recensioni
Antonio Corona, "Oltre la neve"
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Oltre la neve di Antonio Corona (La Vita Felice, 2022 pp. 68 € 12.00) contiene l'incisività della scrittura interiore, rivolge una profonda riflessione sulle congiunture inattese e miracolose delle relazioni umane, sottintese nella curva emotiva dell'esistenza. La poesia di Antonio Corona nobilita la sostanza sublime della meraviglia, sussurra la magia delle attese, offre il dono di una sequenza lirica scandita dall'immediatezza di una confidenziale, intima verità e dalle occasioni di felicità inaspettata. Genera la volontà dell'innocenza, dà vita allo svolgimento migrante dello spirito, rapito dall'incoraggiamento della sensibilità. Antonio Corona sostiene l'interezza dei propri pensieri rivolgendo il candore del suo sguardo sull'umanità, elogia, all'interno della seduzione quotidiana, l'interrogativo esistenziale, assegna all'essenza delle incrinature e dei tormenti la sensazione istintiva del vuoto. Ascolta l'invisibile forza evocativa del silenzio, riempie la saggezza del cuore attraverso il profumo di un abbraccio, la gentilezza di una complicità, celebra la permanenza seducente dell'amore. Leggere Oltre la neve significa assistere a un insegnamento di consapevolezza, oltrepassare tra le pagine la limpida ispirazione dei ricordi, apprezzare l'intonazione serena della consistenza, trascendere la bellezza dell'immaginazione. I testi sprigionano oscillazioni sentimentali, suggeriscono la loro efficace intuizione dalla forma interpretativa dell'esperienza vissuta, arricchiscono, nell'ordinamento stilistico di quattro suddivisioni esplicative: Sublimazione, Caduta, Riposo, Ritorno alla terra, il credito del sentire. La memoria emotiva circonda la sincerità dei versi, spinge la personale crescita intellettiva dell'autore verso una compiuta elaborazione della propria maturità artistica, rintraccia l'estensione della comprensione e della vicinanza al senso di appartenenza, ritrova il percorso affettivo dell'anima. Oltre la neve è anche una metafora introspettiva in cui le parole restituiscono il suono ovattato della tenerezza, rendono più vivo il desiderio, raggiungono l'equilibrio e il conforto, alleggeriscono i risentimenti quando il velo del passato non oscura il presente. Il significato simbolico del candido manto che imbianca l'orizzonte ricopre l'atmosfera incantata del sogno e va oltre la destinazione di ogni speranza. Il poeta spiega una rinascita capace di rigenerare la pace con noi stessi, rilassare la natura delle cose, riconciliare l'armonia degli incontri e delle relazioni. Ogni immagine cristallizzata riempie la mente con lo spazio inconscio, scioglie la fragilità, intensifica la fortunata e protetta risorsa dei vincoli romantici. La scrittura delicata e raffinata di Antonio Corona rinnova il percorso sovrumano della commozione, nel legame indissolubile con un linguaggio autentico e parla attraverso l'espressione traslata di un'aderenza mediatrice tra spiritualità e carnalità come nel contatto divino tra cielo e terra, nella dolce lusinga del trascorrere del tempo. Infine mi permetto di dedicare ad Antonio Corona un'ispirata esortazione, nella piacevole suggestione delle parole del poeta Tito Balestra, con l'augurio che ne farà tesoro nel momento opportuno: “Se hai una montagna di neve tienila all'ombra”.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
*
Non sarà manna dal cielo
né verità che ci uccide
ma come letto di fieno
saprà di vita che siede.
*BIANCA ATTESA
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*
Imprigionami in un gesto di libertà
assolvimi con la sentenza di una carezza
fammi arrossire con l'ardore di un sorriso
accompagnami altrove e sentirò la felicità
nei tuoi passi ancora incerti.
Sarò bolla di sapone che permane.
*SARO'
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CHIEDILO ALLA NEVE
Chiedilo alla neve perché ci amiamo:
si scioglierà per divenir sorgente
o muterà in ghiaccio che scalfiremo.
Poi un giorno diverrà vapore
e moriremo lievi.
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*
Cerca dentro i tuoi silenzi
la ricchezza del pensiero,
non è mai leggero il pane
capace di assorbire la zuppa.
*CERCA
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In una vecchia firma
un'assenza che non mente.
Nero su bianco permane agli atti
un passaggio di morte obbligata
che ci offende in scala 1:100
come un progetto, studiato a tavolino.
*IN UNA VECCHIA FIRMA
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COS'È LA VITA?
Quando anch'io me lo chiederò
sarà ormai troppo tardi:
scoprirò ch'è vuoto inspiegabile
che riempie ogni spazio rimasto.
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DI COSA È FATTO IL CIELO
Di parole nude è fatto il cielo
d'inchiostro sulla pelle i desideri
e noi – di stelle morenti.
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VARIANTI
Amare l'impossibile
è la vita che danza sulle punte
fino a farle sanguinare.
Amare il possibile
è la morte che siede a colazione
assaporando un croissant.
Francesco Rossi, "Scorie d'esperienza"
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Francesco Rossi
SCORIE D’ESPERIENZA
Scorie d’Esperienza, la raccolta di poesie di Francesco Rossi che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Floriano Romboli esauriente, acuta e ricca di acribia intitolata: Dare un senso alla vita: il coraggio, la fatica e la rabbia di un poeta, parole che hanno un valore programmatico da intendersi nel senso a livello di coscienza letteraria dell’incontrovertibile valore salvifico della poesia stessa per varcare la soglia del senso stesso per liberarsi da una vita alienante e giungere o almeno arrivare in prossimità della possibilità di abitare poeticamente la terra in fusione e armonia con essa.
La poetica di Rossi è connotata da intellettualismo e anche talvolta da accenni di poesia civile (non a caso il riferimento esplicito a Pasolini): «Il Poeta tra l’umile s’addentra / Italia che vive sotterranea, / trìvia per il passato popolare, / lontana origine della coscienza… // Di fronte alla storia qual muta varia / si scontra l’ “ègo” borghese invischiato /…» (A miglior vate le ceneri…).
Si diceva di liberazione e in realtà dal titolo della raccolta emerge la parola “scorie” da intendersi come residuo di un processo per esempio di estrazione di un metallo da un minerale, qualcosa di cui liberarsi. Sembrerebbe che qui metaforicamente le scorie (per antonomasia inutili e dannose) possano avere un risvolto ottimistico e positivo e divenire esse stesse poesie come frutto dell’esperienza.
L’autore del volume è nato nel 1973 a Jesi (AN) e ha pubblicato numerose opere letterarie.
Il libro è scandito nelle seguenti sezioni: Ouverture pasoliniana, Via Crucis, Ozio di Marca, ed è composito e articolato architettonicamente.
Quindi nel suo poiein il poeta si rivela un eclettico ritrovando nella sua produzione tematiche svariate anche se a livello stilistico formale tutte le poesie sono connotate da un comune denominatore, quello di una parola detta con urgenza che provoca complessità e che ha un forte impatto con il lettore a livello emozionale, lettore stesso che è meglio che legga per due volte le poesie per una maggiore comprensione anche se non si ritrova mai né l’alogico, né l’anarchico nel distendersi dei versi dei componimenti che brillano per icasticità.
C’è anche il tema della poesia che riflette sulla poesia, si ripiega su se stessa: «Smania il Poeta di parlare al mondo, / di raccontare, di offrire se stesso, / a un contesto sociale di valori!...» (L’usignolo che stonato canta…) e il tono usato dal poeta è spesso assertivo e gnomico.
I titoli della prima sezione riprendono quelli dei libri pasoliniani: «Dalle contraddizioni alle storture / in cui s’organizza il politicare / al notar termina estemporaneo / lo strumento dell’animo al Poeta, / sgualcito fiore d’origine tersa…» (Predicatore visionario).
Nella sezione Via Crucis ritroviamo inizialmente i componimenti per le tappe della via crucis stessa e il linguaggio intonandosi al tema si fa crudo e mistico: «…Dio non può esser che figlio a se stesso, / se la casa è l’equivalente Amore / che eguaglia i fini con la sua scienza, / che ogni speranza attende alla veggenza…» (Cristo condannato a morte).
Quindi attraverso le scorie dell’esperienza si ricostruisce un discorso e se c’è un proverbio tedesco che afferma che se l’esperienza è il nome che noi diamo ai nostri errori si può affermare che dopo esserci corretti ed essere maturati ci vorrà solo un minimo di impegno per riuscire in tutto: amore, lavoro, amicizia.
Raffaele Piazza
Francesco Rossi, Scorie d’esperienza, pref. di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 188, isbn 978-88-31497-90-9, mianoposta@gmail.com.
Giuseppe Benassi, "Il luogo giusto in cui morire"
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Un luogo giusto in cui morire
Giuseppe Benassi
L’Erudita, 2022
pp 167
19,00
Il più cattivo e il più doloroso dei romanzi scritti da Giuseppe Benassi con protagonista l’avvocato Borrani. Un morto ammazzato nei gabinetti della stazione di Livorno, del cui omicidio verrà sospettato lo stesso Borrani, un’asta pubblica, un casolare in quel di Pomarance, sono gli elementi di questo giallo atipico che è un pretesto per due cose: interrogarsi sulla morte e scandagliare l’abisso di alcune possibilità erotiche.
L’esoterismo dei romanzi precedenti si stempera nel grottesco personaggio di Lalla Stella, l’avvocatessa astrologa, i protagonisti stessi si trasformano in una sorta di figure dei tarocchi che agiscono di nascosto per creare l’intreccio e la sorpresa finale, le citazioni e i rimandi colti debordano in una pletora di domande senza risposta, in un flusso di coscienza compulsivo attorno al senso della vita e della morte.
Come sempre in Benassi, il sublime lirico della natura – il sogno di una nuova vita nel casale di Pomarance quasi assorbito per osmosi dal morto – si mescola al repellente di certi sordidi ambienti e personaggi, di certe espressioni crude e volgari. Questa volta, oltre al consueto paesaggio labronico, gli avvenimenti si svolgono nella campagna toscana, selvaggia e sulfurea. Sempre riscontrate in Benassi fascinazioni etrusche, qui rappresentate dal richiamo all’obesus etruscus. Sempre più acida, solforosa e angosciosa la natura del suo personaggio, che non guarda agli altri con bonario distacco, bensì proprio con disprezzo.
Ma c’è anche un ammiccamento sempre più deciso alla china scivolosa e intrigante della lascivia, che un po’ spaventa e un po’ attira il protagonista. Negli ambienti omosessuali, infatti, matura l’omicidio di Nado Leri, e tutto il tessuto narrativo è costellato di rimandi al mondo gay, con le varie icone pop, da Mina a Patty Pravo. Il protagonista sembra rendere, di romanzo in romanzo, più esplicito e meno rimosso questo desiderio, all’inizio latente al punto da spingerlo verso una frequentazione insistente dell’altro sesso.
Ora però il tempo è trascorso, e il protagonista deve fare i conti con la Morte, colei che tutto annulla, e che, prima di arrivare, ti vuole vedere in faccia, vuole che tu riveli in primis a te stesso chi sei veramente. Per questo motivo Borrani si lascia trascinare in una storia pericolosa, ben sapendo di correre il rischio di finire in galera, perché, in lui come in tutti noi, cova il desiderio velleitario di una svolta, di una rinascita prima che sia troppo tardi, prima che l’abitudine – tutto sommato comoda e confortante – rappresentata dalla eterna fidanzata Messori, lo stritoli al punto di non lasciargli altre vie d’uscita se non la morte. Quella morte alla quale bisogna prepararsi, quella morte per cui bisogna, magari con un certo anticipo, scoprire il luogo giusto.
Stranger Things
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Stranger Things
È piaciuta a tutti questa serie del 2016, arrivata ormai alla quarta stagione, scritta dai Duffer Brothers. Non attira solo per la storia horror – forse un po’ ripetitiva col passare delle stagioni – piuttosto per i personaggi ben disegnati e distinti, e per l’atmosfera anni ottanta, meravigliosamente ricostruita. È indirizzata a un pubblico di nostalgici, orfani di un periodo straordinario del cinema, della musica e della letteratura fantastica, che qui ritrovano continue citazioni d’epoca, da Ritorno al futuro (1985), a I Goonies (1985), a Stand by me (1986) a E. T. (1982) a La storia infinita (1984) fino a Nightmare (1984) e ai romanzi di Terry Brooks.
Abiti, colonne sonore, oggetti di culto che ci riportano indietro, non solo ricreando un’ambientazione ma richiamando, in modo autoironico e celebrativo, Spielberg e tanti altri maestri dell’epoca più brillante del cinema americano.
Fra umorismo e sceneggiatura brillante, scene d’azione confezionate in modo perfetto ed effetti speciali straordinari, sgorga potente la sensazione di perdita, di fine inesorabile dell’infanzia, con tutto quello che comporta, ossia l’abbandono degli amici, la difficoltà di crescere e trovare il nostro posto nel mondo, la rottura di legami che apparivano indissolubili, la fine dell’età del sogno e dell’immaginazione dove tutto era ancora possibile, sostituita dal mondo degli adulti, con le cocenti delusioni e la scoperta della diversità, che per Eleven sono i poteri soprannaturali e per Will l’amore omosessuale per l’amico Mike.
Una serie commerciale e raffinata insieme, curata nei minimi dettagli, godibilissima. Un autentico tuffo nel passato.
Maria Antonietta Schiavina, "Nonni"
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Maria Antonietta Schiavina
Nonni
Oak Edizioni, 2022
Euro 25 – Pag. 400
Nonni, antologia curata dalla giornalista Maria Antonietta Schiavina, autrice anche dell’ultimo racconto dedicato a nonna Piera, è un gran bel libro da regalare, non solo per le feste ma per tutto l’anno. Scegliete bene il destinatario del dono, perché servono lettori non adusi al thriller e al noir, meglio disposti a emozionarsi, più propensi a commuoversi. I racconti sono davvero tutti affascinanti, intrisi di nostalgia e di memoria storica, ricordano un nonno e fanno venire a mente un’epoca che se n’è andata, volti una pagina e incontri un’altra emozione. Autori famosi, veri e propri personaggi del mondo dello spettacolo, scrittori meno noti, esordienti e narratori esperti, uniti in un unico afflato letterario per celebrare il ricordo dei tanto amati nonni. Sono di parte, lo ammetto, dentro c’è anche un mio racconto, che vede il solito Giovanni (mio alter ego in Calcio e acciaio e in Sogni e altiforni) raccontare per l’ennesima volta la storia del nonno (materno) amiatino, che da Seggiano finisce a Terracina, quindi in America a far fortuna, poi prigioniero degli austriaci nella Grande Guerra, salvo per miracolo, infine operaio dell’Ilva, a Piombino. Nonni contiene racconti di Francesca Lenzi, Elena Pecchia, Fabio Canessa, Pupi Avati, Carlo Conti, Rossano Pazzagli, Letizia Papi, Maila Papi, Maurizio Costanzo, Enrico Vanzina, Elena Ciurli, Manolo Morandini, Lino Banfi, Marco Vito, Gianfranco Benedettini, Divina Vitale, Francesca Ghiribelli, Leo Picchi, Rosa Velasco, Gino Paoli, Achille Onorato, Cristiano Militello, Monica Grandi, Giulia Campinoti, Rita Nannelli, Renzo Arbore, Sergio Staino, Dario Ballantini, Leo Gullotta, Maria Antonietta Schiavina, Bruno Manfellotto ... e chi più ne ha più ne metta! Un’antologia di ben 400 pagine, pubblicata da Oak Edizioni di San Vincenzo. Copertina stilizzata con in primo piano un nonno e un nipote di Fabio Leonardi. Per ordini diretti dall’editore, scrivete a info@oakedizioni.it oppure fate un salto su https://oakstore.it.
Roma che non abbozza
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Eckhart Tolle, "Il potere di adesso"
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Il potere di adesso
Eckhart Tolle
2013
Eckart Tolle, in realtà Ulrich Leonard, ma si è ribattezzato così in onore di Meister Eckart, il mistico. Affetto da una grave forma di depressione giovanile, Tolle racconta che, a 29 anni, in preda all'ennesimo crollo psicologico accompagnato da svariati pensieri suicidi, una mattina si sveglia e sperimenta la beatitudine. Ovvero, pur essendo disoccupato, senza fissa dimora, soldi nemmeno a parlarne, per 6 mesi vive come un vagabondo provando una gioia pura nei confronti della Vita. Egli riconduce tale stato al crollo della cosiddetta mente egoica, quello strumento potente e affilatissimo che ci aiuta ad essere precisi ed efficienti ma che se non tenuto a bada ci procura innumerevoli sofferenze per rimuginio interiore, e nutrimento del cosiddetto "corpo di dolore". Quest'ultimo è semplicemente lo stato di sofferenza che viene alimentato di continuo dai nostri pensieri, dalla nostra immaginazione, dalle nostre supposizioni che nulla hanno a che vedere con la realtà, a noi celata dal velo di Maya. Il potere di adesso è il riconoscimento del qui e ora, dell'osservazione della nostra mente come testimoni esterni, constatando come ci rovina la vita e "abbassarne il volume", affinché il cuore e l'anima possano permetterci di agire nel mondo provando la pace interiore, che, a differenza della felicità, non dipende da fattori esterni. Tanti gli argomenti affrontati nel libro quali le relazioni di coppia, l'emotività femminile legata ai cicli ormonali, il lasciare andare e affidarsi alla vita, tanto che più che un libro da leggere, è un vero e proprio manuale da tenere sul comodino per consultazione. Molto divulgativo e esemplificativo, non lo suggerirei tuttavia come primissimo approccio alla spiritualità.
Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"
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Antonio Crisci
L’UOMO DI GHIACCIO
II° edizione
È un bel regalo che Antonio Crisci riproponga il racconto L’uomo di ghiaccio, seconda edizione, per i tipi di Guido Miano Editore. Nell’introduzione, Michele Miano giustamente richiama Centomila gavette di ghiaccio (1963) di Giulio Bedeschi (1915-1990); ma si possono fare anche altri accostamenti a cronache e racconti “di guerra”, più o meno noti al grande pubblico. In questo filone si colloca a pieno diritto il lungo racconto di Antonio Crisci, che è molto coinvolgente, anche se non ha (e non potrebbe avere, dato che l’Autore riferisce vicende vissute da altri, non da lui personalmente) l’immediatezza della vena contestatrice e corrosiva del romanzo/cronaca (però riferito alla I guerra mondiale) Un anno sull’altopiano (1937) di Emilio Lussu (1890-1975), né l’ampiezza descrittiva e la capacità di intravedere, pur nelle più tremende vicende belliche (della II guerra, in questo caso), la forza rinnovatrice della fede che troviamo nel racconto-cronaca di Eugenio Corti (1921-2014) I più non ritornano (1947 – uno dei primi resoconti diretti scritto da un reduce dalla campagna di Russia, di poco preceduto da Con l’armata italiana in Russia di Giusto Tolloy, del 1946, e contemporaneo all’uscita di Mai tardi di Nuto Revelli). Il Corti avrebbe ripreso l’argomento ne Il cavallo rosso (1983), e va ricordato anche il suo epistolario, uscito postumo, Io ritornerò (2015), impreziosito da fotografie scattate dall’autore stesso al tempo della ritirata dell’Armir tra la fine del 1942 ed il 1943.
Nel racconto del Crisci non vi sono invettive contro l’insensatezza della guerra, né si indugia sulle vicende della ritirata dell’Armir dalla Russia (circa 100 mila uomini, la stragrande maggioranza mai tornata), ma si segue il filo conduttore della ricerca dei circa 600 soldati e degli ufficiali italiani rimasti vivi pur dopo la loro deportazione nei famigerati gulag. Non pochi di loro decisero di restare in Russia, venendo in qualche modo dimenticati due volte. Se nel racconto c’è una nota polemica, è per stigmatizzare l’atteggiamento remissivo del PCI nei confronti dell’allora Unione sovietica: con meno pavidità, se il PCI avesse “spinto” tale ricerca, si sarebbero potuti certamente ritrovare molti dispersi, morti o ancora vivi, che invece rimasero quasi tutti tali.
Il racconto esordisce così: “Dopo troppi anni di oblio sarebbe doveroso dedicare un giorno alla memoria di questi innocenti e giovani martiri. Il tempo non ha cancellato l’ardimento e il sacrificio di giovani vite immolatesi per cause a loro non completamente note ma dettate dal senso del dovere e da ideali patriottici” (p.17). Si sviluppa in seguito con la narrazione di un intreccio di incontri più o meno casuali, come quello con la russa Natasha, e di personaggi che offrono spunti per allineare le vicende della ritirata di Russia, dei reduci e dei sopravvissuti fermatisi là. Infatti l’Autore riporta i racconti da lui uditi da parte di reduci della ritirata, come “zio Pasquale”, che nel salone del barbiere del paese racconta delle “marce del davai” (significa “va’ avanti”: i soldati russi lo ripetevano ai prigionieri italiani per farli camminare senza fermarsi – perché chi si fermava era perduto, o veniva giustiziato sul posto o veniva abbandonato e moriva di freddo); e racconta delle spie italiane che, in quanto comunisti convinti (o da se stessi o forse dai soldati sovietici), facevano da spalla ai “vincitori”.
Si inserisce qui la vicenda dei gemelli Aniello ed Alfonso, passati direttamente al fronte russo da quello albanese e greco, dove erano stati col fratello maggiore Vincenzo, tornato ferito in Italia. Aniello morì in Russia, mentre Alfonso (attorno al quale gira poi tutto il racconto) fu salvato da una famiglia russa nel gennaio 1943: un “miracolato”, perché - come nota l’autore - “La guerra con la sua ferocia rende duri anche gli animi inclini alla pietà” (p.65). Quasi incredibilmente, la storia di Alfonso si collega a Natasha, e ad altri ancora, come “zio Raffaele” e Ciro, in una linea temporale che giunge ai giorni nostri, attraversando vicende epocali come la caduta del muro di Berlino del novembre 1989.
Il tutto è reso con semplicità, il che rende avvincente la lettura di questa storia, vera ma anche romanzesca oltre che istruttiva.
Marco Zelioli
Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.
Luca Masala, "Dappertutto stando fermi"
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Dappertutto stando fermi di Luca Masala (L'Erudita, 2022 pp. 113 € 16.00) è un libro caratterizzato da una combattente espressività e da un'ampia intensità di significato. L'autore inscrive l'intuizione profonda dell'inquietudine attuale, attraversa l'abissale superficie del vuoto spirituale, comprende l'assenza di un principio solido di riferimento, sfida il conflitto ordinario contro l'estraneità emotiva, conosce il disorientamento esistenziale. La poesia di Luca Masala dichiara l'indefinibile disagio nei confronti della frammentata condizione vitale, lacera la crisi d'identità dell'uomo contemporaneo, rilegge la frenetica, contrastante, realistica spinta introspettiva. I testi evidenziano la crisi dei valori, aggiungono il suggestivo incedere dei sentimenti lungo il cammino imprevedibile della vita, confermano la propria autonomia stilistica, continuano a sostenere la spietatezza delle difficoltà e l'accusa dell'incomunicabilità. Il poeta accorda l'impulsiva necessità di orientare un senso poetico alle relazioni umane, alla concezione del mondo, ritrova nel passaggio elegiaco l'interpretazione della memoria e del tempo. Dappertutto stando fermi è un suggerimento felice che arriva a destinazione, oltrepassa l'accelerazione delle umane distrazioni istintive, promuove un percorso lungo il senso contemplativo del ritmo interiore, in viaggio intorno alla consapevolezza. Il libro ospita il luogo immutabile dei ricordi, racchiude la fragilità delle illusioni, scopre i frammenti della quiete. Luca Masala cerca la poesia in ogni ispirazione quotidiana, coglie l'essenza della qualità evocativa delle parole, ascolta la rivelazione del sentiero incontaminato dell'anima. Concentra la luce infinita della meraviglia scolpita nella sensazione dell'appartenenza, disegna la prospettiva indistinta della solitudine con immagini offerte al confronto con la realtà, nel precipizio di una distorsione temporale, nella metafora di una visione catartica. Rivolge lo sguardo all'entità romantica e dolorosa della misura etica della lontananza, tenta di ridurre la dilatazione della distanza e della vacuità. Dappertutto stando fermi raggiunge la sensibilità del cuore, il territorio stabilito della reciprocità affettiva, regola la frequenza viscerale, tocca il termine di una permanenza dentro la dimora significativa del sentire, nel riflesso contraddittorio tra la continuità e la dimenticanza. I versi circondano la cognizione invisibile del disincanto, l'impulso malinconico e amaro del sogno fatalmente perduto. La corrispondenza della natura umana, in ostinata lotta tra equilibrio e stabilità, orienta l'armonia della poesia, indirizza la simmetria costante della staticità sospesa verso una dinamica empatica delle esperienze, filtra il percorso della semplicità. La sostanza autentica di Luca Masala riflette l'autenticità e la purezza dell'arte poetica, compone l'estratto di ogni promessa di speranza, include la capacità profonda e coraggiosa dell'ascolto, l'efficacia confortante e sorprendente del pensiero. Luca Masala dichiara l'affabile sincerità, apre il solco tracciato della scrittura sulla strada della conoscenza, sulla complessità della dimensione percettiva, avvia la protezione della saggezza nelle tendenze innate dell’uomo.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Arianima
Soffocare e guardare indietro
gli occhi negli occhi
a immaginare altezze
mai toccate
e scivolare
lungo la lama del vento
fiato di cristallo
un unico respiro
fino in fondo
nella parte visibile
dell'anima
Primavera
Alba di vita
piccolo sole che esplode negli occhi
ogni volta che vi guardo, figli miei,
un giorno di musica e luce
da vivere per sempre
mentre la bella giostra del mondo
compie ancora il suo giro
e solo per noi
Commiato
Passano, queste anime
rapide e terse
nello spazio di una vita
curvilinee e perse
illusorie di una meta
sulle immense strade del tempo.
Passano, senza fermarsi
amici e nemici
questi corpi convulsi
ignari del dolore
di non poter restare a lungo
nel miracolo della storia,
a guardarne il bagliore
a viverne il sogno.
Nel breve istante,
io con loro
andrò via
a fianco del rimpianto
solerte come un faro
che, indolente,
illumina da lontano
la metà sconosciuta
del niente
Frammento IV
“...E poi corro.
Per sentire il ritmo dei sogni
per abbracciare la mia solitudine
e tornare a respirare
con l'illusione fugace
che si può vivere per sempre.”
Frammento VIII
“...E nell'ombra
che odora di fresco
il tuo ricordo ritorna
per mescolarsi furtivo
con la notte”.
Frammento LXX
“...Toglierò dai tuoi occhi
i veli spietati del tempo
e tutto ti sarà chiaro.
…
Quel giorno scorgerai
immobile
il mio volto tra le stelle.”
Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"
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Confesso di non essere all’altezza nel delineare alcuni aspetti delle vicende narrate in questo volume, l’immane tragedia del corpo di spedizione italiano dell’Armir in Russia durante il secondo conflitto mondiale.
Ma ci riesce molto bene e in modo convincente Antonio Crisci, con piglio narrativo e stile asciutto a raccontare alcuni episodi accaduti e tramandati da parenti, amici e conoscenti reduci dalla Campagna di Russia.
Com’è noto l’8a Armata Italiana (nome in codice Armir: Armata italiana in Russia) alla fine del 1942 fu investita da una potenza di fuoco soverchiante ad opera dei sovietici e dovette quindi cedere terreno. Iniziò la tragedia della ritirata dei nostri soldati in larga parte truppe alpine scarsamente equipaggiate, una sorta di “Anabasi” dei nostri giorni, un’odissea in cui centinaia di migliaia di uomini congelati morirono di fame e stenti percorrendo a piedi mezza Europa o furono fatti prigionieri senza avere più notizie di loro.
Crisci ripercorre alcune tappe di questa avventura sciagurata, filtra e rielabora con la sua sensibilità da uomo di cultura alcuni episodi caratteristici. La sua scrittura ha il pregio della semplicità e della concretezza grazie a un linguaggio comunicativo.
Si legga, ad esempio il racconto L’antefatto - Il miracolato dove un soldato italiano viene miracolosamente salvato da una famiglia russa. Cambia identità e dopo mille peripezie si trasferisce definitivamente in quella terra. Al riguardo, come non ricordare la pellicola capolavoro del 1970 di Vittorio De Sica I girasoli: un soldato ferito e quasi morente (interpretato da Marcello Mastroianni) viene salvato amorevolmente da una ragazza russa con la quale poi si sposa e forma una famiglia trasferendosi definitivamente in Russia. Sotto i campi coltivati a girasoli sono seppelliti i militari italiani nelle fosse comuni dove ogni campo sterminato che ondeggia al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda.
Antonio Crisci pone l’accento anche su alcune questioni forse troppo trascurate o appositamente “dimenticate” dei dispersi in Russia: dai dispersi ai prigionieri nei campi di lavoro fino a casi estremi di soldati che salvatisi, si stabilirono definitivamente in quella terra.
Altri racconti invece descrivono gli stenti, la fame, il freddo, le atrocità, la ferocia della guerra patita dai nostri soldati, le cosiddette “marce del davaj” dal termine russo, ‘davaj’ che significa “avanti”, che provocarono un altissimo numero di morti tra i prigionieri. Queste marce durarono fino a venti giorni con fermate di pochissime ore per la notte, con tappe fino a 20 km al giorno in condizioni disumane. I soldati catturati furono costretti a camminare senza soste e senza cibo, a dormire all’addiaccio con temperature polari e molti di loro non riuscirono a resistere e morirono o furono uccisi e lasciati lungo il percorso senza sepoltura. E poi il ritorno in Italia dei reduci con mezzi di fortuna e in condizioni psico-fisiche indescrivibili, la loro difficoltà a inserirsi in una società ormai in stravolgimento in un clima da guerra civile dopo l’armistizio e i fatti dell’8 settembre 1943.
E quell’amara consapevolezza di dimenticare, di insabbiare in patria il disastro italiano in Russia di non dare giusto merito a quei poveri ragazzi dimenticati da tutti in un clima di tensione, caos, sbandamento delle forze armate e per dirla alla Luigi Comencini: Tutti a casa (film del 1960 ambientato durante la seconda guerra mondiale).
Racconti che racchiudono esperienze di vita, accompagnate da una vibrante partecipazione emotiva dell’autore e creano una rispondenza nell’animo del lettore, grazie anche a un linguaggio diretto, efficace proprio perché immediato e alieno da sovrastrutture e da ricerche formali.
E ancora altri racconti descrivono le vicissitudini dei nostri soldati sul fonte greco albanese e in generale sui Balcani con dovizia di particolari. Ma il vero messaggio subliminale che intende suggerirci Antonio Crisci è lo stimolo alla creazione di una nuova coscienza, una vera coscienza nelle nuove generazioni al ripudio della guerra e ad evitare tragedie come quella racconta in questo volume. Una vera tragedia ancora d’attualità e che ci fa riflettere anche alla luce dei nuovi e recenti conflitti in Europa.
Piace al prefatore di questo volume, il cui nonno materno era aggregato proprio al corpo di spedizione dell’Armir, terminare questa breve introduzione citando un brano tratto dal celebre romanzo Centomila gavette di ghiaccio del 1963 di Giulio Bedeschi che descrive come non mai la grande ritirata italiana dalla Russia: «La visibilità divenne nulla, come ciechi i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, con estrema fatica avanzando di trecento metri in mezz'ora. Come ad ogni notte ciascuno credeva di morire di sfinimento sulla neve, qualcuno veramente s'abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, ma la colonna proseguì nel nero cuore della notte».
Michele Miano
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L’AUTORE
Antonio Crisci è nato in un piccolo borgo della Valle Suessola (in Campania), area di origine osca prima ed etrusca poi. Trasferitosi successivamente a Santa Maria Capua Vetere (CE), antica Capua, si dedica con successo a percorrere le attività caratteristiche della città: i Beni culturali e il diritto. Notevole è l’impegno profuso a promuovere e valorizzare le bellezze storiche e artistiche del territorio della città sia professionalmente (a lungo impiegato nei siti principali della città, quali l’anfiteatro, il mitreo ed il museo archeologico dell’Antica Capua) sia per passione (presidente della sede locale dell’Archeoclub d’Italia e promotore di importanti manifestazioni quale “Ager Campanus”, rassegna annuale che da oltre un decennio promuove e rappresenta l’arte e la cultura in Terra di Lavoro).
Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.
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