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recensioni

William Navarrete, "Fugas"

10 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

William Navarrete, "Fugas"

William Navarrete

Fugas

Tusquets Editores

http://www.amazon.com/Fugas-Coleccion-Andanzas-Spanish-Edition/dp/6074215170

William Navarrete è uno scrittore cubano che da anni vive a Parigi, un ottimo poeta conosciuto in Italia per la raccolta personale Età di paura al freddo e per l’antologia dei poeti incarcerati dal regime castrista, Versi tra le sbarre (Il Foglio Letterario Edizioni). Pubblica il suo secondo romanzo, dopo La gema de Cubagua, realizzando un ritratto realistico e nostalgico della sua terra natale.

Il romanzo è incentrato sulle vicissitudini di madre e figlio che - come molti - tentano di fuggire da un’isola che sentono ormai come un carcere asfissiante, una sorta di clausura incomprensibile. Siamo di fronte al solito romanzo sul fallimento della Rivoluzione Cubana che ogni scrittore insulare esiliato sogna di scrivere, e in fondo un po’ tutti ci riescono. Tra le pagine di Navarrete incontriamo sentori di Wendy Guerra con il mirabile Todos se van, tradotto in Italia e pubblicato da Le Lettere, ma anche molta narrativa di Leonardo Padura Fuentes, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Lezama Lima, che l’autore ama al punto di avergli dedicato una raccolta antologica.

Navarrete racconta in forma poetica la mancanza di libertà di cui soffrono i cubani, tratteggia il desiderio di fuga che pervade il suo popolo con molti elementi autobiografici, narrando le proprie vicende familiari più condivisibili.

Non tutto corrisponde alla mia vita” ci ha detto lo scrittore “ma mi sono ispirato molto a fatti e vicende vissute e ascoltate quando vivevo a Cuba. Il personaggio della madre non è mia madre, ma un mix di madri cubane che ho conosciuto. Un romanzo puzzle che alla fine trova una soluzione, mentre Cuba ancora non l’ha trovata… ”.

Navarrete racconta una storia di sopravvivenza, esistenze di persone che cercano di convivere con la follia del castrismo per la paura di abbandonare tutto, ma che, quando sentono di non farcela più, decidono di mollare e di andarsene lontano. Un libro musicale (ispirato alla Fughe di Bach, ha detto l’autore), umoristico, nostalgico, in fondo una commedia che racconta la vita. Da tradurre in italiano, se ci fossero editori interessati.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

William Navarrete, "Fugas"
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Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

26 Settembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Giuseppe Iannozzi, "Fiore di passione"

Giuseppe Iannozzi

Fiore di passione

Lulu - Pag. 208

E-Book e. 4

Cartaceo Hardcover e. 22,60

Da tempo sostengo che dovremmo tornare alla poesia, la regina delle nostre lettere, colei che contiene tutta la nostra tradizione. Il problema di un editore è che in questo periodo storico non vende. Per questo al Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it) facciamo libri di poesia e li regaliamo in e-book, scaricabili gratuitamente su Amazon. Non solo, ci mettiamo a fare lavori poetici di traduzione: Il peso di un'isola di Virgilio Pinera, La patria è un'arancia di Felix Luis Viera... e molti altri, per non guadagnarci niente, solo per fare cultura. A volte proviamo a vendere poesia, ma l'insuccesso è garantito, ché nessuno la compra. Peccato.

Giuseppe Iannozzi ci sorprende perché percorre la nostra stessa strada e lo fa con un e-book autoprodotto intitolato Fiore di passione, 208 pagine telematiche che contengono un florilegio del suo corpus poetico amoroso, il meglio del meglio di quanto è andato componendo in anni di onesto servizio letterario. Conosciamo Iannozzi come sagace critico - animatore culturale di un seguito blog - e abile narratore, autore di romanzi originali come Angeli caduti, L'ultimo segreto di Nietsche, La lebbra, La cattiva strada e persino di racconti di matrice bukowskiana, che poco hanno a che vedere con la lirica amorosa. La poesia erotica di Iannozzi è introdotta da una suggestiva copertina, un olio su tela di Mariarosa Marchini intitolato Fanciulla in amore, ideale per dare il via a una serie di composizioni di matrice classica nelle quali l'autore non disdegna l'utilizzo di licenze ottocentesche come alma (anima) e perigli (pericoli). Prose poetiche (Occhi di zaffiro, Vite parallele...) e liriche composte ricorrendo al verso libero, moderne ma non troppo, ché l'impianto è ottocentesco, decadente, crepuscolare, tanto da ricordare Gozzano e Corazzini, sentimentale senza scadere nel retorico e nel sentimentalismo. Leggiamo qualche verso per rendercene conto con i nostri occhi.

Il più bel bacio me l’hai dato tu

tra l’infinito e il cielo blu

là dove placido scorre il fiume

La bocca tua l’alma mia ha divorato

veloce gettandola

in un dolce panico – affannato –

per subito trarla in salvo

con gli occhi giurandomi

che mai sarebbe finita la magia.

Una raccolta compiuta che rappresenta un unicum nell'opera letteraria di un intellettuale completo, vivace e controcorrente, scritta per indagare il sentimento amoroso in tutte le sue forme e rappresentazioni, in senso leopardiano, come un sentimento assoluto. Iannozzi parla di desiderio, bellezza, gioco erotico, fantasia, passione, sensualità, carnalità, spiritualità. Perché l'amore è amore, come dicono i versi di una canzone, pure lei un po' poesia, in fondo. Leggiamo ancora un significativo estratto.

Piano volteggia sulle pianure

sotto lo stormire degl’alberi

una sì tanto strana creatura

che anche a fissarla bene sfugge

e quasi all’occhio non par vera;

le ali il vento gliele riempie

tra bianche nuvole e azzurro;

con l’indice m’indichi il volo,

e tosto ti dimostro ch’è Chimera

che sugl’Oglio, solitaria a Dio,

ha dell’angelo smesso i panni

per tentare a Isola la fortuna

Non si nasconde dietro i sentimenti, il nostro Iannozzi. E parla d'amore. Perché solo chi non ha mai scritto lettere d'amore fa veramente ridere. E lui, proprio come Pessoa, ha il coraggio di scriverle.

Consigli per gli acquisti:

Il cartaceo (hardcover) - http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/hardcover/product-22356916.html

L'ebook (pdf): http://www.lulu.com/shop/giuseppe-iannozzi/fiore-di-passione/ebook/product-22358292.html

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Hemingway nei luoghi di Hemingway

22 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Hemingway nei luoghi di Hemingway

Il mojito lo ha inventato Hemingway: acqua, limone, rum e hierba buena. Lo sorseggio alla Bodeguita del medio, nel centro dell’Habana Vieja, dove lo scrittore si fermava a bere e chiacchierare. La Finca Vigia è chiusa per restauri, ma ho visitato la camera dove alloggiava all’Ambos Mundos. Ho visto la sua macchina per scrivere sotto una teca di vetro, la foto col marlin appena pescato, e, sul letto, un’ingiallita edizione in lingua spagnola de Il vecchio e il mare.

Quando viaggio amo portarmi dietro libri a tema. L’anno scorso, a Mosca, giravo con Il maestro e Margherita, di Bulgakov, quest’anno in valigia ho messo Avere e non avere. Pubblicato nel 1937, ambientato fra Key West – Florida - e Cuba, si snoda su un mare sporco di sargassi, azzurro come gli occhi di una bella ragazza al mattino presto, grigio verde al tramonto. La trilogia di Harry Morgan è basata su tre racconti trasformati in un unico romanzo con lo stesso protagonista, il virile Harry, massiccio e dai tratti somatici vagamente tartari, contrabbandiere per necessità.

C’è molta avventura alla Hemingway, ma anche un po’ di timido socialismo tenuto a freno, quasi un anticipo di istanze che sfoceranno poi nella rivoluzione del Che. Ma, soprattutto, c’è l’occhio dello scrittore, spietato e compassionevole, capace di cogliere ed analizzare quello che lo circonda, in un tentativo, mai completo e sempre letterario, di riproduzione mimetica del vero. L’autore recupera ciò che sente raccontare nei bar del L’Avana e lo adatta a sé, rielaborando la materia a favore della finzione narrativa. Il suo è un mondo di uomini duri, che bevono, fumano, pescano, si nutrono di emozioni forti, non sempre condivisibili, come la caccia e le corride. Uomini che uccidono se serve, ma lo fanno senza compiacimento e con fastidio, con una specie di laconica pietà. Maschere di finta indifferenza alla Humphrey Bogart, interprete, insieme a Lauren Bacall, di Acque del sud (1944), libero adattamento cinematografico del romanzo. Questi uomini, un po’ pirati anche nel cognome, alla fine, sanno pure morire. Ma un uomo da solo, come afferma Harry, “un uomo da solo non può. “One man alone ain’t got… no chance”.

C’è pure un tocco di metaletteratura, c’è uno scrittore che vede un personaggio (la moglie di Harry) e ne immagina la vita sbagliandola completamente, pensando che quella donna non sia amata dal marito, il quale, invece, sta facendo tutto per lei e per le figlie. Perché al mondo c’è chi ha e chi non ha. Ci sono i debosciati ricconi proprietari degli yacht, con le loro angosce private, e i poveri pescatori, gli operai, c’è gente che beve per noia e gente che lo fa per disperazione.

Molte cose sono pensate ma di detto abbiamo ben poco, è il solito stile implicito, conciso e inarticolato di Hemingway, così bello, così imitato e così inimitabile.

Hemingway nei luoghi di Hemingway
Hemingway nei luoghi di Hemingway
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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

18 Settembre 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del sorriso

Di Patrizia Poli

Marchetti editore.

L’UOMO DEL SORRISO, un libro che testimonia l’impegno letterario di Patrizia Poli, impegno vissuto come ricerca, studio e riflessione su una materia di non facile approccio, nonché il rigore stilistico, la sobrietà, l’interiore soffusa lacerazione nel timore di raccontare male o dire troppo su un personaggio di cui la tradizione ci ha regalato numerose testimonianze, alcune condivisibili e di fonte sicura, altre dubbie e difficili da accettare; in realtà un tentativo forse inconsapevole di narrare a se stessa una verità essenziale circa lo speciale protagonista, attraverso le sfaccettature di tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura fino all’epilogo doloroso della morte.

La personalità di Maria di Magdala appare fin dalle prime pagine complessa e assetata di conoscenza, così come a tratti disperata e solitaria, fino al punto di abituarsi a parlare da sola da quando sua madre muore. Non è contenta della sua esistenza e, nel degradarsi, si disprezza e non comprende il senso della vita e di tutte le cose, tuttavia, pur non avendone nessuna, cerca una via d’uscita. Forse per questo è tanto attirata dalla comunità degli Esseni, sicura che possiedano la conoscenza, mentre il tormento della ricerca di senso la angustia fino a crearle un vuoto interiore difficile da identificare. Apprende, spiando gli incontri del gruppo di adepti, la necessità di una vita pura e rigorosa e l'obbedienza alle leggi; si insinua in lei il pensiero che Dio sia un’unica identità e tutto ciò che esiste nell'universo trovi compimento in uno solo.

Il colloquio con Giovanni il Battista mette in crisi certezze che in entrambi non sono più tali soprattutto per la presenza dell’Emmanuele, figlio di Maria di Nazareth, nato ai tempi della stella, vicino a Dio come nessuno. Proprio per questo Giovanni si è ritirato in crisi profonda nel deserto, ormai ostile a tutti e sempre più conquistato dalle parole di lui. Ritornato nella comunità, si dà a battezzare, preannunciando l’arrivo del Messia e la venuta del Regno di Dio. Maria di Magdala, privata del sostegno dell’amato Giovanni, sente sempre più che non può fare a meno di seguire, insieme a tutti gli altri, il figlio del falegname che tutti chiamano Yeshua ed è cugino di Giovanni. Ne rimane folgorata, pur non comprendendo il motivo della sua grandezza e della grande capacità di catalizzare le folle. Ne riceve in cambio un sorriso che è dolce e ironico insieme, ma il ragionamento la porta a negare qualunque particolare dignità a Yeshua.

Proprio come è avvenuto a Giovanni nel deserto, quando, nell’asserire l'esistenza di Dio, si è chiesto come abbia dato vita a tutte le cose e se ami proprio tutto quello che ha creato, e poi ancora le stesse domande che ogni uomo mortale si fa, domande che si materializzano giusto il tempo prima di morire per soddisfare il capriccio di Salomè, ma in tempo per esortare a seguire il Messia: chi sia poi il Messia tanto misterioso non capisce, capisce invece l'immensa forza generatrice che chiama vita.

Maria si deve confrontare ora con la morte, quella che diventa realtà concreta nella minaccia operata nei confronti di Giovanni il Battista. La disperazione l’assale e l’inquietudine la tormenta, come avviene peraltro in Maria Madre di Yeshua, e come in Yeshua stesso, nell’una perché le pesa il distacco di un figlio sempre lontano a predicare e perché presagisce il dolore imminente e il pesante destino dell’uomo, nell'altro perché ogni cosa, ogni gesto e ogni parola che esce dalle sue labbra è espressione, in lui umano e prescelto, fragile e carismatico insieme, della volontà di Dio, che ha posto la sua mano sul suo capo. Anch’egli è rimasto a tratti incuriosito da Maria di Magdala, sin dalle prime apparizioni, e in lei ravvisa il piacere e la profonda umanità del peccato, quale inclinazione naturale della imperfezione umana tranne che per lui, e lo sa bene, essendo stato prescelto, che dovrà vincere il dissidio interiore e abbandonare tutto quello che ama e tutto quello che arricchisce la vita di un essere umano per conformarsi a una Volontà superiore.

Tale consapevolezza finisce col trascinare nella solitudine lui e i compagni che lo seguono, soprattutto Kefa, anch’egli prescelto tra i discepoli, dal cuore gonfio d'inquietudine, spinto dalla ricerca di senso della vita. Egli si acquieta solo all'ascolto della parola del Maestro che parla di pace, amore, fratellanza, perdono. Una conquista ancora lontana se basta intravedere tra la folla Maria di Magdala per insultarla nel tentativo di cacciarla via. La pronta reazione e lo sguardo infuocato di Yeshua salvano la donna dalle offese e dal tentativo di lapidazione e, con un leggero sorriso sulle labbra, questi la protegge e insegna che tutto ciò che proviene dal cuore è gradito a Dio e che nessuno ha il diritto di giudicare un altro per le colpe o per i peccati commessi.

Non avviene però che gli insegnamenti del maestro trovino facilmente eco nel cuore di Maria di Magdala, che ha ormai iniziato a seguirlo per ascoltarne le parole, che risultano tuttavia quanto mai ostili all’animo rabbioso. Eppure la voce dell’Uomo la rasserena, è come un balsamo per l'animo esacerbato, al punto che la donna ha il coraggio di intrufolarsi tra gli interrogativi che minano la serenità anche del Maestro e osa chiedergli se esiste Dio. Non ha, invero, una risposta certa, definitiva, ma si convince che tutto ciò che è vita, energia e amore proviene da Dio e consiste in Lui. E inoltre “Dio è ovunque, è nell’infinito”. Ma anche dentro ogni essere umano, benché peccatore, perché non vi è nessun limite al recupero della dignità, purché si diventi docili alla voce dell’amore.

Maria non capisce come possa lei, così peccatrice, essere ritenuta degna di affiancare il Maestro nelle sue opere di misericordia, suscitando peraltro la gelosia dei discepoli. Se ne sente attratta e, allo stesso tempo, lo considera troppo distante da sé, dalla sua umanità perduta, eppure lo accompagna dovunque ci sia bisogno di opere di misericordia. Poco a poco uno stuolo di seguaci prende a seguire Yeshua, e tra essi Maria, e chiunque lo segue se ne innamora, purtroppo non comprendendo in pieno il messaggio, spesso stridente rispetto alla vita quotidiana. Ognuno conserva il suo carattere, chi scontroso e dubbioso, chi duro, chi ossequioso, chi dubbioso, chi infine con animo inquieto, fino a non essere capace di guardarlo serenamente negli occhi, ma sempre tutti con piena ammirazione e turbamento insieme.

Turbamento che coglie lo stesso Yeshua, che a volte sente cedere la sua umanità sotto il peso di una volontà altra dalla sua. Presagisce anche il suo destino di morte, in un contesto di confusione civile e politica, e ogni giorno sperimenta la difficoltà dell'incontro con l'altro, con chi non accetta i suoi insegnamenti ma continua a parlare e ad aiutare la gente semplice, bisognosa di aiuto, i deboli, gli storpi, i bambini. Capisce che questo è il suo compito, i suoi discepoli non lo comprendono fino in fondo ma, per diffondere questo messaggio hanno lasciato casa e famiglia e spesso si sono ritrovati in una dimensione di forte solitudine, di sofferenza e di dubbio. Tentano di rincuorarli le parole del Maestro a volte oscure, a volte enigmatiche, a volte piene di speranza, quando parla di amore di Dio, di fratellanza, di uguaglianza ma soprattutto d amore.

” Ama il tuo prossimo come ami te stesso” è una verità capace di distruggere il vissuto di ognuno: amore fatto anche di grande rinuncia e grandi sofferenze come quello di Maria di Nazareth che si vede ogni giorno portar via l’amato figlio.

“Questo il destino dei profeti”. Nelle sue parole un misto di terrore e speranza ma soprattutto di dolore e di solitudine che lo affliggeranno l'ultima ora, come ogni essere umano ma non prima di istruire su tutti i doni che sono stati disseminati nella vita e per la vita da Dio Creatore.

“Il male va accettato e la morte è un atto di generosità”, nonostante, ogni volta che incontra la morte in un essere umano, chiede a Dio Padre il perché.

Più pressante la solitudine e il senso di impotenza, più pressante si fa il compimento doloroso della sua vita mentre sperimenta l’abbandono anche da parte di chi gli vuole bene.

Ma “Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatto il volere tuo” e per questo volere con il cuore triste fino alla morte affronta tutti i pericoli e le cattiverie degli uomini e del potere ma ogni volta “sia fatta la tua volontà Padre mio”, desiderando, come qualunque mortale, la vita ed anche la compagnia di una donna e sa che Maria di Magdala non lo abbandonerà mentre qualcun altro arriverà perfino a rinnegarne la conoscenza.

Nessuno ha il coraggio di salvarlo, neppure Pilato. Intanto l'amarezza di non capire, di non riuscire ad accettare ciò che sta per succedere sempre più lo attanaglia, ma sempre “Sia fatta la tua volontà, non la mia”.

Le sequenze delle torture, dei patimenti e della crocifissione si susseguono come una serie di quadri caravaggeschi per la crudezza delle descrizioni e il grande pathos che riescono ad esprimere.

Le ultime scene del romanzo vedono ancora una volta protagonista Maria di Magdala, sostegno per la madre del Nazareno al momento della morte, e pietosa e addolorata testimone del rito di sacrificio. Colpisce l'espediente del seppellimento; ancora una volta si evidenzia lo spessore umano della protagonista e il riscatto della sua dignità. E il non far cenno ad alcuno della sua pietà permette che si diffonda la convinzione che il Messia sia risorto, ma non per lei, che continua a desiderarne la presenza fisica, un abbraccio affettuoso, un sorriso consolatorio.

Nell'animo ridotto ad un deserto sterile, sopraffatta dal sonno, lo rivede splendido come non lo ha mai visto, sente la sua voce chiamarla premurosamente, sente la morsa dell'abbraccio e il solito sorriso capace di contenere il mondo e rassicurarla della sua presenza. Occorrerebbe tracciare il profilo di altri personaggi come Giuda o gli apostoli, Pilato o la folla, ma vale molto di più farne una lettura personale perché infinite sono le suggestioni, infiniti i dubbi, infinita la ricerca della verità.

In conclusione posso affermare che in tutta la narrazione circola un grande afflato d’amore che finisce col prevalere sul male e sul dolore, in una prospettiva forse sovrumana, che è anche espressione della volontà dell'Autrice di rendere più vicino alla sensibilità umana una figura enigmatica come quella di Jeshu.

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

14 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

Adriana Pedicini

Mnamon, 2015

pp 89

10,00

Dietro il lento oscillare delle acacie

Sale la filigrana del ricordo

Del lungo ramo

Che sbatteva alla finestra

E tra i fiori acri sfiorito il volto

E immobile lo sguardo.

Anche oggi

Tra i passi lenti

Di questa primavera

Solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro delle acacie.

Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.

La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.

Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.

Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.

Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.

Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.

Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.

Senza parole

Chissà

Se il lago dei tuoi occhi

Agitano al fondo torve

Onde brune

O lo trapassano guizzi

Di luce cristallina,

se il silenzio notturno

fa della tua anima

tenda in cui cercar riparo

o se le foglie inaridite

rallentano la corsa

nell’aritmia della vita.

Nella luce del mattino

Come un bimbo

Incapace di salire

Ai piedi di una scala solitaria

Senza cordame

Miri al monte

Che in te ha inabissato

La sua cima.

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

2 Settembre 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #recensioni, #ida verrei, #poli patrizia, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del Sorriso

di Patrizia Poli

Marchetti Editore

pp.277

Euro: 13,00

Quid est veritas?

“Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo”

Inizia così, con questa visione della Maddalena, la storia di un uomo il cui nome ha dato origine ad una Religione che, diffusasi nel mondo, è diventata, al di là delle intenzioni stesse di colui che l’ha fondata, progetto di rinnovamento spirituale, di riscatto, di redenzione.

L’incipit introduce subito ad uno dei temi fondamentali del libro: la solitudine. Solo è infatti l’uomo Gesù, pur tra i seguaci e quanti da subito lo venerarono; sola è Maria di Migdal, la prostituta, la cestaia, la reietta, senza Fede e senza speranze, acuta e sensibile, dura e amorevole, fuori del suo tempo e del suo mondo, che vive con rabbia e passione un amore impossibile, alla ricerca di una Verità che crede solo Lui possa rivelarle; solo è il Battista, che abbandona gli Esseni, il movimento a cui fu vicino anche Gesù, per denunciare la dissolutezza, la corruzione dei costumi e annunciare la venuta del Messia; sola è Maria di Nazareth, la madre, a cui mancava il figlio “di cui avvertiva l’assenza come ci fosse un buco nel terreno, un vuoto nell’aria, come se nel paesaggio non ci fosse più una roccia, una montagna, un fiume…” e solo è Ponzio Pilato, “questo nazareno capitava all’apice di una crisi covata per anni… Quid est veritas?”. Come solo è Barabba, “ …‘Sua’ madre, invece, lo aveva abbandonato come un cane, ‘sua’ madre non sarebbe stata lì a vederlo morire, era questa la differenza”

Storia nota quella di Gesù, anche tra i non credenti.

Sulla figura del nazareno molte sono state nei secoli le leggende, poche le verità storiche. L’autrice non tenta una ricostruzione della figura messianica, non vuole aggiungere una sua interpretazione alle molte già esistenti; studia i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, ma non come fonti detentrici di Verità: si documenta, seleziona fatti, dialoghi ed eventi operando, come lei stessa afferma, una scelta funzionale alla finzione narrativa. Perché nelle intenzioni e nell’attuazione, non di romanzo storico si tratta, non di tentativo di approfondire un’identità religioso-culturale, ma, come ancora lei stessa ci spiega, del racconto di una grande struggente storia d’amore.

Ed è l’Amore il vero protagonista del romanzo. Quello per un Dio annunciato ma mai davvero conosciuto, per l’umanità più derelitta ed emarginata, quello materno, dolente e disperato, quello coniugale, tenace e rassegnato, quello dolce, tenero e infelice di un diverso che tace pieno di pudore, e quello umanissimo, fatto di palpitazioni, sguardi furtivi, contatti rubati, pulsioni del cuore e dei sensi.

E così la storia di Gesù viene reinventata, ricostruito lo straordinario stile di vita che provocò, da un lato, entusiasmo e seguaci, dall’altro, diffidenza e ostilità, con analisi che rivelano le più umane delle emozioni: gelosia, invidia, angoscia, trasporto amoroso.

Gli eventi più incisivi si susseguono secondo la tradizione, anche se con un’interpretazione singolare, sempre riferita a spiegazioni naturalistiche suggestive, e i personaggi appaiono in una luce nuova, diversa, eppure intrisa di spiritualità.

Struggenti, drammatiche e angosciose le pagine che narrano la crocifissione e la morte di Gesù; immagini forti, molto visive, capaci di provocare turbamento e commozione. E strabiliante il finale: l’autrice, con un colpo di teatro, trasforma il più grande mistero della Cristianità, in un ultimo, estremo, gesto d’amore che avrebbe, poi, segnato il destino della nostra cultura, presente e passata, influenzata appunto dal Cristianesimo e su di esso modellata.

Un bel libro, non blasfemo, tutt’altro, una scrittura superba che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine, la storia di un uomo nel cui sorriso c’è Dio.

Patrizia Poli, atea, come ci racconta nella nota finale, scrive pagine di grande religiosità, dove, come già sottolineato da qualcuno, il soffio divino è ovunque.

“Poi, finalmente, nel suo cuore fu silenzio. Scomparvero tutte le voci, tutti i suoni che non fossero la parola di Yavhè. Passo dopo passo, incurante del tempo che scorreva, Yeshua’ si calò dentro di sé, nell’immensità senza fondo della sua anima. Cercò, trovò, si stupì scoprendo che il regno di Dio era riposo, dominio di se stesso, quiete infinita. Non c’erano più fratture, divisioni, antinomie. Unicità e molteplicità coincidevano. La parte era il tutto. Dio era nell’infinito. Ma era anche dentro ogni essere umano…”

I. V.

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Mirko Tondi, "Nelle case della gente"

24 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Mirko Tondi, "Nelle case della gente"

Mirko Tondi

Nelle case della gente

Porto Seguro Editore – Pag. 150 - Euro 10

Mirko Tondi l’ho conosciuto da editore, nel senso che alcuni giorni fa mi ha proposto di pubblicare il suo nuovo romanzo. Molti editori che conosco non leggono neppure il testo che viene proposto, fanno contratti che prevedono un contributo e stop, altri rifiutano per principio, la narrativa non si vende, dicono. E allora andiamo avanti così, leggiamo Fabio Volo e Federico Moccia, tanto tanto Genovesi che avrebbe voglia di darsi al western ma non lo farà perché in Italia leggono solo le donne (parole sue) e quello del Bar Lume, che non mi ricordo neppure come si chiama, ma scrive gialli, ché in Italia tutti leggono gialli e allora scriviamoli. A me piace andare controtendenza.

Ho letto qualche pagina del testo proposto, lo stile mi piaceva, sono andato a scorrere la biografia, ho visto che Mirko è toscano come me - fiorentino del 1977 - ha vinto diversi concorsi (valgono quel che valgono, ma tutti finiamo per farli), ha pubblicato racconti su riviste e antologie (idem come sopra), collabora con blog letterari, radio web, segue laboratori di scrittura, materia che mi sta a cuore, come ben sanno i venticinque lettori di Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura. Perlustrando la bibliografia di Mirko Tondi scopro che ha appena pubblicato Nelle case della gente, un romanzo che contraddice tutte le regole della scrittura creativa, quelle che insegna il buon Giulio Mozzi, autore di alcuni tra i racconti più inutili della letteratura italiana contemporanea. Protagonista del romanzo di Tondi è un aspirante scrittore che per gran parte del libro racconta i fatti suoi, seguendo la lezione di Cechov: Io so scrivere solo sui ricordi. Un protagonista che ripercorre tutte le sue difficoltà con la vita, il complesso rapporto con il padre e con il mondo circostante, regalandoci perle di vera letteratura, sgorgata dalle ferite dell’esistenza:

Tutto questo leggere e vedere film e documentarsi e ascoltare musica e comprare oggetti è aria anche quello, oggi lo sa, perché oggi è un giorno cattivo”.

L’autore si descrive in maniera impietosa, ma è una descrizione universale di un se stesso visto come “una specie d’uomo che ha imparato a complicarsi l’esistenza trascinando un carico ingombrante di aspettative e ambizioni”.

Firenze onnipresente nella storia come sfondo cittadino ben riprodotto: Porta Romana, Piazzale Michelangelo, le vie strette del centro, l’Arno che scorre pensieroso, la squadra di calcio viola. Una colonna sonora malinconica si confonde alle parole rimarcando i ricordi, contaminando la musica di Led Zeppelin, Queen, Venditti, Pooh, Lucio Dalla.

Non manca la letteratura: Philip Roth, Paul Schrader (si dovrebbe scrivere su qualcosa che ci disturba), Proust, Joyce, il romanzo La strada con il bambino che stringe forte la mano del padre, Bolaño, Orwell, Bradbury, Thompson, De Lillo, Virginia Woolf… e tutti i libri disposti alla rinfusa nella biblioteca come nella confusa esistenza. Un libro sui libri, non solo un romanzo, un vero e proprio corso di scrittura corredato di preziose indicazioni di lettura. I libri visti come contenitori e produttori di ricordi, libri che segnano una vita, colpevoli di averla complicata, di aver accresciuto le velleità di chi sa di non aver ancora composto l’opera fondamentale, il libro sempre in procinto d’essere scritto. Eterne domande sul senso della vita, anche se forse ha ragione Vasco Rossi, ma questa frase è mia, mentre l’autore si chiede:

È davvero questo il senso della vita, mettere su famiglia, fare figli per passare il testimone della nostra esistenza a chi rimarrà dopo di noi?”.

Immanente al testo il sogno della scrittura, che pervade la vita di chi scrive bene ma non così bene e sogna il romanzo che di sicuro un giorno o l’altro troverà il modo di scrivere. Leggere Nelle case della gente è stato come ripercorrere parte della mia vita e dei miei pensieri. Giulio Mozzi permettendo, credo che sia proprio questa la funzione della letteratura. Molti potranno immedesimarsi nella storia narrata da Mirko Tondi e capire qualcosa di più sul senso della vita, anche se questa vita - purtroppo - un senso vero non ce l’ha…

Gordiano Lupi

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Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

14 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #televisione

Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

Biagio Proietti – Maurizio Giannotti

Il segno del telecomando

dallo sceneggiato alla fiction

Rai Eri – Euro 18 – Pag. 235

Biagio Proietti (1940) è uno dei più richiesti e prolifici sceneggiatori di gialli televisivi, scritti insieme alla moglie Diana Crispo, alcuni rimasti nella storia del piccolo schermo: Coralba, Un certo Harry Brent, Come un uragano, Lungo il fiume e sull’acqua, Dov’è Anna?, Ho incontrato un’ombra, L’ultimo aereo per Venezia… Non solo, è anche regista di film televisivi (Storia senza parole), pellicole cinematografiche (Chewingum, Puro cashmire), sceneggiati e documentari. Nessuno meglio di lui poteva affrontare una storia dello sceneggiato - un tempo chiamato originale televisivo - di cui è parte integrante, genere che precede le moderne fiction, che lo scrittore dimostra di non amare. Per questo è opportuno l’aiuto di Maurizio Giannotti, autore televisivo immerso nella realtà contemporanea (La vita in diretta, Uno Mattina, Forum, Non è la Rai…) che si occupa di integrare i ricordi di Proietti curando la parte contemporanea. Va da sé che anche per chi scrive quel che importa è il passato, soprattutto ricordare i tempi in cui la Rai non aveva abdicato al compito educativo di insegnare la lingua italiana (Non è mai troppo tardi del mitico maestro Manzi), le letteratura e la storia. Erano i tempi in cui potevi vedere Delitto e castigo in prima serata, Il dottor Jekyll e Mister Hyde con Albertazzi, Piccole donne, Cime tempestose, Il romanzo di un giovane povero, La cittadella di Cronin interpretato da un grande Alberto Lupo. Erano i tempi in cui a Proietti consegnavano un copione di venti minuti scritto per la televisione inglese e gli dicevano: “Scrivici un originale televisivo!”. Così è nato Un certo Harry Brent con Lupo protagonista in un ruolo che nell’originale britannico non esisteva (Harry Brent non compare mai), inventato per l’occasione dal prolifico sceneggiatore nostrano. Erano i tempi in cui Proietti incontrava Walter Chiari al Festival del Cinema di Venezia, un Walter Chiari triste, solitario, che rimpiangeva i tempi della grande popolarità e non riusciva a spiegarsi il successo dei comici lanciati da Antonio Ricci a Drive In. Erano tempi che non torneranno ma che è giusto storicizzare facendo parlare i protagonisti come hanno fatto Giannotti e Proietti in questo libro prezioso, utile guida per non dimenticare. Il segno del comando di Daniele D’Anza - con Pagliai e Pitagora - è il titolo cult mascherato nella denominazione di un volume nato per celebrare una cinematografia votata ai generi popolari. Artigiani come Anton Giulio Majano, Giorgio Capitani, Edoardo Anton, lo stesso Proietti hanno inventato trame che tenevano incollati al video milioni di telespettatori prima dell’avvento della televisione spazzatura, delle insignificanti tv commerciali, degli squallidi reality show. Prima che tutto diventasse mercato e prima che il mercato fagocitasse l’intelligenza. Ricordare, in certi casi, è un preciso dovere morale.

Gordiano Lupi

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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

12 Agosto 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

poesie di Adriana Pedicini

prefazione di Nazario Pardini

Recensione di Renzo Montagnoli (luglio 2015)

L’amaro destino dell’uomo

L’uomo non nasce mai solo, ma con il concorso della madre; muore sempre, invece, solo, solo anche se attorniato dagli affetti più cari, perché la dipartita non può essere che un evento del tutto personale. Se nei primi anni di vita non ha la consapevolezza del suo destino e ha fretta di crescere, di procedere nel tempo, con il trascorrere degli anni ogni tanto gli appare il ricordo di quella spada di Damocle che pende sul suo capo dal momento in cui è stato generato e quando l’età, con i primi acciacchi, manifesta tutto il suo declino, è più facile che sopravvenga il timore della morte, che i tanti segni, soprattutto fisici, danno in avvicinamento. E allora tanto più avvertiamo la miseria di un’esistenza in cui più sono i misteri delle conoscenze, durante la quale non c’è mai spazio per una concreta prospettiva futura. È in quel momento, nella presa di coscienza del nostro effimero tempo, che vorremmo una risposta a tante domande, ma soprattutto a quella: perché la vita ha un termine e come sarà il dopo? Ovvio che non sempre avremo delle risposte, soprattutto per questo quesito fondamentale, ma è anche vero che è l’occasione per interrogarci, per trasporre magari in versi la nostra intima inquietudine, proprio come ha fatto Adriana Pedercini con questa silloge intitolata Il fiume di Eraclito, uscita di recente, ma, ahimè, non in cartaceo, ma come e-book. Dico ahimé poiché credo che il profumo della carta, lo scorrere dei fogli siano un elemento insostituibile e che costituiscano non tanto un corollario, ma la giusta base di partenza per leggere e gustare un’opera. Comunque, trattandosi di una silloge, composta da un certo numero di poesie, la lettura risulta meno disagevole visto che é indubbiamente meno faticosa di quella di un romanzo in formato elettronico.

Già il titolo mi ha incuriosito e allora ho pescato nella memoria, cercando di focalizzare l’opera di questo filosofo presocratico, per sua natura piuttosto criptico e mi è venuta in mente la correlazione fra il suo pensiero e il fiume. In buona sostanza, e questo lo sappiamo tramite Platone, Eraclito avrebbe detto:”che tutto si muove e nulla sta fermo" e poi confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, avrebbe aggiunto che "non potresti entrare due volte nello stesso fiume" Che cosa significa? L’uomo non può fare la stessa esperienza due volte, poiché ogni entità, nella sua fittizia dimensione reale, è soggetta alla legge inderogabile del continuo mutamento. E pertanto non c’è alternativa alla morte e non è possibile che un essere vivente, venuto a mancare, abbia l’opportunità di morire ancora, perché ciò presupporrebbe una rinascita che per esperienza millenaria non si è mai verificata.

Credo, pertanto, che il titolo sia abbastanza esaustivo dello spirito che ha animato le poesie della silloge, ma se la vita in queste condizioni può essere un’astratta e anche a volte reale sofferenza, proprio perché essa è una sola e irripetibile si deve viverla, cogliere le infinite occasioni e opportunità che può dare, al fine, in ciò parafando questa volta i versi di una mia poesia, di poter dire al termine che ogni minuto è stato degno di essere vissuto. Ma ciò non significa gioia di esistere, bensì di accettare consapevolmente il dolore di esistere, che può essere anche uno sprone per addentrarsi nel terreno nebuloso, ma gratificante della metafisica, cercando oltre il sipario dell’ignoto. Sì, la morte si sconta vivendo, ma è anche vero che è un prezzo che tutti sono disposti a pagare.

Le liriche, raccolte, permeate dello stile intimistico di cui ci ha abituato la Pedicini, pur nelle variegate espressioni, riflettono questa sofferenza interiore, che pur tuttavia, stemperata dalla ricerca di conoscenza, si tramutano in note di carezzevole malinconia. Ed è proprio questa capacità di smussare, di filtrare solitudini e ancestrali angosce, che consentono di comprendere e godere i versi che in pacato ritmo, quasi un adagio, scorrono, come il fiume di Eraclito, davanti ai nostri occhi.

Da leggere, mi sembra ovvio.

Il libro è disponibile sia nella versione ebook che in cartaceo.

http://www.amazon.it/Il-fiume-Eracl…/…/ref=sr_1_1_twi_2_pap…

Prezzo di copertina del cartaceo 10 euro
richiedendolo a

adriana.pedicini@virgilio.it

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
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Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

8 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #personaggi da conoscere

Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"

Francesco Giubilei
Leo Longanesi
Odoya - Euro 1
8 - Pag. 200

Francesco Giubilei è un giovane editore - scrittore che seguo sin da quando ha cominciato a muovere i primi passi in un ambiente complesso, ammirandolo per la tenacia sin qui dimostrata nel perseguire obiettivi e realizzare risultati. Non è il primo a scrivere una biografia su Longanesi - inimitabile quella di Indro Montanelli - ma è importante che sia un piccolo editore a raccontare un vero e proprio modello editoriale, descrivendo la vita di un uomo basata su scrittura e invenzione di media (pronunciatelo come una parola latina, per favore) giornalistici. Giubilei non è alla prima prova saggistico - narrativa, ma questa volta dimostra maturità stilistica e grande talento per la divulgazione storico - biografica, perché coinvolge il lettore nelle imprese quotidiane di Longanesi e lo fa sentire vicino come un fratello spirituale. Un intellettuale controcorrente e polemico, non abbastanza fascista con Mussolini al potere - anche se inventò il motto: Mussolini ha sempre ragione! -, per diventare nostalgico del regime in piena democrazia. Longanesi era alieno da compromessi, uomo poliedrico e brillante, inventore di aforismi dissacranti (Sono conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare, Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia...), ideatore di riviste (L'Italiano, Omnibus, Il Libraio, Il Borghese...), scopritore di talenti e di libri scomodi (Il deserto dei tartari di Dino Buzzati), autore di poche opere graffianti e sincere (In piedi e seduti, Parliamo dell'elefante, Un morto fra noi...). Il capolavoro di Leo Longanesi resta la gloriosa e omonima Casa Editrice che contende il mercato ai colossi del periodo storico con un'immortale collana di pocket. Longanesi anticipa pensatori come Pasolini e Bianciardi:

"La televisione è basata sulla convinzione che esista moltissima gente che non ha nulla da fare e che è pronta a perdere il tempo a guardare gente che non è buona a fare nulla".

Aveva proprio capito tutto. In tempi culturalmente bui come quelli che stiamo vivendo - tra isole dei famosi, amici e reality sulle montagne - un giovane editore come Francesco Giubilei - pure lui romagnolo! - fa bene a ricordare Longanesi, modello di vero intellettuale. Due parole sul prodotto editoriale, ben confezionato, un oggetto libro corredato di illustrazioni e ben impaginato. Unico difetto: il prezzo troppo alto per un libro popolare. Odoya è un ottimo editore che sa fare il proprio mestiere. Mica è così scontato, credetemi.

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