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recensioni

Ann Morgan, "La gemella sbagliata"

6 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

La gemella sbagliata

Ann Morgan

Piemme, 2016

 

La gemella sbagliata di Ann Morgan è un libro che mi ha talmente colpito da essermi rimasto addosso per un po'. Già la copertina mi ha strizzato l’occhio, ma anche il titolo, insomma per me è stato proprio così: una sorta di calamita che poi non mi ha mollata più. Al di là che avessi proprio voglia di evadere e cambiare lettura, che dovessi rendere il libro, ma al solito in un lampo l’ho divorato.

Se non lo conoscete vi lascio due indicazioni di massima per farvi entrare nel vivo della sua trama. Se invece lo avete letto, ecco un breve ripasso.

Helen ed Ellie sono gemelle. Identiche. Almeno così le vedono gli altri. Ma le due bambine sanno che non è così: Helen è la leader, Ellie la spalla. Helen decide, Ellie obbedisce. Helen pretende, Ellie accetta. Helen inventa i giochi, Ellie partecipa. Finché Helen ne inventa uno un po’ troppo pericoloso: scambiarsi le parti. Solo per un giorno. Dai vestiti alla pettinatura ai modi di fare. Ed ecco che Ellie, con la treccia di Helen, comincia a spadroneggiare, mentre Helen si finge la sottomessa e spaventata Ellie. È divertente, le due bambine ridono da matte. Ci cascano tutti, perfino la mamma. Ma, alla sera, quando il gioco dovrebbe essere finito, e Helen pretende di tornare a essere se stessa, Ellie per la prima volta dice di no. Ormai è lei la leader. E non tornerà indietro. Da questo momento, per la vera Helen comincia l’incubo…

Un capolavoro di suspense e inquietudine, che riesce a raccontare in modo straordinario la discesa agli inferi della protagonista, nonché la facilità con cui si possono manipolare le persone e distorcere la realtà. Perché non tutto è come sembra, anche nelle migliori famiglie, e in quella di Helen ed Ellie ci sono molti più segreti di quanti le bambine stesse possano immaginare. Al punto che un gioco innocente, forse, non è mai stato solo un gioco.”

Il libro ricade nel genere thriller psicologico, ma io non lo disdegno anche nella narrativa e ammetto di averlo trovato davvero sorprendente, anche perché lo svelo subito: non viene ucciso nessuno.

La storia è semplice e scorrevole, ma narrata con la sapienza di una buona penna e con modi che tengono incollati alle pagine. Non mi è stato infatti possibile separarmi dal libro, fino a che non sono riuscita a completarlo. Un po’ la curiosità, un po’ il piacere della lettura, ho tirato davvero fino a tardi per assaporare l’ultima pagina, e la notte è diventata mattina.

Ma torniamo al libro, le due bambine sin da piccole sono indissolubilmente unite dal legame inspiegabile che portano con sé i gemelli. Eppure sono più di un aspetto molto simile tra loro o di pettinature che le fanno riconoscere, sono caratteri, abitudini, personalità che di colpo svaniscono davanti a uno sciocco gioco e da quel giorno tutto quel che può accadere accade. Quando dico tutto, credetemi è tutto, perché il percorso di vita narrato raccoglie l’infanzia, l’adolescenza e giovinezza, fino alla prima maturità, quindi una cospicua parte di esperienze e situazioni importanti.

Non si tratta però solo di una trama, ricca, mai scontata e banale, ma di una discesa nell’animo umano davvero profonda. Infatti una volta letto il libro per la storia, curiosa di per sé e molto avvincente, non si può fare a meno di porsi mille domande, di cercare un colpevole vero in questo rincorrersi di eventi assurdi, che plasmano la vita di ogni personaggio all’interno del libro.

L’altra particolarità che mi ha notevolmente colpito è stata l’alternanza del raccontare la storia con la protagonista bambina e adulta, che parla al passato nel presente e al presente nel passato, senza mai confondere, ma anzi facilitando l’entrata nel suo mondo, così particolare e coinvolgente. Una formula narrativa che non mi era mai capitata.

Sì insomma, un libro che tiene davvero alto il tono e non delude, quindi vi consiglio spassionatamente.

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Domenico Vecchioni, "Saddam Hussein"

5 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Domenico Vecchioni

Saddam Hussein

Sangue e terrore a Bagdad

Greco&Greco, 2017 – Euro 12 – Pag. 170

                                                                                         

La collana Ingrandimenti di Greco&Greco (www.grecoegrecoeditori.it) si arricchisce di un nuovo titolo divulgativo che appassionerà i numerosi cultori della storia contemporanea. Domenico Vecchioni aggiunge un tassello importante alla sua personalissima storia dei dittatori - che ha scandagliato in lungo e in largo -, un’agile monografia generata dalla costola del recente Tiranni e Dittatori e 20 destini straordinari del XX secolo.

Meglio uccidere un innocente che correre rischi, è la frase inquietante del monarca iracheno che apre il libro come una sorta di monito, come un’epigrafe scritta con il sangue. Una frase che racchiude il carattere deciso e spietato del Rais di Bagdad, aggressore del Kuwait, indomito avversario degli Stati Uniti, quindi leader sconfitto, trascinato nella polvere, annichilito e distrutto. Un potere assoluto, quello di Saddam, che lo poneva al di sopra della legge, in una posizione quasi divina, di sopraffazione nei confronti di un popolo che rappresentava un’immensa riserva di vite umane da sacrificare sull’altare della sua assurda follia. Saddam non era il solo elemento crudele della famiglia, pure i suoi figli Uday e Quassay si sono macchiati di orribili nefandezze, diventando tra gli uomini più odiati del paese per le gesta efferate che hanno caratterizzato la loro esistenza. Il saggio di Vecchioni - scritto in modo semplice e popolare - segue la lezione di Montanelli e Gervaso, si legge come un romanzo, cerca di far conoscere senza sfoggiare inutile erudizione, racconta un percorso politico fatto di violenza e di repressione, condotto con un pizzico di follia, variabile costante in ogni dittatore. Tra le pagine del libro il lettore troverà Saddam uomo, amante, padre, figlio, capo clan, che da potente dittatore esorcizzerà il ricordo della miseria accumulando ricchezze e territori. Vecchioni racconta la megalomania di un tiranno, il suo potere assoluto, spiega il motivo per cui si è trovato a capo di una nazione potente e fa capire tutti i retroscena della disfatta. Un testo utile per apprezzare un passaggio decisivo della nostra storia contemporanea, un nuovo importante tassello storico scritto da un ex ambasciatore che qualche dittatore l’ha conosciuto molto da vicino.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Il delitto di Perugia spiegato da Luciano Garofano in “Assassini per caso”: l’omicidio della bella Meredith

2 Dicembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Assassini per caso

Luciano Garofano

Rizzoli, 2010

 

«Persino privo di vita il suo corpo è bello, bruno e sinuoso. Sembra che si sia appena risvegliata da un sonno profondo. I suoi occhi verdi hanno la tonalità più simile al colore della seta indiana che allo smeraldo. Brillanti, addirittura radiosi, sono incorniciati da ciglia lunghe e appuntite che curvano dolcemente verso le tempie. Vividi, addirittura nello sguardo vitreo della morte. I capelli castani, che le ricadono disordinatamente sulle spalle, sono intrisi del sangue che, spinto dalla forza di gravità, è fuoriuscito scorrendo lungo il collo da una lesione sotto il mento. La ferita è ampia, e il peso della testa reclinata all’indietro la mantiene aperta, mentre la macchia di sangue intorno ad essa è striata dalle rughe e dalle piaghe della pelle. Il capo è rivolto a sinistra. Dallo stesso lato, la mano, quasi completamente insanguinata, sembra stia indicando la ferita.»

 

Assassini per caso. Luci e ombre del delitto di Perugia, il libro di Luciano Garofano (in collaborazione con Paul Russel e Graham Johnson), racconta di una vicenda tragica che ha colorato di rosso le cronache dei nostri giornali.

È il 1 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese in Erasmus a Perugia, muore. Sono le dieci, dieci e mezzo. Nessuno sa cosa sia accaduto, questo segreto la povera Mez (questo il soprannome con il quale era chiamata dagli amici) se lo porterà nella tomba. Il suo viso, così bello e sinuoso, non sorride più. In esso, solo la cupa freddezza della morte. Sul suo collo d’angelo, due lesioni da lama. Una più larga e meno profonda, l’altra meno vistosa ma letale.

Muore dissanguata, la ventiduenne. Tossisce e probabilmente affoga nel sangue che inonda i suoi stessi polmoni – ma questo si scoprirà solo dopo, con le indagini della scientifica. Chissà quanto terrore. Chissà le preghiere. Chissà la speranza. Nulla l’ha potuta salvare. La bella ragazza inglese, caparbia, studiosa e molto umile, smette di respirare la notte dopo Halloween.

Il suo corpo ormai freddo viene ritrovato la mattina del 2 novembre, parzialmente nudo ma coperto da un piumone chiaro.

Amanda Knox è una delle sue coinquiline. È lei che nota qualcosa di strano, in quella mattina colorata dal cupo presagio. Chiama il suo ragazzo, Raffaele Sollecito – non prima di essersi fatta una doccia, incurante delle tracce di sangue disseminate per il suo bagno –, e insieme allertano la polizia.

Sin da subito c’è qualcosa che non va. Nella camera di un’altra coinquilina c’è una finestra rotta, questo potrebbe sì indicare un tentativo di furto, ma le schegge di vetro sono disposte in un modo strano. Inoltre una fotocamera fa bella mostra di sé sopra un comodino. Che ladro dimentica una cosa così importante? È un tentativo maldestro di far sembrare qualcosa che non è, in effetti.

Le indagini partono, forsennate. Il laboratorio ha prove su prove, tutte catalogate e da analizzare. Tutti sono sulla lama di un rasoio, nessuno può fare errori.

Gli inquirenti si domandano da subito come mai la Knox, la studentessa americana dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare, non appaia scossa. Si bacia con Raffaele, ride, accusa persone a caso, distribuisce versioni strane e sempre diverse per la sera dell’omicidio. Addirittura un giorno fa la ruota in caserma, mentre i poliziotti interrogano il suo amante. Sa per certo come fosse disposto il cadavere, pur non avendo assistito al ritrovamento; dice con certezza all’amica che Meredith ha sofferto perché è morta dissanguata, benché certe cose la polizia non le abbia fatte trapelare. Sembra ci sia qualcosa di inquietante, in quei suoi occhi del color del cielo. Quei fanali allegri nascondono qualcosa di macabro. Anche Raffaele c’è dentro fino al collo.

Intanto, nella scena fa il suo ingresso un altro uomo. Guede.

I giornali impazziscono, la polizia è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, gli esperti della scientifica si trovano a dover rimediare a grossi errori. Tutti parlano di questa storia. Nel mirino, Amanda. Perché tutti sanno che nel mondo esiste il male, ma non si può sopportare che esso abbia un volto così bello. Così allegro. Così dolce. Cosa nasconde Foxy Knoxy?

Solo di una cosa si può essere certi: la bella Meredith è morta. Per questo non c’è rimedio né soluzione.

Con dovizia di particolari, Garofano descrive tutte le tappe della faccenda. Mette in risalto i protagonisti, scava nelle loro vite. Ci dà un quadro completo di tutto. Con chiarezza, spiega, analizza, scandaglia. Viene fuori un libro accorato, minuzioso, preciso. Una cronaca del delitto di Perugia. Non tralascia l’elemento umano, il cuore che si deve mettere in una faccenda simile. Nel contempo, si concentra anche sui particolari tecnici.

Dopo averlo letto, siamo un po’ parte di tutta la vicenda.

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Zerocalcare, "Macerie prime"

1 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Zerocalcare

Macerie prime

Bao Publishing, 2017 - Euro 17 – Pag. 190

 

Ho già parlato del fenomeno Zerocalcare, che va ben oltre il mondo del fumetto, nato dal frequentatissimo blog zerocalcare.it, passato su carta con una serie di libri che hanno decretato la fortuna di Bao Publishing e il successo dell’autore. Sto parlando de La profezia dell’armadillo (uscito anche in un’inedita artist-edition), Un polpo alla gola, Ogni maledetto lunedì, Dodici, Dimentica il mio nome, L’elenco telefonico degli accolli, Kobane Calling e adesso questo Macerie prime, che promette una seconda parte in uscita a maggio 2018. Zerocalcare è nato ad Arezzo nel 1983 e ha pubblicato tutti questi libri dal 2012 a oggi, trovando il tempo di essere candidato al Premio Strega con Dimentica il mio nome, per fortuna senza vincerlo. Ho già ammorbato abbastanza i miei venticinque lettori con tutti i dubbi che mi assalgono quando vedo un fumetto candidato al Premio Strega, ragion per cui vi risparmierò il pippone sulla diversità dei linguaggi tra arte grafica e letteratura. Resta il fatto che Zerocalcare non è Gipi (altro fumettista stregato), perché la sua opera è complessa e articolata, racconta una vita, un mondo giovanile visto dall’interno, narra l’adolescenza e la difficoltà di crescere, parla di amicizia, amore, borgate, droga, politica, difesa dei diritti umani, bullismo, oppressi che si ribellano e un sacco di altre cose, tutto con grande leggerezza. Leggete Zerocalcare e vi sembrerà di assistere a un film di Nanni Moretti, versione giovanile, magari il Moretti di Ecce Bombo e Io sono un autarchico. Zerocalcare compone arte letteraria e grafica raccontandoci gli affari suoi, ma lo fa talmente bene che diventano pure nostri, anzi di tutte le persone che ci circondano. L’intera vita di Zerocalcare si trasforma in opera d’arte, i suoi dubbi sono i nostri dubbi, la sua incapacità di comprendere gli altri e di essere sempre come ti vorrebbero, è la nostra stessa incapacità. Straordinaria ed esemplificativa la parabola del vecchio e del bambino che compiono un viaggio insieme al mulo: qualunque cosa faccia il padrone del mulo, ci sarà sempre chi avrà qualcosa da dire, sia che resti a piedi il bambino, il vecchio, oppure entrambi. Affrontare la vita secondo le proprie idee, non curandosi del giudizio degli altri, è la sola possibile soluzione. Zerocalcare compie forse un passo indietro, dopo lo straordinario Kobane calling, libro inarrivabile per la grandezza della storia e per la profondità dell’esperienza, ma torna con diligenza ai suoi personaggi, al suo piccolo mondo di Rebibbia, dove qualcuno si sposa, altri attendono un figlio e lui cerca di svicolare da impegni che non vorrebbe prendere, ma ogni tanto resta coinvolto in serate che gli procurano soltanto guai. Zerocalcare racconta la vita, il quotidiano, estrapola la materia letteraria dalle cose che gli accadono, giorno dopo giorno, drammatizzandole con umorismo e ironia. Le sue storie ricordano i migliori momenti della commedia all’italiana, ci fanno capire come siamo diventati, ci spingono a ridere dei nostri stessi difetti. Non credo di bestemmiare se affermo che Zerocalcare è letteratura italiana contemporanea. E della migliore.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

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Nadia Banaudi, "Vita e riavvita"

28 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Vita e riavvita

Nadia Banaudi

Bookabook, 2017

pp 414

16,00

 

Il libro è capitato nelle mani sbagliate, perché altrove sarebbe forse apprezzato più di quanto possa fare la sottoscritta. Nel senso che la Banaudi è brava ma io non amo questa scrittura femminile dove succede sempre qualcosa che fa cambiare improvvisamente in meglio la situazione, dopodiché tutto sembra girare per il verso giusto e la vita si “riavvita”, riparte, anzi, viene rilanciata verso uno zuccheroso lieto fine. Peccato che nella realtà le cose non stiano per niente così, peccato che i cambiamenti, se ci sono, non avvengano in un attimo ma abbiano bisogno di lunghi periodi di decantazione e maturazione per potersi sviluppare, ammesso che si possa davvero cambiare, ammesso che ciò che siamo non ci perseguiti per sempre, ammesso che il binario morto sul quale siamo arenate non resti tale all’infinito.

La Banaudi somiglia a molte altre narratrici che parlano di rinascita muliebre (Musella, Masserotti, Fabbroni, Cabras), che disegnano donne sconfitte e depresse, capaci, come dicevamo, d'innescare la svolta cruciale. Nadia Banaudi, però, in Vita e riavvita ha senz’altro una marcia in più per come sa raccontare i sentimenti e le sfumature dell’animo e per quella gradevole struttura con la quale è stata in grado di legare un racconto all’altro – ché di cinque racconti lunghi trattasi.

Nella cornice di un bar si svolgono le vite delle protagoniste, alcune alle prese con problemi molto concreti, come il lavoro precario, il sovrappeso, la vedovanza, la gestazione. Le loro esistenze sono tracciate con tocchi veritieri e molta sensibilità: sappiamo cosa mangiano, come si vestono, quanto pesano, cosa leggono e che musica ascoltano. Sappiamo, soprattutto, cosa pensano e cosa provano. I moti del loro animo sono ben descritti, molto bella La storia di Sonia e Manuela, perfetta, commovente e coinvolgente l’immedesimazione con l’animo di una bambina infelice e abbandonata a se stessa.

Le situazioni descritte non sono mai indeterminate bensì concrete, il cibo, gli oggetti, le azioni sono piccole cose specifiche e quotidiane che fanno venire in mente Pascoli e Gozzano dei giorni nostri.  In alcune storie, però, come in quella di Amalia e il gatto, il realismo diventa magico, trascolora in sogno e fantasia. I cinque racconti sono, a tutti gli effetti, cinque fiabe, dove la bacchetta magica c’è ma non si vede, scaturisce dal risveglio interiore.

Il fuoco della narrazione è interno ai personaggi ma si sposta in continuazione dall’uno all’altro.  La Banaudi scrive bene, ha anche qualche trovata geniale, come la ragazzina che “di lavoro fa la bambina”. Dispiace, perciò, riscontrare un paio di svarioni che gli editor non hanno corretto. E i dialoghi a volte suonano artefatti, improbabili.

Nel complesso, un’autrice che ha da lavorare tanto per liberarsi di certe eccessive quotidianità, per rendersi più universale, per  volare ancora più alto, ma che ha anche già un’ottima base dalla quale partire.

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Nicholas H. Cosentino, "Vita e morte delle aragoste"

27 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Vita e morte delle aragoste

Nicholas H. Cosentino

Voland, 2017

 

Si reperisce facilmente in rete un breve video di uno psichiatra americano che sostiene che il disagio è uno stimolo a crescere interiormente. Quando non stiamo bene, per qualsiasi motivo, di solito la tendenza è quella di cambiare i fattori che sono responsabili del nostro malessere, o almeno ci proviamo. Questa interessante teoria è affiancata ad una similitudine con l’aragosta, prelibato crostaceo il cui corpo molle e saporito cresce continuamente fino a non potere essere contenuto nel suo guscio o carapace o come cavolo si chiama, tanto da essere costretta a cicliche mute. Finché, immaginiamo, non muoia annegata in acqua salata, fredda o bollente. La vita e la morte delle aragoste è quindi intesa come medesima similitudine o metafora nel libro di Cosentino, fatto di rievocazioni in assoluto disordine cronologico dal 2005 ad oggi, frammentato in brevi aneddoti riportati da Antonio e che hanno come principale protagonista l’amico Vincenzo, noto Teapot (in inglese significa teiera) da quando a Londra un utensile di porcellana fiorita andò a frantumarsi contro una portiera di taxi evitandolo per un soffio. Antonio, spalla e un po’ succube di Vincenzo, quello che esercita un certo fascino su tutti, soprattutto sulle donne, soprattutto su quelle di cui Antonio si innamora ma che cede al suo amico per manifesta inferiorità. La gita scolastica delle medie in cui si conoscono (e iniziano a parlare della peculiarità delle aragoste, che Vincenzo non ha mai assaggiato), i viaggi, l’Università, i primi lavori, i lutti e gli attacchi di stalking dell’ex ragazza di Teapot vengono rievocati da Antonio con una malinconia evidente e giustificata dal fatto che lui e Vincenzo non sono più amici al momento della stesura del libro, così come viene esplicitato all’inizio. Vita e morte delle aragoste è un romanzo di (non) formazione o formazione sui generis dei trentenni odierni, precari anche negli affetti e che a differenza le aragoste forse non si arrendono a dovere mutare quel guscio che inevitabilmente li costringe. Fa capolino in un capitolo Marco, uno degli amici storici, che dietro la faccia di un ragazzo perbene e fidanzato nasconde una vita al limite del comprensibile, complicata da due donne e da una perenne indecisione su chi lasciare e chi sposare, proposte che alternativamente fa all’una o all’altra.

Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare.”

Rilasciano i protagonisti di questo piccolo romanzo Voland? Credo che ogni lettore troverà una risposta diversa per ciascun protagonista. A mio parere non tutti rilasciano, c’è chi vive ancorato al passato rimpiangendolo o rivivendolo, c’è chi a suo modo arriva a frantumare il guscio per sopraggiunta crescita ormai incontenibile.  Per alcuni è doloroso, per altri malinconico, ma forse il vero segnale della crescita interiore è tagliare i ponti con un passato che non ci contiene più. Non farlo potrebbe significare la morte per soffocamento dell’aragosta.

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Ota Pavel, "Come ho incontrato i pesci"

25 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Come ho incontrato i pesci

Ota Pavel

Keller, 2017

 

Cento volte avrei voluto ammazzarmi, quando non ce la facevo più, ma non l’avevo mai fatto. Forse nell’inconscio desideravo baciare ancora una volta il fiume sulle labbra e prendere i pesci argentati. Era stata la pesca che mi aveva insegnato la pazienza e i ricordi mi aiutavano a vivere”.

In questo explicit è racchiuso tanto del senso del libro e della vita di Pavel, scrittore soprattutto di pezzi sportivi, ammalatosi ancora giovane di una malattia psichiatrica che lo segnò per diversi anni. La pesca è il filtro attraverso cui, con questo insieme di racconti, a tratti memoir, che formano un romanzo leggero, ilare in alcuni punti, struggente e malinconico in altri, Ota Pavel narra alcuni aneddoti della sua vita. Da bambino, quando il padre (un personaggio spassosissimo) quasi lo fa annegare per pescare qualche pesce in quanto lui non sa nuotare, al vuoto percepibile lasciato dalla narrazione durante la Seconda Guerra Mondiale, un vuoto causato dall’assenza della pesca, attività negata alla famiglia dello scrittore. La vita, la morte, la solidarietà, la crudeltà, l’allegria, il nonsense si nascondono dietro una scrittura stralunata e giocosa, affollata di nomi di pesci mai sentiti, aneddoti per cui è impossibile non ridere (come quello della gita in barca durante la quale, a causa della pioggia, invadono la tenda di due campeggiatori fidanzati e l’amico li fa cacciare perché, cercando spudoratamente di palpeggiare la donna, tocca le rotondità dell’uomo che non gradisce). Un libriccino che si legge con un unico, permanente sorriso sulle labbra, a volte un po’ più amaro, rivolto in parte anche a noi che pensavamo che mai avremmo letto con tanto piacere un libro che parla solo di racconti di pesca. 

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Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare AAVV - Davanti allo specchio Davide Camparsi - Tra cielo e terra

24 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #fantasy, #concorsi

 

 

 

 

 

La memoria, come dice Proust, è un cassetto strano, è selettiva, conserva e ripropone solo quello che le fa piacere, a volte persino confonde date, persone ed eventi. Tutto segno del tempo che passa e noi lì a ricercare quelle madeleines del tempo passato che non torna, ma che pure è stato il tempo migliore della nostra vita. Ecco, tra gli incontri più belli che ho fatto nella mia vita c'è stato quello con i ragazzi - ormai cresciuti! - del Gruppo Rill, una conoscenza casuale, dovuta alla mia partecipazione al concorso per racconti fantastici, che celebra in questo periodo i 25 anni. Dopo quel racconto sono entrato a far parte della giuria, insieme a un sacco di nomi importanti, io, piccolo scrittore di provincia, con la esse minuscola, che quasi non si vede. Tra quei giurati mi fa piacere ricordare il grande Franco Cuomo, che non è più con noi, ma restano i suoi libri. Alberto Panicucci è il motore di Rill, infaticabile organizzatore di concorsi ed eventi, con il suo gruppo ha mandato avanti per anni una bella manifestazione ad Anagni, dove conobbi un altro compagno di viaggio che non è più con noi, il grande Luciano Comida. Ah, cominciano davvero a essere troppi gli amici scomparsi e non è un buon segno...

Dovevamo parlare di libri, che forse è meglio. Rill non è un editore, ma ogni anno pubblica un volume antologico con i vincitori del concorso, curato da Edoardo Cicchinelli e Francesco Ruffino, oltre al solito Panicucci. Il volume del 2017 è intitolato Davanti allo specchio, fa parte della collana Mondi Incantati, ed è stato presentato alla Fiera del Fumetto di Lucca, che ormai tutti chiamano Lucca Comics & Games Heroes. Nel volume troverete alcune perle del fantastico underground (ché in Italia il fantastico è solo underground! Chi lo pubblica?): Davanti allo specchio di Valentino Poppi, il vincitore del concorso che dà il titolo al libro, Quando gli animali parlavano di Davide Camparsi (autore straordinario), Questione di previdenza di Nicola Catellani, Il dolore del pianto di Nicola Filippi, A casa del Diavolo di Laura Silvestri, L'amico speciale di Giorgia Cappelletti. Completano il libro alcune opere internazionali, tratte dai gemellaggi del Trofeo Rill: Una strizzatina d'occhio e un sorriso di Gary Kuyper (Sud Africa), Fujino, Takane e Kanoko di Maria Antonia Martì Escayol (Spagna), La Morrigan di Stewart Horn (Regno Unito), Qualcosa di davvero orribile di Xanthe Knox (Australia), Per l'amor del Cielo di Robert O' Rourke (Irlanda). Infine troviamo le opere de La sfida, concorso parallelo al Rill, con lavori di Francesco Nucera, Alain Voudì, Giorgia Cappelletti ed Emiliano Angelini. Davvero un bel libro, al quale ognuno di voi lettori amanti del fantastico potete provare a partecipare, proponendo le vostre opere per il Rill 2018. Un autore molto valido scoperto dal Trofeo Rill è senz'altro Davide Camparsi, che esce con una pregevole antologia di racconti intitolata Tra cielo e terra, che raccoglie le cose migliori dell'autore veronese, nato nel 1970, in tema di narrativa fantastica breve. Camparsi ha vinto un sacco di premi, pure io sono rimasto incantato dalla sua prosa e da una fervida fantasia, che si ispira ai classici del fantastico, tanto da pubblicare un suo romanzo breve (Tre di nessuno, 2017) con Il Foglio Letterario. Tra cielo e terra si compone di dieci racconti nei quali il fantastico si confonde con il reale, quasi un real maravilloso, da lezione latinoamericana, ma anche un neorealismo magico alla Zavattini. Ricordo – per completezza di informazione – che Camparsi ha una pubblicazioni edita da Delos Digital: L’Angelo dell’Autunno (romanzo fantasy) e una da Dbooks.it: Di Carne, Acciaio e Dei (racconti di fantascienza). Bravo Camparsi, che meriterebbe un grande editore (esistono ancora?) e bravi i ragazzi (cresciuti) di Rill, che oltre tutto vendono i loro libri - eleganti, coloratissimi e ben stampati - a soli dieci euro. In tempi di crisi è un incentivo anche questo...

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

 

Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare  AAVV - Davanti allo specchio  Davide Camparsi - Tra cielo e terra
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Nicola Ravera Rafaele, "Il senso della lotta"

23 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Il senso della lotta

Nicola Ravera Rafaele

Fandango, 2017

 

Correre a giorni alterni, cuffiette alle orecchie, per stare soli con il proprio mondo interiore. Lo abbiamo fatto o lo facciamo in tanti, magari per tenerci in forma. Tommaso lo dichiara fin dalle prime righe del romanzo, lo fa per uscire dal suo stordimento quotidiano. Perché da 35 anni vive senza sapere nulla dei suoi genitori, appartenenti alle BR ed esuli a Parigi, che lo lasciarono ancora bambino dagli zii materni. Poi sono morti e a lui sono rimaste solo un sacco di domande inutili e senza risposta a cui pensa negli intervalli di una vita fatta di precariato lavorativo, affettivo e sociale. Ma un malore, che lo coglie a poche pagine dall’incipit, gli fa incontrare un medico che per il suo cognome, forse per i tratti del viso, gli rovescia addosso un macigno rivelandogli di avere conosciuto i genitori a Grenoble nel 1984. Peccato che i genitori siano ufficialmente morti, con tanto di certificato, l’anno prima.  Tommaso, giornalista a contratto, non troppo convinto del suo lavoro, della sua donna, dei suoi genitori, e in definitiva di tutta la sua vita, inizia a lottare per realizzare il desiderio che ha sempre dovuto mettere da parte, conoscere la verità sulla sua famiglia biologica. E la trova nella seconda metà del libro. La trova non come la immaginavamo né noi lettori né lui, la trova triste, malinconica, rattoppata e crudele. La trova districandosi in una storia recente e ancora controversa dell’Italia, la trova tra le macerie di chi ha combattuto per la causa giusta ma nel modo sbagliato e adesso ha solo un grumo di rimpianti e rivendicazioni velenose da sputare in faccia a chi è venuto dopo e non ha voluto capire il baratro in cui saremmo sprofondati, la trova e non sa cosa farsene. Perché non ne trova il senso, perché anche se non ce l’aspettavamo così alla fine è uguale ad altre cento, mille storie già sentite di chi combatte per la giusta causa e poi la rigetta, la tradisce pur di salvare la pellaccia a cui teniamo tanto, perché è sempre così, combattono e rischiano quelli che ci credono davvero, i pesci piccoli, quelli che poi hanno tutto da perdere. Il senso lo ha trovato forse chi, tempo prima, aveva scritto un mediocre romanzetto noir in cui avevano trovato posto, tra le pieghe della finzione romanzesca, nomi e fatti troppo simili alla storia dei genitori di Tommaso. Perché come dice la Atwood, citata in esergo, una storia diventa tale quando la racconti a te stesso o a qualcun altro.

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Enzo Palladini, "Dimmi chi era Recoba"

22 Novembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Enzo Palladini
Dimmi chi era Recoba

Edizioni Incontropiede, 2017

– Euro 14,50 – pag. 130

 

Edizioni Incontropiede ha un catalogo straordinario di opere sul calcio, unico editore in Italia a pubblicare libri sullo sport più popolare del mondo, siano romanzi, raccolte di racconti o biografie narrative. Adesso esce in libreria - ma cercatelo su Internet ché per i piccoli editori spesso la libreria resta un sogno - Dimmi chi era Recoba di Enzo Palladini, giornalista del Corriere dello Sport e dal 2002 di Premium Sport, che ha già pubblicato un’interessante guida calcistica di Lisbona e altri volumi a tema football. Il testo è introdotto da Massimo Paganin che ricorda le giocate del compagno di squadra paragonandole ai guizzi di un genio incompreso e ai movimenti di una Play Station. Recoba era genio e sregolatezza, come ogni campione, dotato di tecnica sopraffina rendeva grande la sua Inter quando era in forma e aveva voglia di giocare, la faceva precipitare nel baratro quando attraversava un periodo nero. Gli allenamenti non erano la sua passione, da buon latinoamericano preferiva il palleggio, lasciando la parte atletica ai portatori d’acqua, ma era un uruguagio e quindi lottava senza protestare per i falli subiti, anzi, se poteva, reagiva. La sua fortuna è stata quella di aver giocato in tempi che potevano prescindere dalla parte atletica, ché nel calcio di oggi sarebbe impossibile. Chino - questo il suo nomignolo, pronunciato Cino, alla spagnola - è entrato nella leggenda calcistica, come i Beatles in quella musicale, sembra ammiccare il titolo ispirato a una stupenda canzone degli Stadio. I problemi del calciatore sudamericano si chiamano squalifiche, infortuni, incomprensioni con allenatori, ma resterà in eterno un gioiello di casa Moratti. Il Presidente interista era il suo primo tifoso, sempre pronto a difenderlo, nonostante il sovrappeso, la poca forma fisica e la nomea ormai acquisita di fancazzista. Recoba e i suoi gol da centrocampo hanno segnato un’epoca, sono stati i primi anni Duemila nerazzurri, come il suo modo di mangiare assurdo, da campione che ignora le regole dietetiche ed è pronto a tutto, persino a falsificare un passaporto. La leyenda nacional si conclude il 31 marzo del 2016, al Parque Central di Montevideo, lo stadio del Nacional, nel corso di una serata di calcio, follia e spettacolo. Proprio come era Recoba. Enzo Palladini ricorda con passione e competenza la vita e le gesta del campione uruguagio, la sua esistenza scellerata, in agili capitoli che sembrano tanti racconti calcistici, aggiungendo tracce in appendice su Paco Casal (il procuratore del Chino), appunti sugli uruguagi in Italia e annotazioni sentimentali sul cuore del campione. Postfazione di Arcadio Ghiggia, per concludere che se il Chino si fosse allenato davvero, come dovrebbero fare i calciatori veri, avrebbe frequentato l’Olimpo del calcio per molti anni. Non l’ha fatto, anche perché se l’avesse fatto non sarebbe stato Recoba. Un libro da leggere, se amate del calcio, ancor più se - come me - siete interisti da tre generazioni.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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