recensioni
Matteo Giancotti, "Paesaggi del trauma"

Il bellissimo saggio di Giancotti, edito da Bompiani, offre un’indagine sul rapporto tra uomo e natura nei contesti di guerra, esaminando la letteratura nata dall’esperienza vissuta. Lo studio si svolge tra Grande Guerra e Resistenza, con un capitolo dedicato ai più recenti orrori nell’ex Jugoslavia attraverso l’esame di un romanzo del francese Mathias Énard.
Come vede il soldato il paesaggio che lo circonda? Innanzitutto, in generale il paesaggio risulta dalla relazione tra gli uomini (e le idee delle loro comunità) e natura. Il militare nella Grande Guerra vede luoghi straziati e piagati dalle armi inumane che devastano il corpo stesso del fante. Inoltre strade, trincee, gallerie, ripari piegano l’ambiente ai bisogni militari facendo della natura una vittima della violenza umana. L’ambiente, così martoriato, non offre consolazione, bellezza, riposo per gli occhi. Nella memorialistica si insiste infatti sulla sofferenza del soldato imprigionato in un contesto funzionale ai combattimenti e quindi alla distruzione; la frattura con il paesaggio è piena, anche se non mancano dei distinguo tra i vari autori. I luoghi sono zone di guerra e di morte; il vivo rigoglio delle piante sembra non poter più tornare.
I testi che Giancotti segue sono in particolare quelli di Comisso, Serra, Lussu, Sbarbaro, Marinetti, D’Annunzio; ci sono sensibilità differenti che portano naturalmente a declinazioni diverse del tema. Un Ungaretti si specchia nel territorio devastato; un Comisso, legato a un’idea della guerra come avventura giovanile, attraverso i positivi ricordi dell’infanzia supera il trauma di vedere il suo Veneto distrutto e saccheggiato dagli austriaci dopo Caporetto, Marinetti invece da futurista si inebria davanti a un paesaggio animato da razzi, bagliori, esplosioni di ogni tipo.
Con la letteratura sorta dalla Resistenza, si ha invece una parziale ricomposizione tra uomo e ambiente; nasce infatti la figura del partigiano che non è imprigionato in una trincea, ma si muove tra boschi e campi, col dinamismo di chi vive come ribelle. Chi combatte per la libertà contro il nazifascismo, si rifugia sulle montagne che spesso sono parte della sua biografia personale. Si vive nella natura, il rapporto è più a misura d’uomo dato che le bande sono piccole e hanno molto spazio a disposizione, inoltre il legame fisico con i propri luoghi accentua il lato patriottico di una guerra che fu anche lotta contro lo straniero. La natura è amica o addirittura madre per certi memorialisti. I testi affrontati nel saggio sono principalmente quelli di Fenoglio, Calvino, Fortini, Caproni, Zanzotto, Meneghello, Cecchinel.
Naturalmente il trauma della violenza vissuta non sempre permette questa riconciliazione tra uomo e paesaggio.
Ad esempio, nel luogo in cui un compagno è caduto ucciso dai tedeschi, sembra permanere in alcuni testi una traccia di dolore indelebile che rende impossibile staccare la bellezza della natura dall’orrore della morte. La permanenza di quanto avvenuto può impedire il godimento del paesaggio se la ferita della violenza non si è rimarginata nel ricordo di chi la visse durante la Resistenza.
Come superare tutto ciò? Per Pavese non resta che affidarsi ai tempi lunghi della natura stessa; lo scorrere del tempo, il susseguirsi delle stagioni, il rinnovarsi delle generazioni porterà un domani al riassorbire dei traumi nel grande ed eterno flusso di tutte le cose.
Un libro davvero bello quello di Giancotti; il pregio più grande è che stimola a leggere i tanti autori citati, tra i quali troviamo memorialisti, ma anche poeti e romanzieri che con la parola scritta hanno testimoniato il dolore di momenti terribili.
Franz Krauspenhaar, "Capelli struggenti"

Franz Krauspenhaar
Capelli struggenti
Marco Saya Edizioni, 2016
- Pag. 90 - Euro 10
Franz Krauspenhaar è poeta anche quando fa prosa, ma quando scrive poesia tocca vertici di sublime bellezza difficilmente eguagliabili in questo asfittico Duemila letterario. Non credo che Franz si definirebbe uomo del Duemila, sono sicuro che come il concittadino Vecchioni opterebbe per la definizione di uomo del Novecento, secolo che ci rende orgogliosi di esserci nati per la grande fioritura culturale che l’ha caratterizzato. Krauspenhaar ha pubblicato nove romanzi, un saggio e cinque raccolte di poesie, tra le sue ultime operazioni intellettuali ricordiamo la pregevole collaborazione a una rivista culturale imprescindibile come Il Maradagal, ben diretta da Sara Calderoni.
Capelli struggenti è una raccolta intensa e poeticamente uniforme, composta da quattro sillogi: Momenti intimi - Strani momenti - La pertosse dell’anima - Complimenti, bistecche, laghi, il terrore, l’orrore, appuntamenti al buio, i capelli … Capitolo conclusivo affidato alle prose liriche del Gran finale con corse, violoncelli, merde, e i pezzi che ci compongono. Filo conduttore il pessimismo cosmico, il senso della profonda vacuità della vita, condito di sferzante ironia, quasi sarcasmo, che accompagna tenebrosi pensieri di morte incombente sui nostri giorni, compagna invisibile ma sempre presente, tale da rendere il poeta come un foglio giallo, sotto una biro che non scrive. Liriche che parlano di suicidio, angoscia, disperazione, mancanza d’amore, solitudine, assenza di speranza, viaggi verso terre lontane come la Thailandia, fratelli scomparsi in una feritoia della vita, madri ritrovate nel profumo di vaniglia, incubi che recano risvegli ansanti e sconvolti.
Versi senza speranza come: Siamo tutti invecchiati/ non è stato difficile, il tempo/ ruba e scava dove trova, anzi trova/ sempre terra e detriti. Ma anche: In vent’anni non ho conosciuto nessuno/ ho incontrato migliaia di persone/ senza conoscere anima viva/ non sono solo, siamo in tanti/ ad essere soli. La morte immaginata come un’ultima birra, un domani che non avrà luogo, un’ultima pigione da pagare. E poi l’inutile estate, la prigione ad aria aperta, in attesa di un nuovo inverno, pronta a sfondare ogni residuo benessere, una disperazione che continua a perpetrare i suoi incubi e a diffondere dolore. Stupende le prose finali, a tratti persino bukowskiane nella loro espressività diretta, senza fronzoli, ma sempre attente a conservare la musicalità delle parole. Concludo dicendo che Capelli struggenti - come ogni libro di poesia - si apprezza di più se letto a voce alta, declamato o recitato, come ho fatto questa sera prendendo mia figlia come cavia, che cercava un libro per addormentarsi. Ha resistito abbastanza, sino a La pertosse dell’anima, apprezzando le liriche e interrompendo per chiedere il significato di alcune parole.
La poesia non è morta, come affermano certi soloni, sono i veri poeti che scarseggiano, oltre a mancare editori competenti e appassionati. Krauspenhaar e Saya sono una coppia che non delude. Confezione spartana e prezzo accessibile: 10 euro per un libro intenso e coinvolgente che ti fa venire voglia di affrontare subito una seconda lettura.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Vincenzo Trama, "L'incredibile vicenda che portò Jack Lanarco a salvare l'iperspazio da fine certa"

Vincenzo Trama
L’incredibile vicenda che portò Jack Lanarco
a salvare l’iperspazio da fine certa
Gonzo Editore
Pag. 74 - 12,5 cm x 18,5 cm - Euro 5,00
Abbiamo conosciuto Gonzo Editore a Firenze Libro Aperto. Eravamo vicini di stand, abbastanza simili come progetto underground, pure se loro son parecchio più giovani. È dal 1999 che ci sbattiamo in questo putrido ambiente, sappiamo bene quanto ci sia bisogno di editori simili, un po’ alla Bukowski, birra e ciclostile, per arginare la deriva velinara della letteratura. Vincenzo Trama è un autore che abbiamo in comune, per noi di Edizioni Il Foglio dirige la storica rivista (www.ilfoglioletterario.it), pubblica racconti e romanzi brevi, cose ironiche e dissacranti come A quella vecchietta del metrò se la prendo le spacco il culo o attacchi diretti a un asfittico mondo letterario stile il delirante Se fossi postumo sarei Baricco. Per Gonzo, torna all’impegno politico e si getta in un’impresa che profuma di Moretti - Luchetti (Il portaborse, Il caimano) e Sorrentino (Loro), in versione fantacomica, oserei dire fantascientifica alla Mel Brooks. La trama del racconto è descritta benissimo dalla cartella stampa della Casa Editrice (che fa le cose a modo anche se underground!). Vi lasciamo alla lettura.
Il premier è stanco del suo pianeta: strapotere, leggi ad personam, olgettine non gli bastano più. Decide così di innescare una guerra nucleare e di raderlo al suolo. Niente di più facile. Nuovo Noè, imbarca solo i fedelissimi su un'arca spaziale e approdato a Xyz uccide tutti gli abitanti, si impadronisce del pianeta e della posizione politica privilegiata fra le razze che abitano la galassia Paracelso. Scampato al massacro sulla terra e nascostosi nel ventre dell’arca, Jack Lanarco fonda una comune ai confini della legalità. Quando i potenti di Paracelso indicono un mondiale intergalattico di calcio, Lanarco - attaccante provetto - coglie l’occasione per ricattare il premier: porterà i terrestri alla vittoria in cambio di libere elezioni per Xyz.
Un romanzo breve che si legge in un paio d’ore, intenso per contenuti e carica comica, pieno zeppo di personaggi partoriti da una fantasia malata (in senso buono) e inseriti in una sceneggiatura da film fantastico priva di punti deboli. Ironia politica, attacco al modo di far politica berlusconiano, gioco del calcio utilizzato come momento di ribellione al potere, ministri inutili, specie aliene degne del miglior film di Mario Bava. E alla fine spunta fuori anche una Gloria Guida versione aliena, come sorta di omaggio alla commedia sexy, ultimo grande genere del nostro cinema, la gloria eterna, premio assegnato al vincitore del campionato disputato tra specie che popolano la galassia Paracelso. Jack Lanarco è l’antieroe vendicativo deputato a salvare il mondo dai cattivi e a riportare a suo modo la democrazia in una galassia funestata da un premier che alla minima contrarietà schiaccia la testa a un ministro. Vi garantisco che si ride a crepapelle, pare un romanzo di Benni corretto alla Amurri & Verde, ma anche alla Castellano & Pipolo, perché a tratti presenta situazioni da comicità slapstick e da cartone animato. Bravo Trama che è nato nel 1981 - mi vien da pensare che potrebbe essere mio figlio -, impegnato politicamente, grande lettore e sopraffino scrittore di racconti più o meno brevi, mai inutili, mai retorici, sempre contro, finché gliene lasciano la voce, direbbe un cantante milanese a me caro. No che non c’è bisogno di emigrare in Costarica, caro Trama, pure qui da noi basta starsene lontani da veline e da scrittori di gialli, poi un motivo valido per scrivere si trova. Almeno lo spero …
Gordiano Lupi
www.info.it/lupi
Per Info e Acquisti:
Gonzo Editore di Marco R. Michail
Via Guido Cavalcanti 17E, 50133, Firenze
Elena Ferrante, "L'amica geniale"

L’amica geniale
Elena Ferrante
Edizioni E/O, 2011
pp 327
18,00
Solitamente recensisco libri su richiesta di autori o case editrici e lascio in silenzio le mie letture personali. Ci sono testi però, i cosiddetti “casi editoriali”, che tutti tengono in mano sul treno o sotto l’ombrellone, e allora due parole te le strappano per forza. Così finalmente anch’io ho letto L’amica geniale, della fantomatica Elena Ferrante. Non so se comprerò gli altri volumi della saga e, se lo farò, sarà solo per la curiosità di vedere cosa accade, come procede la trama. Si badi bene, non è che il libro difetti in quanto a scrittura. È senz’altro un ottimo stile, quello della Ferrante, crudo e moderno, ma un prepotente effetto di straniamento impedisce qualsiasi empatia coi personaggi.
A me è sorto il dubbio che, più che raccontare la storia di Lenù e Lila, amiche napoletane una buona e una cattivella, si tratti di metanarrativa. Lenù, Elena, che, guarda caso, si chiama come l’autrice (o come lo pseudonimo con cui si firma l’autrice) è, a mio avviso, lo scrittore innamorato del suo personaggio, cioè Lila, di cui viviseziona sentimenti. Lo fa con morbosità tutta di maniera, mentre noi, indifferenti e solo lievemente incuriositi, restiamo a guardare.
Questo accade soprattutto nella prima metà del primo libro – l’unico da me affrontato per ora – e il meccanismo s’incrina un poco solo nel finale, con un minimo di spessore in più dato a Lenù, la voce narrante. Come afferma Jacopo Cirillo su Linkiesta: “È la dissoluzione del personaggio a discapito dell’insieme di discorsi che si fanno attorno a lui”. E queste due, Lenù e Lila, alla fine, stanno antipatiche a tutti.
Più che un’amica, Lila è “il Personaggio”, e mi pare inverosimile il suo giganteggiare nella mente e nella vita di Lenù fino al punto da oscurarne persino i fratelli, che non hanno nome né volto. Per Lenù Lila è tutto, è ciò che dà sapore alla vita nei vicoli del quartiere – mai nominato – di Napoli, è un’attrazione esagerata e forse omosessuale, è la spinta a compiere qualsiasi gesto e persino a farsi una cultura.
Lenù è brava a scuola e lo sarà sempre più, studia per primeggiare sull’amica in una gara mai cominciata davvero e mai finita, ma anche, sottilmente, perché pure Lila studi attraverso di lei, per interposta persona, perché entrambe siano l’amica geniale l’una dell’altra.
A questo punto della recensione correrebbe l’obbligo di dire che “il vero personaggio è Napoli”. Manco per niente, qui Napoli è astratta come freddi e astratti sono i personaggi, soprattutto quelli femminili, ma non si tratta neanche di “un luogo dell’anima”, altro cliché delle recensioni, perché, alla fine, certi vizi e certe abitudini napoletani in fin dei conti lo sono. Piuttosto direi che, come dei personaggi stessi, si tratta di un luogo di cui non frega niente a nessuno.
Radioblog: "Un cattivo esempio" di Tina Caramanico

Cosa fareste se un bel giorno, mentre sedete comodi sul divano di casa vostra, intenti alle vostre faccende quotidiane, vi venisse a far visita un bel... fantasma? Sì, il fantasma di qualcuno che ha abitato in quella casa prima di voi, molti anni prima di voi, qualcuno che vi conosce ma che voi non avete neppure conosciuto e che vi farà una serie di rivelazioni che stravolgeranno completamente la vostra vita familiare?
A voi forse non sarà ancora mai accaduto ma a Margherita, la protagonista del romanzo Un cattivo esempio, succede veramente. E, incubo nell’incubo, il fantasma che la viene a trovare è addirittura quello della suocera Concetta vissuta molto prima che Margherita sposasse suo figlio. Concetta sa tutto della nuora e della sua vita coniugale perché non ha mai lasciato la casa dove ha vissuto lei e poi Margherita con il figlio Luigi.
Avvolta in una nube di fumo di sigarette che non smette praticamente mai di fumare per tutto il libro, la suocera-fantasma dice << Margherita,tu non conosci me, ma io a te ti conosco bene. Sei la seconda moglie, vedova, di Luigi Loiodice buonanima e vivi in questa casa dal 1967 >>. Dopo un primo momento di smarrimento le due donne si conoscono e si raccontano, si sfogano, si sfottono colmando i vuoti delle reciproche solitudini.
Ma non è un caso se Concetta si è manifestata alla parente ancora in vita, perché le rivelazioni che le farà getteranno Margherita nello sconforto, nell’incredulità totale, cambiando radicalmente l’idea che della sua vita familiare aveva avuto fino a quel momento. Sarà costretta a fare i conti con altri fantasmi, quelli che albergano nei remoti recessi della nostra coscienza sotto forma di rimorsi e che fanno molto più paura, soprattutto quando per una vita non li abbiamo voluti vedere.
Questo romanzo, edito da Kobo editore, in poche pagine ci farà vivere questa avventura incredibile, angosciante e, a tratti, anche divertente, dove il destino di due generazioni familiari si incontra intrecciando passato e presente attraverso questo singolare rapporto tra due donne anziane, una viva, l’altra già passata a miglior vita. Sulla scena ci sono anche Silvia ed Elisa, figliastre di Margherita nonché nipoti di Concetta, due donne avide, poco sensibili e dunque poco amate dalle nostre due anziane protagoniste, ma anche loro in qualche modo vittime inconsapevoli.
Oggi a Radio Blog conosceremo l’autrice di questa storia, Tina Caramanico, finalista con questo libro della prima edizione del concorso "Romanzi in cerca d’autore”. Buon ascolto!
Il sito di Tina Caramanico https://www.tinacaramanico.org
Per contattarci:radioblog2017@gmail.com
Musica:www.bensound.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.co
Davide Staffiero, "Il Programma"

Il Programma
Davide Staffiero
Eclissi Edizioni, 2018
pp 151
Fra Kafka e Gogol, con un pizzico di Stephen King. Ma l’orrore non è dato, come in It, dalle cose minacciose che gorgogliano negli scarichi, si annidano nell’armadio o grattano alla porta, piuttosto dal progressivo, claustrofobico meccanismo che porta il protagonista, il signor Bloch, a rinchiudersi in uno spazio sempre più stretto fino al punto da coincidere con il letto, dal quale non potrà più sporgere neppure una mano per nutrirsi.
Possiamo leggere Il Programma, di Davide Staffiero, in chiave sociologica. Quante volte abbiamo avuto notizia dalla cronaca di anziani abbandonati a se stessi, imputriditi in un giaciglio, denutriti fino alla morte, immersi nelle proprie feci? Quante volte ci siamo chiesti fino a che punto siamo tutti soli se i vicini si accorgono di noi esclusivamente quando puzziamo?
Ma possiamo anche leggere il romanzo in chiave psicologico-esistenziale. Bloch è affetto da un disturbo ossessivo compulsivo, unito a fobia sociale e a tratti autistici. Per lui, come per molti, attenersi a un programma prestabilito è di vitale importanza, è ciò che aiuta ad alzarsi ogni giorno anche se si è soli, a mettere un piede davanti all’altro e compiere una serie di doveri autoimposti ma confortanti. Però tutte queste regole, alle quali non si può derogare, alla fine strangolano. Il cervello di Bloch va in tilt, la sua mente si ribella e gli impedisce di attenersi alla tabella di marcia. Paura e minaccia, tentacoli e artigli, quindi possono essere interpretati come un'insurrezione dell’inconscio contro la troppa regolarità e il dovere fine a se stesso.
Infine possiamo leggere questo testo come un semplice romanzo horror perché nell’ultimo capitolo si resta in sospeso: i graffi sulla porta, sappiamo dal commissario che indaga sul fatto, ci sono veramente e lui stesso forse sta per venire in contatto con qualcosa di strano e pericoloso, qualcosa che può covare nella mente di ognuno, ma anche balzare fuori in carne e ossa, pronto a ghermirci e farci impazzire.
Un romanzo scritto benissimo, dove l’ironia trascolora in incubo, dove il costante ridursi di ogni spazio libero, fino ad un’angosciosa asfissia, è narrato in modo credibile e appassionante.
Federica De Paolis, "Notturno salentino"

Notturno salentino
Federica De Paolis
Mondadori, 2018
pp 264
Questo romanzo rispecchia i canoni e il modo di scrivere moderno, la qual cosa non è necessariamente un bene per la sottoscritta. Tuttavia, in questo specifico caso, lo è. Notturno salentino, di Federica De Paolis, è scritto davvero bene, in “forma visiva” estremamente particolareggiata, con descrizioni mai banali di personaggi che a volte rasentano la macchietta - come nel caso del maresciallo Gravina - ma in altri casi sono superlative.
La scena è il Salento odierno, una sorta di Little Aristocracy fatta di parvenu milanesi e romani che si sono comprati la masseria fra gli ulivi secolari a ridosso di santa Maria di Leuca, sfruttando la spinta che ha portato sviluppo e turismo in quel luogo un tempo remoto e dimenticato, ora non più.
Abbiamo Livia, una donna molto benestante, in bilico fra giovinezza e maturità, in crisi col compagno Boris, e madre di due figli. Abbiamo due domestiche che si odiano fra loro, l’una polacca e razzista, l’altra nera e tribale, l’una algido sepolcro imbiancato, l’altra sorta di donai dall’utero fertile e dalle movenze feline e sensuali.
La padrona sta nel mezzo, vorrebbe partecipare di tanta carnalità, si abbandona per un momento anche lei alla trasgressione. Mentre il compagno è via, esce con Brando, bellimbusto più vecchio di lei dal fare accattivante; si lascia trasportare dalla seduzione, ci scappano un paio di baci al chiar di luna.
La mattina dopo viene trovato morto nel pozzo della sua villa l’aitante ma volgare e sfacciato Antonio Locandido, un giovane del posto che se la fa con entrambe le domestiche. Di costui, per antipatia mista ad attrazione, Livia aveva rubato, e poi nascosto, il cellulare (e non si capisce bene questo particolare che rilevanza abbia poi nella trama.)
Non possiamo svelare il finale ma le indagini procederanno, nel mentre che Livia scioglierà nodi irrisolti del suo passato, riuscendo altresì a venire a patti col presente, con l’amore congelato del compagno, con la diffidenza della figliastra.
C’è un personaggio di cui nessuno parla e che mi ha colpito per la bellezza e la verità con cui è descritto: il cane Zinzulusa, fiero pastore tedesco, l’unico a piangere davvero il padrone morto, a nobilitarne addirittura la fine con i suoi latrati strazianti. Poi c’è la figura della nera, che personalmente trovo fastidiosa nel suo essere vittima secolare ma anche carnefice, nel suo abbandonarsi all’irrazionalità di pratiche ancestrali.
Abbiamo un tentativo di critica sociale: il muro compatto dei nuovi ricchi che si tengono mano l’un l’altro, pronti a voltar gabbana e nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere apparenze e vecchi segreti. Forse solo la giovane Miriam, figlia di Boris, emblema d'innocenza, riesce a smascherarli.
E ora apro una parentesi che con questo romanzo c’entra fino a un certo punto. Recensendo libri di autori contemporanei, non faccio che leggere nei “ringraziamenti” finali lodi sperticate agli editor. C’è chi addirittura confessa che il proprio stile muta in funzione dell’editor di turno. Oddio. Ma non è che l’editor sta soppiantando il romanziere? Non è che il libro diventa un collage, un’opera a più mani costruita a tavolino? Per carità, se il risultato è godibile, niente di male, ma dove è finita la genialità dello scrittore?
La marcia di Radetzky di Joseph Roth

1932
Parlare di questo libro significa innanzitutto parlare di un bel romanzo, ricco di sensibilità per la storia e gli uomini, grondante di attenzione psicologica per personaggi vittime di drammi che vanno oltre la loro contingente vicenda individuale. Il romanzo copre tre generazioni della famiglia austriaca dei Trotta, gente di modesta origine, nobilitata dopo che un giovane sottotenente salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe a Solferino, nel 1859. Da allora la corte di Vienna regala attenzione e protezione ai Trotta; il figlio del sottotenente diventa un ligio funzionario di stato, mentre il nipote Joseph è destinato alla carriera militare. La vita di quest’ultimo è ossessionata da due ritratti; quello del nonno eroe e quello del vecchio sovrano che da oltre mezzo secolo governa l'Austria-Ungheria. Il passato graffia il presente, lo rallenta, mentre l’avvenire non ha il colore della speranza semplicemente perché non ci può essere avvenire per i protagonisti del libro, vecchi o giovani che siano, in quanto troppo legati a ciò che fu un tempo.
I due ritratti a volte si sovrappongono nella mente del ragazzo, come se fossero la stessa individualità; sono ritratti di personalità forti che mettono in soggezione e impongono al modesto nipote aneliti non alla sua portata. Sente di non poter avere una vita propria; può solo cercare di emulare il coraggio del suo avo, ripetendone gli slanci. La crisi dell’impero si accompagna al tramonto dei Trotta, come se per una legge segreta dovessero seguire lo stesso percorso. Ci si avvicina alla Grande Guerra e Roth sembra descrivere un grande teatro dove i vari attori fingono che ci sia ancora un domani ignorando mille crepe; tensioni sociali, spinte nazionalistiche interne, scarso senso dello stato. A tratti qualche squarcio di consapevolezza si apre; i giovani militari si annoiano in periodo di pace ma pensano che una guerra sarebbe il collasso per la monarchia, il vecchio imperatore si muove carico di troppi anni godendosi cerimonie e parate piene solo di apparenza e in fondo nessuno ha voglia di morire per una cosa vecchia come l’impero.
Joseph, pieno di incertezza e tormentato da troppe contraddizioni, pensa spesso di lasciare l’esercito e di vestire panni borghesi, accontentandosi di una vita senza squilli di tromba ma più libera da concetti come l’onore. Le piccole esigenze individuali scavano tunnel nella coscienza di uomini normali, non all’altezza di sfide poste da un’epoca di grandi trasformazioni. Tutto gronda di passato mentre il futuro appare come una battaglia dove le vecchie armi non servono più a nulla; ciò che è stato costituisce una zavorra, non una risorsa. Il nuovo mondo avrà leggi nuove e terribili.
Si cerca di sopravvivere, mentendo a se stessi, come fa l’imperatore che in fondo non crede di essere così vecchio. Il giovane Joseph, cresciuto all’insegna dei valori tradizionali, sensibile al punto da togliere il ritratto di Francesco Giuseppe da una bettola piena di sporcizia, non ha la stoffa dell’eroe, eppure quello è il suo destino, scritto sul libro di famiglia.
Il fascino del romanzo sta nella descrizione di questo lento crollo. Roth ci appassiona soffermandosi sui mille scricchiolii, osservando come un medico i sintomi di una malattia morale e politica; c’è tutta la bellezza della decadenza di un mondo che aveva una cifra etica di spessore. Infatti, prima della guerra scoppiata nel 1914, i ritmi erano diversi, la vita di ogni singolo godeva di più rispetto, la morte non era ancora un fatto di massa tale da rendere irrilevante ogni morte individuale. Se qualcuno veniva meno, il suo posto non veniva subito occupato da un altro; gli uomini non erano fungibili come gli oggetti. Roth ci regala un inno alla lentezza, così attuale nella frenesia di oggi:
“Così era allora! Tutto ciò che cresceva aveva bisogno di tanto tempo per crescere; e tutto ciò che finiva aveva bisogno di lungo tempo per essere dimenticato. Ma tutto ciò che un giorno era esistito aveva lasciato le sue tracce, e in quell'epoca si viveva di ricordi come oggigiorno si vive della capacità di dimenticare alla svelta e senza esitazione”.
Vincenzo Zonno, "Caterina"

Caterina
Vincenzo Zonno
Watson edizioni, 2018
pp. 147
14,00
Caterina, di Vincenzo Zonno, è un romanzo scritto benissimo, con un linguaggio davvero letterario, ma risulta, almeno per la sottoscritta, di difficile comprensione. Storia onirica e surreale, in cui non si capisce dove finisce la realtà e dove comincia il sogno, anzi, l’incubo horror che richiama alla mente atmosfere gotiche alla Edgar Allan Poe. Ed Edgar è, guarda caso, anche il nome di uno dei protagonisti, mentre di Poe è, appunto, un libro citato nel testo.
Caterina è una ragazzina orfana, che vive col patrigno, il Bulgaro, terribile figuro il quale, s’intuisce, le ha usato violenza in passato. La madre è morta in circostanze misteriose. Caterina passa i suoi giorni e le sue notti nel circo del patrigno, in mezzo a persone grottesche, anaffettive e dispettose, in una parola, cattive fra loro e soprattutto con lei che è, apparentemente, debole e inerme. Ognuna di queste maschere rappresenta il vizio e il peccato: lascivia, invidia, tradimento, sadismo.
Ma ci sarà una nemesi, incarnata in due figure emerse dal passato, due gemellini misteriosi e inquietanti, e anche nella stessa Cat. L’ecatombe finale è una vendetta catartica, muoiono anche i personaggi positivi perché “non si sa mai cosa c’è dietro le persone”, perché le speranze sono nulle e il genere umano è di per sé malvagio, perché solo gli animali sono innocenti: i barboncini, i molossi, il leopardo che ricorda la splendida lince di Non è un vento amico, il precedente romanzo di Zonno.
C’è uno stacco, forse stridente, fra ciò che accade nel circo, la parte migliore e più matura del romanzo, e la misteriosa casa nella foresta, topos di tanti romanzi e film dell’orrore, ma anche di molte fiabe, dove si aggira un gigante buono, dall’aspetto vagamente da pastore.
Più che capire il romanzo, confesso che mi sono lasciata andare alle libere associazioni mentali e ne è venuto fuori un parallelismo con Il cigno nero, un film del 2010, di Darren Arofnosky - dove una ragazza sessualmente repressa (interpretata da Natalie Portman), lasciando emergere la sua parte oscura, è artefice inconsapevole del proprio male - e anche certe splendide atmosfere circensi, felliniane ma non solo, dove le figure sono bizzarre e orrorifiche, dove i sorrisi sono ghigni malefici come la faccia di Pennywise, il pagliaccio di King.
Non c’è redenzione e non c’è perdono nel romanzo, l’innocenza del cigno bianco si trasforma nell’orrore del cigno nero. Una sorta di pacificazione si ha solo dopo la morte. Il peccato è vasto, diramato, il male esiste e non dà scampo. Per sconfiggerlo ci vuole un male più grande, un male talmente puro da essere innocente, da trasformarsi in strumento di giustizia divina.
Lo stile, a parte qualche lieve, incomprensibile, sbavatura, è meraviglioso, c’è un enorme sviluppo tecnico, immaginifico e poetico, dal primo romanzo di Zonno a questo. Come avevo già detto, un autore dalle incalcolabili possibilità.
Flavio Bulgarelli, "Un'aquila nella notte"

Un’aquila nella notte
Flavio Bulgarelli
Phasar Edizioni, 2018
pp 421
15,00
Un’aquila nella notte, di Flavio Bulgarelli, è un libro ben fatto. Struttura narrativa credibile e sostenuta, ottimo ritmo dei dialoghi, linguaggio scorrevole e corretto. Ed è anche un libro molto interessante, di, chiamiamola “azione storica”.
Tuttavia è un romanzo per addetti ai lavori, per appassionati non solo di vicende della prima guerra mondiale ma anche di aeroplani, idrovolanti e volo pionieristico in generale. Insomma, per esperti di aeronautica. Pochi lo sono e soprattutto non lo sono le donne. Confesso di aver iniziato la lettura con ottimismo, vista la buona qualità della scrittura, ma di aver proceduto con difficoltà e di essere arrivata alla fine con sollievo.
Le vicende narrate, seppur romanzate, sono realmente accadute. Protagonista è un coraggioso pilota italiano, Eugenio Casagrande, durante la Grande Guerra. Le sue azioni sono narrate con partecipazione e attenzione ai dettagli e ai particolari, ma le sue varie missioni con l’idrovolante - per trasportare agenti da infiltrare nelle linee nemiche durante gli ultimi mesi di guerra – risultano, per un palato non avvezzo, ripetitive e fin troppo tecnicistiche, più da saggio che da romanzo. Manca un vero e proprio coinvolgimento emotivo degli attori, manca la tensione etica della guerra, mancano emozioni come paura, dolore, tormento nel rischiare o dare la morte.
Romanzo storico a tutti gli effetti, dunque, dove agiscono e si muovono personaggi reali, come Casagrande e alcune figure di rilievo, insieme con altre totalmente di fantasia. Però il vero protagonista è l’idrovolante, con l’ebbrezza del volo notturno, la difficoltà e, insieme, delicatezza e precisione dell’ammaraggio, un dolce posarsi su specchi d’acqua alpini illuminati dalla luce della luna.
Figura di spicco, anche se non sviluppata né analizzata dall’interno, l’agente Anita, alias Giudy, cantante infiltrata fra gli ufficiali dell’impero austroungarico, bella e coraggiosa. Altrettanto si può dire di Casagrande, combattente impavido che non sbaglia mai un colpo, prototipo dell’eroe italiano cui tutti vorrebbero assomigliare.
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