recensioni
Aldo Dalla Vecchia, "Generazione Five"

Generazione Five
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2018
13,00
Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al niente che diventa tutto. Un libricino senza neanche la numerazione delle pagine, fatto d’immagini, o meglio, di figurine firmate Gaspare Capizzi, che hanno tutta l’ingenuità di reminiscenze infantili. Vi ricordate quando giocavamo a “celocelo manca”? Ecco, Aldo, autore televisivo che ha conosciuto tutti i maggiori personaggi del piccolo schermo, innamorato della tv commerciale, gioca con noi mettendo sul piatto la nostalgia.
Ogni pagina un disegno caricaturale, ma non troppo, di un noto personaggio. Accanto una didascalia di mezza pagina dove, col consueto garbo, viene spiegato chi è la persona, che cosa ha fatto e perché è diventata famosa. Niente più di una specie di articolo di Wikipedia, direte voi. Invece, non so come né perché, la solita magia di Aldo fa sì che quei tempi ormai lontani, pionieristici e avventurosi, che videro la nascita della tv moderna, tornino a farci compagnia.
Quaranta icone pop per quaranta anni di televisione. Riecco gli ottanta e novanta, i lustrini e le battute assurde del drive in, trasmissione cult, le ragazze scollacciate ma non volgari, i pupazzi come il Gabibbo o Five, le pietre miliari della televisione come Corrado, Mike Bongiorno o Lorella Cuccarini. Personaggi amati e mai dimenticati. Con pochi tocchi viene ricostruito un mondo, ora che la tivù come l’abbiamo conosciuta sta per scomparire.
Aldo dichiara di non amare la televisione ingessata dei canali Rai, quella in bianco e nero che definisce “antica e noiosa” – quella alla quale la sottoscritta è, invece, follemente attaccata – ma finisce per farla rivivere in personaggi come Loretta Goggi, stella di un grande sceneggiato, La freccia nera. Lui adora la tv commerciale, scanzonata e disinibita, colorata e frivola, moderna e allegra.
E il rimpianto esplode prepotente quando si ricordano persone che non ci sono più, come Sandra e Raimondo, la loro grazia, il loro humour delicato, il loro imperituro tormentone “che barba che noia”.
Quanto ci manca tutto questo, quanta delicatezza, ironia e grazia ormai perdute, quanto vorremmo chiudere gli occhi e fare un balzo indietro nel tempo. Operazione che con Aldo è sempre pienamente riuscita.
Pierluigi Curcio, "Riothamus"

Riothamus
Pierluigi Curcio
Amazon
pp 348
Pierluigi Curcio ci ha abituato alle atmosfere arturiane: la nebbiosa Britannia, gli eserciti che si scontrano sotto il vallo di Adriano, le armature e le spade luccicanti. Ma, ormai, il muro si sta sgretolando e le antiche ville romane sono in decadenza. Attraverso gli altri due romanzi della serie – di cui qui abbiamo recensito solo il primo, Artorius, – l’autore ci trasporta dalle origini romane della leggenda alla materia arturiana vera e propria, quella altomedievale.
La maggior parte della narrazione è affidata al dialogo, che risulta a volte un po’ troppo serrato (e confuso) a scapito dell’azione, dell’ambientazione e delle atmosfere. Si parla di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda in modo storico/romanzesco ma manca l’aura romantica del mito.
Arthnou discende dalla stirpe di Artorius, il condottiero romano da cui tutto ha avuto inizio. È il figlio perduto della stirpe dei Pendragon, l’unico destinato a diventare il Riothamus, colui che unirà i Britanni sotto un’unica egida e difenderà il mondo celtico - già contaminato dalle idee cristiane - dall’ulteriore invasione di Sassoni e Iuti. Sebbene sia il solo ad aver estratto la spada, è impaurito e indeciso sul proprio fato, è roso dai sensi di colpa e tormentato da un unico gesto di codardia, fatto in gioventù, che lo trasformerà in un uomo “ligio e retto”, capace di compiere in ogni momento il suo dovere. Gli occhi di una bimba lo chiamano, gli indicano un cammino di coraggio e assunzione di responsabilità, che partirà proprio dall’aiuto dato ai più deboli, ai bambini, a una prostituta. Il giovane, che ha provocato la morte del proprio fratello per debolezza e vigliaccheria, adesso mette insieme un esercito e diventa ciò che era destinato a essere: un grande duce. Ma Arthnou è anche un uomo tormentato, stanco, che compie controvoglia il suo destino, che preferirebbe una vita tranquilla con una famiglia al fianco, un uomo che non ambisce al successo ma lo ottiene suo malgrado, un uomo che non vuole essere re ma lo è.
C’è un approfondimento psicologico del personaggio e un particolare rapporto col padre Adottivo, Antor, che prima lo ha cresciuto poi ha cercato di ucciderlo, e che morrà proprio per mano sua. E la cosa si ripete col figlio, nato dall’incesto con la sorella, con il quale combatterà una battaglia all’ultimo sangue. C’è il rapporto d’amore involontariamente incestuoso con la sorellastra Morrigan e c’è il matrimonio infelice con Gwen, ovvero Ginevra. La bella Ginevra non ha niente della castellana, della dama angelicata della poesia trovadorica, è piuttosto una guerriera che ci ricorda la parte affidata a Keira Knightley nel film King Arthur del 2004, e ha come amante un Lancillotto molto più giovane di lei. Lancillotto è una figura diversa da quella cui siamo abituati, si confonde con Mordred, il figlio che combatte il padre.
La storia parla di mutamento, di destino che si compie. Ci mostra come il piccolo, mingherlino Arthnou - il “cucciolo d’uomo” di Kiplinghiana memoria - si trasformi nel Riothamus, un uomo che per compiere il proprio dovere deve rinunciare a una parte di sé, la più innocente. È anche una metafora della crescita, dell’accettazione dei doveri, della presa in carico della responsabilità.
“Lui sta diventando tutto ciò che noi volevamo e lo sta pagando sulla propria pelle” (pag 193).
Ma, soprattutto, quello che colpisce, ed è da ammirare, nei testi di Curcio, è la forte e indiscutibile contestualizzazione storica. Inoltre, come sempre nel caso di rielaborazione di materia arturiana, è interessante indagare come sia stata rimaneggiata la storia che tutti così bene conosciamo.
Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra lo spettacolo continua"

Abracadabra
lo spettacolo continua
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2019
pp 135
12,00
Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, a queste interviste che racchiudono tutto un mondo in pochi tratti, anche quando colloquia con personaggi sopra le righe, inconsueti.
Proseguono qui le interviste del primo Abracadabra (2017), basate sul mistero e sul soprannaturale ma, a mio avviso, soprattutto spunti per entrare nei microcosmi privati di personaggi più o meno conosciuti, appartenenti a un pianeta televisivo presente ma soprattutto passato, piccolo schermo un tempo trasgressivo ma ormai quasi casto e perbene se confrontato col trash posteriore.
Aldo, autore televisivo e giornalista, torna a interrogare personaggi famosi, ventidue per la precisione. Lo fa per la rivista Mistero, ponendo domande sul trascendentale e l'angelico, sul rapporto con la divinità, sulla credenza negli extraterrestri, sulla superstizione che, nel mondo dello spettacolo, è più viva che mai.
Ancora una volta entra in punta di piedi nelle vite e nelle anime di personalità carismatiche, - a volte poco amabili e poco oneste come Wanna Marchi, altre volte colte e preparate come Pippo Franco o Iva Zanicchi - dimostrando nei loro confronti vivo interesse ma mantenendo anche una posizione distaccata. Si comporta come l’entomologo che osserva la sua collezione dall’alto ma con occhio curioso, partecipe, metodico e allo stesso tempo appassionato.
L’autore fa parte di questo mondo da sempre, è coinvolto e attratto dai suoi lustrini, dal suo abbagliante riverbero, però è anche l’uomo sensibile ed erudito che la sera torna a casa e chiude la porta, per riflettere in silenzio con un libro fra le mani. È quello che, col passare degli anni, sente sempre più acuto il pungolo della nostalgia, per tutto ciò che era, per la televisione degli anni che furono, per quella luce e quell’allure che, forse, adesso, con l’insorgere del web, della tv on demand, si sta affievolendo sempre più, nonostante tentativi di ibridazione come il recente Viva Rai play. Era una tv, quella, come ci racconta Iva Zanicchi, che “entrava” (nel bene e nel male) “nel cuore della gente.”
Lo stesso fa Aldo con i suoi libricini sempre azzeccati, sempre coinvolgenti e teneri.
TERMINATOR- DESTINO OSCURO

Con questo ultimo capitolo dovrebbe essere finita la finta esalogia di Terminator. La definisco finta perché questo sesto film scombicchera tutte le carte in tavola, ripartendo dal mitico sequel che riuscì a superare in grandezza il primo (cosa di solito rara al cinema). La storia, a cui in parte ha rimesso mano Cameron, riprende dal 1992, con una Sarah Connor trentenne e l’adolescente Edward Furlong in un bar su una spiaggia centroamericana. Un modello T-800 con le fattezze di un giovane Schwarzenegger fredda il ragazzo sotto gli occhi della madre. Completata finalmente la missione per cui era stato programmato, il cyborg si allontana, chiudendo un prologo che spazza via l’inutile terzo capitolo, il macchinoso quarto e il ridicolo quinto, francamente parodia più che sequel. John Connor, il vero motivo dell’esistenza dei Terminator viaggiatori nel tempo, non esiste più.
Per chi è tornato indietro dal futuro il Rev-9, con i suoi tratti da maschio latino, con la sua insidiosa capacità di usare il proprio esoscheletro come arma grazie alle sue caratteristiche di nanomorfo? Per Dani, giovane messicana, a cui è stata inviata come protezione una umana del futuro potenziata, che non poteva che chiamarsi Grace, perché se non è la grazia a salvarci chi potrebbe mai farlo? E se non fossero chiari i riferimenti alla mitologia cristiana fin dal primo film, Linda Hamilton ce li chiarisce con una frase quando afferma che Dani è “la nuova Vergine Maria” al suo posto.
In realtà le cose non stanno proprio così. In un film che fa del genderswap il suo punto di forza, con tre donne ad affrontare la minaccia del futuro di Legion, il sistema che ha preso il posto di Skynet, è palese come gli uomini siano relegati al ruolo comunque secondario di antagonista (Gabriel Luna come Rev-9) e supporto (Schwarzy come Terminator che ha acquisito una parziale coscienza umana). La stessa triade femminile è composta in maniera interessante: un’anziana, una latina (minoranza spesso associata a fenomeni come povertà e migrazione) e Mackenzie Davis, una donna potenziata quasi come un cyborg e con una carica erotica da far sussultare persino una eterosessuale convinta come la sottoscritta.
C’è quindi spazio per affrontare altri temi: alcuni più visibili, come l’ambientazione messicana, il muro che le nostre eroine dovranno tentare di attraversare per raggiungere il Texas, il controllo esercitato dalla tecnologia e che consente al Rev-9 di rintracciare letteralmente ovunque le donne. Altri sono più sottotraccia (e giustamente, direi, vista la natura e gli scopi del film): la maternità, certo, ma anche la vita, intesa come una serie continua di obiettivi da raggiungere, anche quando il principale viene meno. La morte prematura di John Connor ha comprensibilmente tolto ogni ragione di vita alla madre Sarah ma ha reso inutile anche la “vita” del T-800, impossibilitato a tornare nel suo futuro e senza una missione da compiere. Come si sopravvive “dopo”? Con la razionalità della macchina, che, sviluppando una consapevolezza simil-umana, sceglie un altro scopo, e ne crea uno ulteriore per la madre che vive di ricordi sbiaditi e saltuario alcolismo, rivelando tutta l’umana debolezza che in questi frangenti ci contraddistingue.
Per il resto il film ha i suoi momenti di pantoclastia orgiastica con incidenti mozzafiato, esplosioni, incendi, risse di massa. Non manca una scena claustrofobica e di estrema azione con un combattimento in una fusoliera di un aereo che precipita in fiamme e che risulta davvero notevole. Rispetto ai tre sequel sottotono che qui vengono elusi, il Terminator Schwarzenegger ha molti meno spazi ironici, più sommessi, sempre corredati dalla sua monolitica e rocciosa espressione. Molti meno anche i colpi di scena a cui siamo stati abituati negli anni in cui occorreva diffidare della comparsa di ogni personaggio “buono” in quanto poteva rivelarsi una copia del Terminator più tecnologico. Si è puntato più sulla storia che sugli effetti, diciamo.
Una pecca che trovo assurda dopo 6 episodi è l’ostinazione del doppiaggio italiano a non volere trovare un’unica traduzione per l’ormai leggendario “I’ll be back” che è un marchio di fabbrica! All’inizio la stessa Sarah Connor afferma qualcosa come “torno presto” in italiano. E no! La frase sarebbe “Tornerò” e va pronunciata così perché deve stupire che a dirla sia proprio lei, la prima terminatrice di Cyborg! Lo stesso T-800, quando parte con l’insolito manipolo di donne guerriere, dice “Forse stavolta non tornerò”. E lo stesso orrore di doppiaggio lo commisero nel primo film. Dubito si gireranno altri film della serie, in quanto questo mette più o meno un punto fermo, ci saranno forse altri spin-off o reboot, per spremere quanto più possibile da un’icona del cinema anni ’80, nel caso spero se lo segnino da qualche parte. È solo una piccola frase, ma per noi fan è praticamente la chiave ad un mondo.
Emanuela Amici, "Quello che resta"

Quello che resta
Emanuela Amici
Ianieri Edizioni
pp 190
14,00
Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.
Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.
Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.
La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.
Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.
Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.
Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.
Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.
Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.
Gino Pitaro, "La vita attesa"

La vita attesa
Gino Pitaro
Golem Edizioni, 2018
pp 203
16,50
Per descrivere La vita attesa di Gino Pitaro bisogna per forza adoperare l’abusata e logora locuzione: romanzo di formazione. Gianni e Federico hanno studiato insieme e sono stati inseparabili fino alla maturità, dopo la quale si allontanano, percorrendo strade diverse. Gianni è l’incarnazione letteraria dell’autore, con i suoi studi che lo rinchiudono, nonostante alcuni lavori precari – il romanzo è ambientato principalmente a Tropea con un’ottima rappresentazione della Calabria compresa la ‘ndrangheta – in un’intellettuale torre eburnea, mentre Federico, con la sua carriera in polizia, ne è l’alter ego immerso nel mondo e nella Storia con la S maiuscola. Le due esistenze procedono parallele ma a un certo punto convergono in un modo che non possiamo rivelare senza fare spoiler.
Operazione nostalgia anni 90, decennio che ha segnato il passaggio dall’era analogica a quella digitale e dalla prima alla seconda repubblica. In sottofondo ci sono le stragi di mafia, tangentopoli, la prima ondata migratoria ma anche tutte le canzoni che fanno da colonna sonora a un periodo che ci ha traghettato dalle promesse e speranze precedenti (datate 60, 70, 80) alle delusioni attuali. Ci sono ricordi, luoghi, amori che si aprono e si chiudono come cerchi. Il tutto in una lingua molto letteraria, poetica, connotata e non asciutta. L’uso del dialetto è più spiccato nella prima parte, dove pesano le origini dei due protagonisti, ma si fa più rarefatto man mano che la loro esistenza si sprovincializza.
Tutti noi, in un certo senso, attendiamo la vita, quella sognata e desiderata che, per alcuni, resta un miraggio. Federico, il poliziotto, c’è dentro fino al collo mentre Gianni indugia ai margini e, l’unica volta che lo farà, - che si tufferà a pieno in qualcosa - sarà uno sbaglio.
L’azione si snocciola lentamente ma inesorabilmente. Le rette parallele convergono, mescolandosi ai ricordi, a un substrato di pathos, a una nostalgia straziante del come eravamo e chi eravamo. Ciò che siamo stati da bambini, ci dice l’autore, è “la verità più grande”, la nostra essenza, ciò che dovremmo ricordare per spiegare chi siamo adesso. E bisogna restare fedeli a questa verità, nonostante tutto, nonostante l’infanzia non sempre sia “un luogo ideale”.
Un romanzo bello e poetico fin dal titolo, sull’amicizia ma soprattutto sull’innocenza perduta: ”affossarti, negarti una possibilità, anche se questo va contro i miei principi – dice Federico a Gianni – significherebbe anche annegare una parte di me stesso”.
Giuseppe Benassi, "I veggenti"

Giuseppe Benassi
I veggenti
Pendragon – Euro 15 – Pag. 185
Giuseppe Benassi e il suo avvocato livornese Leopoldo Borrani sono stati una bella scoperta estiva, compiuta tra Salivoli e Baratti, tra un bagno di mare e una passeggiata in pineta. Ho rivalutato il giallo - genere che non amo particolarmente - anche perché il romanzo che ho letto non è un giallo classico fatto di indagine, indizi e scoperta finale di delitto e movente. I veggenti (già recensito su questo blog) è un romanzo on the road che porta il lettore alla scoperta di Livorno, Parigi e Volterra, con la scusa di una trama che parte con un matrimonio violento tra un giovane marocchino e una matura livornese, prosegue con Borrani e la sua amante in viaggio a Parigi sulle tracce di perduti disegni di Modigliani, si conclude a Volterra dove vengono tirate le fila della narrazione. La cosa più suggestiva del breve romanzo è che contiene moltissimi spunti di lettura e di approfondimenti, pagina dopo pagina il lettore scopre notizie sulla vita di Modigliani, la sua tragica fine, il suicidio della giovane amante e il rapporto con la poetessa russa Achmatova. La vita di Parigi scorre lungo la Senna, compaiono viali e monumenti, musei e piccoli ristoranti, tra accenni di esoterismo e spunti letterari; non mancano brevi versi della Achmatova, ricordi di dipinti di Modigliani privi di occhi e donne raffigurate con espressione spenta. Altri spunti letterari pervadono l’opera di Benassi, da Gabriele D’Annunzio che inserisce Volterra come città del silenzio nell’Elettra, passando per il Forse che sì forse che no - opera volterrana del sommo vate -, per finire con Visconti e il suo Vaghe stelle dell’orsa girato nella città etrusca. Ottima anche l’ambientazione livornese, tra lungomare e aule di tribunale, Bagni Pancaldi e strade del centro storico, angoli suggestivi dell’antica Venezia. In definitiva I veggenti è un buon romanzo, così come Leopoldo Borrani è un personaggio riuscito, dipinto come un avvocato gaudente che la domenica sera si fa cogliere dalla nevrosi del lunedì ed è incapace di continuare divertirsi, ma riesce comunque a staccare dal suo lavoro per occuparsi di misteri, arte e letteratura. Lo stile di scrittura è piano, scorrevole, senza ridondanze, gestito con ottimi dialoghi e infarcito di interessanti citazioni letterarie, che non stonano con il contesto ma ne rappresentano il valore aggiunto. Altri romanzi di Benassi da cercare e da leggere sono L’omicidio Serpenti, Omicidio a Calafuria e Invidia.
John E. Douglas, Mark Olshaker "Caccia nelle tenebre"

Caccia nelle tenebre
John E. Douglas, Mark Olshaker
Rizzoli, 1997
Torna uno dei più famosi profiler del FBI dopo l’esordio con Mindhunter, libro che ha ispirato la serie omonima e che indaga la mente dei più pericoloso dei serial killer americani. Qui la parte autobiografica lambisce solo la narrazione, che è maggiormente dedicata alle diverse tipologie di assassini, ai casi specifici, le prove e gli indizi che hanno condotto Douglas e i suoi colleghi ad individuare, anche se non sempre, il colpevole. Dalle coppie maledette come quella di Paul Bernardo e Karla Homolka, in cui precipitiamo nostro malgrado nell’abisso della manipolazione e delle vittime che si fanno carnefici in quanto completamente soggiogate da una forte personalità narcisistica e sociopatica.
È un’occasione per esplorare la criminalità femminile, le donne vittime di violenza, la caratteristica prevalentemente muliebre di espiare i traumi vissuti con un’aggressività auto-diretta, fatta di dipendenza da alcool, droghe, prostituzione. I reati commessi da donne vengono analizzati anche nel capitolo sui rapimenti di infanti, in cui spesso le protagoniste sono madri mancate o madri che hanno appena perso un bimbo, spesso donne con un identikit ben preciso, estetico, psicologico e anagrafico.
Svariati capitoli sviscerano il terribile tema della pedofilia e dell’adescamento dei bambini, vengono citati e descritti, fin troppo minuziosamente, casi della cronaca statunitense: diciamo che dopo averli letti è facile avere il terrore che vostro figlio faccia anche solo un km in bici da solo, vada a lezione di ballo o semplicemente esca da scuola non accompagnato.
Ed è proprio dopo avere suscitato emozioni simili che Douglas ci da una lezione fondamentale: vittime si diventa anche a seguito dell’educazione ricevuta. Un bambino cresciuto tra mille paure, proibizioni e insicurezza è una vittima perfetta per un adulto con intenti maligni. E l’adulto lo sa, e percepisce le piccole vittime con facilità. Un bambino educato a temere tutto non saprà di chi fidarsi e, se conoscerà un adulto gentile, premuroso, rassicurante penserà ingenuamente di poterlo seguire in totale sicurezza. E quando l’adulto gli proporrà cose sgradevoli, probabilmente non saprà reagire, pensando che lui ha sempre ragione, anche quando fa cose sgradevoli o dolorose. Il modo migliore per crescere un bambino, ci insegna Douglas, è di stimolare la sua autostima. I figli devono essere educati a credere prima di tutto in sé stessi, solo dopo avere raggiunto questo stadio di consapevolezza saranno in grado di discernere i pericoli esterni. Paradossalmente un ragazzino sicuro di sé tenderà a rispondere con fermezza ad un adulto, dando quindi un segnale al possibile molestatore che, se la situazione oltrepasserà un limite, si ribellerà, griderà attirando l’attenzione di altri che potrebbero accorrere. Se invece sarà stato educato ad abbassare la testa in presenza di ogni persona “grande”, lo farà anche con persone che non meritano rispetto. E Douglas lo dice da padre di 3 figlie, con tutta la consapevolezza di quanto difficile possa essere un percorso simile. Ma va fatto. I figli vanno presi per mano e guidati a camminare in bilico su una corda, sospesa sui pericoli da una parte, la buona educazione dall’altra.
Lascio a chi avrà il piacere di leggere il libro la descrizione delle diverse tipologie di pedofili e molestatori e di come, in base al tipo di vittima ricercata, si possa risalire ad un identikit ben preciso. La sezione del libro che segue è a mio giudizio la parte più debole del libro, dedicata ad una giovane recluta il cui stupro con omicidio apre il libro e di cui Douglas sente la necessità di ricostruire l’intera vita in una maniera per i miei gusti fin troppo agiografica e serenamente evitabile.
Più interessante la parte finale in cui il profiler ribadisce le sue idee sulla pena di morte (che approva pur sapendo non essere assolutamente un deterrente al crimine) e sul fatto che è sempre più convinto che il male vada sempre scelto e non sia qualcosa che “capita per caso”; e proprio per questo ritiene che l’unica arma che possediamo per prevenire il crimine sia prevenirlo. Crescere bambini in un ambiente fatto di affetto, cure, cultura può ridurre drasticamente la probabilità di avere adulti disturbati che danneggiano la società. Questa è la riflessione che a mio parere maggiormente colpisce, tornando ai capitoli iniziali sula pedofilia, perché la stessa modalità di crescere un bambino per evitare che diventi vittima di aggressione è la medesima che potrebbe impedire lo sviluppo di una mente criminale. Vittime e carnefici sono separate tra loro da un sottilissimo filo, forse da quella stessa corda su cui dobbiamo accompagnare i figli che educhiamo, una corda su cui forse camminiamo tutti noi per l’intera vita, sperando di non cadere mai tra gli artigli del malintenzionato che può incrociare la nostra strada all’improvviso e di non danneggiare mai nessuno in un momento di (stra)ordinaria follia. Un equilibrio precario di cui ci rendiamo conto solo quando leggiamo libri come questo.
Lars Kepler, "L'ipnotista"

L'ipnotista
Lars Kepler
Longanesi, 2009
Paolo Trincia , "Veleno"

Veleno
Paolo Trincia
Einaudi, 2019
Il libro-inchiesta di Trincia si apre con una ripresa in Africa, lui che riprende la morte di un bimbo per Ebola davanti al dolore del nonno e dei genitori che devono seppellirlo. Non prova assolutamente nulla, se non la soddisfazione per la riuscita del servizio. Una famiglia straziata per avere perduto un bimbo ma Trincia, padre di famiglia, non viene scosso, probabilmente perché sa che è un pericolo che non potrà mai incombere sui suoi cari, e si sa, spesso guardiamo con sollievo quando qualcosa di brutto accade agli altri e non a noi, quando magari sappiamo che certe tragedie non potranno mai nemmeno sfiorarci perché “viviamo nella parte giusta del mondo”. In compenso possono capitarne altre, più subdole e agghiaccianti perché perfettamente mascherate e protette dalle cosiddette istituzioni.
Il caso di Veleno, nato come podcast a fine 2017, ricostruisce le vicende dei “Diavoli della Bassa Modenese” in cui un “bambino zero”, Dario, proveniente da una famiglia disagiata, riferisce agli assistenti sociali che il fratello maggiore lo tocca sotto le coperte. Si scoprirà anni dopo che in realtà si tratta di banale solletico. Ma chi intervista Dario, e qui iniziano i fatti sconcertanti, è una giovane psicologa che ha alle proprie spalle solo alcuni anni di tirocinio. Il bambino, e con lui gli altri, verranno sempre interrogati senza una registrazione, per cui non sarà mai dato sapere se le risposte erano spontanee o indotte da chi interrogava. È già facile suggerire risposte in un adulto, figuriamoci in un bambino. Dario viene prima affidato a un istituto pubblico, poi ad una famiglia affidataria. Da qui in poi gli eventi si susseguiranno a cascata. Nelle conversazioni il bambino inizia a parlare di atti di pedofilia con i genitori, rapporti incestuosi in famiglia, orge e delitti nei cimiteri. Anche qui, tutto riferito dalle consulenze della psicologa, non un solo video. Verrà trasferito in altra scuola e, incredibilmente, i suoi racconti inizieranno a infarcirsi di pedofili tra maestre e direttrici, uomini in soprabito che lo minacciano fuori dalla scuola e che nessun altro vede. Insomma, questi pedofili satanisti sono una setta più ramificata della mafia, dato che in ogni scuola in cui lui andrà riferirà di avere incontrato adulti coinvolti in messe nere e atti sessuali violenti. Fatti peraltro avvenuti in paesini in cui chiunque sa tutto di tutti, eppure nessuno avrebbe visto questi nutriti gruppi di persone mascherate che la notte scavalcano il cimitero locale per sgozzare animali, bambini stranieri (sì, anche quelli), stuprarne altri e celebrare riti dediti al demonio.
Nei racconti sempre più deliranti di Dario (almeno per noi che leggiamo, gli avvocati, i giudici, gli assistenti sociali che vagliarono quelle testimonianze li trovarono plausibili) vengono coinvolti altri bambini che nemmeno conosceva, bambini che, saranno in tutto una ventina, verranno sottratti alle loro famiglie con la stessa modalità: irruzione in casa di solito all’alba, prelievo del minore senza spiegazioni, affidamento e, ciò che non trova nessuna spiegazione sul piano logico, affettivo e psicologico, separazione dei fratelli.
Le bambine verranno tutte sottoposte a visita dalla stessa ginecologa, la quale riscontrerà tracce di abusi atroci e continuativi di natura sessuale. Nelle foto delle parti intime scattate al momento della visita, anni dopo, in dibattimento, la Prof.ssa Cattaneo di Milano indicherà chiaramente la presenza di un imene intatto, fatto che esclude l’abuso sessuale cronico. Le diagnosi di questo tipo sulle bambine saranno diverse. Può una ginecologa diagnosticare per errore una violenza sessuale inesistente più di una volta? Inesperienza? Negligenza? Altro? Anche gli altri bambini affidati a istituti o famiglie inizieranno a snocciolare storie di orge, rituali satanici e pedofilia, tranne una, che negherà sempre, chiederà la presenza dei genitori e verrà etichettata come “oppositiva” e “omertosa”.
Gli esiti di questa caccia alla strega saranno diversi ma tutti angoscianti: dal suicidio, alla morte per una donna gravemente malata e incarcerata, all’esilio per un’altra rimasta nuovamente incinta del quinto figlio e che cercherà riparo all’estero per evitare la sottrazione del neonato, prevista dalla legge.
Anni dopo, Trincia cercherà quei genitori e quei bambini, dopo una sentenza di assoluzione per non avere commesso il fatto. Solo alcuni degli ex-minori, adesso adulti, parleranno di ricordi confusi, di interrogatori pressanti, di risposte date solo per fare finire quella tortura. In molti ammetteranno di non ricordare di avere fatto quelle cose terribili di cui hanno accusato genitori e parenti, addirittura il prete del paese che per il dispiacere fu stroncato da un infarto. In molti ammetteranno di non ricordare nemmeno i propri genitori, altri di non volerli proprio vedere nel dubbio che comunque quelle cose siano davvero accadute. I fratelli separati rifiuteranno di incontrarsi. Quasi tutti, in un modo o nell’altro, preferiranno dimenticare il passato, vero o falso che sia, e proseguire le loro nuove vite iniziate in un’alba di trambusto.
Al di là delle singole storie, tutte strazianti, ciò che lascia questa inchiesta è il dubbio strisciante che la giustizia, gioiellino di qualunque Paese civile, possa, nel nostro, trasformarsi in una mietitrebbia impazzita, che maciulla chiunque abbia la sventura di porglisi innanzi, protetta da un malinteso senso del garantismo e della protezione dei più deboli, a patto di capire chi siano i più deboli in queste vicende. Pone questioni sulla qualità del personale che interagisce in un procedimento giudiziario, da ginecologi che diagnosticano abusi sessuali su minori mai avvenuti, psicologi che intervistano bambini in assenza di registrazioni e su storie assai fantasiose e mai comprovate costruiscono impalcature di accusa smembrando e distruggendo famiglie. Sorgono dubbi legittimi nel comune cittadino che si chiede come i consulenti psicologici, medici, legali vengano selezionati nei procedimenti civili e penali, per scoprire che basta conoscere un Giudice per essere nominato d’ufficio e niente per redigere una consulenza di parte, che nessuno chiede mai ai cosiddetti periti un curriculum, una giustificazione di come abbiano acquisito le loro competenze, delle referenze. E come in questa tristissima storia, si intuisce che il consulente che sbaglia, non paga.
Il falso in perizia, l’unico reato che si può commettere redigendone una, è paradossalmente molto difficile da dimostrare perché basta che il parere tecnico sia motivato, e tutto va bene. Nessuno indaga la scientificità o la plausibilità del motivo. Quasi tutte le persone coinvolte tra avvocati, psicologi e medici, negheranno a Trincia un’intervista con motivazioni non del tutto convincenti. E anche noi, come Trincia all’inizio del libro, un po’ siamo sollevati che questi fatti terribili non abbiano riguardato i nostri cari. Ma non è Ebola, non è l’Africa. È da noi, è la Cieca Giustizia, e può colpirci quando meno ce lo aspettiamo.
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