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recensioni

Giorgio Olmoti, "On the Road again"

1 Gennaio 2015 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Giorgio Olmoti, "On the Road again"

On the road again

Giorgio Olmoti

Roundmidnight edizioni

Un linguaggio sconclusionato che contiene diversi semi di riflessione, belle fotografie di un passato vicino e lontano. Ci siamo chiesti più volte quanto abbia importanza il modo di comunicare nello scrivere un libro, il linguaggio. Ci vengono in mente molti scritti di Saramago che ignorano la punteggiatura e costringono ad essere completamente attenti per riuscire a capire quello che vuol dire. Forse la punteggiatura non è tutto, forse il linguaggio non è tutto, forse è solo una questione di pigrizia. E ci chiediamo: ma il lettore, questo sconosciuto, che affonda nelle parole scritte dall’Autore, ha qualche diritto? Certo, quello di chiudere il libro e rimetterlo nella libreria, però immaginiamo che un Autore voglia essere letto, allora il linguaggio ha un qualche significato.

Saramago voleva essere letto? Certamente sì e provocava. Quindi accettiamo la provocazione di Giorgio Olmoti e continuiamo la lettura, tornando in dietro diverse volte per vedere se abbiamo capito. I racconti si snodano nel senso letterale “on the road”, s’intrecciano con le belle fotografie che citavamo, ma l’ironia la fa da padrona sempre. Ironia sulla società, sui giovani, gli anziani ed anche su chi scrive. Ci piace l’ironia, la sua lama tagliente e affilata come un bisturi, ci procura spaccati della realtà storica che altrimenti rimarrebbero nascosti e in questo Olmoti è bravo.

Un’ironia feroce e dissacrante ma poi scopri che nelle sue pieghe si nascondono bave di poesia, come una lumaca che lascia la sua scia, perché chi è attento la segua.

Ci ritroviamo perciò anche noi on the road again, senza soldi con la macchina che si guasta o su un’aia di uno sperduto casolare immersi nella merda di vacca, siamo nel castagneto del dentista Artos, dentista sui generis. Ci guardiamo intorno in una cucina piena di mobili, “un Vittoriale pop”, o ci sediamo al bar “dopo una giornata caricata a sale e sparata nella schiena”. Con l’immancabile 127 verde, o con una bici sgangherata, mentre “i soldi erano una cosa che più che altro intuivamo”, ci catapultiamo alla ricerca di pioppini per sfamare la tribù. Giriamo per le corsie del supermercato con la vita nello zaino, “in culo al gelo che fuori se la tira da boss del quartiere”, rubando microstorie dalle facce e dai carrelli della spesa, oppure scriviamo una lettera aperta al signor Timberland. Ci infiliamo sotto un architrave per il terremoto, oppure leggiamo bigliettini con scritto “Gesù sta arrivando”. Ci introduciamo in un ospedale, insomma siamo dentro una variegata umanità vista sempre dallo stesso occhio attento.

In definitiva il libro ci piace, nonostante le difficoltà e la costante rilettura all’indietro che ci dà quest’andatura forse un po’ marziana, come i personaggi che sembrano appartenere ad un altro pianeta e invece sono assolutamente nostrali.

Del resto sono il più grande narratore di insuccesso che la storia delle storie ricordi e quindi il cerchio si chiude”, l’Autore fa dire a un personaggio, e qui non siamo d’accordo.

Maria Vittoria Masserotti

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Claudio Fiorentini, "Captaloona"

15 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Claudio Fiorentini, "Captaloona"

Recensione di Patrizia Stefanelli

Un passaggio per Captaloona?

Sì, grazie.

Di fronte a me un incontro, solo quello e comincia il viaggio. La risposta ad un andare verso l’ignoto. Un giorno uno scrittore mi chiese: cominceresti un viaggio senza conoscerne bene la meta? Dopo un attimo risposi: certo che sì.

Così, Galatea, che ha il nome della ninfa del mare, cara ad Omero, a Ovidio e a Raffaello, compie il viaggio della metamorfosi. Quasi da subito attraverso l’incipit il romanzo mi ha riportata a Joyce di “Gente di Dublino”, non per la storia ma per la tecnica narrativa che prediligo. Captaloona è una meta dalle molte sfaccettature in cui il fuori e il dentro si intersecano nella trama. Questa città, ha in sé il logorio della paralisi dei valori e la fuga degli stessi e dei suoi personaggi che però torneranno. Marc Mullet, torna, portando un futuro migliore, realizzando il sogno del Santo Asceta e la sua “Verità delle cose” : La via dello spirito che cerca un varco nella dittatura del sapere indotto.

La fabula e l’intreccio del racconto seguono la tecnica del flusso di coscienza. Il narratore non è onnisciente e attraverso il flashback procede semplice nella sintassi, usa intercalari come: “Mh!” , fa uso di epifanie (ad esempio l’ossessione degli specchi) e del punto di vista. Tutto si dipana attraverso i “movimenti” che l’autore indica all’inizio di un nuovo capitolo. Egli parla sempre al plurale, a pagina 21 dice : “ … che narreremo”. Sì, perché il suo ruolo è quello di presentare la realtà del romanzo, nel modo più oggettivo possibile lasciando al lettore la possibilità di comprenderla attraverso la sua percezione.

Dunque, qual è la verità delle cose? Dice Mullet: “La verità che ti sbatte in faccia ciò che sei anche quando non ti piace, e la maldicenza che ti obbliga a essere quello che non sei sulla bocca di tutti per questioni tue private, e che ti fa vittima dei loro pregiudizi” . “…dopo un po’ la verità e la maldicenza si confondono, diventando la stessa cosa”. E allora bisogna agire, giocandosi il tutto per tutto al fine di potersi guardare allo specchio senza paure.
In un giorno di pioggia, sembra farsi largo una realtà pirandelliana. In una stanza ci sono un architetto malato, una donna dalla bella voce, un fattorino col suo pacco da Captaloona e la sua ossessione per i call center e i codici in un mondo certificato da IOS… Ognuno pensa qualcosa di diverso rispetto alla realtà dei fatti ma il pacco che il fattorino reca è l’elemento narrativo che unirà la storia, l’introduzione dei presupposti e del suo fantasma.

Captaloona è il caos, nella sua descrizione tutta una serie di negazioni ci portano a ciò che non è più. Attraverso la figura della portinaia, scopriamo il peccato che non si perdona e una serie di loschi personaggi insieme alle riflessioni sulla condizione umana, legata al principio di libertà.

Le ossessioni si rivelano come un fiume in piena nel parlare della Dott.ssa Lematite. La cura stessa è la malattia; è la malattia che cura.

Nell’explicit del romanzo, la morte è l’ordine di tutte le cose in una polifonia dissonante di voci, nell’intreccio ingarbugliato della vita. Non racconterò la storia per lasciarvi il piacere di leggerla e, in conclusione, mi viene alla mente il discorso di Tacito, tratto da "Annales" VI ,22

“Ma io, quando sento dire queste cose e altre simili resto incerto se le vicende umane si svolgano per opera del fato e della necessità immutabile oppure per caso. Perciò troverai discordi i maggiori filosofi antichi e coloro che ne seguono la dottrina, e troverai che in molti è radicata l’opinione che gli dèi non si curino della nostra origine, della nostra fine e in definitiva degli uomini; e che perciò con tanta frequenza le disgrazie capitino ai buoni e le fortune ai malvagi. Altri al contrario ritengono che il fato trovi corrispondenza negli eventi, ma non per influsso dei moti astrali, bensì in base ai principi e alle concatenazioni delle cause naturali; e tuttavia ci lasciano liberi di scegliere la nostra vita, ma quando la si è scelta, la serie degli eventi che ci attendono è determinata. Né il male – ritengono – né il bene sono quelli che pensa il volgo: molti, che sembrano stretti dalle avversità, sono felici e molti altri invece, pur tra grandi ricchezze, più infelici che mai, se quelli sopportano con fermezza il peso della mala sorte, e questi fanno un uso sconsiderato della buona…”

Patrizia Stefanelli

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Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

14 Dicembre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni

Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

Ultimo anno di liceo, per tanti studenti vuol dire anche orientamento universitario, ovvero la possibilità di perdere qualche ora di lezione ascoltando emissari dalle varie facoltà in visita promozionale. Come sempre, i colleghi liceali di Lucia individuano la cosa più importante: la spilletta-gadget, distribuita fino a esaurimento scorte e dimenticata in pochi minuti. Come sempre, Lucia è in ritardo e non riesce a ottenerne una. In realtà lei vorrebbe solo restituire le carte abbandonate dai ragazzi in visita, ma questi lasciano il liceo in tutta fretta, e a lei rimane la brochure di un corso di laurea che sembra fatto su misura per lei: Scienze Comunicative & Mediazione Intercontinentale (S.C.E.M.I.). Proprio qualche giorno prima l'insegnante di religione le aveva detto, in toni piuttosto decisi, che doveva cominciare a comunicare: questo avrebbe certo risolto i suoi problemi, e forse le avrebbe procurato anche degli amici, lei che veniva sempre derisa per i suoi vestiti fuori moda e il suo aspetto poco curato.

Proprio dal corso di laurea in S.C.E.M.I. inizia la nuova vita di Lucia Fellini, cognome ingombrante e fonte di sospetti tra i suoi Tanti-Nuovi-Amici: e se fosse lei la nipote del pezzo grosso di cui tanto si parla in facoltà? Nel dubbio, le fanno immancabilmente notare quanto siano belli i suoi capi e i colori che indossa, tanto da spingerla a osare con le combinazioni. Fra i suoi tanti colleghi vale la pena citare: Nicolò, un bel ragazzo con forti legami con la camorra, vive in subaffitto con altri sette studenti e se arriva troppo tardi finisce per dormire sull'amaca perché le brandine sono già prese; Demetria, una famiglia rovinata dalle slot-machine, ha una cotta per Nicolò e il suo sogno è diventare una giornalista scomoda; e infine Ludovica, conosciuta al corso scelto tra le Discipline Affini e Integrative. Di famiglia benestante, ha un pessimo rapporto con i genitori ed esprime la propria ribellione ascoltando musica rock anni '60 e fumando canne. Ogni sua frase contiene in media almeno un paio di citazioni di Jim Morrison.

Altro personaggio di particolare rilevanza è Kelevala. Lucia non sa se si tratta di un uomo o una donna, ma lascia scritte curiose sulla porta del bagno femminile. E se fosse un uomo? Un brivido di paura la scuote all'idea che un ragazzo possa intrufolarsi nel suo bagno.

Era solo questione di tempo, anche se non sapevi esattamente con quali mezzi ti saresti trovato miliardario senza passare per uffici, fitti e mutui: era come se l'età adulta fosse il tuo regalo di Natale ancora da scartare, la magia che dai banchi di scuola ti avrebbe portato dritto fino alle stelle, gratis.

E i “grandi”, a quelle cene natalizie, te lo hanno fatto credere: i loro occhi brillavano parlando dei tuoi tiri in porta o del saggio di pianoforte di tua sorella, delle pagelle e dei disegni.

Sareste diventati calciatori, artisti, inventori; nessuno di voi sarebbe finito impiegato al Catasto.

La chiave di lettura del romanzo è tutta qui, in queste poche righe del primo capitolo. Un racconto surreale con protagonista una ragazza svampita e allucinata proveniente da una famiglia povera ma con un cognome importante. I malintesi crescono a ogni pagina, in un rovesciamento di ruoli e situazioni e i personaggi di contorno, dai colleghi al resto della sua scalcinata famiglia, sono tanto assurdi da sembrare veri.

La generazione di cui parla Silvia Pingitore è anche la mia, ho trovato migliaia di rimandi a situazioni vissute di persona, e mi trovo di parte nel commentare questo lavoro. Un esempio su tutti, l'Università la Speranza frequentata da Lucia, il corso di laurea in S.C.E.M.I. e il mio personalissimo ricordo di un insegnante al liceo intento a spiegare quali fossero le prospettive della laurea in “Ingegneria della Pozzanghera e Affini” che il malcapitato studente aveva appena nominato. Storia vera. Quell'etichetta è rimasta nel mio immaginario per anni, e ancora oggi quando vedo il nome di un corso sconclusionato e insensato, lo definisco proprio così: Ingegneria della Pozzanghera.

Altro rimando, più nazional-popolare, è quello all'assessore Palmiro Cangini, personaggio comico creato da Paolo Cevoli, il cui cavallo di battaglia era la costruzione di una grande funivia per unire il nord e il sud Italia, ma senza motore perché il percorso è in discesa. Ricordo una sua intervista in cui gli chiesero dove trovava le idee così sconclusionate che portava in scena, rispose che leggendo la cronaca locale sui giornali la realtà superava di gran lunga la fantasia.

Ecco, anche in questo caso la realtà supera la fantasia, come tanti universitari potrebbero testimoniare. Mi permetto una riflessione: la generazione di Lucia è una generazione disorientata, illusa e disillusa in passato, lanciata nel mondo armata di sogni e andata a sbattere contro i problemi che le generazioni passate avevano dichiarato risolti. Improvvisamente non sono più studenti o lavoratori, ma cervelli in fuga, bamboccioni, giovani da aiutare attraverso politiche di protezione, neanche si parlasse di una specie in via di estinzione. La scelta di Lucia, il momento quasi catartico in cui comprende la realtà e decide di rimanere in Finlandia è surreale, ma è una realtà che esiste da secoli. I cervelli sono sempre fuggiti dall'Italia, ma un tempo venivano chiamati persone.

Il disordine delle cose merita di essere letto non solo per la bontà della scrittura o per gli argomenti trattati, ma anche perché su questo tema la retorica abbonda, e l'argomento viene spesso strumentalizzato. Sono convinto che in ogni contesto sia necessario un momento per sdrammatizzare, e il momento sociale, economico e politico attuale mi sembra quello adatto per farlo. E poi, a tutti serve qualche santo in paradiso, e pare che nel libro si trovino informazioni su qualcuno in grado di procurarveli.

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José Saramago, "Le intermittenze della morte"

13 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

José Saramago, "Le intermittenze della morte"

Nella perenne opera di trovare spazio nella libreria mi è capitato tra le mani un libro di José Saramago, forse l’unico ancora non letto, che giaceva in attesa della maturazione del tempo adatto. A parte che per Saramago è sempre il tempo giusto, ma è anche una questione di gusti.

Come per le altre opere dell’autore portoghese è difficile dare un consiglio di lettura, specialmente se è la prima volta che ci si avvicina a questo scrittore. Innanzitutto lo stile, spiazzante, con una punteggiatura basata sulla lingua parlata e che richiede una concentrazione particolare per entrare nel ritmo della narrazione. Ma questi sono aspetti, come già detto, che lascio ai professionisti della recensione. I miei sono solo piccoli, brevi, consigli di lettura.

Le intermittenze della morte, letto in edizione Einaudi e reperibile anche Feltrinelli e in diversi formati, ci mette di fronte all’ipotesi che la signora dalla falce decida che in un tal paese non si muoia più. Chi era sul punto di esalare l’ultimo respiro rimane lì, sulla soglia, senza peggiorare ma nemmeno migliorare. Una sorta di cristallizzazione del tempo. Nessuno muore più. Quale miglior notizia ci potrebbe essere per l’uomo che ha due certezze, la nascita e appunto la morte? Saramago ci conduce, con ironia, nei meandri di ciò che si potrebbe scatenare se l’assurda ipotesi divenisse realtà. E se poi ci fosse un ripensamento della morte? Se invece si tornasse a morire non all’improvviso ma con un preavviso di sette giorni? E se il preavviso non dovesse giungere in tempo e qualcuno non morisse nonostante fosse giunta l’ora?

Come reagirebbe a questi cambiamenti il singolo? E lo Stato, la Chiesa, la maphia (sì, scritto proprio così)? Per non parlare delle agenzie funebri, gli ospizi, gli ospedali e la morte stessa? Ecco una ridda di situazioni sviluppate con logicità, ironia come già detto, e un’immensa fantasia a cui Saramago ci ha abituati. Basti pensare a Cecità.

La grandezza del Nobel portoghese è partire da una situazione assurda, impossibile, e sviluppare poi un ragionamento logico che alla fine ci porta a considerare sotto una luce diversa l’assurdità stessa del ragionamento. In ultima analisi non ci resta che dire che la morte non è utile, è necessaria e fondamentale per la vita degli umani. Triste doverlo dire ma è così.

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Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

11 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Luca Giordano, "Passa dal corpo il cielo"

Cos’è il cielo? O meglio, di che cielo si parla nel titolo? Non si parla certo di galassie, firmamenti, costellazioni, stratosfera, atmosfera o di zona riservata al traffico aereo. Il cielo di Luca Giordano passa dal corpo, e quindi non può essere un fenomeno meteorologico. Di che cielo parla, allora? Forse di quel luogo oltre la physis, il luogo dell’anima, il luogo della divinità.

Quel cielo contiene ciò che è celato, qualcosa che non si può vedere con occhi fisici, qualcosa di intimo che si manifesta passando da… da dove?

Qualsiasi manifestazione passa da lì.

Manifestare è rendere percepibile ciò che prima non lo era. Manifestare è dar forma, dar corpo. E tutto quanto è celato, per potersi manifestare deve prender corpo, passare dal corpo, uscendo dalla non-dimensione per entrare in dimensione.

Passa dal corpo il cielo è una metafora profonda, è il sunto della manifestazione di un mistero che ci guida nel percorso, del resto questo è la poesia: dal marasma dell’inconscio qualcosa si trasferisce nella mente e attraversa i centri nervosi fino ad arrivare alle mani per… manifestarsi…

Il cammino interiore parte dalla luce del cielo per entrare nella dimensione e nella misura, e non essere più in chi ha vissuto questa trasformazione, che ora è un codice su carta, e che chi legge decodificherà facendo un cammino inverso, partendo dagli occhi entra nella mente per poi rompere il velo, e per un attimo permettere di vedere ciò che è celato…

Luca ci vuole accompagnare in questo viaggio, e lo fa scrivendo poesie senza fronzoli, senza inutili manierismi, brevi e profonde. A volte ci sono anche delle rime, ma sono del tutto casuali, o forse volute per alleggerire il fardello di un messaggio dirompente. La scrittura di Luca Giordano è essenziale e sintetica, ed energizza la comunicazione perché, una volta raggiunta la destinazione, esplode nell’anima del lettore e lo mette davanti allo specchio delle verità profonde.

Passando dal corpo, il cielo si lascia comprimere in queste pagine, per entrare in un altro corpo e ridiventare cielo.

Del resto questa è la magia del linguaggio, l’idea diventa un codice compresso e si espande nel momento in cui arriva a destinazione. Tutta la nostra comunicazione, verbale, gestuale, scritta, visiva, musicale… vive di questo processo di compressione ed espansione. Tutta… solo che… a volte si trova chi comprime di più, e riusciamo a leggere delle poesie (ma lo stesso discorso vale per altre discipline artistiche) istantanee, fulminanti, che quando si espandono in noi prendono diverse forme e vivono di vita propria. Le leggiamo e le rileggiamo, e troviamo sempre nuovi significati… in una manciata di parole…

E a che serve usare tante parole se la sintesi è una delle maggiori qualità della poesia contemporanea, a che serve infarcire la pagina di significati quando con una pennellata di metafora ci si può lasciare andare nello Stupore?

E proprio stupore è il titolo di questa lirica…

Si muovono le foglie sfiorate dal vento.

Un lampione è nuca che s’allontana.

C’è una tristezza che toglie il respiro,

i passi ripetono un ritmo che conosco.

Alzo la testa: è meraviglia la notte.

Atmosfere, immagini, sensazioni che sono di tutti, ma che nessuno riesce a ridare, se non il poeta. Chi non si è sentito vincere dallo stupore quando, passeggiando senza meta, da solo, ha alzato la testa al cielo e… mio Dio, che bello!

Atmosfere e immagini anche nelle onde che si seguono instancabili.

Un’onda forte

Del vento di tempesta

È prima lenta

E rotolando avanza,

sale, scende

coprendo la distanza

poi maestosa alza la cresta

ed è così

che sciabordando

si sfascia la sua schiera

e arriva a riva

soltanto mormorando.

La metafora di tutte le passioni: rabbia, amore, brama, voglia, ira… cosa ne rimane quando si consuma la sua energia? Come un’onda solleva la cresta, ma poi si frange a dieci metri dalla sua fine, e il bagnasciuga è solo una carezza d’acqua e sabbia.

Chi ne è immune?

In queste poesie c’è la contemplazione della realtà come immagine dell’altra realtà, quella che passa dal corpo. Il poeta accetta le due realtà e le assimila.

E certi aspetti della realtà sono duri, impietosi.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli, come a delineare le tappe di un percorso, una crescita che va dalla giovinezza all’addio. Non a caso la prima delle tappe non ha titolo, conta 21 poesie che contemplano la vita, la vedono intorno e la sentono dentro, riassumendola con “non s’arresta mai la vita che corre”. La tappa seconda è un momento di crescita, quasi adolescente, si intitola “mare”, e conta solo otto liriche, come il passaggio dall’infanzia all’età adulta dura circa otto anni. Il tono è pur sempre contemplativo, introspettivo, ma non c’è pietà nella crescita, e si devono affrontare le più dure realtà, si diventa grandi, poi vecchi… e il terzo capitolo si intitola “non chiamarla debolezza”, e ci accompagna per 13 liriche, un grido d’amore che dice: “arma sottile il sapere”. “Degni di un nome” ha 17 liriche che incontrano, l’altro, il diverso, e l’amore si dispiega in altro modo, dando senza chiedere, dandosi a chi, secondo noi, implora che gli si tenda la mano.

Amico down

Non uscisse quello sguardo dai tuoi occhi,

non fosse alcun difetto nel tuo corpo

non amerei di più la tua allegria.

Grato, nonostante il difetto

Fatichi ogni gioia della vita

E la godi più di quanto faccia io.

Qui c’è l’incontro con l’altro, la ricerca dell’anima dell’altro, non solo la propria, e Dio sa quanto sia difficile guardare negli occhi dell’altro, specie se l’altro è diverso.

L’ultima tappa del viaggio è “infine”, due liriche a chiusura di questo bellissimo libro, che si conclude con la promessa di un abbraccio, alla fine della strada, perché “si starà insieme oltre questi cieli”.

Claudio Fiorentini

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Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

8 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #storia

Masha Ronlnikaite, "Devo Raccontare": l'esigenza di raccontare e il dovere di leggere.

E quando ti fucilano fa male?

Immaginate sentirvi fare questa domanda da vostro figlio, da vostro fratello, da un bambino qualsiasi.

Questo è cosa ha sentito chiedere Masha Rolnikaite dal proprio fratellino negli anni lontani della Seconda Guerra mondiale. Ma perché un bimbetto si pone un’angosciosa domanda del genere? Perché è un lituano di religione ebraica e già conosce la durezza e la crudeltà delle persecuzioni ebraiche in quel di Vilnius, conosciuta anche come la Gerusalemme del nord, dove inizia e si svolge la triste e tragica storia di Devo raccontare, Adelphi 2005, 284 p. 18€ la versione cartacea.

Il libro di Masha Ronlnikaite è il diario dal 1941 al 1945 di una ragazzina tredicenne che si ritrova calata suo malgrado nella disgraziata vicenda di odio razziale, smania di potere, delirio d’onnipotenza che tanti lutti ha inflitto al mondo. Una Storia vissuta sulla propria pelle e raccontata grazie alla tenacia dell’autrice che quando non ha più potuto scrivere su fogli volanti e con mozziconi di matite ha mandato a memoria ciò che era andato perduto e ciò che non poteva scrivere riuscendo solo a fine guerra a ricostruire, grazie alla memoria, le disgrazie di quattro anni. Un diario sconvolgente nonostante siano cose già trattate, lette e mai metabolizzate.

E’ la discesa dalla vita normale di una famiglia normale verso l’abisso della crudeltà, della cattiveria verso un proprio simile colpevole solo di professare una religione diversa e di far parte di genti vittime di luoghi comuni e usati da capri espiatori dal potere, a ovest come a est, da sovrani, illuminati o meno, e papi per finire alle varie ideologie del novecento. Certo non sfugge, fatte salve le diversità, che l’abitudine a vedere il diverso come fonte del male purtroppo non morirà mai. Lo stiamo sperimentando anche in questi anni di crisi. Anzi, non abbiamo mai smesso, in ogni dove, di mettere in pratica certe perverse abitudini.

La vita della famiglia Rolnikaite si spezza tutta insieme senza gradualità, subito il padre perde contatto con la moglie e i quattro figli, lui a combattere e la mamma con i figli chiusi nel ghetto creato dai nazisti e affidato alla custodia di ebrei forse convinti che l’assoggettarsi passivamente li porti almeno a salvare il maggior numero di correligionari. Ma non sarà così e nemmeno l’assecondare i nazisti nelle loro folli richieste porterà a guadagnare una sola vita. Li porterà invece ad essere accusati di connivenza e collaborazionismo. In un crescendo di vessazioni, atrocità, sadico divertimento dei sodati tedeschi cui non sembra mai venir meno la fantasia per seviziare i loro prigionieri, seguiremo la piccola Masha dal ghetto al campo di concentramento fino alla soglia della morte e al ricongiungimento con ciò che resta della sua famiglia. Un’analisi per forza di cose spietata, dalla carenza di spazi vitali alla carenza di cibo, dalla speranza in una rapida fine della sofferenza dovuta alle scarne notizie di sconfitte dei tedeschi a un’Armata Rossa sempre troppo distante e con i tedeschi sempre presenti fino all’amara considerazione che “… L'insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo...”

C’è una grande differenza fra me e Anna Frank. Io sono sopravvissuta

A Ponar, vicino a Vilnius, vennero uccise più di 100.000 persone la cui maggioranza di religione ebraica. E' un posto che ricorre con frequenza nella narrazione di Masha Ronlnikaite.

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Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

6 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #personaggi da conoscere

Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

ll poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, l'Inquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme, l’immancabile donna che non si comprende con chi sta e perché, un complotto che ha come arma principale la conoscenza e tante altre cose si possono trovare nel libro di Raphael Jerusalmy I cacciatori di libri, edizioni e/o 266 p. 16,50 €.

L’autore è un ex agente del servizio segreto militare israeliano passato poi a promuovere missioni umanitarie, verrebbe da dire che i rimorsi sono tanti, e ora anche commerciante di libri antichi e romanziere. Il libro è incentrato sulla figura di François de Montcorbier meglio conosciuto come François Villon autore de Il lascito e Il grande testamento, forse uno dei primi poeti maledetti con una vita macchiata da furti, ruberie e anche sospetti di omicidio. Condannato a morte per una seconda volta la pena gli fu commutata e a 31 anni Villon scomparve e non se ne seppe più nulla. Da qui si dipana la narrazione di Jerusalmy in un crescendo (?) di coinvolgimenti a partire dall’incontro con il cardinale di Parigi che appunto gli garantisce la libertà se accetta una missione in Terrasanta. A un certo punto ci si ritrova immersi in libri, papiri, rotoli, pergamene contenenti lo scibile umano e che vanno non solo salvati ma diffusi per portare la conoscenza a tutti e combattere l’oscurantismo dominante. Un passaggio dal Medioevo verso orizzonti più aperti, più ampi verso il Rinascimento.

L’idea è buona ma la messa in pratica un po’ meno. Il libro soffre di una congenita lentezza, l’autore ha mancato l’obiettivo di rendere frizzante la narrazione. Sarebbe comunque ingeneroso fare paragoni con altri autori. Purtroppo il crescendo è lento, la carne al fuoco molta ma non sufficientemente condita e rivoltata a dovere per raggiungere una buona cottura. Debole come thriller e anche come romanzo picaresco. Comunque scritto bene e ricco di citazioni. A merito dell’autore va l’aver riportato alla memoria François Villon e le sue ballate. Comunque un’occasione mancata.

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Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

3 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

Claude Glass

Marco Saverio Loperfido

Annulli Editori, 2014

pp. 159

12,00

Il paesaggista si piazza alle spalle a ciò che vuole ritrarre e proprio grazie allo specchio convesso lo vede tutto racchiuso davanti a sé. Non trovi che ci siano delle similitudini con il tuo modo di guardare l’Italia, ovvero attraverso la lente del mio sguardo, posto dietro di te nel tempo? Pag 73)

Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare posizionandosi con le spalle rivolte verso ciò che si voleva dipingere. Lo specchietto creava una migliore inquadratura della scena e un ammorbidimento dei colori che prendevano così una sfumatura languida. Era usato anche dai viaggiatori dell’epoca.

Claude Glass” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Marco Saverio Loperfido, per la Annulli editori. Il romanzo si rifà alla tradizione della “simulazione del vero” con l’espediente del ritrovamento del manoscritto o delle lettere. Nello specifico, Claude Glass è il nome di un negozio di robivecchi nel quale il protagonista, Sebastiano Valli, trova, chiusa nel cassetto di un mobile, una lettera scritta da Robert Grave, giovanotto inglese, giunto in Italia nel 1792 per fare il Gran Tour, cioè quel giro d’istruzione finanziato dai genitori che erano soliti compiere i ragazzi della buona società anglosassone. Spinto da un impulso bizzarro, Sebastiano risponde alla lettera. Inizia così un favoloso carteggio fra due uomini che vivono a distanza di duecento anni l’uno dall’altro. Robert e Sebastiano diventano amici, approfondiscono la reciproca conoscenza, aprono l’un l’altro il proprio cuore, litigando e riappacificandosi, come capita spesso nelle amicizie reali e in quelle virtuali. Anche Hollywood ha sfruttato la trovata dell’epistolario sfasato nel tempo in alcuni film, ci viene in mente “La casa sul lago del tempo” di Alejandro Agresti, a sua volta remake di un film coreano.

I tempi divergenti di Sebastiano e Robert si avvicineranno sempre più, le donne amate avranno lo stesso nome, fino alla conclusione che, pur lasciando aperte tutte le possibilità, fa intuire la probabilità di una sovrapposizione dei due. Forse Robert Grave è solo una proiezione di Sebastiano, il suo bisogno di vedere la realtà con gli occhi del passato o, meglio ancora, di “tornare” al passato.

Già, vedere. Perché l’argomento del romanzo, e del carteggio, è il paesaggio. Stupisce che i due non si raccontino più particolari della loro vita e dell’esistenza nelle reciproche epoche. Tutto è basato sul loro modo di percepire ciò che li circonda, ovvero il paesaggio della Tuscia. L’autore, Marco Saverio Loperfido, si occupa di sociologia visuale, cioè l’indagine dei fenomeni sociali attraverso le immagini fotografiche. E i nostri due protagonisti, quello contemporaneo e quello del settecento, sono interessati a cogliere aspetti di paesaggio e di vita locale, attraverso la pittura l’uno e la fotografia l’altro. Il panorama indagato, come abbiamo detto, è, sulla scia di Pasolini, quello a metà fra Toscana, Umbria e Lazio, cioè la Tuscia, di cui Loperfido ha realizzato la mappatura a piedi. E se lui è Sebastiano che si guarda intorno e cerca di ritrovare il bello in ciò che vede, Sebastiano è, a sua volta, Robert, che cammina per valli, colline e cittadine, luoghi ancora oggi di grande fascino, quanto mai pittoreschi per i viandanti inglesi a caccia di vedute alla Claude Lorraine. Questo camminare a piedi serve a recuperare lo sguardo lento e intimo che la nostra attuale velocità ci ha tolto, per ritrovare, assaporandoli, scorci di bellezza autentica, in mezzo alla modernità che deturpa e imbruttisce.

Ecco la mia epoca, Robert. Vicino all’arte lo spreco e l’incuria. Ma forse qual cosina di più… forse sono un po’ troppo tenero. Quel palazzo è uno sfregio alla meraviglia del passato, una cicatrice sulla guancia della Monna Lisa, una bestemmia per chi ama il dio Pan della natura, o Venere, dea della bellezza. Io sono indignato, schifato, annichilito da tutto questo che, purtroppo, è solo un esempio fra tanti. Hanno stuprato il passato, lo hanno rinnegato, ce l’hanno tramandato alterato in modo che non potessimo amarlo. Ma il passato era troppo bello e ha continuato a parlarci, seppur con un filo di voce, agonizzante.” (pag. 76)

La riflessione filosofica si mescola alla vista e alle considerazioni. Sebastiano si chiede se ciò che oggi gli appare brutto e sgraziato non acquisterà forse fascino col tempo. E si chiede anche se le rovine del passato non vadano lasciate preda della vegetazione, che forse le degrada ma le rende parte del pianeta, mentre ciò che viene preservato in un museo, catalogato, recintato, in realtà smette di vivere e di appartenerci.

Claude Glass” è un romanzo che può essere letto a tanti livelli, ad esempio quello lampante della denuncia: gli italiani distruggono la loro terra, pronti a sacrificare bellezza e natura sull’altare della necessità. Sono le parti meno attraenti del libro, perché assumono il tono d’invettiva sgraziata, persino di turpiloquio, mentre, al contrario, assurge a altezze liriche la professione d’amore che entrambi i protagonisti, quello remoto e quello contemporaneo, esprimono con toni accorati per la nostra Italia.

Un altro, forse meno evidente ma non certo trascurabile, livello di lettura è quello dell’epistolario virtuale, così frequente nella nostra era social. Chi non ha un’amicizia o un amore in rete, ormai? Robert e Sebastiano si affezionano senza vedersi, anelano all’incontro, che forse avverrà o forse no, ma anche litigano, si accapigliano, si separano per poi riavvicinarsi. Molti di noi hanno avuto la fortuna e la sofferenza di vivere amicizie così, fatte di anime che si fondono, che ambiscono ad una vicinanza che non avrà mai il fascino posseduto dall’immaginario. C’è molto della poetica leopardiana in queste parole di Sebastiano:

La conoscenza è un ostacolo, caro Robert, perché la vitalità si nutre di fantasia e la fantasia di non detto, vago, incerto. Qui invece non c’è più spazio, sia fisico che mentale, e, parliamoci chiaro, è quello che io t’invidio. Sei giovane ma, cosa ancora più bella, è giovane il mondo che vivi e che in questa maniera ti accompagna e asseconda nell’entusiasmo.” (pag. 46)

E ancora: il libro è anche una metafora della solitudine, dell’impossibilità di raggiungere una profonda comunione con l’altro sebbene quest’anelito non cessi mai di riproporsi.

Robert, è una sconfitta per me, e forse per tutta la società, che io oggi faccia questa cosa

impensabile: scrivere una risposta a questa tua lettera sospesa nel tempo, e persa nel tempo, che è arrivata a me per caso. È una sconfitta perché vuol dire che io qui, solo come te quel 7 aprile del 1792, sono estraneo alla mia gente, costretto dalla solitudine e dall’individualismo ad attaccarmi a questo gioco dell’anima. Fingerti ancora vivo in grado di leggermi.” (pag. 15)

La malinconia, lo “spleen”, attraversa tutto il testo, fa vibrare le epistole dei due amici separati dal tempo, e tempera la speranza, che pure è presente nel riconoscimento dell’incanto ancora evidente del paesaggio, a dispetto dell’uomo.

Dopo che il mondo ha ballato e danzato per tanto, adesso è stanco. Ecco quel che posso dirti del futuro, Robert, questo e nient’altro. Tu sei all’inizio del ballo e io, forse, quando tutto si spegne.”(pag. 24)

Forse, alla fine, Robert e Sebastiano si fonderanno, passato e presente coincideranno in una nuova ottica fondata sul rispetto per la natura, per l’arte, per la bellezza.

Alla riscoperta del paesaggio sono legate le parti più liriche, pittoriche, visuali, che fanno dimenticare piccole sbavature di stile, come il fastidioso ricorrere del toscanismo te al posto di tu, fuori luogo in bocca ad un inglese.

Al calar della sera, con la luce del tramonto, escono dai rifugi gli spiriti dei luoghi e tornano ad abitare le terre oggi come sempre. È la luce trasversale a fare il miracolo. Pale, tralicci e casermoni diventano solo scure ombre controluce e l’occhio sembra poterle accettare. Tutto si fa radente e confuso. L’oro del sole allaga la vista e l’Italia, a quell’ora, diventa veramente se stessa perché è la luce che c’è in Italia, inconfondibile e unica, il suo carattere più distintivo. E la luce, grazie al cielo, non la può rovinare nessuno, nemmeno volendolo.” (pag. 148)

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Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

1 Dicembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #saggi

Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

Domenico Vecchioni

La prima dinastia comunista della storia

La saga dei tre Kim

Grego&Greco Editori - Pag. 190 - Euro 12

Credo di aver letto quasi tutta la produzione saggistica di Domenico Vecchioni, sempre di alto livello, sia quando parla di spie internazionali che di sanguinari dittatori. Negli ultimi tempi noto un incremento qualitativo e quantitativo della sua opera come divulgatore storico che ha intrapreso al termine della carriera diplomatica. Lavori come Raul Castro, Pol Pot, Ana Belén Montes e adesso questa saga dei tre Kim sono dei veri capisaldi della letteratura biografica, indispensabili per lo studioso e per il semplice curioso del mondo circostante. La prima dinastia comunista della storia racconta il pericolo reale per il mondo rappresentato dalla Repubblica Popolare e Democratica di Corea, un comunismo singolare che non ha niente di marxista-leninista, se non la facciata, un po' come accade a Cuba, un sistema paradossale che è diventato una monarchia dai contorni teocratici. La famiglia Kim guida la Corea del Nord da circa settant'anni, dal Grande Leader (Kim I), al Caro Leader (Kim II) per finire con ilGrande Successore (Kim III), accomunati dalla volontà di difendere un potere assoluto che rende paranoici, colpevoli di aver trasformato in triste realtà il romanzo di Orwell: 1984. La dinastia Kim riscrive la storia, parla di difesa contro la sempre possibile invasione statunitense, alleva i figli nell'odio contro gli yankee, spende ogni risorsa in arsenali militari e nucleari, senza badare ai bisogni alimentari delle persone. Un simile regime fa marciare il popolo al passo d'oca, lo fa piangere a comando e sorridere per obbligo, non si vergogna di far morire di fame i poveri, ordina fucilazioni di massa per i dissidenti e dispone di giganteschi campi di concentramento dove rinchiude gli antisociali. Un simile regime è una potenza nucleare e un brivido di paura percorre le membra del lettore quando pensa che il folle Kim III potrebbe - soltanto per un capriccio - ordinare un'esplosione atomica. Noi che conosciamo abbastanza da vicino la dittatura cubana - la famiglia Castro governa dal 1959, i Kim dal 1945 - possiamo dire che i due regimi non sono neppure paragonabili. Tanto per fare un esempio, se a Pyongyang venisse fuori una blogger come Yoani Sanchez non solo non sarebbe libera di girare per il mondo criticando il suo governo, ma sarebbe stata da tempo internata in un campo di concentramento o - peggio - fucilata. Il governo coreano pratica l'eugenetica,nel senso che stermina tutta la famiglia del presunto dissidente, una volta accertato (con torture e metodi disumani) il tradimento, che consiste anche in un modesto scostamento dalla dottrina della famiglia Kim. Domenico Vecchioni scrive un ottimo testo, molto utile per che vuole avere una rapida panoramica di uno dei regimi più feroci dell'epoca contemporanea. Si legge come un romanzo, ma non come un romanzo di Veronesi, come un romanzo scritto bene.

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Bombolo

28 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Bombolo

Ezio Cardarelli
E poi cominciatti a fa’ l’attore
Ad Est dell’equatore – Euro 12 – Pag. 170
www.adestdellequatore.com
info@adestdellequatore.com

Mi riprometto di tornare sull’argomento in maniera più approfondita, perché Bombolo – al secolo Franco Lechner – è un caratterista che merita attenzione, ma non potevo fare a meno di segnalare che ho appena finito di leggere un libro fantastico, una vera e propria biografia del comico più naturale del nostro cinema. Ezio Cardarelli è un poliziotto – come Nico Giraldi, precisa nella nota biografica – che si cimenta per la prima volta con la scrittura di un libro, per amore nei confronti del cinema di Tomas Milian e della comicità di Bombolo. Tutto nasce a Miami Beach, dove Cardarelli conosce e intervista er cubbano de Roma, spinta emotiva necessaria a realizzare un’opera importante. Il libro comincia proprio da Milian, ma prosegue con la vita di Bombolo, raccontata con le sue parole, con il suo slang, con tanti episodi di vita in borgata e momenti di cinema. Il libro è anche una storia in piccolo della Roma povera, dove si parla come si mangia, un testo dal quale emerge tutta genuina spontaneità di Bombolo. Il lettore troverà appagate le sue curiosità: il quartiere natale, il carrettino per vendere piatti e mercanzia per strada, il rapporto stretto con il fratello, l’esordio in teatro, grazie a Castellacci e Pingitore che lo scoprono tra i commensali del ristorante Picchiottino, il lavoro con Tomas Milian, Pippo Franco, Enzo Cannavale. Cardarelli fotografa Bombolo come un irresistibile comico naturale, che non aveva bisogno di recitare, ma bastava mettesse in campo la sua mimica facciale, le sue battute corporali, il suo mitico tzé-tzé, come ricorda Marco Giusti in una brillante prefazione. Il lettore troverà le testimonianze di Pingitore, Martufello, Galliano Juso, Alessandra Cardini, dei familiari e di tutti coloro che hanno conosciuto Bombolo. Interessante apparato fotografico e filmografia completa, da Remo e Romolo (1976) a Giuro che ti amo (1986), senza dimenticare TV e teatro. Cardarelli non è un critico con la puzza sotto il naso, ma un entusiasta del cinema italiano perduto, uno che ama Gloria Guida, Lilli Carati, Edwige Fenech e che non si vergogna a definire W la foca! un capolavoro. Quanto siamo simili… forse proprio per questo metterò il suo libro tra le cose più importanti della mia biblioteca. Complimenti anche all’editore che fa pagare un prezzo onesto per acquistare un’opera che celebra con umiltà e buon gusto il nostro cinema popolare.

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