia, suo destino, suo amore, suo fine ultimo finché non l'avrà trovata. La vita riacquista senso solo nei momenti di pausa in cui la sua immaginazione rotola sfrenata lungo i ripidi sentieri dell'inconscio, o forse della pia illusione, e il senso di disperazione per questa esistenza triste e afinalistica si smorza. Finché il suo sogno non si materializza. La donna eterea e inarrivabile giunge nella mensa della sua fabbrica a consumare il pasto quotidiano e lui, come chiunque di noi farebbe, ha due possibilità: ignorarla, per timidezza o timore di rompere la meravigliosa bolla di protezione da quel mondo grigio e alienante, oppure andarle incontro, e scoprire finalmente se il suo sogno può diventare realtà. È una storia scritta con lo stile tipico della Kristof, essenziale, scarno, limpido. È un racconto sulla vita, le sue aspettative e i suoi inganni, sul ruolo dell'immaginazione e della scrittura, sulle aspirazioni e i fallimenti, l'accettazione verniciata di brillantini di serenità o l'emarginazione volontaria. Non ci sono mezze misure nella storia, le strade ai bivi sono tutte dissestate e difficili da percorrere, la meta da raggiungere sempre insoddisfacente. Ma questa è la Kristof: prendere o lasciare.

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L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

8 Dicembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

L’anno della vittoria è un breve romanzo di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi nel 1985 e ambientato nell’altopiano di Asiago. Le vicende si svolgono nell’arco di un anno, dagli ultimi giorni della Grande Guerra fino all’inverno successivo.  Con la vittoria di Vittorio Veneto il lungo e sanguinoso conflitto finisce; la gente dell’altopiano, sfollata fin dal 1916, può finalmente tornare nei propri villaggi. Protagonista è la collettività che popola quei paesi, mentre invece in Storia di Tönledello stesso autore, protagonista era il vecchio Tönle, archetipo dell’uomo nato in terre di confine, inquieto, dinamico, amante della libertà. Il romanzo di cui trattiamo ora è la continuazione ideale dell’altra opera, già affrontata in questo blog.

In nessun momento si respira la gioia per la vittoria; non ci sono momenti di esaltazione patriottica, quasi che il trionfo riguardi un altro mondo e che per la gente comune non ci sia scampo alla quotidiana fatica del vivere. Ciò che preme agli abitanti dell’altopiano è rivedere la propria terra e occuparsi della ricostruzione. La guerra, voluta dall’alto, fatta perché si doveva, è stata una parentesi dolorosa;  ora si deve porre rimedio ai danni e ai guasti che i festeggiamenti ufficiali tendono a far dimenticare.

La vittoria vera, sembra di poter leggere chiaramente, è ridare integrità al proprio mondo culturale; rimettere in piedi case distrutte, ricostruire paesi bombardati, riprendere una vita di comunità dopo anni di profugato. Per fare ciò bisogna recuperare e usare i materiali abbandonati dagli eserciti anche se è illegale farlo, lavorare nella bonifica del territorio, lottare con la burocrazia per avere gli indennizzi previsti per chi è rimasto senza un tetto.

È un mondo di tenacia e di costanza quello descritto; famiglie ricche di sapere pratico, capaci di mille fatiche, solidali tra loro, mai disperate nonostante la povertà e l’inverno alle porte. Si affacciano anche i primi scontri politici e non mancano le tensioni sociali. Ma accanto alla gente dell’altopiano, protagonista è una natura vivissima; la scrittura di Rigoni Stern pennella un mondo ferito dagli eserciti e dalle battaglie, ma sempre ricco di colori e mai fermo. La natura va avanti, le stagioni non si fermano e questo implicitamente offre speranza; tutto il dolore può diventare un fatto di ieri e l’amore per il territorio può spingere a riprendere a vivere come prima. La gente come valori personali è in fondo rimasta uguale nonostante le pene del conflitto, passato in trincea o in lontane città come profughi. Nessuno ha imparato a odiare o ha appreso una cinica lezione di egoismo. Si ricomincia a vivere come comunità; si condivide il sovrappiù in modo naturale, si spazza la neve nella via della famiglia dove ci sarà una nascita in modo che il medico che verrà in slitta abbia la strada libera, la vecchia generazione educa senza sussiego la nuova, obbligata  a diventare subito adulta. Il giovane tenente che aiuta la gente del posto riscatta l’arroganza di altri colleghi che in modo fiscale perseguono anche i piccoli reati, compiuti per ragioni di necessità da chi ha perso tutto. Anche l’inverno, come la guerra, passa e il nonno può parlare con fiducia alla nipote: “Osserva il sole, non tramonta più aldilà di quella punta di montagna, ma aldiquà. Andiamo verso la primavera”.

È una comunità che risana da sola le sue ferite, con umiltà e senza clamore, in un colloquio continuo con la natura circostante, pilastro insostituibile nel formare l’identità di un territorio che a lungo ha avuto una tradizione di autogoverno.

Il finale della vicenda in cui la durezza del vivere è alleviata dalla poesia del paesaggio, aggiunge un po’ di favola, dando speranza nell’avvenire.

 

 

 

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Ann Morgan, "La gemella sbagliata"

6 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

La gemella sbagliata

Ann Morgan

Piemme, 2016

 

La gemella sbagliata di Ann Morgan è un libro che mi ha talmente colpito da essermi rimasto addosso per un po'. Già la copertina mi ha strizzato l’occhio, ma anche il titolo, insomma per me è stato proprio così: una sorta di calamita che poi non mi ha mollata più. Al di là che avessi proprio voglia di evadere e cambiare lettura, che dovessi rendere il libro, ma al solito in un lampo l’ho divorato.

Se non lo conoscete vi lascio due indicazioni di massima per farvi entrare nel vivo della sua trama. Se invece lo avete letto, ecco un breve ripasso.

Helen ed Ellie sono gemelle. Identiche. Almeno così le vedono gli altri. Ma le due bambine sanno che non è così: Helen è la leader, Ellie la spalla. Helen decide, Ellie obbedisce. Helen pretende, Ellie accetta. Helen inventa i giochi, Ellie partecipa. Finché Helen ne inventa uno un po’ troppo pericoloso: scambiarsi le parti. Solo per un giorno. Dai vestiti alla pettinatura ai modi di fare. Ed ecco che Ellie, con la treccia di Helen, comincia a spadroneggiare, mentre Helen si finge la sottomessa e spaventata Ellie. È divertente, le due bambine ridono da matte. Ci cascano tutti, perfino la mamma. Ma, alla sera, quando il gioco dovrebbe essere finito, e Helen pretende di tornare a essere se stessa, Ellie per la prima volta dice di no. Ormai è lei la leader. E non tornerà indietro. Da questo momento, per la vera Helen comincia l’incubo…

Un capolavoro di suspense e inquietudine, che riesce a raccontare in modo straordinario la discesa agli inferi della protagonista, nonché la facilità con cui si possono manipolare le persone e distorcere la realtà. Perché non tutto è come sembra, anche nelle migliori famiglie, e in quella di Helen ed Ellie ci sono molti più segreti di quanti le bambine stesse possano immaginare. Al punto che un gioco innocente, forse, non è mai stato solo un gioco.”

Il libro ricade nel genere thriller psicologico, ma io non lo disdegno anche nella narrativa e ammetto di averlo trovato davvero sorprendente, anche perché lo svelo subito: non viene ucciso nessuno.

La storia è semplice e scorrevole, ma narrata con la sapienza di una buona penna e con modi che tengono incollati alle pagine. Non mi è stato infatti possibile separarmi dal libro, fino a che non sono riuscita a completarlo. Un po’ la curiosità, un po’ il piacere della lettura, ho tirato davvero fino a tardi per assaporare l’ultima pagina, e la notte è diventata mattina.

Ma torniamo al libro, le due bambine sin da piccole sono indissolubilmente unite dal legame inspiegabile che portano con sé i gemelli. Eppure sono più di un aspetto molto simile tra loro o di pettinature che le fanno riconoscere, sono caratteri, abitudini, personalità che di colpo svaniscono davanti a uno sciocco gioco e da quel giorno tutto quel che può accadere accade. Quando dico tutto, credetemi è tutto, perché il percorso di vita narrato raccoglie l’infanzia, l’adolescenza e giovinezza, fino alla prima maturità, quindi una cospicua parte di esperienze e situazioni importanti.

Non si tratta però solo di una trama, ricca, mai scontata e banale, ma di una discesa nell’animo umano davvero profonda. Infatti una volta letto il libro per la storia, curiosa di per sé e molto avvincente, non si può fare a meno di porsi mille domande, di cercare un colpevole vero in questo rincorrersi di eventi assurdi, che plasmano la vita di ogni personaggio all’interno del libro.

L’altra particolarità che mi ha notevolmente colpito è stata l’alternanza del raccontare la storia con la protagonista bambina e adulta, che parla al passato nel presente e al presente nel passato, senza mai confondere, ma anzi facilitando l’entrata nel suo mondo, così particolare e coinvolgente. Una formula narrativa che non mi era mai capitata.

Sì insomma, un libro che tiene davvero alto il tono e non delude, quindi vi consiglio spassionatamente.

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Domenico Vecchioni, "Saddam Hussein"

5 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Domenico Vecchioni

Saddam Hussein

Sangue e terrore a Bagdad

Greco&Greco, 2017 – Euro 12 – Pag. 170

                                                                                         

La collana Ingrandimenti di Greco&Greco (www.grecoegrecoeditori.it) si arricchisce di un nuovo titolo divulgativo che appassionerà i numerosi cultori della storia contemporanea. Domenico Vecchioni aggiunge un tassello importante alla sua personalissima storia dei dittatori - che ha scandagliato in lungo e in largo -, un’agile monografia generata dalla costola del recente Tiranni e Dittatori e 20 destini straordinari del XX secolo.

Meglio uccidere un innocente che correre rischi, è la frase inquietante del monarca iracheno che apre il libro come una sorta di monito, come un’epigrafe scritta con il sangue. Una frase che racchiude il carattere deciso e spietato del Rais di Bagdad, aggressore del Kuwait, indomito avversario degli Stati Uniti, quindi leader sconfitto, trascinato nella polvere, annichilito e distrutto. Un potere assoluto, quello di Saddam, che lo poneva al di sopra della legge, in una posizione quasi divina, di sopraffazione nei confronti di un popolo che rappresentava un’immensa riserva di vite umane da sacrificare sull’altare della sua assurda follia. Saddam non era il solo elemento crudele della famiglia, pure i suoi figli Uday e Quassay si sono macchiati di orribili nefandezze, diventando tra gli uomini più odiati del paese per le gesta efferate che hanno caratterizzato la loro esistenza. Il saggio di Vecchioni - scritto in modo semplice e popolare - segue la lezione di Montanelli e Gervaso, si legge come un romanzo, cerca di far conoscere senza sfoggiare inutile erudizione, racconta un percorso politico fatto di violenza e di repressione, condotto con un pizzico di follia, variabile costante in ogni dittatore. Tra le pagine del libro il lettore troverà Saddam uomo, amante, padre, figlio, capo clan, che da potente dittatore esorcizzerà il ricordo della miseria accumulando ricchezze e territori. Vecchioni racconta la megalomania di un tiranno, il suo potere assoluto, spiega il motivo per cui si è trovato a capo di una nazione potente e fa capire tutti i retroscena della disfatta. Un testo utile per apprezzare un passaggio decisivo della nostra storia contemporanea, un nuovo importante tassello storico scritto da un ex ambasciatore che qualche dittatore l’ha conosciuto molto da vicino.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Il delitto di Perugia spiegato da Luciano Garofano in “Assassini per caso”: l’omicidio della bella Meredith

2 Dicembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Assassini per caso

Luciano Garofano

Rizzoli, 2010

 

«Persino privo di vita il suo corpo è bello, bruno e sinuoso. Sembra che si sia appena risvegliata da un sonno profondo. I suoi occhi verdi hanno la tonalità più simile al colore della seta indiana che allo smeraldo. Brillanti, addirittura radiosi, sono incorniciati da ciglia lunghe e appuntite che curvano dolcemente verso le tempie. Vividi, addirittura nello sguardo vitreo della morte. I capelli castani, che le ricadono disordinatamente sulle spalle, sono intrisi del sangue che, spinto dalla forza di gravità, è fuoriuscito scorrendo lungo il collo da una lesione sotto il mento. La ferita è ampia, e il peso della testa reclinata all’indietro la mantiene aperta, mentre la macchia di sangue intorno ad essa è striata dalle rughe e dalle piaghe della pelle. Il capo è rivolto a sinistra. Dallo stesso lato, la mano, quasi completamente insanguinata, sembra stia indicando la ferita.»

 

Assassini per caso. Luci e ombre del delitto di Perugia, il libro di Luciano Garofano (in collaborazione con Paul Russel e Graham Johnson), racconta di una vicenda tragica che ha colorato di rosso le cronache dei nostri giornali.

È il 1 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese in Erasmus a Perugia, muore. Sono le dieci, dieci e mezzo. Nessuno sa cosa sia accaduto, questo segreto la povera Mez (questo il soprannome con il quale era chiamata dagli amici) se lo porterà nella tomba. Il suo viso, così bello e sinuoso, non sorride più. In esso, solo la cupa freddezza della morte. Sul suo collo d’angelo, due lesioni da lama. Una più larga e meno profonda, l’altra meno vistosa ma letale.

Muore dissanguata, la ventiduenne. Tossisce e probabilmente affoga nel sangue che inonda i suoi stessi polmoni – ma questo si scoprirà solo dopo, con le indagini della scientifica. Chissà quanto terrore. Chissà le preghiere. Chissà la speranza. Nulla l’ha potuta salvare. La bella ragazza inglese, caparbia, studiosa e molto umile, smette di respirare la notte dopo Halloween.

Il suo corpo ormai freddo viene ritrovato la mattina del 2 novembre, parzialmente nudo ma coperto da un piumone chiaro.

Amanda Knox è una delle sue coinquiline. È lei che nota qualcosa di strano, in quella mattina colorata dal cupo presagio. Chiama il suo ragazzo, Raffaele Sollecito – non prima di essersi fatta una doccia, incurante delle tracce di sangue disseminate per il suo bagno –, e insieme allertano la polizia.

Sin da subito c’è qualcosa che non va. Nella camera di un’altra coinquilina c’è una finestra rotta, questo potrebbe sì indicare un tentativo di furto, ma le schegge di vetro sono disposte in un modo strano. Inoltre una fotocamera fa bella mostra di sé sopra un comodino. Che ladro dimentica una cosa così importante? È un tentativo maldestro di far sembrare qualcosa che non è, in effetti.

Le indagini partono, forsennate. Il laboratorio ha prove su prove, tutte catalogate e da analizzare. Tutti sono sulla lama di un rasoio, nessuno può fare errori.

Gli inquirenti si domandano da subito come mai la Knox, la studentessa americana dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare, non appaia scossa. Si bacia con Raffaele, ride, accusa persone a caso, distribuisce versioni strane e sempre diverse per la sera dell’omicidio. Addirittura un giorno fa la ruota in caserma, mentre i poliziotti interrogano il suo amante. Sa per certo come fosse disposto il cadavere, pur non avendo assistito al ritrovamento; dice con certezza all’amica che Meredith ha sofferto perché è morta dissanguata, benché certe cose la polizia non le abbia fatte trapelare. Sembra ci sia qualcosa di inquietante, in quei suoi occhi del color del cielo. Quei fanali allegri nascondono qualcosa di macabro. Anche Raffaele c’è dentro fino al collo.

Intanto, nella scena fa il suo ingresso un altro uomo. Guede.

I giornali impazziscono, la polizia è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, gli esperti della scientifica si trovano a dover rimediare a grossi errori. Tutti parlano di questa storia. Nel mirino, Amanda. Perché tutti sanno che nel mondo esiste il male, ma non si può sopportare che esso abbia un volto così bello. Così allegro. Così dolce. Cosa nasconde Foxy Knoxy?

Solo di una cosa si può essere certi: la bella Meredith è morta. Per questo non c’è rimedio né soluzione.

Con dovizia di particolari, Garofano descrive tutte le tappe della faccenda. Mette in risalto i protagonisti, scava nelle loro vite. Ci dà un quadro completo di tutto. Con chiarezza, spiega, analizza, scandaglia. Viene fuori un libro accorato, minuzioso, preciso. Una cronaca del delitto di Perugia. Non tralascia l’elemento umano, il cuore che si deve mettere in una faccenda simile. Nel contempo, si concentra anche sui particolari tecnici.

Dopo averlo letto, siamo un po’ parte di tutta la vicenda.

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Zerocalcare, "Macerie prime"

1 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Zerocalcare

Macerie prime

Bao Publishing, 2017 - Euro 17 – Pag. 190

 

Ho già parlato del fenomeno Zerocalcare, che va ben oltre il mondo del fumetto, nato dal frequentatissimo blog zerocalcare.it, passato su carta con una serie di libri che hanno decretato la fortuna di Bao Publishing e il successo dell’autore. Sto parlando de La profezia dell’armadillo (uscito anche in un’inedita artist-edition), Un polpo alla gola, Ogni maledetto lunedì, Dodici, Dimentica il mio nome, L’elenco telefonico degli accolli, Kobane Calling e adesso questo Macerie prime, che promette una seconda parte in uscita a maggio 2018. Zerocalcare è nato ad Arezzo nel 1983 e ha pubblicato tutti questi libri dal 2012 a oggi, trovando il tempo di essere candidato al Premio Strega con Dimentica il mio nome, per fortuna senza vincerlo. Ho già ammorbato abbastanza i miei venticinque lettori con tutti i dubbi che mi assalgono quando vedo un fumetto candidato al Premio Strega, ragion per cui vi risparmierò il pippone sulla diversità dei linguaggi tra arte grafica e letteratura. Resta il fatto che Zerocalcare non è Gipi (altro fumettista stregato), perché la sua opera è complessa e articolata, racconta una vita, un mondo giovanile visto dall’interno, narra l’adolescenza e la difficoltà di crescere, parla di amicizia, amore, borgate, droga, politica, difesa dei diritti umani, bullismo, oppressi che si ribellano e un sacco di altre cose, tutto con grande leggerezza. Leggete Zerocalcare e vi sembrerà di assistere a un film di Nanni Moretti, versione giovanile, magari il Moretti di Ecce Bombo e Io sono un autarchico. Zerocalcare compone arte letteraria e grafica raccontandoci gli affari suoi, ma lo fa talmente bene che diventano pure nostri, anzi di tutte le persone che ci circondano. L’intera vita di Zerocalcare si trasforma in opera d’arte, i suoi dubbi sono i nostri dubbi, la sua incapacità di comprendere gli altri e di essere sempre come ti vorrebbero, è la nostra stessa incapacità. Straordinaria ed esemplificativa la parabola del vecchio e del bambino che compiono un viaggio insieme al mulo: qualunque cosa faccia il padrone del mulo, ci sarà sempre chi avrà qualcosa da dire, sia che resti a piedi il bambino, il vecchio, oppure entrambi. Affrontare la vita secondo le proprie idee, non curandosi del giudizio degli altri, è la sola possibile soluzione. Zerocalcare compie forse un passo indietro, dopo lo straordinario Kobane calling, libro inarrivabile per la grandezza della storia e per la profondità dell’esperienza, ma torna con diligenza ai suoi personaggi, al suo piccolo mondo di Rebibbia, dove qualcuno si sposa, altri attendono un figlio e lui cerca di svicolare da impegni che non vorrebbe prendere, ma ogni tanto resta coinvolto in serate che gli procurano soltanto guai. Zerocalcare racconta la vita, il quotidiano, estrapola la materia letteraria dalle cose che gli accadono, giorno dopo giorno, drammatizzandole con umorismo e ironia. Le sue storie ricordano i migliori momenti della commedia all’italiana, ci fanno capire come siamo diventati, ci spingono a ridere dei nostri stessi difetti. Non credo di bestemmiare se affermo che Zerocalcare è letteratura italiana contemporanea. E della migliore.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

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