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recensioni

L’amore idealizzato e vagheggiato della Agus in Mal di pietre

11 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Mal di Pietre

Milena Agus

 

Nottetempo, 2016

 

 

Una ragazza trova un quadernetto con i bordi rossi. Appartiene alla nonna. Lì la donna si è confidata, mettendo nero su bianco desideri e timori ma soprattutto voglia... voglia di amore carnale, di mani intrecciate e sudore sulla pelle.

Si torna quindi indietro nel tempo. Come scenario, la Sardegna della seconda guerra mondiale; come narratore – un narratore che risulta essere attento e scrupoloso –, la nipote della donna. La donna – viene chiamata per tutto il testo nonna, mai un nome né un riferimento più preciso – è poco equilibrata, un po’ inquieta. Giunta a un’età in cui è normale esibire un marito – pena la compassione di tutti – non riesce a farsi chiedere in moglie. È una bella donna, non le mancano di certo i pretendenti. Ma lei, quando qualcuno si mostra interessato, gli scrive poesie bollenti, piene di sentimento e di desiderio. Ha frequentato solo le prime classi delle elementari, tuttavia scrive da sempre – malgrado debba farlo da sola, di nascosto, con il quadernetto tra le gambe e i sensi all’erta perché non entri nessuno –, è il suo modo per sfogare quell’inquietudine. Loro però non capiscono, fuggono dinnanzi a quell’arte, a quel sentimento. Quando i suoi decidono di farla convolare a nozze con un uomo rimasto da poco vedovo, lei rimane interdetta. Non c’è amore, grida a gran voce. Quando lui però fa notare che l’amore non sia necessario, le cose vanno veloci. La narratrice/nipote chiama nonno quell’uomo pratico e non interessato alle dicerie, alle cattiverie gratuite di chi considera la sua futura moglie una pazza da rinchiudere in manicomio.

All’inizio è un legame tiepido. Sono coinquilini. Lei è un’artista, in tutti i sensi. Per come vive la sua vita, sì, ma anche per le sue qualità di poetessa, di scrittrice. È un po’ in aria, nel senso buono dell’espressione. Non si conforma alla società, alle sue assurde e banali regole. Poi, la svolta. Non è proprio amore, il loro, ma diventa un legame fatto di rispetto, normalità e sesso. Sesso senza remore né paure. Sesso senza religione e senza timori. Senza tabù. 

Quando va alle terme per trovare un rimedio ai calcoli renali – Mal di pietre è un calco dal sardo che indica proprio i calcoli renali –, conosce un uomo distinto. Il Reduce. Menomato dalla guerra, attraente e colto. Se ne invaghisce. Finito il problema, fa ritorno alla sua vecchia vita. Rimane tutta la vita divisa tra due fuochi, amando sì il marito ma bramando anche il Reduce.

È un amore vagheggiato, idealizzato, quello che si trova nell’opera di Milena Agus. Un amore fatto di stranezza ma anche di normalità – perché chi è strano e chi è normale, in questo nostro mondo?

Un libro che tratta di amore – perché l’amore ha infinite sfumature –, di diversità, di pregiudizi, di vite particolari vissute in modo particolare. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che regala tanto, che stupisce tanto. Un libro che è diverso da qualunque altro si sia letto in precedenza, con uno stile talmente particolare che  si potrebbe riconoscere una pagina scritta dalla Agus tra mille. Un libro dall’immenso valore.

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Stefano Labbia, "I giardini incantati"

10 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

I giardini incantati

Stefano Labbia

 

Talos Edizioni, 2017

 

Una raccolta di liriche discorsive, persino dialoganti a volte, che raccontano momenti di vita, soprattutto coniugale, o comunque un difficile rapporto con se stessi e le donne di oggi e di ieri. Un uomo insoddisfatto, il protagonista di queste poesie, che rimpiange il passato e teme un futuro troppo simile al presente.

L’interlocutore, l’altro da sé, è quasi sempre la donna: moglie, amante, arpia, nemica. Un sentimento che non è generica misoginia ma fastidio nei confronti di alcune persone specifiche, di una donna, in particolare, alla quale il protagonista si è legato con squallide catene, cosicché vive la vita per modo di dire, come purtroppo capita a molti di noi: non sentirsi più vivi, provare astio, rabbia e rancore per chi ci sta a accanto, sentirsi artefici del proprio male e chiusi in gabbia, sognando al contempo tutte le possibilità di un’altra esistenza, più piena, più ricca di emozioni autentiche, e un domani luminoso che non arriva mai.

Lo stile è semplice, crepuscolare, le ripetizioni rafforzano i concetti e illanguidiscono il verso, le domande insistenti, spesso retoriche, cercano di fare chiarezza là dove, ahimè, forse tutto è già chiaro e immobile. E c’è anche, a tratti, un sottile amaro sarcasmo (se solo pagassi tu) che ci mostra il risvolto meschino di una realtà che sarebbe tragica se non fosse anche ridicola.   

Concludiamo questi brevi cenni con una delle migliori poesie

 

 

A Rina

 

Decantavi il valore di ogni singolo respiro,

ogni istante,

ogni fugace momento,

colla tua piccola insenatura,

al lato della bocca

ed il tuo piccolo difetto

dietro al collo.

Petali rossi

si dischiusero

per assaporare il vento...

Poi un tintinnio,

lontano,

ti fece voltare

dalla parte sbagliata.

 

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L’uomo è forte di Corrado Alvaro

8 Agosto 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

L’uomo è forte è un romanzo di Corrado Alvaro, pubblicato nel 1938 da Bompiani. Il libro dovette passare attraverso le forche caudine della censura di regime che chiese inizialmente la soppressione di venti pagine; successivamente le richieste si fecero ben più limitate. Alvaro dovette sopprimere circa venti righe e specificare in un’avvertenza che la vicenda era ambientata in Russia e così il libro venne finalmente pubblicato. Ma in effetti il romanzo potrebbe essere ambientato in qualunque regime totalitario, fascista o comunista, tanto è vero che le autorità tedesche non ne autorizzarono la diffusione in Germania. Ho preso queste informazioni da una cadente edizione Garzanti del 1966, trovata per caso in libreria.

La vicenda vede protagonista l’ingegner Dale che rientra nel suo paese dopo un periodo all’estero; nel frattempo si era risolta una dura guerra civile e il nuovo regime poteva garantire pace e sicurezza. Appena arrivato, Dale viene accolto da un’amica, Barbara. Si capisce ben presto che sicurezza e pace hanno un prezzo altissimo; non c’è vera libertà, si vive nel disagio di essere colti in fallo, di destare sospetti e dubbi in chi ha il potere. Perfino un qualunque lavoratore che aiuta i due giovani a portare i bagagli fuori dalla stazione, sembra implicitamente condizionare la coppia; chiunque ha il potere di segnalare, denunciare, far arrestare. Il regime in questione è di tipo totalitario; non si accontenta genericamente di sottomissione e obbedienza, ma vuole entrare nell’anima delle persone, imporre valori e credenze con la sua capacità di pressione. Alla fine il cittadino deve sentirsi pienamente realizzato nell’obbedienza e addirittura considerare come suo dovere il denunciare ogni atto anche banale di eterodossia. Dale ha una personalità forte; non intende sottomettersi, anche se di fronte ha un regime che lo spia e che in generale crea una cappa di angoscia su tutti i cittadini. Ciascuno può pensare che in una stanza di albergo ci siano dei microfoni; oppure si può temere di essere seguiti per strada. Dale è vissuto all’estero, ha abbastanza denaro, fa acquisti che gli altri non possono permettersi; perciò non può che essere considerato sospetto. Il regime solo lentamente rende esplicito il suo volto feroce; ha forza ed efficacia sulle menti delle persone. La stessa Barbara ne è la prova; sente, infatti, in certi momenti, venerazione per  l’autorità che è una sorta di Divinità cui non si deve nascondere nulla. Si tratta di un tipo di autorità che inoltre ha bisogno di nemici. Non basta aver imposto il proprio credo con le armi; la continua sorveglianza sulle persone deve essere giustificata dalla presenza nociva di uomini dissenzienti. Senza nemici non si può mobilitare la società intorno a dei valori e tenere alta la tensione etica; quei valori sono quelli funzionali al benessere dello stato, spiega la propaganda, ma sono minacciati da una piccola minoranza che tutti devono contribuire a individuare. Il nemico è necessario. Il totalitarismo genera soggezione, ma ha anche gli  strumenti per ottenere una convinta adesione, poiché sa convincere che lo stato viene prima dei sentimenti e dell’amicizia. L’unica etica è quella dettata dall’alto.

Un romanzo di grande impatto, scritto con un linguaggio efficace e raffinato, dall’atmosfera kafkiana, per certi aspetti da accostare al successivo 1984 di Orwell. L’unico limite del romanzo è probabilmente il finale frettoloso, ma è un libro che merita di essere riscoperto.

 

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Diego Collaveri, "La bambola del Cisternino"

7 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

La bambola del Cisternino

Diego Collaveri

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 297

12,90

 

I noir dei Fratelli Frilli editori si caratterizzano per il loro essere quasi guide turistiche della provincia italiana. Che si parli della Genova di Alessio Piras o della Livorno di Diego Collaveri, ci addentriamo nei meandri di città poco conosciute ai più, o, comunque, in zone non familiari di centri abitati famosi. Almeno nel caso di Collaveri, alcune insistite digressioni turistico- informative, però, proprio nel bel mezzo dell’azione, sono abbastanza improbabili.         

Questa è, comunque, nonostante tutto, la principale virtù di La bambola del Cisternino, del livornese Collaveri. Il suo protagonista si muove nei bassifondi di una città che ama e conosce per averne studiato la storia e i monumenti. Livorno, infatti, la fa da padrona in tutti i suoi aspetti, con i rumori, le esalazioni e i colori, con quel traffico caotico indifferente e ingorgato dalle nuove rotatorie, coi gabbiani che stridono irriverenti al tuo dispiacere, qualunque esso sia, con l’odore dei Fossi, degli scalandroni e dei cunicoli sotto il Voltone, sotto il Mercato delle Vettovaglie, sopra e sotto le campagne a nord e a sud, negli acquedotti di Colognole e di Filettole, nelle Cisterne grandi e piccole.  

Per il resto siamo alle prese con la solita storia intricata, per metà gialla e per metà di azione, e con gli stereotipi del genere. Ecco, dunque, la belle dame sans mercì,  cui attribuire nel finale gran parte della colpa, ecco gli oscuri poteri occulti, che restano occulti per favorire un eventuale seguito, ecco, soprattutto, un commissario come ce ne sono a centinaia nei libri e negli sceneggiati televisivi, tutti più o meno fotocopie sbiadite del nostrale Montalbano, con qualche ammiccamento a Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Alcolista al punto giusto, tormentato e sofferente, con una sovrabbondanza di demoni da combattere, Mario Botteghi fa continuamente i conti con un passato oscuro, con una moglie morta e una figlia estraniata. Come amica ha l’immancabile ostessa della trattoria, come colleghi un paio di agenti convenzionali che maltratta bonariamente, giù giù fino a tutti gli altri cliché del genere, dal medico legale irritante alla collega sexy e bellicosa.

Una vecchia prostituta viene trovata morta al Cisternino, antico serbatoio dismesso nei pressi di un centro di tiro al piattello. Più avanti nella storia spunta un nuovo cadavere, quello di un costruttore edile conosciuto in città. Botteghi indaga, riuscendo a non farsi sottrarre il caso della prostituta. Per lui “uno vale uno”, e un’anziana donna di strada ha la stessa importanza di un notabile. Alla lucciola defunta sono collegati ricordi del passato, un’altra morte altrettanto violenta cui Botteghi ha assistito da bambino. A far da colonna sonora il refrain di una famosa canzone di Patty Pravo degli anni sessanta.

Tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali ai comprimari, sono prigionieri di se stessi, dei loro impulsi, dei loro caratteri che li portano ad agire in un certo modo, e la vita non ti fa sconti, mai, nemmeno quando hai già pagato e hai già sofferto. Chi nasce vittima, lo resta per sempre.

La morale è che ognuno è schiavo della vita che fa, del suo karma, o che dir si voglia, come se appartenesse ad una casta dalla quale non può sfuggire.

 

Vittima di quella vita che le aveva chiesto pure il conto, come se non fosse bastato quanto aveva passato”  (pag 283)

 

Ma se ho apprezzato questo libro, è, indubbiamente, per la descrizione della mia città, tanto controversa, tanto bella e brutta allo stesso tempo. I ricordi di Collaveri sono anche i miei, anzi, ai suoi si sommano i miei, ché sono nata quindici anni prima. Anch’io rammento il paninaro vicino al porto, la piazza Attias affollata di giovani e di auto, le vecchie baracchine sul lungomare, le cose che erano là da sempre e, ora che non ci sono più, ci mancano, come ci manca la solidarietà fra la gente di un tempo, la stessa rievocata dai racconti di mia nonna, la stessa che canta Otello Chelli nei suoi romanzi, la stessa che qui rimpiange Mario Botteghi mentre cammina, fumando assorto, lungo i fossi di acqua salata.

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Angela Caccia, "Piccoli forse"

4 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Piccoli forse

Angela Caccia

 

LietoColle, 2017

 

La poesia sembra appartenere a un mondo che c’è già, ecco il senso di quella lettera minuscola all’inizio di ogni lirica nella silloge Piccoli forse di Angela Caccia. Il poeta opera un’azione di maieutica e tira giù le parole da dove esse vivono di vita propria, da un altrove che è già iniziato prima che leggessimo.

Piccoli forse, dunque, piccole possibilità che si traducono in poesie dedicate al padre, alla madre, all’arte, al poetare stesso, inteso come bisogno incontenibile ma anche rifugio. Il vizio di scrivere parole/è solo un mio punto di riparo. E ancora, affidarsi a un foglio/come a un ventre. La poesia protegge e genera allo stesso tempo.

Cerchi concentrici dove la stazione di partenza è quella di arrivo, fatti di cose qualsiasi, di giardini, di aiuole, di pioggia, di sole, di rose, di terra, di porti e di navi, descritti con piccola grammatica per gente semplice. Anche l’amore, inteso come un tutto noi, ma anche come amore materno, schianto di tenerezza. Eppure, accanto a queste cose ordinarie - non nel senso di banali ma nel senso di comuni - ci sono anche le grandi tragedie, come l’attentato di Nizza, ormai, ahimè, divenute  anch’esse quotidianità.

I forse sono le possibilità ma anche le incertezze del destino, gli scarti da ciò che pensavamo dovesse essere e invece, probabilmente, non sarà. La morte è una continua sottrazione, un’assenza cui ci si deve assuefare. Perché bisogna prepararci all’assenza perenne che preannuncia anche la nostra, perché i gesti sono piccoli ma il significato è grande, perché la vecchiaia non dà scampo, prima o poi tutto ci mancherà e i ricordi non basteranno a disperdere quel velo di malinconia da indossare con disinvoltura ogni giorno. La nostra bocca non si slargherà mai più in un pieno riso giovanile, ormai ne siamo certi, neppure di fronte al miracolo di una vita che nasce, di un seno che allatta.

Rispetto a Il tocco abarico del dubbio, si è persa un po’ di scorrevolezza che non guastava, si è aggiunto un po’ di ermetismo in più. Alcune parole cadono nella cacofonia o nella banalità, come ad esempio minuzzoli, ruzzolante, seno turgido. Altri momenti, però, raggiungono apici lirici non indifferenti come più di me fu l’albero oppure un santo senza chiesa o nella bella poesia dedicata alla madre invecchiata che riportiamo per intero

 

e sarò io domani a doverti

partorire in qualche modo,

su ogni post-it alle tre la pillola,

la conta delle gocce, un tuo necrologio

maglia a maglia disferò

l’ansia di quegli appuntamenti,

ognuno una trafittura nel petto,

da parte a parte

cancellarti da ogni giorno

inesorabilmente

inizierò così ad allattare

il tuo ricordo in un rumore

di ciabatte che

mi cammina dentro

 

 

 

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Carlos Reyes - Rodrigo Elguerta, "Gli anni di Allende"

31 Luglio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere, #storia

 

 

 

 

Carlos Reyes – Rodrigo Elguerta

Gli anni di Allende

Euro 16 – pag. 130

Edicola – www.edicolaed.com, 2016

 

Mi è capitato tra le mani, quasi per caso, uno straordinario romanzo per immagini (parliamo italiano!) scritto da Carlos Reyes e disegnato da Rodrigo Elgueta: Gli anni di Allende. Non potevo non restarne sedotto e affascinato, io che ho sempre amato l’America Latina, la sua cultura, i suoi scrittori, i legami con Cuba e con tutte le possibili ribellioni al potere nordamericano. Per prima cosa vi consiglio di fare un giro in rete per scoprire questa casa editrice coraggiosa e romantica che pubblica cose legate al Cile e alla sua cultura. In secondo luogo vi invito ad acquistare e diffondere Gli anni di Allende, se volete capire che cosa è accaduto in Cile  dal 4 settembre 1970 al 10 settembre 1973, in quei mille giorni d’illusione che portarono un rivoluzionario democratico al potere, un uomo romantico e sognatore che voleva costruire un Cile indipendente ma che fu vittima dei suoi errori e degli opposti estremismi. Badate bene, il libro non è sceneggiato su una tesi precostituita, non è un lavoro a progetto, ché l’autore racconta i fatti, in maniera obiettiva e asettica, partendo dalla storia d’amore tra un giornalista nordamericano e una rivoluzionaria cilena. Il lettore è chiamato a ragionare con la sua testa, a farsi un’idea personale su come andarono le cose, a spiegarsi come mai un esperimento di socialismo democratico fu affogato nel sangue dal boia Pinochet. Potremmo concludere che socialismo e democrazia non vanno d’accordo, che il governo di una sinistra radicale è impossibile perché destinato a inseguire illusioni troppo grandi e funestato da frammentazioni interne tra gruppi massimalisti e moderati. Potremmo pensare che in America Latina la mano padrona della Cia e degli Stati Uniti, al tempo rappresentata dal perfido Nixon, è destinata sempre a decidere per tutti, a fare il bello e il cattivo tempo. A futura memoria resta la massima di Allende, epitaffio per una rivoluzione democratica fallita: “Essere giovani senza essere rivoluzionari è una contraddizione persino biologica, ma avanzare nel cammino della vita e continuare a essere rivoluzionari in una società borghese è difficile”. La morte di Allende apre un periodo nefasto per il povero Cile, tra condanne sommarie, fucilazioni, desaparecidos e crudele repressione. Pinochet è morto nel suo letto, a 91 anni, il suo corpo non ha avuto funerali di Stato ma esequie militari. Allende è morto suicida - o trucidato da forze fasciste - per aver commesso l’errore di non aver voluto seguire l’esempio di Cuba. Il Presidente voleva una rivoluzione democratica, forse soltanto una fantastica utopia. E quella rivoluzione è stata la sua tomba. Cercate questo gioiello di libro, disegnato da Rodrigo Elgueta con tratto anni Settanta, lineare e preciso, sceneggiato in maniera quasi didattica ma con tanto cuore, da Carlos Reyes. Credo che dopo averlo letto mi ringrazierete. E lo sapete bene che non faccio marchette…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Alessio Piras, "Nati in via Madre di Dio"

26 Luglio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #alessio piras, #recensioni

 

 

Nati in via Madre di Dio

Alessio Piras

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 179

11,90

 

Avendo continuato sul filone del noir che ha come protagonisti il commissario Andrea Pagani e il ricercatore universitario Lorenzo Marino, Alessio Piras, in questo suo secondo romanzo dal titolo Nati in via Madre di Dio, si trova ingabbiato. Deve continuare il “racconto nel racconto”, perché, come nel primo romanzo, a narrare tutta la storia è un terzo incomodo, una voce fuori scena di cui non si sentiva il bisogno. E deve portare avanti la storia dei due coprotagonisti, Andrea e Lorenzo, quando di protagonista ne basterebbe uno solo. Si capisce che Piras spalma un po’ di se stesso su entrambi i personaggi, ed è vicinissimo a Lorenzo Marino, ma bisogna tenere viva l’attenzione per capire di quale dei due personaggi il capitolo si stia occupando, perché, a volte, non è facile distinguerli.

Siamo nel 2014. Un barbone viene ritrovato ucciso, uno di quelli di cui non interessano a nessuno né la vita né la morte. Lorenzo Marino e Andrea Pagani si ritrovano ancora una volta fianco a fianco ad indagare sul suo omicidio, che risulta collegato alle loro famiglie. Nella vicenda sono, infatti, coinvolti niente di meno che i loro nonni. Tutto si rifà ad un passato partigiano, a tradimenti, denunce e vendette. Se c’è una morale è che, quando si tratta di sentimenti umani, di azioni e reazioni, di conseguenze, non esiste in realtà una parte giusta. Giusta lo è solo per i vincitori, per chi si lava la coscienza di ogni rimorso e allontana da sé ogni scrupolo. Per gli altri si tratta pur sempre di vite umane, di legami di sangue e carne, di dolore sopportato e scontato una vita intera. Alessio Piras è sufficientemente giovane e sufficientemente distaccato dagli eventi del passato da potersene rendere conto.

Nel frattempo, Marino e Pagani portano avanti le loro vite private, uno dà principio a una convivenza - lacerato fra Genova,  città natia, e Barcellona, città di adozione – l’altro prova turbamento nei confronti di una donna molto più vecchia di lui, figlia della vittima (questa parte della storia è lasciata in sospeso, forse per sviluppi futuri.)  E, quindi, se c’è un vero personaggio del romanzo, è solo ed unicamente, ancora una volta, la città di Genova. Questa è la parte più bella e più vera del romanzo, sebbene, forse, inquinata un eccesso di toponomastica.

La Genova dei cantautori, del pesto, delle piante di basilico sul davanzale, della focaccia mangiata a  tutte le ore. Ma anche dello scempio edilizio e dei carruggi malfamati.  Una città costretta a lottare per lo spazio, mangiata dal mare e che si mangia la montagna, una città che invade gli argini, cosicché i fiumi, ad ogni alluvione, si riprendono il loro letto. Genova ha sempre più spazio, forse perché manca all’autore ogni giorno di più.

 

Sentiva il bisogno di aria e quella del balcone non gli bastava. Anzi, più che di aria, era l’esigenza di sentirsi Genova sulla pelle, di sentirla sua, di sentirla vicina. Il conforto di una madre, doveva perdersi nelle sue viscere, lasciarsi avvolgere dai suoi carruggi lastricati, stordirsi nel suo viavai di disperati che da tutto il mondo cascano in quel magnifico pantano. (pag 83)

 

Genova, porto di mare in tutti i sensi, crogiolo di vite, babele di lingue, rifugio di anime inquiete che devono ancora trovare se stesse. E qui, forse, fra gabbiani e sartie che cigolano al vento, sta il nocciolo di quel racconto nel racconto, di quella cornice, di quel narratore marinaio che evoca Melville o Conrad, di quell’impossibilità di andarsene – e Piras lo ha fatto  - di noi gente che non viviamo sul mare ma nel mare.

Amore, desiderio, incolmabile saudade. La stessa di Gordiano Lupi per Piombino, la stessa che proverei io se mi lasciassi Livorno alle spalle, ma non riesco nemmeno a pensarlo. Una nostalgia che contempla tutto, il bello e il brutto, i difetti e i pregi, il presente e pure il passato che non c’è più. Una nostalgia che non si scioglie mai in pianto ma diventa magone (el magun di Alberto Sordi) bloccato in gola come un gabbiano a mezz’aria e controvento.

Come nell’altro romanzo, ma forse in modo meno intellettuale, sono presenti la riflessione e il flusso di coscienza. I due protagonisti rimuginano, come tutti noi, sull’esistenza e sul suo fluire, e i loro pensieri finiscono con l’accavallarsi, fra loro, con quelli dell’autore e con i nostri.

 

E un giorno il domani sarà il presente, mentre il presente sarà il passato. In questo scambio di ruoli in cui il futuro diventa presente e il presente passato c’è un solo vincitore. Il passato, che non cambia né si sostituisce, ma semplicemente si ricorda. E interviene la nostalgia, perché il tempo sparge di zucchero i nostri ricordi che divengono comunque dolcemente amari e lontani.  (pag 148)    

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Jenny Blackhurst, "Era una famiglia tranquilla"

24 Luglio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Era una famiglia tranquilla

Jenny Blackhurst

Newton Compton, 2017

 

Susan è appena uscita da un ospedale psichiatrico. È stata dentro, tra quelle mura tristi, per due anni e otto mesi. Lei non ricorda nulla, di quel fatidico giorno di quasi quattro anni prima. Psicosi puerperale, dicono i dottori. Depressione post parto. Il piccolo Dylan aveva solo una manciata di settimane quando qualcuno gli calò un cuscino sulla faccia. Quando Susan venne trovata, quel cuscino giaceva tra le sue mani.

Adesso è fuori, può nuovamente guardare dritto verso il sole. Si è trasferita. Si chiama Emma, ora. Ha cambiato posto in cui vivere e identità. Non vuole che la gente la additi come infanticida, come pazza, come pericolosa. D’altronde lei ha sempre creduto, nel profondo del suo cuore, di non aver ucciso il piccolo amore della sua vita. Sì, si ricorda di essersi sentita inadeguata; si ricorda la stanchezza, il dolore, lo smarrimento che ha provato quando Dylan era tra le sue braccia. Tutti stanno lì a esaltare la maternità sempre e comunque, e nessuno che spieghi quanto può essere difficile essere all’altezza, sentirsi pronti. Lei lo sa, forse avrebbe avuto bisogno di un po’ d’aiuto, ma l’ha davvero ucciso? Ha davvero privato della vita quel piccolo pezzo di cuore, il sangue del suo sangue?

Qualcuno le manda presto un macabro messaggio: una foto di un bambino di quattro anni sorridente. Dietro, la scritta: Dylan. Ma è il suo Dylan?

Tra scoperte e mezze verità e colpi di scena, arriviamo a una fine che è macabra, spaventosa. Niente è come si crede.

La Blackhurst mette su un thriller che a tratti è forse un po’ surreale, ma che risulta pienamente riuscito. Si legge e si legge e si legge, e finché tutti i nodi vengono al pettine non ci si può dare pace. La narrazione è veloce ma non lascia nulla al caso.

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Claudia Schreiber, "La felicità di Emma"

23 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La felicità di Emma

Claudia Schreiber

Edizioni Keller, 2010 

 

Un libro irritante, tanto più che inizia illudendo il lettore di trovarsi di fronte ad un racconto con personaggi fuori dagli schemi e un intreccio originale. I protagonisti vengono descritti nei primi capitoli e sono davvero ben riusciti: Emma, trentenne lercia, trasandata e disordinata un po' come i maiali che ama a modo suo, coccolandoli fino a poco prima di accopparli e trasformarli in prosciutti e salamelle; Max, ossessivo - compulsivo rupofobico, verosimilmente vergine non in senso zodiacale alla tenera età di 40 anni, che aspetta il momento giusto di vivere la sua vita e scopre che ha solo sei mesi per farlo grazie ad un tumoraccio dei peggiori; Hans, "migliore amico" di Max, che è in realtà un truffaldino da due soldi, un faccendiere di quarta categoria che nulla sa fare se non piccole truffe assicurative, tanto  alla parte dei conti ci pensa Max, e rifilare auto usate a cinquantenni incrostate di fondotinta e arroganza piccolo borghese. Un trio perfetto, un inizio spumeggiante con l'incontro dei tre che con questi presupposti può dare solo una cascata di trovate esilaranti, innovative, magari politicamente scorrette, perché no? Ripeto: PERCHÉ NO? Perché invece dopo la prima metà la scrittrice opta per immettere la storia nei binari del normale, del falsamente consolatorio e bugiardo, ipocrita e prevedibile, distruggendo l'originalità iniziale e scrivendo svogliatamente un romanzetto rosa dei più beceri, in cui TUTTI si ravvedono e si raggruppano al centro della gaussiana dove si posizionano le persone cosiddette "normali"? Dove Emma da sudiciona diventa Mary Poppins, Hans un filantropo e Max strumento per la "felicità di Emma". E quale sarebbe cotanta agognata felicità? Il sogno piccolo borghese della nostra società micragnosa e consumistica, soldi e famiglia, ci mancava la casetta col giardino e il cagnetto yorkshire, ma immagino che un paradiso tropicale con gli albatros possa fare da succedaneo in assenza delle ultime due. Pollice verso.

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Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"

22 Luglio 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Storie di un tempo minore

Angela Angiuli

 

Fara Editore, 2016

 

 

È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.

È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.

Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

 

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

 

Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel

 

“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.

 

E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:

 

A Mino  (pag. 31)

 

Mio fratello è un tramonto di rose

a cui ha mangiato le spine

uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione

e vola vola e guida l’avanzata

delle stelle sul mare

che tanto ha amato fino a traboccare.

Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,

ci è saltato sopra con un salto gentile

troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,

ha avuto un bell’ardire.

Veleggia ancora lui dalla spiaggia,

ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio

e il coraggio di dire - si -

ad un mondo nuovo che albeggia.

 

E ancora da pag. 24

 

I suicidi sono animali interessanti

hanno il becco di un picchio

con cui rompere la scorza della vita

mangiano ossa spellate dalla consunzione

                               quotidiana

le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.

Ma io so che hanno la vista lunga

più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare

tarlare il creato fino in fondo

perché il loro frutto non è più qui

ha allungato i rami nel giardino del Vicino,

e loro - lì - se lo vanno a prendere.

 

La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.

Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.

La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.

Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41

 

Scrivo fragile

sono un popolo senza storia

- tracce di mosca - tarli di carta.

Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice

linee storte o oblique per tracciare la Speranza

                               che fugge ogni misura

 

Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !

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