recensioni
Elena Ferrante, "L'amica geniale"

L’amica geniale
Elena Ferrante
Edizioni E/O, 2011
pp 327
18,00
Solitamente recensisco libri su richiesta di autori o case editrici e lascio in silenzio le mie letture personali. Ci sono testi però, i cosiddetti “casi editoriali”, che tutti tengono in mano sul treno o sotto l’ombrellone, e allora due parole te le strappano per forza. Così finalmente anch’io ho letto L’amica geniale, della fantomatica Elena Ferrante. Non so se comprerò gli altri volumi della saga e, se lo farò, sarà solo per la curiosità di vedere cosa accade, come procede la trama. Si badi bene, non è che il libro difetti in quanto a scrittura. È senz’altro un ottimo stile, quello della Ferrante, crudo e moderno, ma un prepotente effetto di straniamento impedisce qualsiasi empatia coi personaggi.
A me è sorto il dubbio che, più che raccontare la storia di Lenù e Lila, amiche napoletane una buona e una cattivella, si tratti di metanarrativa. Lenù, Elena, che, guarda caso, si chiama come l’autrice (o come lo pseudonimo con cui si firma l’autrice) è, a mio avviso, lo scrittore innamorato del suo personaggio, cioè Lila, di cui viviseziona sentimenti. Lo fa con morbosità tutta di maniera, mentre noi, indifferenti e solo lievemente incuriositi, restiamo a guardare.
Questo accade soprattutto nella prima metà del primo libro – l’unico da me affrontato per ora – e il meccanismo s’incrina un poco solo nel finale, con un minimo di spessore in più dato a Lenù, la voce narrante. Come afferma Jacopo Cirillo su Linkiesta: “È la dissoluzione del personaggio a discapito dell’insieme di discorsi che si fanno attorno a lui”. E queste due, Lenù e Lila, alla fine, stanno antipatiche a tutti.
Più che un’amica, Lila è “il Personaggio”, e mi pare inverosimile il suo giganteggiare nella mente e nella vita di Lenù fino al punto da oscurarne persino i fratelli, che non hanno nome né volto. Per Lenù Lila è tutto, è ciò che dà sapore alla vita nei vicoli del quartiere – mai nominato – di Napoli, è un’attrazione esagerata e forse omosessuale, è la spinta a compiere qualsiasi gesto e persino a farsi una cultura.
Lenù è brava a scuola e lo sarà sempre più, studia per primeggiare sull’amica in una gara mai cominciata davvero e mai finita, ma anche, sottilmente, perché pure Lila studi attraverso di lei, per interposta persona, perché entrambe siano l’amica geniale l’una dell’altra.
A questo punto della recensione correrebbe l’obbligo di dire che “il vero personaggio è Napoli”. Manco per niente, qui Napoli è astratta come freddi e astratti sono i personaggi, soprattutto quelli femminili, ma non si tratta neanche di “un luogo dell’anima”, altro cliché delle recensioni, perché, alla fine, certi vizi e certe abitudini napoletani in fin dei conti lo sono. Piuttosto direi che, come dei personaggi stessi, si tratta di un luogo di cui non frega niente a nessuno.
Radioblog: "Un cattivo esempio" di Tina Caramanico

Cosa fareste se un bel giorno, mentre sedete comodi sul divano di casa vostra, intenti alle vostre faccende quotidiane, vi venisse a far visita un bel... fantasma? Sì, il fantasma di qualcuno che ha abitato in quella casa prima di voi, molti anni prima di voi, qualcuno che vi conosce ma che voi non avete neppure conosciuto e che vi farà una serie di rivelazioni che stravolgeranno completamente la vostra vita familiare?
A voi forse non sarà ancora mai accaduto ma a Margherita, la protagonista del romanzo Un cattivo esempio, succede veramente. E, incubo nell’incubo, il fantasma che la viene a trovare è addirittura quello della suocera Concetta vissuta molto prima che Margherita sposasse suo figlio. Concetta sa tutto della nuora e della sua vita coniugale perché non ha mai lasciato la casa dove ha vissuto lei e poi Margherita con il figlio Luigi.
Avvolta in una nube di fumo di sigarette che non smette praticamente mai di fumare per tutto il libro, la suocera-fantasma dice << Margherita,tu non conosci me, ma io a te ti conosco bene. Sei la seconda moglie, vedova, di Luigi Loiodice buonanima e vivi in questa casa dal 1967 >>. Dopo un primo momento di smarrimento le due donne si conoscono e si raccontano, si sfogano, si sfottono colmando i vuoti delle reciproche solitudini.
Ma non è un caso se Concetta si è manifestata alla parente ancora in vita, perché le rivelazioni che le farà getteranno Margherita nello sconforto, nell’incredulità totale, cambiando radicalmente l’idea che della sua vita familiare aveva avuto fino a quel momento. Sarà costretta a fare i conti con altri fantasmi, quelli che albergano nei remoti recessi della nostra coscienza sotto forma di rimorsi e che fanno molto più paura, soprattutto quando per una vita non li abbiamo voluti vedere.
Questo romanzo, edito da Kobo editore, in poche pagine ci farà vivere questa avventura incredibile, angosciante e, a tratti, anche divertente, dove il destino di due generazioni familiari si incontra intrecciando passato e presente attraverso questo singolare rapporto tra due donne anziane, una viva, l’altra già passata a miglior vita. Sulla scena ci sono anche Silvia ed Elisa, figliastre di Margherita nonché nipoti di Concetta, due donne avide, poco sensibili e dunque poco amate dalle nostre due anziane protagoniste, ma anche loro in qualche modo vittime inconsapevoli.
Oggi a Radio Blog conosceremo l’autrice di questa storia, Tina Caramanico, finalista con questo libro della prima edizione del concorso "Romanzi in cerca d’autore”. Buon ascolto!
Il sito di Tina Caramanico https://www.tinacaramanico.org
Per contattarci:radioblog2017@gmail.com
Musica:www.bensound.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.co
Davide Staffiero, "Il Programma"

Il Programma
Davide Staffiero
Eclissi Edizioni, 2018
pp 151
Fra Kafka e Gogol, con un pizzico di Stephen King. Ma l’orrore non è dato, come in It, dalle cose minacciose che gorgogliano negli scarichi, si annidano nell’armadio o grattano alla porta, piuttosto dal progressivo, claustrofobico meccanismo che porta il protagonista, il signor Bloch, a rinchiudersi in uno spazio sempre più stretto fino al punto da coincidere con il letto, dal quale non potrà più sporgere neppure una mano per nutrirsi.
Possiamo leggere Il Programma, di Davide Staffiero, in chiave sociologica. Quante volte abbiamo avuto notizia dalla cronaca di anziani abbandonati a se stessi, imputriditi in un giaciglio, denutriti fino alla morte, immersi nelle proprie feci? Quante volte ci siamo chiesti fino a che punto siamo tutti soli se i vicini si accorgono di noi esclusivamente quando puzziamo?
Ma possiamo anche leggere il romanzo in chiave psicologico-esistenziale. Bloch è affetto da un disturbo ossessivo compulsivo, unito a fobia sociale e a tratti autistici. Per lui, come per molti, attenersi a un programma prestabilito è di vitale importanza, è ciò che aiuta ad alzarsi ogni giorno anche se si è soli, a mettere un piede davanti all’altro e compiere una serie di doveri autoimposti ma confortanti. Però tutte queste regole, alle quali non si può derogare, alla fine strangolano. Il cervello di Bloch va in tilt, la sua mente si ribella e gli impedisce di attenersi alla tabella di marcia. Paura e minaccia, tentacoli e artigli, quindi possono essere interpretati come un'insurrezione dell’inconscio contro la troppa regolarità e il dovere fine a se stesso.
Infine possiamo leggere questo testo come un semplice romanzo horror perché nell’ultimo capitolo si resta in sospeso: i graffi sulla porta, sappiamo dal commissario che indaga sul fatto, ci sono veramente e lui stesso forse sta per venire in contatto con qualcosa di strano e pericoloso, qualcosa che può covare nella mente di ognuno, ma anche balzare fuori in carne e ossa, pronto a ghermirci e farci impazzire.
Un romanzo scritto benissimo, dove l’ironia trascolora in incubo, dove il costante ridursi di ogni spazio libero, fino ad un’angosciosa asfissia, è narrato in modo credibile e appassionante.
Federica De Paolis, "Notturno salentino"

Notturno salentino
Federica De Paolis
Mondadori, 2018
pp 264
Questo romanzo rispecchia i canoni e il modo di scrivere moderno, la qual cosa non è necessariamente un bene per la sottoscritta. Tuttavia, in questo specifico caso, lo è. Notturno salentino, di Federica De Paolis, è scritto davvero bene, in “forma visiva” estremamente particolareggiata, con descrizioni mai banali di personaggi che a volte rasentano la macchietta - come nel caso del maresciallo Gravina - ma in altri casi sono superlative.
La scena è il Salento odierno, una sorta di Little Aristocracy fatta di parvenu milanesi e romani che si sono comprati la masseria fra gli ulivi secolari a ridosso di santa Maria di Leuca, sfruttando la spinta che ha portato sviluppo e turismo in quel luogo un tempo remoto e dimenticato, ora non più.
Abbiamo Livia, una donna molto benestante, in bilico fra giovinezza e maturità, in crisi col compagno Boris, e madre di due figli. Abbiamo due domestiche che si odiano fra loro, l’una polacca e razzista, l’altra nera e tribale, l’una algido sepolcro imbiancato, l’altra sorta di donai dall’utero fertile e dalle movenze feline e sensuali.
La padrona sta nel mezzo, vorrebbe partecipare di tanta carnalità, si abbandona per un momento anche lei alla trasgressione. Mentre il compagno è via, esce con Brando, bellimbusto più vecchio di lei dal fare accattivante; si lascia trasportare dalla seduzione, ci scappano un paio di baci al chiar di luna.
La mattina dopo viene trovato morto nel pozzo della sua villa l’aitante ma volgare e sfacciato Antonio Locandido, un giovane del posto che se la fa con entrambe le domestiche. Di costui, per antipatia mista ad attrazione, Livia aveva rubato, e poi nascosto, il cellulare (e non si capisce bene questo particolare che rilevanza abbia poi nella trama.)
Non possiamo svelare il finale ma le indagini procederanno, nel mentre che Livia scioglierà nodi irrisolti del suo passato, riuscendo altresì a venire a patti col presente, con l’amore congelato del compagno, con la diffidenza della figliastra.
C’è un personaggio di cui nessuno parla e che mi ha colpito per la bellezza e la verità con cui è descritto: il cane Zinzulusa, fiero pastore tedesco, l’unico a piangere davvero il padrone morto, a nobilitarne addirittura la fine con i suoi latrati strazianti. Poi c’è la figura della nera, che personalmente trovo fastidiosa nel suo essere vittima secolare ma anche carnefice, nel suo abbandonarsi all’irrazionalità di pratiche ancestrali.
Abbiamo un tentativo di critica sociale: il muro compatto dei nuovi ricchi che si tengono mano l’un l’altro, pronti a voltar gabbana e nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere apparenze e vecchi segreti. Forse solo la giovane Miriam, figlia di Boris, emblema d'innocenza, riesce a smascherarli.
E ora apro una parentesi che con questo romanzo c’entra fino a un certo punto. Recensendo libri di autori contemporanei, non faccio che leggere nei “ringraziamenti” finali lodi sperticate agli editor. C’è chi addirittura confessa che il proprio stile muta in funzione dell’editor di turno. Oddio. Ma non è che l’editor sta soppiantando il romanziere? Non è che il libro diventa un collage, un’opera a più mani costruita a tavolino? Per carità, se il risultato è godibile, niente di male, ma dove è finita la genialità dello scrittore?
La marcia di Radetzky di Joseph Roth

1932
Parlare di questo libro significa innanzitutto parlare di un bel romanzo, ricco di sensibilità per la storia e gli uomini, grondante di attenzione psicologica per personaggi vittime di drammi che vanno oltre la loro contingente vicenda individuale. Il romanzo copre tre generazioni della famiglia austriaca dei Trotta, gente di modesta origine, nobilitata dopo che un giovane sottotenente salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe a Solferino, nel 1859. Da allora la corte di Vienna regala attenzione e protezione ai Trotta; il figlio del sottotenente diventa un ligio funzionario di stato, mentre il nipote Joseph è destinato alla carriera militare. La vita di quest’ultimo è ossessionata da due ritratti; quello del nonno eroe e quello del vecchio sovrano che da oltre mezzo secolo governa l'Austria-Ungheria. Il passato graffia il presente, lo rallenta, mentre l’avvenire non ha il colore della speranza semplicemente perché non ci può essere avvenire per i protagonisti del libro, vecchi o giovani che siano, in quanto troppo legati a ciò che fu un tempo.
I due ritratti a volte si sovrappongono nella mente del ragazzo, come se fossero la stessa individualità; sono ritratti di personalità forti che mettono in soggezione e impongono al modesto nipote aneliti non alla sua portata. Sente di non poter avere una vita propria; può solo cercare di emulare il coraggio del suo avo, ripetendone gli slanci. La crisi dell’impero si accompagna al tramonto dei Trotta, come se per una legge segreta dovessero seguire lo stesso percorso. Ci si avvicina alla Grande Guerra e Roth sembra descrivere un grande teatro dove i vari attori fingono che ci sia ancora un domani ignorando mille crepe; tensioni sociali, spinte nazionalistiche interne, scarso senso dello stato. A tratti qualche squarcio di consapevolezza si apre; i giovani militari si annoiano in periodo di pace ma pensano che una guerra sarebbe il collasso per la monarchia, il vecchio imperatore si muove carico di troppi anni godendosi cerimonie e parate piene solo di apparenza e in fondo nessuno ha voglia di morire per una cosa vecchia come l’impero.
Joseph, pieno di incertezza e tormentato da troppe contraddizioni, pensa spesso di lasciare l’esercito e di vestire panni borghesi, accontentandosi di una vita senza squilli di tromba ma più libera da concetti come l’onore. Le piccole esigenze individuali scavano tunnel nella coscienza di uomini normali, non all’altezza di sfide poste da un’epoca di grandi trasformazioni. Tutto gronda di passato mentre il futuro appare come una battaglia dove le vecchie armi non servono più a nulla; ciò che è stato costituisce una zavorra, non una risorsa. Il nuovo mondo avrà leggi nuove e terribili.
Si cerca di sopravvivere, mentendo a se stessi, come fa l’imperatore che in fondo non crede di essere così vecchio. Il giovane Joseph, cresciuto all’insegna dei valori tradizionali, sensibile al punto da togliere il ritratto di Francesco Giuseppe da una bettola piena di sporcizia, non ha la stoffa dell’eroe, eppure quello è il suo destino, scritto sul libro di famiglia.
Il fascino del romanzo sta nella descrizione di questo lento crollo. Roth ci appassiona soffermandosi sui mille scricchiolii, osservando come un medico i sintomi di una malattia morale e politica; c’è tutta la bellezza della decadenza di un mondo che aveva una cifra etica di spessore. Infatti, prima della guerra scoppiata nel 1914, i ritmi erano diversi, la vita di ogni singolo godeva di più rispetto, la morte non era ancora un fatto di massa tale da rendere irrilevante ogni morte individuale. Se qualcuno veniva meno, il suo posto non veniva subito occupato da un altro; gli uomini non erano fungibili come gli oggetti. Roth ci regala un inno alla lentezza, così attuale nella frenesia di oggi:
“Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione”.
Vincenzo Zonno, "Caterina"

Caterina
Vincenzo Zonno
Watson edizioni, 2018
pp. 147
14,00
Caterina, di Vincenzo Zonno, è un romanzo scritto benissimo, con un linguaggio davvero letterario, ma risulta, almeno per la sottoscritta, di difficile comprensione. Storia onirica e surreale, in cui non si capisce dove finisce la realtà e dove comincia il sogno, anzi, l’incubo horror che richiama alla mente atmosfere gotiche alla Edgar Allan Poe. Ed Edgar è, guarda caso, anche il nome di uno dei protagonisti, mentre di Poe è, appunto, un libro citato nel testo.
Caterina è una ragazzina orfana, che vive col patrigno, il Bulgaro, terribile figuro il quale, s’intuisce, le ha usato violenza in passato. La madre è morta in circostanze misteriose. Caterina passa i suoi giorni e le sue notti nel circo del patrigno, in mezzo a persone grottesche, anaffettive e dispettose, in una parola, cattive fra loro e soprattutto con lei che è, apparentemente, debole e inerme. Ognuna di queste maschere rappresenta il vizio e il peccato: lascivia, invidia, tradimento, sadismo.
Ma ci sarà una nemesi, incarnata in due figure emerse dal passato, due gemellini misteriosi e inquietanti, e anche nella stessa Cat. L’ecatombe finale è una vendetta catartica, muoiono anche i personaggi positivi perché “non si sa mai cosa c’è dietro le persone”, perché le speranze sono nulle e il genere umano è di per sé malvagio, perché solo gli animali sono innocenti: i barboncini, i molossi, il leopardo che ricorda la splendida lince di Non è un vento amico, il precedente romanzo di Zonno.
C’è uno stacco, forse stridente, fra ciò che accade nel circo, la parte migliore e più matura del romanzo, e la misteriosa casa nella foresta, topos di tanti romanzi e film dell’orrore, ma anche di molte fiabe, dove si aggira un gigante buono, dall’aspetto vagamente da pastore.
Più che capire il romanzo, confesso che mi sono lasciata andare alle libere associazioni mentali e ne è venuto fuori un parallelismo con Il cigno nero, un film del 2010, di Darren Arofnosky - dove una ragazza sessualmente repressa (interpretata da Natalie Portman), lasciando emergere la sua parte oscura, è artefice inconsapevole del proprio male - e anche certe splendide atmosfere circensi, felliniane ma non solo, dove le figure sono bizzarre e orrorifiche, dove i sorrisi sono ghigni malefici come la faccia di Pennywise, il pagliaccio di King.
Non c’è redenzione e non c’è perdono nel romanzo, l’innocenza del cigno bianco si trasforma nell’orrore del cigno nero. Una sorta di pacificazione si ha solo dopo la morte. Il peccato è vasto, diramato, il male esiste e non dà scampo. Per sconfiggerlo ci vuole un male più grande, un male talmente puro da essere innocente, da trasformarsi in strumento di giustizia divina.
Lo stile, a parte qualche lieve, incomprensibile, sbavatura, è meraviglioso, c’è un enorme sviluppo tecnico, immaginifico e poetico, dal primo romanzo di Zonno a questo. Come avevo già detto, un autore dalle incalcolabili possibilità.
Flavio Bulgarelli, "Un'aquila nella notte"

Un’aquila nella notte
Flavio Bulgarelli
Phasar Edizioni, 2018
pp 421
15,00
Un’aquila nella notte, di Flavio Bulgarelli, è un libro ben fatto. Struttura narrativa credibile e sostenuta, ottimo ritmo dei dialoghi, linguaggio scorrevole e corretto. Ed è anche un libro molto interessante, di, chiamiamola “azione storica”.
Tuttavia è un romanzo per addetti ai lavori, per appassionati non solo di vicende della prima guerra mondiale ma anche di aeroplani, idrovolanti e volo pionieristico in generale. Insomma, per esperti di aeronautica. Pochi lo sono e soprattutto non lo sono le donne. Confesso di aver iniziato la lettura con ottimismo, vista la buona qualità della scrittura, ma di aver proceduto con difficoltà e di essere arrivata alla fine con sollievo.
Le vicende narrate, seppur romanzate, sono realmente accadute. Protagonista è un coraggioso pilota italiano, Eugenio Casagrande, durante la Grande Guerra. Le sue azioni sono narrate con partecipazione e attenzione ai dettagli e ai particolari, ma le sue varie missioni con l’idrovolante - per trasportare agenti da infiltrare nelle linee nemiche durante gli ultimi mesi di guerra – risultano, per un palato non avvezzo, ripetitive e fin troppo tecnicistiche, più da saggio che da romanzo. Manca un vero e proprio coinvolgimento emotivo degli attori, manca la tensione etica della guerra, mancano emozioni come paura, dolore, tormento nel rischiare o dare la morte.
Romanzo storico a tutti gli effetti, dunque, dove agiscono e si muovono personaggi reali, come Casagrande e alcune figure di rilievo, insieme con altre totalmente di fantasia. Però il vero protagonista è l’idrovolante, con l’ebbrezza del volo notturno, la difficoltà e, insieme, delicatezza e precisione dell’ammaraggio, un dolce posarsi su specchi d’acqua alpini illuminati dalla luce della luna.
Figura di spicco, anche se non sviluppata né analizzata dall’interno, l’agente Anita, alias Giudy, cantante infiltrata fra gli ufficiali dell’impero austroungarico, bella e coraggiosa. Altrettanto si può dire di Casagrande, combattente impavido che non sbaglia mai un colpo, prototipo dell’eroe italiano cui tutti vorrebbero assomigliare.
Ezio Cardarelli, "Mario Brega - Biografia"

Ezio Cardarelli
Mario Brega - Biografia
Ce sto io … poi ce sta De Niro
A Est dell’Equatore, 2018
- Euro 14 - pag. 200
www.adestdellequatore.com – info@adestdellequatore.com
Impaginato come un film western degli anni Settanta, diretto da Sergio Leone e interpretato da Mario Brega nei panni del caratterista cattivo, copertina anticata, autori inseriti come in un cast cinematografico, con il produttore (editore) in alto a presentare il lavoro. Se gliel’avessero detto a Mario Brega (vero nome Florestano, nato a Tivoli nel 1923, morto a Roma nel 1994) che qualcuno avrebbe scritto un libro sulla sua vita e sul suo cinema non ci avrebbe creduto, forse avrebbe sbottato in qualche colorita espressione dialettale, pregando l’interlocutore, con il suo consueto savoir faire, di non dire stronzate. Invece Ezio Cardarelli, di mestiere poliziotto, nato nel 1975 in quel di Monterotondo, cresciuto a pane e cinema come molti di noi, dopo aver affrontato vita e opere di Bombolo, si è dedicato a narrare l’epopea di Mario Brega. Pare il momento dei caratteristi, visto che di recente abbiamo letto un gran bel libro su Guido Nicheli - il Dogui di Vacanze di Natale, dove incontra Mario Brega - scritto da Sandro Patè. La biografia di Mario Brega, scritta con l’aiuto di Valeriano, il fratello superstite (morto poco prima che il libro vedesse la luce), si avvale di una prefazione di Marco Giusti, mentre la postfazione è di Carlo Verdone e l’analisi cinematografica di Alberto Castellano, che prevede una solida appendice filmografica. Non manca proprio niente per commemorare un uomo di cinema, un romano verace che tutti ricordano per la mano che po’ esse fero e po’ esse piuma di Bianco rosso e Verdone, ma soprattutto per il comunista così (a doppio pugno chiuso) di Un sacco bello. Cardarelli ricostruisce una vita non facile, il tempo di guerra, le ristrettezze economiche causate dal fascismo, le frequentazioni ai limiti del lecito del protagonista, gli anni del dopoguerra con la scoperta del cinema e le prime interpretazioni con Leonardo Cortese, Pietro Germi, Luigi Capuano, Nanni Loy, Camillo Mastrocinque, fino al cinema western di Leone e ai lavori con Verdone e Vanzina, che lo consacrano caratterista di lusso. Filmografia sterminata, quasi impossibile da decifrare, ma l’opera di Castellano è meritoria, visto che scandaglia titoli quasi dimenticati e difficili da recuperare, dove Brega compare per una manciata di secondi. Cardarelli ricostruisce con stile piano e popolare aneddoti sconosciuti - come la pasta e fagioli mangiata con De Niro ai tempi di C’era una volta in America - e traccia persino una breve biografia di Primo, il padre di Mario, campione olimpico di atletica leggera. Un libro interessante, persino indispensabile per gli appassionati, che conserverò con cura nella mia biblioteca di cinema.
Emily Barr, "L'unico ricordo di Flora Banks"

L’unico ricordo di Flora Banks
Emily Barr
Salani Editore, 2018
pp 299
15,90
Questo romanzo è una calamita. Avvince nel senso che cattura, avviluppa e non ti puoi staccare. Erano anni che non provavo la sensazione di voler leggere senza smettere mai, forse dai tempi de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche qui la prospettiva, il punto di vista, sono simili e ugualmente distorti.
Flora Banks ha 17 anni ma la sua mente è rimasta ferma ai 10. Una lesione cerebrale le ha causato un’amnesia anterograda e la perdita della memoria a breve termine. Sa come si fanno le cose, sa chi era fino a 10 anni, ma tutto ciò che accade nel presente le rimane in mente per un massimo di due ore, poi se ne va, svanisce. Per ovviare al tremendo inconveniente, Flora prende appunti ovunque, in un quaderno che porta sempre con sé, su dei post it che appiccica dappertutto, e, in primo luogo, scrivendosi direttamente sulle mani. In particolare legge e rilegge una scritta, a quanto pare indelebile, che la invita ad essere coraggiosa.
A un certo punto, però, Flora bacia un ragazzo su una spiaggia, per la precisione il ragazzo della sua migliore amica, e questo ricordo rimane. Tutti rammentiamo il primo bacio ed è così anche per lei. Flora s’innamora e pensa che a questo ragazzo sia legata una possibilità di recupero della memoria. Lo segue in capo al mondo, al Polo Nord, alle isole Svalbard.
Quella di Flora è una storia di coraggio e di viaggio, di ricerca – quella effettiva di Drake, il ragazzo di cui è innamorata– e quella interiore della verità su se stessa, sulla sua famiglia e sul suo passato. È una storia di speranza e di voglia di scoprire il mondo e sentirsi liberi. È, soprattutto, anche una potente metafora del vivere l’attimo.
Colgo l’attimo. Deve diventare una delle mie regole di vita: vivi l’attimo ogni volta che puoi. Non serve avere una memoria per questo. (pag 161)
Il passato non c’è più, il futuro potrebbe non esserci, tutto quello che abbiamo è la possibilità di godere a pieno del momento presente, della compagnia delle persone, della natura, dei viaggi, i cui ricordi inevitabilmente svaniranno per tutti, dell’amore, che diventerà man mano sempre meno acceso e passionale, dell’amicizia che può interrompersi, dell’entusiasmo che può scemare.
Lo stile è agile e scattante, la ripetizione delle frasi, dei ricordi, degli appunti crea un’atmosfera soffocante e claustrofobica che ben si sposa con la situazione ansiogena ed è in linea con la ricostruzione dall’interno dell’età mentale della protagonista. Quante volte, anche in chi non soffre di amnesie, il cervello funziona così, in un loop di pensieri che girano su se stessi in modo ossessivo? Inoltre, l’autrice è bravissima a disseminare qua e là oggetti, indizi, situazioni, parole che l’amnesia dilava ma poi tornano improvvisamente fuori come se fossero novità. Ciò non è un caso e dovrebbe indirizzare il lettore sul metodo d’indagine per arrivare al finale.
Mi viene spontaneo associare questo testo a uno di Niccolò Gennari, letto recentemente, L’incanto del tempo. Lì si affermava che “noi siamo ciò che ricordiamo”. Qui, invece, c’è la tesi opposta. Non serve la memoria, né per vivere né per essere qualcosa o qualcuno. Flora è ancorata al suo passato ma può anche svincolarsene, può essere di volta in volta quello che sceglie di essere, o quello che le circostanze del momento richiedono.
In una parola, senza il gravame del passato, ciascuno di noi potrebbe essere libero, se solo prendesse coraggio e si tuffasse nella vita.
This novel is a magnet. It captivates you in the sense that it grabs, envelops you and you cannot detach yourself. It had been years since I had the feeling of wanting to read without ever stopping, perhaps from the time of The Curious Incident of the Dog in the Nigth. Here too the perspective, the point of view, is similar and equally distorted.
Flora Banks is 17 but her mind has remained at 10. A brain injury has caused her anterograde amnesia and short-term memory loss. She knows how things are done, she knows who she was up to 10 years old, but everything that happens in the present remains in her mind for a maximum of two hours, then it goes away, vanishes. To overcome the terrible inconvenience, Flora takes notes everywhere, in a notebook that she always carries with her, on post-it notes that she sticks everywhere, and, in the first place, writing directly on her hands. In particular, she reads and rereads an apparently indelible writing which invites her to be courageous.
At one point, however, Flora kisses a boy on a beach, to be precise the boyfriend of her best friend, and this memory remains. We all remember the first kiss and it is the same for her. Flora falls in love and thinks that this boy has a chance to make her recover her memory. She follows him to the end of the world, to the North Pole, to the Svalbard islands.
Flora's is a story of courage and travel, of research - the real story of Drake, the boy she is in love with - and the inner story of the truth about herself, her family and her past. It is a story of hope and desire to discover the world and feel free. Above all, it is also a powerful metaphor for living the moment.
I take the moment. It must become one of my rules of life: live the moment whenever you can. You don't need to have a memory for this.
The past is gone, the future may not be there, all we have is the opportunity to fully enjoy the present moment, the company of people, nature, travel, whose memories will inevitably vanish for everyone, the love, which will gradually become less and more passionate, friendship that can be interrupted, enthusiasm that can diminish.
The style is agile and lively, the repetition of the sentences, the memories, the notes create a suffocating and claustrophobic atmosphere that goes well with the anxiety-provoking situation and is in line with the reconstruction from inside of Protagonist’s mental age. How many times, even in those who do not suffer from amnesia, does the brain work like this, in a loop of thoughts that turn on themselves in an obsessive way? In addition, the author is very good at disseminating here and there objects, clues, situations, words that amnesia dilates but then suddenly come out as if they were new. This is no accident and should direct the reader on the investigation method to reach the end.
I spontaneously associate this text with one by Niccolò Gennari, recently read, L'incanto del tempo. There it was stated that "we are what we remember". Here, however, there is the opposite view. You don't need memory, either to live or to be something or someone. Flora is anchored in her past but she can also be released from it, she can be from time to time what she chooses to be, or what the circumstances of the moment require.
In a word, without the burden of the past, each of us could be free, if only we took courage and plunged into life.
Tesoro di Scozia di Valentina Piazza: in una terra di miti e leggende, un mistero da risolvere

Scozia, 1270. Murdo MacLeod, signore di Dunvegan, è un uomo affascinante e potente, nel suo volto nobile i tratti degli avi scandinavi. Ha tutto, Murdo MacLeod, tranne una cosa, una cosa fondamentale. L’amore. Lui non conosce quel sentimento che anima il cuore del suo amico Owen e per questo lo invidia, perlomeno un poco. Anche lui vorrebbe scaldarsi, eccitarsi, addolcirsi, rallegrarsi in quel modo, come quando Owen parla di sua moglie. Un giorno, però, questa sua brama viene esaudita.
“Murdo trattenne il fiato di fronte alla radura. Stentò a credere a ciò che vedeva: una donna bellissima dalla pelle bianca e splendente, vestita di una semplice tunica del colore della terra, i lunghi capelli neri a ricoprirle la schiena, intrecciati da rami, foglie e fiori del sottobosco, giaceva inginocchiata fra l’erica […] Murdo trattenne il fiato. Era la creatura più bella su cui avesse mai posato lo sguardo. La bellezza di quel giovane viso lo lasciò esterrefatto per quanto sembrasse ultraterrena, irreale, con grandi occhi verdi orlati da lunghe ciglia che si spalancarono, scorgendolo, mentre le labbra, altrettanto perfette, pronunciavano il suo nome: «Murdo»”
Italia, oggi. Adele è l’assistente universitaria di un professore di storia medievale. Appassionata e bella, ha una chioma di capelli rossi e ribelli e un temperamento irriverente. Quando le viene chiesto di indagare su un mistero che avvolge un’antica famiglia scozzese, quella dei MacLeod, lei accetta. Un drappo, appartenuto a un popolo fatato, e la sua leggenda: ecco verso cosa deve rivolgere la sua attenzione la bella Adele.
La rossa vola subito nella terra dei miti e delle leggende.
“Mi sento come trasportata in un’altra dimensione, in un mondo diverso e in un tempo rimasto immutato nei secoli, dominato dalla natura con cui l’uomo ha dovuto in qualche modo scendere a patti.”
Il problema? L’ultimo discendente dei MacLeod, Colin. Un uomo scorbutico, un po’ introverso, non particolarmente contento che si parli di certe cose. E bello, soprattutto bello.
Scavare nel passato non è semplice, non è indolore, non è privo di pericoli. Ma Adele è pronta, è curiosa e indomita quanto basta. E Colin, be’, Colin non può starle lontano.
Valentina Piazza ci trasporta nella magica Scozia. Ci dona leggende da scoprire, misteri da risolvere, amori da assaporare. Ci dona coraggio ma anche paura, ci dona passato e presente. Ci dona l’amore, sia quello possibile, quello consueto, quello normale – ammesso e non concesso che l’amore, nella sua perfetta forza, possa essere chiamato così – sia quello osteggiato dallo stesso destino e per questo ancor più forte e destinato a splendere. Questo libro ci insegna, in un certo senso, che quando due cuori si legano, si donano l’uno all’altro, si scelgono, be’, non c’è modo di dividerli per sempre... seppure dopo secoli, essi si uniranno.
“Aveva un presentimento su Sheela, percepiva che, in qualche modo, a lei non fosse concesso di unirsi a lui, sapeva che il viaggio sarebbe continuato anche quando lui sarebbe giunto alla fine […] Quello che stavano vivendo era un amore impossibile, ostacolato dalle leggi stesse che la razza umana si era imposta per secoli. Uomini con uomini, altri esseri con altri esseri.”
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