recensioni
Giuliana Giuliani, "Per le strade"

Per le strade
Giuliana Giuliani
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Per le strade, di Giuliana Giuliani, non è propriamente un libro, quanto, piuttosto, “un’installazione artistica”, di quelle dove si sfrutta il rumore del vento che passa fra gli oggetti o i colori delle cose di tutti i giorni. Già il formato, in A4 e con un carattere molto grande, è insolito.
Anche il titolo ricorda l’idea di “arte di strada”. Il contenuto di questo romanzo (poesia? racconto?) è multisensoriale. Fa appello alla vista d’immagini plastiche e colorate, all’udito di parole musicali, collegate fra loro da un filo invisibile. È scritto molto bene, non si può negare, ma è poco comprensibile e lascia un po’ interdetti. Un ermetismo voluto e compiaciuto, questo della Giuliani, la quale ha studiato filosofia e si è sempre occupata, fra le altre cose, di teatro.
Ina e Lea hanno strade personali da percorrere, Ina ha un incarico, deve consegnare una “pietra”, che ci ricorda, per vaga associazione, la “pietra di entrata” del romanzo Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. Lei cerca il suo scopo osservando, collegando, cercando corrispondenze, chiacchierando con le persone. Ognuno ha, filosoficamente parlando, un modo diverso di comprendere la realtà e cerca di farlo con gli strumenti che possiede. Poi c’è Lea che è, appunto, un’artista di strada che incontra un musicista, Yeshe. Tutti insieme danno vita a una festa intorno a una fontana, un luogo colorato e gioioso, libero e aperto a ogni interpretazione e sviluppo.
Lo scopo da raggiungere sembra essere quindi la libertà, intesa come svincolo da ogni costrizione, ma anche come libertà d’espressione umana e artistica. E pure emancipazione dal dolore, proprio e altrui. Quante volte, senza nemmeno rendercene conto, ci troviamo appesantiti dalla sofferenza degli altri? Lea riesce a far cadere queste piccole sfere di “piombo” dal suo corpo, aprendosi a un un mondo festoso. Ma è una sensazione rara. La maggior parte di noi vive “in una vaga assenza di sapore”, “alla ricerca di intensità provate chissà quando”. Ed è forse proprio questo ricordo di passione perduta a farci sentire privi di qualcosa d’essenziale.
Probabilmente questi personaggi, un po’ hippy e New Age, sfruttano la meditazione trascendentale, che li fa entrare in empatia con l’universo e il mondo circostante, portandoli ad assaporare le vibrazioni e la bellezza del cosmo, sgelando quel senso di solitudine che opprime gran parte di noi. Si arriva, così, a capire di essere parte di un tutto, e non soli al mondo.
“In tutto il mondo c’era gente che lavorava in gruppo, provava spettacoli, costruiva case, cucinava in ristoranti. In ogni gruppo le persone giravano una intorno all’altra, tracciavano orbite, ogni gruppo era un atomo”. (Pag. 86)
Niente di concreto in ciò che viene descritto ma, forse, nemmeno di onirico. È più una sorta di realismo non magico ma poetico, una prosa- poesia egocentrica e che ben poco si cura di catturare l’interesse del lettore.
Nicky Persico, "La danza delle ombre"

La danza delle ombre
Nicky Persico
Oakmond Publishing, 2018
Avevo letto da qualche parte che ogni personaggio che abita i nostri sogni da dormienti rappresenta una parte di noi, anche quando i protagonisti della produzione onirica siamo noi. E’ questa la chiave di lettura che do dell’ultimo libro di Nicky Persico, e che mi spiega l’avventura surreale di Asdrubale, l’uomo deluso, disilluso, triste e solitario, che decide di affrontare tutti gli eventi della vita come se fosse per l’ultima volta. Lasciata quindi l’inseparabile automobile in un parcheggio, acquista un bizzarro biglietto per “la destinazione più lontana che c’è”, e si ritrova nello scompartimento di un treno in compagnia di una comitiva accogliente e chiassosa ma soprattutto desiderosa di farlo partecipare al suo gioco solito: il racconto di una storia. Ogni aneddoto è metaforico e, a mio giudizio, tutti insieme costituiscono una sorta di seduta di psicoterapia per Asdrubale che, di volta in volta, si trova a riflettere su temi fondamentali quali il giudizio, la paura, il cambiamento, il potere salvifico dei libri e della fantasia.
I racconti sono brevissimi, lo stesso libro è in definitiva un racconto lungo, molto diverso da quanto avevo già letto in passato dello scrittore. La lingua di Nicky Persico è come sempre pulita, abbellita da qualche vocabolo desueto qua e là ed è come un tappeto volante che ci fa viaggiare insieme al protagonista e ci rende partecipi del suo percorso interiore. Impossibile non confrontarci noi stessi con le storie narrate e dare un significato alle metafore in esso contenute secondo le nostre esperienze e il nostro sentire. Riflessioni sul sentirsi integri o “a metà”, sui cambiamenti che spesso imprimiamo alla nostra vita solo per paura di eventi catastrofici che poi, magari, nemmeno si verificano. O che sono solo proiezioni, come un’allucinazione collettiva, delle nostre paure. Riflessioni su chi sono gli altri davvero, sul giudizio spesso errato che noi formuliamo su di loro e forse anche su di noi. Come Asdrubale, che ascolta silenzioso durante tutto il viaggio, dovremmo tenere il nostro ego in disparte, scendere dal treno e scoprire che la soluzione l’avevamo da sempre nella tasca, se solo l’avessimo ascoltata prima. Ma per potere sentire la voce dell’anima occorre un silenzio interiore che forse possiede solo chi pensa di avere perso tutto, per poi scoprire di avere ancora un infinito attimo davanti a sé tutto da vivere intensamente.
Paola Barbato, "Non ti faccio niente"

Non ti faccio niente
Paola Barbato
Piemme, 2017
Conosco Paola Barbato da 20 anni, credo, da quando a pagina 4 di Dylan Dog gli autori annunciarono che avrebbero fatto un’eccezione all’utilizzo di sceneggiature inviate per il fumetto, (avvertivano chiaramente che i contenuti di quel genere sarebbero stati cestinati senza nemmeno aprirli per evitare spiacevoli ritorsioni legali da eventuali citazioni più o meno inconsce) proprio perché la giovane studentessa aveva inviato dei soggetti che era impossibile ignorare per la loro bellezza. In seguito l’ho sempre seguita da lontano, apprendendo che si era poi buttata nel genere del romanzo thriller, ma solo il mese scorso, complice Audible, ho deciso di ascoltare un suo romanzo, quello che peraltro aveva avuto tantissimi commenti positivi.
L’incipit del resto è intrigante a dir poco: in una ventina di anni una serie di bambini viene rapita in tutta Italia per 2-3 giorni da un uomo che li tratta bene, li lava, li veste, li fa giocare e poi li riporta a casa più felici che mai. Il motivo va ricercato nelle famiglie dei sequestrati: sono tutti piccoli trascurati dai genitori in maniera più o meno grave e il rapitore sa che la loro assenza cambierà l’atteggiamento dei genitori verso di loro. Diciamo che già questo rovesciamento di prospettiva al primo capitolo è intrigante ma, al secondo, siamo ribaltati nuovamente, perché i figli di due dei ragazzini rapiti, ormai grandi e genitori a loro volta, vengono vigliaccamente uccisi. Che sia il primitivo rapitore a operare in questo modo, magari per punirli di qualcosa? No, perché lui ci viene introdotto al terzo capitolo, è un omone strano ma buono, non avrebbe mai fatto una cosa simile, anzi, quando si rende conto della sinistra coincidenza è il primo ad essere allarmato, perché intuisce che lo vogliono tirare in ballo affinché riveli la sua identità, o comunque si ponga in una situazione di pericolo.
E i bambini, direte voi, i bambini cresciuti, possibile che nessuno abbia fatto 2 + 2 e abbia intuito la doppia rete intessuta su quegli ormai storici rapimenti? Certo che si. Uno, particolarmente sveglio e senza figli, contatta altri suoi “fratelli”, come li chiama lui, sempre senza figli, che possano indagare. Perché, anche se non si sono riprodotti, forse non è il caso di stare troppo sereni, no? E la polizia, ora vi chiederete, la polizia che fa? Hanno tirato i fili, scorto le coincidenze, ricostruito gli avvenimenti, fatto supposizioni? Ma sì, ma sì, tranquilli, che hanno fatto tutto e ci stanno lavorando su. Anzi, le due poliziotte che sono costrette a lavorare insieme nonostante la scarsa reciproca simpatia, vengono descritte in maniera davvero spumeggiante con le loro storie, i loro tic, il rapporto conflittuale che viene messo da parte per lasciare spazio e respiro all'indagine.
Tutto questo ammasso di personaggi (bambini cresciuti, poliziotti nuovi sul caso, poliziotti vecchi che andarono, vecchio rapitore con compagna, nuovi bambini cresciuti con prole che viene puntualmente rapita e uccisa o narcotizzata) proseguono nel racconto come un’imponente falange macedone, cercando di non inciampare troppo nei colpi di scena e non rimanere avvolti nelle trame di un thriller che si fa sempre più complicato ma, ahimè, in questo la Barbato non riesce. Troppa, troppa carne al fuoco, non potendo uccidere tutti i personaggi che non ha più interesse a portare avanti, inizia a dimenticarli per strada, il dramma è che molla proprio le due poliziotte, a cui subentra un loro collega in pensione che aveva seguito il caso; nell'avvitamento totale a un certo punto dal cilindro deve sbucare un colpevole e, ovviamente, lo tira fuori ma proprio per il pelo, manco per le orecchie, la presa è poco salda e, infatti, rischia di sfuggirle via per tutto il tempo.
Alla fine ci troviamo di fronte una buona idea di base, sceneggiata in maniera troppo pesante e arzigogolata, e che perde di vista la credibilità nella svolta finale, troppo cervellotica e improbabile. Peccato, perché la scrittrice sa tenere benissimo la tensione.
Ada Tufano, "Nascosto al cuore"

Nascosto al cuore
Ada Tufano
Giovane Holden Edizioni, 2017
- Ciao, Mario.
- Ciao, Walter.
- Mario, conosci Ada Tufano?
- No, chi è?
- Una scrittrice.
- Ah! E che ha fatto di speciale?
- Ha scritto un romanzo: Nascosto al cuore.
- E vabbè, mo scrivono tutti.
- Mario, non fare il critico, scrive chi ha qualcosa da dire, tu ha qualcosa da dire?
- Certo.
- E allora perché non scrivi?
- Perché non so scrivere, ma potrei sempre iniziare.
- Perderesti tempo, perché non sei nato per scrivere come Ada Tufano.
- Walter, non ti contraddico perché, nonostante siamo un popolo di artisti, di letterati, di inventori e di navigatori, ognuno, effettivamente, deve fare quello che tiene nel cuore... Forza, non cianciamo, parlami del libro di questa scrittrice.
- E' un bel romanzo d'amore, un po' pink, un po' noir, un po' giallo. Pensa, in qualche modo fa anche ridere e poi...
- E poi?
- E poi il lettore potrà anche trovarsi avvolto in una velatura misteriosa sessuale, del tipo "si vede ma non si vede".
- In che senso?
- Hai presente al mare? Se vedi una donna senza il pezzo di sopra non ti fa effetto, se la vedi con la maglietta bagnata la tua immaginazione comincerà a galoppare.
- A galoppare sulle onde del mare..
- Bravo, bella rima, non lo sapevo che eri un poeta.
- E' colpa delle cattive amicizie.
- Capisco... Forza, torniamo a Nascosto al cuore... Ora ti spiego... Questa è la storia di una donna nel vortice di una crisi esistenziale, in bilico su un filo, come una funambola, fra l'amore per Daniel, l'amicizia per Gena, una donna dal carattere spigoloso, e il dolore per la perdita della madre. Kate, la protagonista, durante un viaggio di lavoro, per una coincidenza, salva la vita a una donna, che si rivelerà amletica, e qui scatta l'atmosfera di mistero, succedono cose da film che inchioderanno il lettore alla poltrona.
- Come in un giallo.
- Sì, ma con sfumature noir.
- E quelle rosa?
- Sono alla fine.
- Come finisce?
- Non lo so, la scrittrice non me l'ha detto...
- Questa Ada Tufano mi piace, offriamole un caffè e facciamola parlare.
- Credo sarà difficile, possiamo sempre passare in libreria.
- E il caffè?
- Ce lo prendiamo adesso?
- Al solito bar?
- Sì ma la musica al juke box la scelgo io.
- Per fortuna questa recensione non è la solita musica.
Amici lettori della signoradeifiltri, il blog che ama le cose belle vi ha presentato Ada Tufano e il suo romanzo Nascosto al cuore e, mi raccomando, non cambiate canale, casomai girate pagina.
"Parlami di te"

Parlami di te
Hervé Mimran, 2018
Brutta commedia pasticciata questa di Hervé Mimran, che spreca il buon Fabrice Luchini per raccontare non si sa bene cosa, pare la vera storia di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e del gruppo PSA, il quale ha scritto un libro che è, come riporta Wikipedia, “un’autobiografia nel quale racconta la sua malattia e la lenta convalescenza”. LENTA. Perché riprendersi da due ictus susseguitisi in una manciata di ore senza soccorso medico richiede tempo, non certo il mesetto scarso mostrato nel film, in cui il protagonista, afflitto da afasia fluente a seguito della patologia (significa che produce frasi con ritmo e intonazione nella norma ma composte da parole disconnesse tra loro per significato e sintassi rendendo il discorso poco o non comprensibile), liquida la sua convalescenza con un paio di sketch basati su giochi di parole tradotti anche decentemente in italiano e poi, sulle sue gambe, torna a casa. E si limitasse a questo, potremmo anche accettarlo. La sospensione dell’incredulità decide di suicidarsi quando, sempre nel giro di pochissime settimane, con l’aiuto di un’ortofonista, sceglie di partecipare a un importante salone espositivo enunciando il suo discorso da CEO con grande successo. Partono gli applausi, le congratulazioni, le pacche sulle spalle e un bel licenziamento in tronco comunicato anche con fastidio perché le multinazionali sono tutte fatte da persone cattive e insensibili contro i disabili volenterosi. E poi è il karma, no? Dall’inizio mostravano Luchini come un animale da profitto e sfruttamento, che a malapena si occupava della figlia nonostante una moglie morta atrocemente, di cui conservano ancora il letto di morte come un mausoleo (anche questo, come si dirà in seguito, intuito da un’inquadratura mostrata un attimo senza un commento, un’interazione tra gli attori, una spiegazione, nulla), scontroso con tutti, che non dice mai grazie. E allora tiè, così impari. Francamente tra i manager e il regista non saprei dire chi è il più cinico. In tutto ciò Mimran pensa bene di buttare a casaccio la storia dell’ortofonista che ricerca la sua madre biologica, la sua storia d’amore con l’infermiere a metà tra il simpaticone e il ritardo mentale lieve e, ovviamente, di lasciarle mezzo in sospeso, con intermezzi di pochi minuti che dovrebbero farci intuire epiloghi scialbi e muti, senza un briciolo di introspezione psicologica, insoddisfacenti e francamente inutili nel contesto. L’ultimo terzo del film è semplicemente insopportabile per i dialoghi, lo sviluppo della trama, il mutare dei rapporti tra i protagonisti, indegni anche di una sceneggiatura di un cartone per bambini della materna. Il film, quindi, che in una scena pensa bene di strizzare l’occhio a Quasi amici rendendo ancora più evidente l’abisso tra i due film, sempre che ce ne fosse bisogno, è una banalizzazione quasi offensiva del percorso di riabilitazione psicologica e fisica di chiunque abbia subito un grave sconvolgimento della propria esistenza per motivi di salute. Nemmeno oso un accostamento con Lo scafandro e la farfalla, perché andrei nel penale. Comunque, alla fine il protagonista impara a dire “grazie”. Non lo avreste mai immaginato, eh?
Jonathan Coe, "La pioggia prima che cada"

Lorenzo Barbieri, "Rione Sanità"

Rione Sanità
Lorenzo Barbieri
LFA Publisher, 2018
pp 167
16,00
Leggendo Rione Sanità, di Lorenzo Barbieri, mi è venuto naturale ricordare una visita fatta al quartiere insieme alla mia amica napoletana, scrittrice di talento, Ida Verrei, e anche ricollegare questo testo (si badi bene, solo per contenuto e non per stile, essendo quello della Verrei di molto superiore) al suo Arassusia, ambientato nei medesimi luoghi e nel famoso Cimitero delle Fontanelle.
Come il suo protagonista, anche l’autore non abita più a Napoli, ma da ragazzo ha vissuto addirittura dentro il Palazzo Reale, dove ha sede la biblioteca Nazionale. La Napoli di cui parla non è quella di Saviano, delle stese e della paranza dei bambini, non è quella anonima e fredda de L’amica geniale, ma è quella calda, pastosa e sanguigna della grande tradizione partenopea, di Totò, Eduardo, (e anche Ida Verrei).
La città è misteriosa, sotterranea, superstiziosa, legata al senso della morte. Il rione vive di luci e ombre, fatto di vicoli ripidi, di porte che sprofondano direttamente nell’Ade, fra catacombe e teschi. Contiene fatiscenti palazzi settecenteschi, nobili chiese ma anche bassi poveri e bui dove vive gente misera e dura.
“I vicoli sono poesia, fetore, umore di vita, giochi di ombre e raggi di sole, desideri, speranze, rumori, nostalgie e sogni in attesa di realizzarsi.” (Pag. 92)
Il protagonista, Enzo, è un anziano giornalista che rientra a Napoli dopo una lunga assenza, e lo fa solo per seppellire in fretta la madre, con l’intento di tornarsene prima possibile al suo lavoro milanese. Percorre strade, piazze, vicoli insieme al notaio Oreste, sorta di guida dantesca.
In realtà la città lo ri-cattura, l’antico rione, in cui è vissuto da bambino, lo riacciuffa col suo fascino, col gusto dolceamaro della nostalgia. Da una parte egli mantiene lo sguardo distanziato di chi ormai non fa più parte di quel mondo, dall’altra si abbandona alla memoria, ripopolando ciò che vede con figure scaturite dal passato.
A parte le consuete imprecisioni di Barbieri nell’uso della punteggiatura e dei tempi, e la sua scrittura un po’ distratta, il difetto maggiore sta nell’aver voluto, credo, inserire nel romanzo alcuni racconti precedentemente scritti, non riuscendo ad amalgamarli come si deve nella trama. Il pregio, invece, è l’aver puntato un faro sul Rione Sanità, mostrandocelo com’è ora e com’era un tempo, in una narrazione sempre in bilico fra visione attuale, riscoperta e ricordo, come se il tessuto della realtà presentasse dei vuoti che solo la memoria può riempire, ricomponendo il mosaico.
Ma sul finale del libro c’è un ribaltamento, si esce repentinamente dal sogno con una doccia gelata e la realtà ha il sopravvento sulla deformazione consolante del ricordo. Le persone che sembravano genuine, vergini, povere ma innocenti, si rivelano grette, interessate, persino truffaldine, a conferma che nessuno fa niente per niente.
“È vero, il napoletano è uno di buon cuore, disponibile e altruista, ma sotto, sotto, ci deve sempre ricavare qualcosa, è nel suo Dna, non lo fa per cattiveria.” (Pag. 135)
Non solo, il malaffare prospera e la filosofia generale, l’unica possibile, è “far finta di niente e tirare a campare”. Ne esce, perciò, un ritratto della napoletanità a chiaroscuro, una specie di odio e amore, disprezzo e meraviglia, curiosità e ribrezzo. La parte migliore del romanzo è quella iniziale, quando, suo malgrado, il protagonista subisce il fascino del quartiere e riscopre le figure che anticamente lo avevano animato.
Poi, purtroppo, c’è un crescendo di delusione, di meschinità e spilorceria, di fatalismo e rassegnazione che ci lasciano con la bocca amara e coinvolgono lo stesso protagonista il quale, alla fine, non ci sembra poi tanto migliore dei personaggi da lui incontrati.
Fabio Izzo, "Consigli dalla punk caverna"

Quel fenomeno di Fabio Izzo
Consigli dalla punk caverna
Terra d'Ulivi, 2019
Fabio Izzo è uno dei tanti autori che posso vantarmi di aver scoperto in vent’anni di attività editoriale. Non ha avuto ancora la possibilità di uscire con un grande (grosso?) editore distribuito su vasta scala, è tra gli scrittori che mi rende più orgoglioso e che ben rappresenta il poco che ho cercato di fare in questi anni. Fabio Izzo è nato nel 1977, vive ad Acqui Terme, scrive da tempo immemore, ché il suo primo libro - Eco a perdere - lo pubblicammo quando ancora Il Foglio Letterario stampava i libri artigianalmente, in fotocopia. Ricordo di aver fatto il lavoro di editing personalmente, con carta e penna, ai giardini vicino casa mia, vista mare, mentre facevo giocare mio figlio al parco. Poi ne sono venuti altri: Balla Juary, Il nucleo (straziante e stupendo), Doppio umano, soprattutto To Jest, presentato al Premio Strega (2014), niente meno che da Pedrag Matvejevic, ovviamente ignorato dal Comitato Direttivo, a caccia dello Scurati o del D’Amicis di turno. Non dimentico Ieri, Eilen, storia d’amore non convenzionale degna di selezione presso il Club di Giulietta per il concorso Scrivere per amore 2017. In mezzo a tutto questo Fabio ha pubblicato libri con altri editori, ha affinato lo stile, ha tradotto poesia polacca, ha vinto premi più o meni importanti, infine è uscito con l’ultimo romanzo: Consigli dalla punk caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano (Terra d’Ulivi Edizioni, pag. 140, euro 14). Il tema di fondo dello scrittore piemontese - con sangue meridionale - non cambia, a parte l’ambientazione salentina, ché alla base c’è sempre il male di vivere, l’insoddisfazione di far parte di una terra di sconfitti, popolata da giovani in fuga o che si adattano con due lauree a fare le notti per dieci euro al distributore. Il romanzo è una storia d’amore alla Izzo, tipica del suo stile, una storia di disamore, di uomini lasciati soli da una stronza a caccia di successo e in cerca di un’occasione migliore. Incipit straordinario: “L’amore è una bufala, nemmeno buono per la mozzarella della pizza. L’amore eterno è una bufala cosmica. Si tratta solamente di scegliere, come in pizzeria”. E quel che ne consegue è un’ode al disamore, dissacrante e ironica, sarcastica, vibrante, contro la donna perduta, contro quel tipo di donna che non si dovrebbe mai incontrare. Il personaggio principale è un punk coltissimo (chi ha detto che i punk sono ignoranti? afferma Izzo), persino raffinato, sincero, come ogni vero punk dovrebbe essere, che sogna il perduto amore mentre vive di eccessi alcolici e musicali contemporanei. Stile molto diretto ed essenziale, per niente letterario, nel senso stretto del termine, classico romanzo in prima persona che consente un’immedesimazione totale tra lettore e autore. Io ve lo consiglio, poi fate un po’ voi, per me potete anche andarvi a leggere l’ultimo inutile saggio travestito da romanzo di Antonio Scurati.
Valentina Casadei, "Tormento fragile"

Tormento fragile
Valentina Casadei
Bertoni Editore, 2018
pp 79
12,50
Tormento Fragile, di Valentina Casadei, è una silloge di belle poesie, scritte da una venticinquenne che ha dimestichezza non solo con le parole ma anche con le emozioni, affrontate con la saggezza di una persona molto più anziana. L’amore, la nostalgia, il ricordo, la paura del tempo che passa e della morte, il ripiegamento su se stessi, hanno anche qui lo scopo che tutta, o quasi tutta, la poesia dovrebbe avere, cioè arginare e incanalare l’emotività, rendendola sopportabile. Insomma, condividere diventa uguale a dominare e controllare.
Si tratta per lo più di dialoghi al femminile, con un interlocutore che varia di volta in volta, un tu che diventa noi ma anche io, per guardarsi dentro senza sconti. E questo parlare all’altro da sé indica il bisogno estremo di contatto, di apertura, ovvero il contrario del “ripiegarsi come una salamandra”, ed è ciò che aiuta a considerare la paura “solo una parola.”
Il linguaggio della Casadei è ermetico ma lo è in modo semplice e scorrevole. Proprio nelle frasi più comuni e prosastiche si annida la suggestione: “Incontriamoci da qualche parte /stasera”, “e hai regalato ai vivi /la cura che diamo ai morti”,
Liriche brevissime, brevi o più lunghe, senza un titolo che le definisca o contenga. C’è parecchia solitudine, “mi ripiego/come una salamandra magra”, dovuta anche all’atteggiamento ostile di alcuni, e c’è paura della morte, contrastata da un provvidenziale elan vital che si spera non venga mai a mancare: “spero che non finisca mai / questa mia vitale spinta”.
La conclusione è che esistere è fine a se stesso, ma ciò non deve spaventare, piuttosto farci apprezzare certi “orizzonti” che gli amanti “non si stancano di rimpiangere”.
Ci vuole coraggio per affrontare l’esistenza così com’è, con tutti i chiaroscuri, comprendendola senza edulcorarla ma nemmeno respingerla perché, in questa dimensione così materiale e terrestre, si può comunque ravvisare lo spirito che anima e pervade tutto, unito ad un amore carnale/ filiale/ amicale che consola: “Sei una parola di petali, dolce.”
Concludo riportando una poesia, particolarmente bella:
Ti prendo come poesia.
I tuoi versi sono capelli
Uniti in strofe di trecce.
Ed ecco che l’allitterazione dei tuoi sospiri
Sfida il vento.
Ma tu, poesia da foglio di carta,
ti involi con lui.
Paladina dell’alba.
Laura Nuti, "Come le ciliegie"

Come le ciliegie
Laura Nuti
Marchetti Editore, 2018
Il delizioso Come le ciliegie, di Laura Nuti, edito da Marchetti e ben illustrato da Roberta Malasomma, mi ha riportato indietro nel tempo, mi sono rivista bambina, leggere con foga e meraviglia adattamenti di classici e riduzioni di opere immortali: il Kalevala, il Peer Gynt, le storie di Carlomagno e Berta dal grande piede, la Divina Commedia spiegata ai ragazzi, la mitologia greca. Questo libro ha il sapore (inimitabile) di ciò che leggevamo allora, con un piglio, però, moderno. Che cosa sono le fiabe se non miti e leggende rielaborati, che cosa c’è nella fiaba se non la struttura stessa di un singolo grande mito (come ci insegnano Propp e Joseph Campbell)? E non era forse un’operazione simile quella compiuta negli anni sessanta con le fiabe sonore e con le riduzioni dei classici per bambini?
Sonnolenti pomeriggi d’estate, un giardino afoso, una nonna che culla una piccina mentre racconta – o meglio, fa raccontare dall’immaginario cane Argo - alla sorellina più grande le meravigliose vicende degli eroi omerici, prima, durante e dopo la guerra di Troia, adattate a un palato infantile e odierno ma appetibili per tutti, perché le storie, si sa, quando sono belle, sono godibili a ogni età.
Storie come ciliegie, una tira l’altra. Storie succose, colorate, multiformi, tutte diverse ma concatenate. Storie di mostri chimere (ovvero puzzle), di cavalli alati, di guerrieri belli e coraggiosi, (ovvero fighi), di principesse affascinanti, ma anche di dei che più umani di così non si può, con tutti i nostri difetti: l’infedeltà, l’invidia, la gelosia, la rabbia.
Come afferma la stessa autrice nel saggio Narrare e leggere belle storie:
I “ racconti tradizionali, cioè le fiabe, le favole, i miti, le saghe e le leggende epiche, devono avere un ruolo fondamentale. Perché? Perché sono storie che “hanno una storia”, che vengono da lontano, che “hanno viaggiato attraverso il mondo e si sono colorate qua e là di sfumature, riferimenti, chiaroscuri attinti cammin facendo”; sono storie nate dalla narrazione, dalla tradizione orale (perciò si prestano ad essere narrate, raccontate) e sono divenute poi letteratura (perciò si prestano ad essere lette, indagate nella loro struttura, “ricalcate” per dar vita ad altre storie). (Laura Nuti)
Ecco il valore di questo “ri-raccontare” miti e saghe conosciute, ecco il valore degli adattamenti e delle rivisitazioni. E l’immagine della nonna è la più azzeccata. Spetta alle generazioni più anziane, infatti, il compito di tramandare, di trasmettere la cultura, cioè il patrimonio comune delle conoscenze e delle storie, arricchendole di valori contemporanei, di novelli spunti, d’immagini consone alla nuova epoca.
Ben vengano operazioni culturali così fresche e piacevoli. Se in libreria ci fossero meno Peppa Pig, meno Pija Masks, e più libri deliziosi come questo, resterebbe la speranza che il mondo, pur evolvendosi, mantenesse quelle conoscenze che fanno di noi ciò che siamo e che vorremmo continuare a essere in futuro.
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