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recensioni

Antonino Genovese, "Delitti e maestrale"

24 Luglio 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Antonino Genovese
Delitti e maestrale

Fratelli Frilli Editori, 2022

 Euro 13,90 – Pag. 240

 

Confesso che la narrativa di genere mi ha stancato. Prima di Delitti e maestrale non leggevo un giallo da qualche anno. Non ho mai letto fantasy, thriller, action, spionaggio. Non frequento l’horror, genere che ho amato, da almeno dieci anni. Per avvicinarmi a un poliziesco devo trovare altro, non mi basta l’indagine, il mistero, la suspense. Se devo seguire una storia fine a se stessa preferisco il cinema o una serie televisiva, piuttosto che la forma romanzo. Scegliere il racconto (breve o lungo che sia) necessita altro, serve la letteratura, come in questa commedia umana a base di maschere pirandelliane. Nino Genovese è un autore che conosco bene per aver seguito la sua evoluzione sin dai primi passi con Il Foglio Letterario, dalla poesia alla narrativa pura, alle prime (riuscite) opere per ragazzi. Adesso pare aver trovato la sua strada con il giallo, inventando un credibile personaggio seriale come il maresciallo Mariangelo che si muove nella sua Barcellona Pozzo di Gotto, tra problemi di vita quotidiana e un matrimonio finito male. Il suo compito è scoprire delitti e risolvere casi giudiziari, mentre la città è percossa da un caldo vento di scirocco o dal freddo maestrale che arriva dal mare, s’insinua tra la gente, scuote gli animi più torbidi. Delitti e maestrale segue Scirocco e zagara, ma anche il racconto La morte viaggia in cartolina, pubblicato da Il Giallo Mondadori, tutte opere che non si limitano a raccontare un mistero, ma che si caratterizzano per un’accurata ambientazione siciliana, sia paesaggistica che culturale. Vediamo i vigneti di Barcellona, le spiagge di Cicerata, le Eolie come scenario di fondo, assaggiamo i cannoli ripieni di ricotta, il vino bianco del sud profumato d’infinito, ci lasciamo affascinare da poche (ma azzeccate) espressioni dialettali che ricordano il grande Camilleri. Tutto questo ricorda un Maestro, che abbiamo già nominato, ma Genovese è padrone della tecnica mistery che affina romanzo dopo romanzo, sa ammaliare il lettore che lo segue alla scoperta dei colpevoli di una morte violenta, tra parenti poco affidabili, pericolosi strozzini e magagne amministrative sulla raccolta dei rifiuti. Il segreto di un buon giallo sta nella costruzione dei personaggi, che devono essere così ben scritti da convincere il lettore della loro veridicità. Non meno importante la location dove si svolge l’azione, a mio parere meglio se provinciale e conosciuta da chi scrive, come in questo caso, visto che Barcellona è il luogo natale di Genovese. Vorrei poter dire che l’autore siculo ha imparato qualcosa dai miei insegnamenti, ma so che i veri maestri sono altri e sono un seguace della teoria di Franco Franchi (A me mi ha scoperto soltanto la levatrice!), pur restando un convinto assertore dei romanzi ambientati nel luogo di nascita dello scrittore, piccoli o grandi che siano. Barcellona Pozzo di Gotto vive e freme sotto i colpi di penna di Genovese, così come i suoi personaggi si muovono per strade conosciute, frequentano spiagge e locali ben rintracciabili nella geografia cittadina. Delitti e maestrale gode di un impianto molto classico, suggestive descrizioni dei luoghi si avvicendano a dialoghi rapidi e ficcanti. Un giallo da leggere, non solo al mare. Frilli è una garanzia di qualità editoriale, con il suo formato e le copertine riconoscibili, la buona distribuzione, anche in formato e-book, la cura delle edizioni e la condivisibile idea sulla riconoscibilità dei luoghi. Di Frilli ho apprezzato anche Giallo in Versilia di Paolo Giannotti, un’indagine di Pompilio Nardini, giornalista televisivo in crisi che si aggira tra le Apuane e il mare per cercare di risolvere il mistero della morte di un amico che sbarca il lunario come fotoreporter. Il romanzo localizzato in provincia può essere apprezzato da una vasta comunità locale e può servire anche da volano per un turismo culturale.

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Salvatore Cafiero e Lisa Di Giovanni, "Phoenix"

9 Luglio 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

Salvatore Cafiero e Lisa Di Giovanni
Phoenix
L’Erudita – Euro 15 – Pag. 90

www.lerudita.it

 

La potenza della musica. Un percorso di crescita. Il filo dei ricordi. Un incipit di copertina che attira subito e fa venir voglia di leggere un libro che insegna come attraversare il tunnel più oscuro e scorgere la luce, nel caso in questione grazie alla musica. Gli autori sono Salvatore Cafiero - musicista, cantautore, produttore - e Lisa Di Giovanni - psicologa, editor, scrittrice - due anime che si compenetrano e si completano per dare vita a una storia interessante, che poi è il racconto esistenziale di Salvatore. Lisa Di Giovanni convince Salvatore a scrivere la propria vita, a narrare alle nuove generazioni una diversità che proviene da una malattia, un senso di impotenza e di fragilità che ne segna la fanciullezza e l’adolescenza. La musica salva la vita a Salvatore (scusate il bisticcio), che si chiudeva in uno stanzino e suona la chitarra, vivendo grazie alle note che sprigiona lo strumento. Un ragazzo celiaco ma anche un musicista, che ripercorre gli itinerari di un se stesso bambino con tutti i conflitti interiori, durante il lokdown causa Covid e tira fuori un testo utile per tutti, un romanzo verità, confessione matura e sincera di problematiche interiori. Una storia che si basa sul potere immenso della musica, che vuol dimostrare tutti i suoi benefici terapeutici nella cura di malattie psicologiche e del disagio esistenziale. Ventitre capitoli compongono un mix di emozioni e ricordi, in un numero di segmenti speciale come il numero che li indica, pieno di ingredienti magici per spiegare diversità e bellezza. Capitoli brevi e intensi, a tratti poetici, arricchiti da descrizioni evocative, come nel capitolo dedicato al mare e in quello sull’aliante, per raccontare le vicissitudini di una crisalide incompleta, per giungere alla conclusione che ogni essere umano è unico e irripetibile. Salvatore ce l’ha fatta grazie alla musica, altri riusciranno nella vita grazie allo sport, al cinema, al teatro, alla letteratura. La sola cosa importante è cercare di vivere realizzando i propri sogni per portare a compimento il progetto di partenza, toccando ogni corda dell’anima. Da leggere.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Gordiano Lupi e Riccardo Marchionni, "Amarcord Piombino"

7 Luglio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere, #fotografia

 

 

 

 

Amarcord Piombino

Gordiano Lupi e Riccardo Marchionni

Edizioni Il Foglio, 2022

pp 238

15,00

 

 

Non dovrei trovare così attraente un libro che parla di una città non mia, che racconta dettagli poco importanti di una provincia lontana nel tempo. Ma se a scrivere di Piombino è il suo bardo, Gordiano Lupi, mi lascio di nuovo catturare. Chi è nato e vissuto per sempre nella stessa città conosce – come la conosce la sottoscritta – la sensazione che ogni angolo, ogni via, ogni fondaco, ogni panchina conservino memoria di fatti accaduti, di gente amata che ci ha lasciato, di prospettive che non si sono avverate, di ambizioni frustrate.

La Piombino di cui parla Lupi c’era e non c’è più, si è trasformata in qualcosa che, comunque, si fa voler bene lo stesso, che diventerà ricordo dolceamaro per le generazioni future. Una città di spiagge e acciaio, di tamerici salmastre e fuliggine, di gabbiani e archeologia industriale. Una città amata con nostalgia e strazio, con la potenza magica del tempo che tutto trasforma, che è selettivo, che rinnovella e ricrea, che contempla il bello e il brutto, il cielo pulito e la spazzatura sotto il marciapiede, le ideologie vissute solo come patetico ricordo. Se a trovare un tappo di bottiglia è un bambino che ci giocherà e che porterà quei momenti incisi nel cuore, persino la fugace visione di tale modesto oggetto crea un continuo, inafferrabile anelito insoddisfatto.

Vivere sarà soltanto questo desiderio inappagato di ritorno verso quel che non può tornare.” (pag 213)

Sono le eterne, ricorrenti tematiche di Lupi – che qui vengono supportate anche dalle tangibili, seppur evanescenti, fotografie di Riccardo Marchionni. Da Alla ricerca della Piombino perduta, attraverso Calcio e Acciaio, fino a questo Amarcord Piombino, è tutto un susseguirsi sempre più straziato e disilluso di velleitaria, sfinita e un po’ blasé nostalgia. Da un libro all’altro c’è come un arrendersi, un cedere il passo estenuati al nuovo che avanza, un capire che, se le cose stanno come stanno, in fondo è perché noi lo abbiamo voluto.

Conosco bene la mancanza d’un irraggiungibile romantico ideale, la bellezza trascendente di ciò che non sarà mai più, forse perché, in fondo, non è nemmeno stato davvero. Conosco il trasformare qualsiasi momento in gemma struggente purché lontano nel tempo. Cosa rimane a noi sessantenni se non ripercorrere il passato, sentire l’affievolirsi delle pulsioni, il venir meno del talento e dell’elan vital? Possiamo solo vivere ogni angolo delle nostre città, dei nostri mari, delle nostre periferie industriali accarezzandole con lo sguardo, ritrovandoci ciò che è stato e creando allo stesso tempo nuove future rappresentazioni per il tempo che sarà, se mai ci sarà concesso.

Struggente poesia, come sempre nei testi di Lupi, che ti trascina privo di meta da una pagina all’altra, affatato e dilaniato da una malinconia senza confini, una malinconia da bestia stanca che ormai si lecca le ferite.   

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Aldo Dalla Vecchia, "La consapevolezza di te"

3 Luglio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #eros

 

 

 

 

La consapevolezza di te

Aldo Dalla Vecchia

Isenzatregua Edizioni, 2020

pp 140

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia è sempre Aldo Dalla Vecchia anche quando, con un libro come La consapevolezza di te, spalanca un mondo che la sottoscritta non conosceva. È sempre lui anche quando usa parole oscene e riporta incontri – veri o presunti – scaturiti da chat a scopo sessuale.

A frequentare queste chat erotiche che si concludono a letto sono, ci spiega, non soltanto omosessuali ma molti cosiddetti etero, o meglio maschi sposati, con figli e una vita dall’apparenza banale. Forse è questa tediosa normalità che li spinge a fare sesso con altri maschi, oppure è – come sospetta l’autore – uno stratagemma per non indagare il proprio latente essere gay. Cosa che, invece, l’autore fa con spietatezza e compassione, con lotta e accettazione, con sofferenza ed epifania.

Una serie di quadretti corredati di illustrazione finale – soluzione non nuova all’autore – dove, invece del solito gustoso bozzetto di costume televisivo, c’è l’incontro con un esemplare umano di sesso maschile. Dalla Vecchia colloca ognuno di questi personaggi sotto una lente d’ingrandimento, lo seziona e analizza. In questo procedimento, nonostante l’eccitazione, l’eros, la libido, l’autore rimane distaccato. Così, oltre ai partner erotici, l’autore viviseziona anche se stesso, le proprie reazioni, i propri gusti, accettandosi senza forse piacersi del tutto. Quel narrare in seconda persona è sintomo di un voluto allontanamento, del mancato coraggio di dire “io” e del coinvolgimento di ciascuno di noi, tutti potenziali attori di insospettate trasgressioni porno ma non solo.

Con questo libro Aldo Dalla Vecchia​ torna indietro di anni, come se sentisse il bisogno di svincolarsi da tutte le sovrastrutture accumulate nel tempo, che pure fanno parte di lui - la cultura, la professionalità, le relazioni affettive e amicali - per mostrarsi nudo nel vero senso della parola, per riscoprire il nocciolo più autentico di se stesso donandogli in questo modo una nuova purezza. Capiamo che, dopo la lunga guerra interiore, egli finisce per recuperare tutte le parti di sé, per voler bene a quel ragazzo timido il quale ha cercato con tutte le sperimentazioni possibili la propria unicità.

Il grande assente di questa narrazione, vuoi per pudore, vuoi perché non è l’oggetto dell’indagine, è l’amore, se non accennato come ricordo infantile. Ciò connota di tristezza un contenuto che sarebbe solo squallido e arido se non fosse, appunto, esposto con freddezza da entomologo, con la solita lucida – e al tempo stesso innocente – ironia di Dalla Vecchia, quel suo rimanere elegantemente perbene anche quando tratta una materia scabra con termini crudi e brutali.    

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Marco Galvagni, "Sogno d'amore"

2 Luglio 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sogno d'amore di Marco Galvagni (Quaderni di poesia - Eretica Edizioni, 2022 pp.76 € 15.00) è un inno alla vita, un canzoniere destinato all'infinito sostegno della vocazione sensoriale nella mente e nell'animo. Il poeta padroneggia la materia plasmabile dell'amore, descrive una eloquente combinazione d'immagini e di sensazioni, coinvolge l'incanto delle emozioni. Marco Galvagni è profeta del desiderio. Raggiunge il talento esplicativo nel ritmo ardente delle liriche, accompagna l'intonazione della pura adesione all'infatuazione e all'intensità dell'anima, nello stupore e nel calore della complicità. L'occasione viva, incondizionata, esclusiva della poesia, sostiene l'esistenza, coglie l'istante descrittivo nei contenuti estetici del cuore, del destino, estende lo scenario naturale dell'illuminazione, attraverso il potere allusivo del mare, il confine simbolico del cielo, la lusinga degli occhi. Il poeta evoca forme e colori universali, nell'immediatezza idilliaca di carezzevoli similitudini e accattivanti metafore, nella trasposizione emblematica del linguaggio. I testi ripercorrono sentimenti suadenti e ritraggono impressioni lusinghiere nei confronti di una idealizzazione romantica, nella fantasia onirica dei paesaggi interiori. La meraviglia ricorrente del poeta esalta il fascino inatteso e amabile della seduzione, il corpo della donna e la trasmissione persuasiva del corteggiamento. Il germoglio amoroso dei versi manifesta l'origine compiuta della passione, unisce la spiritualità e la carnalità, nella sensualità dell'attesa, nella ricerca costante dell'universo di senso, nel carattere pulsionale dell'inconscio. L'eros, in Marco Galvagni, è sempre una rifrazione sincera verso la bellezza, un indicatore elegante e discreto dell'orizzonte segreto della volontà amatoria. Sogno d'amore coglie l'intensità vitale nell'ascolto estasiato del tempo, nella voce saggia del poeta che si affida al fascino originario del destino per decifrare la relazione ammaliante con il mondo. La silloge si compone anche di poesie scelte, riunite nella memoria affettiva, dalle tematiche intimiste, collegate allo strumento letterario di restituzione dei ricordi, nel silenzio della nostalgia. L'orientamento poetico di Marco Galvagni riconsegna alla parola penetrante e fremente l'energia assorta nel balsamo ipnotico dell'immaginazione, sublima l'entusiasmo e la delicatezza dell'ispirazione, evidenzia il beneficio della luce dell'inchiostro gettato su ogni pagina bianca della vita. Il poeta rivolge la sua infuocata e sapiente riflessione sulla natura umana nel vincolo reciproco della speranza, ammette la vulnerabilità della chimera ma continua ad assaporare il dolce spirito del rituale attraente nella necessità d'amare, nelle corde di un cammino memorabile verso la nobile esigenza del piacere. La verità rappresentativa del coinvolgimento, la risonanza intuitiva degli insegnamenti d'amore, traducono la direzione dell'approccio con le tonalità sentimentali dell'essere: “Perché l’amore, mentre la vita ci incalza, /è semplicemente un’onda alta sopra le onde.” (Pablo Neruda)

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Il poeta

 

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l'onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso

che custodisce i sogni dei gabbiani:

volano nella notte scendendo dalle stelle,

risalgono nell'aurora bruciando il sole.

 

Ho visto te

 

Ho visto un cielo di bolle

colorate di giallo grano,

di verde cespuglio,

di rosso papavero.

Ho visto uno spazio

libero per l'amore.

Ho visto te.

 

Sogno d'amore

 

Donna proibita

carnosa nelle lame di sole

scaverai, dopo un autunno lussureggiante,

con le sottili note di canto

della tua voce

un bagno di musica nel manto nevoso dei prati.

 

Sono ora ombre di tomba

i vecchi amori con corteccia di tartaruga,

un altro nido ha il mio paesaggio femminile

trepido di future delizie infuocate,

altre finestre hanno gli spifferi di vento -

agiterà con desiderio d'ardore le lenzuola.

 

Sarà nostro il paesaggio,

nostre saranno le calze che sovrasteranno i cirri,

non un palmo della mia mano ti sarà distante -

sarò la tua palma prestabilita,

dea che trae origini dai miei sogni,

dal mio sogno d'amore.

 

Sarai frutto deflorato,

regina che spossata si rigirerà

in un turbine di passione,

in un armonico saliscendi di ogni notte

figlio del mio desiderio d'amarti

facendoti gioire col mio vello.

 

Nell'aurora

 

Ti scorgo nuda e brillante -

un aculeo di paura

irrompe sotto il firmamento -

un fremito nel corpo

il tuo di corallo

orda la spuma dell'erba.

 

Giorni funesti per altre donne

bruciano infuocati,

gioventù s'è infranta,

ora son sorrisi velati

tramati di carezze -

avranno i gemiti del fiore brunito.

 

L'alba libera gli uccelli,

parole dal cuore di marmo,

rettili dagli occhi d'artigli -

costruisco la catena d'un ponte

invisibile come paglia trepida d'aria.

 

Sulla nostra pelle vestita d'amore

 

Potremo respirare

l'odore di stelle del mare

annusando il profumo di muschio della notte

sulla nostra pelle vestita d'amore.

 

Perdermi nella musica d'un arcobaleno

coricati accanto sul silenzio del bagnasciuga

intinto dei tuoi colori: carbone corvino

come le tracce, ornato - come i nembi del cielo -

da un velo d'ebano come il mare dei tuoi occhi.

 

Volo sognante nella fitta trama dei pensieri

in un'aurora di colori, accarezzato

dalla luce del sole, ascoltando i miei sospiri:

saranno sferzate di brezza

sulla nostra pelle vestita d'amore

mentre sarai nuda tra le mie braccia

e avrai un sorriso di stelle di madreperla, luccicante di

desideri.

 

Nella sabbia persino gli arenicoli danzeranno di gioia,

lascerà una scia di libertà l'impronta dei nostri passi.

 

 

 

 

 

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Valentina Santini, "L'osso del cuore"

11 Giugno 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Valentina Santini
L’osso del cuore
Edizioni E/O, 2022

– Euro 17 – Pag. 200

 

 

L’osso del cuore non è un libro facile. Valentina Santini ha uno stile chirurgico ed essenziale, fatto di periodi frammentari e di brevi dialoghi, efficace per il tipo di storia cruda e senza speranza che vuol raccontare. Il lettore comprende il senso del titolo a pagina 76 o giù di lì. Mi sei entrata nell’osso del cuore (per dire che si è innamorato). Ma il cuore non ha l’osso. Il mio sì. Un dialogo rapido e ficcante fa capire che ci troviamo all’interno di una storia d’amore. Ma non è la solita storia d’amore. No davvero, è una storia d’amore e morte, corretta al fantastico, tipo I viaggiatori della sera di Umberto Simonetta, che Ugo Tognazzi portò al cinema in uno stupendo film interpretato insieme a Ornella Vanoni, che consiglio di recuperare. Ci troviamo nell’Italia del 1976, ispirata all’Argentina della dittatura militare, perché in questa Italia di fantasia ha trionfato una parte politica nazistoide che mette in campo di concentramento i non conformi, gli individui pericolosi e i dissidenti. Il romanzo non è per stomaci deboli, perché buona parte del racconto descrive torture, moncherini vari, animali spellati, corpi attaccati ai ganci e via di questo passo. Se fosse un film sarebbe a montaggio alternato, perché di consequenziale la narrazione ha ben poco, non segue un ordine logico ma avanza per rimandi, flashback e ricordi. In ogni caso la storia si svolge tra Pontassieve, Firenze, Santa Fiora e Peretola, mentre molte sequenze sono ambientate in una Casa della Libertà di pura fantasia, un lager vero e proprio dove ne accadono di tutti i colori e dal quale a un certo punto i protagonisti fuggono. Nella seconda parte ci rendiamo conto che la protagonista femminile è un’artista provetta che confeziona copie perfette di Modigliani e altri autori importanti, oltre a palesare un originale talento. Esordio narrativo di Valentina Santini del tutto diverso da altri debutti, quando troviamo un autore che vuol raccontare una storia personale, urgente, che da tempo tiene dentro e che deve proprio uscire. L’osso del cuore è tutt’altra cosa, è un romanzo costruito secondo le regole della miglior scuola di scrittura creativa, scritto con grande tecnica narrativa, senza errori di sorta, del tutto privo di ingenuità. Un esordio insolito, che nasconde una scrittrice interessante, capace di maneggiare horror e noir, persino il torture, che provoca nel lettore un mix di disgusto e ribrezzo. Certo, è un tipo di storia che ha bisogno di un suo pubblico, desideroso di trovare emozioni nere e crudeli sulla pagina bianca. Valentina Santini è un’ottima scrittrice, questo è fuori discussione, proprio per questo mi piacerebbe leggere un suo romanzo che la coinvolga in prima persona e che segua meno le regole del mercato. L’osso del cuore resta comunque un buon noir distopico, crudo e realistico, fantastico e persino sentimentale.

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Federico Guerri, "Senza disturbare i tulipani"

10 Giugno 2022 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Federico Guerri
Senza disturbare i tulipani
Edizioni Spartaco, 2022

– Euro 14 – Pag. 155

 

Condivido gli stessi gusti letterari di Edizioni Spartaco, perché dopo Müchela Iena di Vincenzo Trama, incontro Senza disturbare i tulipani di Federico Guerri, due romanzi scritti da autori che ho pubblicato con Il Foglio Letterario, giustamente liberi di percorrere altre strade e di fare esperienze nuove. Non esiste concorrenza in letteratura, se il fine ultimo è fare cose belle, dare voce a chi merita spazio ma non lo trova in una grande editoria sommersa da fenomeni da baraccone, nani, clown e ballerine. Senza disturbare i tulipani è – per usare le parole del suo autore - un romanzo sui legami, la memoria e il senso di comunità, una favola moderna piena di app, amicizia, motori, amori, pizze e storie. Tante storie. Protagonista e filo conduttore di queste storie che debordano da un romanzo contenitore è il signor Alberto, un settantenne vedovo, il più attempato fattorino di pizze a domicilio della storia. Alberto tratta i clienti con grande gentilezza, alcuni si meravigliano di dover dare la mancia a un signore molto più anziano di loro, ma alla fine lasciano ottime recensioni sui siti,  elogiano il suo saper trattare con gli altri, la capacità di ascolto, la sagace ironia con cui tratta i clienti, oltre a consegnare pizze a domicilio. Tu leggi questo romanzo - una sorta di spin-off della saga Bucinella (edita dal Foglio Letterario), alias una Follonica che Guerri non cita, ma che viene fuori dai ricordi - e ti vien voglia di aprire un luogo dove si raccolgono storie e si leggono i libri preferiti, riadattando alla bisogna una vecchia cabina telefonica, che divenga elemento fisso d’un paesaggio in mutazione. Storie come fossero tulipani, ricordi che affiorano dagli abissi d’un oceano misterioso, l’importante è non disturbarli in fondo al mare, saperli coltivare, tenendoli in serbo per quando serviranno. Un romanzo fantastico e surreale, originale, teatrale, intriso di elementi potenti ed evocativi, ambientato in un luogo dove in fondo al mare non crescono alghe e anemoni, ma tulipani; un posto dove i protagonisti sognano di vivere insieme sull’isola dei tulipani. Il racconto è composto di molti personaggi contemporanei, uomini e donne che non hanno bisogno di imparare niente, basta scaricare un app sul cellulare. Tutto scorre a Bucinella, ma si recuperano storie, a bordo di una motocicletta del Terzo Reich che salva le narrazioni proprio dove i nazisti le bruciavano. In compagnia dell’anziano delle pizze, che con gentilezza suona campanelli e consegna Margherite, Maialone e Quattro Formaggi, andiamo alla scoperta della memoria del mondo, di una diga che sta cominciando a cedere, ma basterà un dito di un bambino a salvare il villaggio, fermando la pressione dell’oblio sulle nostre vite. Federico Guerri, già presentato al Premio Strega con 24:00 Una commedia romantica sulla fine del mondo, autore del successo editoriale Questa sono io e del progetto Bucinella - 25.000 abitanti circa, continua a stupire chi ama la letteratura, almeno quanto sorprende come sia possibile che un autore così geniale pubblichi con Il Foglio Letterario e con Spartaco, mentre scrittori inutili vengono accolti a braccia aperte da una grande editoria che ha smarrito  da tempo la strada maestra della letteratura.

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Marco Antonio Sergi, "Disgregazioni"

8 Giugno 2022 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia, #vignette e illustrazioni, #arte

 

 

 

 

Disgregazioni di Marco Antonio Sergi (Quaderni d'arte - Eretica Edizioni, 2021 pp. 104 € 16.00), con i disegni di Simone Capriotti, è un'opera originale che dimostra come il sodalizio artistico e poetico sia in grado di rafforzare tra le pagine i contenuti della dimensione estetica, il significato della forma d'arte. L'unione dei due codici espressivi illustra la corrispondenza esistenziale nel senso di vuoto e di smarrimento, il segno rapido e disorientante dell'assenza, indica il percorso intimista dell'inquietudine. Il poeta indaga oltre l'estremità instabile dell'anima, scruta il mistero interiore nell'inconfessato e profondo dolore, ricerca l'enigma velato degli occhi, nell'inquadratura tormentata dei volti, dipinti accanto ai versi. Comunica con immediata intensità il sentimento degli incubi persistenti, frammentati nella cavità emotiva. I versi mantengono una definita, nitida consacrazione alla autobiografia del vissuto, nell'indistinto crocevia della superficie intima e spaventata, arricchita dalle sensazioni insistenti dei ricordi, dalle sfumature della malinconia. Estendono una realtà aumentata dalla percezione sensoriale dell'oscurità rarefatta dei sentimenti, delle piccole morti quotidiane e delle conseguenze incoraggianti di ogni rinascita. Marco Antonio Sergi disgrega la propria identità attraverso l'esperienza sensibile dell'amore, accompagna la consapevolezza delle proprie variazioni poetiche nella rappresentazione delle illusioni, delle indecifrabili sconfitte. Affronta la propria irrequietezza, conosce il disordine vertiginoso dei pensieri, identifica il disturbo dell'intelletto con l'incoerenza e il disadattamento degli atteggiamenti dell'uomo. Scioglie il riferimento essenziale dell'ostilità con la comprensione della realtà transitoria degli avvenimenti, descrive la sensazione di distacco e di estraneità, riconosce la conflittualità e il deterioramento dell'equilibrio umano. La poesia di Marco Antonio Sergi consuma l'integrità dell'io, scompone l'ipnotica riflessione in reliquia imperturbabile del tempo, risolleva l'intesa complice tra parola e visione. La personificazione dei volti di Simone Capriotti, inseriti tra le poesie, è simbolo incarnato di solitudine, d'isolamento. È emblema di un anonimato oscuro e minaccioso, segnato da smaniosa sofferenza, indizio di una sospensione vitale, riflesso di alterazione. L'autenticità della poesia rivela la marcata discontinuità della maturità, trasformata dal limite sommerso  e inafferrabile dello svolgimento cognitivo degli eventi, la libertà crudele e coraggiosa degli errori. Disgregazioni anestetizza le emozioni, distingue il malessere dallo stupore, risveglia il contatto impressionante del passato, mantiene la sostanza dell'assenza nel presente. La fluida connessione spirituale e carnale dei versi disgiunge l'essenza della dispersione, il peso del cedimento, ma dimostra come la saggia osservazione di ogni fine sia un modo per riacquistare l'inizio e ritrovare se stessi.

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

SCACCO AL RE

 

Tengo il coltello piantato lì sotto

lo so non si addice

ma è così bello guardare il volto di lui

con occhi rapaci, e sua è la pace

ovattata, di chi sta per pagare lo scotto

in un gioco a un solo finale.

 

CALANTE

 

Rimane a lungo nell'aria

la nota sfiatata di sax

rugginosa e pressante

fino alla fine del fiato

il petto contratto.

Risuona il sospiro

quel vecchio cancello

ancora violato.

 

SFUGGENTE

 

Come un'idea

perfetta

senza confini

senza definizione

senza paragone

 

Sei

 

Come ogni idea

nata da me

illusione.

 

 

CUORE NERO

 

Mi sono punto

d'inferno

di un veleno

che non comprendo

mentre mi scioglie

le budella come

morto a scroccasole.

 

Mi sono reso infermo

di nuovo

questo male

odio e amore

lo stringo

mano di vecchio amico

da riscoprire.

 

IL MOSTRO

 

Sotto il letto

non c'è bestia

che tenga testa

 

Sotto il sottotetto

non c'è sgorbio

davvero brutto

 

Sotto il sottobosco

non trovo occhi

maligni di folletto

 

Il terrore tutto

sta nascosto nel finale

di uno scritto

che ora è fuori

che ora è tale e quale

al reale.

 

RAFFICHE

 

Come sotto una raffica

di mitra

veloce, che sferza la carne

 

come in balia di tempeste

di sabbia,

che bucano la tenda di notte,

 

Io sono. Solo sotto questa pioggia

ritrovo

la forza di muovere i passi.

 

 

SPECCHIO SPECCHIO

 

Immersi

e come l'universo

immensi

a fuggir da sé stessi

 

 

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Enrica Ceccarini, "Cinovagabondi"

25 Maggio 2022 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #animali

 

 

 

 

Cinovagabondi

Enrica Ceccarini

2021

 

 

Ci serve un mondo in cui io sono il mormorio delle acque che si svegliano da sonni ghiacciati e tu le radici delle piccole piante, tenere ossa del bosco.” (pag 140)

 

Di solito i libri dei contatti Facebook mi arrivano su richiesta dell’autore, che desidera una recensione, o della casa editrice, o dell’ufficio stampa. Quelli che compro di mia iniziativa sono classici o best seller internazionali in lingua inglese. Per Cinovagabondi ho fatto un’eccezione. Ho conosciuto su Facebook l’autrice, Enrica Ceccarini, e non ho potuto fare a meno di seguire le sue riflessioni. Perché Enrica Ceccarini parla di cani in quanto educatrice cinofila di grande esperienza, e io ho un cane. E perché Enrica Ceccarini scrive da Dio, è una delle migliori scrittrici viventi e non sto dicendo una panzana, né facendo una marchetta a una amica. In realtà, non ci conosciamo se non di nome, né ci scambiamo mai messaggi o informazioni private. Per capire se dico la verità o no, leggetela e seguite la sua pagina.

Enrica dice di sé di essere Asperger e io, da ansiosa sociale, capisco alcune, se non tutte, delle sue difficoltà di relazione. Ma non mi interessa la sua competenza relazionale, bensì la sua inarrivabile bravura come scrittrice, sia in questo libro che nei post che pubblica su Facebook. Qui mi verrebbe da aprire una parentesi. Scrittore è chi ha una copia del proprio romanzo al Salone del libro o chi, con la parola scritta, tocca il cuore delle persone? Ammiro Enrica con molta bonaria invidia. Per quanto mi possa sforzare di essere coinvolgente nei miei romanzi, di essere intensa, non lo sarò mai nemmeno un briciolo di come lo è lei. Ogni volta che leggo un suo pezzo mi si attorcigliano le budella e mi si annoda la gola dal pianto. Nessuno come lei sa emozionare, no, di più, sa dilaniare l’anima. Leggete il capitolo “In memoria del grande Big Jack” e poi ditemi se non è vero.

Ma veniamo all’argomento del libro, che, per inciso, ha una copertina finto invecchiato e un interno patinato, quasi a mettere in evidenza la doppia anima dell’autrice, colta ed istintiva allo stesso tempo. L’argomento sono, ovviamente, i cani. Il nuovo modo di intendere i cani.

Nell’arco degli ultimi 15/20 anni tutti i vecchi concetti di cinofilia – la dominanza, il capobranco, ma anche il gentilismo a suon di würstel e bocconcini – si sono ribaltati, sebbene in molti casi siano ancora duri a morire. La figura del vecchio addestratore, dell’”uomo di cani”, è stata sostituita da una moltitudine di giovani educatori laureati in neuroscienze e indirizzati verso un approccio cognitivo, basato sul concetto che il cane è un essere senziente, intelligente e pensante, dotato di memoria, ragionamento ed emozioni.

In questo suo testo Enrica ci accompagna verso l’ascolto del cane, al fine di costruire un rapporto basato sulla reciprocità, sul rispetto, sulla comprensione, sulla fiducia. E mentre aiutiamo il cane nel suo percorso cognitivo ed emozionale, possiamo curare – prendendone coscienza – anche molte delle nostre ferite interiori.

Fin da quando ho mosso i primi passi nella relazione con il mio cane, ho sentito il bisogno e la mancanza di autenticità di ciò che mi veniva imposto dalla cinofilia vecchio stampo. Era una sensazione più che un ragionamento. Non poteva, mi dicevo, basarsi tutto sulla prevaricazione dell’uomo sul cane, sulla leadership, sul controllo delle iniziative, sulla centripetazione. Me lo confermavano gli occhi smarriti della mia Abra quando cercavo d’impormi su di lei con la prepotenza scambiandola per autorevolezza, me lo ribadivano la sua ansia, i suoi blocchi, i suoi rifiuti.

Poi, grazie a educatori preparati e consapevoli, ho scoperto che quello che sentivo era giusto, che è tutto più semplice di come ce lo spiegano, che il cane non diventa un mostro se lo abitui a pensare con la propria testa, se ti fidi di lui, se gli permetti di scegliere cosa è meglio, se smetti di punire quello che non può controllare, cioè le sue emozioni. Insomma, se gli lasci fare il cane.

Che l’amore di un cane sia incondizionato è una storia che ci piace raccontarci, spiega Enrica, il cane ama chi è capace di rivelarlo a se stesso, chi non lo vuole diverso da ciò che è, con le sue specificità filogenetiche, di vissuto e di razza. Enrica e gli educatori come lei non trasformano il cane su richiesta del proprietario, semmai mediano fra le esigenze del cane e quelle del proprietario e dell’ambiente.  

 

Davvero all’alba di questa vertiginosa, dilagante nuova consapevolezza vogliamo continuare a raccontarci che un pezzetto di würstel possa appagare i cani più del sentirsi liberi di vivere la propria vita e fare le proprie scelte?” (pag 116)  

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Robert T. Kiyosaki, "Padre ricco padre povero"

24 Maggio 2022 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Padre ricco padre povero

Robert T. Kiyosaki

Gribaudi, 2004

 

Questo libro, dalla copertina bruttissima mai cambiata, è davvero un testo che tutti dovrebbero leggere, sottolineare e rileggere, ma soprattutto mettere in pratica. In 6 capitoli, Kiyosaki, un vero milionario, ci spiega come fare soldi, anche tanti, perché no, pur senza essere Musk o Bezos. Il trucco sta nel capire che i soldi che i veri ricchi fanno non vengono dallo stipendio, ma proprio no! Il salario, o come lo si voglia chiamare, è la ruota che ci intrappola come criceti che la percorriamo senza andare da nessuna parte, sempre in affanno a far quadrare i conti con le bollette e le spese. Il punto fondamentale del saggio è che noi classe medio-povera abbiamo la mentalità del consumo, i ricchi dell'investimento. Stop. Date la stessa cifra, enorme o miserabile, a due persone con queste mentalità e vedrete il diverso utilizzo: chi ha una mentalità da povero la userà per comprare beni deficitari, ovvero oggetti che costano o che si svalutano, il ricco li investirà, magari rischiando, o in beni che aumentano potenzialmente di valore, in fondi, in beni immobili. Insomma il povero lavora per il denaro, per il ricco è il denaro a lavorare, standoci ovviamente dietro. Il povero va a debito col mutuo, il leasing o altro, perché gli hanno insegnato che "un po' di debito fa bene". Verissimo, peccato che si ometta la seconda parte, e cioè che il bene è delle banche. Il ricco magari va per anni in affitto o compra una macchina di lusso solo quando ha già fatto gli investimenti importanti. Se pensiamo che comunque non sapremmo da dove iniziare per investire, oggi è pieno di corsi serissimi, dalla pianificazione finanziaria al trading on line, che con poca spesa possono iniziarci a giocare con i nostri risparmi minimizzando, ma mai riducendoli, i rischi di perdita. Perché anche con i soldi occorre leggerezza. E indovinate chi considera i soldi come amici e non se ne cruccia tanto se ne perde qualcuno per strada?

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