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recensioni

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

22 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO di ITALO CALVINO

Con Il sentiero dei nidi di ragno anche Italo Calvino affronta i delicati temi della Resistenza. Beppe Fenoglio, Carlo Cassola, Luigi Meneghello, Elio Vittorini e Cesare Pavese sono i principali scrittori ad aver dedicato opere a quella calda stagione storica. Calvino offre a questo filone letterario un contributo molto particolare; in fondo il libro oscilla tra atmosfera fiabesca e gusto picaresco. Il protagonista è un simpatico monello; si chiama Pin, è un ragazzino senza genitori (ha solo una sorella che si prostituisce), sta sempre in mezzo ai guai, viene trascurato dai coetanei e passa molte ore all’osteria con i grandi. Stando con gli adulti ha imparato parolacce, malizie, canzoni oscene, ma sa pochissimo della vita. Finisce in un gruppo di partigiani in gran parte strampalati e goffi. La banda è guidata dal Dritto, un comandante che non vuol comandare, apatico e malaticcio; il formatore politico è un cuoco estremista che tutti prendono in giro. Due altri personaggi risaltano, uno si fa chiamare col nome di battaglia di Lupo Rosso; ha solo qualche anno in più di Pin ma cita Lenin e non teme i fascisti. Viene catturato, picchiato duramente, scappa e torna a combattere, ma in una banda diversa da quella scalcagnata di Pin. Lupo Rosso sembra indistruttibile, quasi un eroe da fumetto o cartone animato. L’altro è il tenebroso Cugino; uomo di poche parole e di molte azioni, pronto a fare il suo dovere senza che nessuno gli dia ordini, combatte perché bisogna farlo, agisce quasi di malanimo e non si tira mai indietro. Porta in sé qualche segreto che lo tormenta, probabilmente una devastante delusione sentimentale. È implacabile e deciso; come l’eroe di qualche mito o il guerriero di una saga antica, la notte prende le armi e parte da solo per andare a uccidere i nemici. Sembra un gigante buono, impegnato in una guerra solitaria contro il male.

La banda si muove in modo pasticciato, senza coesione, dando principalmente un contributo di confusione alla lotta in montagna; la consapevolezza politica del gruppo non è certo notevole e viene declinata tra gli altri da uno stagnino che esprime parole semplici, ma più sensate rispetto ai fanatici sermoni del cuoco.

Non mancano gli episodi truci e sanguinosi. La lotta con i fascisti è spietata. Colpiscono le osservazioni del giovane Kim, commissario politico partigiano che spiega che in quei mesi resi tremendi dalla fame e dalla violenza, un giovane poteva fare scelte opposte, ossia andare in montagna a combattere oppure finire in camicia nera, avendo in sé come stimolo la stessa rabbia. Queste scelte non erano sempre definitive; solo la morte le rendeva tali. Un partigiano fanatico delle armi come Pelle, ad esempio, passa improvvisamente dall’altra parte. Kim insiste appunto nel dire che questa rabbia viene dalla stessa fonte, dalla voglia di reagire alla miseria della vita, alle umiliazioni subite fin da piccoli: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova a sparare dall’altra parte, come Pelle, dalla brigata nera, a sparare con lo stesso furore, con lo stesso odio, contro gli uni o contro gli altri, fa lo stesso”.

Solo che la rabbia fascista era improduttiva, quella dei resistenti voleva invece essere feconda di un mondo nuovo e più giusto:Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessun sparo, pur uguale al loro, m’intendi? (…) tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi”. La controparte politica, conclude il commissario, è quella dei gesti perduti che ripropongono dolore e violenza anziché liberare da essi.

Ma il protagonista resta il vivace Pin che sta a fatica crescendo nel mondo dilaniato dalla guerra civile. Il romanzo narra anche della sua formazione, rallentata dalla miseria (concreta e morale) e dal conflitto in corso. Il ragazzo incanta i compagni con battute e canzonacce, ma non riesce ad avere amici. Spesso si sente usato. Tutti lo deludono; gli adulti sono astuti, maliziosi, pieni di voglie che lui non capisce. Pin ha un segreto; conosce un posto meraviglioso e unico, dove i ragni si fanno dei nidi. Ci porterà solo chi saprà essere suo amico. Si trova bene con Cugino che però non gli racconta tutti i suoi terribili segreti. A lui il ragazzo decide di mostrare la meraviglia del sentiero dei nidi di ragno. Dall’amico finalmente riceve un insegnamento che nessun adulto finora gli aveva dato, ossia il rispetto per la vita. Quando una notte, con un fiammifero acceso, osservano pieni di stupore la lunga galleria costruita da un ragno e Pin vorrebbe, per un gioco crudele, bruciarla, l’uomo lo ferma dicendogli: “Perché, povera bestia?”.

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Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

20 Ottobre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #gordiano lupi, #recensioni

Gordiano Lupi, "Calcio e Acciaio"

Il bel libro di Gordiano Lupi: Calcio e Acciaio- Dimenticare Piombino.

Rincorrere il passato, forse è una soluzione, quando il presente non possiede niente di magico, non profuma di sogni ma porta con sé un acre sapore di sconfitta”…(pag.151)

Sommessa passeggiata tra i ricordi: un calciatore, che ha conosciuto fama e successo negli anni della gioventù, torna, al tramonto, nella sua terra maremmana. E, pur con cuore e mente legati ai giorni di gloria, riscopre il gusto delle emozioni antiche.
Una delicata storia di provincia; un romanzo del rimpianto, della nostalgia. Ma anche del sogno, della riscoperta delle radici.
Lenta la narrazione, la scrittura pare scorrere pigra, indolente, una sorta di cantilena dolce della memoria; come lenti sono i ritmi della vita di provincia, dove sembra non accadere mai niente, ma dove pure si conserva il passato, si riscoprono i valori, quelli veri, autentici, mai dimenticati. Così come restano nella pelle, nei sensi, sapori, colori, odori, anche se cambiano come “il tempo che scorre tra le dita…”
…E ti svegli da grande e non ce la fai più.

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Federico Negri, "La saga di promise"

19 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

Federico Negri, "La saga di promise"

La saga di promise

Federico Negri

Federico Negri si definisce scrittore della domenica e come tale va giudicato senza però annettere alcun significato negativo al concetto.

Sceglie la fantascienza, genere meraviglioso ma difficile, per il quale occorrono competenza e originalità. “Siamo la Promessa”, “Cuori d’Acciaio” e “Il pianeta ostile” fanno parte della saga di Promise, una trilogia scaricabile da Internet.

Di idee ce ne sono molte, anche se non nuove: una colonia terrestre lontana dalla madre patria - che potrebbe vagamente ricordare le “Cronache marziane” di Ray Bradbury - dove si è perso il ricordo delle antiche tecnologie e si è precipitati in un nuovo medioevo, l’arrivo di un’astronave terrestre con un misterioso manufatto dai terribili e sorprendenti poteri, una giovane scienziata geniale ma col vizio della droga. Il fatto è che tutti questi elementi non sono sufficienti a creare una partecipazione attiva del lettore, il bisogno di saperne di più. Il pianeta descritto non ha caratteristiche peculiari capaci di mettere in moto la fantasia, i protagonisti sono ancora troppo terrestri, fanno, dicono, pensano cose che non hanno niente di alieno, di misterioso. La ragazza studia, s’impasticca, prende una sbandata per un bel soldato, nulla di nuovo sotto il sole, anzi no, sotto Tau Ceti. Manca l’atmosfera, la creazione di un mondo secondario, si resta nel limbo, in uno spaccato, in un “non mondo”. Niente toglie che, sviluppando tutto con più pazienza, tenacia e "divertimento", lasciandosi andare al piacere dell'avventur, dell'invenzione e della scoperta dell'alterità, la saga di promise possa davvero mantenere la "promessa" del titolo.

D’interessante c’è la differenza fra coloro che vivono in città, sotto l’egida del Direttorio - e si stringono attorno ai residui del passato, ai vecchi cimeli di una tecnologia che non sanno più far funzionare, a computer spenti e a luci disattivate, nell’attesa di un deus ex machina dal cielo che li riporti ai trascorsi splendori - e, invece, dall’altra parte del muro, il cosiddetto Popolo Libero, quello degli Straccioni che hanno cercato di adattarsi alla nuova essitenza e trarne il meglio possibile. Come nel film “Waterworld”, dove il personaggio interpretato da Kevin Costner ha sviluppato branchie che lo rendono adeguato alla nuova realtà di un pianeta ricoperto per la quasi totalità di acqua ma che non lo fanno sentire più a suo agio nel mondo emerso. Il nocciolo della storia, dunque, il senso profondo, può essere ritrovato nel contrasto fra adattamento e arroccamento.

Dei personaggi, solo Haria, la giovane protagonista col vizio delle psicocole, è ben tratteggiata; Fineri, il ragazzo di cui s’invaghisce, rimane sullo sfondo. Più originale, Galla, la rude soldatessa che fa coppia fissa con Fineri. A proposito, anche i nomi non sono troppo accattivanti e potevano avere una sonorità migliore.

Lo stile è semplice, corretto, ma con qualche piccola imprecisione, come, ad esempio, il ripetersi della locuzione “solo più” al posto del semplice “solo”. I dialoghi e le descrizioni spesso hanno il compito di informare il lettore e questo li appesantisce e li rende meno agili ed efficaci.

Lo scopo che Negri si prefigge non è semplice ed egli lo porta avanti con onestà e impegno, anche quando i risultati non sono sempre quelli auspicabili. La storia riesce comunque a coinvolgere, è scorrevole, e il lettore non fa fatica ad avanzare.

La scelta di rendere l’ebook gratuito e fruibile per gli appassionati del genere ci sembra azzeccata in questo specifico caso.

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ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

18 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

ED ORA, ANDIAMO! IL ROMANZO DI UNO “SCALCINATO” di Mario Muccini

Il livornese Mario Muccini, classe 1895, è autore di questo diario che racconta la sua esperienza di combattente sul Carso, in Carnia e sul fronte trentino. Si tratta di un ragazzo intrepido; riceve infatti due Medaglie al Valore, una di Bronzo sul Pal Piccolo e una d’Argento sul Mrzli. Energia e lucidità anche nelle circostanze più drammatiche sembrano i suoi pregi. È un ufficiale e dopo i fatti di Caporetto viene promosso capitano. Impressiona il gran numero di individualità che incontra e che si susseguono rapidamente; persone semplici come il suo fedele attendente Benvenuto, imboscati muniti di decorazioni, commilitoni come il sottotenente Rusca che si arruola per poter, un domani, dire al figlio di otto anni di aver fatto la sua parte in guerra. Un giorno, in Carnia, il diarista si affaccia a una feritoia e guarda la terra di nessuno: “Il terreno è bello, vario. Ma dà una sensazione atroce di silenzio, di finta pace. Dall’altra parte certo, gli austriaci guardano in egual modo questo deserto e sentono questo silenzio. Basta uscir fuori per empir di grida, di urla, di spasimo, questo spaventoso, terribile spazio”. La bellezza del paesaggio, alterata dall’angoscia della morte sempre incombente, sembra generare un urlo di protesta contro l’assurdo. Ecco come gli uomini patiscono in trincea: “Il nostro battaglione si disfa a poco a poco in una strage senza impeti, terribile, irreparabile. I comandi vogliono sapere qual è il morale della truppa e bisogna rispondere che è ottimo e questi disgraziati eccoli lì, assiderati, distrutti dal fango, dal freddo, dall’acqua putrida e inquinata”. Cadono molti compagni di Muccini; in un’azione muore il sottotenente Rusca, mentre l’arrogante capitano che comanda il diarista rimane al riparo in trincea. Durante un assalto, c’è il toccante incontro con Franz Petzoldt, un austriaco morente che gli affida il portafoglio in cui Muccini trova un foglietto con dei versi di Goethe, scrittore amante dell’Italia che visitò lasciando un diario di viaggio. Nelle sofferenze di questo periodo, in cui la fanteria paga un pesante tributo, emerge la figura positiva del colonnello Ferretti, uomo integro e schietto, destinato però a essere rimosso. Aveva rimesso in sesto il reggimento, ma viene allontanato dal fronte e mandato in uno zuccherificio, nota con tristezza il giovane livornese. La sorte riservata a Ferretti ricorda quella del generale Venturi di cui parla Paolo Caccia Dominioni nel suo 1915-1919 Diario di Guerra.

Precedentemente, presso Boscomalo, Muccini aveva invece potuto registrare con vivo piacere l’arrivo del nuovo comandante di battaglione, elogiandone l’atteggiamento serio e senza boria: “Poi ha riunito il battaglione e parlato per pochi minuti. La sua voce calda e umana è scesa in quei cuori smarriti e ad ognuno è sembrato di avere finalmente, e forse per la prima volta, compreso, dopo due anni di massacri e di vita tormentata, che il sangue di migliaia e migliaia di combattenti non era versato invano”.

Nelle licenze Mario nota la distanza che lo separa dai civili, molti dei quali spesso non capiscono l’urgenza che i militari hanno di vivere intensamente ogni momento prima di tornare ad affrontare la morte in trincea. Un suo conoscente, il professor Perotti, lo annoia indicandogli le gravi carenze in fatto di studi sulla poesia cortigiana del ‘400.

Arriva la tragedia di Caporetto e Muccini assiste con indignazione allo sfasciarsi del fronte; nello sbandamento e nel caos emerge anche il bisogno di vita sentimentale del diarista, attratto da una donna nella casa in cui viene provvisoriamente ospitato. Divenuto capitano, viene assegnato al fronte trentino, relativamente più tranquillo di altri settori. La morte aleggia sempre, pronta a ghermire repentinamente le sue prede: “Una granata è entrata nel baracchino di Giliberti, mentre dormiva, e lo ha preso in pieno. È irriconoscibile”.

Nell’ultimo assalto nei pressi di Mori, emerge ancora il carattere del pluridecorato livornese che si rifiuta di attaccare finché il tiro troppo corto dell’artiglieria italiana non viene allungato. Nella parte conclusiva del diario trova spazio il disagio del reduce; terminato il conflitto con la sofferta vittoria italiana, Muccini cerca un nuovo ruolo sociale, notando inevitabilmente lo scarso peso nella vita civile delle ferite e delle medaglie ricevute. Mentre si palesano le suggestioni dell’impresa fiumana di D’Annunzio, il giovane, cresciuto e maturato al fronte, si appresta a costruirsi un nuovo percorso personale. Ecco cosa aveva scritto appena giunto a Trento, all’inizio del novembre 1918: “Io sono solo, terribilmente solo, non più con la morte davanti, ma con la vita, con tutta la vita che mi viene incontro e mi fa, per la prima volta paura”.

Durante le ultime ore da militare prima del congedo, esamina le proprie cose e mille emozionanti immagini di volti conosciuti si affacciano nella sua mente, riemergendo con forza; l’austriaco morente che gli ha lasciato la poesia di Goethe, la madre scomparsa, la madrina di guerra e tantissimi compagni indimenticabili. Ma è tempo di andare verso un nuovo avvenire, con la decisione mostrata tante volte davanti al nemico: “Ed ora, andiamo! …”.

L’opera, edita dapprima nel 1938, è tornata alle stampe in un’edizione ricca di notevoli approfondimenti, curata da Sergio Spagnolo del Gruppo Ricerche e Studi Grande Guerra e Associazione Storica Cimeetrincee e con la collaborazione di Fabrizio Corso.

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UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

15 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

UTZ di Bruce Chatwin (1940 - 1989)

“Il 7 marzo 1974, un’ora prima dell’alba, nel suo appartamento di via Sirokà 5 che dava sul vecchio cimitero ebraico di Praga, Kaspar Utz morì di un secondo colpo da tempo previsto”.

Così si apre il romanzo (l’ultimo scritto da Chatwin, a circa un decennio dal capolavoro In Patagonia); questo testo piacerà a chi ama il lato magico di Praga ed è in fondo anche un atto d’amore e di fedeltà verso la città. La passione del barone Utz sono le ceramiche di Meissen di cui è grande collezionista. Il protagonista della vicenda ricorda molto l’imperatore Rodolfo II di Boemia, mecenate, protettore di Brahe e Keplero, appassionato di alchimia e Cabbala, nonché estimatore del giocoso pittore Arcimboldi. L’altra figura praghese di riferimento per lui è il rabbino Loew che secondo la leggenda costruì con l’argilla l’essere vivente noto come Golem. Ci viene spiegato che il Golem in quanto plasmato dall’uomo e non da Dio, era una bestemmia e una creatura votata alla disintegrazione: “Un Golem con la sua presenza era un monito contro l’idolatria - e sollecitava attivamente la sua distruzione”. Anche la passione dell’aristocratico, ossia il collezionare beni artistici, è una forma di idolatria di cui Kaspar è consapevole. Il trinomio Golem-idolatria-distruzione percorre tutto il romanzo.

Questi due personaggi, Rodolfo II e Loew, forniscono l’intelaiatura storica e filosofica al protagonista e alle sue manie; in pieno ‘900, il barone, con la giocosità e i paradossi cari a tante storie ebraiche, racconta a uno scrittore straniero in visita a Praga come è nata la ceramica, mescolando Paracelso, gli alchimisti, rabbini e imperatori. Abile affabulatore, non manca di lasciare sempre un velo di compiaciuta ambiguità. In una delle conversazioni, il suo interlocutore gli chiede se le ceramiche sono vive. “Lo credo e non lo credo”, risponde sornione. Aggiunge significativamente: “Nel fuoco le porcellane muoiono e poi tornano a vivere. Il forno, deve capire, è l’inferno”. La celebrazione di questi oggetti fa capire che essi per Kaspar sono una sostanza autentica, un “antidoto alla decadenza”, cercati dai potenti per la loro forza di talismani, dotati di una energia immutabile che fa risaltare invece la labilità dell’uomo: “Le cose sono lo specchio immutabile in cui osserviamo la nostra disgregazione. Nulla ci invecchia di più di una collezione di opere d’arte”. Utz considera le sue porcellane come la vera realtà; sono un Assoluto, mentre tutto il resto è secondario, imperfetto, corrotto e come tale pericoloso. Il barone deve difendere i suoi tesori proprio dalla prosa del vivere, dai “rumori di fondo” della storia, in cui rientra tutto, dalle guerre, alla Gestapo, al regime comunista e ai suoi sgherri.

Kaspar colleziona anche statue che rappresentano tra gli altri Arlecchino, Pantalone, Pulcinella; lo stesso aristocratico, come le maschere della Commedia dell’Arte, deve ricorrere a trucchi e furbizie per proteggere le sue cose. Le autorità del regime giungeranno a lasciargli solo la custodia dei beni (dichiarati proprietà dello Stato) e a mettergli microfoni in casa per controllarlo.

Il romanzo si era aperto con il funerale di Utz; la conclusione ci parla di un’altra scomparsa, quella della collezione, misteriosamente sparita e inutilmente cercata dopo il decesso dell’uomo. Dov’è finita? Lo scrittore che ha conosciuto il collezionista indaga nella Praga degli anni ’70, rintracciando e interrogando conoscenti e amici del defunto. Potrebbe essere un trucco alla Arlecchino di Utz, oppure la moglie sa qualcosa ma non parla; forse Kaspar ha distrutto tutto e ammucchiato gli amati tesori nei cassonetti sotto la sua casa, dato che gli oggetti idolatrati sono una bestemmia e vanno liquidati.

Hanno vinto i “rumori di fondo” della storia o l’astuzia del barone? L’enigma è affascinante. Il lettore potrà ragionare e riflettere sulle varie ipotesi, ricordando sempre che siamo a Praga, la misteriosa città dove il soprannaturale è ancora possibile.

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Enrico Miglino, "Francesco"

13 Ottobre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Enrico Miglino, "Francesco"

Enrico Miglino
Francesco
Ediciones Baleares – E-Book - Euro 6,90

Francesco è un romanzo breve, uscito soltanto in e-book, che si legge con rapidità e trasporto, anche se è dotato di struttura, risulta ermetico e racconta una storia che si presta a molteplici interpretazioni. Romanzo breve e non racconto lungo, anche se stiamo parlando di una narrazione di 40 cartelle, perché la struttura a capitoli e le diverse sottotrame fanno propendere per tale classificazione. Francesco è una storia d’amore, per meglio dire di disamore, perché racconta la fine di un rapporto, in un’atmosfera sognante e decadente, tra suggestive descrizioni di paesaggi e coinvolgenti stati d’animo che si fondono con il racconto. Hector, il protagonista, sogna di ritrovare Francesco, un grande amico del passato, identificandolo nelle sembianze di una donna che compare improvvisamente, proprio mentre Irene, la sua compagna, lo sta tradendo con un collega di lavoro. Il lettore si trova di fronte a un dubbio inquietante: Francesco è soltanto un sogno, oppure è fantastica realtà della nuova vita di Hector? Francesco è un fantasma prodotto dalle ceneri della solitudine, una presenza ectoplasmatica, una finzione della mente che nasconde il corpo di una donna? Forse un po’ di tutto questo. Forse Francesco è soltanto un modo per mascherare solitudine e depressione del protagonista che sta vivendo un tragico abbandono. La vita cambia, un poco ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo; i sentimenti si modificano, le situazioni non rimangono immutabili. E nel cambiamento della vita di Hector c’è posto ancora una volta per un amico - amante di nome Francesco, ma soprattutto per tanta solitudine. Consigliato, anche per chi non ama leggere gli e-book, perché lo stile è talmente scorrevole e piano che si arriva in fondo in poco meno di un’ora.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

5 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #personaggi da conoscere

Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

Mino Milani

Vita e morte di Nino Bixio

Mursia 2011

pp 196

16,00

Credo si possa ragionevolmente affermare che una delle maggiori colpe addebitabili alla nostra classe politica – supportata in questo da alcuni storici - sia di aver avallato l’idea che la storia dell’Italia moderna inizi con il 1945, e ciò che c’è immediatamente prima (un secolo e mezzo, diciamo, lasciamo da parte l’Impero romano, i Comuni e il Rinascimento) sia riconducibile al folclore di “La Bella Gigogin”, “Il Piave Mormorava” e “Faccetta Nera”.

Reazione comprensibile, dopo l’opposto tentativo del fascismo di inserirsi nell’alveo della storia nazionale come continuatore del Risorgimento prima e risanatore della guerresca “vittoria mutilata” poi.

Accade così, per esempio, che, in genere, poco si conosca dell’avventura che portò all’unità d’Italia (aldilà dell’oleografia dello sbarco a Marsala, di Teano, e del telegrafico “obbedisco”) e di molti suoi protagonisti.

È il caso di Nino Bixio, normalmente identificato benevolmente nel primo collaboratore di Garibaldi (col quale, invece, ebbe un rapporto a fasi alterne) e, malevolmente, nel massacratore di Bronte (dove, in effetti, le cose andarono un po’ diversamente da come un certo revisionismo storico-cinematografico ci vuol far credere).

Mi coglie un’improvvisa curiosità per il personaggio quando leggo, in un articolo che di altro parla, che morì a Sumatra a 52 anni; siamo dalle parti di Sandokan (e Yanez, soprattutto), indimenticato eroe della mia adolescenza, e così decido di approfondire. Una rapida ricerca in rete mi fornisce l’elenco di opere – anche recenti - sui fatti di Bronte, ma, praticamente, due sole biografie (tra l’altro anche in ottiche opposte fra loro, come dirò); vado in libreria, e trovo solo quella di Milani, nella ristampa del 2010.

Vi anticipo l’impressione finale, pur senza “svelare” nulla: Bixio è uomo contraddittorio sotto molti aspetti, e questo lo rende certamente interessante.

Figlio del suo tempo e di un modo di essere e pensare molto “tradizionale” (“comandando e ubbidendo, ho sempre avuto a base della mia condotta che chi mi è superiore ha ragione era uno dei suoi motti preferiti), è, però, modernissimo - almeno per l’Italia di allora - per spirito imprenditoriale (che lo porta a indebitarsi con mezzo mondo, pur di realizzare il sogno di una nave “sua”) e apertura verso il nuovo, che, nel suo caso, vuol dire l’estremo Oriente.

Combattente abile ed intelligente, spregiudicato sul campo di battaglia, è anche, alla bisogna, politico accorto e “moderato”, come quando riesce a realizzare l’accordo giudicato impossibile (e comunque destinato a durare poco) tra Cavour e Garibaldi, in nome di quel superiore interesse dell’Italia al quale si sente votato

Innamorato dolcissimo della moglie (nel libro vi sono toccanti brani di lettere) è anche uomo violento, vittima, come egli dice della benda sanguignache, in certi momenti, gli cala sugli occhi, fino a togliergli quasi il lume della ragione.

Sul vapore diretto in Sicilia ferisce un garibaldino che rifiuta il rancio perché non uguale a quello degli Ufficiali; a Palermo impone l’ordine a colpi di frustino e sciabola alla indisciplinata truppa del Generale La Masa, che, al suo arrivo, si vede apostrofare così: Ma che Generale La Masa, lei è il Generale La Merda; a Paola, per far imbarcare per primi i suoi uomini alla volta del continente, si azzuffa con i mercenari austro-tedeschi della Brigata Eber, già al servizio dei Borboni, rischia di essere buttato in mare, e nella rissa ci scappa un morto.

È questo il prezzo forse da pagare per un uomo che in battaglia è una vera forza della natura, un trascinatore di chi è con lui, che si circonda di leggende ormai difficili da svelare: all’ingresso a Palermo si fece largo a colpi di revolver e di spada, uccidendo nove Borbonici”, dopo Mentana, catturato dai nemici, riesce a fuggire (e si guadagna la medaglia d’oro al valor militare), innumerevoli le occasioni in cui si rialza da terra e riparte all’attacco, dopo che il suo cavallo è caduto sotto di lui, una volta colpito – dicono alcuni- addirittura da 160 colpi di fucile.

Insomma, si può concordare con Milani quando afferma: Bixio era un uomo d’azione: aveva un bisogno fisico e morale di agire. Se lo ripeteva e lo diceva agli amici, un po’ snob, forse: “Do or die”.

Inutile fare qui la cronistoria di una vita intensissima; inutile e anche difficile, perché Milani, con una scelta tutta “letteraria”, in linea con il suo essere scrittore e non storico di professione, procede per flashback, affastellando ì fatti senza rispetto della scansione temporale.

Ultimo degli otto figli del Direttore della Zecca di Genova, di carattere ribelle e insofferente (terrore della scuola nel ricordo – probabilmente esagerato - di un suo compagno), a 13 anni viene imbarcato dal padre, come mozzo, su una nave in partenza per le Americhe; al suo rientro, “surroga” un fratello destinato a diventare prete, e si arruola in Marina, acquisendo, a bordo, le conoscenze di base che gli saranno poi utili per comandare una nave, finché viene a sua volta “surrogato” da un altro marinaio assoldato da un altro suo fratello che vuole restituirgli la libertà.

Il mare, però, gli è entrato nel sangue, e, una volta congedato, inizia una lunga serie – con ruoli di responsabilità stavolta - di viaggi su vari battelli, vivendo le avventure che all’epoca sono consuete per chi va per mare: naufragi, assalti di pirati, litigi col comandante con conseguente abbandono in mare, etc.

Rientrato in Europa, a Parigi conosce Mazzini e ne abbraccia con entusiasmo le idee, fino a convertirsi in capo militare, per far seguire alle parole i fatti: Prima Guerra di Indipendenza, Repubblica Romana, Seconda Guerra di Indipendenza.

Viene fuori così la sua natura determinata e audace, fino alla temerarietà: ferito, premiato con ricompense al valore, promosso sul campo. D’Annunzio lo paragonerà a Giovanni delle Bande Nere, e un altro suo biografo nostro contemporaneo, Marcello Staglieno – col quale Milani si prende letteralmente a piattonate, accusandolo in più occasioni di errori e superficialità - vedrà in lui un antesignano di Italo Balbo, comandante di squadre fasciste e trasvolatore dell’Atlantico.

Nel 1860 è con Garibaldi alla spedizione dei Mille; è lui che, all’inizio, materialmente sequestra i due vapori indispensabili all’impresa, e, quasi verso la fine, a Maddaloni, con fermezza ed intelligenza, sventa ogni possibilità di rivincita dei borbonici di Von Mechel.

E poi, e poi… pur sintetizzando al massimo, ci sarebbe da scrivere per pagine intere: la Terza Guerra di Indipendenza, la Presa di Roma, il laticlavio senatoriale, e, soprattutto l’ostinata volontà di trasformarsi in imprenditore, dirigendosi, con una sua nave (non a caso chiamata “Maddaloni”) verso i ricchi mercati dell’Oriente fino allora chiusi all’Italia. La morte lo coglie a Sumatra, nel 1873, per febbre gialla

Potrebbe finire qui; in fondo, scopo del pezzo era solo quello di sollecitare all’approfondimento quanti, come me, hanno curiosità – non disgiunta da simpatia - per queste personalità “eccessive e fuori della norma”, che, molto spesso, si portano appresso una immeritata cattiva fama.

È il caso di Bixio, affidato “in negativo” alla memoria collettiva soprattutto per i fatti di Bronte e, segno dei tempi moderni, per il film “revisionista” (si potrà dire, in questo caso?) di Florestano Vancini.

La vicenda è, sommariamente, abbastanza nota: a Bronte, paesino siciliano sulle pendici dell’Etna, il 2 agosto si scatena una rivolta (filoborbonica? ultragaribaldina? delinquenziale e basta? chi lo sa… le tesi sono discordi) che fa 16 vittime “borghesi”, compreso il prete, il notaio, e i due figlioletti del locale barone.

Garibaldi invia immediatamente truppe al comando di Bixio, che procedono ad oltre un centinaio di arresti sommari, mentre un Tribunale condanna a morte 5 giudicati colpevoli e l’ordine viene ristabilito.

Questa la sintesi: credo che a giustificare l’azione di Bixio basterebbe la sola valutazione dell’effetto che avrebbe avuto l’episodio – mentre ancora la guerra è in corso - se non ci fosse una energica reazione. E poi, a volerla dire tutta: nessuna “decimazione” o esecuzione sommaria: 5 morti contro 16 vittime, e dopo un processo “regolare” per quanto tempo e circostanze consentono.

Il resto: la Ducea di Nelson e le pressioni britanniche, le uova negate al condannato per ultima cena, la durezza proclamatoria di Bixio, sono “contorno”, che ognuno condisce come vuole.

Giunto alla fine, inevitabile la domanda: che senso e che utilità può avere oggi leggere una simile biografia ?

Io credo che l’abbia, e mi affido alle parole di un suo contemporaneo, Giuseppe Guerzoni:

Era uomo di impeti… non di rancori. Che si avesse l’obbligo di fare una cosa in un dato tempo e si pensasse alla fame, al sonno, alla stanchezza, e al male, non lo poteva capire. I fiacchi, i deboli, gli svogliati, li aborriva. Era talvolta eccessivo, perché credeva tutti eguali a lui, era ingiusto perché sognava tutti gli uomini perfetti. Però, non era un violento. Non era un provocatore, il provocato era sempre lui

Oggi, che minacciosi scenari di guerra si affacciano ad Est ed in Oriente, non posso non pensare che uomini come Bixio siano, comunque, preferibili, proprio per la loro “umanità”, ad un futuro fatto di droni e missili “fire and forget”.

Poi, ognuno scelga come vuole…..

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Patrizia Poli, "Signora dei Filtri"

3 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #poli patrizia, #miti e leggende

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli

Marchetti Editore, 2017

 

 

La rilettura del mito di Medea si esplica attraverso termini e temi ricorrenti nel testo che cercheremo di focalizzare, per definire il formarsi della personalità della protagonista attraverso alcuni passaggi importanti.

Ti faccio frustare” è una delle prime frasi della giovanissima Medea, pronunciata contro una serva mentre la madre sta per partorire. Medea reagisce duramente quando qualcuno si frappone tra sé e il suo bisogno di essere amata senza compromessi. La sua sensazione è che il nascituro la priverà di centralità, togliendole le attenzioni della madre e provocando la sua solitudine. Da qui in fondo inizia il suo dramma. Medea ha bisogno innanzitutto di essere amata per poter anche lei amare.

Dalla perdita di amore scaturisce l’odio, altra parola chiave: “Sono preoccupata e odio mio padre. Lo odio perché ha mia madre tutta per sé, perché la rende infelice e perché ha messo al mondo quel mostro di mio fratello. Da quando c’è Absirto, la mamma si occupa solo di lui”.

La protagonista si sente oscurata e ne soffre indicibilmente. Nel rapporto infelice con la madre va ricercata la genesi delle sue pene e dei suoi eccessi:

Ti voglio bene, Morgar - aveva mormorato Medea. Erano le parole che non le aveva mai detto quando era viva, parole che da sempre le urgevano in petto e che, se non pronunciate, si trasformavano in un grumo duro di dolore. Erano le stesse parole che avrebbe voluto gridare a sua madre quando era piccola, quando ancora la amava ferocemente e la voleva tutta per sé, prima che l’amore respinto si tramutasse in odio”.

La morte della sua unica amica, Morgar, che l’aveva iniziata ai misteri della Signora del cielo, esacerba l’avversione verso la sua famiglia. Torna la parola odio, mentre prega il padre di risparmiare l’amica, sottoposta a crudele lapidazione:

Medea strinse i pugni, inghiottì il terrore che il padre le ispirava, si concentrò solo sull’odio che provava per lui. – Se sei davvero mio padre, se sono nata dal tuo sangue, se mi ami, ti supplico di risparmiare una persona che mi è cara”.

Il risentimento è penetrato in lei dopo la fine di Morgar, inquinando in modo irrimediabile la sua visione del mondo come noterà la sorella Calciope:

“(…) Medea, ma tu non sai più vivere nella gioia e nell’amore. Ti vedo così cupa, così piena di odio, mentre Morgar c’insegnava la compassione”.

Il bisogno di assolutizzare i rapporti torna anche nella sua relazione con Giasone, all’insegna di un tertium non datur da cui non si deroga:

Siamo noi due, tutto il resto non conta, nemmeno nostro figlio, non lo amerò mai quanto amo te. Tu sei il mio respiro e le mie ossa, non ci sono confini fra noi, tu sei me ed io sono te. Ogni altro sentimento, perfino l’odio, è una pallida ombra di ciò che provo per te”.

Giasone rappresenta l’insperata possibilità di recuperare una relazione più sana (ma non interamente sana) col mondo e anche con la vita che lei ha già definito come “una fatica inutile”. La giovane resta però non assimilabile agli altri, come nota Orfeo, l’assennato amico di Giasone. Solo lui tra gli Argonauti ne capisce la fragilità e ne coglie gli spigoli della psiche. Varie volte ammonisce il compagno, fino al dramma finale:

Giasone, tu non hai mai compreso l’intensità del sentimento di Medea per te. Lei non è come le altre donne, il suo odio è potente quanto il suo amore. Aveva solo te al mondo. Adesso è una belva ferita e devi guardarti da lei”.

La donna passa da un estremo all’altro, incapace di mediazioni; aveva la madre, poi Morgar (la donna del fiume), infine Giasone. I rapporti sono totalizzanti o meglio lei li sa vivere solo così. Questo conduce in caso di delusione a grandi reazioni, senza mezze misure. Colpirà spietatamente il padre, poi si vendicherà del tradimento di Giasone con la vendetta più orrenda e insensata; ucciderne i figli di cui essa stessa è madre. Nella sua visione estrema la vendetta è implacabile.

Anche la parola vendetta è abbastanza ricorrente:

Dal giorno in cui era morta la donna del fiume, si era chiusa in un silenzio greve di accuse e grondante desiderio di vendetta”.

Medea e Giasone sono diversi, come emerge da uno dei dialoghi conclusivi tra i due amanti:

Io no, Giasone - disse lei, la voce innaturalmente calma - è questa la differenza fra noi. Io non rinuncerei a ciò che è stato, mai! Rivivrei tutto dal principio, con i bambini e con te. Rivivrei il nostro amore e anche l’affetto dei miei figli, ciò che mi hanno dato in questi pochi anni. Io li ho portati nel mio grembo, io ho sofferto i dolori del parto, io li ho allattati. Il giorno che sono nati tu eri alla reggia, con Creonte, a tramare il mio esilio e la mia rovina. Li ho aiutati a morire prima che tu ne facessi dei bastardi, prima che tu li umiliassi preferendo i figli di un matrimonio falso e sacrilego. Non avrei sopportato che un estraneo li toccasse, sono morti per mia mano, dolcemente, e resteranno con me per sempre. Tutti dobbiamo morire, tu, io, mio fratello, Pelia, Glauce. Che differenza fa quando?”.

Ritorna la convinzione già espressa precedentemente dalla donna che vede nella vita un vano travaglio, per cui non c’è da temere la morte e i figli non vengono considerati come prosecuzione di sé.

Rancore e amore, risentimento e passione si mescolano in lei quando il rapporto con Giasone si è ormai deteriorato. Fuori dagli aspetti più truci, un’altra sua caratteristica è la curiosità che la distingue nettamente dall’atteggiamento stoltamente chiuso e retrogrado del padre. Questo pregio però non la salva dalla solitudine:

Aveva mostrato curiosità e interesse per tutto ciò che la circondava e Morgar gioiva a insegnarle ciò che sapeva”. Questo passo va visto insieme a un altro, sempre nel periodo fanciullesco della protagonista: “La sua compagna più fidata era la solitudine, unita a una forte sensibilità”.

Orfeo come detto, è la persona che sembra inquadrare meglio Medea:

Questa straniera, questa Medea, ha qualcosa che mette i brividi addosso. I suoi capelli sono lunghi e intrigati dal vento di mare, la pelle si arrossa ma non si abbronza, le mani hanno dita lunghe come tentacoli di medusa. La sua voce è imperiosa e si vede che è abituata a comandare. Scorgo in lei un’assoluta estraneità al resto del mondo”.

Questo sigillo cupo dell’estraneità non l’abbandona mai, nemmeno nel momento di maggiore intensità nella relazione con Giasone, il quale mostra atteggiamenti contraddittori. Ha forza e coraggio nell’impresa degli Argonauti, ma prima di compiere azioni più “politiche”, ondeggia e temporeggia. Teme di compromettere i rapporti con lo zio usurpatore e responsabile dell’esilio del padre; compie l’impresa assegnata acquisendo finalmente legittimità davanti a tutti, ma ancora stenta a liquidare il vecchio parente. Paradossalmente l’unico rapporto che Giasone ridimensiona senza troppi patemi è quello con la persona che lo ama di più, ossia Medea. Per liquidare l’usurpatore ci vuole sempre Medea che con la sua spregiudicatezza sa dipanare queste situazioni, poiché lei non sente soggezione verso nessuno (re, parenti, anziani) e non teme di compiere azioni tremendamente risolutive.

La sua radicalità discende da quanto ha subito fin dall’infanzia. Il male è stato fatto a me, dice Medea dopo aver ucciso i figli.

Ha troppo amato e troppo sentito e chi ha tanta passione, non dura. Verrà relegata su un’isola e ancora la solitudine la avvolgerà, alleviata solo dal contatto con la Signora, sua unica vera amica:

“A volte vedo l’acqua del mare incresparsi. C’è qualcosa che nuota sotto la superficie ed io so che è la creatura della dea. Succede di notte, quando la Signora mi parla dal buio del cielo. Medea, figlia mia, tu hai tanto amato, dice, perciò tutto ti sarà perdonato. Io l’ascolto, levo le braccia al cielo, poi m’incammino verso di lei”.

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Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

2 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

Dario Crapanzano

“Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio”

Mondadori 2014

pp 180

15,00

Ha scritto e pubblicato il suo primo poliziesco a settant’anni compiuti; poi, evidentemente, ci ha preso gusto, e, confortato anche dal successo di pubblico, ne ha sfornati altri quattro, passando, con l’ultimo, quello del quale mi accingo a parlare, da una Casa editrice minore (Fratelli Frilli di Genova) alla blasonata Mondadori.

Sto parlando di Dario Crapanzano, il quale mi fa compagnia in un piovoso pomeriggio che annuncia l’autunno alle porte, dopo un’estate che non c’è stata. Una lettura riposante, fatta tutta d’un fiato, a spasso per una Milano datata 1953, in compagnia del commissario Mario Arrigoni e dei suoi aiutanti.

Sì, perché anche qui, riprendendo una tradizione che forse inizia oltre Oceano con l’87° Distretto di Mc Bain, ad agire sono gli uomini di un Commissariato, quello di Porta Venezia, che si muovono per la città a piedi ed in tram, telefonano da apparecchi a gettone, ricorrono a carta e penna per la compilazione dei loro verbali.

Commissariato mille miglia lontano, nel tempo e nello spazio da quello famosissimo di Vigata, fertile invenzione di un altro grande vecchio del poliziesco italiano, ma che, in comune con quello siciliano, ha la possibilità che offre all’autore di far entrare in scena personaggi “di contorno” solo all’apparenza, che sono agenti, ispettori e vicecommissari alle dipendenze del protagonista principale.

Si intrecciano così, alla storia principale, abbozzi di storie secondarie (nel nostro caso un furto di gioielli), che alleggeriscono un po’ la narrazione.

Qui, si parte dall’omicidio di un attore-impresario teatrale, con un’indagine a ritroso nel tempo (altro “classico” della narrativa poliziesca) che si snoda in gran parte nell’improvvisata succursale di Commissariato che è un vecchio teatro, l’Imperiale, “una bella palazzina liberty nei pressi della Stazione Centrale di Milano” specializzato in pieces del vaudeville (in cartellone, quando inizia la storia, “L’albergo del libero scambio” di Feydeau) e del dramma poliziesco.

Non dirò di più sulla trama, dignitosa ed intrigante al punto giusto (anche se l’assassino si “intuisce” una trentina di pagine prima del finale, e non può essere che quello); ciò che rende, a mio avviso, particolarmente gradito questo romanzo è l’ambientazione d’insieme, e, più di tutto, i riferimenti alla vita quotidiana, fuori dal commissariato, del bravo Arrigoni.

Ha una moglie, Lucia, della cui perdurante bellezza è giustamente fiero, ed una figlia tredicenne, Claudia, che, anticipando i tempi, lo contesta nelle rare occasioni di incontro, che sono, in genere, a tavola e nel dopo cena.

I “dopocena” di una volta, quando i nostri padri e nonni non ci lasciavano inebetire dalle immagini che si accavallano su uno schermo “ultrapiatto”, e si sistemavano, invece, in poltrona, per ascoltare un radiodramma con Renzo Ricci o leggere un libro.

E non libretti da niente: una sera, mentre il papà “grande consumatore di letteratura francese e russa dell’Ottocento” si dedica a Stendhal ed alla sua “Certosa di Parma”, la mamma sfoglia un corposo “Tutto Cechov”, e, in sottofondo, va il Bolero di Ravel.

Non male, direi…a memoria mi pare che il mio pur carissimo Montalbano passa le serate a vedere il telegiornale locale del suo amico Nicolò Zito.

Non si deve, però, credere che la contemporaneità resti fuori della porta di casa Arrigoni: siamo a pochi giorni dalla morte di Stalin, e se ne parla a tavola, con una figlia aspramente critica contro il defunto “Baffone” (“colpa o merito dell’assidua frequentazione della parrocchia ?” si chiede il perplesso padre) e i genitori, tutto sommato, piuttosto incerti nel giudizio.

In Commissariato, però, l’indagine procede, con l’accavallarsi di una serie di piste ed indizi che ingarbugliano il quadro: motivi di interesse che coinvolgono la vedova, erede dei non pochi beni del defunto, perché lasciata di fatto ma mai legalmente; gelosie di maschi traditi, vista la fama di sciupafemmine del defunto ed anche certe sue “passioni” per la fotografia osè con ingenue (?) attricette o aspiranti tali; vicende di turpitudini delatorie ai danni di ebrei durante la guerra.

Per Arrigoni non sarà facile (ma nemmeno difficilissimo, diciamo la verità) venirne a capo, anche con qualche forzatura del codice deontologico del bravo poliziotto. E con lui il lettore, coinvolto passo dopo passo nello sviluppo dell’indagine.

Per finire, vi do un’anteprima.

Tranquilli, non è una “pista” per arrivare alla soluzione, ma più semplicemente un esempio di quell’atmosfera che pervade il romanzo, carica di suggestioni anche per me, che pure all’epoca ero solo un frugoletto in calzoncini corti:

Non esistendo ancora prodotti alimentari in confezione di marca, ogni esercizio commerciale consegnava la merce sfusa, avvolta in pacchetti di robusta carta odorosa. Obbedendo a d un codice dalle origini misteriose, a ogni categoria toccava il suo colore, e non erano ammesse deroghe

Dal prestinaio, forse il negozio più frequentato, pane, dolci, pasta e riso venivano avvolti in una ruvida carta grigia.

Altra bottega, altra musica: in drogheria imperava il colore più bello, il “carta da zucchero”, così definito proprio perché lo zucchero era il genere più venduto

Vi era, infine, un imballo comune a macelleria e salumeria, peraltro l’unico destinato a sopravvivere al trascorrere del tempo: quello giallo carico, in cui venivano incartati sia sanguinosi pezzi di carne, sia salami e prosciutti

Il “prestinaio”… io ho dovuto far ricorso al vocabolario

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Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

1 Ottobre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #personaggi da conoscere

Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

Bobby Sands Il combattente per la libertà. Una storia irlandese

Pierluigi Spagnolo

Editrice L'Arco e La Corte

pp. 119

Leggere la storia di Bobby Sands è come ricevere un pugno nello stomaco. Nel libro vengono descritte e approfondite la figura e la vita di Robert Sands, giovane irlandese di Belfast, morto nel 1981 mentre era detenuto nel carcere britannico di Long Kesh, dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni e vengono portate alla luce attraverso citazioni e racconti le condizioni disumane della sua prigionia. Bobby, nato a Rathcoole, un quartiere di Belfast, il 9 marzo del 1954, era cresciuto in una famiglia cattolica e fin dalla prima giovinezza si vide costretto a subire l'astio, il risentimento, il rancore settario di un paese diviso da conflitti, tuttora esistenti, che affondano le loro radici in motivazioni non solo religiose, ma anche culturali, nazionali, sociali e politiche. Crebbe in una città spesso messa a ferro e fuoco dalle parti in lotta, divisa da steccati, frammentata da barricate erette non solo sulle strade, imparò a convivere coi problemi di una terra presidiata dall'esercito britannico e dilaniata dal conflitto fra cattolici e protestanti, ma vedendo la madre piangere, soffrire per le enormi ingiustizie, non si abituò e non accettò mai tale assurda realtà. Insieme alla sua famiglia fu costretto a cambiare casa più volte a causa delle vessazioni dei vicini che, appena scoprivano la loro appartenenza religiosa, li umiliavano e li perseguitavano. Come lui tanti erano i giovani cattolici irlandesi che, alla disperata ricerca di un lavoro, si trovarono di fronte a porte sbarrate: fabbriche, cantieri, negozi sui cui ingressi erano affissi cartelli con la esplicita scritta :”Non si assumono cattolici”. A soli diciotto anni, per reazione a queste sopraffazioni Bobby si arruolò volontario nel Movimento Repubblicano, decisione questa che decretò l'inizio della sua fine. La militanza lo portò, in due anni, a subire due arresti e affrontare altrettante condanne, con la seconda gli furono comminati 15 anni di carcere per la presunta partecipazione a un attentato avvenuto nell'ottobre del 1976, seguito da un conflitto a fuoco con la polizia inglese. Fu condannato sulla base di prove assolutamente indiziarie, senza testimonianze e senza che lui rendesse mai una confessione diretta, nonostante le torture e le sevizie subite durante gli interrogatori.

Mi fu ordinato di allargare le gambe e di poggiare sulla pianta dei piedi e delle mani, faccia verso il muro; un poliziotto visibilmente ubriaco continuava a sferrarmi violenti pugni sui reni, fianchi, collo, sulla schiena, in effetti dappertutto. L'altro agente mi teneva per i capelli sputandomi in faccia raffiche di domande (...) iniziarono a sferrare violenti calci sulle gambe e le mie parti intime, così forte da farmi mancare il respiro e farmi cadere due volte solo per essere pestato di nuovo e rimesso contro il muro.(...)

Vi risparmio la durata e l'intensità dell'orribile trattamento che gli riservarono prima di processarlo, carcerazione preventiva che durò in queste condizioni per undici lunghi mesi. La condanna, come già detto, venne emessa senza che vi fossero legami accertati fra Bobby e l'attentato, la rabbia con cui accolse la severissima e immeritata sentenza, gli causò l'aggravio di pena di un ulteriore periodo di sei mesi. In realtà il ragazzo fu condannato non per la certezza della colpa, bensì per la certezza della sua appartenenza all'I.R.A., la più nutrita e meglio organizzata milizia del Movimento Repubblicano Irlandese. L'esercito di liberazione, che combatteva nell'Ulster (Irlanda del Nord) per porre fine alla presenza britannica sull'isola, per difendere la minoranza cattolica e ricongiungersi alla Repubblica d'Irlanda già libera e sovrana. Bobby aveva, innegabilmente, partecipato a quelli che comunemente venivano definiti “the trubles”, cioè i disordini, i problemi di ordine pubblico, ma è altrettanto certo che nessuno cadde mai sua vittima o morì sotto i colpi della sua pistola. L'Europa ha ignorato per anni la realtà di Belfast, del Nord Irlanda, ultima colonia inglese del vecchio continente, permettendo così l'instaurarsi di una vera e propria “apartheid”. La Gran Bretagna, in modo subdolo e ipocrita, giustificava, agli occhi del mondo, l'utilizzo del suo esercito quale deterrente a movimenti violenti, per favorire la convivenza tra due diverse comunità, in realtà con la sua massiccia presenza e con il suo atteggiamento, spesso brutale, da esercito di occupazione alimentò violenze e dissensi. Bobby Sands aveva iniziato a lavorare molto presto come apprendista carrozziere per contribuire ad innalzare il modestissimo tenore di vita della sua famiglia, ma amava leggere, trai suoi autori preferiti Kipling e Oscar Wilde.

Grande appassionato di poesia, ne compose molte negli ultimi anni della sua breve vita trascorsi in carcere, dove scrisse anche un “diario”, una raccolta di pensieri vergati di nascosto su un rotolo di carta igienica e fatti uscire clandestinamente dalla cella. Il libro venne pubblicato poi col titolo “Un giorno della mia vita” in cui si ha uno spaccato esatto e fedele di quello che succedeva all'interno.

“ …i soffocanti mesi estivi, quando le celle si trasformavano in forni e il puzzo della della spazzatura e del cibo ormai rancido diventava insopportabile. Era allora che migliaia di vermi bianchi uscivano fuori dai mucchi di rifiuti, striscindo e contorcendosi tutti (...) mi stavano strisciando sui capelli, sulla barba, su tutto il corpo. Erano ripugnanti,e, a prima vista facevano paura (….)”

Come tutti i ragazzi della sua età amava la chitarra, aveva una passione per il canto e portava lunghi capelli neri, che gli cadevano ribelli sulle spalle, capigliatura che gli valse il nomignolo di “Geronimo”. Dotato di un fisico forte e muscoloso era uno sportivo, praticava con successo attività in cui eccelleva per il suo spirito agonistico, come il rugby e il football, suoi sport preferiti. Era un lottatore inarrestabile e non si arrendeva di fronte a nulla, caratteristica che gli costò molte persecuzioni dagli aguzzini del carcere in cui fu detenuto e fu proprio questa sua incrollabile determinazione a portarlo alla morte. Nei durissimi anni di reclusione Bobby divenne l'emblema della guerra contro il Regno britannico, lui e gli altri “prigionieri politici” ingaggiarono una lotta senza frontiere con le autorità inglesi, protestavano per le inumane condizioni di trattamento del carcere e per attirare l'attenzione del mondo indifferente sul quello scorcio di Irlanda. Nel libro non mancano le testimonianze di altri detenuti e i documenti sulle torture subite dai prigionieri in quello che fu un vero e proprio “lager” inglese.

Che trovino un nome a questo tipo di tortura pensai (…) le percosse, l'acqua gelida degli idranti, la fame, le privazioni, che provino a dare un nome a questo terribile incubo..”

Così Bobby, risolutamente, un giorno mise in pratica l'estremo atto di protesta iniziando uno sciopero della fame che lo portò alla morte alle ore 1 e 17 minuti del 5 maggio 1981, quando aveva solo 27 anni e ormai, completamente disidratato, pesava una cinquantina di chili. Poco meno di un mese prima durante le elezioni suppletive per un seggio circoscrizionale era stato candidato ed eletto, ma nemmeno questo era servito a farlo desistere e a interrompere la sua battaglia. Oramai aveva deciso: il mondo doveva sapere e seppe, ampie furono le testimonianze a livello internazionale di cordoglio e sdegno. Il Papa Giovanni Paolo II mandò in dono una croce pastorale d'oro massiccia che gli fu messa tra le mani il giorno del funerale svoltosi il 7 maggio nella chiesa di San Luca a Belfast, ove parteciparono oltre centomila persone giunte da ogni dove per portare un fiore al “digiunatore, morto per la fame di libertà”.

Questo è il personaggio che esce dalle pagine del libro, un giovane controverso valutato un “terrorista senza scrupoli” dagli Inglesi , Margaret Thatcher ebbe a pronunciare tali parole anche il giorno della sua morte, e ritenuto, al contrario, dai propri sostenitori un moderno martire per la libertà. Chi era dunque Bobby Sands?

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