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recensioni

Sacha Naspini, "I Cariolanti"

2 Febbraio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Sacha Naspini
I Cariolanti

E/O - febbraio 2020 - pp. 176 - euro 16
(disponibile in E-book)

 

La nuova vita de I Cariolanti, il romanzo più cupo e duro di Sacha Naspini, uscito per i tipi di Elliott alcuni anni fa, adesso in catalogo E/O, dopo il successo de Le case del malcontento e la conferma con il thriller psicologico Ossigeno. Vediamo come lo presenta la Casa Editrice di Elena Ferrante: “Aldo è un disertore della Prima Guerra. Invece di partire per il fronte decide di costruire un rifugio sotterraneo nei boschi per prendersi cura della sua famiglia: una moglie, un figlio. Bastiano è un bambino. Al chiuso della tana sperimenta le contingenze della vita: il freddo, il caldo, la fame. Soprattutto la fame. Finché la guerra non finisce e Bastiano esce allo scoperto. Ma lo fa segnato dagli stenti, ogni impulso fa capo al luogo da cui proviene: una buca. E poi la propensione alla natura (vera, bestiale), che si infrange con le dinamiche violente che comandano il mondo degli uomini. Bastiano è un ragazzo quando impara l’amore. Sperimenta il carcere, quindi la ferocia del secondo conflitto mondiale. Si confronta con inaspettati segreti di famiglia. I Cariolanti è un romanzo di deformazione. Tredici fotografie di un’Italia gotica, rurale, notturna. Tredici istantanee della vita di un uomo nato di traverso. Questa è la sua storia”.

Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, scavati fino all’osso e con tutti i capelli appiccicati sulla faccia. Camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, fino alle ginocchia. Lunghissime e secche. I Cariolanti si chiamano così perché si tirano dietro un carrettino sgangherato, sopra c’è un lenzuolo che una volta era bianco ma che adesso è tutto zozzo e logoro. Pieno di patacche schifose. Da là sotto a volte spuntano dei piedini di bimbo. I Cariolanti hanno sempre fame. Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana.

L’incipit del nuovo romanzo di Sacha Naspini è terrificante e suggestivo, precipita il lettore in un clima di angoscia claustrofobica che si fa sempre più intenso, citando a piene mani le leggende maremmane e l’horror gotico italiano. Il romanzo è ambientato nel 1918, nella campagna toscana, si svolge quasi tutto all’interno di una buca, dove un uomo che non vuol partire per la guerra si è nascosto insieme al figlio di nove anni e sua moglie. Il padre si procura il cibo con rapide uscite, spesso la famiglia è costretta a cibarsi di vermi e di resti di carne umana. Nello squallore generale spicca la storia di Bastiano, innamorato di Sara, figlia del padrone per cui va a lavorare, ma le cose non vanno come vorrebbe e tutto finisce in una turpe serie di omicidi. Sacha Naspini racconta una storia dura, indaga la bestialità umana, l’istinto di chi uccide per sopravvivere, imbastendo un romanzo che sta a metà strada tra una novella di Maremma e una fiaba nera. Naspini è autore che ama cambiare genere da un libro all’altro: esordisce con una storia di pedofilia ambientata nelle campagne toscane (L’ingrato), prosegue con un noir ambientato a Praga che indaga il rapporto padre-figlia (I sassi - Edizioni Il Foglio), va avanti con Never Alone (Voras) e la figura del doppio. A ogni nuovo lavoro registriamo uno stile diverso, un nuovo modo di raccontare, un tipo di narrazione che non ha niente in comune con la precedente. I suoi lettori attendevano il ritorno di Bastiano. E/O li ha accontentati.

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"La pomme" di Michel Soutter

29 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

La pomme, in un pomeriggio uggioso come questo, direi che si colloca perfettamente col black/white di un film di Michel Soutter che, francamente, rispetto a La lune avec les dents mi è piaciuto molto meno.

Il discorso del prologo sembra fatto apposta per pronosticare un film terribilmente monologante e dalle sequenze noiose, difatti, i confronti tra i personaggi avvengono a suon di espressioni e frasi da teatrante, che al giorno d'oggi risultano francamente insopportabili.  

Come nel primissimo lungometraggio del già citato regista svizzero, l’ambientazione si svolge a Ginevra: si percepisce quel tedioso tipo di esistenza lenta e arbitraria. Tre i personaggi cardine, tra loro si sviluppa un dramma di amaro triangolo, comprendente Laura, Simon e Marcel.

In qualche modo il regisseur (per dirla in francese o in francese svizzero) trova il pretesto per rappresentare quell’inerzia compiaciuta che si incentra sulla classe media svizzera, per poi virare su una sottile accusa alla professione giornalistica.  La Svizzera rappresenta il rifugio dei rivoluzionari, tanto da mettere in evidenza una poco gradita parentesi (ma forse necessaria, chi lo sa!) chiamata Lenin, dove vengono menzionati i luoghi in cui egli interagiva. Ed è anche collocata in un particolare Terzo Mondo, inteso non come "povero" ma in qualità di Terzo Incomodo, insomma, un paese che sta geograficamente in mezzo, e soprattutto per i cavoli suoi.

A parte l’espressività dei personaggi, che ritengo più che buona, a cominciare dalla bellissima e magnetica Laura, interpretata da Elsbeth Schoch, in verità non c'è stato, per tutto il film, neppure un momento particolarmente avvincente o degno di nota. La narrazione soporifera peggiora ulteriormente le cose.

La “pomme” non mi ha quindi catturato, a momenti stavo quasi saltando degli spezzoni, oppure mi sentivo propenso a velocizzare il run-time con l’apposito tasto (chiamato Speed up), poiché mi stavo rompendo i maroni, ma l'andare avanti è stato solo un modo per capire come sarebbe andata a finire. È probabile che io non abbia capito il vero significato della storia oppure quella sorta di metafora che vi si nasconde dietro.

Il lungometraggio a momenti entrerebbe nella personale cineteca di Guidobaldo Maria Riccardelli (famoso personaggio fantozziano), da mostrare a Ugo Fantozzi e ad altri impiegati della Megaditta, senza l’ausilio dei sottotitoli in tedesco poiché ovviamente sono stati tradotti in italiano. Oddio, pensandoci bene, non sarebbe possibile, poiché non ha i cosiddetti nove tempi come L'uomo di Aran, altro incubo del nostro ragioniere.  

Le uniche cose che salvo sono la regia ed anche la fotografia che, sebbene non regalino grosse sorprese e possano risultare anonime, riescono in qualche modo ad essere professionali, in un film che comunque ha quel taglio decisamente indipendente.

Da segnalare come la narrazione sia schematica, ad esempio non ci sono dei veri e propri protagonisti maschili, proprio come in La lune avec les dents, difatti la telecamera lascia principalmente spazio a Simon per poi passare a Marcel ed infine a entrambi. Una tecnica che apprezzo.

Non ho altro da aggiungere, se non quello di mangiare la cioccolata più fondente possibile (non importa se svizzera o meno) che, come sappiamo, sgancia del sano buon umore, scrollandomi di dosso quel senso di apatia che il film mi ha trasmesso.  

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Federica Cabras, "Imprevisti di Natale"

21 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #federica cabras, #recensioni, #unasettimanmagica, #racconto

 

 

 

 

Imprevisti di Natale

Federica Cabras

 

Literary Romance, 2019

 

 

Imprevisti di Natale è una novella natalizia di Federica Cabras che potete leggere singolarmente nella versione on line, oppure in cartaceo, come parte della raccolta Strenne di Natale.

Nives Neri è già un ossimoro a partire dal nome. La sua parte dolce, luminosa e romantica è stata soffocata negli anni da quella smagata, cinica e solitaria. Non riesce a stabilire un vero contatto con gli altri, a parte l’amico di sempre, Pietro. Ma, un giorno, la sorella le chiede di tenere la figlioletta Bianca fino a Natale. Bianca ha quasi nove anni, è brillante, simpatica e le apre tutto un mondo.

Nives odia il Natale, non sa più neppure lei da quanto, e non s’innamora dal giorno in cui è stata rifiutata da un bel ragazzo di cui ormai ricorda solo gli occhi. Ma Natale è Natale e i bambini sono bambini, si sa. I bambini sono come gli animali, ti fanno vedere il mondo con i loro occhi senza malizia, di più, ti fanno capire il senso della vita: una pura immersione nell’esistere, senza complicazioni, senza sovrastrutture, senza finalità. I bambini ti rendono fisica, tattile, impregnata di realtà e, allo stesso tempo, capace di slanci fantastici. Va da sé che Nives comincerà a sentire la magia delle feste e anche per lei avverrà il tanto sospirato miracolo natalizio.

Federica Cabras scrive questa novella con allegria, divertimento e scioltezza. È brava a far fluire dialoghi scoppiettanti, atmosfere leggere e piumose. Ma non lesina commozione e sentimento, in giusta dose. Scrive un racconto che sembra un film di Natale americano, con tutti gli elementi del caso: la protagonista single incallita e disincantata, l’amore improvviso inaspettato, il miracolo di Natale che si compie immancabilmente.

Una lettura di genere, soffice e godibile, capace di restituirti un momento di pace nel trambusto non sempre felice del vivere quotidiano.

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Ha-Shoter Azulai (1967) Regia di Ephraim Kishon

18 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La mia prima incursione nel cinema israeliano non poteva che essere delle migliori, in quanto ho avuto la possibilità di visionare uno dei film più rappresentativi della storia del cinema ebraico, o comunque made in Israel.  

Il lungometraggio Ha-Shoter Azulai è conosciuto globalmente e semplicemente come "Il poliziotto". Secondo alcune info reperite su internet, in italiano viene titolato col bruttissimo e squallido "Basso moro scalcagnato e... con i piedi piatti", giusto per rendere ancora più ridicolo Abraham Azulai, il personaggio interpretato da Shaike Ophir, una delle icone della cinematografia israeliana. A mio avviso bastava tradurre con "L'agente Azulai", sicuramente meno... "degradante".

Ad ogni modo, per i temi trattati, lo spettatore capisce cos'ha di speciale questo film. Tra le varie cose ci si focalizza sul sotteso senso filosofico. I personaggi, specie il protagonista, fanno parte effettivamente di una scalcagnata commedia umana, composta da piccole e grandi tragedie, che si dimena e sguscia via come un’anguilla. 

Direi che la pellicola è abbastanza ricca di elementi di satira, e s'incentra sulle disavventure di Abraham Azulai, un pacifico poliziotto di mezza età che opera a Giaffa, spesso in qualità di pattugliatore o ronda notturna, un uomo che si dimostra "tontolone" in più occasioni, che prova a bilanciare il suo senso del dovere con la sua gentilezza. Un poliziotto buono, quindi? Semmai un poliziotto troppo o eccessivamente buono, considerato da più di vent'anni lo zimbello della polizia. Il lato sentimentale, senza eccedere, viene messo in mostra, specie quando il protagonista si accorge di provare attrazione per una giovanissima prostituta che aveva cercato di far fuggire da una retata.

Il futuro dell’agente diventa via via più preoccupante, in quanto l’eventuale mancato rinnovo del contratto, nonostante una buona pensione, significherebbe non poter più svolgere il mestiere che, pur senza gratificazioni, ama da morire. Benché riesca ad avere qualche riscatto professionale legato al "risolvere" due casi, tra cui uno orchestrato da alcuni “amici” criminali, con tanto di promozione al grado di sergente, nel finale agrodolce e quasi commovente, è costretto ad appendere la divisa al chiodo, con un fermo immagine che vale la visione del film.

Giusto per sottolineare, la conclusione è una svolta amara e l'espressione straziante della soddisfazione/afflizione di Azulai nell'ultima scena rappresenta l'essenza principale di questo film, ovverosia  quando nel cortile le reclute salutano il superiore, proprio lui appena congedato, con la mano a paletta rivolta al copricapo.

Shaike Ophir è davvero bravo nel ruolo, con il suo sorriso infantile, la sua scarsa arguzia nel contrastare i criminali, combinati con un sacco di chiacchiere non di rado argute, poiché il protagonista è un profondo conoscitore della Bibbia, per non parlare del suo genuino francese, con cui fa inaspettatamente bella figura con una delegazione di gendarmi transalpini.

Fondamentalmente tali elementi fanno sì che il film si regga sulle spalle. Anche gli altri attori/attrici sono validi, per carità, ma la trama si impernia principalmente sul protagonista. 

Da segnalare come l'eterno conflitto politico-ideologico di natura israelo-palestinese venga trattato con originalità. Per certi versi c’è un assottigliamento, basti pensare il confronto tra Abraham Azulai e l’arabo israeliano Amar.

C’è da dire che realizzare un film in cui si vogliono trattare varie tematiche, per ovvi motivi risulta un’impresa ardua, difatti il rischio di banalizzazione è alto. Secondo il mio sentire, Ha-Shoter Azulai provoca un effetto strano: si sorride davanti al dramma e si piange davanti alla commedia. 

La colonna sonora poi è straordinaria, per non dire perfetta, tant’è che il brano è assai malinconico, incasella le scene iniziali sganciando quel senso di solitudine. Per chi lo desidera, nel web è possibile reperire il lyrics tradotto dall'ebraico all'inglese. Le note parlano di un uomo che smonta dall’ennesimo servizio notturno e, durante l'albeggiare, si perde in mille riflessioni, in mille amarezze e in mille rimpianti, dove, tra l'altro, si evince l'impossibilità di cambiare il mondo e il proprio passato.

Non aggiungo altro se non "Gut Shabbes" (buon sabato) a tutti nel consigliare questa pietra miliare del cinema israeliano.

 

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Frank Iodice, "Nel coro dei cani sporchi"

16 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Frank Iodice

Nel coro dei cani sporchi

Eretica Edizioni –pag. 70 – Euro 13

 

Frank Iodice è un autore di cui vado orgoglioso, uscito dalla fucina inesauribile del Foglio Letterario, capace di spaziare dal romanzo storico (Matroneum) alla narrativa pura (Un perfetto idiota), che di recente è uscito con I disinnamorati  e con questa raccolta di poesie di pregevole fattura. Lascio alle sue parole il commento: “La poesia può liberarci dalle moderne forme di schiavitù? Lo spero. Anche se è difficile riconoscerla, capire quando arriva. Héctor Murena diceva che la poesia arriva quando restiamo nell’inesauribile compagnia della solitudine. Per fare poesia occorre vivere, occorrono sangue e lacrime. Scrivere poesie vuol dire far rivivere nel tuo stomaco ciò che io stesso ho vissuto nel mio, più forte e più lentamente. Cantarti l’infinita bellezza del mondo, ma anche la desolante nullità dell’uomo. Io ci ho provato ma non credo di esserci ancora riuscito. E in fondo ne sono felice”. Ricordo che oltre diecimila copie del suo Breve dialogo sulla felicità sono state distribuite gratuitamente nelle scuole italiane, francesi e statunitensi. Il suo sito è www.frankiodice.it.

Inutile recensire e commentare la poesia. Meglio leggerla. Ecco due suggestive liriche tratte da un’opera intensa che spazia da tematiche amorose fino al ricordo nostalgico della terra natia, nel solco della tradizione poetica novecentesca.

 

XXXVI

 

Restiamo su questa spiaggia

bambina mia

perché la musica che senti non è vera

ogni sera nei tunnel del metrò, a Parigi

contro i grigi muri di piastrelle rotte

suonano veri musicisti

 

ma questi, questi perfetti esseri umani

che si scattano foto da soli

e i soli e le lune che li hanno cresciuti

senza madri e senza padri

quadri bagnati di latte e pianti

quanti crederanno a ciò che vedo mentre ti parlo

e ti tengo per mano

ora che lontano dalla nebbia che ci confonde

ora che soltanto l’amore ti ha resa infinita

e sei arrossita per lo sforzo di guardare la luce

mi canta una vocina piccola in fondo alla pancia:

 

la lancia dei pirati laggiù, nel mare

le pere con lo zucchero nel bicchiere

le vere passeggiate lungo le selve

le vecchie feroci di notte e le botte del vicino

cattivo, quando fuggivo con il pallone

il burrone, il confine tra il vero e il finto

che ho spinto sempre più in là

 

ci sarà tutto per te

amore mio

finché avremo una penna per raccontarlo

mentre parlo e te lo dico

e il fico

così morbido che si scioglie nelle mani

fatto di strani puntini che non puoi contare

neanche con la scienza che tutto ha deciso

persino il pianto ed il sorriso

non c’è umanità fuori da questo fico

 

te lo dico, mentre lo beviamo in silenzio

come assenzio ghiacciato del secolo scorso

il morso della lumaca che accarezza e non fa male

quale sarà la tua sorpresa quando il mondo

resterà fermo per un secondo?

la gente si amerà ancora, guarderà il mare

senza sembrare stupidi idealisti

e quel fico che apristi, da bambina

con il tuo papà

chissà che sapore avrà

 

XXI

 

Napoli

che negli anni di esodo

mi resti dentro come il nome, inciso nella vista

 

l’orizzonte che odora di pesce, che cresce

e mi fa sentire così lontano

l’aeroplano, la nave che sbuffa, sotto nuvole di migranti

i canti, che nella lingua vivono ancora

l’aurora, la poesia, la mia strada franata

la giornata vissuta nel tuo ricordo, tra le tue strade

e cade quello che avevo nella mia testa

questa voglia di vivere ancora, di andare

il mare, la mia casa, lontana

la vita insana e dissoluta, la solitudine finita

prima del vento, e in un momento

è poco quello che io sento

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Inchiostro sprecato

14 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

Inchiostro sprecato è un’idea di letteratura punk che ricorda i Millelire di Stampa Alternativa, edita da TPIC EDITIONS Autoproduzioni di Campobasso (tpicrecords.blogspot.com – markoskapunk@hotmail.it). Anima del progetto è Paolo Merenda, autore per Il Foglio Letterario di Frutta fresca per verdure marce, Qualcosa cambia e Prontuario dell’aspirante musicista underground, per tacere de Il magico videogame sotto le mentite spoglie di Paul Snack.

Tascabilini in carta patinata che raccolgono racconti rapidi e trasgressivi, dai titoli improbabili come Okkupazione (scritto proprio da Merenda) e Le barbare d’urso hanno gli occhi. Il secondo racconto è di Vincenzo Trama, altra nostra vecchia conoscenza, prolifico autore di narrativa breve, scritta con uno stile rapido ed essenziale, molto ironico e ricco di citazioni musicali e letterarie. Il progetto di letteratura punk vede tra i titoli pubblicati anche Mario Bianchi con gli spassosi racconti di Bullet Bar, Carlo Cannella con Antologia dei vivi, Mauro Codeluppi con La pantera di New York, Antonio Baciocchi & Aldone Santarelli con Want You. Le pagine variano da 16 a 24, non sono molte ma è tutta roba buona, che merita di essere letta, selezionata con cura tra le migliori penne della scena underground italiana. (Gordiano Lupi)

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La lune avec les dents (1967) Regia di Michel Soutter

12 Gennaio 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

La lune avec les dents, si potrebbe tradurre in “Prendi la luna con i denti”, un’espressione risalente al XVI secolo. Fu usata da Rabelais in Pantagruel nel 1532. Il titolo, fortemente metaforico e per certi aspetti anche ironico, indica come la Luna sembri molto vicina alla Terra, al punto che alcuni pensano di raggiungerla facilmente, ma non è così. Il satellite diventa il simbolo dell'infattibile. Nella recensione in corso si avrà modo di comprendere come la titolazione sia da ritenersi perfetta. Si rifà al fotogramma o comunque fermo immagine di William Tudor, interpretato da un espressivo William Wissmer. Secondo fonti web, è l’unico film interpretato dall’attore. Strano ma vero.

È la prima volta che visiono una pellicola svizzera, precisamente in lingua francese. Avendo letto interessanti articoli sul cineasta Michel Soutter, ho avuto la curiosità di recuperare il suo film d’esordio datato 1967, un film che inaugura il Nuovo Cinema Svizzero che, via via, andrà a soppiantare la non molto interessante cinematografia elvetica, peraltro stereotipata con le onnipresenti mucche, Alpi e qualsivoglia.

Il film è stato girato tramite un'unica telecamera, in un nichilistico black & white, con del minimalismo tipico d’autore, tant’è che, per sganciare autenticità, il lungometraggio è interamente realizzato con audio in presa diretta. La lune avec les dents non presenta una sceneggiatura chiara, anzi, è possibile notare frequenti improvvisazioni degli attori, che siano dilettanti o professionisti.

William è un trentenne insoddisfatto che vive ai margini della società. Non ha un lavoro stabile, si dichiara politicamente impegnato, fungendo da anarchico fai da te, e ha una propria politica liberale sull’esistenza, in perenne conflitto con la società, con l’attempato e professionalmente avviato padre e anche con se stesso. Si sente appagato solo quando legge libri, molti sicuramente rubati (nella sequenza del mercatino non si fa troppi scrupoli nel prenderne uno senza pagarlo) per non parlare di quello sgraffignare cibo e bevande al solito supermercato.

William incontra Noëlle, un'attraente ragazza che rende il protagonista incuriosito dalla sua genuinità. Allo stesso tempo lui non tradisce il suo essere amante della solitudine, mostrandosi in più occasioni non proprio un galantuomo. Un poliziotto, o detective, di nome Vogel, che da tempo pedina William per via dei continui furti perpetrati da quest’ultimo al supermercato, ad un certo punto decide di contrastarlo e, cosa molto importante, si mette in mezzo alla relazione tra i due ragazzi, cercando in maniera insistente di sedurre Noëlle.

Vogel, fondamentalmente, diventa il protagonista dell’ultimo quarto d’ora del lungometraggio, la telecamera infatti si focalizza proprio su di lui. Chiaramente è un uomo che desidera essere compreso e amato. Alla fine del film, William, Noëlle e Vogel ritornano alla loro grigia vita di sempre, non prima di una specie di rocambolesco confronto.

Il film globalmente si orienta verso il rappresentare storie di uomini e donne che a nessun altro regista verrebbe in mente di prendere in considerazione, praticamente risultano privi di ogni attrattiva, personaggi che potrei associare a Umiliati e offesi di Fëdor Dostoevskij. I tre protagonisti non dispongono di una vera e propria identità, infatti si aggirano come cani bastonati in un mondo freddo, ostile e pieno di tristezza e solitudine, in una spettrale Ginevra che non li considera proprio.

William Tudor, nel bene e nel male, si trova a suo agio e si crea, a mio avviso, una specie di paradosso.

Con delle venature tra il documentario e il cinema indipendente, il regista svizzero eccelle nel creare un cinema lento ma al contempo vibrante, pieno di zoom rapidi e scatti manuali dinamici (vedi l’incontro tra William e il padre, inquadrature piuttosto intelligenti e riuscitissime con un veloce alternarsi destra/sinistra), per non parlare dei dialoghi che spesso si alternano tra citazioni esplicite e quel non so che di monologo.

Non è un film da gustarsi davanti ad una bella cioccolata (dato che si parla di Svizzera ci sta, dai) semmai è ideale un caffè amaro, amaro come il film.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

 

 

 

 

 

 

 

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Due corti di Vincenzo Totaro

10 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Vincenzo Totaro è un regista interessante. Ho visto il lungometraggio La casa del padre (2019) che dimostra tutto il suo talento introspettivo e fotografico, oltre che una cinefilia militante che per un autore non è fattore trascurabile. Totaro ha scritto il saggio Un’altra vita - Il tema del doppio nel cinema muto italiano (1905 - 1931) (Prospettiva, 2018), quasi a voler confermare questo assunto. Vediamo due corti che ho avuto occasione di apprezzare recentemente, ulteriore dimostrazione di talento cinematografico. Quel tipo strano (2018) è a colori, dura sei minuti e affronta il tema della follia, la diversa prospettiva del racconto, i modi in cui può essere intesa la realtà. Un ragazzo è seduto al tavolo di un bar con due amiche, di fronte a lui un uomo sembra parlare da solo, fare una proposta di matrimonio a una donna fantasma. Congetture e ipotesi si fanno largo e provocano tensione fino al rocambolesco finale. Non anticipo niente, non faccio spoiler di sorta, anche se il colpo di scena ci sta tutto.

Ecco il link per vedere la versione americana che ha riscosso un certo successo: https://www.youtube.com/watch?v=eztGwhw2Ubo&t=211s. Produzione Aelita film srl e Silentium Film. Vincenzo Totaro scrive, sceneggia, monta e gira il breve ma intenso corto, mentre alla fotografia troviamo il bravo Antonio Universi. Ispirati e credibili gli interpreti Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro e Carmine Spera.

Quel ramo sulla pianta di Giacomo è in bianco e nero, dura poco più di tre minuti, frutto di un esercizio per la masterclass di Werner Herzog, girato in prima versione con lo smartphone. La lezione voleva far capire che se un autore è tagliato per fare film deve capirlo anche se non dispone di grande tecnologia. Il breve film si svolge in un unico ambiente tra due personaggi, come il precedente è molto teatrale, gioca ancora una volta su argomenti fantastici, in questo caso una pianta che non accetta di farsi potare un ramo, sembra muoversi, interagire con il padrone, parlare, spostarsi da un punto all’altro della stanza. Sceneggiatura di Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro, che cura la regia e il montaggio. Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi sono i due interpreti che deliziano il pubblico con uno scambio di battute che crea un’atmosfera surreale. Terzo classificato al concorso 8 minuti per un ambiente migliore.

Link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo

 

Quel tipo strano - Anno e origine: Italia (2018) - Durata: 5'43” colore - Tipologia: cortometraggio - Genere: drammatico - Produzione: Aelita film srls e Silentium Film -Formato originario: HD - Regia, Montaggio e sceneggiatura: Vincenzo Totaro - Direttore della fotografia: Antonio Universi - Operatori di ripresa: Luisa Totaro -Musiche: Donato Raele - Audio in presa diretta: Giannino deFilippo -Microfonista: Tonino Bitondi -Missaggio audio: Richard Gremillon - Produttore esecutivo: Giannino deFilippo -Backstage: Chiara Piemontese - Sottotitoli: Studio HONO - Luisa Totaro, Yurika Oshima, Yougha Im -Interpreti: Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro, Carmine Spera.

 

Quel ramo della pianta di Giacomo - Italia 2017, b/n (sottotitolato in inglese) -Durata: 3'34” - Tipologia: cortometraggio - Genere: commedia - Produzione: Silentium film - Formato originario: Full hd, 1.85:1 - Titolo inglese: That branch of Giacomo's plant - Regia: Vincenzo Totaro - Sceneggiatura: Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro – Interpreti: Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi - Montaggio: Vincenzo Totaro - Operatore di ripresa: Luisa Totaro – Note: cortometraggio ideato e realizzato all'interno della Werner Herzog Masterclass, anno 2017.- Link al cortometraggio completo in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo - Link al cortometraggio completo in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=cuT5ucA8ji4

 

 

 

 

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Dianora Tinti, "Vite sbeccate"

8 Gennaio 2020 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Dianora Tinti
Vite sbeccate

Pegasus Edizioni – Pag. 245 – Euro 14
www.pegasusedition.it

 

Dianora Tinti è una scrittrice molto attiva come operatrice culturale, organizzatrice di eventi, giurata di interessanti concorsi letterari e conduttrice di uno dei pochi veri programmi sui libri (insieme a Francesca Ciardiello) dalle antenne di TV9 (la mitica Tele Maremma). Ricordiamo di aver letto e apprezzato precedenti romanzi come Il pizzo dell’aspide (tre edizioni), Il giardino delle esperidi e Storia di un manoscritto. Adesso si ripresenta al pubblico con Vite sbeccate, un romanzo classico, uscito a maggio per Pegasus e già vincitore del Premio Capalbio per la Letteratura. Dianora Tinti scrive con taglio classico, alterna eventi del passato vissuti in flashback (corsivo) a cose che accadono in presa diretta, descrive luoghi ed emozioni con partecipe senso narrativo, facendo trapelare sentimenti dalla ricostruzione fedele dei luoghi. Non solo, padroneggia il dialogo da letterata sopraffina e manda avanti la narrazione senza dover spiegare niente al lettore, limitandosi a far accadere le cose, accompagnandolo in un credibile mondo di finzione. Abile costruttrice di trame sentimentali, prive di luoghi comuni e di situazioni stereotipate, conduce la protagonista (Viola, un architetto cinquantenne) in una storia introspettiva e ricca di inquietudini, insieme a Gianluca (un collega più giovane), pure lui tormentato e insicuro dopo una storia d’amore finita male. Viola e Gianluca devono ristrutturare un palazzo antico, di proprietà di due ricche signore che vivono con una nipote di nome Aliènor, altro personaggio femminile con un vissuto problematico per colpa di un ex marito violento. La casa delle zie diventa per Aliènor un rifugio sicuro, un luogo dove sentirsi protetta dai traumi subiti nel corso degli anni, dalle ferite inferte dal tempo. Gianluca pare innamorarsi di Aliènor ma il suo rapporto è di attrazione - repulsione, perché la ragazza gli ricorda troppo la donna che l’ha abbandonato. Non aggiungiamo altro, per non far perdere al lettore il gusto di scoprire quale sarà l’evento che convincerà Viola a compiere il passo decisivo per dare una svolta alla sua vita e decidere finalmente di affrontare il futuro. Un romanzo per tutti, consigliato a chi ama le storie d’amore tradizionali e la narrativa classica. Da leggere.

 

Gordiano Lupi
www.infol.uit/lupi

 

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Marco Franzoso, "Il bambino indaco"

5 Gennaio 2020 , Scritto da Mariarosaria Conte Con tag #mariarosaria conte, #recensioni

 

 

I libri che preferisco sono quelli che ti tolgono il sonno. Tra i numerosi romanzi letti e riletti, uno che mi è entrato nell’anima, al punto tale da consigliarlo a chiunque mi chieda un testo da leggere, è proprio Il bambino indaco.

Il romanzo di Franzoso comincia con un flash back, che lascia il lettore spiazzato, quasi disorientato, intrappolato nelle parole dello scrittore in maniera ineluttabile.

Una donna è morta, si chiama Isabel, la voce di suo marito Carlo torna indietro per raccontare com’è andata. Ed ecco apparire uno sguardo maschile, che s’inoltra con sensibilità ed intraprendenza nelle emozioni che travolgono una donna in attesa di diventare madre.

La relazione tra Carlo e Isabel è nata grazie ad un appuntamento al buio.

I due, nonostante le diversità, si scoprono subito attratti l’uno dall’altra, vanno a vivere insieme, si sposano per amore e per amore concepiscono un figlio.

A poco a poco, però, Carlo osserva sua moglie Isabel cadere in un abisso di tristezza senza fondo ed apparentemente immotivata. Assiste al dissolversi della famiglia e della passione.

Con una scrittura limpida e diretta, ma anche delicata e tenera, il Franzoso ci racconta che, forse, non è vero che l’istinto materno non sbaglia mai. Nella voce di Carlo, infatti, ritroviamo  la  disperazione  di un padre che deve salvare il suo bambino dalla propria madre. Dalla donna che lui stesso ha creduto perfetta.

… Rivedo proprio su quel divano mia moglie che si spoglia, il neonato sulle ginocchia, infagottato dentro una piccola coperta di lana. Il bambino si agita, vuole liberarsi ma non riesce. Le gambe, il corpo, sono avvolti nell’involucro troppo stretto.
Lei sfila il maglione, sbottona la camicetta e sgancia il reggiseno. La sua magrezza è impressionante, ha raggiunto il traguardo dei quarantadue chili. Tre mesi dopo il parto, anche se i seni rattrappiscono, si ostina ad allattare. Si ostina a somministrargli il proprio latte anche se per questo si disidrata e si sgonfia. È straziante assistere alla sua inutile determinazione.
Il seno è minuto, cascante e grinzoso. La pelle attorno ai capezzoli sembra secca.
Isabel avvicina nostro figlio alla mammella e lui inizia a succhiare. Succhia solo per alcuni secondi, poi agita la testa e boccheggia come un pesce gettato sull’erba.
Si attacca e si stacca ripetutamente, con movimenti nervosi del capo. Scatta sul capezzolo con la bocca spalancata, succhia e poi si allontana di nuovo, deluso. Non capisce perché da quel seno non esca niente, non capisce dove sbaglia. Ma ha fame e subito si riattacca e cerca di succhiare con tutte le forze. Si innervosisce. Inizia un gridolino di smarrimento che mi mette i brividi e che vorrei interrompere subito, in qualunque modo.
Riprova a succhiare, si stacca ancora, osserva il bersaglio del capezzolo e riprende. Potrebbe andare avanti per ore. Tutto inutile.
– Vedi, – dice Isabel. – Vedi che non ha fame?
Io non dico niente.

 

Il Franzoso, attraverso la voce di Carlo, osserva e racconta, con efficace ferocia, piantato nel bel mezzo di una  tempesta familiare, l’inizio del tracollo e la dissoluzione di un grande amore, e lo fa senza mai emettere una sentenza.

 

 

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