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recensioni

Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

13 Novembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"

Lorenzo Pini
L’Avana - Ritratto di una città
Odoya – Pag. 300 – Euro 20,00

Confesso un peccato di vanità. Ho comprato questo libro perché mi cita in alcune pagine come un autore che ha fatto conoscere in Italia molti scrittori cubani. E poi, forse, l’avrei comprato comunque, un’intera biblioteca della mia casa è dedicata a libri di cultura cubana e letteratura caraibica.

Grande è stata la mia sorpresa quando mi sono accorto che Lorenzo Pini non solo mi cita, ma mi copia per pagine e pagine, soprattutto quando parla del rapporto tra gli scrittori e la capitale cubana. Utilizza diverse mie traduzioni senza citarmi, ma questo sarebbe il meno, se non confondesse Fuera del juego – una raccolta di poesie – con uno scritto in prosa, da me ritrovato e tradotto, di Heberto Padillla. Aggiungo che viene citato a piene mani Alejandro Torreguitart Ruiz, da me scoperto e tradotto in Italia, senza mai far riferimento al traduttore. Guarda caso tutte le citazioni letterarie tratte da Abilio Estévez, Pedro Juan Gutierrez, Zoé Valdés, sono identiche a quelle che riporto nei miei libri e in diversi scritti pubblicati su Internet. La mia vanità è soddisfatta. Non credevo di essere così importante da vedere la mia modesta opera saccheggiata e riprodotta in un testo edito da Odoya.

A parte questo Lorenzo Pini completa il suo libro avanero con il supporto del lavoro di Leonardo Manera e con molte notizie estrapolate dalle tante guide su Cuba reperibili sul mercato. Al termine della lettura ci rendiamo conto di aver letto un testo ben confezionato dall’editore - che lo arricchisce con foto, bibliografia e indice dei nomi - ma completamente privo di cuore. Lorenzo Pini ha vissuto L’Avana nella sua realtà più intima, oppure ha fatto un rapido viaggio da turista e si è messo a scopiazzare il lavoro altrui per redigere un testo informativo? La domanda è retorica. L’Avana - Ritratto di una città è un testo senza cuore, privo di nerbo e sentimento, un lavoro compilativo e didascalico, enciclopedico e arido come una giuda turistica. Si poteva fare di meglio. Infine, venti euro per 300 pagine in carta riciclata, senza una foto a colori, è un prezzo esorbitante.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Zerocalcare, "L'elenco telefonico degli accolli"

1 Novembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere

Zerocalcare, "L'elenco telefonico degli accolli"

L'elenco telefonico degli accolli

Zerocalcare

Bao Publishing - Euro 16,00

Zerocalcare è forse il nome più interessante della letteratura italiana contemporanea. Non sto bestemmiando. Certo, si esprime con il fumetto - per la precisione con la graphic novel - ma i suoi testi sono efficaci e colti, pieni zeppi di citazioni, critici della realtà che viviamo. Non fa mai politica bassa nella sua critica culturale, ma punta in alto, alla critica del costume, stigmatizzando il demone della reperibilità e della incomunicabilità.

Il personaggio principale di Zerocalcare è se stesso, un fumettista che vive alla giornata e rifugge gli impegni, gli accolli, che odia la mondanità e preferisce vivere appartato. Ma in quel se stesso ci siamo tutti noi, c'è la società contemporanea imbarbarita, ci sono le idee impoverite, l'indolenza, l'assenza di motivi validi per cui lottare, il terrore di invecchiare. Zerocalcare manda avanti un blog interessante e - di tanto in tanto - raccoglie le storie in volume, ma scrive pure romanzi a fumetti, dove i personaggi sono uomini e donne della sua vita, la madre, la fidanzata, la sorella, un amico immaginario (Armadillo), che ricorda la tigre di Calvin e Hobbes.

Le vicissitudini sono quelle tipiche di un trentenne di oggi, ma la cosa straordinaria è che risultano condivisibili e interessanti anche per un cinquantacinquenne come me. Zerocalcare non è un fenomeno transitorio, una moda, una creatura del sistema. No davvero. Zerocalcare è un vero scrittore che disegna e lavora quando ha qualcosa da dire. Un po' come facevano Pasolini, Calvino e Moravia, negli anni Settanta. Non scrive libri per cavalcare facili successi a base di commissari panzoni e indagini legate a fatti di cronaca, non ricicla il solito libro da vent'anni a questa parte, cambiando titolo.

I fumetti di Zerocalcare raccontano come siamo diventati. E lo fanno con spietato realismo. Non è un bello spettacolo, certo, ma fa bene condividere quel che ogni giorno pensiamo con un autore geniale e disincantato che raccoglie l'eredità stilistica di Andrea Pazienza, metabolizzandola in un discorso personale. Potete cominciare da questo ultimo volume per conoscere l'opera omnia di Zerocalcare, ma vi consiglio di recuperare tutto, perché lui è il solo scrittore imprescindibile di questi anni bui, di questa notte infinita delle patrie lettere.

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J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e ombra"

28 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e  ombra"

.OTTO.

Luce e ombra

J.C. Casalini

Vertigo, 2015

pp 233

14,00

Il tema del doppio in narrativa ha precedenti illustri, a partire dal ritratto che invecchia al posto del corrotto Dorian Gray fino ad arrivare a dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel romanzo .OTTO., di J.C. Casalini, il doppio si esprime nella classica dicotomia Bene/Male, dove il male è Lucifero, portatore di luce, mentre è il buio ad essere salvifico.

L’aspirante mago Otto e la sua assistente/fidanzata Anna si ritrovano alle prese con un malvagio riflesso fuoriuscito dallo specchio. L’immagine dell’illusionista si materializza in un momento di sconforto, lo salva dal suicidio imminente e gli promette, in un faustiano patto col diavolo, onori, soldi, gloria e amore. Ma non sarà il vero Otto a goderne, bensì il suo parassitario riflesso, che, attraverso la luce e la rifrazione degli specchi, vivrà di vita propria, compiendo azioni sempre più terribili.

Vero è che l’altro Otto, l’Otto Riflesso, (con il neo/punto dalla parte sbagliata) è pur sempre lui, è l’altra parte di sé, quella oscura che tutti noi possediamo e che ci turba, è l’inconscio, L’Es che potrebbe prendere il sopravvento e trasformarci in mostri da un momento all’altro, basterebbe un allentamento dei freni inibitori, basterebbero una droga o un trauma. Otto è il mister Hyde che si cela in ognuno di noi.

Il riflesso del mago non è catturabile con i mezzi tecnologici, non può essere ripreso né fotografato. Per contrasto, è proprio l’assenza d’immagine, o la sua rifrazione e scomposizione negli specchi, a renderlo più forte, più potente, più visibile. Questa, forse, è una metafora del mondo moderno, dove, paradossalmente, fa più notizia chi non si mostra, (come Elena Ferrante) di chi è tutti i giorni in televisione, e la polverizzazione e frantumazione dei dati nel magma caotico della rete equivale all’annullamento degli stessi.

La storia sarebbe molto godibile, almeno nelle promesse. Si trasforma, però, in una sorta di film snuff, dove, se non si assiste propriamente a un omicidio, il sesso violento e gli stupri quotidiani la fanno da padrone quasi in ogni capitolo. Il tutto è condito in una salsa similfilosofica, quantistica, con ipotesi riguardanti la materia oscura, affascinanti ma che appesantiscono la narrazione (e il linguaggio). Esse contrastano con ciò che rimane, in fondo, solo un thriller d’azione.

È l’equilibrio mutevole delle forze a determinare il successo o meno di un universo ricombinato in varie dimensioni. Ne assaporo ogni volta il piacere evolutivo per puro egotismo, e ne sollecito l’espansione per gioire il più possibile. Sono il contenitore instabile che si dona con generosa curiosità agli eventi consequenziali nel mio interno per poi riappropriarsene alla fine.” (pag 195)

Un evento mai accaduto in tutto l’universo. Una trinità scardinata. La triangolazione monistica della luce-materia-vuoto di un essere organico vivente e pensante era stata finalmente spezzata.” (pag 195)

Si sente che Casalini proviene dalla regia cinematografica: .OTTO. è una sceneggiatura ampliata e sviluppata fino a farne un romanzo. Il finale rimane aperto per un eventuale sequel: abbiamo una cometa con la doppia coda che annuncia la probabile venuta di un anticristo, abbiamo Anna gravida di un maligno figlio della Luce, la quale, forse, avrà anch’essa da combattere col proprio riflesso, come lascia intendere la profezia conclusiva.

La parte più bella della storia è senz’altro quella iniziale, prima che il malvagio abbia il sopravvento. Allora la narrazione è scorrevole e ci appassioniamo alle vicende dei due innamorati con le loro crescenti e realistiche difficoltà. È su questa falsariga che l’autore dovrebbe incamminarsi, a nostro avviso, per ottenere risultati ancora migliori. Quando il protagonista diventa il Riflesso, invece, l’empatia viene a cadere persino verso la vittima Anna, l’immedesimazione non è più possibile, si assiste al crescendo dei misfatti sentendoci disturbati ma non coinvolti, come se, davvero, vedessimo scorrere le immagini su una lastra riflettente.

Lo stile del romanzo, seppure fluido, presenta delle imperfezioni che l’editing non ha corretto, e un fastidioso alternarsi di tempi verbali, sempre più in voga oggi. Sebbene si tratti di una scelta finalizzata a farci vivere le varie dimensioni temporali della narrazione, questa, chiamiamola tecnica, risulta spiazzante e rallenta la lettura. Peculiare, sottolineiamo anche in questo caso, il contrasto fra i passaggi di azione scritti in un linguaggio standard e quelli filosofici che si avvalgono di periodi circonvoluti e artificiosi.

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Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

24 Ottobre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"

LA FEROCIA – Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra

Valentino Appoloni

ilmiolibro.it

Il libro La ferocia - Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra racconta la vicenda di un giovane veronese che resiste all'orrore del conflitto ricorrendo alle sue armi; la cultura umanistica, l'ironia, le lezioni napoleoniche. Assiste, stando in prima linea, al regredire dell'uomo verso uno stato di animalità proprio di tempi molto antichi. Il soldato infatti vive dentro a tane, non si lava, deve uccidere. Dopo una delle tante azioni sanguinose, il protagonista commenta così:

"È stato feroce il sottotenente? D’altronde la Patria gli chiede anche questo; sparare e gettarsi avanti con una vanghetta in mano per colpire con un colpo secco alla gola il nemico, combattendo come un uomo delle caverne".

Eccone un breve estratto dedicato al momento più terribile per il fante, quello dell’assalto.

Siamo in trincea da ieri sera e c’è l’aria che precede gli assalti; zaffate di alcolici, puzza di vomito e urina. Le trincee che occupiamo erano in mano a un reparto di ungheresi; ce lo ripetiamo per convincerci che sono avversari battibili. Sono state girate verso il nemico e ora si punta a sfondare ancora. Non ho trovato quasi nessuno dei miei cari amici della compagnia. Guerriero e Filosofo sono a Monfalcone dove pure là l'aria è calda. Guiderò due plotoni di complementi e veterani, vecchi e giovani, sbarbatelli e topi di trincea.

Abbiamo avuto solo poche ore per riprenderci dal viaggio e per conoscere il terreno. Bruttezza e asprezza della zona devono essere parse così grandi anche a Dio tanto da compensarle creando il Lago di Pietrarossa, in cui ogni fante spera di andar presto a fare il bagno, come premio per tante fatiche e tanti pericoli. In attesa di potersi tuffare nel mare di Trieste, ci si accontenterà di un lago. Chi si salva, farà il bagno, si diceva stamattina. Sembra il premio promesso a degli scolari prima di un duro esame. È grottesco.

Guardo avanti verso il nemico; la calura e il sudore rendono il sottogola dell’elmetto particolarmente fastidioso e appiccicaticcio. Chiudo gli occhi e spero che sia già finita. Il capitano Romano, mio superiore, mi si è presentato così: “Sono Romano di nome e di virtù”. Bene! Abbiamo Giulio Cesare.

Ieri sera un ufficiale dei bombardieri è passato per controllare ancora la linea avversaria e scrivere i dati di tiro. Sembrava sicuro e pieno di fiducia nella sua arma che fino a poco fa ha tirato. Quei giavellotti che volano sono terrificanti. Ma ora è il nemico che per quanto squassato cerca di farci male. Qualche cannoncino sbraita, qualche arma stanca cerca di affondare le sue unghie su di noi; certi ricoveri sono colpiti, ma la linea resta ferma.

Non è merda!” gridò un ufficiale napoleonico, indicando le palle di cannone in arrivo sui suoi uomini immobili come statue sotto il bombardamento nemico.

Nulla può impedire l’attacco. L’attaccante in certi casi sente di avere una superiorità materiale e morale sull’avversario, forse figlia solo del vecchio assunto che chi attacca per primo dimostra più coraggio e forza.

Cerchiamo di restare fermi, come per mostrare un’unica volontà a quelli che ci aspettano là fuori. Scorrono i minuti lentamente, come trascinati da ruote quadrate. Si attende, mentre l’ansia genera piccoli brividi che scuotono il corpo pieno di sudore. Un poeta scrisse: “Si vive aspettando qualcosa. È ridicolo. Irrita”.

Cosa aspettiamo? Un secondo giro di anice?

Mi volto e guardo le trincee più arretrate; anch’esse sono gremite di uomini, spuntano elmetti e baionette. Un ufficiale non dovrebbe girarsi. Se noi che siamo davanti non avremo successo, starà a loro provare. Il cielo è biancastro e omogeneo, come un’enorme pietra chiara sospesa su di noi. Questa immaginaria pietra là in alto ha un potere semplificante; quello del destino che incombe sulle nostre teste. Qualcuno prega, altri hanno bisogno di muovere braccia e gambe e urtano i compagni, come animali messi in un recinto troppo stretto. Cresce il nervosismo. Si uscirà uno per volta, con gli altri alle spalle a sospingere, come bestie al macello. La paura riempie ogni particella d’aria; respiriamo pura angoscia. Guardo i volti dei miei compagni. Quando si attacca?

Le facce assumono di continuo nuovi lineamenti, guance e zigomi si piegano come se fossero maschere di gomma. La paura è la regina; un giovane sottoposto due o tre volte a una simile tensione invecchia brutalmente, perde forza, fiato, spirito. La giovinezza viene estratta dai corpi e dalle anime per lasciare ai superstiti involucri consunti e logori. Ma la guerra è affare per giovani! Non potrei essere altrove. Fuori dalla trincea, non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà. Non potrei stare ancora a guardare da lontano i commilitoni sul punto di attaccare, come feci sul Calvario.

Questo pensiero, all’insegna del rispetto verso me stesso e della responsabilità che mi lega agli altri, mi dà animo; lo stringo in me come una preziosa scoperta, come un’inattesa riserva di energia. Mi fortifico intorno ad esso.

Guardo il capitano Romano, guardo la terra di nessuno, brulla e giallastra; l’ufficiale sembra non sentire il peso degli sguardi su di sé. Mormoro qualcosa agli uomini più vicini in modo che si tengano pronti. È questione di secondi, ogni uomo lo sente sulla pelle il momento dell’attacco. I nervi si tendono al massimo, le unghie graffiano le canne dei fucili, i colli si allungano verso l’alto e finalmente il fischio del capitano taglia l’aria come una spada affilatissima. Tutti fuori!

Il romanzo, dedicato al soldato Angelo Appoloni, è disponibile in cartaceo su ilmiolibro.it; come e-book su Amazon e su Feltrinelli.it

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Wilson Saba, "Smart Life"

22 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Wilson Saba, "Smart Life"

Wilson Saba

Smart life

Tascabili Bompiani – Euro 11 – Pag. 210

Nuova Edizione e-book – Euro 4,99

http://www.ibs.it/ebook/Saba-Wilson/smart-life/9788858773949.html

Wilson Saba, sardo trapiantato a Roma, attore in prestito alla letteratura, debutta con Sole e baleno (2006), finalista al Premio Strega, lanciato da un piccolo editore come Il Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it). Si conferma con Bompiani, compiendo il grande slnto verso il mondo letterario che conta, gruppo RCS, che pubblica i successivi Giorni migliori (2008) e Smart life (2011), in uscita adesso come e-book. Nel frattempo dà alle stampe un saggio su Artaud e Figli delle stelle (Lucio Pellegrini, 2010). Lo scrittore ci confida che sta portando a termine un romanzo di fantascienza a quattro mani (assieme a un autore più esperto, ancora top secret), un romanzo lungo ambientato a Roma (da tempo in gestazione) e un saggio sui migliori traduttori di letteratura italiana in Europa.

Per il momento concentriamoci su Smart life, che si può avere a prezzo contenuto (4,90) in una nuova edizione e-book, dopo il buon successo riportato nei tascabili Bompiani. Siamo di fronte a una storia di formazione, come Sole e baleno e Giorni migliori, nelle corde di Saba, visionaria e incalzante, capace di raccontare il mondo giovanile contemporaneo, senza alcuna retorica. I protagonisti sono Andrea e Michele, due ragazzi che inventano un social network dedicato alle droghe (u-Dose, un nome che è tutto un programma), un luogo dove spacciatori e clienti si ritrovano per conoscersi, scambiarsi esperienze e portare a compimento loschi affari. Il mondo adolescenziale viene narrato attraverso l’analisi impietosa dell’utilizzo massiccio di Internet, senza inutili moralismi e giudizi esterni, ma con una visione interna al problema, dalla parte di Caino. Abbiamo la droga, l’importanza del denaro, trovare il modo per diventare ricchi senza sporcarsi troppo le mani, in questo caso inventando un mercato per giovani tossicodipendenti, mascherato da lotta al proibizionismo e alla criminalità organizzata. Il romanzo di formazione si tinge di giallo e assume le sembianze di un thriller psichedelico quando arriva sul mercato telematico un misterioso venditore e propone una nuovissima droga di sua invenzione. I problemi per i giovani gestori del social cominciano quando alcuni ragazzi si mettono insieme per organizzare un rave party e poter provare la nuova essenza.

Il romanzo è scritto con stile rapido e incalzante, in sintonia con il mondo contemporaneo e con una generazione che vive connessa a Internet e incollata a un telefonino. Wilson Saba rifugge da ogni retorica, racconta il mondo giovanile con tutte le contraddizioni e vive dall’interno i suoi cambiamenti. Molti dialoghi sembrano conversazioni su Internet, prelevate da una chat, leggiamo brani di e-mail, pezzi legati a connessioni telematiche. La scrittura di Saba è moderna, incalzante, essenziale, senza tentativi letterari fuori luogo, visto il tema crudo affrontato dalla storia. Da leggere.

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Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

16 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione, #recensioni

Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

SINOSSI: Dopo aver saturato il mondo cinematografico, lo zombie ha trovato nuovo terreno fertile in televisione, dove il personaggio sta vivendo una seconda giovinezza. Dal successo mondiale di The Walking Dead allo spin-off Fear The Walking Dead, dalla sorpresa Dead Set al commovente In the Flesh, passando dalla sfrontatezza marcata Asylum di Z-Nation fino alla delicatezza romantica del francese Les Revenants, questo volume raccoglie le migliori serie tv zombesche che stanno affollando le televisioni di tutto il mondo, analizzandole criticamente e raccontandone la genesi. Prefazione di Paolo Di Orazio.

DALLA PREFAZIONE: [...] Non voglio anticipare cose che leggerete in questo splendido trattato, soltanto limitarmi a raccomandarne una lettura attenta e amorosa, e la divulgazione poiché personalmente vedo necessario erigere uno spartiacque tra ciò che è horror e ciò che non lo è. E questa operazione la si può compiere con successo cibandosi di questo libro ben scritto, che ci porta a spulciare nella produzione mondiale dei film sul morto vivente (ma anche per renderci conto di quanto l'Italia sia distante da quel che accade nel resto del mondo).

L’AUTORE: Marcello Gagliani Caputo è scrittore, saggista e critico cinematografico e letterario. Ha pubblicato Bad Boys - La Figura del cattivo nell’immaginario cinematografico per la Morpheo Edizioni, ha partecipato al libro Christopher Lee - Il Principe delle Tenebre, Profondo Rosso Edizioni e al volume Il Cinema di Michael Winner (Edizioni Il Foglio). Ha pubblicato la prima monografia su David Fincher, The Fincher Network (Bietti Edizioni), e ha partecipato al saggio The Walking Dead - L'evoluzione degli zombie in tv, nel fumetto e nel videogioco edito da Universitalia. Nel 2014 ha pubblicato l’ebook Zombie al cinema per Fazi Editore, mentre l'anno dopo Guida al cinema di Stephen King, Universal Monsters - L'epopea dei mostri in bianco e nero e Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill. Alla sua squadra del cuore, la Juventus, ha dedicato la collana Almanacco Juventino - Tutte le partite della Juventus dal 1930 al 2014 e l’ebook Da Platini a Pogba - La Juventus dei campioni francesi (Delos Digital), mentre ha raccontato la storia della Champions League nel libro Champions Italia - Le italiane e la Coppa dei Campioni.

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Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

12 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"

Senza scontrino non si esce

Flavia Todisco

Robin edizioni, 2015

pp 144

12,00

Avessimo fra le mani Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, invece che Senza scontrino non si esce di Flavia Todisco, penseremmo di star leggendo non racconti bensì splendidi incipit di romanzi, scritti con grande padronanza di stile e nati, probabilmente, da un’idea, da un capriccio, da un’atmosfera o da un’immagine, sviluppati con virtuosismo, sebbene penalizzati da un uso fin troppo precisino della punteggiatura e da un reiterare di certe formule che, alle lunghe, non sorprendono più. Ma la parte finale è sproporzionata nella sua fulmineità, sembra messa lì a giustificare il resto, come una specie di, appunto, scontrino che il lettore deve portarsi via all’uscita perché tutto trovi un senso.

Le trame sono particolari, nascono dal puro piacere di narrare, mescolato a un certo realismo magico, a un’atmosfera fantastica e surreale che ci riporta ancora una volta a Calvino. I personaggi sono i più svariati e fantasiosi: bizzarri inventori di sorrisi, gabbiani che uccidono piccioni, costruttori di muri, amanti trasformati in facoceri, amanti alla fine del mondo etc. Di buono, oltre allo stile - che ricorda addirittura i sudamericani, Marquez e la Allende, e contempla attacchi magistrali - c’è la molteplicità delle storie e quella ironia palese ma bonaria, non sarcastica, che pervade e alleggerisce tutti i racconti. L’autrice si diverte a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, a creare personaggi simili a figure teatrali, che si muovono per breve tempo su un palcoscenico, attraversandolo per poi scomparire con un guizzo finale. Anche quando sono negativi, l’occhio che li scruta non è mai carico di disprezzo, semmai di curiosità.

Ogni buon novelliere sa inventare di volta in volta vicende che non si somigliano fra loro, che sorprendono per l’originalità. Flavia Todisco in questo è molto brava, i ventidue racconti sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche se, forse, la raccolta include qualcosa di troppo, qualcosa che, magari, sarebbe stato meglio espungere o sviluppare in altra sede (vedi, ad esempio il racconto Uscite di scena).

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William Navarrete, "Fugas"

10 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

William Navarrete, "Fugas"

William Navarrete

Fugas

Tusquets Editores

http://www.amazon.com/Fugas-Coleccion-Andanzas-Spanish-Edition/dp/6074215170

William Navarrete è uno scrittore cubano che da anni vive a Parigi, un ottimo poeta conosciuto in Italia per la raccolta personale Età di paura al freddo e per l’antologia dei poeti incarcerati dal regime castrista, Versi tra le sbarre (Il Foglio Letterario Edizioni). Pubblica il suo secondo romanzo, dopo La gema de Cubagua, realizzando un ritratto realistico e nostalgico della sua terra natale.

Il romanzo è incentrato sulle vicissitudini di madre e figlio che - come molti - tentano di fuggire da un’isola che sentono ormai come un carcere asfissiante, una sorta di clausura incomprensibile. Siamo di fronte al solito romanzo sul fallimento della Rivoluzione Cubana che ogni scrittore insulare esiliato sogna di scrivere, e in fondo un po’ tutti ci riescono. Tra le pagine di Navarrete incontriamo sentori di Wendy Guerra con il mirabile Todos se van, tradotto in Italia e pubblicato da Le Lettere, ma anche molta narrativa di Leonardo Padura Fuentes, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Lezama Lima, che l’autore ama al punto di avergli dedicato una raccolta antologica.

Navarrete racconta in forma poetica la mancanza di libertà di cui soffrono i cubani, tratteggia il desiderio di fuga che pervade il suo popolo con molti elementi autobiografici, narrando le proprie vicende familiari più condivisibili.

Non tutto corrisponde alla mia vita” ci ha detto lo scrittore “ma mi sono ispirato molto a fatti e vicende vissute e ascoltate quando vivevo a Cuba. Il personaggio della madre non è mia madre, ma un mix di madri cubane che ho conosciuto. Un romanzo puzzle che alla fine trova una soluzione, mentre Cuba ancora non l’ha trovata… ”.

Navarrete racconta una storia di sopravvivenza, esistenze di persone che cercano di convivere con la follia del castrismo per la paura di abbandonare tutto, ma che, quando sentono di non farcela più, decidono di mollare e di andarsene lontano. Un libro musicale (ispirato alla Fughe di Bach, ha detto l’autore), umoristico, nostalgico, in fondo una commedia che racconta la vita. Da tradurre in italiano, se ci fossero editori interessati.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

26 Settembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

Giuseppe Iannozzi

Fiore di passione

Lulu - Pag. 208

E-Book e. 4

Cartaceo Hardcover e. 22,60

Da tempo sostengo che dovremmo tornare alla poesia, la regina delle nostre lettere, colei che contiene tutta la nostra tradizione. Il problema di un editore è che in questo periodo storico non vende. Per questo al Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it) facciamo libri di poesia e li regaliamo in e-book, scaricabili gratuitamente su Amazon. Non solo, ci mettiamo a fare lavori poetici di traduzione: Il peso di un'isola di Virgilio Pinera, La patria è un'arancia di Felix Luis Viera... e molti altri, per non guadagnarci niente, solo per fare cultura. A volte proviamo a vendere poesia, ma l'insuccesso è garantito, ché nessuno la compra. Peccato.

Giuseppe Iannozzi ci sorprende perché percorre la nostra stessa strada e lo fa con un e-book autoprodotto intitolato Fiore di passione, 208 pagine telematiche che contengono un florilegio del suo corpus poetico amoroso, il meglio del meglio di quanto è andato componendo in anni di onesto servizio letterario. Conosciamo Iannozzi come sagace critico - animatore culturale di un seguito blog - e abile narratore, autore di romanzi originali come Angeli caduti, L'ultimo segreto di Nietsche, La lebbra, La cattiva strada e persino di racconti di matrice bukowskiana, che poco hanno a che vedere con la lirica amorosa. La poesia erotica di Iannozzi è introdotta da una suggestiva copertina, un olio su tela di Mariarosa Marchini intitolato Fanciulla in amore, ideale per dare il via a una serie di composizioni di matrice classica nelle quali l'autore non disdegna l'utilizzo di licenze ottocentesche come alma (anima) e perigli (pericoli). Prose poetiche (Occhi di zaffiro, Vite parallele...) e liriche composte ricorrendo al verso libero, moderne ma non troppo, ché l'impianto è ottocentesco, decadente, crepuscolare, tanto da ricordare Gozzano e Corazzini, sentimentale senza scadere nel retorico e nel sentimentalismo. Leggiamo qualche verso per rendercene conto con i nostri occhi.

Il più bel bacio me l’hai dato tu

tra l’infinito e il cielo blu

là dove placido scorre il fiume

La bocca tua l’alma mia ha divorato

veloce gettandola

in un dolce panico – affannato –

per subito trarla in salvo

con gli occhi giurandomi

che mai sarebbe finita la magia.

Una raccolta compiuta che rappresenta un unicum nell'opera letteraria di un intellettuale completo, vivace e controcorrente, scritta per indagare il sentimento amoroso in tutte le sue forme e rappresentazioni, in senso leopardiano, come un sentimento assoluto. Iannozzi parla di desiderio, bellezza, gioco erotico, fantasia, passione, sensualità, carnalità, spiritualità. Perché l'amore è amore, come dicono i versi di una canzone, pure lei un po' poesia, in fondo. Leggiamo ancora un significativo estratto.

Piano volteggia sulle pianure

sotto lo stormire degl’alberi

una sì tanto strana creatura

che anche a fissarla bene sfugge

e quasi all’occhio non par vera;

le ali il vento gliele riempie

tra bianche nuvole e azzurro;

con l’indice m’indichi il volo,

e tosto ti dimostro ch’è Chimera

che sugl’Oglio, solitaria a Dio,

ha dell’angelo smesso i panni

per tentare a Isola la fortuna

Non si nasconde dietro i sentimenti, il nostro Iannozzi. E parla d'amore. Perché solo chi non ha mai scritto lettere d'amore fa veramente ridere. E lui, proprio come Pessoa, ha il coraggio di scriverle.

Consigli per gli acquisti:

Il cartaceo (hardcover) - http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/hardcover/product-22356916.html

L'ebook (pdf): http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/ebook/product-22358292.html

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Hemingway nei luoghi di Hemingway

22 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Hemingway nei luoghi di Hemingway

Il mojito lo ha inventato Hemingway: acqua, limone, rum e hierba buena. Lo sorseggio alla Bodeguita del medio, nel centro dell’Habana Vieja, dove lo scrittore si fermava a bere e chiacchierare. La Finca Vigia è chiusa per restauri, ma ho visitato la camera dove alloggiava all’Ambos Mundos. Ho visto la sua macchina per scrivere sotto una teca di vetro, la foto col marlin appena pescato, e, sul letto, un’ingiallita edizione in lingua spagnola de Il vecchio e il mare.

Quando viaggio amo portarmi dietro libri a tema. L’anno scorso, a Mosca, giravo con Il maestro e Margherita, di Bulgakov, quest’anno in valigia ho messo Avere e non avere. Pubblicato nel 1937, ambientato fra Key West – Florida - e Cuba, si snoda su un mare sporco di sargassi, azzurro come gli occhi di una bella ragazza al mattino presto, grigio verde al tramonto. La trilogia di Harry Morgan è basata su tre racconti trasformati in un unico romanzo con lo stesso protagonista, il virile Harry, massiccio e dai tratti somatici vagamente tartari, contrabbandiere per necessità.

C’è molta avventura alla Hemingway, ma anche un po’ di timido socialismo tenuto a freno, quasi un anticipo di istanze che sfoceranno poi nella rivoluzione del Che. Ma, soprattutto, c’è l’occhio dello scrittore, spietato e compassionevole, capace di cogliere ed analizzare quello che lo circonda, in un tentativo, mai completo e sempre letterario, di riproduzione mimetica del vero. L’autore recupera ciò che sente raccontare nei bar del L’Avana e lo adatta a sé, rielaborando la materia a favore della finzione narrativa. Il suo è un mondo di uomini duri, che bevono, fumano, pescano, si nutrono di emozioni forti, non sempre condivisibili, come la caccia e le corride. Uomini che uccidono se serve, ma lo fanno senza compiacimento e con fastidio, con una specie di laconica pietà. Maschere di finta indifferenza alla Humphrey Bogart, interprete, insieme a Lauren Bacall, di Acque del sud (1944), libero adattamento cinematografico del romanzo. Questi uomini, un po’ pirati anche nel cognome, alla fine, sanno pure morire. Ma un uomo da solo, come afferma Harry, “un uomo da solo non può. “One man alone ain’t got… no chance”.

C’è pure un tocco di metaletteratura, c’è uno scrittore che vede un personaggio (la moglie di Harry) e ne immagina la vita sbagliandola completamente, pensando che quella donna non sia amata dal marito, il quale, invece, sta facendo tutto per lei e per le figlie. Perché al mondo c’è chi ha e chi non ha. Ci sono i debosciati ricconi proprietari degli yacht, con le loro angosce private, e i poveri pescatori, gli operai, c’è gente che beve per noia e gente che lo fa per disperazione.

Molte cose sono pensate ma di detto abbiamo ben poco, è il solito stile implicito, conciso e inarticolato di Hemingway, così bello, così imitato e così inimitabile.

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