recensioni
Davide Rubini, "Il fischio finale"
Davide Rubini
Il fischio finale
Gilgamesh edizioni - Pag. 370 - Euro 15
Davide Rubini (Torino, 1979) scrive un romanzo calcistico che si pone sulla scia di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra), ma soprattutto di Pupi Avati, che con il suo Ultimo minuto aveva realizzato uno dei primi spaccati veritieri a metà strada tra umanità sportiva e scandali.
Un romanzo scritto con passione in meno di sei mesi, tra Bruxelles, Arezzo e Procchio, per raccontare una stagione sportiva da fiction che va dalla primavera del 1994 all'estate del 1995. Abbiamo una squadra calcistica di fantasia - il Rivaermosa - per la prima volta in C2, tra i semiprofessionisti -, grazie anche alla sua bandiera storica, il capitano Brando Adelmi, finito a giocare nella squadra del suo paese dopo anni di campionati importanti. La vita sentimentale di Brando non va bene, la moglie non accetta i sacrifici come in passato, perché la contropartita non è la stessa dei campionati maggiori, mentre l'impegno continua a essere alto. Brando finisce in politica, ai tempi di Tangentopoli, consigliere comunale di un paese del Nord, coinvolto da un uomo che vive di scandali ma vede nel calciatore una scialuppa di salvataggio e un bacino di voti.
Il romanzo è scritto con stile piano e coinvolgente, ben strutturato e in perfetto equilibrio tra la parte calcistica e quella più propriamente politico - sociale. Personaggi ben definiti, ai quali è facile affezionarsi, soprattutto il vecchio calciatore di provincia, stritolato da una serie di ingranaggi più grandi di lui. Crepuscolare e decadente, quando si parla della fine di una carriera sportiva che si avvicina al tramonto. Ironico e sferzante quando si affrontano argomenti politici e si punta il dito sulla corruzione, tra appalti e tangenti.
Gilgamesh fa buoni libri, anche da un punto di vista grafico, e pubblica giovani autori interessanti. Un romanzo da leggere e un editore da incoraggiare.
Matteo Bianchi, "La metà del letto"
Matteo Bianchi
La metà del letto
Barbera, 2015
www.barberaeditore.it
L’unica citazione nella nuova raccolta di poesie di Matteo Bianchi, La metà del letto (Barbera, 2015), insonorizzando gli svariati echi indiretti, precipita sul foglio da Romeo and Juliet, il capolavoro postmoderno dei Dire Straits. Nell’unicum romantico composto dalla rock band britannica, il giovane Marc Knopfler, nei panni di un Romeo fatalista ma per niente tragico, scriveva alla sua lei perduta: «There’s a place for us, you know the movie song. / When you gonna realize it was just that the time was wrong, Juliet? – C’è un posto per noi, conosci la colonna sonora. / Quando realizzerai che era solo il momento a essere sbagliato, Giulietta?» Il fallimento dell’incontro tra i due innamorati, tra due ragazzi qualunque che, a detta di Knopfler, avrebbero meritato di essere graziati dal corso del tempo, dipese dal momento sbagliato e non dalle loro (naturali) intenzioni, dallo stesso trasporto che pesa ancora sul lirismo di Bianchi, coniugato al presente.
I testi dedicati alla riflessione sulla poesia sono quelli più convincenti, tanto che in loro favore si è pronunciato anche Valerio Magrelli: «Ho apprezzato in particolare Vi porterei tutte con me, con la bella definizione di “opposta resistenza / al mio cambiamento”. Non da meno sono i versi di Sul filo della colpa, o Corpus Domini», entrambe attuali e focalizzate su fatti di cronaca che si sono insabbiati, tanto sotto la nostra società quanto sotto la pelle di chi ne raccoglie il lascito scrivendone, così i versi in quarta di copertina, per un instancabile Giulio Cesare. La lirica Sul filo della colpa fa i conti con i detriti lasciati dal passato, dalle relazioni interpersonali consumate e finite, facendo il verso al “fil di lama” di Montale e sostituendo a una “felicità raggiunta” una serenità raggiungibile solo insieme agli altri: «Mi turba da sempre chiudere / le divisioni / con un quoziente in decimali, / le cifre in avanzo / dopo la virgola». Corpus Domini, invece, racconta, tramite stati d’animo altrui, uno scandalo che colpì un convento ferrarese negli anni ’70, quando a seguito del rifacimento delle tubature nel cortile interno, furono rinvenuti resti di aborti clandestini. E il silenzio si misura nella distanza tra i colori caldi della terra battuta in superficie e quelli gelidi del sottosuolo, un silenzio buio e alienante: «Intimi come non mai / i miei demoni ed io», distico in cui il dubbio divino è concesso solo alla voce. Infine Giulio Cesare è il ritratto in prima persona di un uomo che è costretto a tollerare il cinismo e un certo “faccendarismo” del do ut des politico, mentre preferirebbe un rapporto umano spontaneo, almeno con il figliastro Bruto, che lo osserva camminare pallido avanti e indietro, senza darsi pace. Non a caso, già nella sua raccolta d’esordio, Fischi di merlo (Edizioni del Leone, 2011), Bianchi cantava: «Non c’è sollievo / a questa nostra fine, / Silvia, // entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini», riconoscente al Leopardi in aria nichilista, come sostenne Mario Specchio nella fiduciosa postfazione.
Il tentativo di queste pagine, sebbene implicitamente ego-riferito, è quello di immedesimarsi in toto, per poi farsi da parte e trasportare di fronte al lettore i vissuti più disparati. Per non «arrendersi al lieto fine», aggiungerebbe, ma per accettare gli accidenti, gli umori del caso: «quando il nostro inizio è coinciso / con la mia fine».
Concludiamo fornendo un assaggio delle liriche, per capire meglio il senso di una recensione e per consentire al comune lettore di farsi un’idea del lavoro. Molte poesie non hanno titolo, tutte sono caratterizzate da brevità e intensità, grande ricerca del linguaggio e cura per la parola, come dovrebbe essere sempre quando ci troviamo di fronte alla vera poesia.
I
La sigaretta si consuma
tra le dita: ridotto
a un niente
sono io dalla passione.
Per prima ti ringrazio
del seguito, della ferita:
noi siamo nel dolore
liberi davvero.
Un mozzicone si abbandona
di spalle, si fida della neve
nella salvezza che congela.
II
Ieri ho letto poesia
sino a tarda notte,
mentre tu facevi la vita
e fremente ad essa ti univi.
Lo scarto tra noi e l’esistenza,
mio tradimento che contempla
e non s’incarna:
senso di colpa di chi riesce,
di chi vince la mano col piacere.
Corrotti di natura,
il timore è dannarsi insieme
in paradiso.
III
In capo al nostro corrimano
ti ho chiesto scusa:
l’amore risolto invecchia,
quello insoluto eterna.
IV
Cosa ho fatto di sbagliato
per meritare questo?
Io non sono dispensato,
sono rimasto per le tue parole,
per spargerle nel grande fiume,
il Po che ci ha divisi.
Ceneri alla foce comune.
Le troppe rose sono il paradosso,
un frutto dal sapore sconosciuto,
il tuo nome adesso
di seconda fioritura, in maggio,
primavera della tua sepoltura.
La vita ti ha chiamato
per ciò che sei stato.
Per chi mi aveva dato
un amore terreno
avevo un pianto disarmato
in cambio, che l’avrebbe seguito.
V
Sono nati i narcisi ovunque:
sugli argini del fiume consumati,
nelle cune verdi dei rifiuti,
intorno ai binari dismessi.
Non hanno aspettative
e se li cogli, non si tengono:
un vaso non vale il rimpiazzo.
Sono liberi,
ma non lo sanno.
Poesia è un soffio sui narcisi:
il mio legno diviene anima
e il mio sasso ragione.
Noi siamo
solo se accettiamo di non essere.
Gordiano Lupi
Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"
Miracolo a Piombino
Gordiano Lupi
Historica Edizioni, 2015
pp 146
12,00
Vuoi perché siamo conterranei, vuoi per vicinanza anagrafica, vuoi per quella contaminazione fra cultura alta e popolare che ci accomuna, vuoi per una profonda affinità interiore, nessun autore mi strugge e mi commuove come Gordiano Lupi, e questa sua ultima fatica, Miracolo a Piombino, non fa eccezione.
Il breve romanzo è la commistione di due storie precedenti e parallele: la rivelazione della vita di un diciassettenne, Marco, e della sua controparte, il gabbiano Robert. L’uno deve affrontare la perdita tragica di un amore, l’altro la riconquista di sé attraverso il tunnel della solitudine. Robert, il gabbiano - l’albatro di Baudelaire e di Coleridge - è ciò che il protagonista vorrebbe essere, una creatura intrisa di solitudine sconfinata, ma capace di sfruttare questo suo tratto per affrontare il mondo anziché negarlo, aprendo nuove prospettive, viaggiando, alla fine tornando a casa, anche grazie all’amore. Robert diventa, quindi, maestro di volo per Marco, guida spirituale, totem.
Non succede molto da un capitolo all’altro, ma non si riesce a staccarci, non tanto per la trama che, forse, simbolica e allusiva com’è, finisce per ripiegarsi un po’ su se stessa e saltare qualche passaggio nel finale – anche per seguire un momento di follia del protagonista - quanto per lo stile, intriso di poesia, credo addirittura trascrizione di malinconici versi giovanili.
Ritroviamo le tematiche care a Lupi: la memoria, la nostalgia feroce, straziante, per qualcosa che non sarà mai più. Mi viene in mente una vecchia canzone di Marisa Sannia, Casa bianca, che già allora, e avevo solo sette anni, mi scioglieva il cuore. Già capivo che avrei dovuto abbandonare l’infanzia e che niente sarebbe mai più stato come prima. “Tristi come chi va incontro alla vita.” (pag 78)
È ciò che sente anche Marco, è ciò che sperimentano tutti i protagonisti dei romanzi di Lupi, il rimpianto di non essere oggi come si sognava di diventare e, insieme, il riconoscimento che eravamo già tutto prima, che abbiamo perduto ogni cosa preziosa: il campetto sterrato, il palazzo affacciato su uno scorcio di porto, l’ala di gabbiano annerita dalla fuliggine. Belli o brutti che fossero, erano “i luoghi della sua storia”, erano “il suo mondo”.
Scogli, vento, salsedine, tamerici piegate dal libeccio, gabbianelle in bilico sull’acqua oleosa del porto, fico degli ottentotti e garofani delle rupi, cale e calette ridossate, il mostro contorto e fumoso dell’acciaieria, sono questi gli eterni paesaggi di Lupi. Il tutto condito da una nostalgia che non se ne va mai, provata in ogni istante, anche al limitare della maturità. Così, il nonno morente rappresenta l’ultimo filo con il passato in dissolvenza, con il tempo in cui ancora “tutto era possibile”.
“Sentiva il dolore di quel che stava perdendo senza riuscire a costruire nient’altro che un castello di ricordi.” (pag 34)
Quanta solitudine, incapacità di vivere nel branco, di essere come gli altri, di farsi piacere le medesime cose, addirittura di capire qualcosa che non sia noi stessi. Quanto sentirsi fuori posto ovunque, fra la gente del popolo come fra gli intellettuali.
“Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava. (pag 60)”
Il ragazzo e il gabbiano, due solitudini che si toccano, per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, che l’unica possibilità di riscatto, di proseguimento, di avanzamento, è nel rientro a casa (Calcio e acciaio), e nel recupero della memoria (Alla ricerca della Piombino perduta), nel cullare e covare i ricordi, che sono tutto quello che abbiamo e che siamo, il nostro nucleo, il sancta sanctorum di noi stessi. Ricordare per andare avanti, allontanarsi per tornare, “perché il cuore non scoppia, in fondo. Ed è possibile tornare a volare.”
“Di tanto in tanto si fermava in una piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le candide penne, un poco annerite dalla polvere di carbone della lontana acciaieria. Verso sera si portava sulla spiaggia solitaria, camminava con la tipica andatura dei gabbiani stanchi, attendeva con pazienza il tramonto del sole. La vita non si era imposta sui ricordi, tornavano alla memoria tristezze lontane e tutto profumava di solitudine.” (pag 20)
Quanta poesia anima questo testo, quanta poesia c’è dentro le persone normali.
LA VILLA SUL LAGO di Boris Pahor
Boris Pahor, decano della letteratura slovena, scrisse questo breve romanzo nel 1955. La vicenda è ambientata nel 1948 e illustra il non facile tentativo di un reduce dalla guerra e dai lager di trovare una dimensione di umanità e fiducia dopo l'orrore. Mirko Godina, il protagonista, si reca sul lago di Garda dove fu soldato nel 1943. È triestino, di origine slovena, fa l’architetto; il suo pensiero ritorna spesso a Trieste e al Carso, cercando nello scenario lacustre assonanze paesaggistiche con i luoghi natali. Nasce ben presto una storia d'amore con la più giovane Luciana che lavora in una filanda; ma le ferite dell’ultima guerra sono ancora aperte e Mirko mostra rabbia nel vedere come la ragazza e altri del posto difendano la recente dittatura (per ignoranza, debolezza, efficacia della propaganda del vecchio regime). Questa ira viene gradualmente mitigata dalla speranza che nonostante tutto si possa rifondare un nuovo vivere senza violenza.
La villa del titolo è quella in cui visse il Duce, ancora carica di forza e quasi capace di stregare la gente del luogo tenendola avvinta in una sudditanza acritica. Proprio questo aspetto sgomenta il protagonista che ha patito sotto i totalitarismi, come accadde allo stesso Boris Pahor. I deboli si erano ribellati al giogo, ma poi, nota l’ex-soldato, si erano di nuovo assopiti, pronti a stornare vecchi ricordi in realtà piuttosto freschi e quindi mettendosi a rischio di diventare schiavi di altri padroni. La vicenda dura pochi giorni che sono raccontati lentamente, tra riferimenti al paesaggio ora cupo, ora rassicurante, in una stagione in cui il lago è ancora poco popolato di turisti e permette quindi un'osservazione calma e meditata di cose e persone. L’interiorità di Godina è un piccolo laboratorio in cui speranze e inquietudini lottano, sommandosi alle sensazioni non univoche che vengono dalla natura circostante; in fondo c'è l'ottimismo di riuscire a voltare pagina ammaestrando gli altri che non hanno visto l'orrore, spiegando in modo ragionato la differenza tra dittatura e libertà.
La giovane Luciana ha le risorse per crescere e può cogliere, con l’aiuto di Mirko, la manipolazione del potere che ha colpito anche lei. Pahor costruisce con delicatezza il loro dialogo; lui colto, di origine slovena, lei un'operaia del posto, istintiva, ingenua ma ricca di personalità. Un binomio sentimentale particolare, forse poco realistico (se questo può contare) in cui ciascuno comunque arricchisce l'altro, o con l’esperienza o con la sensibilità. In fondo i drammi sono tutti alle spalle e lentamente anche la villa perde il suo aspetto torvo; si guarda al futuro. Il reduce è un architetto, ama la bellezza, vuole costruire case per persone comuni, l'amore che mette nel suo lavoro ispira fiducia nell’avvenire. Il litorale sloveno in quegli anni dipendeva dalle decisioni internazionali; eppure c’era voglia di guardare avanti e di fare progetti come intende fare il protagonista.
Si può amaramente notare che la storia da sola insegna poco. A Luciana e ad altri servono purtroppo delle guide; la devastazione del conflitto non è stata sufficiente ad aprire gli occhi. Quindi anche eventi ben più piccoli dell’ultima guerra mondiale ma comunque importanti, si potrebbe aggiungere pensando alla nostra quotidianità democratica, troveranno, forse, scarsa capacità di interpretazione e comprensione da parte di molti, con evidenti rischi. Tornando al libro, un mondo nuovo sta nascendo; resta da capire ai due innamorati fino a che punto sarà migliore, se la distanza tra i vari ceti si ridurrà, se democrazia e libertà porteranno sensibili miglioramenti anche per chi come Luciana percorre ogni giorno chilometri e chilometri in bicicletta per andare a lavorare in fabbrica. A chi legge il libro oggi, spetta dare la risposta.
Carla Magnani, "Acuto"
Carla Magnani
ACUTO
Euro 10 – E-book 4,99 - Gilgamesh Edizioni
www.gilgameshedizioni.com
La storia si svolge ai tempi nostri, ma con rimandi al passato e in particolare al periodo dal 1968 al 1972, denso di avvenimenti significativi per il mondo intero. L’Italia vede la partecipazione attiva di una città come Pisa, dove il Movimento Studentesco, le lotte sindacali e gruppi extraparlamentari sono ben radicati e decisi a rivendicare un ruolo di primo piano nel cambiamento del panorama politico-sociale della nazione. Elisa, di famiglia borghese-benestante di un piccolo paese, ha da sempre impostato la sua vita evitando ogni coinvolgimento che rappresenti un pericolo al suo bisogno di tranquillità. Nessuna forte emozione, nessuna ricerca di cambiamenti e di scelte significative, solo il mantenimento di uno status quo a garanzia di una piatta, ma serena esistenza. L’inizio dell’estate trova la protagonista nella casa al mare insieme ad alcuni componenti della famiglia. Sua sorella Ester, di due anni più giovane e dal temperamento ribelle, è negli States per lavoro. Sarà proprio quest’ultima, con una breve telefonata, a sconvolgerle la vita, mettendola di fronte a una richiesta che prevede un sì in tempi brevi: Marco, il suo amore degli anni universitari, da tempo residente in Florida, ha pochi mesi di vita e ha espresso, come ultimo desiderio, quello di poterla incontrare. Elisa decide di vedere Marco nonostante la forte ansia che la paura di volare le incute. Riaffiorano i ricordi di quegli anni e della loro storia che sembrava dimenticata. Con i ricordi, ritornano anche le emozioni più belle e i chiarimenti. Tre giorni bastano a Elisa per scoprirsi una donna nuova, arricchita interiormente. Anche se Marco non potrà sottrarsi al suo destino, lei avrà ormai la percezione chiara che non lo perderà mai e lo porterà sempre in sé, in una realizzazione personale che offrirà a se stessa e ai suoi cari l’immagine di una donna finalmente completa e consapevole.
Acuto è ambientato nel presente, ma ha lo sguardo sul passato, su quella storia italiana che raramente viene raccontata a scuola, quella che ha inizio nel Sessantotto col movimento studentesco e passa attraverso le rivendicazioni della Sinistra operaia, il femminismo, la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, la morte di Pinelli e gli Anni di Piombo, la conquista dello spazio e lo sbarco sulla Luna, l'omologazione degli anni Settanta e le Brigate Rosse, l'omicidio del commissario Calabresi e la vicenda – che toccherà da vicino le vite delle protagoniste – di Franco Serantini. Acuto è però anche la storia di un viaggio in America, alla ricerca di un'occasione perduta, di una seconda chance. Di quella felicità appena sfiorata e poi barattata per la propria quiete quotidiana. Tutto ha inizio con una telefonata ed un evento tragico: l'imminente morte di un vecchio amico. E così Ester viaggerà, fuori e dentro di sé, per cercare una risposta a vecchie domande. (Adriano Bernasconi)
Carla Magnani è nata in Toscana, a Piombino, ma da molti anni risiede in Lombardia. Laureata in Lettere Moderne, ha insegnato in diversi istituti superiori e scuole medie della provincia di Milano e di Brescia. In passato ha vinto alcuni premi di poesia. Acuto è il suo romanzo d'esordio, disponibile in tutte le librerie, negli store online, o direttamente sul sito della casa editrice e dell’autrice al prezzo di 10 euro. Disponibile in ebook al prezzo di 4,99 euro.
J. Wittlin, "Il sale della terra"
Józef Wittlin (Dymitrów, 1896 – New York, 1976), di famiglia ebraica, nativo della Galizia asburgica, fu soldato nella Grande Guerra, anche se non vide il fronte a causa delle pessime condizioni di salute. Divenne un grande traduttore dell'Odissea e un poeta; Il sale della terra è la sua unica opera in prosa che in origine doveva essere il primo atto di una trilogia, ma la bozza del seguito andò perduta nel corso del precipitoso viaggio dalla Polonia agli Usa che l'autore compì nel 1940 per sfuggire alle grinfie del nazismo.
Siamo in un angolo delle province orientali dell'impero Austro-Ungarico. Il protagonista, Piotr, appartenente alla piccola etnia hutzuli, sta per essere travolto dalla Grande Guerra come milioni di altri. Lavora in una stazione come uomo di fatica, possiede una casa malconcia in comproprietà con una sorella prostituta, ha un cane e un'amante con cui sta principalmente per abitudine. Il suo è un mondo semplice che ruota intorno alla ferrovia; è docile e remissivo verso le autorità. La guerra sconvolge gradualmente tutto; i treni civili cedono il passo a quelli militari, un sottufficiale prende il posto del capostazione, infine arriva la cartolina di precetto anche per Piotr. L'Imperatore può aver bisogno anche di lui, quarantenne e analfabeta? Evidentemente sì. All'imperatore probabilmente non interessa che lui non distingua la destra dalla sinistra e che trovi spiegazioni “magiche” e irrazionali davanti a ciò che non capisce. Ad esempio, accanto alla stazione riesce a orientarsi, invece poco lontano dal posto di lavoro già si confonde:
"Fuori, invece, spesso il diavolo rovescia la terra, e quello che un momento prima era a sinistra, all'improvviso si sposta a destra".
Anche la cartolina precetto per lui ha un'essenza diabolica; non potrebbe spiegarsi diversamente il potere di quelle lettere nere su un uomo. Un altro uomo, Francesco Giuseppe, con quel foglio esprime il suo diritto di appropriarsi di un suddito. Piotr deve partire e in caserma giura obbedienza al sovrano e ai suoi rappresentanti; non gli sfugge la portata di quel giuramento così diverso da altri fatti in vita sua e legati a impegni banali e di corto respiro. Questo vincolo non ha scadenza definita (non si sa quanto finirà il conflitto) e gli impone anche di essere pronto a morire. Sarebbe bello avere due vite, pensa, una per il sovrano e una da riprendersi una volta tornati dal fronte. Burocrazia ed esercito avviano disciplinatamente al fronte i morituri, privandoli della libertà di prima e trasformandoli in una "cosa" dello stato, sempre pronta all'obbedienza. Nella preparazione militare, per i futuri soldati si apre una fase diversa; con la divisa indossano un'altra identità, stretta tra regolamenti e punizioni.
La guerra, famelica di risorse, rastrella metodicamente ogni provincia; anche uno strampalato analfabeta che non ha mai fatto un viaggio vero lontano da casa, può servire al pari di ogni tipo di materiale:
"Partiti. Sono partiti gli uomini, sono partiti i cavalli, gli asini, i muli, le bestie da macello. E' partito il ferro, l'ottone, il legno e l'acciaio".
Un libro notevole, un piccolo poema, a lungo colpevolmente dimenticato anche nella Polonia comunista, frutto della sapienza ebraica, in cui la tragedia si avvicina con passo lento ma continuo, aggraziata sempre dall'ironia.
Gino Pitaro, "Benzine"
Benzine
Gino Pitaro
Ensemble, 2015
pp 146
12,00
Benzine, di Gino Pitaro, sembra diviso in due. Non in due parti, due sezioni o due capitoli, proprio due microclimi. Uno è personale, narrato con atteggiamento più da blogger che da letterato, l’altro si configura come romanzo d’azione.
Il protagonista, Luigi, è la rivisitazione in chiave attuale del vecchio travet, ossia l’ormai onnipresente dottorando precario, che lavora al call center e si divide fra impegno politico, vissuto con ritrosia, e tempo trascorso con gli amici. È un pendolare, si sposta in una periferia multietnica postpasoliniana, descritta con lucidità e senza sconti, un ambiente degradato che l’autore si limita a riprodurre. È una Roma da non giudicare, da non amare, da non giustificare ma neanche rifiutare, semplicemente da accettare così com’è perché non si può fare altrimenti.
Nonostante la banalità della sua esistenza, Luigi è coinvolto in una vicenda più grande di lui, basata sulla sparizione di Natalia, una bella ragazza dell’est. Le due parti stridono volutamente.
Senza scomodare Il padrone di Parise, la vita al call center è descritta con minuzia documentaristica e con ironia fredda.
“Eh no, caro prof, avrei voluto dirgli, in futuro si dovrà parlare di una filologia sul call center, dei romanzi sul call center, sul precariato, sull’università, fare esegesi su quell’altro libro, su quell’altro ebook, sul file ePub. Il precariato secondo tizio, il precariato secondo caio, il call center al sud, il call center al nord.” (pag 107)
L’alienazione e la reificazione non lasciano scampo ai personaggi, i quali, però, si riscattano mostrando inaspettati risvolti pulp e avventurosi. Questo salto nel buio, questo substrato rischioso, ci fa intuire che, sotto le vite più trite e monotone, può celarsi qualcosa di marcio ma anche di buono, comunque d’imprevedibile. Cosa dire, infatti, degli omicidi che ogni giorno i media ci propinano, compiuti da gente che più qualunque di così non potrebbe essere, insegnanti, studenti, zii, cugini, padri, madri, figli?
“È stata una porta che si è aperta in modo brutale e in qualche modo mi ha rivelato i pericoli che si possono annidare in situazioni ritenute normali. Cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? Di una gran parte di persone che frequentiamo ma di cui in fondo non possediamo nulla.” (pag 137)
Che piaccia o annoi, è un fatto che, dopo i Cannibali degli anni novanta, ora abbiamo la nuova generazione dei romanzi sul precariato, la letteratura post industriale 2.0.
Consigli per un Natale fuori dal coro
La mia scrivania deborda libri per tutti i gusti.
Classici da rileggere (Il maestro e Margherita, Tempi memorabili, A ciascuno il suo, l’opera omnia di Nicolas Guillén da tradurre, un vecchio Guareschi...) che continuo a spizzicare senza riuscire mai a portare a termine.
Libri di amici, esordienti, colleghi, testi interessanti da assaporare tra un film e l’altro interpretato da Laura Antonelli - ché dopo Gloria Guida sto scrivendo un libro su di lei - e altre pellicole più nuove da recensire.
Totale assenza di best-seller, invece, di scrittori panettone, di film da cassetta, di brunivespa e simili, di checchizalone e starwars…
E allora ecco i miei consigli controcorrente, che magari non seguirete, ma non importa, tanto ci sono abituato e ve li do lo stesso.
Domenico Vecchioni è un saggista divulgativo preparato e mi fa piacere invitarvi a scoprire la collana che dirige per Greco&Greco. Il suo ultimo libro è dedicato a Garbo - La spia che rese possibile lo sbarco in Normandia (pag. 154, euro 12), che arriva dopo aver passato in rassegna personaggi come Pol Pot, Ana Belén Montes, Raul Castro, Richard Sorge…Vecchioni ha scritto anche Storia breve della Costa Azzurra, un tascabile da 6 euro, sempre edito da Greco&Greco.
Se vi piace il fantastico non perdetevi Non di solo pane, edito da Rill, collana Mondi Incantati, un’antologia di racconti, tra i quali spicca un prezioso inedito di Davide Camparsi che dà il titolo all’opera.
Lorenzo Fabiano arricchisce la collezione sportiva di Edizioni Icontropiede con Il cameriere di Wembley, una serie di storie che ripercorrono tutte le sfide tra Italia e Inghilterra. Interviste a Dino Zoff e Furio Valcareggi, figlio di Ferruccio.
Luca Barbieri ripubblica con Meridiano Zero - Odoya un classico dell’horror western come Five Fingers, libro che conosco bene per essere stato il suo primo editore. Barbieri sta facendo strada: sceneggia Tex e pubblica saggi interessanti, ma non dimentica il primo amore della narrativa fantastica. Ricordo Barbieri autore dei primi fumetti horror del Foglio Letterario, quel Professor Rantolo che negli anni Settanta avrebbe spopolato. Ma il tempo passa e i gusti cambiano…
Per un Natale più ispirato e letterario non fatevi mancare Matteo Meschiari con il suo Tre montagne (pag. 182, euro 14,90), tre storie sulla fine e sul senso, edite da Fusta, un marchio che produce narrativa di qualità e che ha già pubblicato Il canale Bracco di Marino Magliani.
Dianora Tinti è la mia ultima scoperta, critico letterario e conduttrice di un programma librario molto seguito sul canale digitale TV9. Vi consiglio Storia di un manoscritto (Mauro Pagliai, pag. 190, euro 13), che ricorda a tratti La zona morta di Stephen King ed è incentrato su un misterioso libro che sembra parlare della sua vita. La Maremma è lo sfondo di un romanzo ispirato e profondo, scritto con stile letterario, di agevole lettura e ricco di dialoghi. Dianora Tinti va ricordata anche per un’intensa storia d’amore come Il pizzo dell’aspide (euro 12), che ha fatto incetta di premi e riporta agli anni Cinquanta, in una Puglia bruciata dal sole. Tutte cose da approfondire, ma ci ritorneremo. Intanto sapete cosa cercare e cosa cominciare a leggere.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
IL SOGGIORNO di Andrew Krivak
L'autore si ispira alla storia della sua famiglia per offrirci questo romanzo, ambientato tra gli Stati Uniti di fine Ottocento e l'Europa della Prima Guerra Mondiale.
All'inizio lo sfondo è quello tipico del Far West; villaggi minerari, cacciatori, natura bella e pericolosa, gente in caccia di fortuna. Un padre di origine slovacca, dopo alcuni anni piuttosto sventurati, deve lasciare l’America e tornare sulle montagne di Pastvina, nell'Impero Austro-Ungarico. Nelle zone natali insegna a cacciare al figlio Josef e al nipote, conducendo una vita spartana e spesso assillata dalle beghe familiari. Quando scoppia la guerra, Josef e il cugino sono mandati sul fronte italiano; già abili cacciatori, diventano cecchini quasi infallibili. Combattono insieme come Castore e Polluce, aggirandosi in coppia tra i monti innevati, in una natura selvaggia dove il freddo uccide quanto la guerra. Non mancano le descrizioni liriche:
“E in quel tardo autunno, per alcuni giorni, durante i quali camminammo di buon passo e senza sosta (…) provai per la prima volta un senso di pace in quella guerra, dentro e fuori di me, nell’inattesa bellezza delle cime che ci adescavano e ci minacciavano al pari del nemico, ma era una minaccia ben diversa dall’arbitrarietà della battaglia sull’Isonzo, perché le montagne apparivano in egual misura implacabili e disposte a perdonare”.
Dopo mille peripezie, sopravvivendo a tante battaglie e anche alla prigionia, Josef torna a casa in un impero defunto, dominato dal caos e scosso dalle agitazioni nazionalistiche. Nello sfascio del mondo asburgico, non c’è sicurezza; inoltre l’emergere di nuovi stati lo fa sentire privo di una chiara identità. L'Europa è troppo carica di lutti e di anni; per il giovane, alle prese con dolorosi ricordi e con ferite fisiche e morali, l'America rappresenta il mondo delle possibilità sempre aperte dove ancora ci può essere futuro.
Il libro è scorrevole e interessante, ma il suo limite è lo stile. Il periodare compassato e il tono sempre abbastanza controllato nonostante i drammi vissuti, alla fine stonano e tolgono infatti ritmo alla narrazione.
La Livorno che c'è
Cappuccini e chiodi?
Cacciucco e tombolate?
Ribotta e vernacolo?
Sì, ma…
…e se…
…se ci fosse, metti caso, anche un’altra Livorno?
Se una città pudica, schiva, che non grida ma parla sottovoce, che finge un “normalità”, una “pochezza” a lei estranea, ora uscisse allo scoperto?
Un sottobosco d’autori disparato e apolitico, unito, però, dalla medesima sensibilità e dall’amore per Livorno, ecco da dove sgorga questo libro.
Che si cammini nella foresta in cerca di felci, come Marco, o si gioisca per una figlia appena nata, come Fabio, o si osservi ormai il mondo da un’altra dimensione, come Gio Batta, comune è il sentire, comune la carica emotiva.
Dal particolare – la parola, il gesto, la mano, la farfalla – si accede all’universale, e se i contenuti e gli stili sono differenti, l’urgenza di Ennio, di Gio Batta, di Marco, di Fabio, di Patrizia, di Massimo, è una sola, perché una sola è l’umanità, perché uguali sono le luci e le ombre della nostra esistenza.
Anche questa è Livorno.
La Livorno che c’è.
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