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recensioni

Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

1 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

Tomas Milian

Monnezza amore mio

con Manlio Gomarasca

Rizzoli – Pagine 296 - Euro 18,50

E-Book 10,99

Manlio Gomarasca trasforma in realtà il libro della sua vita, promesso ai fan di Tomas Milian da almeno quindici anni, dai tempi in cui Nocturno Cinema era soltanto una fanzine. Monnezza amore mio - strutturato come un dialogo tra il personaggio e l’attore - è frutto dei ricordi di Milian e della sua volontà di raccontarsi a ruota libera, ma è soprattutto merito di una scrittura nitida e ammaliante di Gomarasca che ti obbliga a continuare nella lettura come se tu sfogliassi un thriller. Tomas Milian da buon cubano racconta la sua verità, com’è giusto che sia, perché il libro è la sua biografia, non un saggio di cinema. Una verità che non piacerà a Dardano Sacchetti e Umberto Lenzi, che per anni si sono disputati la paternità del Monnezza, perché l’attore afferma di essere l’inventore del personaggio, di aver scritto dialoghi e battute, di aver ideato look, smorfie, parolacce, rime baciate, imprecazioni. Peccato che nel libro non ci sia spazio per Ferruccio Amendola, doppiatore che ha contribuito al successo di Milian, mentre Bombolo e Quinto Giambi sono citati a dovere. Per il resto, non manca niente: il suicidio del padre, l’Actor’s Studio, il successo italiano, il triste ritorno negli Stati Uniti. Pagine che raccontano la bisessualità, il rapporto con la famiglia e con un figlio riconquistato dopo un breve abbandono, il consumo di droga, la crisi provocata da alcol e cocaina, la vocazione mistica e il viaggio in India.

Monnezza amore mio è un libro che mi fa tornare alla memoria la quantità industriale di pellicole viste da ragazzetto in un cinema di seconda visione della mia città. Quella sala, che io ricordo bellissima ma che forse non lo era, si chiamava Cinema Teatro Sempione e la domenica era presa d’assalto da frotte di ragazzini che facevano la ressa al botteghino per acquistare il biglietto. C’ero anch’io tra quei ragazzini, ricordo che ci davamo botte, spinte e calci per entrare e aggiudicarci i posti migliori. Prima di entrare in sala si doveva far provvista al banchetto della signora che vendeva semi, noccioline, duri alla menta, stringhe di liquirizia… Il posto in galleria era il più ambito, ché le bucce dei semi e delle noccioline erano armi di prima scelta per bersagliare quei poveracci della platea. Al Sempione proiettavano due pellicole alla volta, entravi alle tre del pomeriggio e ne venivi fuori che era ora di cena. Di solito passavano film di genere, da sala di seconda visione, un ricordo del passato, sono locali scomparsi, uccisi dalla televisione. Al Sempione mi sono visto il ciclo storico di Godzilla, il peplum all’italiana, spaghetti-western in quantità industriale, poliziotteschi che non vi dico, horror di Bava, Freda, Fulci, D’Amato, pellicole comiche di Totò, Franco e Ciccio, Gianni e Pinotto. Tutto quel che piaceva a noi ragazzini degli anni Settanta lo programmavano al Sempione. Mi fa una rabbia oggi passare per Corso Italia, che sarebbe la strada principale del luogo dove vivo, e vedere che al posto del Sempione c’è una profumeria. Del Sempione è rimasta la facciata, il ricordo di quel che era, l’insegna è la stessa ma dentro vendono profumi invece che emozioni. E mica è la stessa cosa. Quando ne discussero in Consiglio Comunale non ci fu un assessore contrario, non uno a dire: “Il Sempione sarebbe proprio un bel cinema d’essai”. Nessuno. Va bene, andiamo avanti così. Facciamoci del male, direbbe Nanni Moretti.

Ho scoperto Tomas Milian proprio sulle scomode panche di legno del Sempione. Dal 1968 al 1972 lui era alle prese con lo spaghetti-western e io ero un ragazzino di otto - dodici anni che la domenica andava al cinema con la nonna, grande divoratrice di cinema. Io amavo quei film, mi emozionavano, mi facevano sognare. E poi ero convinto che fossero americani, mica me ne intendevo di cinema, mi bastava vedere film d’avventura. Un bel giorno fu mio padre a distruggere il sogno. Mi venne a dire che erano spaghetti-western e che li giravano in Sardegna, quando andava bene in Spagna, ma in America e in Messico proprio no, erano posti che i registi non avevano visto neppure in cartolina. Forse per questa sorta di choc giovanile ancora adesso mi è rimasta la fissa del cinema italiano.

Tomas Milian ha accompagnato la mia giovinezza pure negli anni che è passato al poliziottesco. Tutti film che mi sono visto in prima visione al cinema più grande della città, che è sopravvissuto alle televisioni commerciali e si chiama Metropolitan. Ero ancora più grande, studente di liceo e universitario, quando andavo a vedere Nico Giraldi e Venticello, sganasciandomi dalle risate seguendo trame improbabili e dialoghi al limite del turpiloquio. C’è stato un lungo periodo che me lo sono perso il buon Tomas Milian, tutti dicevano che se n’era andato negli States, che non ne voleva più sapere di quel personaggio da trucido. Forse aveva anche ragione, mica poteva fare il Monnezza e Nico Giraldi per tutta la vita. Adesso capita che Tomas Milian lo rivedo in televisione quando passano Havana, Arturo Sandoval o JFK, ma non è più lui, è un caratterista di lusso, pelato e ingrassato. Cosa ci posso fare se per me Tomas Milian resta sempre quello che indossava la parrucca da trucido del Monnezza? Ci ho persino scritto un libro (Il trucido e lo sbirro, Profondo Rosso), dedicato a mio figlio, che dieci anni fa s’è rivisto con me tutto il cinema di Tomas Milian. E poi con Cuba e con i cubani ho un legame importante…

Grazie Gomarasca, hai fatto davvero un ottimo lavoro, regalando uno stile impeccabile ai ricordi di Tomas Milian. Un vero gioiello. Imperdibile per gli appassionati.

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Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

26 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

Il lavoro della polvere

Fabio Pasquale

Editrice Zona 2013

pp 80

10,00

È raro che il romanzo d’esordio di un autore poco conosciuto sia così tagliente nei contenuti e lucido nella forma. “Il lavoro della polvere”, di Fabio Pasquale, è un noir scritto molto bene che ti tiene inchiodato dalla prima all’ultima pagina.

La storia è semplice nella sua anormalità. Un uomo uccide un sosia per fingersi morto e scappare con i soldi della ditta. Per farlo dovrà assumerne l’identità per alcuni mesi, in modo da non destare sospetti. Ciò è possibile in un mondo dove si ha poca attenzione per il prossimo, dove non ci si guarda negli occhi, dove non si ha contezza l’uno dell’altro ma si diventa intercambiabili. Sul suo cammino verranno a frapporsi degli ostacoli che egli eliminerà senza scrupoli o rimorsi.

Si può pensare che la tragedia stia nell’uccisione di un malcapitato, la cui unica colpa è somigliare come una goccia d’acqua al suo assassino. In realtà, la morte del poveretto di nome Manuel è asettica, chirurgica: basta un colpo ben assestato e tutto finisce senza emotività o eccessiva partecipazione. Quello che agghiaccia è l’esistenza stessa di Manuel, moderno travet talmente incolore che persino le commesse del discount lo identificano come sfigato.

Manuel è un colore spento, di quelli da associare alla noia e scartare quasi subito.” (pag 9)


Di professione Manuel fa il fattorino di pony pizza, consegnando pasti a domicilio col suo motorino sgangherato. Assumendone l’identità, il protagonista ne scandaglia la squallida esistenza che è, in parte, anche la propria. Se Manuel vive con timidezza e con rassegnata malinconia, il suo omicida si ribella, analizza spietatamente ciò che vede, evidenziando solo gli aspetti negativi: la desolazione, la miseria, il degrado, la noia, in una spirale sartriana di nichilismo e nausea.

Manuel vive in un brutto appartamento, con una vicina di casa che neppure nota. Per adescarlo e sapere di più sulla sua vita, l’assassino inventa un’identità virtuale, crea un profilo facebook a nome Ambra, spacciandosi per una ex compagna delle elementari divenuta con gli anni figa e affascinante. Inutile dire che, trascinato nel vortice della chat, Manuel s’innamora di Ambra, la sogna ogni notte e passa le giornate contando le ore nell’attesa di tornare a casa e connettersi.

Più dell’assassinio di un innocente, raggela la rappresentazione di un mondo in cui non siamo più capaci di vivere e creare un legame fisico con le persone. “Il lavoro della polvere” è un dramma dell’era social, ci mostra a noi stessi, con le nostre esistenze spoglie e prive di emozioni, ci dipinge mentre, chini sulla tastiera, evochiamo amicizie e amori che sono frutto solo della nostra immaginazione, caricati delle nostre aspettative, destinati a infrangersi contro il muro del reale. Così facendo, persi in un pianeta virtuale dove gli altri sembrano seducenti e noi migliori, finiamo per disprezzare ciò che abbiamo a portata di mano, per non alzare più lo sguardo fuori della finestra, per non sentire più il calore di una mano o le sfumature pastose di una voce vera, per condensare ogni commozione in una sbrigativa emoticon. Finiamo per non accorgerci nemmeno che l’altro, il nostro dipendente, il nostro vicino, il nostro fattorino, non è la persona che conosciamo da sempre ma un suo sosia.

Dopo l’omicidio, l’assassino conosce per caso Paola, la vicina di casa di Manuel, che questi non aveva mai considerato, e con lei stabilisce una relazione gratificante. La relazione fra l’omicida e Paola simboleggia ciò che avrebbe potuto essere se la vittima avesse avuto più coraggio, più occhi per guardare, più forza di vivere appieno la sua vita. L’assassino è l’alter ego di Manuel, e, guarda caso, non ha un nome né un’identità precisa, ma incarna la sua possibilità di godere della propria esistenza. Attraverso il suo omicida, scopriamo che, forse, Manuel non era lo sfigato che credeva di essere, la sua era solo un’immagine di sé con la quale s’identificava a tal punto da costringere gli altri a vederlo in quel modo. E anche il suo doppio intravede attraverso Paola l’evenienza di un coinvolgimento emotivo autentico, capace di spazzare via noia e grigiore, ma, seguendo la propria logica, sa che “su strade a senso unico, andare avanti è l’unica opzione possibile”.

Il finale lo lasciamo al lettore.

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

25 Ottobre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

Signora dei filtri

Patrizia Poli

 

Marchetti Editore, 2017

 

 

Signora dei filtri è la rivisitazione del mito degli Argonauti. Dico rivisitazione perché Patrizia Poli fa una cosa a mio parere giustissima: lo umanizza. Il mito classico presenta un mondo fatto di divinità ed eroi in cui non c'è posto per l'essere mortale. Le Argonautiche, così come l'Iliade, l'Odissea, non fanno eccezione a questa regole, e tutto il pantheon gioca un ruolo particolare nell'evolversi delle disavventure dei protagonisti. L'autrice elimina questi elementi con abilità, trasformando il tutore di Giasone, il centauro Chirone, in un uomo deforme e sfigurato, o convertendo il viaggio di Orfeo nell'Ade in cerca dell'amata Euridice in un sogno. Con questi semplici passaggi l'autrice elimina le componenti sovrannaturali e riporta al centro della scena gli uomini e le donne di questa storia.

Ecco quindi Giasone, figlio di re, spodestato dallo zio, cresciuto in una caverna con un essere dall'aspetto ripugnante e più simile a un cavallo che a un uomo a fargli da tutore. Spinto da quest'ultimo, ritorna nella città natale per rivendicare il trono del padre, ma senza convinzione. Percepiti i dubbi del nipote, lo zio gli propone quindi un patto, un modo per guadagnarsi la gloria e il rispetto del popolo, oltre alla possibilità di ottenere un grande tesoro con il quale finanziare il suo futuro regno: conquistare il tesoro della città di Ea, governata dal ricchissimo re Eeta.

Nella città di Ea Giasone troverà Medea, figlia testarda e poco amata con la passione per le erbe, il culto della dea e un buona dose di rispetto per una straniera che diventa tutrice e madre adottiva e le insegnerà ogni cosa, almeno fino al giorno in cui il padre, nei suoi eccessi di avarizia e xenofobia, la fa lapidare. Distrutta dalla perdita dell'unica persona da cui si sentiva amata, Medea troverà in Giasone uno strumento per la sua vendetta, ma anche qualcuno da amare in modo viscerale, al di là di ogni ragione.

Ovviamente Giasone e Medea si muovono in mezzo a una moltitudine di personaggi secondari, e sarebbe impossibile dare spazio a tutti. Per questo motivo solo Eracle e Orfeo nelle pagine in cui il punto di vista è Giasone, Eeta e Morgar in quelle dedicate a Medea sono sviluppati, mentre tutti gli altri sono ridotti al ruolo di comparsa o poco più. La ricostruzione storica è buona, compresa di folklore, superstizioni, sacrifici agli dei e lettura degli auspici nel volo degli uccelli. Ma sono i personaggi a brillare più di ogni altro aspetto, ognuno dotato di un proprio carattere, a volte molto complesso e stratificato in molte sfumature, nelle quali è facile riconoscersi.

Altra cosa apprezzabile, e diretta conseguenza del tentativo di umanizzare il mito, il linguaggio semplice e diretto della narrazione, senza cercare inutili complicazioni ma senza affidarsi a un linguaggio troppo basso e inappropriato a personaggi per la maggior parte provenienti dalle fasce nobili della società, per i quali un lessico troppo basso sarebbe sembrato fuori luogo.

L'unica nota negativa è la rappresentazione degli spazi e degli ambienti. In un mito si ha sempre l'impressione che le vicende si svolgano in un non-luogo al di fuori dalla realtà, nel processo di umanizzazione del mito sarebbe importante dare una definizione accurata della scena, così da permettere al lettore di creare un'immagine mentale delle città e, in questo caso, della nave. Purtroppo gli unici due luoghi dove questo viene fatto bene sono la zona selvaggia dove è cresciuto Giasone e la città di Ea con i suoi dintorni, fino alla palude. Tutti gli altri luoghi rimangono in un alone di mistero tipico del mito che rovina parzialmente l'umanità dei personaggi. In particolare mi sarebbe piaciuto vedere una descrizione migliore della nave Argo, sia perché il gruppo passa molti mesi a bordo, sia perché Giasone prova un grande affetto per la nave.

Un dettaglio all'interno di un lavoro comunque ottimo, scorrevole e facile da leggere, in una rivisitazione molto umana di uno dei più famosi miti della storia greca. I nomi sono quelli di eroi leggendari, ma i personaggi vivono passioni comuni a tutti gli uomini e le donne, e in questo si trova la bellezza degli Argonauti del XXI secolo: gli eroi non sono poi così diversi da noi.

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IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

22 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

Con Il sentiero dei nidi di ragno anche Italo Calvino affronta i delicati temi della Resistenza. Beppe Fenoglio, Carlo Cassola, Luigi Meneghello, Elio Vittorini e Cesare Pavese sono i principali scrittori ad aver dedicato opere a quella calda stagione storica. Calvino offre a questo filone letterario un contributo molto particolare; in fondo il libro oscilla tra atmosfera fiabesca e gusto picaresco. Il protagonista è un simpatico monello; si chiama Pin, è un ragazzino senza genitori (ha solo una sorella che si prostituisce), sta sempre in mezzo ai guai, viene trascurato dai coetanei e passa molte ore all’osteria con i grandi. Stando con gli adulti ha imparato parolacce, malizie, canzoni oscene, ma sa pochissimo della vita. Finisce in un gruppo di partigiani in gran parte strampalati e goffi. La banda è guidata dal Dritto, un comandante che non vuol comandare, apatico e malaticcio; il formatore politico è un cuoco estremista che tutti prendono in giro. Due altri personaggi risaltano, uno si fa chiamare col nome di battaglia di Lupo Rosso; ha solo qualche anno in più di Pin ma cita Lenin e non teme i fascisti. Viene catturato, picchiato duramente, scappa e torna a combattere, ma in una banda diversa da quella scalcagnata di Pin. Lupo Rosso sembra indistruttibile, quasi un eroe da fumetto o cartone animato. L’altro è il tenebroso Cugino; uomo di poche parole e di molte azioni, pronto a fare il suo dovere senza che nessuno gli dia ordini, combatte perché bisogna farlo, agisce quasi di malanimo e non si tira mai indietro. Porta in sé qualche segreto che lo tormenta, probabilmente una devastante delusione sentimentale. È implacabile e deciso; come l’eroe di qualche mito o il guerriero di una saga antica, la notte prende le armi e parte da solo per andare a uccidere i nemici. Sembra un gigante buono, impegnato in una guerra solitaria contro il male.

La banda si muove in modo pasticciato, senza coesione, dando principalmente un contributo di confusione alla lotta in montagna; la consapevolezza politica del gruppo non è certo notevole e viene declinata tra gli altri da uno stagnino che esprime parole semplici, ma più sensate rispetto ai fanatici sermoni del cuoco.

Non mancano gli episodi truci e sanguinosi. La lotta con i fascisti è spietata. Colpiscono le osservazioni del giovane Kim, commissario politico partigiano che spiega che in quei mesi resi tremendi dalla fame e dalla violenza, un giovane poteva fare scelte opposte, ossia andare in montagna a combattere oppure finire in camicia nera, avendo in sé come stimolo la stessa rabbia. Queste scelte non erano sempre definitive; solo la morte le rendeva tali. Un partigiano fanatico delle armi come Pelle, ad esempio, passa improvvisamente dall’altra parte. Kim insiste appunto nel dire che questa rabbia viene dalla stessa fonte, dalla voglia di reagire alla miseria della vita, alle umiliazioni subite fin da piccoli: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova a sparare dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso”.

Solo che la rabbia fascista era improduttiva, quella dei resistenti voleva invece essere feconda di un mondo nuovo e più giusto:Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi? (…) tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. La controparte politica, conclude il commissario, è quella dei gesti perduti che ripropongono dolore e violenza anziché liberare da essi.

Ma il protagonista resta il vivace Pin che sta a fatica crescendo nel mondo dilaniato dalla guerra civile. Il romanzo narra anche della sua formazione, rallentata dalla miseria (concreta e morale) e dal conflitto in corso. Il ragazzo incanta i compagni con battute e canzonacce, ma non riesce ad avere amici. Spesso si sente usato. Tutti lo deludono; gli adulti sono astuti, maliziosi, pieni di voglie che lui non capisce. Pin ha un segreto; conosce un posto meraviglioso e unico, dove i ragni si fanno dei nidi. Ci porterà solo chi saprà essere suo amico. Si trova bene con Cugino che però non gli racconta tutti i suoi terribili segreti. A lui il ragazzo decide di mostrare la meraviglia del sentiero dei nidi di ragno. Dall’amico finalmente riceve un insegnamento che nessun adulto finora gli aveva dato, ossia il rispetto per la vita. Quando una notte, con un fiammifero acceso, osservano pieni di stupore la lunga galleria costruita da un ragno e Pin vorrebbe, per un gioco crudele, bruciarla, l’uomo lo ferma dicendogli: “Perché, povera bestia?”.

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Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

20 Ottobre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

Il bel libro di Gordiano Lupi: Calcio e Acciaio- Dimenticare Piombino.

Rincorrere il passato, forse è una soluzione, quando il presente non possiede niente di magico, non profuma di sogni ma porta con sé un acre sapore di sconfitta”…(pag.151)

Sommessa passeggiata tra i ricordi: un calciatore, che ha conosciuto fama e successo negli anni della gioventù, torna, al tramonto, nella sua terra maremmana. E, pur con cuore e mente legati ai giorni di gloria, riscopre il gusto delle emozioni antiche.
Una delicata storia di provincia; un romanzo del rimpianto, della nostalgia. Ma anche del sogno, della riscoperta delle radici.
Lenta la narrazione, la scrittura pare scorrere pigra, indolente, una sorta di cantilena dolce della memoria; come lenti sono i ritmi della vita di provincia, dove sembra non accadere mai niente, ma dove pure si conserva il passato, si riscoprono i valori, quelli veri, autentici, mai dimenticati. Così come restano nella pelle, nei sensi, sapori, colori, odori, anche se cambiano come “il tempo che scorre tra le dita…”
…E ti svegli da grande e non ce la fai più.

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Federico Negri, "La saga di promise"

19 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Federico Negri, "La saga di promise"

La saga di promise

Federico Negri

Federico Negri si definisce scrittore della domenica e come tale va giudicato senza però annettere alcun significato negativo al concetto.

Sceglie la fantascienza, genere meraviglioso ma difficile, per il quale occorrono competenza e originalità. “Siamo la Promessa”, “Cuori d’Acciaio” e “Il pianeta ostile” fanno parte della saga di Promise, una trilogia scaricabile da Internet.

Di idee ce ne sono molte, anche se non nuove: una colonia terrestre lontana dalla madre patria - che potrebbe vagamente ricordare le “Cronache marziane” di Ray Bradbury - dove si è perso il ricordo delle antiche tecnologie e si è precipitati in un nuovo medioevo, l’arrivo di un’astronave terrestre con un misterioso manufatto dai terribili e sorprendenti poteri, una giovane scienziata geniale ma col vizio della droga. Il fatto è che tutti questi elementi non sono sufficienti a creare una partecipazione attiva del lettore, il bisogno di saperne di più. Il pianeta descritto non ha caratteristiche peculiari capaci di mettere in moto la fantasia, i protagonisti sono ancora troppo terrestri, fanno, dicono, pensano cose che non hanno niente di alieno, di misterioso. La ragazza studia, s’impasticca, prende una sbandata per un bel soldato, nulla di nuovo sotto il sole, anzi no, sotto Tau Ceti. Manca l’atmosfera, la creazione di un mondo secondario, si resta nel limbo, in uno spaccato, in un “non mondo”. Niente toglie che, sviluppando tutto con più pazienza, tenacia e "divertimento", lasciandosi andare al piacere dell'avventur, dell'invenzione e della scoperta dell'alterità, la saga di promise possa davvero mantenere la "promessa" del titolo.

D’interessante c’è la differenza fra coloro che vivono in città, sotto l’egida del Direttorio - e si stringono attorno ai residui del passato, ai vecchi cimeli di una tecnologia che non sanno più far funzionare, a computer spenti e a luci disattivate, nell’attesa di un deus ex machina dal cielo che li riporti ai trascorsi splendori - e, invece, dall’altra parte del muro, il cosiddetto Popolo Libero, quello degli Straccioni che hanno cercato di adattarsi alla nuova essitenza e trarne il meglio possibile. Come nel film “Waterworld”, dove il personaggio interpretato da Kevin Costner ha sviluppato branchie che lo rendono adeguato alla nuova realtà di un pianeta ricoperto per la quasi totalità di acqua ma che non lo fanno sentire più a suo agio nel mondo emerso. Il nocciolo della storia, dunque, il senso profondo, può essere ritrovato nel contrasto fra adattamento e arroccamento.

Dei personaggi, solo Haria, la giovane protagonista col vizio delle psicocole, è ben tratteggiata; Fineri, il ragazzo di cui s’invaghisce, rimane sullo sfondo. Più originale, Galla, la rude soldatessa che fa coppia fissa con Fineri. A proposito, anche i nomi non sono troppo accattivanti e potevano avere una sonorità migliore.

Lo stile è semplice, corretto, ma con qualche piccola imprecisione, come, ad esempio, il ripetersi della locuzione “solo più” al posto del semplice “solo”. I dialoghi e le descrizioni spesso hanno il compito di informare il lettore e questo li appesantisce e li rende meno agili ed efficaci.

Lo scopo che Negri si prefigge non è semplice ed egli lo porta avanti con onestà e impegno, anche quando i risultati non sono sempre quelli auspicabili. La storia riesce comunque a coinvolgere, è scorrevole, e il lettore non fa fatica ad avanzare.

La scelta di rendere l’ebook gratuito e fruibile per gli appassionati del genere ci sembra azzeccata in questo specifico caso.

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ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

18 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

Il livornese Mario Muccini, classe 1895, è autore di questo diario che racconta la sua esperienza di combattente sul Carso, in Carnia e sul fronte trentino. Si tratta di un ragazzo intrepido; riceve infatti due Medaglie al Valore, una di Bronzo sul Pal Piccolo e una d’Argento sul Mrzli. Energia e lucidità anche nelle circostanze più drammatiche sembrano i suoi pregi. È un ufficiale e dopo i fatti di Caporetto viene promosso capitano. Impressiona il gran numero di individualità che incontra e che si susseguono rapidamente; persone semplici come il suo fedele attendente Benvenuto, imboscati muniti di decorazioni, commilitoni come il sottotenente Rusca che si arruola per poter, un domani, dire al figlio di otto anni di aver fatto la sua parte in guerra. Un giorno, in Carnia, il diarista si affaccia a una feritoia e guarda la terra di nessuno: “Il terreno è bello, vario. Ma dà una sensazione atroce di silenzio, di finta pace. Dall’altra parte certo, gli austriaci guardano in egual modo questo deserto e sentono questo silenzio. Basta uscir fuori per empir di grida, di urla, di spasimo, questo spaventoso, terribile spazio”. La bellezza del paesaggio, alterata dall’angoscia della morte sempre incombente, sembra generare un urlo di protesta contro l’assurdo. Ecco come gli uomini patiscono in trincea: “Il nostro battaglione si disfa a poco a poco in una strage senza impeti, terribile, irreparabile. I comandi vogliono sapere qual è il morale della truppa e bisogna rispondere che è ottimo e questi disgraziati eccoli lì, assiderati, distrutti dal fango, dal freddo, dall’acqua putrida e inquinata”. Cadono molti compagni di Muccini; in un’azione muore il sottotenente Rusca, mentre l’arrogante capitano che comanda il diarista rimane al riparo in trincea. Durante un assalto, c’è il toccante incontro con Franz Petzoldt, un austriaco morente che gli affida il portafoglio in cui Muccini trova un foglietto con dei versi di Goethe, scrittore amante dell’Italia che visitò lasciando un diario di viaggio. Nelle sofferenze di questo periodo, in cui la fanteria paga un pesante tributo, emerge la figura positiva del colonnello Ferretti, uomo integro e schietto, destinato però a essere rimosso. Aveva rimesso in sesto il reggimento, ma viene allontanato dal fronte e mandato in uno zuccherificio, nota con tristezza il giovane livornese. La sorte riservata a Ferretti ricorda quella del generale Venturi di cui parla Paolo Caccia Dominioni nel suo 1915-1919 Diario di Guerra.

Precedentemente, presso Boscomalo, Muccini aveva invece potuto registrare con vivo piacere l’arrivo del nuovo comandante di battaglione, elogiandone l’atteggiamento serio e senza boria: “Poi ha riunito il battaglione e parlato per pochi minuti. La sua voce calda e umana è scesa in quei cuori smarriti e ad ognuno è sembrato di avere finalmente, e forse per la prima volta, compreso, dopo due anni di massacri e di vita tormentata, che il sangue di migliaia e migliaia di combattenti non era versato invano”.

Nelle licenze Mario nota la distanza che lo separa dai civili, molti dei quali spesso non capiscono l’urgenza che i militari hanno di vivere intensamente ogni momento prima di tornare ad affrontare la morte in trincea. Un suo conoscente, il professor Perotti, lo annoia indicandogli le gravi carenze in fatto di studi sulla poesia cortigiana del ‘400.

Arriva la tragedia di Caporetto e Muccini assiste con indignazione allo sfasciarsi del fronte; nello sbandamento e nel caos emerge anche il bisogno di vita sentimentale del diarista, attratto da una donna nella casa in cui viene provvisoriamente ospitato. Divenuto capitano, viene assegnato al fronte trentino, relativamente più tranquillo di altri settori. La morte aleggia sempre, pronta a ghermire repentinamente le sue prede: “Una granata è entrata nel baracchino di Giliberti, mentre dormiva, e lo ha preso in pieno. È irriconoscibile”.

Nell’ultimo assalto nei pressi di Mori, emerge ancora il carattere del pluridecorato livornese che si rifiuta di attaccare finché il tiro troppo corto dell’artiglieria italiana non viene allungato. Nella parte conclusiva del diario trova spazio il disagio del reduce; terminato il conflitto con la sofferta vittoria italiana, Muccini cerca un nuovo ruolo sociale, notando inevitabilmente lo scarso peso nella vita civile delle ferite e delle medaglie ricevute. Mentre si palesano le suggestioni dell’impresa fiumana di D’Annunzio, il giovane, cresciuto e maturato al fronte, si appresta a costruirsi un nuovo percorso personale. Ecco cosa aveva scritto appena giunto a Trento, all’inizio del novembre 1918: “Io sono solo, terribilmente solo, non più con la morte davanti, ma con la vita, con tutta la vita che mi viene incontro e mi fa, per la prima volta paura”.

Durante le ultime ore da militare prima del congedo, esamina le proprie cose e mille emozionanti immagini di volti conosciuti si affacciano nella sua mente, riemergendo con forza; l’austriaco morente che gli ha lasciato la poesia di Goethe, la madre scomparsa, la madrina di guerra e tantissimi compagni indimenticabili. Ma è tempo di andare verso un nuovo avvenire, con la decisione mostrata tante volte davanti al nemico: “Ed ora, andiamo! …”.

L’opera, edita dapprima nel 1938, è tornata alle stampe in un’edizione ricca di notevoli approfondimenti, curata da Sergio Spagnolo del Gruppo Ricerche e Studi Grande Guerra e Associazione Storica Cimeetrincee e con la collaborazione di Fabrizio Corso.

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UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

15 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.

Così si apre il romanzo (l’ultimo scritto da Chatwin, a circa un decennio dal capolavoro In Patagonia); questo testo piacerà a chi ama il lato magico di Praga ed è in fondo anche un atto d’amore e di fedeltà verso la città. La passione del barone Utz sono le ceramiche di Meissen di cui è grande collezionista. Il protagonista della vicenda ricorda molto l’imperatore Rodolfo II di Boemia, mecenate, protettore di Brahe e Keplero, appassionato di alchimia e Cabbala, nonché estimatore del giocoso pittore Arcimboldi. L’altra figura praghese di riferimento per lui è il rabbino Loew che secondo la leggenda costruì con l’argilla l’essere vivente noto come Golem. Ci viene spiegato che il Golem in quanto plasmato dall’uomo e non da Dio, era una bestemmia e una creatura votata alla disintegrazione: “Un Golem con la sua presenza era un monito contro l’idolatria - e sollecitava attivamente la sua distruzione”. Anche la passione dell’aristocratico, ossia il collezionare beni artistici, è una forma di idolatria di cui Kaspar è consapevole. Il trinomio Golem-idolatria-distruzione percorre tutto il romanzo.

Questi due personaggi, Rodolfo II e Loew, forniscono l’intelaiatura storica e filosofica al protagonista e alle sue manie; in pieno ‘900, il barone, con la giocosità e i paradossi cari a tante storie ebraiche, racconta a uno scrittore straniero in visita a Praga come è nata la ceramica, mescolando Paracelso, gli alchimisti, rabbini e imperatori. Abile affabulatore, non manca di lasciare sempre un velo di compiaciuta ambiguità. In una delle conversazioni, il suo interlocutore gli chiede se le ceramiche sono vive. “Lo credo e non lo credo”, risponde sornione. Aggiunge significativamente: “Nel fuoco le porcellane muoiono e poi tornano a vivere. Il forno, deve capire, è l’inferno”. La celebrazione di questi oggetti fa capire che essi per Kaspar sono una sostanza autentica, un “antidoto alla decadenza”, cercati dai potenti per la loro forza di talismani, dotati di una energia immutabile che fa risaltare invece la labilità dell’uomo: “Le cose sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione. Nulla ci invecchia di più di una collezione di opere d’arte”. Utz considera le sue porcellane come la vera realtà; sono un Assoluto, mentre tutto il resto è secondario, imperfetto, corrotto e come tale pericoloso. Il barone deve difendere i suoi tesori proprio dalla prosa del vivere, dai “rumori di fondo” della storia, in cui rientra tutto, dalle guerre, alla Gestapo, al regime comunista e ai suoi sgherri.

Kaspar colleziona anche statue che rappresentano tra gli altri Arlecchino, Pantalone, Pulcinella; lo stesso aristocratico, come le maschere della Commedia dell’Arte, deve ricorrere a trucchi e furbizie per proteggere le sue cose. Le autorità del regime giungeranno a lasciargli solo la custodia dei beni (dichiarati proprietà dello Stato) e a mettergli microfoni in casa per controllarlo.

Il romanzo si era aperto con il funerale di Utz; la conclusione ci parla di un’altra scomparsa, quella della collezione, misteriosamente sparita e inutilmente cercata dopo il decesso dell’uomo. Dov’è finita? Lo scrittore che ha conosciuto il collezionista indaga nella Praga degli anni ’70, rintracciando e interrogando conoscenti e amici del defunto. Potrebbe essere un trucco alla Arlecchino di Utz, oppure la moglie sa qualcosa ma non parla; forse Kaspar ha distrutto tutto e ammucchiato gli amati tesori nei cassonetti sotto la sua casa, dato che gli oggetti idolatrati sono una bestemmia e vanno liquidati.

Hanno vinto i “rumori di fondo” della storia o l’astuzia del barone? L’enigma è affascinante. Il lettore potrà ragionare e riflettere sulle varie ipotesi, ricordando sempre che siamo a Praga, la misteriosa città dove il soprannaturale è ancora possibile.

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Enrico Miglino, "Francesco"

13 Ottobre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Enrico Miglino, "Francesco"

Enrico Miglino
Francesco
Ediciones Baleares – E-Book - Euro 6,90

Francesco è un romanzo breve, uscito soltanto in e-book, che si legge con rapidità e trasporto, anche se è dotato di struttura, risulta ermetico e racconta una storia che si presta a molteplici interpretazioni. Romanzo breve e non racconto lungo, anche se stiamo parlando di una narrazione di 40 cartelle, perché la struttura a capitoli e le diverse sottotrame fanno propendere per tale classificazione. Francesco è una storia d’amore, per meglio dire di disamore, perché racconta la fine di un rapporto, in un’atmosfera sognante e decadente, tra suggestive descrizioni di paesaggi e coinvolgenti stati d’animo che si fondono con il racconto. Hector, il protagonista, sogna di ritrovare Francesco, un grande amico del passato, identificandolo nelle sembianze di una donna che compare improvvisamente, proprio mentre Irene, la sua compagna, lo sta tradendo con un collega di lavoro. Il lettore si trova di fronte a un dubbio inquietante: Francesco è soltanto un sogno, oppure è fantastica realtà della nuova vita di Hector? Francesco è un fantasma prodotto dalle ceneri della solitudine, una presenza ectoplasmatica, una finzione della mente che nasconde il corpo di una donna? Forse un po’ di tutto questo. Forse Francesco è soltanto un modo per mascherare solitudine e depressione del protagonista che sta vivendo un tragico abbandono. La vita cambia, un poco ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo; i sentimenti si modificano, le situazioni non rimangono immutabili. E nel cambiamento della vita di Hector c’è posto ancora una volta per un amico - amante di nome Francesco, ma soprattutto per tanta solitudine. Consigliato, anche per chi non ama leggere gli e-book, perché lo stile è talmente scorrevole e piano che si arriva in fondo in poco meno di un’ora.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

5 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #personaggi da conoscere

Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

Mino Milani

Vita e morte di Nino Bixio

Mursia 2011

pp 196

16,00

Credo si possa ragionevolmente affermare che una delle maggiori colpe addebitabili alla nostra classe politica – supportata in questo da alcuni storici - sia di aver avallato l’idea che la storia dell’Italia moderna inizi con il 1945, e ciò che c’è immediatamente prima (un secolo e mezzo, diciamo, lasciamo da parte l’Impero romano, i Comuni e il Rinascimento) sia riconducibile al folclore di “La Bella Gigogin”, “Il Piave Mormorava” e “Faccetta Nera”.

Reazione comprensibile, dopo l’opposto tentativo del fascismo di inserirsi nell’alveo della storia nazionale come continuatore del Risorgimento prima e risanatore della guerresca “vittoria mutilata” poi.

Accade così, per esempio, che, in genere, poco si conosca dell’avventura che portò all’unità d’Italia (aldilà dell’oleografia dello sbarco a Marsala, di Teano, e del telegrafico “obbedisco”) e di molti suoi protagonisti.

È il caso di Nino Bixio, normalmente identificato benevolmente nel primo collaboratore di Garibaldi (col quale, invece, ebbe un rapporto a fasi alterne) e, malevolmente, nel massacratore di Bronte (dove, in effetti, le cose andarono un po’ diversamente da come un certo revisionismo storico-cinematografico ci vuol far credere).

Mi coglie un’improvvisa curiosità per il personaggio quando leggo, in un articolo che di altro parla, che morì a Sumatra a 52 anni; siamo dalle parti di Sandokan (e Yanez, soprattutto), indimenticato eroe della mia adolescenza, e così decido di approfondire. Una rapida ricerca in rete mi fornisce l’elenco di opere – anche recenti - sui fatti di Bronte, ma, praticamente, due sole biografie (tra l’altro anche in ottiche opposte fra loro, come dirò); vado in libreria, e trovo solo quella di Milani, nella ristampa del 2010.

Vi anticipo l’impressione finale, pur senza “svelare” nulla: Bixio è uomo contraddittorio sotto molti aspetti, e questo lo rende certamente interessante.

Figlio del suo tempo e di un modo di essere e pensare molto “tradizionale” (“comandando e ubbidendo, ho sempre avuto a base della mia condotta che chi mi è superiore ha ragione era uno dei suoi motti preferiti), è, però, modernissimo - almeno per l’Italia di allora - per spirito imprenditoriale (che lo porta a indebitarsi con mezzo mondo, pur di realizzare il sogno di una nave “sua”) e apertura verso il nuovo, che, nel suo caso, vuol dire l’estremo Oriente.

Combattente abile ed intelligente, spregiudicato sul campo di battaglia, è anche, alla bisogna, politico accorto e “moderato”, come quando riesce a realizzare l’accordo giudicato impossibile (e comunque destinato a durare poco) tra Cavour e Garibaldi, in nome di quel superiore interesse dell’Italia al quale si sente votato

Innamorato dolcissimo della moglie (nel libro vi sono toccanti brani di lettere) è anche uomo violento, vittima, come egli dice della benda sanguignache, in certi momenti, gli cala sugli occhi, fino a togliergli quasi il lume della ragione.

Sul vapore diretto in Sicilia ferisce un garibaldino che rifiuta il rancio perché non uguale a quello degli Ufficiali; a Palermo impone l’ordine a colpi di frustino e sciabola alla indisciplinata truppa del Generale La Masa, che, al suo arrivo, si vede apostrofare così: Ma che Generale La Masa, lei è il Generale La Merda; a Paola, per far imbarcare per primi i suoi uomini alla volta del continente, si azzuffa con i mercenari austro-tedeschi della Brigata Eber, già al servizio dei Borboni, rischia di essere buttato in mare, e nella rissa ci scappa un morto.

È questo il prezzo forse da pagare per un uomo che in battaglia è una vera forza della natura, un trascinatore di chi è con lui, che si circonda di leggende ormai difficili da svelare: all’ingresso a Palermo si fece largo a colpi di revolver e di spada, uccidendo nove Borbonici”, dopo Mentana, catturato dai nemici, riesce a fuggire (e si guadagna la medaglia d’oro al valor militare), innumerevoli le occasioni in cui si rialza da terra e riparte all’attacco, dopo che il suo cavallo è caduto sotto di lui, una volta colpito – dicono alcuni- addirittura da 160 colpi di fucile.

Insomma, si può concordare con Milani quando afferma: Bixio era un uomo d’azione: aveva un bisogno fisico e morale di agire. Se lo ripeteva e lo diceva agli amici, un po’ snob, forse: “Do or die”.

Inutile fare qui la cronistoria di una vita intensissima; inutile e anche difficile, perché Milani, con una scelta tutta “letteraria”, in linea con il suo essere scrittore e non storico di professione, procede per flashback, affastellando ì fatti senza rispetto della scansione temporale.

Ultimo degli otto figli del Direttore della Zecca di Genova, di carattere ribelle e insofferente (terrore della scuola nel ricordo – probabilmente esagerato - di un suo compagno), a 13 anni viene imbarcato dal padre, come mozzo, su una nave in partenza per le Americhe; al suo rientro, “surroga” un fratello destinato a diventare prete, e si arruola in Marina, acquisendo, a bordo, le conoscenze di base che gli saranno poi utili per comandare una nave, finché viene a sua volta “surrogato” da un altro marinaio assoldato da un altro suo fratello che vuole restituirgli la libertà.

Il mare, però, gli è entrato nel sangue, e, una volta congedato, inizia una lunga serie – con ruoli di responsabilità stavolta - di viaggi su vari battelli, vivendo le avventure che all’epoca sono consuete per chi va per mare: naufragi, assalti di pirati, litigi col comandante con conseguente abbandono in mare, etc.

Rientrato in Europa, a Parigi conosce Mazzini e ne abbraccia con entusiasmo le idee, fino a convertirsi in capo militare, per far seguire alle parole i fatti: Prima Guerra di Indipendenza, Repubblica Romana, Seconda Guerra di Indipendenza.

Viene fuori così la sua natura determinata e audace, fino alla temerarietà: ferito, premiato con ricompense al valore, promosso sul campo. D’Annunzio lo paragonerà a Giovanni delle Bande Nere, e un altro suo biografo nostro contemporaneo, Marcello Staglieno – col quale Milani si prende letteralmente a piattonate, accusandolo in più occasioni di errori e superficialità - vedrà in lui un antesignano di Italo Balbo, comandante di squadre fasciste e trasvolatore dell’Atlantico.

Nel 1860 è con Garibaldi alla spedizione dei Mille; è lui che, all’inizio, materialmente sequestra i due vapori indispensabili all’impresa, e, quasi verso la fine, a Maddaloni, con fermezza ed intelligenza, sventa ogni possibilità di rivincita dei borbonici di Von Mechel.

E poi, e poi… pur sintetizzando al massimo, ci sarebbe da scrivere per pagine intere: la Terza Guerra di Indipendenza, la Presa di Roma, il laticlavio senatoriale, e, soprattutto l’ostinata volontà di trasformarsi in imprenditore, dirigendosi, con una sua nave (non a caso chiamata “Maddaloni”) verso i ricchi mercati dell’Oriente fino allora chiusi all’Italia. La morte lo coglie a Sumatra, nel 1873, per febbre gialla

Potrebbe finire qui; in fondo, scopo del pezzo era solo quello di sollecitare all’approfondimento quanti, come me, hanno curiosità – non disgiunta da simpatia - per queste personalità “eccessive e fuori della norma”, che, molto spesso, si portano appresso una immeritata cattiva fama.

È il caso di Bixio, affidato “in negativo” alla memoria collettiva soprattutto per i fatti di Bronte e, segno dei tempi moderni, per il film “revisionista” (si potrà dire, in questo caso?) di Florestano Vancini.

La vicenda è, sommariamente, abbastanza nota: a Bronte, paesino siciliano sulle pendici dell’Etna, il 2 agosto si scatena una rivolta (filoborbonica? ultragaribaldina? delinquenziale e basta? chi lo sa… le tesi sono discordi) che fa 16 vittime “borghesi”, compreso il prete, il notaio, e i due figlioletti del locale barone.

Garibaldi invia immediatamente truppe al comando di Bixio, che procedono ad oltre un centinaio di arresti sommari, mentre un Tribunale condanna a morte 5 giudicati colpevoli e l’ordine viene ristabilito.

Questa la sintesi: credo che a giustificare l’azione di Bixio basterebbe la sola valutazione dell’effetto che avrebbe avuto l’episodio – mentre ancora la guerra è in corso - se non ci fosse una energica reazione. E poi, a volerla dire tutta: nessuna “decimazione” o esecuzione sommaria: 5 morti contro 16 vittime, e dopo un processo “regolare” per quanto tempo e circostanze consentono.

Il resto: la Ducea di Nelson e le pressioni britanniche, le uova negate al condannato per ultima cena, la durezza proclamatoria di Bixio, sono “contorno”, che ognuno condisce come vuole.

Giunto alla fine, inevitabile la domanda: che senso e che utilità può avere oggi leggere una simile biografia ?

Io credo che l’abbia, e mi affido alle parole di un suo contemporaneo, Giuseppe Guerzoni:

Era uomo di impeti… non di rancori. Che si avesse l’obbligo di fare una cosa in un dato tempo e si pensasse alla fame, al sonno, alla stanchezza, e al male, non lo poteva capire. I fiacchi, i deboli, gli svogliati, li aborriva. Era talvolta eccessivo, perché credeva tutti eguali a lui, era ingiusto perché sognava tutti gli uomini perfetti. Però, non era un violento. Non era un provocatore, il provocato era sempre lui

Oggi, che minacciosi scenari di guerra si affacciano ad Est ed in Oriente, non posso non pensare che uomini come Bixio siano, comunque, preferibili, proprio per la loro “umanità”, ad un futuro fatto di droni e missili “fire and forget”.

Poi, ognuno scelga come vuole…..

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