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recensioni

Raffaele Piazza, "Poesie per Alessia"

5 Settembre 2025 , Scritto da Marcella Mellea Con tag #marcella mellea, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Raffaele Piazza

Poesie per Alessia

Guido Miano editore, 2025



Nella nuova raccolta di Raffaele Piazza, Poesie per Alessia, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, giugno 2025, l’autore  rievoca con voce ferma e delicata una figura femminile che sembra incarnare l’essenza stessa del desiderio adolescenziale, celato tra i sogni di un’estate lontana. L’autore trasforma l’ombra evanescente di Alessia in palpito poetico, in un intreccio di memoria, attesa e intensità sensuale, come definito nella prefazione: «Una cronaca immaginaria […] momenti giovanili di grande intimità ed intensità emotiva, di attrazione fisica verso una ragazza incontrata fugacemente nel lontano 1984 […] un amore di gioventù fatto di sogni e speranze».

L’intero libro respira di un tempo sfuggente: fragile, sospeso, qui e altrove. In quest’atmosfera rarefatta, Alessia diventa un archetipo, simbolo di una passione che non si consuma, ma permane, vivida nell’immaginario del poeta. Il ricordo si contamina di fiaba, come se la storia fosse narrata attraverso il velo trasparente dei sogni: «Viene trasportata dalla luce fino alla stazione/ a spargere la fragola tra i passanti/ ad Assisi dal “fascino incredibile”/ così descritto dall’amica Veronica./ E il cielo sta infinitamente /a detergere gli occhi di Alessia /che attende Giovanni nerovestito,/ per affinità d’amore./ Sentieri battuti dalla pioggia / restano nella stanza di mattina /dopo i sogni nell’ossigeno azzurro…» (Alessia ad Assisi).

Seguendo la tradizione di Piazza – già ammirata nella silloge Del sognato – anche qui la sensualità non è mai palese, ma evocata con colori, luci mediterranee, sfumature di desiderio. La natura si fonde con l’emotività: pare di intravedere il mare, le spiagge, gli orizzonti di quell’estate lontana, campi di fragole e fughe notturne, con quelle metafore cariche di atmosfera che il poeta sa evocare perfettamente: «Sera serena in limine all’acqua / di sorgente fredda e azzurra, / a imprimersi nella mente di Alessia / (quella precedente che non torna). / Si apre una porta per il campo animato/ di grano profano / per sognare l’amore e rielaborare / le tracce della felicità conquistata. / Guarda la ragazza Alessia / una rondine azzurra e trasale. / Viene Giovanni nerovestito/ per la vita nova oltre la mietitura / e prende Alessia paria a felce. / Gioisce Alessia/ nell’unione dei sensi» (Alessia e il campo animato).

La prefazione parla di “meta ricordo”: non si tratta di un vivido flashback, ma di una reminiscenza mediata, come se ci si guardasse dentro da un tempo successivo, con occhi più saggi e malinconici. È un racconto interiore, un “mosaico di visioni” tra reale e immaginato, in cui il lettore è chiamato a ricostruire ciò che non è stato, ma che si è desiderato intensamente. La silloge si distingue per un’aura intima e riflessiva: un sentimento trattenuto, mai declamato, che sussurra al lettore più che urlare. Qui la poesia è elegante, rarefatta, ma potente: ogni parola pesa, ogni pausa conta.

Poesie per Alessia” è una raccolta che affascina per il suo equilibrio tra memoria e immaginazione. Raffaele Piazza dipinge Alessia come figura incandescente nel ricordo, sospesa tra desiderio e irrealtà. Il linguaggio, che danza con luce e colore, e l’atmosfera rarefatta rendono questo libro un’esperienza di poesia vissuta più che raccontata. È una lettura adatta a chi ama indugiare nei sussurri emotivi, nei rimpianti dolci e mai risolti, immersa in un sogno nostalgico e luminoso.

Marcella Mellea

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Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo... per incontrarci"

3 Settembre 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

Verso il nuovo mondo… per ricontrarci

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Ci sono perdite che non trovano parole. E allora ci affidiamo alla poesia che ha il coraggio di farsi fragile, di dire l’indicibile con versi spezzati, sospesi tra dolore e speranza.

Questa raccolta nasce dal cuore di un uomo, Pietro Nigro, che ha amato profondamente, e che ora cammina in un silenzio nuovo, dove ogni eco ricorda un sorriso, una carezza, una complicità. Le poesie che il lettore troverà in queste pagine non sono solo un tributo alla donna amata e perduta, ma un dialogo ininterrotto con la sua assenza. Sono voci che si levano dal vuoto, tentativi di cucire la distanza con parole che diventano ponti. Eppure, tra le righe di questa malinconia, affiora una luce. È la speranza — discreta, ma tenace — di un altro incontro, in un luogo dove il tempo non separa e l’amore non conosce confini. Chi legge queste poesie non trova solo il dolore di chi resta, ma anche un invito: quello di credere che l’amore sopravvive e trasforma il lutto. Si leggano i seguenti versi:

 

«… L’ultima volta che ti vidi

i tuoi occhi afflitti fissarono i miei

come preghiera a non lasciarci.

Nel buio della notte

si è perduto il tuo sguardo…»

(Giovanna)

 

La perdita della persona amata — della propria compagna, amica, confidente, anima gemella è un evento che non lascia solo un vuoto fisico, ma spalanca un abisso interiore, una terra straniera dove ogni passo è incerto, ogni ricordo è al tempo stesso rifugio e ferita memoria viva, e custodisce la promessa di ritrovarsi, un giorno, in un mondo nuovo.

 

« Ci ritroveremo in quel luogo un giorno

in un mondo senza inizio e fine

io e te,

e gli altri che amammo.

Avremo nuove sembianze

sprazzi d’un infinito fulgore… »

(Ci ritroveremo)

 

Le poesie raccolte in questo volume nascono proprio da lì: da quel silenzio improvviso che segue l’addio, da quella solitudine che non è mera assenza, ma presenza muta, fantasma affettuoso che accompagna ogni gesto quotidiano. Pietro Nigro ci guida in un percorso intimo e coraggioso, in cui la parola diventa carezza, grido, preghiera. Ogni verso sembra interrogare il vuoto con dolcezza, come chi sa che l’unico modo per non perdersi è continuare a parlare con chi non risponde più, a chiamarla per nome, a darle ancora un posto nel mondo.

  

« Vaga il mio sguardo,

ma non ti trovo.

Invano ripeto il tuo nome

e non rispondi.

Non so se nei miei giorni rimasti

sopporterò il dolore

che trafigge la mia consunta essenza

errabondo in questo deserto

senz’oasi,

solo sabbia

che soffoca il mio respiro…»

(Piango la tua assenza)

 

 

Eppure, in questa elegia composta, non vi è disperazione assoluta. Anzi, tra le righe si insinua una luce tenue, che non cancella il dolore ma lo trasfigura: è la speranza. Una speranza che non ha certezze terrene, ma che osa immaginare. Immaginare un tempo oltre il tempo, un luogo in cui gli sguardi si ritrovano, in cui le mani tornano a cercarsi e a stringersi. Una speranza che non nega la morte, ma afferma la potenza dell’amore che sopravvive ad essa.

Questa raccolta, dunque, non è solo un atto d’amore verso chi non c’è più, ma anche un dono a chi resta. È un invito a non temere il dolore, ad attraversarlo con sincerità, a lasciare che si trasformi in memoria viva, in presenza sottile. È, in fondo, una dichiarazione: che l’amore vero non finisce, ma cambia forma. Che le anime, se nate per camminare insieme, trovano sempre un modo per ricongiungersi — in questa vita, o in quella che ci attende. Leggendo questi versi, ci ritroviamo spettatori di un amore che continua a vibrare tra le parole, e forse, senza accorgercene, impariamo anche noi a riconoscere la presenza nell’assenza. A credere, almeno per un istante, che nessun addio sia definitivo.

L’autore ci conduce tra le pieghe del suo lutto con una delicatezza disarmante. I versi non gridano: sussurrano. Ricordano un volto amato, una presenza che ha lasciato tracce ovunque — in un gesto quotidiano, in un oggetto che non sa più a chi appartenere, in una città lontana che ora parla solo la lingua del ricordo. Parigi ritorna più volte tra le pagine, non solo come luogo geografico, ma come simbolo di luce, bellezza condivisa, e di quella gioia serena che ora risplende attraverso il filtro della nostalgia.

 

« Cerco te, Parigi,

sognando l’antica collina di Montmartre

che riporta ancora l’eco

d’un’era lontana

di poeti e pittori che la fecero grande

e colmarono le menti

d’un incanto infinito… »

(Cerco te Parigi)

 

Ma il dolore personale non chiude l’autore in un guscio solitario: al contrario, sembra spalancarlo ancora di più verso il mondo. L’assenza lo rende più sensibile alla sofferenza altrui, e così il pensiero corre anche alle tragedie contemporanee, a quelle ferite collettive che ogni giorno l’umanità è costretta ad affrontare. I versi accennano con pudore ma fermezza ai bambini di Gaza, a quel dolore innocente che attraversa il nostro tempo come una ferita aperta. L’autore, nel suo lutto privato, riconosce il lutto del mondo, e in questo riconoscimento trova forse un altro modo per rimanere umano: provando empatia, restando aperto, continuando ad amare.

 

« Anche i bambini di Gaza

si sono addormentati per sempre

nel nero grembo del nulla.

A chi volgeranno lo sguardo

e il blando sorriso

le madri affrante… »

(Morte nel deserto del Negev e a Gaza)

   

 

Il lettore troverà la speranza, mai imposta, sempre suggerita, che l’amore — quello vero, quello che sopravvive ai corpi e ai confini — abbia la forza di ricongiungere ciò che la morte ha separato. Che da qualche parte, oltre il tempo e le lacrime, ci sia ancora un luogo dove riconoscersi, ritrovarsi, rinascere insieme.

Ho conosciuto l’autore quando ero ragazzo. Ricordo bene un pomeriggio, a casa sua, accanto a mio padre. In quell’incontro, nel calore semplice di una conversazione, ho percepito la profondità di uno spirito gentile, animato da un’intelligenza umanistica e da un senso autentico della solidarietà. Un uomo che sa ascoltare, comprendere e condividere. Questa raccolta ne è il riflesso più vero. Un’antica amicizia che dura dai tempi del volume Il deserto e il cactus, la prima opera di Pietro Nigro pubblicata da questa Casa editrice nel 1982; era il tempo in cui mio padre Guido, già allora riconosceva l’ispirazione poetica di un uomo profondamente coerente: la solitudine come luogo di verità, l’amore come forza salvifica, e la tenacia dello spirito umano di fronte al dolore.

La presente raccolta è anche un tributo ad un’amicizia che dura nel tempo, un filo sottile che lega le generazioni. Un’amicizia nata nei libri, grazie a una robusta cultura classica, nutrita da ideali comuni, e oggi più che mai testimone della forza della scrittura come forma di cura e consapevolezza. Il dialogo tra mio padre e l’autore continua in queste pagine, e io, oggi, ho l’onore di raccoglierne l’eco, e in qualche modo essere l’artefice di questo rinnovato sodalizio umano ancor prima che culturale.

A chi legge auguro di lasciarsi attraversare da questi versi. Di trovare in essi non solo il dolore, ma anche la bellezza di un amore fedele. E la speranza — fragile e ostinata — che, oltre la separazione fisica, vi sia ancora un luogo dove incontrarsi… Verso un nuovo mondo.

E di questo, dobbiamo essere grati a Pietro Nigro.

Michele Miano

 

 

Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.

 

_______________

 

L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

 

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Rosaria di Donato, "Scrigno"

2 Settembre 2025 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Rosaria Di Donato

Scrigno

Self Publishing, 2025

 

Scrigno di Rosaria Di Donato (Self-Publishing, 2025 pp. 117) contiene tutta la preziosa e sicura protezione degli affetti più cari, racchiude come un forziere prestigioso la ricchezza dei ricordi e custodisce una liturgia sentimentale per la destinazione delle difese familiari, in nome di un antica e suggestiva eredità emotiva. La poesia di Rosaria Di Donato sorveglia il dono dell'ispirazione attraverso una riflessione intima e privata sulle immagini, i sogni e i pensieri del passato, salvaguarda l'evocazione naturale di un patrimonio in cui la gioia la nostalgia e la commozione intrecciano il significato indissolubile del tempo, difende la testimonianza sensibile di un vissuto illuminato dall'autentica sensazione dell'identità poetica. Rosaria Di Donato preserva la memoria delle proprie esperienze dal territorio della dimenticanza, accorda il profumo e le sfumature dei paesaggi espressivi della natura con le intonazioni eloquenti e incisive dell'anima, conserva la corrispondenza simbolica del proprio universo interiore nelle intuizioni delle visioni, rincorrendo ogni insegnamento del cuore, la devozione sacra dell'infanzia, l'incanto secolare della speranza. Recupera la polvere del tempo, inabissata nella penombra di una solitudine sfuggente e imperscrutabile, traduce il mistero e la forza delle impressioni ai confini di un'entità in bilico tra consolazione e dolore, mescola frazioni di reminiscenze imbevuti di struggente malinconia, concentra la benedizione tangibile delle parole per mitigare la soglia della desolazione, per configurare sapientemente l'orizzonte delle promesse e delle attese fiduciose, per inseguire i segni e le tracce di una magia segreta nella previsione di un itinerario interpretativo delle rivelazioni umane. Scrigno include il cammino originario della poesia intorno alla premurosa e gentile affermazione alla condivisione, come fedeltà alla conoscenza e ai richiami del mondo, svela la commemorativa presenza della radice letteraria nella natura comunicativa di ogni riuscita integrazione linguistica nella scrittura che ritrae e disegna la vita, dall'affascinante immediatezza degli haiku all'efficacia ammaliante dei testi in spagnolo e in dialetto romanesco. Rosaria Di Donato insegue con risoluta resistenza l'urgenza della trasmissione empatica, destinando alla poesia il compito di rendersi portavoce di un congiungimento tra la pace e la bellezza oltre la dissolvenza, recapita all'indirizzo del limpido lirismo dei versi, in uno stile originale ed esegetico, la collezione privata delle fotografie corredate a cornice amorevole del libro, consegna la tenera e passionale qualità di rintracciare l'appuntamento con se stessa, con la romantica ricerca delle proprie radici. Risolleva la saggezza delle stagioni della vita con il sostegno comprensivo e il conforto incondizionato dei propri avi, guida l'attenzione impegnativa di una poesia che si fa anche stimolo di azione civile per una consapevolezza sociale ed etica. Sprigiona l'intensa e costante dolcezza nei versi, recuperando, nell'armonia di una risonanza confidenziale e nell'uso di un linguaggio lineare e spontaneo, il contenuto di una sperimentazione introspettiva, dove l'inquietudine e la meraviglia sono lo specchio della stessa esistenza, vista con gli occhi di chi sa oltrepassare il confine degli itinerari spirituali. La delizia essenziale dell'atmosfera familiare porta con sé la riconoscenza della serenità, retaggio culturale e morale inestimabile, da custodire come una scrigno.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

lascito

 

il quartiere

misurato

con il tuo passo

padre

ora mi è più caro

ogni angolo vivo

nel suono – profumo

di gemme in boccio

 

il tempo intriso

d'attese lo sguardo

che dai muri sorride

nuovo stupore

nei giorni infonde

rinnovata primavera.

 

autoritratto

 

sono nata in un angolo di cielo

dove il vento rincorre nuvole

e spazza via la tristezza

 

come rondini

 

come rondini tornare

in un paese noto

librarsi in volo su campagne

la distesa del mare

 

sfida per gli occhi

il confine vicino

un cornicione

 

 

la rotta

 

chiedere al vento

dov'è la soglia

che conduce altrove

e disegnare

con lo sguardo al cielo

la rotta per i sogni

irrealizzati

 

 

scrivere

 

scrivo perché non respiro

perché non trovo spazio

intorno a me

per i miei sogni

invece nella pagina

si aprono visioni

e la mia anima

vive

 

 

scrigno

 

le notti insonni

uno scrigno dischiudo

di lucciole e parole

 

sembrano piccole stelle

e suoni comparsi

all'improvviso dal buio

 

volano ballano

s'attorcigliano

 

come a voler comporre

una canzone in libertà

 

è la poesia

che uscita dallo scrigno

s'innamora dei sogni

 

culla le anime inquiete

 

 

 

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Stefania e Giuseppe Berton, "Il tempo dell'universo e altre piccole storie"

30 Agosto 2025 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

Il Tempo dell’Universo

Stefania e Giuseppe Berton

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Nel silenzio immenso dell’universo, il tempo scorre come un respiro antico, invisibile ma onnipresente. È il battito di un cuore cosmico, il filo sottile che unisce la nascita delle galassie al sussurro dell’anima umana. Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie nasce proprio da quel mistero: un desiderio di esplorare il tempo non come freddo concetto scientifico, ma come esperienza vissuta, interiorizzata, interrogata. Ogni poesia è una stella: brilla di luce propria, ma partecipa a una costellazione più ampia di emozioni, riflessioni e intuizioni. Stefania e Giuseppe Berton ci guidano in un viaggio intimo attraverso la percezione del tempo – un tempo che a volte si dilata come l’universo in espansione, e altre volte si contrae, come un ricordo che pulsa improvvisamente nel petto.

Il volume è strutturato in dieci capitoli ognuno con cinque poesie. Come ha notato correttamente Marcella Mellea in merito al precedente volume Time - Forty Italian poems: «ogni capitolo sembra rappresentare un momento o un aspetto differente del rapporto dell’autore con il tempo: dall’infanzia alla maturità, dal tempo inteso come memoria al tempo che fluisce inesorabile verso l’ignoto», così possiamo confermare che anche la presente raccolta accompagna il lettore in un viaggio quasi esistenziale, scandito da tappe emotive e filosofiche. In questo cammino poetico, il lettore non troverà risposte definitive, ma frammenti di verità raccolti come polline tra galassie lontane e battiti quotidiani. È un invito a fermarsi, a respirare, a contemplare. E forse, a sentirsi parte di qualcosa di infinitamente più grande, senza per questo perdere il senso dell’istante. Emblematica di tutta la produzione e significativa la lirica Il Tempo:

 

Questa sera, l’ultima sera dell’anno,

ho messo la legna

nella stufa di montagna,

e miracolosamente la casa si è scaldata,

ed è l’ultima sera dell’anno,

ed il tempo passa, e qualche volta vola.

E pensavo come pensiamo il tempo,

che i fisici misurano, i poeti soffrono,

i religiosi credono infinito.

Io penso che il tempo è un’illusione,

è solo un’illusione in questa vita sconosciuta.

E vale meno di un bacio.

 

In questo componimento ritroviamo quasi tutti gli elementi caratterizzanti la poesia di Stefania e Giuseppe Berton delicata e profonda, e il tono che la attraversa è un intreccio affascinante di intimità, riflessione filosofica e tenerezza malinconica.

L’atmosfera è raccolta, quasi sussurrata: un momento ordinario - «la legna/ nella stufa» - diventa l’occasione per meditare sull’incommensurabilità del tempo. Il quotidiano si fonde con l’universale, e il tono invita il lettore a entrare in uno spazio privato, caldo, vulnerabile. Il verso «il tempo passa, e qualche volta vola» ha quasi un sorriso malinconico, come una verità accettata con dolce rassegnazione «E vale meno di un bacio». Qui il tono è teneramente disilluso, come se, dopo tutte le elucubrazioni umane, restasse solo la realtà vissuta dell’amore, dei gesti, dei sensi. Il tempo, allora, diventa una costruzione meno importante del calore umano. Struggente poi la lirica Fratello:

 

Abbiamo visto il sole

scendere sui tuoi occhi

e le labbra

chiedere pietà.

abbiamo visto la tua anima,

vestita di tristezza,

camminare

per le strade dì Philadelphia.

Abbiamo visto i tuoi fratelli

come schiavi

E noi pelli bianche, quasi lieti,

per le strade di Philadelphia.

Sono passato accanto

alla tua anima,

sospesa, dimenticata, calpestata.

Mi hai regalato i brandelli

di una bandiera, ancora bagnati

dalle lacrime di domani.

Lotteremo insieme.

Perderemo insieme.

Vinceremo insieme.

E quando scenderà la sera

sui nostri occhi,

sulle nostre ferite,

sul silenzio delle nostre parole,

guarderemo il mondo

coricarsi dolcemente

E la nostra anima avrà ristoro.

 

Poesia che ha una forza narrativa e simbolica che colpisce nel profondo. Il tono, pur diverso rispetto a Il Tempo, mantiene una coerenza nella tensione tra intimo e universale, ma qui si addensa in una dimensione più storica, civile e profondamente empatica. Si confronta con la sofferenza altrui non con distacco, ma con volontà di condivisione. Il tono è profondamente solidale, attraversato da un senso di colpa trasformato in promessa di alleanza: «Lotteremo insieme./ Perderemo insieme./ Vinceremo insieme». Le immagini sono potenti ma delicate: «la tua anima/ sospesa, dimenticata, calpestata» evoca un dolore esistenziale e storico insieme. La bandiera strappata, le lacrime del domani - questa è una visione poetica del trauma e della speranza, in cui il linguaggio si fa quasi liturgico. Poesie che sono in dialogo tra loro dove si evidenzia una poetica dell’intimità cosmica e dell’umanità condivisa, in cui il tempo e il dolore si rifrangono in riflessioni sobrie, piene di calore umano. E se molti critici si sono soffermati spesso solo sugli aspetti più lirici e intimistici della poesia dei coniugi Berton, l’attuale prefatore suggerisce una visione più dedicata alla coscienza, alla giustizia, al senso della cura per l’“altro”. Lo evidenzia soprattutto la lirica Lottare:

 

Forse il primo dovere del poeta

è lottare.

Forse il più grande privilegio del /poeta

è lottare:

contro il potere,

l’oppressione,

l’ingiustizia,

lo sfruttamento degli altri,

degli ultimi,

di noi.

Per la libertà di tutti.

 

Certo è, questo lo sanno bene Stefania e Giuseppe Berton: non si tratta solo di una raccolta di poesie, ma di un dialogo a due voci che respirano all’unisono, un percorso condiviso che intreccia l’amore, l’esperienza e la consapevolezza maturata attraverso il contatto con il mondo grazie ai loro innumerevoli viaggi. Le poesie che compongono questo libro nascono dall’unione di due voci, ma anche da uno stesso sguardo sul mondo. Autori e compagni di vita che hanno attraversato insieme paesi vicini e lontani, incontrato volti, ascoltato storie, abitato silenzi. I loro viaggi non sono stati solo spostamenti nello spazio, ma passaggi attraverso la complessità dell’essere umano: il dolore e la speranza, la bellezza e la disuguaglianza, la meraviglia e il dubbio.

Questa raccolta è figlia di una sensibilità coltivata insieme, nel tempo, e maturata lungo le strade del mondo. È da lì che nasce quel senso profondo di solidarietà: da ciò che loro hanno visto e soprattutto da ciò che hanno sentito. Le poesie non vogliono offrire risposte, ma condividere il cammino, le contraddizioni e la bellezza fragile che ci unisce tutti.

I coniugi Berton svolgono attività medica, sempre a contatto con chi soffre. Ciò ha permesso loro di acquisire un profondo senso etico ed esistenziale: non è uno sguardo dall’esterno, ma una vicinanza quotidiana alla fragilità umana, una sensibilità maturata nel contatto diretto con il dolore, la speranza, la fine, e la rinascita.

Michele Miano

 

 

Stefania e Giuseppe Berton, Il Tempo dell’Universo e altre piccole storie, pref. di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp.92, isbn 979-12-81351-68-4, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Don giovanni Mangiapane, "Poesie del Santo Rosario e della via Crucis"

29 Agosto 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Don Giovanni Mangiapane

Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Giovanni Mangiapane, nato a Cammarata (AG) nel 1944, è stato sacerdote e parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, ordinato nel 1970 e parroco fino al 2023.

Ama scrivere in lingua italiana e in vernacolo, anche versi, con piccoli messaggi augurali, concorsi parrocchiali, epitaffi, ricorrenze di vita.  

Preliminarmente nell’addentrarci nella poetica del Nostro, si deve sottolineare che nella sua coscienza di letterato e poeta (e questo è un messaggio fondante per la corretta comprensione dell’ordine del discorso che si vuole trasmettere al lettore), il punto di partenza è il fatto che le poesie sono state scritte in lingua siciliana e poi tradotte in italiano dall’autore stesso.

Nel contesto è doveroso mettere in luce che per Mangiapane quella che lui usa ha una vera e propria dignità di lingua e non (e questo sarebbe riduttivo) di dialetto e ovviamente i lettori siciliani saranno felicissimi di poter leggere ogni componimento con il testo a fronte e avranno una marcia in più per addentrarsi nei meandri del senso.

È presente una acuta e centrata prefazione di Marco Zelioli che afferma che si tratta di un’opera poetica e nello stesso tempo un esempio di devozione che ci guida ad una meditazione fresca (come è fresca e genuina la lingua siciliana), ma assolutamente e rigorosamente valida dal punto di vista pastorale.

Le due parti della raccolta si possono considerare un continuum di riflessioni e di stile.

Le caratteristiche formali e stilistiche del poiein di Don Giovanni sono leggerezza e icasticità e nelle strofe l’uso sapiente della rima crea un piacevole ritmo, una musicalità che è veramente affascinante.

I versi della sezione dedicata al Rosario, che seguono lo schema canonico di questa preghiera con i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, nei quali protagonista è Maria Regina sgorgano come purissima acqua di primeva sorgente gli uni dagli altri e incantano il lettore e per chi è credente sono veramente un refrigerio per la mente e l’anima.

Tutto è improntato ad una fortissima chiarezza e trasparenza e i tessuti linguistici sembrano essere stati creati senza sforzo pur avendo una certa quota di complessità che si ritrova in ogni singola strofa.

«Betlemme che tu chiami,/ col sapor del vero pane,/ ti ci porta Re Tiberio,/ con il suo calendario.// Non c’è posto, troppa gente:/ voglion essere presenti/ e una grotta li ripara/ per l’evento della storia…» (Terzo mistero gaudioso: Gesù nasce a Betlemme).

La figura centrale della Madonna emerge felicemente nell’essere nominata con la sua duale identità creaturale e divina nel suo partorire il figlio di Dio del quale come scrisse Petrarca nell’Inno alla Vergine è anche figlia.

Come si diceva nei versi affabulanti si ritrova una notevole freschezza nei dettati e una forte quota di sospensione e magia anima queste mirabili pagine.

Per i cattolici che recitano il Santo Rosario questi versi divengono un segno di meditazione profonda per ogni singolo mistero.

Molto toccanti e profondi anche i versi della Via Crucis dai quali emerge un Gesù in bilico tra trascendenza e immanenza.

«Non è colpa di Pilato/ se Gesù è condannato:/ ci va Lui con il cuore/ a morire con amore…» (Prima stazione: la Condanna) e colpiscono per profondità i versi in rima: «…O gran Vergine Maria,/ la vostra pena è colpa mia» (ibid.).

Una straordinaria trasfigurazione in versi delle vicende evangeliche che diviene esercizio di conoscenza e bellezza nella sua felice armonia.

Raffaele Piazza

 

 

Don Giovanni Mangiapane, Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-52-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Ester Franzil, "Abies alba e altre poesie"

28 Agosto 2025 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ester Franzil

Abies alba e altre poesie

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Uno scrigno di gioielli è questa silloge di poesie di Ester Franzil dal titolo Abies alba cioè abete bianco, un albero gigantesco, amico della sua infanzia, che ora, giacendo a terra abbattuto dal vento, le procura una profonda trafittura di dolore. Possiamo allora subito notare la sensibilità e la compassione che albergano nell’animo della poetessa, maestra di scuola primaria e animatrice nelle Case di riposo.

Colpisce immediatamente lo stile latineggiante della sua poesia, costante nell’intera opera, come ad esempio in “Ora che crepuscolo i bagliori / del vespro in dolci ombre culla / i tuoi piagati, luminosi piedi abbraccio...” (Tramonto), e anche la sua capacità di sintesi che si rileva soprattutto nelle sue definizioni, epigrammatiche, incisive ed efficaci: “Cosmo in miniatura, / gioiello acquatico…” (Isola).

Ester Franzil è poetessa ma è anche ammiratrice dell’arte della pittura; dedica poesie a Picasso e alla pittrice messicana Frida. Di Picasso scrive “…terribile planetaria visione... sopravvissute vicende / di terrificante, mostruoso secolo / nel segreto di “Guernica” ibernato:/ …anelito spasimato di redenta liberazione” (Picasso). Di Frida: “…riflessiva e silenziosa / sofferta, sanguinante passione...” (Frida Kahlo).

Una poesia, pregna di tenerezza, coglie la scenetta in cui, quando Ester Franzil era piccolina, ad una mostra di pittura, proprio di Picasso, sfugge alla sorveglianza paterna: “Di un lustro bimba /…/ Fuggente, ridente rondinella / corre, s’arresta, rapita contempla…/ Guizzante di bellezza radiosa, …/ a paterna vigilanza sfuggita, /…/ divertita reginetta…/ Indomita monella…” (Prima infanzia).

 In morte del padre, gli dedica la poesia Le calle: “…Primaverile puro cuscinetto sulla / chiara bara del papà gioiosamente / evangelico, trombe d’angeli dormienti, / nell’attonito, morto giardino / oscurità folgorante di risurrezione gravida.”

Presente qua e là nei versi il tema della Redenzione: “…Dal giogo dell’oppressore/ mi hai liberata, dalla / devastazione del tentatore salvata.” (Tramonto).

Non c’è staticità nella sua poesia e come la Redenzione è un moto perché passaggio, dal male al bene, così nei suoi versi traspare dinamismo, sia nella natura che nell’animo inquieto dell’autrice. “Si culla il mare / danza coi raggi sulle onde /… Vorrei… / sui flutti dell’oceano riposarmi / nelle amorose braccia del vento cullarmi.” (Anelito).

Oltre che il dinamismo, Ester Franzil coglie della natura pure il cromatismo. “Graniti rosa arrotondati e / lisciati da distratte carezze del vento / d’impossibile rosso si incendiano” (Stupore). Pennellate di colore ricorrono spesso nei suoi versi. “Abbraccio tronchi / variopinte erbette accarezzo / antica fanciulla incantata / tenero il turchino contemplo…” (Romitaggio).

Ester Franzil, da poetessa e da persona di fede, persegue il bene, alimentato in lei dalla sua religiosità.

Il senso della fratellanza la induce, sulle orme di San Francesco, a rivolgersi così: “fratello prato” (Meditatio) oppure “fratello fuoco” (Sacra Vampa). Definisce Assisi “pacificante del divino / giullare culla” (Assisi).

Calzante e attuale ci giunge la poesia Dialogo. Preziose le esortazioni dell’autrice: “Sii te stessa, “gnosce te ipsam”, / interfacciati nella verità / accetta conflitto, dissenso / nella luce dello Spirito Santo / trova punti di contatto…”.

Solo nel dialogo si può alimentare la speranza, molto viva negli esseri fragili e indifesi, l’unica virtù cui possono aggrapparsi. “Amoroso sacramento” (Speranza) la chiama Ester Franzil e accoratamente e dolorosamente, la connota come il grido dei poveri. Speranza: “dei poveri grido”!

 Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Giuseppe Benassi, "Cinque più uno"

10 Agosto 2025 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Cinque più uno

Giuseppe Benassi

Transeuropa edizioni, 2025

Pp 137

 

 

Ho letto tutti i libri di Benassi e questo Cinque più uno mi pare il migliore. Non per la storia, semplice e ingarbugliata allo stesso tempo, non per il messaggio, frutto dell’indignazione personale e giuridica di Benassi di fronte alla quarantena del 2020, non per il finale, che non si può svelare trattandosi di giallo simil metafisico, ma perché qui, quelli che negli altri romanzi erano solo accenni lirici alla natura e al paesaggio toscano, diventano, forse malgrado l’autore, protagonisti.

Il solito avvocato livornese Leopoldo Borrani, un po’ meno caustico, meno acido, meno volgare e incattivito – tanto da far sospettare una censura da parte dell’editore o un ammorbidimento tardivo dell’autore, dopo l’ultimo romanzo in cui aveva dato fiato al degrado e ai più biechi istinti animaleschi di un’umanità depravata – si trova alle prese con la morte di un amico, Cosimo Erba, avvocato pure lui, attivista nelle cause contro lo stato che, nel periodo del Covid, ci ha chiusi tutti in casa con il lockdown.

Omicidio? Incidente di caccia durante una battuta al cinghiale? Complotto dei poteri forti per spargere il virus e vendere vaccini letali? Tutte le possibilità sono aperte.

Intorno al morto gravitano vari personaggi. La moglie Matilde, ex bella della facoltà, svampita per davvero o per beffa. Zoran, un giovane kossovaro “tanto ammodo”, Bertha, una tedesca filonazista. Fanno capolino anche la fantapolitica e la distopia in questo giallo dove tutti sono colpevoli perché hanno un tornaconto dalla morte di Cosimo e nessuno forse lo è davvero. Ma, soprattutto, ci sono i luoghi. Venturina, Campiglia Marittima, le terme del Calidario e i boschi dove si caccia il cinghiale. Immagini che paiono uscite dalla penna di Fucini o dal pennello di Fattori. Immagini belle, pulite, che, come al solito in Benassi, contrastano con la corruzione umana.  

Un libro strano e stratificato, ben scritto e che, con un continuo effetto di straniamento, richiede l’assidua partecipazione del lettore.

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Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"

5 Agosto 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse

Gilberto Vergoni

 Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

 

Questo interessante lavoro di Gilberto Vergoni indirizza il lettore, fin già dal titolo – emblematica ed estrema sintesi della sua ricerca esistenziale e spirituale – sulla strada di un cammino personale ed interiore, all’interno della problematica fondamentale della condizione umana, ossia l’indagine sulle origini, il significato e il destino della vita, tout court: è il terreno propedeutico al senso religioso del nostro essere che, tuttavia, pare non sia raggiunto nei testi elaborati dall’autore nel presente libro, anche se talvolta certamente egli s’avvicina molto ad esso o, quanto meno, nasce in lui il desiderio di un simile approdo. È la perenne domanda che qualifica antropologicamente l’uomo e che ha appassionato le menti pensanti d’ogni epoca storica. Vergoni, tuttavia, scopre che il cammino della conoscenza attraverso la ragione, la scienza, la razionalità – che gli ha consentito di conseguire successi brillanti come neurochirurgo – non è sufficiente per dipanare il mistero della nostra presenza sulla Terra: rimane allora in attesa, con una onestà intellettuale che gli va riconosciuta, di quella luce che la dea ragione pare non possa definitivamente sprigionare, tanto da definirsi paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002).

Il desiderio di verità è in lui una sete mai spenta, anzi, sempre più urgente e quotidiana. Sotto questo aspetto possiamo arrischiare due accostamenti letterari, non tanto formali quanto contenutistici, con Leopardi e Pascal, due autori altrettanto insoddisfatti della ragione umana. È nota la “conversione filosofica” leopardiana che lo porta dalla “ricerca del bello” alla “ricerca del vero”, fase in cui scopre gli inganni e le illusioni della vita, sfociando in un pessimismo disperante: ciò invece non accade in Vergoni, che conserva una visione aperta alla speranza, circondato dagli affetti familiari (si leggano le liriche Figlia, Figlio, Era di maggio, Elena, Avrei voluto che tu fossi, Mamma, Silvia …) e consapevole dell’utilità umana e sociale della sua professione. A proposito dell’indagare doloroso del Leopardi sono rimasti celebri alcuni versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1831): «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,/ silenziosa luna? /…/ Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?».

Anche la vicenda pascaliana è nota. Matematico e fisico, si converte al Cristianesimo, scommettendo sull’esistenza di Dio, scrivendo la sua apologia ne I Pensieri (1670), attuando il “salto” nella fede in modo irrazionale: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pensiero 277). Questo è il “salto” che nel nostro autore non è ancora avvenuto, ma di cui si trovano le premesse in diverse sue liriche e meditazioni, tratte da Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, tra cui: «Verità, dove sei?/ No, non splendi in mezzo al prato./ Come sui monti all’inesperto/ ciò che copre l’orizzonte sembra la cima,/ come l’alta onda t’illude esser l’ultima/ anche nell’infinito oceano,/ così l’occhio miope dell’uomo/ che non sa,/ non vede.// Verità, dove sei?/ Quante lacrime ancora dovranno lavare,/ amare e salate,/ gli occhi dell’uomo perché veda?/ Dall’alto tutto sembra pace. Non c’è ragione per il male./ Dall’alto non si sente il grido e non si distingue/ il colore, l’accento, l’odore. / Né l’altare. / Dio, perché sei così lontana?» (Verità, dove sei?). Ed anche: «Scrivo di me, della vita;/ ho cercato e pensavo d’aver capito,/ ma non so perché il mare è salato!/ L’acqua è dolce e scende e scorre./ E così la vita.// Forse scrivo per essere dove non sono/ o forse perché vedo dove non guardo./ Come in un sogno che sembra più vero/ perché altro e altrove./ Là,/ dove andrò e dove andrà la mia mente.// Il dove,/ l’era,/ il sarà,/ sono confusa percezione che/ l’adesso dilata./ Resta solo il ricordo di un’emozione./ E non so perché il mare è salato!» (Perché).

Si nota in tali testi la metrica a forma libera scelta dall’autore, anche se nel complesso della struttura letteraria prevalgono terzine e quartine; l’uso di anafore, tecnica che rende più efficaci i ritmi di alcuni versi; l’utilizzo della metafora (frequente è quella del mare) che è quasi un’esca per il lettore, sollecitato così a cercarne l’interpretazione; la forma interrogativa, quasi d’obbligo in una poetica di ricerca a domanda e senza risposta. Un’altra scelta importante effettuata nel libro è l’alternanza fra poesia e prosa: ciò mi pare giustificato dal fatto che, mentre la poesia è soprattutto sintesi, la prosa tende maggiormente verso l’analisi, forma scritturale che serve all’autore per approfondire le sue riflessioni e dissertazioni filosofico-ontologiche, senza rinunciare a qualche abbozzo narrativo, ma anche prendendo di petto le questioni dal punto di vista teoretico per inviare messaggi chiari e definibili. La letteratura di Vergoni ha un’origine eminentemente autobiografica, ma, quando egli passa dalla visitazione dei sentimenti – dove sa comunicare con abilità stilistica le emozioni, le sensazioni, gli stati d’animo – o dalla contemplazione della natura, alla speculazione più intellettuale, il referente dell’io si trasforma in una profonda proiezione universale, data la sostanza cosmica delle tematiche prese in considerazione, che riguardano l’essere metafisico e storico, la mondanità e l’escatologia, la condizione femminile nella società odierna ed accattivanti tuffi nella dimensione memoriale, dove appaiono anche misteriosi dèjà vu.

Due pagine essenziali, per capire l’approccio dell’autore con la realtà, sono quelle scritte sotto il titolo: Razionale sentimento, forse…, nelle quali l’avventura umana, la storia dell’umanità e la loro interpretazione, vengono narrate all’insegna del mito, a partire dalla cacciata dall’Eden, la caduta iniziale che ci ha condannati ad una nostalgia perenne di ciò che abbiamo perduto: la felicità, la libertà e la conoscenza. Lo afferma egli stesso con queste parole: «Forse è per questo che la vera storia dell’uomo, quella immutabile del suo animo, è stata scritta e tramandata nel mito…». E così rievoca il destino di Ulisse, che in realtà non ha mai lasciato Itaca, perché è rimasta sempre nel suo cuore; quello del dio Osiride, fatto rinascere da Iside ricomponendo i frammenti del suo essere, paragonando Osiride alla verità e la funzione di Iside a quella che dovremmo assumere noi, nel nostro mondo. Vergoni si spinge ad affermare che: «…forse, la scintilla della conoscenza che ancora alberga in noi, meglio si vede nel sogno e, forse, è nel sogno che la vera vita parla e ci indica “ciò che è”». Quindi la dimensione onirica è quella che ci può suggerire maggiormente la vera conoscenza, ovvero: «Chi siamo, da dove veniamo; dove stiamo andando». Ma tutto è subordinato a quel forse, che lascia le questioni in sospeso.

E, simili a queste due pagine in prosa, troviamo diverse liriche in cui emerge il bisogno del ritorno a casa, la ricerca dell’identità, il destino dopo la morte, la vita che se ne va, la solitudine, il significato del Tutto. La Casa, nella visione del poeta, assume plurimi significati: il nucleo centrale degli affetti; il luogo dove si aspira a tornare dopo un viaggio; ma è soprattutto l’origine con la quale si brama il ricongiungimento definitivo: «Dov’è la mia casa, la nostra casa? … Quando mi sentirò di nuovo a casa? … Dove stiamo dunque andando se non sempre verso casa?». Il credente direbbe: «Ritorno alla casa del Padre». Il poeta presta la voce a Reyhaneh Jabbari, donna iraniana condannata a morte per l’uccisione di un uomo che voleva violentarla: anch’essa prega e spera di ritornare nella casa divina: «…Voglio che i miei occhi ormai chiusi/ vedano e vadano col vento/ perché mi porti/ là dove il Giudice sa». Nelle pietre di antiche chiese si compie «il mistero dell’essere qui,/ testimone di cose che non so/ ma che porto dentro»: è ancora il sentire l’Altro, senza saperlo riconoscere. E il chiedersi i perché comporta anche il trovarsi nel deserto: «…Vivo nella vertigine della solitudine/ di chi vede e sente/ negli indifferenti attimi che passano...» (Guardando il silenzio). La partita del senso sembra persa («... di un senso che non c’è…»), ma «alla ricerca infine di un senso» egli è pronto comunque a sperare contro ogni speranza (Sogni nel sale del mare).

Bisognerebbe poi leggere, sul tema della morte che si preannuncia, tutta l’allegoria della poesia Scacco matto, che può rievocare le sequenze del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo, dove un cavaliere sfida la Morte ad una partita a scacchi per rimandare il suo destino; nella lirica di Vergoni i primi tre versi ne riformulano lo scenario: «Mi ha sfiorato il freddo sussurro di chi pensavo Sorella/ credendo anch’io di poterci giocare/ coi labili schemi, regole e strategie degli scacchi…». Ovviamente la conclusione è tutta a favore della Straniera, che sempre dà scacco al re: «Non capivo che il tempo/ semplicemente per Lei non è!». Altre frecce nell’arco della poetica vergoniana – come già accennato – sibilano nella memorialità dell’infanzia: Leggero come un amico ci narra del compagno di giochi, presenza indispensabile di tante giornate; Festa rievoca le suggestioni dell’età più bella e spensierata: «…Come lo scirocco che vien da lontano,/ il ricordo riscalda/ sciogliendo il cuore e finalmente le labbra/ in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno»; anche Effimera brezza ci conduce nel passato, «di quando, bambino, la vita/ per quell’attimo che è, era immortale».

Ci soffermiamo ancora sull’aspetto d’ispirazione naturalistica dentro la poetica di Gilberto Vergoni, citando, ad esempio, Tappeto di foglie, delicata lirica dell’ambiente boschivo autunnale, contesto accattivante per un incontro d’amore: «…Il sapore rimase in un attimo immenso./ Senza ricordi./ Solo un inebriante sapore di te». E il verso anafora «abbiamo camminato su un tappeto di foglie» danza fra le strofe come il ritornello di una canzone. Ci sarebbero anche Rosa solitaria, Mare e altroma il nostro spazio è terminato, quindi invitiamo il lettore ad impossessarsi di questi frammenti e di queste spigolature, che meritano una visitazione per il livello estetico e culturale di notevole spessore.

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

 

Gilberto Vergoni è nato a Fano (PU) nel 1955 e vive a Cesena (FC). Dopo la maturità classica ha conseguito la laurea Medicina e Chirurgia presso l’Alma Mater Studiorum (Università di Bologna), specializzandosi in Neurochirurgia (Università di Milano) e Radiologia (Università di Bologna). Lavora come Neurochirurgo presso la AUSL Romagna, Ospedale M. Bufalini di Cesena dal 1988. Da sempre appassionato delle materie umanistiche, trova nella scrittura un equilibrio tra l’irrequietezza, tipica di una professione che combatte una guerra mai finita, e la serenità che deriva dal fermare, fissare, anche solo per un attimo, la lenitiva leggerezza di una emozione. Da qui è nato il bisogno di scrivere, come possibilità di dare vita a pensieri, sensazioni e sentimenti che altrimenti rimarrebbero impalpabili ed effimeri frammenti di immagini. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Fragmenta Animae Meae (2018) e Le parole del tempo (2023). Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali con importanti riconoscimenti e pubblicazioni in numerose antologie derivate dai concorsi.

 

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Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"

31 Luglio 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

 

Michele Miano

So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Per i tipi della Casa Editrice Guido Miano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000, è stato pubblicato, nel giugno 2025, il volume So che ti prenderai cura di me, il cui autore è uno dei figli del fondatore della stessa Publishing House, ovvero Michele Miano. Il libro è dedicato in esergo alla memoria dello zio Alessandro e del padre Guido: nonostante esso abbia come sottotitolo poesie ed appunti, in realtà si tratta di un testo-testimonianza dell’avventura culturale della famiglia Miano, iniziatasi in Sicilia e poi proseguita per molti anni a Milano, dove tuttora opera.

Preoccupazione dell’autore è di valorizzare l’amore per la letteratura - sorretto da competenza, impegno, dedizione – nell’intento di dare voce a poeti e narratori, anche agli esordi, oltre che ad artisti affermati nel campo della pittura, dell’architettura, della musica. La pubblicazione è divisa in diverse parti, delle quali la prima è scritta in prosa; la seconda in poesia; la terza è una raccolta fotografica di alcuni personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo venuti a contatto con la Casa Editrice. Sia che l’autore narri le vicende storiche del lavoro di famiglia, sia che si prenda delle pause d’ispirazione, lasciandosi trasportare dalla musa poetica, la sua penna conosce il pregio della sinteticità, caratteristica assai apprezzata dal pubblico e dalla critica. S’inizia con “A te che leggi”, due pagine con funzione di presentazione del libro, dove egli ripercorre a grandi linee soprattutto le problematiche del rapporto padre-figlio, tra conflittualità e rimpianti. Discorso che prosegue nel successivo scritto: “Lettera a mio padre Guido”, nella quale – oltre a toccare le naturali ed umane corde sentimentali – ricorda i sogni da ragazzo, quando lo seguiva nei suoi viaggi professionali e sognava di intraprendere da adulto il suo stesso mestiere. Esprime a lui gratitudine, in particolare per averlo fatto innamorare della lettura: qui Michele Miano, nel descrivere il vissuto del rapporto padre-figlio, rivela una perspicace introspezione ed una sincera autoanalisi dei suoi sentimenti.

 La sezione seguente ripercorre “La storia di Guido Miano Editore”, a partire da “La Rivista Davide”, fondata da Alessandro Miano a Noto nel 1951, alla cui redazione partecipa assiduamente il fratello minore Guido. Di impostazione cristiana-umanistica pubblica scritti di autori che saranno tra i più significativi del Novecento: Sciascia, Pasolini, Mauriac, Maritain, Turoldo, La Pira, Papini, Sturzo, Bargellini, e altri. “La nascita della Casa Editrice” avviene con sede provvisoria a Catania, indi definitiva a Milano, ad opera di Guido: l’autore ne rievoca le principali collane e i più importanti contributi, nonché le attività più innovative, come “La Scuola di Giornalismo”, un Centro sperimentale per giovani aspiranti; il “Dizionario Autori Italiani Contemporanei”; la “Storia della Letteratura Italiana. Dal Secondo Novecento ad oggi”; la rivista “Alcyone 2000” e numerosi altri progetti di qualità. Il breve saggio si conclude con alcune note sull’uomo e sul poeta Guido Miano, del quale sottolinea una sua auto-definizione: un operatore nel campo delle lettere con una missione da compiere, diffondere la cultura.

 La parte poetica del libro ci svela invece il volto intimo dell’autore, l’anima messa a nudo nelle dimensioni del dolore, della solitudine, dell’incomunicabilità, dei ritmi foscoliani e leopardiani delle passioni e delle illusioni, del lavorìo della memoria e della nostalgia delle cose semplici d’un tempo, dell’amore per la natura attraverso la voce delle stagioni e le immagini paesaggistiche invocando l’alba, della ricerca di un senso e delle non risposte della vita, del male di vivere personale - come i momenti di disorientamento - e del malessere sociale che ci congiunge agli altri, a cui il poeta rivolge il pensiero con un forte senso di umanità (Il nostro tempo, dedicata agli emarginati; Ai nuovi disperati, amaro canto per la sorte dei profughi). La tecnica poetica di Michele Miano è quella del frammento o, per dirla alla francese, della pièces, che si affida dunque, più che a costruzioni strutturate, a scampoli poetici, a ventagli tematici, a mosaici immaginifici, a puzzle emotivi, a caleidoscopi rarefatti ed eterei. Non per nulla egli intitola alcune sue composizioni “Sensazioni – Paesaggi dell’anima”; in ciò egli rivela anche vene di ermetismo e oniricità. Forse a lui ben si addice l’immagine dell’iceberg: dall’esterno ne vediamo una piccola parte, tutto il resto è nel profondo invisibile, come in questi suoi versi: “E padri e figli. Fratelli e sorelle. / Vederli ogni giorno. Crescere, invecchiare / e non trovare mai le parole. / Aggrovigliati nella lotta per il boccone quotidiano, / giriamo attorno alle verità del cuore”.

Enzo Concardi

 

Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn  979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Ester Franzil, "Abies alba e altre poesie"

26 Luglio 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Ester Franzil

 Abies alba e altre poesie

Guido Miano Editore, Milano 2025

 

Ester Franzil è nata nel 1951 a Cadegliano (VA) e vive a Marchirolo (VA): già docente alla scuola primaria è poetessa, studiosa di psicologia, sociologia e pedagogia e ha pubblicato le raccolte di poesie L’ allodola e il sole (1994) e L’incanto della natura (2021).

Il sintagma Abies Alba significa abete bianco come scrive l’autrice della silloge in una nota, un albero, che nell’antico giardino è stato simbolicamente custode generoso dei suoi giochi infantili, altalena, arrampicate, rifugio materno di sospiri del cuore e del resto la tematica della metafora vegetale è stata motivo di ispirazione per molti poeti tra i quali è doveroso ricordare Andrea Zanzotto e il francese Ponge che disquisendo di detto e non detto affermava che sarebbe bello se un albero potesse parlare realmente e comunque aggiunge chi scrive che è una cosa felice anche solo immaginare quanto suddetto poeticamente come se accadesse in un sogno ad occhi aperti.

La raccolta presenta un’acuta prefazione di Floriano Romboli intitolata L’amore per la vita come fonte di speranza e di gioia.                     

Attraverso la poetica di Ester emerge con forza l’idea che nella vita nonostante tutto esiste ancora la possibilità di stupirsi e questo si evidenzia nella lirica Stupore: «Graniti rosa arrotondati e/ lisciati da distratte carezze del vento/ d’impossibile rosso s’incendiano». Qui come in molti componimenti si nota l’amore per la natura dell’autrice una natura che appare benevola e rassicurante contrariamente a quella matrigna teorizzata da Leopardi nelle Operette morali.

I versi nel poiein della Nostra procedono per accumulo e sembrano sgorgare senza sforzo gli uni dagli altri e costante è una loro complessità che crea sospensione, una vaga bellezza e anche un’aura di magia.

A volte pare che l’io-poetante molto autocentrato provi un forte desiderio di fusione con la natura stessa un anelito a interanimarsi con essa; in Anelito leggiamo: «Si culla il mare/ danza coi raggi sulle onde/ il respiro trattiene/ Vorrei…/ sui flutti dell’oceano riposarmi/ nelle amorose braccia del vento cullarmi».

Bella e originale la poesia dedicata a Pablo Picasso nella quale attraverso il denso tessuto delle parole sembrano materializzarsi gli inconfondibili quadri del pittore unici nella loro sensuale e numinosa bellezza.

Particolarmente suggestivo il componimento Ciclico silenzio molto denso e carico di ipersegno: «Invernale silenzio/ vuoti, seminati campi sognanti/ sospeso cielo di cinguettii muto/ custodito tempo in candido piumone/ assopito d’attesa gravido/ autunnale silenzio/ vibrante tavolozza di/ sfavillanti, moribonde foglie.// Estivo silenzio meridiano/ grondante sonnolente/ estenuate cicale…/ primaverile silenzio/ germogliante il risorto/ divino mistero».

Si tratta tout-court di un’immersione per il lettore in una dimensione incantata dove il dato materiale è sublimato tramite la parola poetica sottesa alle categorie del tempo e del silenzio che pare evocano beltà e nobili sentimenti.

E ancora il silenzio in Prodigioso silenzio poesia dove sorprendentemente la poetessa ci parla con un’associazione di due unità minime inedita e magica di voce del silenzio, che potrebbe essere quella dell’invisibile connesso all’indicibile.

Se in poesia tutto è presunto, attraverso le leggiadre liriche di Ester piene di mistero nella loro composita struttura architettonica sembra di entrare in una dimensione vivissima di costante linearità dell’incanto.

Raffaele Piazza

        

      

Ester Franzil, Abies alba e altre poesie, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-66-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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