Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

recensioni

Il capo perfetto

8 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Blanco non è un capo perfetto, e lo si vede dai primi minuti del film. Ha un atteggiamento paternalistico  con i suoi dipendenti, non disdegna di fare il galletto con qualche bella e giovane stagista, li usa come operai nei giorni festivi, però li aiuta come può nei loro problemi privati perché i loro dolori affliggono anche lui, a suo dire. In realtà è più preoccupato dell'afflizione delle sue tasche causata da lavoratori distratti o preoccupati. Non è cattivo, è un po' vanesio. Se fosse davvero perfido, non si perderebbe negli imprevisti che gli accadono proprio la settimana prima di ricevere l'ennesimo premio prestigioso: un lavoratore licenziato che protesta, una stagista arrapata ed arrivista, una tresca tra dipendenti che sta mandando in tilt il cornuto di turno. Quando le sue strategie da signorotto di provincia falliscono miseramente (e giustamente), passa alle maniere forti, ma da neofita, le farà sfociare nel dramma per sé e per gli altri. Film gustoso, Bardem regala una gamma di espressioni facciali meravigliose a ogni fotogramma, l'umorismo è corrosivo, di buonismo manco l'ombra, nessuno si salva, tantomeno quelli che parrebbero le vittime della situazione. Una descrizione realistica del mondo delle aziende, dove di facciata ci sono regole rigide ma che scavando leggermente mostrano il peggio dei vizi umani, su cui amabilmente si glissa per amore del profitto. Il capo perfetto è come il medico pietoso: fa danno. Come diceva Blanco senior "ogni tanto occorre truccare la bilancia per farla stare in equilibrio", e chi lo nega è ipocrita o nato ieri.

Mostra altro
Pubblicità

Cristò, "La meravigliosa lampada di Paolo Lunare"

4 Gennaio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare

Cristò

Terrarossa Edizioni, 2019

 

 

Paolo, nonostante il suo ominoso cognome, decide di inventare una lampada che produca luce solare, per regalarla alla moglie per il loro quindicesimo anniversario di matrimonio. Dopo tre anni l'opera è compiuta, ma non è ciò che il pover'uomo aveva immaginato: la luce prodotta è fioca, pallida e mostra immagini di un'altra dimensione. Petra, ignara di ciò che suo marito fa ogni notte da tre anni e sospettando addirittura una di lui relazione extraconiugale, nel suo rimuginare ci rivela una storia lunga almeno trenta anni, fatta di omissioni e di bugie nei confronti di Paolo. Ognuno di loro, grazie alla prodigiosa lampada, scopre che la propria vita non è proprio come gliel'avevano raccontata. E quindi? Cambierebbe davvero qualcosa se scoprissimo che qualcosa di fondamentale nella nostra vita è falso? Soprattutto cosa è fondamentale? Come noi ci raccontiamo la nostra vita o come ce la raccontano gli altri? Cristò non ci offre una sua risposta. Ci suggerisce che alla fine sono più importanti i sentimenti, ecco, su quelli sarebbe meglio non mentire. Nel racconto le persone mentono per debolezza, per non fare soffrire gli altri, per non ammettere le proprie paure. Perché sono umani in definitiva. E per questo motivo finiscono per espiare questi momenti di omissione o menzogna con una infinita e alienante coazione a ripetere gesti stereotipati e ormai svuotati di senso, secondo la migliore morale cattolica. Anche qui lo scrittore non ci fornisce la sua opinione ma parrebbe accettare questa etichettatura come ragionevole o corretta. Morire di sofferenze dopo avere vissuto nella sofferenza della bugia, senza nemmeno la possibilità di redenzione. Una vita privata di senso in ogni sua manifestazione quindi. Una vita che non auto-ripara le sue ferite perché, nonostante la storia proceda su un binario di salvezza, l'ultima parola del racconto rovescia di nuovo qualsiasi apparenza evolutiva nei nostri comportamenti. Per quanto possiamo specchiarci in certi sprazzi della luce fisica che la lampada di Paolo ci regala, non credo di avere visto il riflesso di ciò che è la Vita. Non per il senso che le do io almeno.

Mostra altro

Ferenc Karinthy, "Epepe"

9 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Qualche settimana fa ho letto la notizia di una signora sordomuta che doveva andare a Bologna ed è finita in Polonia. Mi è tornata in mente questa assurda notizia leggendo questo libro di cui sentii parlare qualche anno fa, a seguito della pubblicazione di Adelphi. A Budai, linguista ungherese, accade la stessa cosa, con la differenza che lui finisce in una nazione misteriosa dove si parla un idioma incomprensibile e di cui lui non riesce a cogliere nemmeno i suoni, tanto sono pronunciati in maniera bizzarra, e dove la gente conduce una vita caotica e frenetica, perennemente in coda o occupata ad accapigliarsi, litigare e inveire. Budai usa ogni trucco possibile per cercare di ricostruire l'oscura sintassi facendo ricorso a tutte le sue conoscenze di poliglotta, insegnandoci diverse sottigliezze sullo studio delle lingue e la loro classificazione ma non risolvendo nulla di fatto. Nemmeno i gesti sono un linguaggio universale e ammesso che l'amore, inteso in senso più fisico che mentale, lo sia, non offre che una pausa ristoratrice nella confusione da cui Budai è avvolto. La situazione precipita abbastanza velocemente, il protagonista si accontenta di sopravvivere e Epepe, sempre che si chiami così e non Dede, Eveve o altro, l'unica persona con cui era riuscito ad avere un rapporto emotivo, sparisce dalla sua vita inghiottito dalla Storia di questo strano Paese, dedito a caos e rivoluzioni come pochi altri, tanto che lo stesso Budai inizia a ipotizzare che forse nessuno riesca davvero a comunicare in maniera efficace in quella incomprensibile comunità. Più volte durante la lettura mi sono chiesta se la storia fosse fine a se stessa o ci fosse un secondo livello di lettura, tipo, che so, l'incomunicabilitá nella società dell'individualismo o l'ego che si sente perso quando si scontra con i diversi punti di vista della realtà oppure se, come dice Carrére nella prefazione, Epepe "rientra nella narrativa pura, ammesso che una cosa simile esista: narrativa da orologiaio, ludica, chiusa sul proprio risultato". Non so, certamente è una piacevole lettura che consiglio.

Mostra altro

The Fall

7 Dicembre 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Fa uno strano effetto vedere dopo venticinque anni la protagonista di X files, sempre nel ruolo di una poliziotta molto capace, dare la caccia a Mr Grey, quello delle cinquanta sfumature, qui un assistente sociale con famiglia a carico che durante le ore notturne si diverte a identificare tra giovani professioniste di Belfast le sue future vittime da serial killer strangolatore. Si può guardare come un noir, godendosi la suspense del gioco ad alta tensione tra l'agente Stella e il predatore braccato, che non esita a esibire quel lato narcisistico che caratterizza spesso questo tipo di criminali. Si può apprezzare l'introduzione psicologica del serial killer, molto curata, e dei vari personaggi, credibili e le cui fragilità vengono esposte ma mai dichiarate apertamente. Oppure si può leggere tra le righe un'amara constatazione di quello che è il ruolo imposto alle donne e ai loro corpi nella nostra società. Stella è una donna con un lato maschile molto sviluppato e non lo nasconde. Non esita a contattare uomini che ritiene attraenti a prima vista per notti di sesso che non si ripeteranno più, non esita a soddisfare i suoi desideri "più particolari", non si fa intimorire da altri uomini. Rifiuta le etichette che si danno in genere alle donne per pietismo, la vittimizzazione e l'agiografia delle sante contro le puttane, sa di avere scelto di combattere sia contro il crimine sia all'interno di una organizzazione maschilista e paramilitare, sa che la debolezza è richiesta al suo sesso, che ne sa fare un'arma al momento giusto, ma che è anche ciò che la condanna alle critiche feroci di chi accusa le vittime di "non avere reagito". Sa che essere assertive, quando si è donne, si paga col giudizio di arroganza e freddezza da parte degli altri. E lo dice, abbastanza spesso, durante tutte e tre le stagioni. Basta sapere ascoltare.

Mostra altro
Pubblicità

Antonio Corona, "Controfobie"

1 Dicembre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Controfobie di Antonio Corona (Quaderni di poesia Eretica Edizioni, 2021) è una raccolta poetica intensa e manifesta con incisiva e profonda emotività la consapevolezza degli affetti e della compassione, mutando la trascrizione e la distorsione della fobia nella comprensiva e generosa espressione dell'empatia. L'autore interpreta, nell'esperienza della pura solidarietà, l'attitudine della ragione umana d'intuire la capacità emblematica della realtà, relaziona l'approccio altruistico nella coerente osservazione del rispetto e dell'indulgenza nei riguardi di una universale disponibilità all'apertura mentale, affrontando il conflitto persistente dell'irrazionale limitazione della negazione e delle contrarietà. La materia dei versi convince la spiegazione a ogni spontanea condivisione, accoglie l'impulso motivazionale dell'universo interiore, riconosce il disorientamento degli squilibri e condanna l'inafferrabile oscurità dell'ignoranza. Antonio Corona mantiene la disinvoltura dell'indipendenza sentimentale in relazione ai principi ispiratori della libertà, percorre il sentiero compromesso dalla ferita del disagio, dal tormento dell'irresolutezza, dall'apprensione per un'intolleranza che addensa le incrinature dell'anima. Il poeta congiunge la sintonia con il lettore con l'esecuzione di un proposito di colloquio intimo, consolida il tragitto istintivo tra fiducia e affidabilità, esplora le incertezze delle frontiere intellettive, permette di distinguere la discrezione con la quale guarda al mondo attraverso il proprio vissuto e accoglie la potenzialità della diversità, accennata, e non giudicata, da un'angolatura percettiva. Le distinte prospettive delle parole seguono l'originale itinerario delle sezioni poetiche, suggerite con i colori rivelativi, Nero Fardello, Indaco Bastardo, Rosa Fragilità, Rosso Passione e Verde Speranza, per definire ogni rappresentativo stato d'animo, il segno compiuto di ogni  carico morale, l'insolenza dell'offesa, la tenerezza dello smarrimento, il desiderio resistente dell'amore, la dichiarazione profonda di ogni aspettativa. Leggere Controfobie accomuna la fermezza coraggiosa e dolorosa all'intonazione della complessità, consente di condannare i provocatori contrasti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali e di escludere dall'impostazione esistenziale il conflitto dell'incomunicabilità. Antonio Corona rivendica le occasioni perdute e le promesse ritrovate, indugia sulla consistenza del proprio sentire, scindendo la scelta di mostrare la propria identità dal timore di non essere riconosciuta, rivela un'umanità conquistata con maturità poetica, senza biasimo, predilige la capacità d'identificare il dono di agire secondo i propri sogni, divulgando la voce più autentica nell'urgenza necessaria della scrittura poetica.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Subire

 

Un vuoto a pressione

che esplode nel petto,

un gesto tagliente

che affonda nel ventre,

una frase sbagliata

che uccide da dentro.

 

-------------------

 

 

Amare nell'ombra

 

Un bacio mai dato

è un'emozione mancata

ma un bacio nascosto

è come un cuore spezzato.

 

---------------

 

Pioggia d'estate

 

La senti cadere ferita smarrita

come lacrime gioiose irrompe

in cerca della terra secca zollata

che accoglie i segni dei palmi

di chi carponi cammina trafitta

in cerca di quel sole che corrompe

chi d'amore mancato perisce.

 

-----------------

 

Sulla fune

 

Su una fune

sospesa nel vuoto

la vita danza sulle punte

di un amor congiunto

fra anima e corpo

tra sensi e tatto

di chi ascolta e poi agisce

senza cogliere nel segno.

Mi fermo

nel fulcro della ragione

sapendo che seguirla

mi porterà altrove.

Mi muovo

in equilibrio sul cuore,

se cado volo

se arrivo cammino.

Amare è l'unica certezza.

Parole di convivenza

 

Parole cucite all'orizzonte

perse tra due mondi

uniti sulla linea del niente

congiunte solo in un miraggio

ma in realtà sempre distanti.

 

Parole vuote nell'aria

affogate nel mare

in due mondi bruciati

dal silenzio del confronto.

 

Vorrei parole unite da una lampo

riportate all'orizzonte

riflesse sul mare

proiettate lunghe sulla terra

paciere di tolleranze

ed amorevole convivenza.

 

--------------------

 

A piedi uniti

 

In quel punto esatto

dove a piedi uniti

premo sulla sabbia bagnata

leggermente sprofondano

pensieri, azioni ed intenti.

Guardo quell'ombra formarsi intorno

e permango in attesa

di un'onda, dell'onda

della forza che m'inonda.

Affonda e ritorna

la spuma circonda

come nebbia spettrale

l'assenza e l'essenza

la gioia e il tormento.

Mi getto mi bagno respiro

vivo. Acqua sabbia sale

un pane bagnato

indissoluto

sotto i miei piedi.

Coraggioso attendo,

il vento.

 

 

 

 

 

Mostra altro

Luca Murano, "I vestiti che non metti più"

19 Novembre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

I vestiti che non metti più

Luca Murano

 

Edizioni Dialoghi, 2021

pp 127

14,00

 

Rispetto al precedente Pasta fatta in casa, quest’ultima raccolta di Luca Murano mostra un’ulteriore maturazione. Murano scrive molto bene e i racconti de I vestiti che non metti più - dall’apparenza semplice e dall’ironia persino troppo insistita - procurano al lettore una sottile angoscia. Come se lui avesse l'audacia di dire quello che spesso anche noi pensiamo, di guardare al mondo con la nauseata disapprovazione che anche noi vorremmo esprimere senza riuscirci.

È come entrare nella mente del protagonista del film Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher. Quante volte la realtà ci appare segretamente distorta, spaventosa, deformata? Ma non lo diciamo a nessuno. Quante volte vediamo cose che non ci sono per gli altri ma per noi esistono (come un gatto nel frigorifero)? Quante volte vorremmo sparare sulla folla dalla rabbia che coviamo e, invece, continuiamo imperterriti a sorridere?

Molto si basa sul coraggio, o meglio sul mancato coraggio. Quel gesto che ci salverebbe agli occhi del mondo, e più ancora ai nostri stessi occhi, e che non abbiamo la dignità di fare, perché esporsi è pericoloso, perché siamo piccoli, umani e vigliacchi come il veterinario davanti al cinghiale scongelato per un finto incidente, lo stesso veterinario che non ha mai avuto il coraggio di vivere senza inibizioni la propria omosessualità.

Vorremmo sganciarci, fuggire all’altro capo del mondo, ribaltare tutta la nostra esistenza, invece ci limitiamo a gettare un Estathè nel cestino o a sputare nel piatto di un avventore – così come il protagonista de La Carriola di Pirandello solleva le zampe della cagnetta - e quello rimarrà l’unico, invisibile, incomprensibile gesto rivoluzionario della nostra vita.

Comune denominatore una totale malinconia, un bisogno di riscatto e di speranza, una vaga nausea di esistere, così come siamo, pur nella bellezza del mondo. E i piccoli gesti, i piccoli innocui particolari di tutti i giorni, come aprire il frigo o preparare una torta di mele, si deformano fino a ad acquisire valenza onirica e perturbante.

I protagonisti, spesso alle soglie della mezza età, si guardano indietro e fanno un bilancio, chiedono a se stessi che senso ha avuto arrivare fino a lì, che cosa hanno concluso nella vita e che cosa rimarrebbe di loro se dovessero perire in quel momento. A salvarli, forse è un vago riconoscimento della bellezza della vita a prescindere, e dell’amore, sentimento salvifico, e anche la comprensione che tutto ciò che hanno vissuto, e ambìto in modo ormai velleitario, fa parte di loro, nel bene e nel male, e da lì non possono che ripartire, per andare comunque avanti.

In questa raccolta ci sono novelle surreali ma anche alcune più tradizionali ed elegiache, come Il mio sottosopra, che forse sono l’elaborazione in forma narrativa di una pagina di diario, di un appunto o di un ricordo. Tutte indistintamente sono molto moderne e calate nell’attimo presente – cosa che, temo, potrebbe renderle meno fruibili in futuro. Le similitudini sono tratte dal vivere comune, da ambiti non letterari bensì cinematografici, televisivi e internettiani.

Mostra altro

Mauro De Candia, "Sundara"

4 Novembre 2021 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il libro Sundara di Mauro De Candia (Ensemble, 2021 pp. 80 € 12.00) è un'originale, incisiva, contemplativa visione del mondo, concepita nella manifestazione profonda di liberazione dalle convenzioni culturali e sociali, una osservazione poetica oscillante tra l'intento satirico di una mitologia contemporanea  e l'inconsolabile perplessità nei confronti delle sovrapposizioni esistenziali. Il poeta risana l'equilibrio e la suggestione concedendo al titolo della raccolta l'inno evocativo dell'incanto e della grazia, all'entusiasmo vitale delle poesie il sarcasmo e la fiducia emozionale nei confronti del genere umano, conducendo ogni impressione in un universo metafisico, ammaliato da influenze espressive surreali e oniriche. La libera ed ermetica combinazione stilistica dei versi interpreta il carattere autentico e moderno della riflessione, l'imprevedibilità dell'anima e la sfrenata fantasmagoria dell'immaginazione, delinea il codice significativo con l'enigmatica impenetrabilità delle parole, con l'oscurità schematica della dimensione interiore. Mauro De Candia accoglie le indicazioni di una discontinuità ritmica e attraverso una definizione articolata della logica nella ricerca specialistica di temi filosofici risolve la risorsa speculativa nelle dinamiche rappresentative dell'uomo disponendo l'esigenza di spiegare la propria centralità contenutistica in un percorso identitario. Una poesia sensoriale che concede a ogni  intonazione ipnotica del verso la metamorfosi del discorso, la possibilità terrena dell'orientamento ispiratore. L'elemento poetico dello stupore è il filo conduttore di ogni intuitiva illuminazione e favorisce una nuova prospettiva della scrittura. L'orientamento rapido, autentico, insolito ed eccentrico dei testi dirige la perspicacia di un sillogismo necessario per affermare la verità identificativa e l'immedesimazione della realtà attraverso la meditazione con l'emblema dell'irrealtà. Sundara è un vocabolo proveniente dalla lingua sanscrita e il libro di Mauro De Candia associa al significato animato dell'essenza comunicativa l'intonazione del segnale spirituale e mentale dell'archetipo salvifico della bellezza, congiunge all'accordo poetico il prodigio e la meraviglia taumaturgica, diffonde nel verso autonomo e svincolato l'obiettivo di una eloquenza innovativa, aggiornando il carattere filologico della terminologia e il processo neologico della nuova esigenza letteraria, approfondita nella moderna apertura e nella competenza dell'effetto stilistico. L'estrazione leggendaria della rappresentazione dell'intensità del bene e dell'ostilità del male trascende l'affermazione sublime della poesia. La poesia concentra l'ammirata osservazione su se stessa, unisce la sostanza al profilo lirico, rigenera l'entità della  ricostruzione nell'estensione figurativa del potenziamento semantico, manifesta la combinazione creativa dell'iperbole rafforzando il senso vivo e intelligente del pensiero, nella ricerca rigorosa e compiuta del fondamento esistenziale, nella maturità elegiaca dell'identità.  

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

CANTOFABULA  (PARTE PRIMA)

 

Un giorno si rinchiuse, in Transilvania,

il Sole che annegava nel bromuro

narrato in un Jules Verne, in un Urania.

 

S'innamorò del buio, un corpo oscuro,

cantando storie, ergendosi più in alto,

sferzando i raggi intrepidi sul muro,

 

e illuminò così tutto il basalto,

e illuminò così l'intera valle,

e un'ombra pose un daimon in risalto,

 

e un canto pose il buio alla sue spalle:

spalle di favola, dorso di terra,

ali di indifferenza han le farfalle.

 

L'indifferenza genera la guerra,

ma io son differente, puoi scoprire

ciò che racconto, l'odio dissotterra

 

e lo tagliuzza, e poi lo fa morire.

Sei son le corde, cinque le vocali,

quattro sono le dita da accudire.

 

Tre sono i versi in bocca agli animali,

due son le mani: aspetta di capire.

 

 

CANTOFABULA (PARTE SECONDA)

 

Un mendicante ursaro era disteso,

toccato fu dal Sole che arpeggiava:

un dito gli mancava, era indifeso

 

quel giorno in cui una banda lo predava,

quando si avvicinò uno scannapane

e con la lama in mano lo sfregiava.

 

E accanto al mendicante era il suo cane.

Triunică (era il suo nome), che abbaiò

e in quel “tre” aleggiava un senso immane:

 

tre voci, tre volteggi in un rondò

compiva la sua lingua; rabbia, pianto

e infine anche la gioia lo guidò.

 

Il suo padrone diede vita a un canto,

una ghironda prese tra le mani

e con le corde il cielo mosse al vanto:

 

 

“Io canto quelle storie degli umani

che mai nessuno ha visto né sentito,

storie che ricordiamo noi zigani,

 

nei secoli il silenzio hanno subito:

io non potrei lasciarle mai morire”.

Il Sole lo ascoltava incuriosito

e vide tra le nubi comparire

le vite già vissute, e immortali

le colse tra i suoi raggi, vide uscire

 

da quella gola donne con le ali,

uomini colorati e poi cavalli,

e in sé raccolse tutti gli animali

 

mentre trascorse un secolo, e poi due,

ma il mendicante e il cane sono lì,

non sono mai invecchiati,

e neanche morti:

contaminando

non si muore

mai.

 

 

 

UN MERCATO

 

Al mercato di Z.

Una signora in carrozzina.

Un cane sul grembo della signora in carrozzina.

Un collare sul collo del cane sul grembo della signora in

carrozzina.

Un collare sulla vita della signora in carrozzina.

Accanto strepita di pece

una giovane coppia-chimera.

Un solo collare è sui colli stretti della coppia:

rimbalzano come anguille le adirate spine dorsali

imprigionate tra i banconi e i marciapiedi,

come la loro vita,

che è più in carrozzina di quella della signora.

Sorride la signora,

la sua mano alata è libera

e accarezza il cane.

 

 

Mostra altro

Aldo Dalla Vecchia, "In nome di Maria"

1 Novembre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

In nome di Maria

Aldo Dalla Vecchia

 

Graphe.it, 2021

pp 75

9,00

 

L’ultimissima fatica di Aldo Dalla Vecchia, di cui seguo la carriera letteraria fin dagli esordi, è dedicata alla mia coetanea Maria De Filippi. Antidiva per eccellenza, voce ruvida, aspetto dimesso, piglio di razza anche quando defilata e seduta su una scala, la De Filippi è l’icona della televisione commerciale, quella conosciuta e amata da Dalla Vecchia.

Il saggio tratta la materia come se fosse una teologia mariana, in una modalità ironicamente e laicamente blasfema, tanta è la potenza di Maria De Filippi in televisione. Da trent’anni Maria scrive, conduce e produce programmi suoi e non solo. Ha curato format che, nel bene e nel male, hanno avuto un successo enorme e hanno fatto la storia della televisione: Amici, Uomini e Donne, C’è posta per te ma anche, indirettamente, Temptation Island. Capaci di catturare un pubblico trasversale per età, dai ragazzi che si appassionano ai talent, fino agli anziani che cercano di rimorchiare a Uomini e Donne.

Aldo Dalla Vecchia ne sottolinea la propensione all’ascolto, il tirar fuori ciò che l’interlocutore ha da dire, che lui definisce “maieutica”, proprio come quella di Socrate, fatta di brachilogia, ovvero di frasi brevi che ritmano la narrazione e i dialoghi. Si tende alla sottrazione, all’understatement, a dare risalto per contrasto, in particolare all’immedesimazione col pubblico al fine di coinvolgerlo. Più di tutto, spicca la grande preparazione, la conoscenza di ogni aspetto del meccanismo televisivo, dal casting alle scenografie.

Il posto d’onore è dedicato al programma cult Uomini e Donne, specchio criticato ma fedele della società, democraticamente in evoluzione con la trasformazione del tronista in over, gay e persino trans. E “tronista” è solo uno dei tanti neologismi coniati da questi programmi che tutti noi, pur storcendo la bocca, almeno qualche volta abbiamo seguito.

Altra trasmissione portante della “fenomenologia mariana” è C’è posta per te. Anche qui la realtà entra dalla porta principale. Ogni storia rispecchia la nostra società, con la crisi economica, il reddito di cittadinanza, la pandemia, i social.

Nel frattempo la tv sta cambiando, sempre più on demand e connessa, sempre meno in diretta, spesso in mobilità e con possibilità d’interazione da parte degli spettatori. Mai come nel post-pandemia si è avuto un cambiamento della fruizione dei palinsesti e una rivoluzione. Siamo ormai tutti - persino la sottoscritta tradizionalista e legata alla tv di un tempo – arcistufi dei programmi che cominciano volutamente tardi, finiscono tardissimo, e sono infarciti di pubblicità, rivolgendo inevitabilmente perciò la nostra attenzione ai canali a pagamento. E di questa televisione che cambia Maria De Filippi ha saputo intercettare le istanze, sempre accogliendo ciò che arriva “da fuori” piuttosto che imponendo un suo punto di vista. Una delle peculiarità della De Filippi è prendere in prestito un genere collaudato della televisione – talk show, talent etc - anche del passato, e renderlo proprio, attualizzandolo.

Di là dal tema trattato, quando apriamo un testo di Dalla Vecchia scatta la nostalgia - quella che comincia ormai ahimè a essere straziante - per certi decenni che non torneranno mai più. Ecco dunque tangentopoli e le stragi di mafia, ecco Fiorello trionfare nelle piazze col Karaoke e una saputella Ambra Angiolini stravincere la guerra dell’audience con Non è la RaiInsomma, di qualsiasi argomento egli scriva - si tratti di interviste alle personalità televisive, di gialli o di biografie di personaggi illustri - Dalla Vecchia non annoia mai e si fa leggere tutto d’un fiato come un romanzo d’appendice.

Mostra altro
Pubblicità

Giovanni Verini Supplizi, "Labirinto Bosè"

26 Ottobre 2021 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #musica, #personaggi da conoscere, #saggi

 

 

 

 

Labirinto Bosè

Giovanni Verini Supplizi

 

Crac Edizioni, 2021

pp 400

23,00

 

 

Un saggio per appassionati di dischi e film, più che una biografia vera e propria, sul personaggio Miguel Bosè.

“Bravo ragazzo del 56”, figura eclettica, figlio d’arte - della miss Italia e attrice Lucia Bosè, alla quale somiglia come una goccia d’acqua, e del rinomato torero spagnolo Dominguin - visse i suoi primi anni nella stessa atmosfera eroica e artistica di cui si parla nei romanzi di Hemingway. Attori, pittori, registi e scrittori famosi frequentavano la sua casa, ad accompagnarlo a scuola per un certo periodo fu niente di meno che Picasso. Il padre voleva che intraprendesse una carriera diversa ma lui amava danzare, cantare, dipingere. Divenne così ballerino, attore ma, soprattutto, cantante.

Fantastico il successo degli anni ottanta - il periodo d’oro, insieme ai settanta, della disco dance - con canzoni ballabili che sono rimaste nella memoria di tutti noi, come “Superman” o “Anna”.

Poi la svolta, l’investigazione di ritmi meno commerciali, più sofisticati. Scelta, questa, che gli ha alienato il pubblico italiano, sebbene abbia decretato la sua fama in Spagna e in tutta l’America latina. Sempre più rarefatto, sempre più dedito alla ricerca e allo scavo interiore, sempre più poliedrico e in continua evoluzione, Bosè si allontana dall’immagine commerciale e compie incursioni in tutti i campi artistici, dalla musica, al cinema, al teatro, alla conduzione televisiva. È, infatti, curioso, colto, preparato. Per ogni lavoro studia e si documenta, non lasciando mai nulla al caso, non paventando nessun cambiamento e nessuna immersione in ciò che può apparire anche perverso.

Non esita a mescolare e mediare fra le varie arti, colorando le sue esibizioni in modo pittorico, dando musicalità alla sua recitazione, provando se stesso in molti più campi di quelli a cui sono abituati gli artisti nostrani, mescolando alto e basso, pop e raffinatezza, commerciale e non, fra canzoni solari e altre più oscure ed esistenziali, con suoni sempre più elettronici man mano che passano gli anni.

Una carriera lunga, ininterrotta e intensissima, forse sconosciuta ai più, basata essenzialmente sulla ricerca. Ed è a questa labirintica ricerca, oltre che a uno degli album del cantante spagnolo, che si rifà il titolo del libro di Verini Supplizi - proprietario di uno storico negozio di dischi. Un saggio che, oltre all’amore assoluto per il soggetto, denota un faticoso lavoro di documentazione per stare dietro alla poderosa discografia e all’immenso curriculum di Bosè, costellato di interminabili tour soprattutto in America Latina, ma anche di beneficienza e opere buone.

Se nel saggio è ben delineato il carattere dell’uomo Bosè, descritto da tutti come educato, cortese, “un vero signore”, se l’opera è corredata di numerose interviste a suoi collaboratori - con gustosi aneddoti che ricreano un certo modo di fare musica, cinema o televisione ormai scomparso - poco viene volutamente detto della vita privata. Oltre ogni pettegolezzo o polemica anche recente, questo excursus spazia nella vita esclusivamente artistica di un personaggio camaleontico e complesso.

 

Bosè è nei tantissimi dischi che ha prodotto, nei film che ha interpretato, in tutte le forme d’arte in cui si è cimentato in tanti anni di carriera, TV, teatro, poesia, scrittura… E questo è anche lo stile con il quale abbiamo pensato questo volume” (pag. 335)

 

Una lettura che non annoia, nonostante la ricchissima documentazione didascalica e l’impianto per addetti ai lavori. Un libro che aggancia i fan del personaggio o i cultori della musica in generale, ma anche chi, come me, si lascia catturare dall’aura garbata e dall’atmosfera nostalgica di certi ricordi legati a decenni indimenticabili.

 

 

 

Mostra altro

Luis Vinicio, "Il leone di Belo Horizonte"

19 Ottobre 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #recensioni, #sport

 

 

 

 

Luis Vinicio
Il leone di Belo Horizonte

a cura di Paquito Catanzaro
Homo Scrivens – Euro 15 – Pag. 193

 

Per la prima volta Luis Vinicio De Menezes, il Leone di Belo Horizonte, dove è nato il 28 febbraio del 1932, si racconta, e lo fa a Napoli, città di elezione, dove è approdato dopo una lunga carriera calcistica, prima da centravanti goleador e poi da allenatore pioniere del gioco totale. Vinicio debutta nel Botafogo, dove tutti lo chiamano Vinicius, segna un gol contro l’Olaria, gioca insieme a Garrincha (del tutto analfabeta, ma lui gli insegna a scrivere) e Dino Da Costa, tridente offensivo che tremare il mondo fa. Il primo contatto con l’Italia è del 1955, quando ha solo 23 anni, nel Napoli di Amadei e Pesaola, con i partenopei è subito amore, il nomignolo di o’ lione viene proprio dalla curva più sfegatata dei tifosi azzurri, nella città del golfo resta cinque anni e segna caterve di gol (circa settanta), anche ad avversari importanti e storici come la Juventus. A 28 anni la sua carriera pare finita, perché passa al Bologna dove trova davanti a sé il più giovane Harald Nielsen, che gioca quasi sempre, mentre o’ lione ruggisce in panchina. Vinicio torna in Brasile, ma l’Italia chiama ancora, è Lanerossi Vicenza, dove torna il bomber di sempre e trascina la provincia veneta ai primi posti della serie A, incantando il pubblico per tre stagioni. Nel 1966 vedo Vinicio giocare persino nella mia Inter, quella di Helenio Herrera, ché sono un bambino, va bene che fa solo otto gare (e segna un gol), ma ha ben 34 anni e davanti a sé una squadra di campioni. Finisce la carriera a Vicenza, dove segna le ultime reti e tocca quota 150, portando ancora una volta i berici in alto, alla fine segnando più gol di tutti gli attaccanti biancorossi della storia, persino di Paolo Rossi. Cominciano gli anni da allenatore, in C con l’Internapoli (squadra che non esiste più), poi Brindisi, Ternana, ancora Brindisi, finalmente Napoli, poi Lazio, Avellino, Pisa, Udinese, ancora Avellino, per terminare in C2 con lo Juve Stabia, che ha 60 anni.

Paquito Catanzaro raccoglie la vita e i ricordi di Vinicio in un libro scritto in prima persona, ricco di immagini d’epoca e di contributi originali, presi dalla viva voce di Agostinelli, Brancato, Bruscolotti, Burgnich, Carnevale, Carratelli. Coppola, De Maggio, Improta, La Palma, Pinto, Rivieccio, Saranataro e Wilson. O’ lione si racconta a cuore aperto, l’infanzia, il Brasile, l’amore per Napoli, la Lazio e l’Avellino, le parentesi di provincia, l’Inter di HH, il Vicenza … La vita di un uomo e di un grande calciatore, bomber straordinario, pioniere del calcio all’olandese, innamorato del gioco più bello del mondo. Per me resta l’eroe del mio Pisa nerazzurro, ma anche l’attaccante di riserva dell’Inter più grande della storia.

 

Mostra altro