recensioni
Nicola Comberiati, "Il risveglio dell'amore"
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Il risveglio dell’amore
Nicola Comberiati
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Appena presa in esame la struttura letteraria della raccolta poetica Il risveglio dell’amore di Nicola Comberiati, mi è parsa subito evidente una certa somiglianza con l’impostazione della cosiddetta “musica a programma”, dove una composizione strumentale racconta una storia, descrive un paesaggio, evoca un’idea extra-musicale. Nata per superare i confini dei puri suoni, si affida spesso a un testo scritto dal compositore, con la funzione d’essere una guida per l’ascoltatore. I musicologi e gli storici della musica, citandone le origini, risalgono al Rinascimento e a Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, celeberrimi concerti che descrivono i suoni, le atmosfere e gli eventi climatici di ogni stagione, accompagnati proprio da “sonetti” scritti dallo stesso compositore. Il suo sviluppo maggiore avviene tuttavia durante il Romanticismo europeo ottocentesco, quando i vari compositori sentono l’esigenza di fondere la musica con la letteratura e le arti visive: operazione culturale alla quale oggi viene conferito il nome di “parallelismo delle arti”.
Ora, leggendo la suddivisione in due parti del suo libro, Comberiati suggerisce al lettore i temi trattati. Prima parte: Amori, affetti, speranze. Seconda parte: Indignazioni, dolori, riscatti. È lui stesso a sottolineare tale scelta nella nota introduttiva, mostrando l’intenzione e la preoccupazione di sviluppare problematiche precise e definite (spartito ove i versi assolvono la stessa funzione delle note), ovvero di procedere con una poetica programmatica e tematica, che coerentemente si dipana nel suo sviluppo enunciato. La musicalità è data dal lirismo, dalle tonalità, dai ritmi, dalle scansioni e dalle immagini supportate da un linguaggio variegato, originale, non convenzionale, teso a dipingere atmosfere ed emozioni galoppanti. Nell’affrontare la materia della raccolta, egli viaggia - come analizzeremo nel prosieguo - in dimensioni bipolari, sia per quanto riguarda la lettura della realtà, sia per ciò che concerne l’interiorità emotiva e spirituale, tracciando itinerari che vanno dal personale all’universale, dall’autobiografico al sociale, dal sentimentale-affettivo al logico-razionale, dall’ideale all’onirico.
Le figure affettive di rilievo che emergono nella prima parte si possono identificare con certezza nella madre, in Vittoria ovvero la donna della sua vita e nel figlio Daniele, alle quali dedica liriche assolutamente non retoriche - e questa caratteristica le sottrae dal sentimentalismo di maniera e dal conformismo letterario - che si fanno apprezzare anche per il piglio non troppo memoriale nel caso della madre; per l’amore silenzioso e appassionato allo stesso tempo nel caso di Vittoria; per l’assenza di paternalismo sapienziale nel caso del figlio Daniele.
Mia madre era una donna antica è la poesia che apre la raccolta di Comberiati ed è primo ed ultimo verso della stessa. Quell’aggettivo antica racchiude in sé tutto un mondo di trascorsi valori, di usanze, di fatiche, di amore materno, di speranze per il futuro: generatrice di nove vite, lavoratrice sui telai, presenza costante ed orgogliosa nei lavatoi, premurosa nello sfamare i figli coi frutti della natura mettendo insieme un pasto povero… E poi il poeta crea i versi più belli di questo suo omaggio alla Madre: «…Mia madre mi allattava/ con i sospiri dei sogni,/ sussurrava parole magiche/ alla fiamma ardente del focolare… Ti ringrazio, Madre,/…/ d’avermi partorito come Maria/ sulla strada assolata del Sud/ e d’avermi lasciato in eredità/ la libertà…». Un ritratto realistico e sognante, un’elegia moderna radicata nella storia, nella memoria della terra natia, con accostamento alla sacralità della vita e della maternità.
Seguono le liriche della poesia amorosa, testimonianza di un legame che unisce la Venere Pandemia e la Venere Celeste dei miti classici e della filosofia platonica, che rappresentano - come è noto - la prima l’amore carnale, terreno e passionale, la seconda l’amore spirituale dedicato all’elevazione dell’anima, dell’intelletto, della virtù. Nel nostro poeta le due dimensioni sono compresenti, come rilevabile - esemplificando - in Sognerò, L’Amore quotidiano, Il silenzio dell’amore, A lei. In lui, dunque, troviamo un canto che celebra l’interezza dell’amore, senza dualismi contrapposti, ma con la fusione di ciò che spesso, nelle elaborazioni filosofiche è separato: in altri termini, se l’uomo è anima e corpo, egli ama con l’anima e il corpo, senza artificiose riduzioni in un senso o nell’altro. Tale è per il poeta l’amore autentico e per una sola donna: Vittoria. Un messaggio ricco di contenuti, difficile da realizzare, soprattutto in contesti societari e culturali che tendono a divulgare concezioni dell’amore al ribasso, riducendolo spesso alla dimensione dell’usa e getta.
Sognerò esalta la passione della fedeltà monogamica con immagini fantasiose e accattivanti del desiderio maschile e femminile, per concludersi con un vissuto metaforico: «Ti ho rivisto, mio amore,/ mentre scendevi i fondali/ a cercarmi». L’Amore quotidiano è scritto come la vittoria sull’ennui di tanti trantran della vita di coppia: «…Amo la donna/ che vive accanto a me/ senza platonico romanticismo,/ nella concretezza del bacio quotidiano.// Il tempo passato accanto a te,/ Amore,/ è la disfatta della noia».
Il silenzio dell’amore è una piccola perla lirica - più nel senso della comunicatività che dell’estetica - del sentimento interiore autentico che non ha bisogno della parola per esprimersi, ma della vicinanza, della condivisione, dell’empatia silenziosa: «…Appartengo alla schiera/ dei muti d’amore./…/ Condivido con lei/ il mare, il sole, il vento,/ i colori trepidanti/ delle attese primavere…». E la quartina finale ci proietta in dimensioni metafisiche e misteriose che lasciano spazio all’ignoto e all’enigmatico necessario per regalare ali infinite al volo di una vita a due: «…Cammino in silenzio/ accanto alla tua anima/ rappresa nel mio/ insondabile Silenzio». Anche A lei, nella quale il dono totale reciproco è avvenuto, nonostante l’apparenza epidermica dell’unione, si realizza una sorta di schiavitù d’amore, riconosciuta e ammessa nel verso finale: «Ed ora sono imprigionato dal mistero». Ed il mystérion svela inevitabilmente la sostanza irrazionale dell’amore.
Dall’amore coniugale all’amore filiale lo spirito del poeta non rinuncia allo stupore dell’esistenza, al racconto di una buona novella, al mito dell’infanzia, alle emozioni di una nuova avventura esistenziale: una paternità vissuta con la leggerezza dell’essere e con la responsabilità educativa, sebbene celata nei versi sbarazzini e un po’ naif. Così A mio figlio canta la venuta di Daniele, pargolo che ha attratto, in lui poeta, la sua attenzione creativa: «E tu, bambino,/ mi hai preso come ostaggio/ prigioniero io/ della tua meravigliosa fantasia». Sembra proprio ricalcare la concezione di Paulo Freire, pedagogista brasiliano: «Nessuno educa nessuno. Tutti ci educhiamo con la mediazione del mondo». E Comberiati poetizza: «…Tu vieni e mi canti una musica nuova/ senza afoniche discordanze».
Nella prima parte si canta anche l’amicizia (Amico mio), una rievocazione vivace e profonda di una crescita insieme, fino a quando il filo dell’aquilone per l’altro si è spezzato, e nel ricordo il poeta traccia un ritratto: «…Ti sei lasciato trasportare da sfide, curiosità,/ e desiderio di cambiamento,/ ma con i piedi piantati nella terra/ che ti ha generato…». C’è, ancora, una specie di autoritratto poetico (La solitudine del verso) che sembra delineare la ricerca di un’identità forse smarrita: «…Come un gabbiano/ sfido il mare/ e traccio arcate di fantasia/ lungo l’Oceano.// Cerco nel vento/ l’aldilà del mio essere,/ i sospiri della nascita/ e i suoni di antiche melodie».
Tra i numerosi spunti della seconda parte (Indignazioni, dolori, riscatti) ne segnaliamo alcuni tra i più significativi che riguardano la persistenza della guerra anche nei nostri tempi; il fenomeno dei femminicidi, segno parossistico di cultura, mentalità, educazioni sbagliate; le tragedie dei migranti nel Mare Nostrum; il male oscuro che attanaglia le anime contemporanee; il dolore provocato dalla pandemia del Covid; l’emarginazione dei disabili; il problema ambientalista e dulcis in fundo… la crisi della Poesia.
Tutto tale ventaglio tematico evidenzia la presenza della poesia civile e di denuncia sociale tra le poetiche dell’autore, nonché l’umana comprensione del dolore, dei drammi e delle tragedie epocali, della vicinanza alle nuove generazioni e l’interesse per i problemi della natura del pianeta. Troviamo qui spesso l’utilizzo del sacro furore poetico come mezzo per stigmatizzare ogni forma di violenza, sia che si tratti della guerra in Ucraina (dimensione storico-politica), dell’uccisione di Giulia Cecchettin (amori criminali) o della tragedia dello Steccato di Cutro (fenomeni migratori). Una poetica del dolore si esprime anche nella memoria della pandemia, periodo recente della nostra storia la cui lezione sembra ormai dimenticata dai più o nel patimento della coscienza ecologica, provocato dai disastri climatici.
Ma perché secondo il poeta la Poesia è in crisi? Lasciamo a lui la parola su cui meditare: «La poesia/ di questi tempi/ si è fatta spettacolo/ moda/ passerella/ lagnanza e sconfitta,/ capitolo d’amore/ stracciato anzitempo.// Vittimismo celebrativo.//…// Voglio riscoprire/ il silenzio interiore/ della libertà/ del verso» (Poesia decaduta).
Enzo Concardi
Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-97-4, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Nicola Comberiati è nato a Petilia Policastro (KR) e vive a Roma dagli anni ‘60. Impegnato nel sociale, ha creato una scuola popolare nelle baracche della borgata alessandrina di Roma, ha lavorato all’AIAS e poi al Comune di Roma per l’integrazione dei ragazzi diversamente abili. Ha insegnato Storia e Filosofia in molti licei della Capitale ed è stato Dirigente Scolastico nell’ITC Lucio Lombardo Radice. Ha lavorato con l’ANCEI - Formazione e Ricerca come psicologo all’Istituto Paritario Bonifacio VIII di Anagni e all’Istituto Maria Consolatrice in Roma-Portonaccio e si interessa della formazione dei docenti. Ha fondato la Biblioteca Altilibri in località Altipiani di Arcinazzo. Ha pubblicato varie raccolte di poesie.
Mariolina Riggi, "La lunga notte dell'anima"
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Mariolina Riggi
La lunga notte dell’anima
Guido Miano Editore, Milano 2026
Mariolina Riggi è nata a San Cataldo (CL) dove attualmente vive. Laureata in materie umanistiche, ha lavorato presso l’amministrazione del suo comune occupandosi dei servizi culturali e della biblioteca con mansione di vicedirettore e poi direttore.
Appassionata di teatro, ha partecipato per circa un ventennio (dalla fine degli anni sessanta fino alla fine degli anni novanta) alle rappresentazioni a tema religioso della Settimana Santa Sancataldese nel ruolo di Maria.
Solo in tarda età ha iniziato a scrivere poesie e a partecipare a concorsi letterari con lusinghieri risultati
La lunga notte dell’anima è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che presenta una prefazione di Maria Sedita Migliore, un’introduzione a cura della stessa Autrice e una postfazione di Enzo Concardi.
La notte effettivamente è qualcosa che quotidianamente deve essere attraversato con il sonno e se non si sogna è simile alla morte e molti poeti hanno trattato nel loro lavoro questo argomento.
Ma c’è anche una valenza positiva della notte se è vero che la notte porta consiglio e come ha scritto Mario Luzi “la notte lava la mente”.
Notte è anche tenebra, ombra in contrapposizione alla luce, simbolo di vita e gioia; tuttavia nel Salmo 90 biblico, La protezione divina, che è una vera preghiera, è scritto: “Chi abita al riparo dell’Altissimo/ passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente”.
Quanto suddetto si collega con l’altro Salmo: “getta tutto su Dio e Lui ti sosterrà” e con quello: “Il Signore è alla mia destra e anche il mio corpo riposa al sicuro” a suggello della vittoria di Dio, dell’Essere e della Fede che è per San Paolo certezza della speranza.
La lunga notte dell’anima è la vita stessa, esistenza che si fa sempre più difficile nel suo arco temporale ma che con la Fede stessa può essere felice nonostante il male e il dolore perché come sempre nel ciclo dell’eterno ritorno avviene l’entrata in scena della luce, sia quella del sole, della luna o delle stelle a illuminare il cammino e i desideri degli uomini.
Non a caso scrive la poetessa di avere raccontato la sua notte buia in cui rischiamo di perderci, quando ad un certo punto della nostra vita dobbiamo fare i conti con i nostri fallimenti come in una selva oscura dantesca e fronteggiare le tre bestie: lussuria, superbia e avarizia. Aggiunge la Riggi che le tre bestie si possono vincere con le armi della bellezza risanatrice, cui fanno riferimento l’Etica e l’Estetica e che poi, con un’immagine molto bella si deve avere il coraggio di ricominciare supportati dalle virtù dalla speranza, la fede e l’amore.
Leggiamo la poesia eponima: “Lunga è la notte/ per l’anima che brancola nel buio,/ nella speranza di vedere spuntare l’alba.// Inquieta e trepidante nell’attesa,/ come candela nell’angolo di casa,/ dalla fiammella incerta e tremolante.// Unica luce di questa notte fonda,/ che alza il suo bagliore verso l’alto,/ verso quel cielo,/ quell’infinito intriso di mistero,/ in cerca di risposte confortanti.// E muta la parola nell’attesa/ in questa notte che non ha mai fine,/ spiando l’alba chiara del mattino/ che lentamente avanza su nel cielo,/ a dissolvere le tenebre notturne/ come l’amore dissolve la paura”… E “l’amore vince tutto” come ha scritto Virgilio, considerato poeta precristiano.
Raffaele Piazza
Mariolina Riggi, La lunga notte dell’anima, prefazione di Marisa Sedita Migliore, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.84, isbn 979-12-81351-87-5.
Angela Ragozzino, "Luce che resta - Ti cerco nei giorni"
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Luce che resta – Ti cerco nei giorni
Angela Ragozzino
illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Fabio Recchia, Giovanni Conservo, Gustavo Delugan
Guido Miano Editore, Milano 2026.
È una soglia silenziosa che ogni libro di poesia attraversa prima di diventare dono: è la soglia della memoria. Luce che resta, ti cerco nei giorni nasce esattamente lì, nel punto in cui la parola non è più soltanto espressione, ma diventa gesto di cura, di fedeltà, di presenza. Con questo nuovo volume, Angela Ragozzino prosegue il suo cammino poetico all’interno della collana Parallelismo delle Arti, dopo Il colore dei ricordi (2022), Voci d’anima, d’arte e di natura (2023) e C’è ancora speranza (2025), e lo fa con un’intensità nuova, più raccolta, più verticale, segnata dal lutto e dalla gratitudine, dalla perdita e dalla luce che continua a filtrare.
La poesia di Angela Ragozzino è sempre stata un luogo di ascolto: della natura, dei moti interiori, delle stagioni dell’anima. In questo libro, però, l’ascolto si fa più profondo, più intimo, perché rivolto a due presenze che non ci sono più e che pure continuano a vivere nella trama dei giorni: la madre Rosalba e l’amica Onorina. Il volume è dedicato a loro, e a loro è affidata la luce che resta, quella che non si spegne, quella che accompagna.
La voce e la visione: il Parallelismo delle Arti
Come nella tradizione della collana, la parola poetica dialoga con le opere d’arte: fotografie, sculture, dipinti diventano compagni di viaggio, specchi, risonanze. Il Parallelismo delle Arti non è un semplice accostamento estetico, ma un principio di lettura: la poesia illumina l’immagine, l’immagine approfondisce la poesia. Così il Mamma che non c’è di Gustavo Delugan, con le sue linee essenziali e il rosso che brucia, amplifica la lirica dedicata alla maternità negata; il Mater Panis dello stesso artista trasforma la meditazione sulla vita che nasce e risorge in un simbolo universale; le fotografie di Benedetto Scaravilli, Enrico Raimondo, Marica Raucci ed Elena Caruso accompagnano le stagioni interiori dell’autrice, come finestre aperte sul mondo naturale che tanto la ispira.
La poesia di Angela Ragozzino, già definita da Enzo Concardi come dotata di un “lirismo della natura” che richiama gli idilli leopardiani, trova qui una nuova dimensione: la natura non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza. La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura.
Il tema della perdita: una poesia che custodisce
Molte liriche del volume sono attraversate da un dolore composto, mai gridato, sempre affidato alla delicatezza delle immagini. In Tutto è silenzio, lo sguardo dell’autrice torna ai luoghi della madre: «E lo sguardo va dove sedevi Tu». In L’ultima estate, la malattia e il declino diventano un cammino condiviso, un ultimo tratto di strada percorso insieme. In Buon viaggio… Mamma! la stagione che scivola via coincide con la fine di una vita amata: «Scivola via l’estate… e son giorni di sole, e son giorni di nuvole grigie».
La poesia dedicata a Onorina è un commiato tenero, luminoso, fatto di ricordi estivi, di mare, di sorrisi: un’amicizia che ha reso meno solitarie le estati dell’autrice e che ora continua a vivere nella parola.
La natura come interlocutrice dell’anima
La natura, da sempre presente nella poesia di Angela Ragozzino, assume qui un ruolo nuovo: non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza.
La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura. È un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a essere. È la voce che consola, la presenza che non abbandona.
La luce come destino
Il titolo del volume è la sua chiave interpretativa: la luce che resta è ciò che sopravvive alla perdita, ciò che continua a guidare, ciò che non si spegne. La luce è presenza, è memoria, è fede. È la scintilla che «oggi brilla per me» (La scintilla), è la stella che «brilla solo per me» (Una stella per me), è il raggio che «riscalda il mio cuore» (Un raggio di luce).
In questo senso, la poesia di Angela Ragozzino si colloca nella tradizione di una lirica che non teme la semplicità, che non cerca artifici, che parla con immediatezza e sincerità. Come ha scritto Marcella Mellea, è una poesia «che va diritta al cuore e lo fa vibrare». E come ha osservato Nazario Pardini, è una poesia che custodisce «un legame atavico e un affetto tenace e profondo», soprattutto quando si tratta della figura materna.
Una poesia che diventa testimonianza
Il volume non è soltanto un omaggio affettivo: è anche un documento umano. Raccoglie stagioni, paesaggi, memorie familiari, tradizioni della terra capuana, figure del passato, momenti di vita quotidiana. È un libro che attraversa l’anno, dalla primavera delle rondini all’inverno delle nebbie, e che trasforma il tempo in un percorso spirituale.
La presenza degli artisti – Delugan, Conservo, Tessarolo, Iervolino, Scaravilli, Raimondo, Raucci, Recchia – arricchisce ulteriormente il volume, rendendolo un’opera corale, un dialogo di linguaggi che si incontrano nella stessa tensione verso la luce.
Conclusione
Luce che resta, ti cerco nei giorni è un libro che nasce dal dolore ma non vi si arrende. È un libro che cerca, che ricorda, che ringrazia. È un libro che custodisce la vita attraverso la poesia e l’arte, e che affida alla parola il compito di mantenere viva la presenza di chi non c’è più.
Angela Ragozzino conferma, con questa nuova raccolta, la sua voce limpida, essenziale, profondamente umana. Una voce che sa trasformare la memoria in luce, e la luce in cammino. Un cammino che questo volume, nella sua unità di poesia e arte, consegna ai lettori come testimonianza, come dono, come eredità.
La poesia diventa così un ponte verso il divino: non un divino astratto, lontano, irraggiungibile, ma un divino che si manifesta nella luce che filtra tra le nuvole, nel volo di una rondine, nel mare di papaveri, nel silenzio di una stanza che custodisce un’assenza. È un divino che si fa presenza discreta, che accompagna, che veglia, che consola.
E diventa anche un ponte verso chi non c’è più: verso la madre, verso l’amica, verso tutte le figure che hanno segnato la vita dell’autrice e che ora vivono nella dimensione della memoria e dello spirito. La poesia permette di continuare a parlare con loro, di ascoltarle, di sentirle vicine. Permette di trasformare la mancanza in presenza, il dolore in luce, la fine in continuità. In questo senso, Luce che resta, ti cerco nei giorni non è soltanto un libro: è un luogo. Un luogo in cui la parola diventa casa, rifugio, preghiera. Un luogo in cui la poesia si fa strumento di vita nuova, di comunione, di rinascita. Un luogo in cui la luce non si spegne, ma resta.
Michele Miano
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L’AUTRICE
Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle “cose antiche”, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato varie raccolte di poesie.
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Angela Ragozzino, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.
Vincenzo Zonno, "Un gatto a tre teste"
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Un gatto a tre teste
Vincenzo Zonno
Vocifuoriscena, 2026
La lince, il leopardo e il gatto. Tre felini che ci accompagnano nel mondo onirico di Vincenzo Zonno, che si fa vieppiù complicato man mano che ci addentriamo nella sua produzione, anno dopo anno.
I suoi romanzi diventano sempre meno narrativi, sempre più slegati, surreali, fra de Chirico e Borges. Per molti questo è un vantaggio, io non ne sono altrettanto sicura, e mi dispiace che il talento narrativo di Zonno non sia applicato a una scrittura più tradizionale.
L’immagine finale del protagonista in groppa a un maiale mi ha ricordato il Peer Gynt di Ibsen in una riduzione per ragazzi che ho letto da bambina, tanto per far capire il grado di irrealtà della storia.
Il protagonista si risveglia spesso in luoghi che non sapeva di aver raggiunto, per motivi che non ricorda. Scopriremo poi che fa uso di droghe. Insegue per tutto il romanzo (ma è un romanzo?) figure femminili molto amate che poi lo abbandonano.
Una pletora di personaggi bizzarri, di cui mi riesce difficile ricostruire significato, azioni e necessità nella “non-trama”. Di reale forse c’è il senso dell’amore perduto e l’affetto incondizionato per un gatto che, purtroppo, è destinato a morire.
Ogni capitolo è un racconto a sé stante, come uno degli incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un libro, Un gatto a tre teste, di cui si può dire tutto, perché tanto tutto va bene.
Frammentato per indicare la scissione dell’anima umana?
Incomprensibile come la vita?
Irreale come i sogni di Calderón de la Barca?
Sapete, io non credo che una narrativa di questo genere punti a suscitare domande nel lettore. Perché le risposte non ci sarebbero comunque. Credo piuttosto che si autocompiaccia del puro narrare, del cucire le toppe di un disegno patchwork fatto di vecchi racconti, di appunti, di brani di diario, ma forse è solo una mia illazione.
Ammetto che certe ambientazioni siano suggestive. Come la casa con la finestra affacciata sull’interno della chiesa. Può essere uscita da un sogno dell’autore, dall’incipit di un altro romanzo, o da un racconto a parte, ma ha un suo fascino arcano.
Lo stesso dicasi per il cimitero dei clown. Zonno ci ha abituato a queste atmosfere circensi, ai pagliacci inquietanti come Pennywise o malinconici come Pierrot.
E poi foreste, città, affreschi che compaiono sul soffitto e predicono il futuro.
Insomma, Zonno o lo accetti com’è, con la sua bella scrittura e il suo significato indecifrabile, oppure lo rifiuti. Io, per questa volta, rimango fuori dal suo inarrestabile flusso di coscienza
Pietro Nigro, "Dall'Idea all'Essere"
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Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Non esiterei a definire questo breve trattato filosofico di Pietro Nigro - portante il titolo Dall’Idea all’Essere - come un tentativo utopistico di trarre la filosofia dalle secche nelle quali si è arenata, soprattutto dopo l’avvento delle scoperte della fisica quantistica riguardo i concetti di energia e di multi-universo. Il primo punto interessante di tale ipotesi si trova immediatamente nel sottotitolo del libro, che recita: L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, dove risulta evidente l’operazione culturale tesa a unificare concezioni antiche e moderne, mediante interpretazioni diverse da quelle solidificate nei secoli dalla tradizionale Metafisica.
Ciò inizia ad essere sviluppato nel I capitolo, che l’autore chiama Il terzo luogo, ovvero una realtà a noi sconosciuta ma possibile in una visione prospettica: «La filosofia non ha preso in considerazione che oltre all’immanente e al trascendente potrebbe esserci una ‘civiltà avanzata’, il terzo luogo, che noi chiamiamo mistero: il dio ignoto. La filosofia ha affrontato concetti che vanno oltre l’immanente e il trascendente ed ha esplorato la natura del mistero e dell’ignoto anche se non sempre con la terminologia di dio sconosciuto o di civiltà avanzata. Alcune correnti filosofiche: la mistica, l’esistenzialismo e la filosofia del limite, hanno cercato di comprendere ciò che sfuggiva alla ragione e all’esperienza umana, pervenendo a concetti come l’inspiegabile, l’inconoscibile, il divino. Da sempre la filosofia ha riconosciuto i limiti della ragione umana e del linguaggio. Ma ciò che la nostra mente non è stata in grado di comprendere razionalmente e quindi di esprimere, ha preso il nome di ‘mistero’».
Abbiamo riportato per intero l’incipit del I capitolo poiché lo riteniamo nodale per gli sviluppi successivi della visione di Nigro: intanto dimostra il suo interesse per i fenomeni dell’irrazionale (o come li si voglia nominare) e giustifica anche la premessa del libro dedicata alle divinità egizie, in particolare ad Aton che, secondo l’autore, si manifestò sul Monte Sinai a Mosè col nome di «Io sono Colui che sono». Il nome di Aton sarebbe stato poi mutato in Dio e, mentre Aton venne dimenticato, tant’è vero che fallì il tentativo di introdurre in Egitto il monoteismo, altro destino ebbe il monoteismo di Mosè, giunto sino a noi e comunque anch’esso portatore del concetto di un Deus absconditus.
Nella prosecuzione del I capitolo Nigro passa in rassegna alcuni pensatori in relazione sempre alle dimensioni del mistero, «il terzo luogo», con certe digressioni interessanti. «Inconoscibile» fu la definizione di Ludwig Wittgenstein del limite riconosciuto alla ragione umana. Così Albert Camus e Jean-Paul Sartre si sono interessati del non-senso e dell’assurdo, oltre le spiegazioni della trascendenza e delle religioni. Anche Karl Jaspers ha scritto circa la filosofia del limite su problematiche come il mistero ultimo della realtà, dell’esistenza e della morte.
Con un salto indietro nella storia della filosofia, l’autore sostiene che già Aristotele aveva postulato un Essere in divenire, un Essere che si trasforma, per cui egli dimostra che anche oggi i principi filosofici classici possono costituire un valido strumento a sostegno della possibilità de «il terzo luogo». Verso la fine del capitolo Nigro ci sorprende ancora, associando in un certo tal modo la triade hegeliana (tesi-sintesi-antitesi) alla conoscenza della Verità: secondo lui «in tal modo viene raggiunto un livello superiore» e quindi un giorno la conosceremo. Poi prosegue: «Questo processo continua fino a determinare e realizzare la famosa frase di Gesù agli apostoli: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora non sono alla vostra portata”». Ma il suo ragionamento si ferma qui e non riusciamo a capire se «il Regno dei Cieli» di Gesù possa essere identificato con il suo «terzo luogo». Nel discorso sulla filosofia l’autore attribuisce al pensiero umano un compito trasformativo, associandosi così all’undicesima Tesi su Feuerbach di Karl Marx (non citato): «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo».
Dopo l’incipit del I capitolo un altro punto nodale delle teorie di Pietro Nigro lo possiamo individuare più avanti, nel corso del II capitolo, che infatti sintetizza nel titolo gli argomenti trattati: Essere, divenire ed Energia: sintesi ontologica da Parmenide alla fisica contemporanea. Anche qui, come nel caso de «il terzo luogo», è opportuno citare la partenza dei suoi ragionamenti, che anticipa tutto il senso di essi: «La filosofia occidentale nasce da una tensione: da un lato l’idea che la realtà sia stabile, immutabile, eterna; dall’altro la percezione che tutto scorra, cambi, si trasformi. Parmenide ed Eraclito incarnano questa polarità. Per secoli la loro contrapposizione è stata interpretata come un conflitto insanabile: l’Essere contro il divenire, la permanenza contro il mutamento. Eppure, questa lettura dicotomica è figlia di un’epoca in cui la conoscenza era frammentata. Oggi, grazie alla fisica contemporanea, disponiamo di un concetto - l’energia - che permette di ripensare radicalmente il rapporto tra ciò che permane e ciò che cambia. Parmenide ed Eraclito non sono due visioni opposte, ma due descrizioni complementari della stessa realtà. L’Essere è la struttura energetica fondamentale dell’esistenza; il divenire è la trasformazione di tale energia». Egli ci informa che questa tesi ha trovato larghi apparentamenti in taluni filosofi come Spinoza, Bergson, Whithead, Severino, aprendo così la strada a quella che lui chiama la «metafisica dell’energia». […].
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-95-0, mianoposta@gmail.com.
LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione
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LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione
Guido Miano Editore, Milano 2026
Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia e volumi di narrativa e prosa e di teatro.
Preliminarmente è doveroso, considerata l’essenza del lavoro che prendiamo in considerazione in questa sede, affermare che il ruolo della critica letteraria è centrale e fondante per sugellare l’attività di ogni poeta nel panorama letterario odierno come nei tempi passati.
I giudizi su ogni singolo autore servono per determinarne l’identità e per inquadrarlo nel sistema e a questo proposito vanno incluse nel discorso le antologie nelle quali il poeta stesso è incluso e i premi vinti nei numerosi concorsi del circuito nazionali e internazionali.
Nel caso di Wanda Lombardi è significativa l’attenzione che la critica letteraria le ha riservato, tant’è che il volume oggetto di analisi in questa sede è già alla seconda edizione.
In Wanda Lombardi poesia e vita sono connesse in maniera strettissima e in questo binomio indissolubile l’autrice trova una forza potente per affermarsi nel panorama letterario anche per l’originalità della sua voce poetante.
Il volume è introdotto da una presentazione di Maria Rizzi centrata e ricca di acribia e la stessa Rizzi, rispetto al tema suddetto trattato e cioè quello del desiderio della poetessa di essere ricordata dai posteri, mette in rilievo che le opere della stessa Wanda sono state inserite presso biblioteche locali, nazionali e accademiche, a disposizione degli studenti, realizzando il suo desiderio di lasciare un tesoro non solo morale alle nuove generazioni.
A questo proposito viene in mente la metafora della poesia in bottiglia gettata nell’Oceano per approdare secondo una finalità misteriosa ad un lettore non casuale che ne possa trarre un segno del destino da leggere anche mel nome di colui che ha firmato sul foglietto la poesia stessa.
Riportiamo ora, a titolo esemplificativo, alcune poesie della Nostra tratte dal volume Araba fenice del 2025: «Il ricordo di giovani giorni/ tra tormenti taciuti/ e speranze arrugginite/ ha percorso l’intima fragilità/ del mio essere/ raggomitolato qual riccio/ e ad aculei vecchi congiunto/ per evitarne di nuovi/ più grossi a ferire./ Ho perso il conto degli anni vissuti/ nell’ombra, dei brandelli di sogni/ scappati col vento, e le paure, i silenzi/ strappavano lembi di volontà/ qual fogli macchiati./ Una strada era preclusa,/ lacerata contro le pareti dell’illusione/ e di nero tinteggiavano i muri/ le ore infiacchite/ qual candele consunte a contorcersi…» (Sogni nel vento).
Nella suddetta composizione è detto tout-court il dolore dell’io poetante attraverso immagini icastiche, in modo lucido, ma è un dolore sublimato e controllato nonché salvifico perché il solo fatto di scrivere fa bene e dicendo il peggio possibile con urgenza si può trovare pace come catarsi e non come sfogo.
E non a caso in altre poesie l’autrice si apre alla speranza e questo avviene spesso quando si affida e si rivolge con Fede al Signore Dio. «Dalla tua eterna, sublime dimora/ veglia su di noi, Signore,/ accendi la gioia nei cuori,/ allontana l’odio, la prepotenza,/ i rancori,/ guida l’uomo alla giustizia,/ rinvigorisci la fratellanza,/ a tutti concedi l’umiltà./ Dai pace ai popoli dell’Est… » (Per un futuro migliore).
In Musa, leggiamo: «Attingerò alla tua fonte, Musa,/ per trovare parole di seta/ e ricamare giorni grigi di sole./ Non abbandonarmi al buio destino/ che vide i migliori anni/ nel nulla rotolare/ e il cuore far naufragio/ in porti sconosciuti./ Riempi di luce la mia anima/ affinché io possa d’avorio/ vestire il mio canto/ e a te giungere con ali d’ippogrifo/ la tua voce per un attimo sia mia/ per cantare la bellezza del Creato/ e un senso dare alla malferma vita/ or che persi per sempre sono i sogni»; versi in bilico tra gioia e dolore intensi e sentiti che sottendono proprio il senso del titolo del libro Araba fenice da intendere come la realizzazione di un senso della vita gioioso e fiducioso nonostante le difficoltà perché la fenice è immagine di un uccello-simbolo che nonostante l’annientamento rinasce sempre dalle sue ceneri così come la Lombardi vince il dolore con la scrittura poetica. Quindi la salvezza, la possibilità di essere felici abitando poeticamente la terra, è possibile gettando tutto su Dio e praticando la scrittura poetica che per Borges proviene da quello che i Greci chiamavano Musa e gli ebrei e i cristiani chiamano Spirito Santo e gli psicoanalisti denominano come inconscio.
Per quanto riguarda le tematiche dei dualismi gioia-dolore, luce e ombra, bene e male pare opportuno esaminare la prefazione di Guido Miano al volume di poesie Oltre il tempo, intitolata Le problematiche dell’essere in Wanda Lombardi e in Emile Verhaeren. Come scrive il Nostro la problematica esistenziale presenta numerose sfaccettature degli aspetti positivi come anche negativi. In sintesi nel parallelismo tra la Lombardi e il poeta belga vissuto tra l’Ottocento e il Novecento si coglie in entrambi come elemento salvifico e salutare la luce, come emanazione di Dio, come cosa utile per trovare redenzione, pace e felicità per vincere l’alienazione e il dolore illuminandosi di immenso per dirla con Ungaretti, luce come metafora dell’essere e del bene.
Del resto il tema della luce è centrale anche in un altro poeta non a caso cattolico come Mario Luzi. Complessivamente composita e profonda è la visione del mondo di Wanda Lombardi che si esprime mirabilmente nel suo poiein nella consapevolezza che esso sia sempre un canto salutare.
Raffaele Piazza
AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 128, isbn 979-12-81351-91-2, mianoposta@gmail.com.
Alfred Van Vogt, "La città immortale"
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La città immortale di Alfred Van Vogt, pubblicato per la prima volta nel 1963, è un libro di fantascienza edito da Urania.
L'incipit è veramente suggestivo: Jim Pendrake, un maturo veterano di guerra, che vive isolato e in maniera semplice, fa un ritrovamento straordinario. Per puro caso trova incastrato nella terra un motore dalla potenza mai vista. Dopo alcuni giorni in cui l'uomo, pieno di curiosità e di ingegno, non ha esitato a studiare il materiale trovato, ecco che arriva la prima scoperta.
L'apparecchio è in grado di sviluppare un campo di forze incredibile, tanto che il braccio di Pendrake, in parte amputato durante la guerra, riprende a crescere. Inoltre, l'uomo scopre di avere ora una forza inaudita, senz'altro dovuta alla sua vicinanza con il motore.
Quell'apparecchio conferisce senso alla vita modesta e solitaria del veterano: "Ma ora ecco il motore, sul pavimento della sua stalla, al sicuro da qualsiasi scoperta, fatta eccezione per il suono che si sprigionava dal legno nel suo campo di forza. Ora sembrava strano come avesse funzionato la sua mente. La determinazione a trasportare segretamente il motore nel suo cottage era stata come scegliere la vita invece della morte, come raccogliere velocemente una banconota da cento dollari per terra in una strada deserta, un gesto così automatico da non aver bisogno di logica. Sembrava naturale come la vita stessa".
Inevitabilmente, uno strumento così potente non può non essere oggetto di interesse da parte di cerchie molto potenti. Qui si respira una qualche atmosfera vagamente western quando l'uomo è avvicinato da elementi poco raccomandabili; diventa lui stesso un investigatore, cercando di capire quali scienziati siano autori di quel motore. Lentamente si scivola tra fantascienza e distopia, quando la trama si fa molto fitta.
La moglie di Pendrake viene rapita e lui stesso finisce in un'altra dimensione, come brillante dipendente di un'azienda, ma senza ricordare nulla di sé a parte gli ultimissimi anni. Ora è lui oggetto di interesse per via delle sue facoltà divenute prodigiose; lo stesso Presidente degli Stati Uniti vuole ricevere una trasfusione del suo sangue perché così potrà ringiovanire e proseguire la sua carriera politica. Non mancano accenni alla guerra fredda, allo spionaggio e c'è perfino un lungo soggiorno forzato sulla Luna; là esiste una colonia segreta e il protagonista e la moglie sono di fatto prigionieri di un cinico autocrate di origine preistorica, in un contesto sociale unico. Risulta molto intrigante proprio la parte sulla vita nella colonia lunare, dove scienza, tecnocrazia ed elementi barbarici coesistono.
Pendrake è tirato per la giacchetta da varie forze e cerca, nonostante nella sua testa realtà, incubo e allucinazioni siano difficili da distinguere, di agire in base a principi umani, senza abusare dei suoi eccezionali poteri.
Se la prima parte mette curiosità, il proseguimento dell'opera è in parte meno brillante; tanti episodi, fatti e personaggi si sovrappongono e la matassa si ingarbuglia e non sempre i dialoghi aiutano a dipanarla. La spiegazione deriva anche dal fatto che il romanzo risulta dall'unione di tre diversi racconti.
Comunque è un romanzo interessante che fa riflettere sulle pervasive armi tecnologiche e sui rischi del loro impiego a favore di piccole élite.
"L'Odissea" di Nolan, due parole.
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Ovvia giù, due parole bisogna pur dirle sull’Odissea di Nolan.
Le due parole sono: Bello e Però.
Bello.
Bello, non si può dire altro. Al termine la sala ha applaudito e io con loro, tutto sommato appagata. Un film di quelli che prima si chiamavano colossal, fatto bene, girato bene, recitato bene. Molta azione, molti effetti speciali, l’Odissea è stata fra i primi fantasy della letteratura: mostri, maelstrom, sirene, ciclopi.
Anche pathos, se vuoi. Argo che scodinzola prima di morire, la serva che riconosce la cicatrice del padrone, il porcaro cieco che si accorge del ritorno del re, un po’ di nodo alla gola te lo fanno venire.
E le citazioni letterarie. Ulisse che parte verso l’occidente come Frodo che salpa per i Porti Grigi. “The face that launched a thousand ships” di Marlowe. Ti fanno capire che “la morte della civiltà”, di cui si parla a proposito di Troia, è anche la morte dei nostri valori, di una cultura stratificata che, se non significa più nulla per la gente, allora sta davvero scomparendo.
Però.
Non lo so, mi viene un po’ in mente il mio stesso processo creativo quando a volte si è inceppato, quando mi sono ritrovata a “fare il compito” in un romanzo storico. Ora devo scrivere la scena di Polifemo perché mi serve per il prosieguo della trama e sforzarmi di darle un’interpretazione personale. Ora devo introdurre Calipso per spiegare come Ulisse ha perso altri sette anni.
Scene bellissime, come il Cavallo di Troia e la battaglia con i Proci, si alternano a scene “compito” come Circe che trasforma gli uomini in maiali perché, a suo dire, lo sono già. Sembra quasi che certi incontri con le creature mitologiche fossero inevitabili ma non interessassero veramente il regista perché il cuore del film è un altro, più personale, più umano.
Idee woke ce ne sono, è vero, ma non danno troppo fastidio, fanno parte di quella rilettura moderna di ogni remake che si rispetti.
Come chiave macroscopica c’è il senso di colpa. L’uomo ingegnoso che vede le conseguenze del suo ingegno. L’intelligenza che non va di pari passo col bene, non sempre. I popoli del mare che hanno dimenticato la legge di Zeus, sono loro, gli Achei. E questo è chiaro fin dall’inizio, e ripetuto scena dopo scena, forse con troppa insistenza.
Mi è mancato un quid, piccolo, infinitesimale e che non so descrivere a parole, qualcosa che mi facesse dire “questo splendido film (perché lo è) era proprio necessario, non se ne poteva fare a meno, e da oggi in poi penserò all’Odissea come non ci avevo mai pensato prima”.
Floriano Romboli, "Alla scuola degli antichi"
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Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli
Floriano Romboli
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Il toscano Floriano Romboli - appassionato studioso delle nostre lettere, oltre che del patrimonio culturale ellenico-latino e critico letterario a tutto campo - nella lodevole e condivisibile convinzione della permanente attualità dei classici, come recita il sottotitolo di quest’opera, continua nel suo paziente lavoro divulgativo che ci conduce “Alla scuola degli antichi”, ultima fatica di tutta una serie di saggi dedicati alla scoperta e all’approfondimento del pensiero di quegli autori considerati a torto superati, ma che in realtà presentano tuttora aspetti di sorprendente attualità tematica. I testi di Romboli, frutto di studi e documentazioni ineccepibili, dimostrano l’ipotesi di partenza, sorretti da una logica stringente che riesce a mettere in evidenza - anche attraverso linguaggio e traduzioni rigorose e allo stesso tempo comprensibili non solo agli addetti ai lavori - l’esattezza di quanto viene affermato. Inoltre non vi è in lui alcun spirito partigiano - nel quale è facile ricadere quando si tratta di ideologie e visioni del mondo - in quanto mostra anche le contraddizioni noetiche insite nei sistemi filosofici di pensatori da lui apprezzati.
I saggi che occupano queste pagine - sei complessivamente - si possono suddividere in due blocchi: il primo raccoglie il pensiero di Lucrezio, Sallustio, Cicerone (autori latini), il secondo è dedicato al solo Machiavelli (pensiero rinascimentale), ma ripartito in tre saggi. Seguendo tale sequenza forniremo al lettore gli elementi essenziali per orientarsi nel cammino tracciato da Romboli. Il titolo completo del primo contributo è: L’uomo nella natura. Aspetti salienti e anticipazioni significative della visione lucreziana nel libro V del De rerum natura pubblicato nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 9, gennaio-marzo 2024, pp. 138-161, Il Convivio Editore di Angelo Manitta). Tito Lucrezio Caro è stato un poeta e filosofo latino del I secolo a. C., autore del poema De rerum natura, traducibile come La natura delle cose. Si tratta di un’opera epico-didascalica in esametri, suddivisa in sei libri, scritta con il preciso intento di divulgare in latino la filosofia di Epicuro, ovvero di liberare l’uomo dalla paura della morte e degli dei, dimostrando attraverso la fisica atomistica che l’universo è regolato da leggi naturali e non da interventi divini. Si attribuisce al De rerum natura una grande forza espressiva del linguaggio e una rara elevatezza delle immagini. Sia Virgilio che Orazio, in modo diverso, subirono l’influenza di Lucrezio, anche se, nelle età successive, ci fu una specie di congiura del silenzio sul suo nome, dovuta specialmente al severo giudizio di Cicerone sull’epicureismo. Oltre a ciò Romboli ci invita a scoprire, nell’elogio degli enciclopedisti al De rerum natura, un aspetto della sua attualità con riferimento ai lumi della ragione ed egli cita anche Thomas Jefferson - terzo presidente americano e uno dei padri fondatori della nazione - come collezionista di varie edizioni del capolavoro lucreziano, i cui principi sarebbero entrati in parte nella Dichiarazione d’Indipendenza americana. E, non ultimo, è possibile un accostamento fra Lucrezio e l’esistenzialismo moderno, data la somiglianza delle tematiche angosciose e pessimistiche: pare che lo stesso Leopardi sia stato un profondo conoscitore del poeta latino. Il De rerum natura conobbe secoli di oscurità poiché venne riscoperto nella biblioteca dell’Abbazia di San Gallo, in Svizzera, dall’umanista e storico Poggio Bracciolini nel 1417 e fu ricopiato da Niccolò Niccoli, padre della scrittura umanistica minuscola corsiva.
Il secondo lavoro del nostro autore ci porta nel periodo repubblicano della storia romana, e precisamente disserta su: I conflitti politico-sociali e il destino di Roma nella riflessione storica di Sallustio, pubblicato ancora nella rivista “Letteratura e pensiero” (fascicolo 24, aprile-giugno 2025, pp. 185-210). Anche qui le fonti storiche a cui attinge Romboli sono ampie, comparate e argomentate, per cui citiamo quelle opere di Sallustio a cui egli fa riferimento, ovvero le monografie De Catilinae coniuratione e Bellum Iugurthinum (le prime due della storiografia latina) e le Historiae di tipo annalistico incompiute, scritte dopo il suo ritiro dalla vita politica attiva: grazie alla stesura di tali opere di carattere storico ottenne una grande fama come autore tra i più importanti del I secolo a.C. e di tutta la latinitas. La prima monografia tratta della congiura di Lucio Sergio Catilina e del moto che ne seguì nel 63-62 a.C. Sallustio auspica la fine del corrotto regime dei partiti e dedica ampio spazio ad una analisi psicologica introspettiva della inquietante figura di Catilina, definito un monstrum (una stranezza), un personaggio sinistro e affascinante allo stesso tempo. Sallustio ritiene che l’antica grandezza repubblicana debba essere garantita dall’integritas e dalla virtus dei cittadini e considera la ricchezza, il successo, il lusso come le cause della decadenza e le condizioni per cui possano insorgere tentativi di impadronirsi dello Stato. La seconda monografia storica narra la guerra combattuta dai Romani (111-105 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Sallustio accusa di corruzione i generali aristocratici che, per incapacità e superbia, non furono in grado di concludere la guerra, vinta infine da Gaio Mario, l’homo novus di origine plebea. Delle Historiae restano solo dei frammenti, mentre il progetto iniziale prevedeva una narrazione storica di ampio respiro: dal 78 a.C. (anno della morte di Silla) fino al 67 a.C. (anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i pirati). Il quadro generale che si è potuto ricavare dai frammenti è improntato ad un marcato pessimismo circa le sorti della Repubblica romana, dovendo Sallustio assistere impotente alla sua agonia, essendo impensabili attese di riscatto dopo la morte di Cesare. [….].
Enzo Concardi
Floriano Romboli, Alla scuola degli antichi. La permanente attualità dei classici: Lucrezio, Sallustio, Cicerone, Machiavelli, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 120, isbn 979-12-81351-85-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Floriano Romboli (Pontedera, 1949) ha compiuto i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa ed è stato per tanti anni insegnante di materie letterarie e latino nei licei. Si è interessato alla cultura rinascimentale, studiando soprattutto l’epica del Tasso; è poi passato ad occuparsi della letteratura italiana ed europea fra Otto e Novecento, nonché di narrativa e poesia contemporanee. È stato docente di letteratura italiana presso la Scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) dell’Università di Pisa.
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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"
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Maurizio Zanon
Poesie nascoste e poi ritrovate
Guido Miano Editore, Milano 2026
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede.
Nella prefazione a Poesie nascoste e poi ritrovate Enzo Concardi allude alla lunga e feconda testimonianza lirica del Nostro che ha pubblicato numerose raccolte di poesie, un’opera di narrativa e sul quale sono stati scritti numerosi saggi.
La silloge di liriche che prendiamo in considerazione in questa sede non è scandita in sezioni e tutte le sue poesie sono prive del riferimento del titolo e per questo è connotata da una forma che si potrebbe definire di poemetto anche per l’omogeneità dello stile e della forma.
Intrigante il nome stesso del volume che sottende come significato l’infinito enigma della poesia stessa nell’essere nascosta, cioè dal suo provenire nella sua genesi dalle profondità dall’inconscio per risalire fino alla superficie della coscienza; poi la poesia s’invera senza sforzo, nell’atto della scrittura emersa nella mente e trascritta anche per la fruizione da parte del lettore cultore nonché per lo studio e l’analisi del critico letterario.
L’allusione alle poesie nascoste fa anche pensare al fatto che molti poeti esitano prima di uscire allo scoperto con la pubblicazione di un libro e tengono le loro poesie stesse chiuse nel cassetto come per custodire gelosamente un’epifania privata della loro creatività o solipsistico esercizio di conoscenza senza avere il coraggio di farle leggere a qualcuno.
Il ritrovare i suddetti componimenti in un discorso di carattere generale può avvenire anche vari anni dopo la loro stesura e la totalità delle poesie stesse può divenire diario di bordo della vita nell’indagare e ricordare le occasioni che hanno generato ogni singola composizione.
Da notare che l’accezione poesie ritrovate si delinea nella famosa definizione del messaggio in bottiglia nella quale è sintetizzata la funzione della poesia nel suo essere gettata scritta su un foglio nel suo involucro di vetro nell’Oceano appunto poeticamente per arrivare spostata dalle onde su una spiaggia dove poter essere recuperata, aprendo la bottiglia ed estraendo il foglietto supporto cartaceo per il componimento che diventa per chi lo legge un messaggio del destino non casuale, qualcosa quasi di magico.
«Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». In questa concentrata poesia sono detti con efficacia i sogni stessi che sono secondo Freud espressioni di desideri e si sciolgono in placidi silenzi. E si fermano ad ogni contrarietà dell’anima e c’è da notare che fin dall’antichità l’uomo si è interrogato sul mistero dei sogni stessi e Shakespeare ha asserito che siamo tutti fatti della stoffa dei sogni.
Molto spesso protagonista è la natura espressa in forma elegiaca e rarefatta attraverso atmosfere suggestive nelle quali s’inseriscono multiformi specie animali e vegetali: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma scruta ascolta./ E raramente viene colta»; «Nella penombra/ il merlo saltella/ e quatto quatto/ in mezzo a fronde d’albero/ il suo nascondiglio trova»; «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi di un’insolita primavera»; «L’acqua del mare/ si spegne sulla battigia:/ dentro la sabbia bagnata/ gli ultimi salini respiri».
Un variopinto caleidoscopio d’immagini anima questa raccolta di poesie fatta di composizioni brevi, leggere e icastiche sempre ben risolte che creano emozioni soavi nei fortunati lettori.
Raffaele Piazza
Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.
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