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recensioni

Massimo Moscati, "Breve storia del cinema"

12 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Massimo Moscati, "Breve storia del cinema"

Massimo Moscati

Breve Storia del Cinema

Bompiani - Pag. 480 - Euro 10

Un libro straordinario, scoperto per caso in una libreria di Livorno, acquistato come una folgorazione, scritto così bene che non riesco a staccarmene e vado pensando da giorni che andrebbe studiato, non soltanto letto. Un testo indispensabile per chi ama il cinema e vuole cominciare a capirlo, soprattutto perché non è scritto in critichese, lingua incomprensibile - molto vicino al politichese - di cui si nutrono tanti saccentoni di casa nostra. Scrivere di cinema non significa essere giocoforza astrusi e complessi, usare un italiano colto e forbito, cercare di non farsi capire se non da pochi eletti. Scrivere di cinema vuol dire raccontare la fabbrica dei sogni all'uomo della strada, al cittadino comune, al ragazzo che vuole avvicinarsi a un fenomeno culturale fruibile da tutti. Bravo Moscati - giornalista e sceneggiatore, autore tra l'altro di un manuale di sceneggiatura e di un dizionario dei film - che parte dagli albori del cinema, ci racconta Wells, Chaplin, Bergman, Wilder, la commedia all'italiana, il melodramma, la nouvelle vague, il surrealismo, il neorealismo, il realismo poetico francese, il cinema giapponese, cinese, sovietico, persino messicano e cubano, in una suggestiva carrellata di ricordi. Moscati compie un ben preciso percorso critico privo di omissioni, non trascura il gusto personale, racconta Hollywood, Cinecittà, il cinema indiano e palestinese, il periodo del muto, la comparsa del sonoro, il 3D e l'animazione, finisce per analizzare oltre mille film con passione e competenza. Un libro enciclopedico senza la pesantezza di un dizionario ma scritto con la leggerezza di un romanzo popolare, divulgativo e scientifico, di facile comprensione e al tempo stesso tecnico. Prima edizione 1999. Seconda edizione ottobre 2014. Costa soltanto dieci euro per quasi 500 pagine. Cosa aspettate a comprarlo?

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Andrea Biscaro, "Il vicino"

8 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Il vicino"

Il vicino

Andrea Biscaro

Safarà editore

pp 194

12, 50

Fino agli ultimi due capitoli, “Il vicino”, di Andrea Biscaro, è un thriller che t’inchioda dal primo rigo.

Situazione angosciosa in crescendo: il protagonista - un pittore di qualche fama che vive in campagna con una gatta dopo aver divorziato - riceve un film snuff nel quale appare protagonista. Si tratta di un video amatoriale pornografico, in cui vengono mostrate torture, culminanti con la morte della vittima, nello specifico una donna alla quale lui, dopo il sesso, mozza la testa con una sega. Diciamo che le varie sequenze di delitti nel romanzo sono fin troppo splatter ma comunque funzionali al genere. Il pittore, che non ricorda di aver compiuto mai niente di così efferato, vive isolato nella campagna della Tuscia, vicino ad un paese riconducibile a Pitigliano, bello quanto inquietante retaggio di antiche testimonianze etrusche. Accanto a lui è venuto ad abitare da poco uno strano personaggio, un architetto dai modi affascinanti ma ambigui. Pagina dopo pagina la paura cresce. Biscaro è bravissimo a rendere il dilatarsi dell’orrore, la sensazione di essere sempre più in trappola, la minaccia.

Il finale non possiamo svelarlo, anche se vi sarà una specie di contrappasso, una punizione per antichi peccati. Nonostante la spiegazione razionale, intuiamo che non tutto è come sembra. C’è comunque molto inconscio, molto rimosso, dietro le vicende/allucinazioni di cui è vittima il pittore protagonista della storia.

Intravedo i loro becchi neri che grondano sangue. Io non posso muovermi. Non è soltanto la paura. È impossibile spostarsi in mezzo a questa invasione, a questa violenza di ali, a questa tempesta nera.(…) I loro becchi raggiungono la mia gola, la squarciano, mi tranciano la carotide. I loro becchi invadono i miei occhi, bevono i miei bulbi. I loro becchi si fanno strada nelle mie carni, nel mio petto, scavano nelle ossa e nei nervi, trovano il mio cuore e lo divorano, lo beccano, lo spolpano, lo fanno scomparire nelle loro gole gracchianti.” (pag 156)

Ciò che gli capita non è un caso, ciò che prova nasce dal rimorso e dal tormento interiore. E questo, nel finale, meriterebbe di essere sviluppato meglio.

La narrazione, abbiamo detto, fila come un treno fino agli ultimi due capitoli che, a nostro avviso, creano un anticlimax troppo sbrigativo, tropo esplicito e perciò deludente, specialmente perché non tutto risulta credibile.

Lo stile è ottimo, l’insistita paratassi – al limite quasi della scrittura poetica – all’inizio spiazza, ma serve bene lo scopo di produrre un ritmo incalzante e feroce, una morsa che si stringe attorno all’io narrante fino a stritolarlo, ed è compensata da una scrittura perfetta che non lascia niente al caso. Intelligente la scelta di una narrazione onnisciente, con l’espediente del reiterato “se qualcuno potesse vedermi da fuori”, e la resa oggettiva dei dialoghi, riprodotti, non tanto come sceneggiature, quanto come vere e proprie registrazioni su nastro.

Se qualcuno potesse vedere il mio volto ora dall’esterno, vedrebbe le orbite dei miei occhi farsi buie, cave. Vedrebbe la pelle del mio viso tesa in una maschera di orrore. Qualcuno potrebbe pensare di vedere una sigaretta nella mia mano destra, stretta tra indice e medio. Qualcuno potrebbe persino intuire la forma di un bicchiere pieno nella mia mano sinistra.” (pag 11)

“Pensare”, “intuire” sono verbi che attirano la nostra attenzione sulla possibilità che ciò che viene descritto non sia vero, sia frutto di una illusione. Per contrasto, la messinscena architettata ai danni del protagonista appare più che mai reale, mentre ciò che egli compie, le sue azioni, sono messe in dubbio dai suoi stessi pensieri. Il pittore afferma di aver smesso di bere, di fumare e di fare le altre cose sbagliate che lo hanno portato al punto in cui è, cioè ad essere un uomo solo e braccato, ma, forse nella sua mano quel bicchiere c’è ancora, la sigaretta sta ancora fra le sue dita, il vizio è sempre dentro a rodergli il cuore come i l becco dei corvi, il male cova in attesa di un indennizzo, di una vendetta.

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Sacha Naspini, "Ciò che Dio unisce"

2 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Sacha Naspini, "Ciò che Dio unisce"

Sacha Naspini

Ciò che Dio unisce

Piano B Edizioni

pp. 176

Euro 14

Sacha Naspini torna a scrivere le storie che piacciono a noi, quelle con cui l'abbiamo conosciuto, in piena sintonia con I cariolanti (Elliot, 2009) e Le nostre assenze (Elliot, 2012), ma anche con L'ingrato e I sassi (Il Foglio Letterario). Storie di vita quotidiana, romanzi di formazione, narrativa letteraria ai confini con il genere, come un regista sperimentale che racconta la realtà a base di inquietanti soggettive e poetici piani sequenza. Ciò che Dio unisce ricostruisce una vicenda matrimoniale - partendo dai rispettivi addii al celibato - da due diversi punti di vista, scanditi da capitoli alterni intitolati con il nome di lui (Michele) e di lei (Marta) che seguono il filo conduttore dei diversi pensieri. L'autore riesce a calarsi bene sia nella psicologia maschile che in quella femminile, non risultando invadente e non facendo trapelare il suo pensiero. Naspini racconta tramite i personaggi e scompare in loro, dote non comune nella narrativa ombelicale contemporanea pervasa da emuli - più o meno riusciti - di Proust. La materia del romanzo è narrativa nera, alla Ammaniti dei tempi in cui scriveva storie dure e taglienti, stile Fango o Ti prendo e ti porto via, permeata da una psicologia di fondo che ricorda il Bergman di Scene da un matrimonio. Proprio come nel capolavoro cinematografico del maestro svedese, anche nel romanzo di Naspini le tensioni matrimoniali - dopo un lungo periodo di incubazione - giungono al loro culmine e a un certo punto esplodono. La gelosia di lui, i tradimenti di lei, il gruppo musicale e gli amici che imperversano, gli scherzi oltre ogni limite nella prima notte di nozze, tutto congiura verso un finale imprevedibile e sconvolgente. Naspini contamina noir e horror metropolitano, romanzo criminale e letteratura, cinema e cronaca nera. Trova una sua strada narrativa che lo distingue nel panorama contemporaneo, uno stile asciutto, freddo, senza tanti fronzoli, efficace da un punto di vista comunicativo. Ottima l'ambientazione maremmana, in una Follonica notturna e decadente, teatro insolito di una cattiva storia di provincia. Non manca un pizzico di erotismo, come è presente la musica, vera passione dell'autore, che fa capolino con il gruppo inesistente dei Paturnia (in maremmano si dice: "Non ti fare tante paturnie!", per dire di non farsi problemi inesistenti) e dal Quartiere Latino, locale follonichese che fa musica dal vivo. L'ultimo capitolo del romanzo è dedicato ai pensieri dell'amico di Michele, ai suoi ricordi, a quel che ritiene possa accadere durante la prima notte di nozze, prima di partire per uno splendido viaggio intorno al mondo. Non sa quanto si sbaglia. Bravo Naspini che sei tornato all'ovile di quel che sai fare meglio. Altro che romanzi storici!

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Valentino Appoloni, "Ombre"

25 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #valentino appoloni, #recensioni, #racconto

Valentino Appoloni, "Ombre"

Ombre

Valentino Appoloni

Ilmiolibro.it

pp 256

10,90

ebook 0,99 su La Feltrinelli e Amazon.

“Ombre”, ventisette racconti sorprendenti, non tanto per il contenuto, quanto per l’aura ottocentesca che li pervade. Sembrano scritti da Tolstoj, da Gogol e di certo Appoloni è debitore verso i maestri russi che così ben conosce e sa analizzare, ma anche verso il primo novecento, di Kafka prima e Calvino poi.

Seppure alcune novelle traggano ispirazione dalla storia (ad esempio la Rivoluzione francese) mantengono tutte un sapore fiabesco, ambientate in tempi e luoghi dove sogno e inconscio intrecciano trame fantastiche ma con una morale di fondo. Surrealismo, insomma, o meglio, realismo magico.

Allegorie con fine pedagogico, in un ambiente che, seppur rarefatto, non è solo simbolico. La bellezza delle storie non è nella trama e nemmeno nello stile, pur elegante e raffinato, quanto proprio nella vivezza fiabesca di certe ricostruzioni sceniche e nella maestria con cui sono descritte. Paesi, colline, boschi, regni, contee, chiese di campagna, castelli, vicoli, piazze e palazzi. Oggetti che hanno un’anima, libri, statue, ponti, una ghigliottina, buchi nel terreno, muri che acquistano una loro vita segreta per vendicarsi della malvagità, dell’incuria o dell’incredulità degli uomini. Spesso è il diavolo a metterci di nascosto lo zampino e a punire chi rifiuta la sua esistenza. Ogni storia mette in evidenza le storture dell’animo umano, l’ipocrisia, l’avidità, la cattiveria cieca della folla, degli uomini di potere e della politica, come “Il santo”, dove viene ucciso chi brama il potere ma anche chi se ne tiene lontano. “Le statue” ricorda il Marcovaldo di Calvino; qui non è la natura a sopravvivere alla cementificazione ma l’arte, i monumenti, le vestigia del passato violentate dalla modernità che si riappropriano del loro spazio. Le ombre del titolo ricorrono nel tema del doppio e del sosia. La parte oscura, il rimosso ma anche, forse, il moltiplicarsi del possibile, del reale, lo specchio, il labirinto.

Alcuni racconti hanno il passo lento e morale dei testi dei maestri russi o di Dickens, altri la lieve ironia, la satira dei difetti umani propria di una fiaba come “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Andersen. La narrazione è supportata da uno stile di notevole respiro. Forse non è un caso se fra i personaggi minori sono citati proprio due fratelli che si chiamano Grimm.

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Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

7 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

Alessandro Angeli
Napoli Circonvallazione
Nord
Italic Pequod – Euro 15 – Pag. 110

Alessandro Angeli (1972) non è un esordiente. Ce ne rendiamo conto dopo poche pagine, dalla ricerca linguistica, dallo stile, dalle ambientazioni degradate e dai caratteri dei personaggi, immersi nel sottomondo napoletano, governato da malavita e piccoli boss di quartiere. Angeli è un romano che vive in Maremma, nella - per me - vicina Grosseto, patria di Bianciardi, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Pubblica dal 2008, romanzi e racconti: Maginot, La lingua dei fossi, Ragazzo fiume, I ragni in testa, Mare di vetro, Storia d’amore e d’anarchia di Antonio Gamberi, Transmission, vita morte e visioni di Ian Curtis, Joy Division. Meriterebbe un editore medio grande, perché la sua scrittura matura andrebbe valorizzata, se ancora esistessero gli editori - talent scout (ma tanto ci sono i talent televisivi, no?), anche se i suoi ultimi lavori sono usciti per Stampa Alternativa del mitico Marcello Baraghini, grande editore da un punto di vista morale, senza essere un editore grande.

Il romanzo è ambientato a Napoli, nei quartieri marginali della città, secondo la lezione di Roberto Saviano, ma forse ancor più delle fiction televisive come L’oro di Scampia e i serial Gomorra e Romanzo criminale. Non crediamo di bestemmiare dicendo che Angeli ci appassiona molto di più del rinomato Saviano, abile polemista ma incapace di scrivere narrativa con un briciolo di poesia. Angeli no, nelle sue frasi scarne e nei dialoghi serrati abbonda di un cupo lirismo fatto di inquietudini, di bambini che giocano a pallone sotto gli occhi di giovani spacciatori, di adulti che passano il tempo nei bar di periferia, di donne disponibili a incontri sessuali a pagamento. Il protagonista della storia è Nunzio, un ragazzo di Secondigliano, che ci racconta pagina dopo pagina il vuoto della sua esistenza fatta di consuetudini, di un niente assoluto, permeata dal desiderio di fuga. Napoli Circonvallazione Nord è a tutti gli effetti un noir, una storia criminale, che narra le vicissitudini di spacciatori e ladri di quartiere, di rapinatori braccati dalla polizia, costretti a vivere un’esistenza che non vorrebbero. Nunzio sa che non può abbandonare Napoli, perché quel mondo degradato e insopportabile, quel panorama di tristezze quotidiane, è la sua vita. Napoli e i panni stesi alle finestre. Napoli e le case popolari. Napoli e il senso d’abbandono. Napoli e la noia, l’abulia del quotidiano. Napoli e i sogni infranti. Napoli e le suggestioni liriche che Angeli infonde nel lettore. Un romanzo da leggere.

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Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

3 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

Amori rubati, mancati, violenti, guerre, rivoluzioni, lotte operaie, capitalismo, povertà, un accenno di anarchismo, un po’ di proto-femminismo, bugie, saga familiare, un pizzico di fantascienza, un po’ di giallo e di noir e tanto altro ancora li possiamo trovare nel libro di Margaret Atwood L’assassino cieco, letto nell’edizione Tea e disponibile in diversi formati e prezzo. Dell’autrice è anche superfluo parlare, conosciutissima, candidata più volte al premio Nobel, Il fatto che non l’abbia mai avuto la rende migliore?, vincitrice di diversi premi di un certo rilievo e questo romanzo appare nella classifica di un noto settimanale americano tra i migliori cento libri in lingua inglese del secolo. Ora chi sono io per parlare di cotanto libro e autrice? Un lettore, la seconda faccia della moneta che permette agli scrittori di esistere. Non esisteremmo gli uni senza gli altri. Dopo questa cazzatella pseudo filosofica-letteraria andiamo avanti.

La storia è ambientata in un ipotetico paese canadese ed inizia con una morte e il libro è tutto teso a svolgere la matassa che spiegherà la morte con la storia della famiglia Chase narrata dalla vecchia Iris e dal libro scritto dalla sorella Laura che è parte integrante della narrazione. Nessuno degli avvenimenti principali della prima metà del 900 è stato tralasciato, dalla industrializzazione alla depressione, dalle lotte operaie al capitalismo, dalla guerra di Spagna al fascismo alla seconda guerra mondiale, ecc. Il tutto narrato con una vena di giallo che dovrebbe rendere appassionante la vicenda ma che non coglie il segno in quanto la trama si svela da sola mano a mano che si legge e manca anche il classico colpo di scena degno del genere. Non affonda in nessuno degli argomenti trattati, un immenso ricamo bello ma non compiuto, l’autrice si è fermata all’imbastitura senza essere in grado di dare al ricamo quei colori che servono a farlo risaltare sulla stoffa del fondo.

Di materiale c’è ne è tanto, come detto, e il libro è scritto bene e altrettanto tradotto ma, a differenza del giudizio di un noto inserto settimanale di un noto quotidiano nazionale, non travolge, non coinvolge. Sembra di essere immersi in uno stagno di vocali e consonanti dove ogni tanto cade qualche parola che provoca piccoli cerchi concentrici che subito svaniscono. In alcuni punti penso sia più avvincente un mattinale della Questura che il libro della Atwood. Una scrittura ferma, piatta, verrebbe da dire priva delle emozioni che gli argomenti trattati provocano nella penna di altri autori.

Un esercizio di bella scrittura lungo 552 pagine.

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Giorgio Olmoti, "On the Road again"

1 Gennaio 2015 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Giorgio Olmoti, "On the Road again"

On the road again

Giorgio Olmoti

Roundmidnight edizioni

Un linguaggio sconclusionato che contiene diversi semi di riflessione, belle fotografie di un passato vicino e lontano. Ci siamo chiesti più volte quanto abbia importanza il modo di comunicare nello scrivere un libro, il linguaggio. Ci vengono in mente molti scritti di Saramago che ignorano la punteggiatura e costringono ad essere completamente attenti per riuscire a capire quello che vuol dire. Forse la punteggiatura non è tutto, forse il linguaggio non è tutto, forse è solo una questione di pigrizia. E ci chiediamo: ma il lettore, questo sconosciuto, che affonda nelle parole scritte dall’Autore, ha qualche diritto? Certo, quello di chiudere il libro e rimetterlo nella libreria, però immaginiamo che un Autore voglia essere letto, allora il linguaggio ha un qualche significato.

Saramago voleva essere letto? Certamente sì e provocava. Quindi accettiamo la provocazione di Giorgio Olmoti e continuiamo la lettura, tornando in dietro diverse volte per vedere se abbiamo capito. I racconti si snodano nel senso letterale “on the road”, s’intrecciano con le belle fotografie che citavamo, ma l’ironia la fa da padrona sempre. Ironia sulla società, sui giovani, gli anziani ed anche su chi scrive. Ci piace l’ironia, la sua lama tagliente e affilata come un bisturi, ci procura spaccati della realtà storica che altrimenti rimarrebbero nascosti e in questo Olmoti è bravo.

Un’ironia feroce e dissacrante ma poi scopri che nelle sue pieghe si nascondono bave di poesia, come una lumaca che lascia la sua scia, perché chi è attento la segua.

Ci ritroviamo perciò anche noi on the road again, senza soldi con la macchina che si guasta o su un’aia di uno sperduto casolare immersi nella merda di vacca, siamo nel castagneto del dentista Artos, dentista sui generis. Ci guardiamo intorno in una cucina piena di mobili, “un Vittoriale pop”, o ci sediamo al bar “dopo una giornata caricata a sale e sparata nella schiena”. Con l’immancabile 127 verde, o con una bici sgangherata, mentre “i soldi erano una cosa che più che altro intuivamo”, ci catapultiamo alla ricerca di pioppini per sfamare la tribù. Giriamo per le corsie del supermercato con la vita nello zaino, “in culo al gelo che fuori se la tira da boss del quartiere”, rubando microstorie dalle facce e dai carrelli della spesa, oppure scriviamo una lettera aperta al signor Timberland. Ci infiliamo sotto un architrave per il terremoto, oppure leggiamo bigliettini con scritto “Gesù sta arrivando”. Ci introduciamo in un ospedale, insomma siamo dentro una variegata umanità vista sempre dallo stesso occhio attento.

In definitiva il libro ci piace, nonostante le difficoltà e la costante rilettura all’indietro che ci dà quest’andatura forse un po’ marziana, come i personaggi che sembrano appartenere ad un altro pianeta e invece sono assolutamente nostrali.

Del resto sono il più grande narratore di insuccesso che la storia delle storie ricordi e quindi il cerchio si chiude”, l’Autore fa dire a un personaggio, e qui non siamo d’accordo.

Maria Vittoria Masserotti

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Claudio Fiorentini, "Captaloona"

15 Dicembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Claudio Fiorentini, "Captaloona"

Recensione di Patrizia Stefanelli

Un passaggio per Captaloona?

Sì, grazie.

Di fronte a me un incontro, solo quello e comincia il viaggio. La risposta ad un andare verso l’ignoto. Un giorno uno scrittore mi chiese: cominceresti un viaggio senza conoscerne bene la meta? Dopo un attimo risposi: certo che sì.

Così, Galatea, che ha il nome della ninfa del mare, cara ad Omero, a Ovidio e a Raffaello, compie il viaggio della metamorfosi. Quasi da subito attraverso l’incipit il romanzo mi ha riportata a Joyce di “Gente di Dublino”, non per la storia ma per la tecnica narrativa che prediligo. Captaloona è una meta dalle molte sfaccettature in cui il fuori e il dentro si intersecano nella trama. Questa città, ha in sé il logorio della paralisi dei valori e la fuga degli stessi e dei suoi personaggi che però torneranno. Marc Mullet, torna, portando un futuro migliore, realizzando il sogno del Santo Asceta e la sua “Verità delle cose” : La via dello spirito che cerca un varco nella dittatura del sapere indotto.

La fabula e l’intreccio del racconto seguono la tecnica del flusso di coscienza. Il narratore non è onnisciente e attraverso il flashback procede semplice nella sintassi, usa intercalari come: “Mh!” , fa uso di epifanie (ad esempio l’ossessione degli specchi) e del punto di vista. Tutto si dipana attraverso i “movimenti” che l’autore indica all’inizio di un nuovo capitolo. Egli parla sempre al plurale, a pagina 21 dice : “ … che narreremo”. Sì, perché il suo ruolo è quello di presentare la realtà del romanzo, nel modo più oggettivo possibile lasciando al lettore la possibilità di comprenderla attraverso la sua percezione.

Dunque, qual è la verità delle cose? Dice Mullet: “La verità che ti sbatte in faccia ciò che sei anche quando non ti piace, e la maldicenza che ti obbliga a essere quello che non sei sulla bocca di tutti per questioni tue private, e che ti fa vittima dei loro pregiudizi” . “…dopo un po’ la verità e la maldicenza si confondono, diventando la stessa cosa”. E allora bisogna agire, giocandosi il tutto per tutto al fine di potersi guardare allo specchio senza paure.
In un giorno di pioggia, sembra farsi largo una realtà pirandelliana. In una stanza ci sono un architetto malato, una donna dalla bella voce, un fattorino col suo pacco da Captaloona e la sua ossessione per i call center e i codici in un mondo certificato da IOS… Ognuno pensa qualcosa di diverso rispetto alla realtà dei fatti ma il pacco che il fattorino reca è l’elemento narrativo che unirà la storia, l’introduzione dei presupposti e del suo fantasma.

Captaloona è il caos, nella sua descrizione tutta una serie di negazioni ci portano a ciò che non è più. Attraverso la figura della portinaia, scopriamo il peccato che non si perdona e una serie di loschi personaggi insieme alle riflessioni sulla condizione umana, legata al principio di libertà.

Le ossessioni si rivelano come un fiume in piena nel parlare della Dott.ssa Lematite. La cura stessa è la malattia; è la malattia che cura.

Nell’explicit del romanzo, la morte è l’ordine di tutte le cose in una polifonia dissonante di voci, nell’intreccio ingarbugliato della vita. Non racconterò la storia per lasciarvi il piacere di leggerla e, in conclusione, mi viene alla mente il discorso di Tacito, tratto da "Annales" VI ,22

“Ma io, quando sento dire queste cose e altre simili resto incerto se le vicende umane si svolgano per opera del fato e della necessità immutabile oppure per caso. Perciò troverai discordi i maggiori filosofi antichi e coloro che ne seguono la dottrina, e troverai che in molti è radicata l’opinione che gli dèi non si curino della nostra origine, della nostra fine e in definitiva degli uomini; e che perciò con tanta frequenza le disgrazie capitino ai buoni e le fortune ai malvagi. Altri al contrario ritengono che il fato trovi corrispondenza negli eventi, ma non per influsso dei moti astrali, bensì in base ai principi e alle concatenazioni delle cause naturali; e tuttavia ci lasciano liberi di scegliere la nostra vita, ma quando la si è scelta, la serie degli eventi che ci attendono è determinata. Né il male – ritengono – né il bene sono quelli che pensa il volgo: molti, che sembrano stretti dalle avversità, sono felici e molti altri invece, pur tra grandi ricchezze, più infelici che mai, se quelli sopportano con fermezza il peso della mala sorte, e questi fanno un uso sconsiderato della buona…”

Patrizia Stefanelli

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Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

14 Dicembre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni

Silvia Pingitore, "Il disordine delle cose"

Ultimo anno di liceo, per tanti studenti vuol dire anche orientamento universitario, ovvero la possibilità di perdere qualche ora di lezione ascoltando emissari dalle varie facoltà in visita promozionale. Come sempre, i colleghi liceali di Lucia individuano la cosa più importante: la spilletta-gadget, distribuita fino a esaurimento scorte e dimenticata in pochi minuti. Come sempre, Lucia è in ritardo e non riesce a ottenerne una. In realtà lei vorrebbe solo restituire le carte abbandonate dai ragazzi in visita, ma questi lasciano il liceo in tutta fretta, e a lei rimane la brochure di un corso di laurea che sembra fatto su misura per lei: Scienze Comunicative & Mediazione Intercontinentale (S.C.E.M.I.). Proprio qualche giorno prima l'insegnante di religione le aveva detto, in toni piuttosto decisi, che doveva cominciare a comunicare: questo avrebbe certo risolto i suoi problemi, e forse le avrebbe procurato anche degli amici, lei che veniva sempre derisa per i suoi vestiti fuori moda e il suo aspetto poco curato.

Proprio dal corso di laurea in S.C.E.M.I. inizia la nuova vita di Lucia Fellini, cognome ingombrante e fonte di sospetti tra i suoi Tanti-Nuovi-Amici: e se fosse lei la nipote del pezzo grosso di cui tanto si parla in facoltà? Nel dubbio, le fanno immancabilmente notare quanto siano belli i suoi capi e i colori che indossa, tanto da spingerla a osare con le combinazioni. Fra i suoi tanti colleghi vale la pena citare: Nicolò, un bel ragazzo con forti legami con la camorra, vive in subaffitto con altri sette studenti e se arriva troppo tardi finisce per dormire sull'amaca perché le brandine sono già prese; Demetria, una famiglia rovinata dalle slot-machine, ha una cotta per Nicolò e il suo sogno è diventare una giornalista scomoda; e infine Ludovica, conosciuta al corso scelto tra le Discipline Affini e Integrative. Di famiglia benestante, ha un pessimo rapporto con i genitori ed esprime la propria ribellione ascoltando musica rock anni '60 e fumando canne. Ogni sua frase contiene in media almeno un paio di citazioni di Jim Morrison.

Altro personaggio di particolare rilevanza è Kelevala. Lucia non sa se si tratta di un uomo o una donna, ma lascia scritte curiose sulla porta del bagno femminile. E se fosse un uomo? Un brivido di paura la scuote all'idea che un ragazzo possa intrufolarsi nel suo bagno.

Era solo questione di tempo, anche se non sapevi esattamente con quali mezzi ti saresti trovato miliardario senza passare per uffici, fitti e mutui: era come se l'età adulta fosse il tuo regalo di Natale ancora da scartare, la magia che dai banchi di scuola ti avrebbe portato dritto fino alle stelle, gratis.

E i “grandi”, a quelle cene natalizie, te lo hanno fatto credere: i loro occhi brillavano parlando dei tuoi tiri in porta o del saggio di pianoforte di tua sorella, delle pagelle e dei disegni.

Sareste diventati calciatori, artisti, inventori; nessuno di voi sarebbe finito impiegato al Catasto.

La chiave di lettura del romanzo è tutta qui, in queste poche righe del primo capitolo. Un racconto surreale con protagonista una ragazza svampita e allucinata proveniente da una famiglia povera ma con un cognome importante. I malintesi crescono a ogni pagina, in un rovesciamento di ruoli e situazioni e i personaggi di contorno, dai colleghi al resto della sua scalcinata famiglia, sono tanto assurdi da sembrare veri.

La generazione di cui parla Silvia Pingitore è anche la mia, ho trovato migliaia di rimandi a situazioni vissute di persona, e mi trovo di parte nel commentare questo lavoro. Un esempio su tutti, l'Università la Speranza frequentata da Lucia, il corso di laurea in S.C.E.M.I. e il mio personalissimo ricordo di un insegnante al liceo intento a spiegare quali fossero le prospettive della laurea in “Ingegneria della Pozzanghera e Affini” che il malcapitato studente aveva appena nominato. Storia vera. Quell'etichetta è rimasta nel mio immaginario per anni, e ancora oggi quando vedo il nome di un corso sconclusionato e insensato, lo definisco proprio così: Ingegneria della Pozzanghera.

Altro rimando, più nazional-popolare, è quello all'assessore Palmiro Cangini, personaggio comico creato da Paolo Cevoli, il cui cavallo di battaglia era la costruzione di una grande funivia per unire il nord e il sud Italia, ma senza motore perché il percorso è in discesa. Ricordo una sua intervista in cui gli chiesero dove trovava le idee così sconclusionate che portava in scena, rispose che leggendo la cronaca locale sui giornali la realtà superava di gran lunga la fantasia.

Ecco, anche in questo caso la realtà supera la fantasia, come tanti universitari potrebbero testimoniare. Mi permetto una riflessione: la generazione di Lucia è una generazione disorientata, illusa e disillusa in passato, lanciata nel mondo armata di sogni e andata a sbattere contro i problemi che le generazioni passate avevano dichiarato risolti. Improvvisamente non sono più studenti o lavoratori, ma cervelli in fuga, bamboccioni, giovani da aiutare attraverso politiche di protezione, neanche si parlasse di una specie in via di estinzione. La scelta di Lucia, il momento quasi catartico in cui comprende la realtà e decide di rimanere in Finlandia è surreale, ma è una realtà che esiste da secoli. I cervelli sono sempre fuggiti dall'Italia, ma un tempo venivano chiamati persone.

Il disordine delle cose merita di essere letto non solo per la bontà della scrittura o per gli argomenti trattati, ma anche perché su questo tema la retorica abbonda, e l'argomento viene spesso strumentalizzato. Sono convinto che in ogni contesto sia necessario un momento per sdrammatizzare, e il momento sociale, economico e politico attuale mi sembra quello adatto per farlo. E poi, a tutti serve qualche santo in paradiso, e pare che nel libro si trovino informazioni su qualcuno in grado di procurarveli.

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José Saramago, "Le intermittenze della morte"

13 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

José Saramago, "Le intermittenze della morte"

Nella perenne opera di trovare spazio nella libreria mi è capitato tra le mani un libro di José Saramago, forse l’unico ancora non letto, che giaceva in attesa della maturazione del tempo adatto. A parte che per Saramago è sempre il tempo giusto, ma è anche una questione di gusti.

Come per le altre opere dell’autore portoghese è difficile dare un consiglio di lettura, specialmente se è la prima volta che ci si avvicina a questo scrittore. Innanzitutto lo stile, spiazzante, con una punteggiatura basata sulla lingua parlata e che richiede una concentrazione particolare per entrare nel ritmo della narrazione. Ma questi sono aspetti, come già detto, che lascio ai professionisti della recensione. I miei sono solo piccoli, brevi, consigli di lettura.

Le intermittenze della morte, letto in edizione Einaudi e reperibile anche Feltrinelli e in diversi formati, ci mette di fronte all’ipotesi che la signora dalla falce decida che in un tal paese non si muoia più. Chi era sul punto di esalare l’ultimo respiro rimane lì, sulla soglia, senza peggiorare ma nemmeno migliorare. Una sorta di cristallizzazione del tempo. Nessuno muore più. Quale miglior notizia ci potrebbe essere per l’uomo che ha due certezze, la nascita e appunto la morte? Saramago ci conduce, con ironia, nei meandri di ciò che si potrebbe scatenare se l’assurda ipotesi divenisse realtà. E se poi ci fosse un ripensamento della morte? Se invece si tornasse a morire non all’improvviso ma con un preavviso di sette giorni? E se il preavviso non dovesse giungere in tempo e qualcuno non morisse nonostante fosse giunta l’ora?

Come reagirebbe a questi cambiamenti il singolo? E lo Stato, la Chiesa, la maphia (sì, scritto proprio così)? Per non parlare delle agenzie funebri, gli ospizi, gli ospedali e la morte stessa? Ecco una ridda di situazioni sviluppate con logicità, ironia come già detto, e un’immensa fantasia a cui Saramago ci ha abituati. Basti pensare a Cecità.

La grandezza del Nobel portoghese è partire da una situazione assurda, impossibile, e sviluppare poi un ragionamento logico che alla fine ci porta a considerare sotto una luce diversa l’assurdità stessa del ragionamento. In ultima analisi non ci resta che dire che la morte non è utile, è necessaria e fondamentale per la vita degli umani. Triste doverlo dire ma è così.

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