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recensioni

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

23 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

In un bene impacchettato male

Vincenzo Calò

deComporre Edizioni, 2014

pp 80

8,00

Rispetto a “C’è da giurare che siamo veri”, in “In un bene impacchettato male”, Vincenzo Calò, classe 1982, opera un tentativo di uscita dal sé, sebbene un autore che ringrazia se stesso nel libro non sia propriamente centrato sull’esterno. Qui, tuttavia, lo sguardo è sul mondo, sulla società moderna, consumistica, arida, meccanizzata, sulla politica corrotta che non dà risposte ai bisogni di un’umanità imprigionata “nel presente bancario”.

La cosa più tremenda e pericolosa è essere normali, quindi non si può neanche poetare in modo comprensibile o lirico. Non ci si può amalgamare alla massa che non si pone domande. Ma nei versi di Calò non ci sono nemmeno simboli surreali, piuttosto un realismo esasperato e disperato, fatto di oggetti della vita quotidiana e vocaboli mutuati dal linguaggio dell’informazione: “con la forza sovrumana degli esodati”, “alla minima curiosità del precario”.

Il privato della prima silloge rimane, ma spalmato sul pubblico. Rimane la “solitudine votata a nessuna spiegazione”, rimane l’amore. “Mi torni in un saluto/di cui non si scusa il ritardo”.

Anche l’impegno civile è considerato da una prospettiva angolare, vissuto in una stanza, attraverso uno schermo.

Come afferma Roberto Baldini nella prefazione, le “sue parole devono scorrere liberamente, se le analizzerete una per una capirete la frase ma non il suo discorso, comprenderete la grammatica ma non il suo pensiero. Vi sembrerà di guadagnare qualcosa, quando invece perderete tutto.”

I versi diventano sempre più lunghi, gli enjambement si susseguono e le poesie, diciamolo, alla fine stancano. Questo profluvio di parole e concetti finisce per nascondere i rari guizzi di poesia autentica sparsi qua e là, come “gli occhi spettri” e “il silenzio tattile”.

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Domenico Vecchioni, "Dallo spionaggio all'intelligence"

20 Giugno 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni, "Dallo spionaggio all'intelligence"

Domenico Vecchioni

Dallo spionaggio all’intelligence

Storia degli agenti segreti

Greco&Greco - Pag. 362 – Euro 14 - ISBN 9788869807135

Domenico Vecchioni è un divulgatore culturale instancabile. Dirige la collana Ingrandimenti della Greco&Greco e ha pubblicato come autore: Richard Sorge - la più grande spia del XX secolo, Pol Pot - l’assassino sorridente, Kim Philby - il terzo uomo, Felix Kersten - il medico di Heinrich Himmler, Ana Belén Montes - la spia americana di Fidel Castro, La saga dei 3 kim - la prima dinastia comunista della storia.Molto interessanti alcune biografie, scritte con stile accattivante, tra le quali cito un testo su Raúl Castro e uno su Evita Perón.

Nel suo nuovo ambizioso lavoro cerca di tracciare una storia dello spionaggio, a partire dal V secolo avanti Cristo, con L’Arte della Guerra di Sun Tsu, passando per egizi, ittiti, assiri, persiani, greci e romani. Vecchioni racconta la storia degli infiltrati, degli spioni, degli agenti segreti, chiarendo che intelligence non è una parola anglosassone ma deriva dal latino intus legere, cioè leggere dentro, attività volta a scoprire e valutare informazioni per evitare una guerra. Lo spionaggio è il secondo mestiere più antico del mondo, afferma l’autore, ed è un concetto diverso da intelligence, perché serve a vincere una guerra, mentre la seconda attività informativa viene messa in atto per prevenire un conflitto. L’autore utilizza il consueto stile giornalistico e divulgativo per accompagnare il lettore in un viaggio alla scoperta delle spie, fino alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, all’intelligence tecnologica, economica e femminile, senza omettere informazioni sullo spionaggio del futuro. Moltissimi i personaggi analizzati, le schede ricche di dati, curiosità e aneddoti: l’imperatrice Teodora, vista come l’Evita Perón dell’antichità, Gengis Khan, la tradizione Ninja giapponese, il caso Maria Stuarda, Richelieu, Mazarino, l’Ovra, il Sifar, il Sim, Richard Sorge, gli agenti segreti della guerra fredda e la pirateria informatica. Un testo consigliato a chi vuol conoscere una materia poco affrontata in letteratura, scritto in maniera agile e scorrevole, ma capace di soddisfare ogni curiosità.

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Marino Magliani, "Il canale bracco"

18 Giugno 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Marino Magliani, "Il canale bracco"

Marino Magliani
Il canale bracco
Euro 12 – Pag. 130 – Fusta Editore

Il vento qui ha le sue pause, nulla del rumore di un torrente gonfio in Val Prino. Non si espande, non rotola, di fatto agonizza, e non è neanche il vento della Patagonia di Chatwin, che assomiglia all’avvicinarsi di un camion che non arriva mai. Qui il vento si ferma e riprende, arranca, frena e stride come se trovasse dei semafori.

Solo un breve assaggio estrapolato dalla quarta di copertina dell’ultimo lavoro di Marino Magliani, 54 anni, ligure come Orengo e Sbarbaro, Biamonti e Novaro, trapiantato in Olanda, dove svolge i lavori più impensati sul Mar del Nord. Traduce ispanici, scrive racconti, di tanto in tanto - soprattutto in primavera - torna nella sua Liguria che non dimentica. Ottimo romanziere, abile nel trasmettere emozioni e capace di raccontare sia la terra natale che il luogo d’adozione grazie a una prosa forbita, raffinata e molto letteraria.

Il canale bracco, segue la sceneggiatura del romanzo per immagini Sostiene Pereira, soggetto di Tabucchi, disegni di Marco D’Aponte. Magliani racconta la storia sentimentale di un canale che da tempo segna la sua vita, come aveva fatto in opere precedenti, si sofferma su istanti e solitudini che scorrono nei lunghi inverni del Noordzeekanaal, tra il Mar del Nord e Amsterdam. L’Olanda è per l’autore la terra dove scrivere, ricordando il tempo perduto della sua Liguria, ma anche narrando il quotidiano olandese, come un lungo viaggio in bicicletta per raggiungere Amsterdam. La biografia di un canale diventa materiale da romanzo, il lettore si appassiona alle vicissitudini di acque silenziose e sognanti - né dolci né salate ma brak, come dicono gli olandesi - dove vivono pesci ignoti ad altre latitudini. Un nuovo esperimento letterario riuscito, non molto commerciale, visto il vento che tira in Italia, ma il prezzo (12 euro) e la veste editoriale sono invitanti. Non perdetelo.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Angela Caccia, "Il tocco abarico del dubbio"

8 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #angela caccia

Il tocco abarico del dubbio

Angela Caccia

FaraEditore

pp 93

10,00

Non aver paura delle emozioni, dei sentimenti e della bellezza è una buona cosa, troppo spesso considerata fuori moda.

Il tocco abarico del dubbio” è una silloge di Angela Caccia che riesce ancora a commuoverci. Il titolo si rifà a quel punto - il punto abarico - a gravità zero, dove l’attrazione della terra e della luna si annullano. Lì risiede il dubbio, che ci permette l’indagine, la quale, a sua volta, istrada verso il sé, verso un esserci nel mondo, un Dasein di heideggeriana memoria.

Queste poesie, divise in sezioni e precedute da brevi introduzioni in prosa lirica, toccano argomenti universali che ci accomunano tutti.

La morte, in primis. “Gli occhi di una lapide mettono sempre malinconia: non guardano più nessuno”, “il sangue resta tiepido dei tanti sogni interrotti.” Da una parte essa ci limita, dall’altra, come in Heidegger, ci rende più liberi, permettendo di ripensare la nostra vita e sceglierne una più autentica.

Altro tema è il rapporto filiale, inteso come distacco dal genitore defunto, memoria dolce inasprita dall’assenza, ma anche continuazione di sé nei figli, progetto. Ma i figli, scopriamo, sono altro da noi, sono alterità e futuro, pur portandosi dietro i geni e il ricordo delle generazioni passate. Un ulteriore motivo è la nostalgia di tutto ciò che era e che non torna.

“Nei tuoi occhi

i resti di una assenza

che tu ignori e

io non perdono

-non l’ho pianta né sepolta

È lì in una leggenda

E annotta oltre le mie croci.”

Grande spazio è dato alla poesia stessa, all’atto del poetare vissuto come imprescindibile, come sfogo ma anche ricerca, genesi difficile di ogni parola: distillata, irrinunciabile, capace d’incarnare un singolo pensiero e solo quello.

“- Non serve lavorare in sottrazione –

incedono chiari i versi

si prendono per mano

le parole esatte”

“bisognerà che scavi

nelle consonanti

tra le vocali

associare al suono

odori canto immagini”

Ma la parola è comunque insufficiente (“parola che non sani”).

Le poesie nascono da riflessioni, osservazioni, quadri, accadimenti: una vita che si spezza, un funerale, una bambina che non ha conosciuto il nonno, un giorno in ospedale, lo sbarco dei migranti a Lampedusa, un cane morente, una rimpatriata con i compagni di scuola. Eventi spiccioli che diventano ispirazione poetica per un animo sensibile. La Caccia non si accontenta di viverli, ma vuole analizzare le emozioni che essi suscitano, esperirle, ricrearle con fine gnoseologico. Le poesie arginano l’emozione, la incanalano, fenomenologicamente avvalorano l’esistente perché sono scorciatoie intuitive.

Uno solo

il vocabolo giusto che

aderisce all’attimo

e trova il bandolo

di un groviglio lanoso

in petto”

Una parte non minore ha la ricerca religiosa, il bisogno di superare la morte nella fede.

C’è poi una storia antica che parla di vita oltre, di resurrezione, di eternità. Racconta che nessuno riposa nella morte, ma procede imperterrito nel suo slancio vitale, più vivo che mai. A volte questa è la risposta più adeguata.”

Concludiamo riportando una poesia, semplice e molto bella, dove l’autrice, più che trasfigurare gli eventi, è capace, attraverso la sua sensibilità, di coglierne l’aspetto poetico e la non scontata commozione.

Per i tuoi occhi

Resisti Nina

resisti da sola

così curva

in questa pozza di dolore

ci fosse un dio dei cani…

Non ho parole sacre

per i tuoi occhi

stelle senza capanna

sullo stesso meridiano dell’umano:

privilegio di chi vive

è la morte!

Laghi castani

appannati da un fondale

che la sabbia sconvolge

atolli

dove il mio amarti

ha perso le chiavi

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Claudio Fiorentini, "Grido"

7 Giugno 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Claudio Fiorentini, "Grido"

La Silloge di Claudio Fiorentini "Grido", pubblicata da Rupe Mutevole intriga già nel titolo. Conoscendo l'Autore, infatti, si conosce la sua attitudine a non alzare mai il tono della voce, a esprimere anche i sentimenti negativi con toni che oserei definire più inglesi che italiani.
La sua Opera mi ha indotto a riflettere sul moto ondoso che ribolle sotto tanta calma. La splendida prefazione del Professor Nazario Pardini allude proprio a una forma di 'sdoppiamento'. L'interiorità dell'Autore si potrebbe definire con la metafora del mare: s'infrange contro gli scogli del quotidiano con voce nutrita di sdegno e rabbia e, sulla cresta dei versi, ruggisce verso la pochezza, verso le miserie, verso la rassegnazione, lanciando un 'grido' di amarezza, di sfida e di speranza.
Non si tratta di una Raccolta di poesie imperniata sui sentimenti inflazionati. I testi sono privi di titolo e danno al lettore l'impressione di un romanzo in versi. L'altro uomo che Claudio porta in sé, nascosto dalla valva di un'educazione rigida, che non gli consente di svuotarsi in entusiasmi facili, é libero e vola:

"Giuro e rigiuro: vivrò fino alla fine
senza che un solo attimo si sprechi!
fino alla fine in me, con me, di me,
così come son fatto
cercando l'altro Me, finché con Lui
ritornerò c
ompleto, e sarò Uomo"

La mia attenzione é stata rapita dalla forza espressiva dei versi, dal progetto che raccontano, dalla musica che li contraddistingue, ma anche dall'uso delle maiuscole per connotare l'altro se stesso. V'é in Claudio, forse, una sorta di slancio verso il lido dell'anima libera dalle catene dei giorni, alienati da sterili alluvioni di parole e dalla rassegnazione, che induce a camminare a testa bassa come greggi di pecore. Il 'Me', il 'Lui' che l'Autore insegue, è l’uomo che ha il coraggio di vivere in stormo, di volare!
'Gioia' é il termine che troviamo più volte nella Silloge. Non felicità. Claudio è senz'altro consapevole che la felicità esiste solo in forma frammentaria, é formata da attimi, da emozioni, da momenti di follia... La gioia ha altra accezione: di piena e viva soddisfazione, di allegria, di letizia. Non a caso l'Autore é amante della musica classica e l'Inno alla gioia composto dal poeta e drammaturgo tedesco Schiller, e divenuto famoso in tutto il mondo per essere stato usato da Ludwig van Beethoven nel finale del quarto movimento della sua Nona Sinfonia, sembra il sottofondo ideale al suo Canto.

"Gioia,

se vera, anche nell'abisso vive

e dovunque vada lascia il suo seme"

Si potrebbe dire che Claudio é teso ad arco verso questo seme, difficile da piantare, tant'è che i suoi versi martellano convulsamente sulle pareti dell'anima, non esitando a sfidare 'il bozzolo che la protegge'...

La poesia, pur mantenendo carattere di narrazione, non ha uno sviluppo logico, com'é giusto che sia. Il poeta tenta e ritenta inizi che poi non svolge. Questa serie di approcci all'inesprimibile, di piccole minute non occultate, costituisce il coagulo testuale definitivo del testo.

Egli, infatti, passa, con funambole capacità liriche, dall'inno alla gioia, al sentimento panico dell'esistenza.

L'io narrante é uomo innamorato; è figlio di un oscuro ventre materno, descritto, forse inconsapevolmente, con il 'taglio che incide in rosso sangue' in cui egli 'si trastulla... in attesa di trascendere una vita / che più non lo contiene/ e lo rigetta"; è, soprattutto, essere umano pronto a sfidare l'impossibile per realizzare il sogno.

Tema ricorrente quello del sogno anche nelle Opere di narrativa di Claudio. Novello Lancillotto, pronto a mettersi in gioco ‘mille volte’ pur di avvertire sull'anima nuda, il soffio del sogno.

"Vivi, voce che ancora non è

ma che vorrebbe essere.

Vivi senza pietà, non una mille volte

e con te porta il destino

a tessere nuovi momenti

a far di me futuro e sogno"

La poesia é il filo teso tra l'oggi incerto, la paura, la solitudine, le valve dell'ostrica e il mondo.

"Con tenacia bovina

e forza tellurica

io amo"

E in questi tre versi diviene inevitabile andare con il pensiero a Neruda. Il Poeta cileno che leggeva le liriche 'con voce strangolante di boa' e faceva l'amore con i versi e con il filo spinato. Cattedrale tonante' venne definita la sua voce ... 'la forza tellurica' di Claudio echeggia gli scenari selvaggi e composti di linee essenziali, che caratterizzarono le "Odi" del grande Pablo. E il suo grido silenzioso e inafferrabile, rende la Silloge un'opera imbevuta di originale e inconfondibile magia.

Maria Rizzi

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Ida Verrei, "Arràssusìa"

5 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Arràssusìa

Ida Verrei

Fabio Croce Edizioni, 2015

pp. 166

15,00

“Lei è ancora con noi, Santino. Nei profumi e nelle voci del tuo vicolo antico, nelle crepe dei muri di tufo della tua casa, nel canto della risacca sugli scogli di Mergellina, nel colore del glicine scordato. Nel riso di figli non suoi.” (pag 166)

Se Napoli oggi ha un cantore, è Ida Verrei, un’autrice che s’identifica con la sua città, anzi, è la sua città.

Non è la Napoli di Gomorra, la sua, ma nemmeno quella delle cartoline illustrate col pino, il Vesuvio e Pulcinella, è una città sotterranea, cimiteriale, scavata nel tufo. È una città che, anche in superficie, conserva lo stesso mistero, lo stesso collegamento arcano fra vita e morte. È, semmai, la Napoli del rione Sanità di Antonio De Curtis, e, soprattutto, di “Questi fantasmi” di Eduardo de Filippo, fatta di palazzi bellissimi e fatiscenti, di nobiltà decaduta, di collegi, di porticati, di meravigliosi scaloni opera dell’architetto Sanfelice, di parati scoloriti, di stucchi, di librerie raffinate, polverose e blasè, frequentate da vecchie glorie letterarie. Anche di popolo, però, di bassi affacciati su strade che costituiscono un ecosistema aparte, una cultura nella cultura. Una Napoli che c’era prima e ci sarà anche dopo Scampia e Gomorra, perché fatta di radici, di sangue, di archetipi culturali, “il nutrimento, ‘o sanghe, Manù, il sangue.”

Il collegamento fra la vita e la morte è il filo conduttore del libro. La morte non fa paura ai napoletani, anzi, ha una funzione consolatoria. Come avviene per Maruzzella, la coprotagonista, e le sue visite al cimitero delle Fontanelle, luogo incredibile, straordinaria cava di tufo con le sue cataste di teschi vittime della peste, oggetto di devozione e cura da parte dei cittadini di ieri e di oggi. Come avviene anche per Manù e la sua amicizia con il fantasma del piccolo Oreste, che appare nei momenti di passaggio, di trasformazione, di perdita, pronto a confortare e rincuorare.

Il protagonista è Vittorio Emanuele, detto appunto Manù, un ragazzo degli anni settanta. Ma la storia rimane al margine, le contestazioni studentesche sono vissute dal giovane con una sorta di isolamento scontroso. Inutile cercare nel testo la resa di una Napoli proletaria e problematica, sarebbe una forzatura ideologica. Manù appartiene, piuttosto, a una Napoli astorica, accettata così com’è senza giudizio e senza riserve, fatta non di accadimenti ma di emozioni: la paura del distacco e della perdita, l’amore filiale, l’amicizia, il perdono, la passione, i turbamenti del cuore e del corpo.

Altro tema è la nostalgia. Il tempo fugge, rotola via, lo si capisce anche dagli sbalzi temporali dati nei capitoli, ci trasforma fino a quando non ci voltiamo indietro e ci accorgiamo di quanta vita sia passata, di come le cose siano cambiate senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Il passato appare pieno di fascino e daremmo tutto pur di tornare indietro. È ciò che accade a Manù quando ripensa alla vita in collegio, dura, difficile, ma pur sempre collegata alla giovinezza, a tutto quello che non può riavere.

Molti progetti del passato avevano perso d’un tratto il loro fascino. Il loro posto pareva essere stato preso dal desiderio che il tempo si fermasse, che non corresse troppo, dalla paura che qualcosa potesse andare perso, senza che lui avesse avuto il tempo di assaporarne il gusto fino in fondo” (pag 145)

Quello della Verrei è uno stile connotato, poetico, che indulge nell’aggettivazione, che non ha paura dei sentimenti e della bellezza, che unisce parole e cose, alto e basso, sublime e plebeo. C’è un uso nobile della lingua napoletana.

Arràssusìa è’ na parola napulitana bella assaje, vuol dire “lontano sia”, “non sia mai” o anche “caso mai”. E ha origini antiche. Vedi, Manù, i dialetti sono la storia dei popoli, il loro passato, non bisogna mai dimenticarli. E il nostro, in particolare, ha dentro tutto il bene e il male della terra partenopea. L’arte di arrangiarsi, per esempio, o la necessità del risparmio. Visto che simmo tutti puverielle, tutti poveri, noi facimme economia pure e ‘nu scioscio, anche di un soffio. Un solo vocabolo ci basta per raccontare un mondo, e una lettera, ‘na vocale ha il vigore di un’orazione. Impara bene la lingua italiana, sissignore, guagliò, ma pienza e suonna c’o napulitano, pensa e sogna in napoletano”. (pag 31)

Un libro ricco di fascino e di atmosfera, che ha un sapore antico, che riconcilia con la lettura e fa ritrovare quel gusto raro e quasi dimenticato di perdersi nei luoghi e nella trama di un racconto, di accarezzare personaggi ai quali voler bene come a una parte di noi stessi, come alle povere anime “pezzentelle” del rione Sanità.

Anime sante, anime purganti

Io sono sola e voi siete tanti.

Andate avanti al mio Signore

E raccontategli il mio dolore.

Prima che oscuri questa santa giornata,

da vuje e da dio voglio essere cunzulata.

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Massimiliano Nuzzolo, "La felicità è facile"

3 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Massimiliano Nuzzolo, "La felicità è facile"

La felicità è facile

Massimiliano Nuzzolo

Italic Pequod

pp 115

14,00

Un bravo scrittore è come un attore, interpreta, non ti dà per forza la sua visione, s’immedesima nei personaggi anche quando la pensano in modo opposto. E Massimiliano Nuzzolo è un bravo scrittore, le sue novelle hanno una lingua precisa e studiata, “sorvegliata” come si usa dire, di grande effetto, ed hanno anche una buona impalcatura e degli argomenti originali. “La felicità è facile” è una raccolta che riconcilia con il genere del racconto breve, accantonato negli ultimi anni, oppure usato come espediente da chi non riesce a esprimersi con un respiro più ampio. Qui, invece, ci sono contenuti - persino messaggi convogliati in modo subliminale - c’è sviluppo strutturato e armonico della trama, c’è, infine, uno stile caustico e divertente ma anche lirico.

una rugiada sottile pronta a fissarsi alle ossa e a raschiar via una notte anonima come mille altre, in graduali variazioni di luminosità e colore che, avvicinandosi senza alcuna fretta al mattino, sembravano seguire l’incerto cammino di Gio, impegnato a tornare a casa dopo una notte a dir poco bianca.” (pag 13)

“Quando sto là da solo, cioè praticamente trecentocinquantasei giorni netti quest’anno, tolta la settimana a Cuba, guardo il muro del cimitero, le lucine che scintillano nella notte e penso a quanti cazzo di morti ci stanno in un cimitero, a quanta gente è morta in tutti questi anni, da quando hanno fatto il cimitero di Mestre ad oggi, a quando quelle tombe fatiscenti e semi sprofondate erano nuove e pronte per l’inaugurazione, penso a quanti cadaveri e resti umani più o meno grandi possa contenere un metro cubo di terra grassa, a quanti milioni di vermi scivolino lenti e bonari alla ricerca di carne fresca… Poi arriva Marika e mi fa un pompino. Grazie a Dio” (pag 32)

I motivi ricorrenti in questi racconti sono vari, spiccano tra gli altri l’emarginazione del diverso, la malattia e la morte. La morte è un tema che percorre tutta la narrativa contemporanea e anche la poesia. Mai come adesso i giovani la sentono vicina, con l’incremento dei tumori e degli incidenti stiamo tornando alle aspettative di vita dell’ottocento e la fine ridiventa compagna. La morte è scelta ne “Il volo”, è pensiero inquietante ne “Il parcheggio accanto al cimitero”, è assenza straziante in “Economia di parola”, è riflessione in “Ma e pa sdraiati sepolti morti”

cosa può avere un senso qui? Parlare con il Nulla? Parlare a una foto? A una pietra? Forse ha più senso dire qualcosa all’erbetta o ai fiori”. (pag 40)

Il messaggio, l’ideologia, il contenuto sono spalmati su tutte le storie e lasciati emergere per contrasto. La situazione stessa fa scaturire le idee, l’etica e le emozioni. Ecco quindi la ragazza che si suicida per non diventare come gli adulti che disprezza, per non venire assimilata al sistema. Ecco il down, il tossico e lo psicolabile che ci mostrano la realtà dalla loro angolazione, capace di far apparire la nostra “normalità”, persino la nostra religione, come distorta.

Poi mi sono seduto davanti all’altare insieme agli altri bambini e a metà funzione ho ricevuto il corpo di Cristo per la prima volta. Era una cosa bianca sottile che mi si è appiccicata al palato e io ho pensato ma come è fatto Cristo di carta?” (pag 51)

Alcuni racconti sono molto belli, come "Siamo tutti uguali davanti a dio (basta pagare il canone), dove una apparentemente insignificante nota d’ambiente – la televisione accesa su una televendita – fa risaltare due situazioni sociali opposte.

I contenuti risentono del bagaglio culturale dell’autore, dei suoi gusti letterari, musicali, cinematografici. Nei racconti si parla di film come “Alien” ed “E.T.”, ma anche di musica elettronica, di Pavese, Wilde, Baudelaire, Camus, Hemingway, e queste forme d’arte servono per discettare, in accostamenti virtuosistici, di amore, campi di concentramento, pregiudizi, emarginazione.

Le parole di Nuzzolo non sono mai casuali, sono scelte con una pazienza che ripaga di ogni sforzo e regala un’impressione di scorrevolezza. Ma, dietro, intuiamo tutto il certosino lavoro di lima e ricerca. Si noti, ad esempio, la mancanza di punteggiatura in “Mestre tossica”, a mimare la confusione mentale e il ritardo motorio del personaggio imbottito di droga. L’alcol bevuto per dimenticare le assenze, la droga che stordisce e ottunde, gli antidepressivi del racconto finale, rappresentano l’unica possibilità di sfuggire ad una facile, facilissima, infelicità costante e diffusa.

Il puro raccontare comunque prevale, com’è giusto che sia in narrativa, la riflessione è lasciata al lettore, l’autore si limita a mostrare, e anche a divertirsi un po’ alle nostre spalle, sempre, però, con una partecipazione emotiva tenuta a freno, sottesa e tuttavia imprescindibile. Viva il raccontare, dunque, viva la narrativa.

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Alessandro Alberti, "Radio alternative. La destra che comunicava via etere"

2 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #giacinto reale, #alessandro alberti, #recensioni

Alessandro Alberti, "Radio alternative. La destra che comunicava via etere"

RADIO ALTERNATIVE

LA DESTRA CHE COMUNICAVA VIA ETERE

ALESSANDRO ALBERTI

ECLETTICA EDIZIONI

EURO 16,00

A cura di Franca Poli e Giacinto Reale.

Un libro ben scritto, con stile chiaro e scorrevole, ricco di notizie davvero interessanti e sconosciute ai più, esposizione circostanziata, un libro che mancava insomma, e del quale si sentiva l’esigenza. Si tratta del primo lavoro di Alessandro Alberti, che inizia la sua carriera di scrittore, con un esordio davvero buono, cercando di dar voce a quella parte di giovani che vissero esperienze ignorate dalla cultura ufficiale. Non è solo cronaca, né tanto meno cronaca limitata ad una iniziativa di quella giovane Destra che negli anni settanta e ottanta, pur tra mille difficoltà ed ostilità, seppe ricavarsi un suo spazio. E’ la narrazione di un pezzo del costume italiano, degli “anni di piombo” e di quell’impazzimento generale che costò tante giovani vite. Storia di cultura e militanza, nella quale compaiono nomi di politici destinati a un brillante futuro e di volenterosi giovanotti destinati a restare nell’anonimato.

Tutto cominciò con le due sentenze della Corte Costituzionale che nel ’74 stabilirono la “libertà di antenna”: bastavano pochi mezzi e tanta buona volontà per mettere su una “radio libera” (come allora si chiamavano), un mixer, due piastre, un revox, con impianto di diffusione e antenna e si poteva partire ... il pubblico non mancava. Un tentativo di abbattere il muro di gomma della comunicazione gestita fino ad allora esclusivamente dalla rete pubblica. Il vero problema, piuttosto, era trovare una frequenza che non fosse già occupata, nell’affollamento che subito si ebbe nell’etere, e innescò - come è stato detto - “un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, sul costume, sulla politica del nostro Paese”.

La prima, a destra, fu Radio University di Milano (dicembre ’75), che, fin dall’inizio, individuò i canoni ai quali poi tutte le altre si sarebbero attenute: alternanza di parlato e brani musicali, professionalità dei responsabili dei due settori, libertà massima nella interpretazione delle notizie e nella scelta dei brani musicali. Rispetto alle radio “commerciali” preesistenti, l’ascoltatore che si fosse sintonizzato per caso avrebbe notato subito una differenza: lì c’era una ripartizione dei programmi che vedeva prevalere il “musicale” (65%) sul “parlato” (35%), qui predominavano le voci, le notizie, i commenti, le segnalazioni di libri ed iniziative e la partecipazione diretta degli ascoltatori ai dibattiti, ai programmi culturali. Queste furono le caratteristiche distintive delle radio “alternative”, più delle loro dirimpettaie “di sinistra”, dove i vincoli ideologico-settari erano molto forti, ed anche le selezioni musicali erano condizionate da precise scelte fatte “a monte”. Il tutto, però, senza trascurare una funzione essenziale – in tempi di ghettizzazione - voluta dagli organizzatori, ma reclamata a gran voce dall’utenza: quella della controinformazione. In un periodo nel quale logiche di “arco costituzionale” volevano relegare nel cattiverio “senza se e senza ma” tutto il mondo della destra, sintonizzarsi sulla radio alternativa della propria città e sentire le notizie voleva dire, per molti, rompere la sensazione di isolamento e sentirsi parte di una comunità. Questo un po’ dovunque, perché radio alternative sorsero dappertutto, nelle città più grandi, come (per citarne solo alcune) Torino, Roma, Bologna dove Radio Alternativa, ubicata in vicolo Posterla,18, provava a rispondere a radio Alice che spopolava in città e che, prima di essere messa sotto sequestro, con l'accusa di aver guidato la guerriglia urbana, il giorno della manifestazione in cui venne ucciso Francesco Lorusso aveva segnalato gli spostamenti delle forze dell'ordine e trasmesso in diretta tutte le telefonate che giungevano in redazione inerenti i disordini in città. Le registrazioni delle ultime fasi, con la concitazione dei momenti dell'arresto dei redattori, furono trasmesse a lungo da molte radio libere sia di destra che di sinistra.

La voce delle radio alternative non toccò solo le grandi città, ma giunse anche in piccoli centri, come, (sempre con una scelta assolutamente casuale) Rieti, Montesarchio, Massa e Viterbo. Non sempre le cose filavano lisce: i tentativi di mettere a tacere queste radio che erano “libere”, ma soprattutto “alternative” non mancarono. A Milano via Mancini, dove Radio University aveva sede (anche se solo pochi sapevano esattamente in quale stabile), era presidiata, nelle giornate “calde” dagli sprangatori della Statale e non solo, che controllavano i documenti ai passanti per identificare i non residenti, i quali avrebbero potuto essere potenziali redattori. A Roma, Radio Alternativa, animata da Teodoro Buontempo, ebbe sede nello stesso stabile di via Sommacampagna, dove c’era il Fronte della Gioventù e, solo per caso, una pentola a pressione imbottita di dinamite, posata sul davanzale di una finestra da mano “ignota” non provocò una strage. Anche a Torino fu la federazione del MSI ad ospitare la sede di Radio Blitz, e così avvenne un po’ dappertutto. Va però detto che, in genere, si trattò di ospitalità e basta, poichè (sia pure con qualche tentativo forse nemmeno troppo convinto) il mezzo sembrava ancora troppo “nuovo” ad un Partito i cui vertici non si distinguevano certo per giovanilistici entusiasmi. Infatti, sia pure in contemporanea con la crisi dell’intero settore, dovuta soprattutto all’emergere del più coinvolgente mondo delle tv “libere”, quasi tutte le Radio chiusero per mancanza di mezzi, non potendo contare, un po' per scelta, un po' per necessità, sul supporto “commerciale” di inserzionisti a pagamento. Finchè trasmisero, comunque, furono strumento divulgatore di idee, cultura, attività per tutto il mondo giovanile di destra, e consentirono l’approdo ai grandi numeri di vendita e notorietà di una musica “alternativa” che, per l’originalità dei testi, l’armonia dei suoni e la personalità degli interpreti avrebbe meritato successo maggiore. Qui la scelta si fa ardua, e non può non risentire dell’esperienza e dei gusti di ognuno: per quel che ci riguarda, di comune accordo, in cima alla classifica abbiamo scelto due complessi: La Compagnia dell’Anello (“Padova, 17 giugno 1974”) e gli Amici del Vento (“Vecchio ribelle”) Poi c’è solo la difficoltà di ricordarli tutti: gli ZPM, gli Janus, il Vento del Sud, e, tra i solisti: Fabrizio Marzi, Michele di Fiò, Francesco Mancinelli, Gabriele Marconi e con particolare affetto ricordiamo l’indimenticato Massimo (“Massimino”) Morselli (“Nostri canti assassini”)…e chiediamo scusa a tutti quelli che abbiamo dimenticato.

Un’ultima cosa c'è da dire: all’interno di queste radio, nonostante i pericoli e le difficoltà, regnava, incontrastata, un’atmosfera di allegria, di giovanile spensieratezza, che non incideva sull’impegno e la professionalità davanti al microfono e alla consolle. Questo emerge dalle molte testimonianze dei protagonisti riportate nel libro, che hanno conservato un ricordo incancellabile di quella esperienza, dei fatti, delle emozioni, e degli aneddoti. Chiudiamo proprio con uno di questi: tutti hanno ben presente la spiritosa invenzione di Fiorello di “Gnazio”, riferita a La Russa… ebbene pochi sanno - e il libro ce lo racconta - che il futuro Parlamentare di AN fu il primo a ridere della sua accentuata “sicilianità”. A Radio University andava in onda una trasmissione satirica che era una specie di “Alto gradimento”, e al microfono si alternavano vari personaggi che, con voce buffa, commentavano, a modo loro, i fatti del giorno. Uno di questi era “Siculio” il cantastorie stonato e dal marcato accento isolano interpretato - con grande successo, va detto - dal futuro Ministro della Repubblica. Questo lo abbiamo scoperto nel libro di Alberti, ma c’è molto altro….non vi resta che sfogliare la vostra copia.

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BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

1 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #recensioni

BOLLETTINO DI GUERRA di Edlef Köppen (1893 -1939)

Edflen Köppen pubblicò Bollettino di guerra nel 1930, durante la repubblica di Weimar. Fu redattore, scrittore, traduttore, editore. Lavorò in particolare come responsabile delle trasmissioni culturali della prima radio tedesca di Berlino, collaborando tra gli altri con Stefan Zweig e Alfred Döblin. Subì pesanti conseguenze sul piano professionale ed economico per non aver voluto collaborare con il regime nazionalsocialista.

Difficile non scomodare la parola capolavoro per questo romanzo in cui l'autore, artigliere nella Grande Guerra, ripercorre la sua esperienza attraverso il protagonista del libro, Adolf Reisiger, impegnato sul fronte francese e su quello russo. Lo stile è generalmente distaccato; si lascia che l'orrore e le brutture della guerra parlino da sole, senza cadere nella struggente poesia del dolore di un Remarque. Anche se il giovane volontario Reisiger non è un fante ma un artigliere, la descrizione del calvario dei soldati è micidiale. Si passano, ad esempio, dei giorni in piccoli crateri pieni di pantano, senza avere informazioni sulla situazione della battaglia, sperando che i proiettili nemici cadano lontano, dividendosi sigarette e cibo preso da tasche inzaccherate e poi ricominciando a sparare, non appena ci sono elementi sulla posizione delle fanterie proprie e di quelle avversarie.

Lo stile che rende quasi unica l'opera, non è univoco; ci sono passi in cui si usa la terza persona, in altri il giovane artigliere parla in prima persona, evidenziando il proprio travaglio intimo in cui il dovere di obbedire cozza gradualmente col senso di umanità. Ecco come viene presentata la guerra fatta di sanguinosi assalti:

Il macello moderno: si spingono le bestie in un vicolo, largo all’inizio, poi più stretto, poi alla morte, e nessuno può tornare indietro, perché viene sospinto alle spalle”.

L’aspetto originale è dato da una narrazione spesso intervallata da passi di giornali, dichiarazioni di politici e generali, bollettini di guerra e pubblicità del tempo che offrono un insieme completo dell'epoca in cui si svolgevano i fatti, col contrasto tra fronte interno e "fronte vero" e col montare parossistico delle sofferenze alle quali la propaganda rispondeva con il proprio ricco arsenale. Non manca una certa ironia in alcuni punti in cui la magniloquenza ottimistica dei grandi capi supera il limite del ridicolo.

Un altro lato interessante è quello legato alla tecnica; ci si affida ad armi sempre più potenti nell'ambito di una minuta pianificazione a livello di preparazione degli attacchi. Ecco cosa significa sparare a fuoco rapido per un artigliere:

Dopo dieci minuti il battito cardiaco dell’uomo è raddoppiato. Il cuore non batte più nel petto ma in gola. Dapprima il battito ha fatto tremare le membra. Poi queste si adeguano a un comando, diventano di ferro ed entrano a far parte della grande macchina: sei cannoni, una batteria”.

L’uomo diventa un ingranaggio della macchina.

Memorabile la descrizione delle fatiche di Reisiger e dei suoi colleghi prima dell'offensiva del luglio 1918 che sarebbe dovuta essere decisiva; giorni e notti insonni spesi nel definire gli obiettivi di ogni singola batteria. Ogni zona nemica doveva essere bersagliata in modo efficace, per spianare la strada alla fanteria. Fatiche inaudite che prostrano gli ufficiali impegnati nel dettagliare gli ordini per le artiglierie, ma anche sforzi non ripagati, dato che il nemico già conosce i piani dell’attacco. Reisiger viene poi mandato avanti in cerca di informazioni sull’esito dell’assalto della fanteria. Con la maschera antigas il giovane attraversa una foresta straziata dai gas, come straziati dai colpi nemici sono molti suoi commilitoni. Una natura che c'era da tanto tempo è stata sfigurata dall'uomo:

Questo, pensa, è un bosco profanato. Questi sono alberi, betulle, di tre o cinque anni. Che con la guerra non hanno nulla, nulla, nulla a che fare. Che non vogliono scegliere tra francesi e tedeschi. Che non odiano, non uccidono. Che se ne stanno solo lì, e a ogni primavera mettono le foglie, e fioriscono e in autunno perdono la chioma e con grande pazienza se ne stanno a gelare fino alla prossima primavera. Senza fretta ... E ora? - Ora le più grandi bestie che ci sono sulla terra, gli uomini, si sono buttate su queste inoffensive betulle. Un capriccio si è impadronito di questo bosco. Esso muore senza parole, e remissivo, come in nessun'altro omicidio. Certo, c'è un po’ di vento, e per questo gli alberi scrollano ancora un poco il capo. Ma i rami si sono già distesi e piegati. E le foglie starnutiscono, e starnutiscono. E tutto questo non durerà più di ventiquattr'ore, poi ci saranno dei pali nudi. E tutto spoglio, perché così gli uomini hanno desiderato".

Nel giovane qualcosa si spezza per sempre davanti a un simile spettacolo. Reisiger fa in tempo a vedere i primi assalti dei carri armati negli ultimi mesi di lotta in cui la fibra dei soldati sta ormai cedendo.

Si tratta di un libro intenso in cui nel protagonista maturano una lacerazione profonda e una forte ripulsa per la guerra, come capitò all'autore che non ebbe la fama letteraria di Remarque e di Jünger anche per l'ostracismo praticato dalle autorità nazionalsocialiste; tale ostracismo, seppure con aspetti nettamente diversi, proseguì in parte anche nel secondo dopoguerra. Eppure lo stile e l'intensità dell'opera non hanno eguali; da notare, infine, che l'autore, come il protagonista del romanzo, coprì l'intero arco del conflitto, dal 1914 al 1918, passando dalle illusioni iniziali al tracollo finale, vivendo sulla sua pelle e nel proprio spirito, tutta la Via Crucis di un uomo al fronte.

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Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

28 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #personaggi da conoscere

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"

Il viaggio dolce

Marina Plasmati

La lepre Edizioni

pp 166

16,00

Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi

Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.

Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.

Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.

Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.

Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)

Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:

sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)

Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)

Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.

E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.

È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.

Anche lui sorrise, continuando a fissarla.

Sì, è proprio lei, che ne dice?

“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)

È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.

Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.

La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.

“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)

Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.

Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).

Patrizia Poli

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