recensioni
Luciano Funetta, "Dalle rovine"
Dalle rovine
Luciano Funetta
Tunué
Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola. Quando Rivera uscì dal suo nascondiglio, noi eravamo pietrificati dalla paura e dalla stanchezza. Rivera invece non tremava. Sapevamo che sarebbe entrato nella foresta che divorava la casa e che qualcuno lo stava aspettando nel buio. Nessuno sa cosa successe dopo a Rivera, tranne noi.
Esistono due modi per affrontare la solitudine. Il primo è combatterla, cercare relazioni, provare a soddisfare la fame di compagnia a costo di trovarsi in situazioni insipide. L'altro è abbracciarla, uscire dal grande mondo per rinchiudersi nel piccolo universo delle proprie passioni e ossessioni. E Rivera appartiene alla seconda categoria, un uomo i cui serpenti sono l'unica ragione di vita, tanto da sceglierli come compagni di vita.
Eppure, nonostante tutto, ogni volta che li guardava, si prendeva cura di loro, ne osservava comportamenti e abitudini, Rivera provava una sensazione di compiutezza, qualcosa di molto simile alla pace. Non li aveva mai temuti e questo, pensava, doveva averli disorientati, come se la sua tranquillità fosse in grado di annullare la loro reputazione e di renderli inoffensivi.
La sua ossessione lo porta a girare un filmato amatoriale di un amplesso e presentarlo al direttore di un cinema a luci rosse. È un filmato sconvolgente, il pubblico del piccolo cinema ne rimane affascinato e terrorizzato allo stesso tempo. Perché girare il filmato? Una decisione improvvisa forse, non vanità né desiderio di fama. Ma il video diventa l'inizio del viaggio di Rivera nel mondo della pornografia d'arte, un mondo dotato di una vitalità propria ma anche una sua solitudine capace di risuonare con Rivera. Come sottolinea uno dei personaggi, “l'erotismo è ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza. Sa, quello del sesso è un mondo fatto di tristezza, anche se ci teniamo a non darlo a vedere”. Il mondo di Rivera si trasforma, passando da solitudine personale a collettiva, condivisa con le persone che incontra durante il viaggio.
Sarà l'incontro con Alexandre Tapia a spingere la sua nuova vita verso l'abisso della violenza, a smontare gli equilibri appena creati. Tapia è una figura carismatica, misteriosa, un pozzo di segreti e oscurità che si abbatte sul gruppo appena formatosi e lo guiderà verso un sentiero nuovo, un sentiero fino a quel momento inimmaginabile. Non è un burattinaio, non muove i fili di una sceneggiatura già scritta, sembra invece spingere il corso del destino verso uno scopo con la volontà e la sua ossessione per Rivera.
Due domande risuonano all'interno del racconto. In ordine di apparizione, la prima è l'identità del narratore. Chi è il “noi” narrante, che tutto vede e tutto racconta? Chi sono queste figure, questi esseri che seguono, osservano, commentano la vita di Rivera, senza abbandonarlo mai, neanche quando decide di entrare nella foresta e di unirsi al buio? Non è mai rivelato, la loro natura è lasciata all'immaginazione del lettore, ma Rivera può vederli e questo porta a considerarli come personaggi interni al racconto, figure senza nome e volto, ombre che diventano guardoni e spiano il dramma dell'esistenza di un uomo. Sono parte della storia molto più di quanto non lo sia un semplice narratore ma non intervengono mai, sono figure invisibili sullo sfondo, eppure sempre presenti.
La seconda domanda è l'identità di Tapia. Un uomo, un vecchio, residente a Barcellona, una vita di violenze subite alle spalle e ossessionato da un copione per un film pornografico che non è mai stato prodotto. Un uomo solo, senza mai amici, pochissimi sanno della sua esistenza. Nessuno poteva mai recitare quel copione, estremo persino per la pornografia snuff alla quale si ispira, espressione di una vendetta contro la vita e le sue ingiustizie. Nessuno tranne Rivera, con la sua solitudine, la volontà di sperimentare e l'ossessione per i serpenti. Ma il ruolo di Alexandre Tapia in questa storia non sarà mai chiaro fino alla fine. La sua apparizione però accelera gli eventi, la bolla in cui i personaggi si sono ritirati esplode e il mondo intorno a loro inizia a sgretolarsi rapidamente. Chi è davvero Alexandre Tapia?
Dalle rovine è un incubo, un viaggio negli anfratti più profondi del desiderio e delle ossessioni umane, un percorso fatto a testa alta, guardando negli occhi i mostri, abbracciandoli e trasformandoli in una forma di umanità terribile. Ma sarebbe ingiusto nei confronti dell'autore ridurre il romanzo a una semplice esplorazione del lato oscuro dell'uomo, per quanto eseguito in modo magistrale. I suoi personaggi sono fragili, le loro disgrazie fanno provare tenerezza e affetto. Si abbandonano consapevolmente alla discesa nell'oscurità seguendo sentimenti umani, reali; la solitudine e la violenza che li circonda e li pervade è la nostra debolezza, ed è con questo spirito che il lettore affronta il racconto, assorbendo situazioni e sensazioni dolorose come pugni messi a segno da un pugile esperto, o forse da un aguzzino il cui scopo è esaltare l'esperienza del dolore, della perdita, della mancanza, mescolati a sogni, speranze ed episodi di tenerezza e affetto, perché senza questi ultimi non possono esistere i primi.
Simone Giusti, "Pisa Connection"

Pisa Connection
Simone Giusti
Marchetti Editore, 2015
pp 108
10,00
Simone Giusti, di cui avevo letto il delicato racconto per bambini Il giardino di bosco fitto, inaugura la nuova collana Pulp, da lui diretta per Marchetti Editore, col romanzo breve Pisa Connection. Tutto un altro stile, tutta un’altra grinta ma sempre la medesima ottima scrittura.
La vicenda ruota attorno ad un attentato islamico da compiersi ai danni del presidente del consiglio, mentre questi tiene un discorso in Piazza dei Miracoli a Pisa. Mi vengono i brividi a pensare che il romanzo è stato pubblicato pochi giorni prima dei tragici fatti di Parigi e, allora, i balordi terroristi drogati, che una risata dovrebbe seppellire, non sembrano nemmeno più tanto grotteschi e paiono usciti dalle cronache degli ultimi giorni.
“Il tizio aveva detto di aver seguito i loro movimenti, soprattutto quelli di Fael che aveva un portale facebook con trecentoventisei iscritti su cui condivideva idee fondamentaliste assieme a video rap, foto di donne seminude e promozioni di kebab in piadina. La pagina si chiamava Al-Kebab, in copertina aveva un ninja che affetta una cipolla rossa. La scritta in arabo con caratteri dorati e sbrilluccicanti riportava: ne resterà soltanto uno. Un utente stordito una volta gli aveva segnalato la copertina come foto di decapitazione.” (pag 77)
A questo attentato s’intreccia l’odissea di Jimbo, un tossico alla disperata ricerca della sua dose quotidiana di metanfetamina. Jimbo non è descritto se non per pochi tratti: i capelli radi, la canottiera svolazzante, il motorino scassato. Jimbo è uno dei tanti drogati che incrociamo per strada, scansandoci con un po’ di disgusto quando ci chiedono uno spicciolo “per la benzina”. La sua esistenza si compie ogni giorno dal tramonto all’alba, concentrandosi tutta nella ricerca della dose. Jimbo non pensa, se non per quel che gli serve, non s’interessa del mondo circostante, non mangia, non beve ma ogni notte compie un viaggio mitico, una sorta di quest della dose che gli procurerà il flash e lo renderà immune a dolore e fatica per altre ventiquattro ore.
Attorno a lui pullula una miriade di personaggi bizzarri e squallidi, ai quali è dedicato di volta in volta un capitolo, così si scivola da un capitolo all’altro, da un personaggio all’altro, mentre, nel contempo, la trama avanza e ci ritroviamo alla fine in un batter d’occhio.
Quella che viene descritta non è la Pisa di quando frequentavo l’università negli anni ottanta, è la città che ci viene incontro non appena usciamo nel piazzale della Stazione, fra negozi di kebab, pizza al taglio e paccottiglia cinese per turisti. È un sottoproletariato di puttane e protettori, di extracomunitari, di drogati, di carabinieri, di terroristi a burro e formaggio e poliziotti che sembrano usciti da un film di Scuola di polizia (il mitico Tackleberry), tutti scandagliati dall’interno senza censura, nei loro pensieri più vili e meschini. L’unica pietà è per la vicenda della prostituta Fatjona, raccontata con una commozione che traspare. Tutto il resto è sporcizia, degrado, droga, sesso, emarginazione, è pulp insomma.
Simone Giusti sembra trattare gli argomenti con ironia e leggerezza, cercando simpatie per il povero, triste, Jimbo ma si capisce che sa di cosa parla, non ha creato delle figure a caso ma si è documentato e la descrizione del dopo attentato (pag 104-105) ha qualcosa di sinistramente profetico.
Sotto il linguaggio semplificato e il turpiloquio, s’intravedono molte letture, ma non solo, anche molto cinema, in una multimedialità che caratterizza i giovani autori. Il bagaglio culturale, insomma, non deve più per forza essere solo letterario, potendo ormai, l’immaginario collettivo, attingere a più fonti, come cinema, appunto, televisione, fumetto, videogames e persino i giochi di ruolo, di cui Giusti si dichiara appassionato.
Vincenzo Zonno, "Non è un vento amico"
Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
Vocifuoriscena, 2015
pp 245
15,00
Vincenzo Zonno è un autore dalle enormi possibilità, specialmente se si considera che Non è un vento amico è il suo primo romanzo.
Ambientato nel suggestivo paesaggio baltico, in una exclave russa in territorio prussiano, Non è un vento amico mescola romanzo storico, giallo e climi surreali da castello kafkiano ma anche da fantasy novel.
Fino a metà del testo si pensa di avere fra le mani “il romanzo”, quello che aspettavamo da sempre, di ampio respiro e di grande atmosfera, pronto a diventare best seller prima e classico poi. A sostegno di questa speranza ci sono l’ambientazione e il fascino del paesaggio – fra San Pietroburgo, le foreste siberiane e il mar Baltico - insieme ad una gran bella scrittura, elegante, distesa, mai banale nelle descrizioni. Le sbavature sono pochissime, lo stile intelligente, di quella fluidità che nasconde tanto certosino lavoro di lima.
Il protagonista, Georges Stroganov, tenente di bell’aspetto e di belle speranze, viene chiamato a Cypel Koszalin, luogo di reintroduzione di ex deportati siberiani, dove sorge una fortezza che ricorda la montagna del purgatorio dantesco. Qui egli dovrà sostituire un console ucciso in modo atroce e sconvolgente. Indagando sulla fine inquietante del predecessore, scoprirà un mondo statico di peccatori, vittime dei suoi stessi vizi, primo fra tutti l’adulterio. S’innamorerà perdutamente di una bella vedova e farà amicizia con una lince.
La trama contempla personaggi storici, come il governatore Murav’ev, lo zar Nicola I e suo fratello Alessandro, scomparso in circostanze poco chiare. A questo riguardo, Zonno adotta e sviluppa la tesi di Lev Tolstoj, nel racconto incompiuto Memorie postume dello stareta Fedor Kuzimič. Non sveliamo la trama, che ha un intrigo da dipanare, ma diciamo che nel romanzo sono intrecciati molti elementi reali, come la rivolta decabrista e l’eresia dei Christovovery, ad altri di pura fantasia. Ci sono correnti irrazionaliste che pervadono la Russia di metà ottocento, ma il protagonista rimane con i piedi per terra e investiga con lucidità su quello che sembra un enigma sovrannaturale.
Peccato che, dalla metà del romanzo in poi, la storia non decolli, perda respiro e mordente. Tutto rimane un po’ troppo confinato intorno alla figura della bella Lidjia e all’amore che essa suscita nel tenente.
Come fa notare Oliviero Canetti nella postfazione, Cypel Koszalin è un “microcosmo”. Diciamo che è più un simbolo che un luogo narrativo, e di questo il romanzo risente, trasformandosi (e atrofizzandosi) da grande narrazione ad allegoria. Si sente che l’autore ha familiarità con i romanzi russi dell’ottocento, con i concetti di redenzione, peccato e perdono. Stroganov è un libertino, alla fine compirà il percorso inverso a quello di tutti i peccatori di Cypel Koszalin, fuggirà in Siberia in un cammino a ritroso di riscatto morale, dove l’amore e la comprensione hanno la meglio sui sensi di colpa e persino sul bisogno di Dio.
Siamo certi che di questo autore sentiremo ancora parlare, se saprà coniugare il simbolismo surreale con le necessità narrative, in un connubio che diverrà la sua cifra personale.
Lorenzo Pini, "L'Avana - ritratto di una città"
Lorenzo Pini
L’Avana - Ritratto di una città
Odoya – Pag. 300 – Euro 20,00
Confesso un peccato di vanità. Ho comprato questo libro perché mi cita in alcune pagine come un autore che ha fatto conoscere in Italia molti scrittori cubani. E poi, forse, l’avrei comprato comunque, un’intera biblioteca della mia casa è dedicata a libri di cultura cubana e letteratura caraibica.
Grande è stata la mia sorpresa quando mi sono accorto che Lorenzo Pini non solo mi cita, ma mi copia per pagine e pagine, soprattutto quando parla del rapporto tra gli scrittori e la capitale cubana. Utilizza diverse mie traduzioni senza citarmi, ma questo sarebbe il meno, se non confondesse Fuera del juego – una raccolta di poesie – con uno scritto in prosa, da me ritrovato e tradotto, di Heberto Padillla. Aggiungo che viene citato a piene mani Alejandro Torreguitart Ruiz, da me scoperto e tradotto in Italia, senza mai far riferimento al traduttore. Guarda caso tutte le citazioni letterarie tratte da Abilio Estévez, Pedro Juan Gutierrez, Zoé Valdés, sono identiche a quelle che riporto nei miei libri e in diversi scritti pubblicati su Internet. La mia vanità è soddisfatta. Non credevo di essere così importante da vedere la mia modesta opera saccheggiata e riprodotta in un testo edito da Odoya.
A parte questo Lorenzo Pini completa il suo libro avanero con il supporto del lavoro di Leonardo Manera e con molte notizie estrapolate dalle tante guide su Cuba reperibili sul mercato. Al termine della lettura ci rendiamo conto di aver letto un testo ben confezionato dall’editore - che lo arricchisce con foto, bibliografia e indice dei nomi - ma completamente privo di cuore. Lorenzo Pini ha vissuto L’Avana nella sua realtà più intima, oppure ha fatto un rapido viaggio da turista e si è messo a scopiazzare il lavoro altrui per redigere un testo informativo? La domanda è retorica. L’Avana - Ritratto di una città è un testo senza cuore, privo di nerbo e sentimento, un lavoro compilativo e didascalico, enciclopedico e arido come una giuda turistica. Si poteva fare di meglio. Infine, venti euro per 300 pagine in carta riciclata, senza una foto a colori, è un prezzo esorbitante.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Zerocalcare, "L'elenco telefonico degli accolli"
L'elenco telefonico degli accolli
Zerocalcare
Bao Publishing - Euro 16,00
Zerocalcare è forse il nome più interessante della letteratura italiana contemporanea. Non sto bestemmiando. Certo, si esprime con il fumetto - per la precisione con la graphic novel - ma i suoi testi sono efficaci e colti, pieni zeppi di citazioni, critici della realtà che viviamo. Non fa mai politica bassa nella sua critica culturale, ma punta in alto, alla critica del costume, stigmatizzando il demone della reperibilità e della incomunicabilità.
Il personaggio principale di Zerocalcare è se stesso, un fumettista che vive alla giornata e rifugge gli impegni, gli accolli, che odia la mondanità e preferisce vivere appartato. Ma in quel se stesso ci siamo tutti noi, c'è la società contemporanea imbarbarita, ci sono le idee impoverite, l'indolenza, l'assenza di motivi validi per cui lottare, il terrore di invecchiare. Zerocalcare manda avanti un blog interessante e - di tanto in tanto - raccoglie le storie in volume, ma scrive pure romanzi a fumetti, dove i personaggi sono uomini e donne della sua vita, la madre, la fidanzata, la sorella, un amico immaginario (Armadillo), che ricorda la tigre di Calvin e Hobbes.
Le vicissitudini sono quelle tipiche di un trentenne di oggi, ma la cosa straordinaria è che risultano condivisibili e interessanti anche per un cinquantacinquenne come me. Zerocalcare non è un fenomeno transitorio, una moda, una creatura del sistema. No davvero. Zerocalcare è un vero scrittore che disegna e lavora quando ha qualcosa da dire. Un po' come facevano Pasolini, Calvino e Moravia, negli anni Settanta. Non scrive libri per cavalcare facili successi a base di commissari panzoni e indagini legate a fatti di cronaca, non ricicla il solito libro da vent'anni a questa parte, cambiando titolo.
I fumetti di Zerocalcare raccontano come siamo diventati. E lo fanno con spietato realismo. Non è un bello spettacolo, certo, ma fa bene condividere quel che ogni giorno pensiamo con un autore geniale e disincantato che raccoglie l'eredità stilistica di Andrea Pazienza, metabolizzandola in un discorso personale. Potete cominciare da questo ultimo volume per conoscere l'opera omnia di Zerocalcare, ma vi consiglio di recuperare tutto, perché lui è il solo scrittore imprescindibile di questi anni bui, di questa notte infinita delle patrie lettere.
J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e ombra"
.OTTO.
Luce e ombra
J.C. Casalini
Vertigo, 2015
pp 233
14,00
Il tema del doppio in narrativa ha precedenti illustri, a partire dal ritratto che invecchia al posto del corrotto Dorian Gray fino ad arrivare a dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel romanzo .OTTO., di J.C. Casalini, il doppio si esprime nella classica dicotomia Bene/Male, dove il male è Lucifero, portatore di luce, mentre è il buio ad essere salvifico.
L’aspirante mago Otto e la sua assistente/fidanzata Anna si ritrovano alle prese con un malvagio riflesso fuoriuscito dallo specchio. L’immagine dell’illusionista si materializza in un momento di sconforto, lo salva dal suicidio imminente e gli promette, in un faustiano patto col diavolo, onori, soldi, gloria e amore. Ma non sarà il vero Otto a goderne, bensì il suo parassitario riflesso, che, attraverso la luce e la rifrazione degli specchi, vivrà di vita propria, compiendo azioni sempre più terribili.
Vero è che l’altro Otto, l’Otto Riflesso, (con il neo/punto dalla parte sbagliata) è pur sempre lui, è l’altra parte di sé, quella oscura che tutti noi possediamo e che ci turba, è l’inconscio, L’Es che potrebbe prendere il sopravvento e trasformarci in mostri da un momento all’altro, basterebbe un allentamento dei freni inibitori, basterebbero una droga o un trauma. Otto è il mister Hyde che si cela in ognuno di noi.
Il riflesso del mago non è catturabile con i mezzi tecnologici, non può essere ripreso né fotografato. Per contrasto, è proprio l’assenza d’immagine, o la sua rifrazione e scomposizione negli specchi, a renderlo più forte, più potente, più visibile. Questa, forse, è una metafora del mondo moderno, dove, paradossalmente, fa più notizia chi non si mostra, (come Elena Ferrante) di chi è tutti i giorni in televisione, e la polverizzazione e frantumazione dei dati nel magma caotico della rete equivale all’annullamento degli stessi.
La storia sarebbe molto godibile, almeno nelle promesse. Si trasforma, però, in una sorta di film snuff, dove, se non si assiste propriamente a un omicidio, il sesso violento e gli stupri quotidiani la fanno da padrone quasi in ogni capitolo. Il tutto è condito in una salsa similfilosofica, quantistica, con ipotesi riguardanti la materia oscura, affascinanti ma che appesantiscono la narrazione (e il linguaggio). Esse contrastano con ciò che rimane, in fondo, solo un thriller d’azione.
“È l’equilibrio mutevole delle forze a determinare il successo o meno di un universo ricombinato in varie dimensioni. Ne assaporo ogni volta il piacere evolutivo per puro egotismo, e ne sollecito l’espansione per gioire il più possibile. Sono il contenitore instabile che si dona con generosa curiosità agli eventi consequenziali nel mio interno per poi riappropriarsene alla fine.” (pag 195)
“Un evento mai accaduto in tutto l’universo. Una trinità scardinata. La triangolazione monistica della luce-materia-vuoto di un essere organico vivente e pensante era stata finalmente spezzata.” (pag 195)
Si sente che Casalini proviene dalla regia cinematografica: .OTTO. è una sceneggiatura ampliata e sviluppata fino a farne un romanzo. Il finale rimane aperto per un eventuale sequel: abbiamo una cometa con la doppia coda che annuncia la probabile venuta di un anticristo, abbiamo Anna gravida di un maligno figlio della Luce, la quale, forse, avrà anch’essa da combattere col proprio riflesso, come lascia intendere la profezia conclusiva.
La parte più bella della storia è senz’altro quella iniziale, prima che il malvagio abbia il sopravvento. Allora la narrazione è scorrevole e ci appassioniamo alle vicende dei due innamorati con le loro crescenti e realistiche difficoltà. È su questa falsariga che l’autore dovrebbe incamminarsi, a nostro avviso, per ottenere risultati ancora migliori. Quando il protagonista diventa il Riflesso, invece, l’empatia viene a cadere persino verso la vittima Anna, l’immedesimazione non è più possibile, si assiste al crescendo dei misfatti sentendoci disturbati ma non coinvolti, come se, davvero, vedessimo scorrere le immagini su una lastra riflettente.
Lo stile del romanzo, seppure fluido, presenta delle imperfezioni che l’editing non ha corretto, e un fastidioso alternarsi di tempi verbali, sempre più in voga oggi. Sebbene si tratti di una scelta finalizzata a farci vivere le varie dimensioni temporali della narrazione, questa, chiamiamola tecnica, risulta spiazzante e rallenta la lettura. Peculiare, sottolineiamo anche in questo caso, il contrasto fra i passaggi di azione scritti in un linguaggio standard e quelli filosofici che si avvalgono di periodi circonvoluti e artificiosi.
Valentino Appoloni, "La ferocia - Dall'Adige all'Isonzo nella Grande Guerra"
LA FEROCIA – Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra
Valentino Appoloni
ilmiolibro.it
Il libro La ferocia - Dall’Adige all’Isonzo nella Grande Guerra racconta la vicenda di un giovane veronese che resiste all'orrore del conflitto ricorrendo alle sue armi; la cultura umanistica, l'ironia, le lezioni napoleoniche. Assiste, stando in prima linea, al regredire dell'uomo verso uno stato di animalità proprio di tempi molto antichi. Il soldato infatti vive dentro a tane, non si lava, deve uccidere. Dopo una delle tante azioni sanguinose, il protagonista commenta così:
"È stato feroce il sottotenente? D’altronde la Patria gli chiede anche questo; sparare e gettarsi avanti con una vanghetta in mano per colpire con un colpo secco alla gola il nemico, combattendo come un uomo delle caverne".
Eccone un breve estratto dedicato al momento più terribile per il fante, quello dell’assalto.
Siamo in trincea da ieri sera e c’è l’aria che precede gli assalti; zaffate di alcolici, puzza di vomito e urina. Le trincee che occupiamo erano in mano a un reparto di ungheresi; ce lo ripetiamo per convincerci che sono avversari battibili. Sono state girate verso il nemico e ora si punta a sfondare ancora. Non ho trovato quasi nessuno dei miei cari amici della compagnia. Guerriero e Filosofo sono a Monfalcone dove pure là l'aria è calda. Guiderò due plotoni di complementi e veterani, vecchi e giovani, sbarbatelli e topi di trincea.
Abbiamo avuto solo poche ore per riprenderci dal viaggio e per conoscere il terreno. Bruttezza e asprezza della zona devono essere parse così grandi anche a Dio tanto da compensarle creando il Lago di Pietrarossa, in cui ogni fante spera di andar presto a fare il bagno, come premio per tante fatiche e tanti pericoli. In attesa di potersi tuffare nel mare di Trieste, ci si accontenterà di un lago. Chi si salva, farà il bagno, si diceva stamattina. Sembra il premio promesso a degli scolari prima di un duro esame. È grottesco.
Guardo avanti verso il nemico; la calura e il sudore rendono il sottogola dell’elmetto particolarmente fastidioso e appiccicaticcio. Chiudo gli occhi e spero che sia già finita. Il capitano Romano, mio superiore, mi si è presentato così: “Sono Romano di nome e di virtù”. Bene! Abbiamo Giulio Cesare.
Ieri sera un ufficiale dei bombardieri è passato per controllare ancora la linea avversaria e scrivere i dati di tiro. Sembrava sicuro e pieno di fiducia nella sua arma che fino a poco fa ha tirato. Quei giavellotti che volano sono terrificanti. Ma ora è il nemico che per quanto squassato cerca di farci male. Qualche cannoncino sbraita, qualche arma stanca cerca di affondare le sue unghie su di noi; certi ricoveri sono colpiti, ma la linea resta ferma.
“Non è merda!” gridò un ufficiale napoleonico, indicando le palle di cannone in arrivo sui suoi uomini immobili come statue sotto il bombardamento nemico.
Nulla può impedire l’attacco. L’attaccante in certi casi sente di avere una superiorità materiale e morale sull’avversario, forse figlia solo del vecchio assunto che chi attacca per primo dimostra più coraggio e forza.
Cerchiamo di restare fermi, come per mostrare un’unica volontà a quelli che ci aspettano là fuori. Scorrono i minuti lentamente, come trascinati da ruote quadrate. Si attende, mentre l’ansia genera piccoli brividi che scuotono il corpo pieno di sudore. Un poeta scrisse: “Si vive aspettando qualcosa. È ridicolo. Irrita”.
Cosa aspettiamo? Un secondo giro di anice?
Mi volto e guardo le trincee più arretrate; anch’esse sono gremite di uomini, spuntano elmetti e baionette. Un ufficiale non dovrebbe girarsi. Se noi che siamo davanti non avremo successo, starà a loro provare. Il cielo è biancastro e omogeneo, come un’enorme pietra chiara sospesa su di noi. Questa immaginaria pietra là in alto ha un potere semplificante; quello del destino che incombe sulle nostre teste. Qualcuno prega, altri hanno bisogno di muovere braccia e gambe e urtano i compagni, come animali messi in un recinto troppo stretto. Cresce il nervosismo. Si uscirà uno per volta, con gli altri alle spalle a sospingere, come bestie al macello. La paura riempie ogni particella d’aria; respiriamo pura angoscia. Guardo i volti dei miei compagni. Quando si attacca?
Le facce assumono di continuo nuovi lineamenti, guance e zigomi si piegano come se fossero maschere di gomma. La paura è la regina; un giovane sottoposto due o tre volte a una simile tensione invecchia brutalmente, perde forza, fiato, spirito. La giovinezza viene estratta dai corpi e dalle anime per lasciare ai superstiti involucri consunti e logori. Ma la guerra è affare per giovani! Non potrei essere altrove. Fuori dalla trincea, non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà. Non potrei stare ancora a guardare da lontano i commilitoni sul punto di attaccare, come feci sul Calvario.
Questo pensiero, all’insegna del rispetto verso me stesso e della responsabilità che mi lega agli altri, mi dà animo; lo stringo in me come una preziosa scoperta, come un’inattesa riserva di energia. Mi fortifico intorno ad esso.
Guardo il capitano Romano, guardo la terra di nessuno, brulla e giallastra; l’ufficiale sembra non sentire il peso degli sguardi su di sé. Mormoro qualcosa agli uomini più vicini in modo che si tengano pronti. È questione di secondi, ogni uomo lo sente sulla pelle il momento dell’attacco. I nervi si tendono al massimo, le unghie graffiano le canne dei fucili, i colli si allungano verso l’alto e finalmente il fischio del capitano taglia l’aria come una spada affilatissima. Tutti fuori!
Il romanzo, dedicato al soldato Angelo Appoloni, è disponibile in cartaceo su ilmiolibro.it; come e-book su Amazon e su Feltrinelli.it
Wilson Saba, "Smart Life"
Wilson Saba
Smart life
Tascabili Bompiani – Euro 11 – Pag. 210
Nuova Edizione e-book – Euro 4,99
http://www.ibs.it/ebook/Saba-Wilson/smart-life/9788858773949.html
Wilson Saba, sardo trapiantato a Roma, attore in prestito alla letteratura, debutta con Sole e baleno (2006), finalista al Premio Strega, lanciato da un piccolo editore come Il Foglio Letterario (www.ilfoglioletterario.it). Si conferma con Bompiani, compiendo il grande slnto verso il mondo letterario che conta, gruppo RCS, che pubblica i successivi Giorni migliori (2008) e Smart life (2011), in uscita adesso come e-book. Nel frattempo dà alle stampe un saggio su Artaud e Figli delle stelle (Lucio Pellegrini, 2010). Lo scrittore ci confida che sta portando a termine un romanzo di fantascienza a quattro mani (assieme a un autore più esperto, ancora top secret), un romanzo lungo ambientato a Roma (da tempo in gestazione) e un saggio sui migliori traduttori di letteratura italiana in Europa.
Per il momento concentriamoci su Smart life, che si può avere a prezzo contenuto (4,90) in una nuova edizione e-book, dopo il buon successo riportato nei tascabili Bompiani. Siamo di fronte a una storia di formazione, come Sole e baleno e Giorni migliori, nelle corde di Saba, visionaria e incalzante, capace di raccontare il mondo giovanile contemporaneo, senza alcuna retorica. I protagonisti sono Andrea e Michele, due ragazzi che inventano un social network dedicato alle droghe (u-Dose, un nome che è tutto un programma), un luogo dove spacciatori e clienti si ritrovano per conoscersi, scambiarsi esperienze e portare a compimento loschi affari. Il mondo adolescenziale viene narrato attraverso l’analisi impietosa dell’utilizzo massiccio di Internet, senza inutili moralismi e giudizi esterni, ma con una visione interna al problema, dalla parte di Caino. Abbiamo la droga, l’importanza del denaro, trovare il modo per diventare ricchi senza sporcarsi troppo le mani, in questo caso inventando un mercato per giovani tossicodipendenti, mascherato da lotta al proibizionismo e alla criminalità organizzata. Il romanzo di formazione si tinge di giallo e assume le sembianze di un thriller psichedelico quando arriva sul mercato telematico un misterioso venditore e propone una nuovissima droga di sua invenzione. I problemi per i giovani gestori del social cominciano quando alcuni ragazzi si mettono insieme per organizzare un rave party e poter provare la nuova essenza.
Il romanzo è scritto con stile rapido e incalzante, in sintonia con il mondo contemporaneo e con una generazione che vive connessa a Internet e incollata a un telefonino. Wilson Saba rifugge da ogni retorica, racconta il mondo giovanile con tutte le contraddizioni e vive dall’interno i suoi cambiamenti. Molti dialoghi sembrano conversazioni su Internet, prelevate da una chat, leggiamo brani di e-mail, pezzi legati a connessioni telematiche. La scrittura di Saba è moderna, incalzante, essenziale, senza tentativi letterari fuori luogo, visto il tema crudo affrontato dalla storia. Da leggere.
Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo
SINOSSI: Dopo aver saturato il mondo cinematografico, lo zombie ha trovato nuovo terreno fertile in televisione, dove il personaggio sta vivendo una seconda giovinezza. Dal successo mondiale di The Walking Dead allo spin-off Fear The Walking Dead, dalla sorpresa Dead Set al commovente In the Flesh, passando dalla sfrontatezza marcata Asylum di Z-Nation fino alla delicatezza romantica del francese Les Revenants, questo volume raccoglie le migliori serie tv zombesche che stanno affollando le televisioni di tutto il mondo, analizzandole criticamente e raccontandone la genesi. Prefazione di Paolo Di Orazio.
DALLA PREFAZIONE: [...] Non voglio anticipare cose che leggerete in questo splendido trattato, soltanto limitarmi a raccomandarne una lettura attenta e amorosa, e la divulgazione poiché personalmente vedo necessario erigere uno spartiacque tra ciò che è horror e ciò che non lo è. E questa operazione la si può compiere con successo cibandosi di questo libro ben scritto, che ci porta a spulciare nella produzione mondiale dei film sul morto vivente (ma anche per renderci conto di quanto l'Italia sia distante da quel che accade nel resto del mondo).
L’AUTORE: Marcello Gagliani Caputo è scrittore, saggista e critico cinematografico e letterario. Ha pubblicato Bad Boys - La Figura del cattivo nell’immaginario cinematografico per la Morpheo Edizioni, ha partecipato al libro Christopher Lee - Il Principe delle Tenebre, Profondo Rosso Edizioni e al volume Il Cinema di Michael Winner (Edizioni Il Foglio). Ha pubblicato la prima monografia su David Fincher, The Fincher Network (Bietti Edizioni), e ha partecipato al saggio The Walking Dead - L'evoluzione degli zombie in tv, nel fumetto e nel videogioco edito da Universitalia. Nel 2014 ha pubblicato l’ebook Zombie al cinema per Fazi Editore, mentre l'anno dopo Guida al cinema di Stephen King, Universal Monsters - L'epopea dei mostri in bianco e nero e Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill. Alla sua squadra del cuore, la Juventus, ha dedicato la collana Almanacco Juventino - Tutte le partite della Juventus dal 1930 al 2014 e l’ebook Da Platini a Pogba - La Juventus dei campioni francesi (Delos Digital), mentre ha raccontato la storia della Champions League nel libro Champions Italia - Le italiane e la Coppa dei Campioni.
Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"
Senza scontrino non si esce
Flavia Todisco
Robin edizioni, 2015
pp 144
12,00
Avessimo fra le mani Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, invece che Senza scontrino non si esce di Flavia Todisco, penseremmo di star leggendo non racconti bensì splendidi incipit di romanzi, scritti con grande padronanza di stile e nati, probabilmente, da un’idea, da un capriccio, da un’atmosfera o da un’immagine, sviluppati con virtuosismo, sebbene penalizzati da un uso fin troppo precisino della punteggiatura e da un reiterare di certe formule che, alle lunghe, non sorprendono più. Ma la parte finale è sproporzionata nella sua fulmineità, sembra messa lì a giustificare il resto, come una specie di, appunto, scontrino che il lettore deve portarsi via all’uscita perché tutto trovi un senso.
Le trame sono particolari, nascono dal puro piacere di narrare, mescolato a un certo realismo magico, a un’atmosfera fantastica e surreale che ci riporta ancora una volta a Calvino. I personaggi sono i più svariati e fantasiosi: bizzarri inventori di sorrisi, gabbiani che uccidono piccioni, costruttori di muri, amanti trasformati in facoceri, amanti alla fine del mondo etc. Di buono, oltre allo stile - che ricorda addirittura i sudamericani, Marquez e la Allende, e contempla attacchi magistrali - c’è la molteplicità delle storie e quella ironia palese ma bonaria, non sarcastica, che pervade e alleggerisce tutti i racconti. L’autrice si diverte a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, a creare personaggi simili a figure teatrali, che si muovono per breve tempo su un palcoscenico, attraversandolo per poi scomparire con un guizzo finale. Anche quando sono negativi, l’occhio che li scruta non è mai carico di disprezzo, semmai di curiosità.
Ogni buon novelliere sa inventare di volta in volta vicende che non si somigliano fra loro, che sorprendono per l’originalità. Flavia Todisco in questo è molto brava, i ventidue racconti sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche se, forse, la raccolta include qualcosa di troppo, qualcosa che, magari, sarebbe stato meglio espungere o sviluppare in altra sede (vedi, ad esempio il racconto Uscite di scena).
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