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recensioni

Stefano Giannotti, "Fermento di Falesia"

27 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Stefano Giannotti
Fermento di Falesia

Euro 12 – pag. 80
Edizioni Cinquemarzo, 2018 - www.cinquemarzo.com

 

Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge, dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo.

Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole.

Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia.

Piombino - Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio.

Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici.

Il rimpianto resta nota indelebile:

Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto.

L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati. Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta.

Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.

Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.

 

FALESIA

 

Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia.

Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,

quello acre delle polveri della fabbrica,

quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,

quello di cocco della crema solare

spalmata dai bagnanti in estate,

quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,

quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,

quello fragrante della schiaccia appena sfornata,

quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,

quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia.

Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere

ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,

ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,

ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,

ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai

ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio.

Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,

le mattine al porto a veder salpare i traghetti

credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute.

Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,

il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo.

Ricordo la piazza con le due cabine del telefono

dove ogni giorno ritrovavo i miei amici

senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato.

Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore

mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica

lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti.

Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta

il volto di mio padre.

Ora in quella città sarei un estraneo

qualcuno forse più giovane di me

non leggerà mai questa pagina

ma rimpiangerà quel campo di ulivi

e quell’amore mai sbocciato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

23 Giugno 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Medea è una ragazzina complicata, cupa e dall’animo oscuro. È la figlia di Eeta, re della città di Ea, nella Colchide. Non è come gli altri, Medea, è capace di picchi d’amore ma anche di odio, prova talvolta sentimenti buoni ma nel suo cuore c’è anche un grande, immenso buio. Una tenebra le avvolge il cuore e le membra. Ha occhi grandi, Medea, grandi e spalancati su un mondo che non capisce, che non ama, che non è capace di fare suo. Solo la straniera Morgar la capisce. Al suo fianco, Medea conosce le erbe, impara come miscelarle per fare del bene ma anche del male. Al suo fianco, Medea scopre la Signora della notte, la dea che tutto può e che tutto comanda. Al suo fianco, in un modo persino difficile da capire, Medea si sente amata, coccolata, protetta da quella gente che la addita, che tenta di domarla, che vuole cambiarla. Ecco perché quando Morgar le viene strappata via e uccisa in un modo brutale lei piange tutte le sue lacrime. E giura vendetta. E mai nessuno come Medea di Colchide è capace di giurare vendetta.

Giasone si trova, cresciuto da un uomo con le sembianze di cavallo, in un posto sperduto della Tessaglia. Lui è il figlio di Esone, legittimo re della città di Iolco, spodestato illegittimamente dal fratello: molti anni prima, Pelia salì al trono con la forza ordinando che suo fratello e il figlioletto venissero abbandonati in un’isola deserta. Però, al momento della partenza, del piccolo non si trovò nessuna traccia. Un complotto venne attuato alle spalle di Pelia affinché un giorno pagasse per il suo malvagio piano. Giasone è forte e sano, bello e robusto. L’uomo cavallo gli spiega fin dalla sua infanzia che un giorno dovrà affrontare suo zio, combattere per ciò che è suo e che gli venne strappato. Lui non ha un temperamento aggressivo ma accetta quello che pare essere il suo destino. Al suo fianco, sempre presenti, Orfeo – in compagnia della sua cetra – e il forte Eracle.

Come due personalità così diverse, così lontane e così particolari, possano diventare parte una dell’altra è mistero. Mitologia. Magia.

Patrizia Poli prende un mito conosciuto, trito e ritrito e lo ricama, lo anima, lo romanza. Giasone e Medea, Orfeo ed Euridice, Eracle, Pelia e tutti i personaggi di questa storia diventano veri, vivi. Si stagliano dinanzi ai nostri occhi e respirano. Come tutti noi, amano. Come tutti noi, sbagliano. Come tutti noi, odiano.

L’amore che unisce Medea e Giasone è un amore forte, potente, che brilla di una luce accecante, dolorosa, deleteria. Una luce che si trasforma in buio perché, troppo forte, risulta morbosa, terrificante.

Avere in petto un cuore così era come non averlo, amare in quelle condizioni significava smettere di amare. Ogni giorno che passava, sentiva arrivare il letargo, il buio, l’ombra.

Medea è capace di amore sconfinato così come di odio incomprensibile e quando odia è pericolosa, cattiva – forse ancor di più perché scambia follia per razionalità – e mostruosa. Giasone, dal canto suo, è unito a lei come il giorno è unito alla notte, come l’inverno è legato alla primavera... è unito a lei da un legame inscindibile, da un filo intrecciato d’oro e di ragnatela.

Ecco perché quando lui minaccia di umiliarla lei perde la testa. Ecco perché impazzisce. Ecco perché lo maledice.

«Giasone, con tutta me stessa io ti maledico. Tu che sei incapace di amare anche se cerchi l’amore in tutte le donne. Il mio amore per te morirà solo insieme a me, ma questo dolore è troppo grande per restare impunito».

L’uccisione dei bambini per mano della donna è macabra, reale, dolorosa. Un amore così, come quello che Medea sente per Giasone, non può comunque portare a nulla di buono, a nulla di sano, a nulla di bianco. È il nero, il nero più cupo, il nero più forte, il nero più agghiacciante. Lei ama Medeo e Ferete ma li guarda morire, appoggiando il capo sui loro petti. Per colpire Giasone, colpisce se stessa. È un male faticoso da sopportare, questo, un male che trova tuttavia nutrimento in quello che siamo, nel nostro essere umani imperfetti. Esseri umani fatti di carne e di cuore. Di risentimento, tanto. Di perdono, poco.

«Li avrebbero trovati così, l’indomani, addormentati fianco a fianco, con le gambe intrecciate nel sonno, le testoline che si toccavano […] Ma non avrebbero più aperto gli occhi, non sarebbero più balzati giù dal letto correndole intorno con i piedi nudi, le braccia spalancate e due candidi baffi di latte sul labbro superiore […] Rimase con loro fino alla fine, assorbendo con le guance fino all’ultimo calore rimasto nei  lor corpi, raccogliendo sulla bocca l’estremo respiro delle loro vite incompiute.»

Ciò che li unisce è impossibile da scindere.

«Tu l’ami ancora?»

«Sì, Orfeo. Medea di Colchide non si dimentica.»

Alla fine cosa ci rimane?

Un mito che conoscevamo ma che non avevamo imparato a contestualizzare. La Poli ha un talento innato nel farci entrare in storie lontane ma vicine. Perché l’amore e l’odio sono cose che possiamo capire facilmente, purtroppo e per fortuna insieme.

E ci rimane anche un’altra cosa... la pelle d’oca.

Si legge d’un fiato, rapisce e scombussola. È bello ma è anche cattivo, duro, crudo. È un lampo in una giornata di sole. È un taglio. È una verità scomoda.

Una cosa è certa: Medea di Colchide scaverà un tunnel nel nostro cuore. E Giasone la seguirà.

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Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo" volume secondo

19 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #fantasy

 

 

 

 

 

L’incanto del tempo

Volume secondo

Niccolò Gennari

Ebs print, 2018

pp 445

16,50

 

Fra il primo e il secondo volume della saga de L’incanto del tempo di Niccolò Gennari,  c’è un abisso, forse quello dell’immane cascata con cui termina il primo volume. C’è un abisso di stile, perché è maturato e non si notano più imprecisioni o ripetizioni, ma anche, solo per quanto riguarda i primi capitoli, di contenuto. Dispiace però che, col progredire della storia, molto si perda.

Mi sembra che il secondo volume abbia poco in comune col primo dal punto di vista del seguito della trama, benché vi si siano citati alcuni personaggi già comparsi, come Xinti, la fanciulla misteriosa, e si prosegua la ricerca degli elementali, cioè le bacchette capaci di comandare i quattro elementi. Lo sviluppo da un volume all’altro, però, non è intuitivo, la parte finale è abbastanza prolissa e poco avvincente, soprattutto a causa della numerazione dei maghi reincarnati, di cui è difficile tenere le fila, persino avvalendosi delle spiegazioni in appendice. Abbiamo comunque alcuni topoi del genere: la cerca, la compagnia eterogenea, e anche il concilio (non di Elrond ma che gli somiglia).

E poi abbiamo la congrega dei maghi. Direi che la "Reminiscenza" dei maghi è ciò che maggiormente caratterizza questa saga italiana e, sicuramente, potrebbe esserne un originale punto di forza, se non si trasformasse, dal primo al secondo volume, in un semplice elenco di nomi e numeri. Insomma, ci piacerebbe scoprire questa reminiscenza "vivendola" in prima persona attraverso un personaggio che, giovinetto, si trovi alle prese con questi ingombranti ricordi di vite precedenti. 

Peccato perché l’inizio è proprio dirompente, con la nascita, in un castello tenebroso, di Fidelia, una strega potente, personaggio ben disegnato, seguito dall’infanzia fino alla maturità, ricco di sfaccettature e approfondimento psicologico, cosa che manca a quasi tutti gli altri – a parte l’arrivista Io Bracht. Ma di questo personaggio umano, fantastico e forte, si perdono le tracce in tutto il resto del volume. L'autore promette che ne farà la protagonista del quarto e ultimo tomo ma per il momento ci chiediamo a cosa serva introdurla per poi abbandonarla, come se i primi capitoli costituissero l’incipit di un romanzo a se stante. 

Ci sono anche interessanti ambizioni filosofiche e psicanalitiche nel testo. L’autore dice che “siamo ciò che ricordiamo”. La realtà, dunque, non è oggettiva, bensì kantianamente plasmata dalla nostra capacità di conoscerla, in particolar modo di ricordarla. Ciò che non ricordiamo non esiste.

Noi tutti siamo, in fondo, solo ciò che ricordiamo. Nulla di più e nulla di meno. La stima che abbiamo di noi, le nostre capacità, sia mentali che fisiche, i nostri sogni. Le nostre paure e i nostri demoni. Ogni cosa è affidata alla nostra memoria.” (pag 288)

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Lola Larra, Vicente Reinamontes, "A sud dell'Alameda"

16 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

 

Lola Larra – Vicente Reinamontes
A Sud dell’Alameda
Diario di un’occupazione

Euro 18 - Pag. 290 – Edicola
www.edicolaed.com

 

Un libro che in Cile ha vinto premi importanti, scritto da Lola Larra e illustrato da Vicente Reinamontes, a metà strada tra un romanzo grafico e un vero e proprio racconto, si presenta come un’interessante esperimento letterario a quattro mani. Lola Larra è una giornalista cilena cresciuta a Caracas, lavora a Madrid per quindici anni, al ritorno a Santiago visita alcune scuole occupate durante la cosiddetta Rivoluzione dei Pinguini e - sulla spinta emotiva - comincia a scrivere una storia come se fosse un diario. Ambientazione totalmente cilena. Si parte dal 2006 quando migliaia di studenti scendono in piazza e occupano scuole per protestare contro la Ley de Enseñanza, promulgata durante la dittatura di Pinochet, basata su disuguaglianze esplicite e costruita su un malinteso modo di concepire l’educazione. Rivoluzione dei Pinguini perché le divise scolastiche degli studenti cileni sono composte da camicia bianca e giacca scura, quasi una marsina da pinguino. Proteste che continuano nel 2011 e si fanno ancora più intense, spingendo i giornali di tutto il mondo a parlarne, perché coinvolgono universitari impegnati politicamente che in seguito sono diventati i parlamentari più giovani del Cile.

Il romanzo illustrato, stampato con un elegante progetto grafico dello Studio Moby Dick di Ortona e ben tradotto da Rocco D’Alessandro, gode delle ottime illustrazioni a fumetti di Vicente Reinamontes, coinvolto emotivamente nel racconto dei fatti perché attivista politicamente impegnato che da giovane ha fatto parte del movimento studentesco. Lo stile narrativo è piano e semplice, scrittura diretta, proprio come se fosse un diario, che scorre rapidamente e inserisce il lettore nell’azione rendendolo partecipe degli eventi e delle vicissitudini dei personaggi. Ben strutturati i dialoghi, le parti di pura azione sono rese per immagini rapide e coinvolgenti, come se fosse una sceneggiatura cinematografica, grazie allo stile giornalistico di Larra; la parte a fumetti di Reinamontes è molto evocativa, tra ricordi, album scolastici, parti oniriche, flashback intensi da puro cinema fantastico. Volti intensi in campo lungo e in primo piano, cieli stellati della notte cilena, baci appassionati in chiaroscuro, terrazze dove si parla e montagne che ritagliano un fondale da fiaba sudamericana … Verrebbe voglia di leggere un intero romanzo grafico di questo interessante disegnatore cileno dotato di uno stile inconfondibile che rende pregevole una storia dai contorni sociopolitici scritta con vigore e passione da Lola Larra. Il Diario di un’occupazione, pur interessante, non avrebbe avuto la stessa forza immaginifica ed emozionale senza la collaborazione artistica del disegnatore. La magia si verifica quando due talenti artistici si incontrano, specie se si trova come in questo caso un editore indipendente che riesca a dar voce al progetto in un paese culturalmente difficile come il nostro. Da leggere.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

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Maurizio Stefanini, Marco Zoppas "Da Omero al rock"

15 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

 

Maurizio Stefanini – Marco Zoppas
Da Omero al rock
Quando la letteratura incontra la canzone

Euro 18 – pag. 300 – Edizioni Il Palindromo, 2018 
www.ilpalindromo.itinfo@ilpalindomo.it

 

Conosco Maurizio Stefanini come esperto di problemi legati all’America Latina, abbiamo una Cuba in comune dei cui problemi politici mi vado sempre più disinteressando, ma lui fa bene a insistere perché è un lucido analista. So molto meno della sua passione per la storia della musica che in questo libro si palesa in modo concreto, anche per la presenza di Marco Zoppas, già autore di Ballando con Mr. D, testo che analizza la poesia in musica di Bob Dylan. Da Omero al rock è un saggio interessante e insolito, scritto con piglio giornalistico, perfetto per uno studio accademico ma per un uso conoscitivo di un fenomeno culturale di massa. Otto agili capitoli che vanno dall’inizio comune di letteratura e musica, passando per la Bibbia, i poeti da ballo, il melodramma, i trovatori, il rock e i fenomeni musicali contemporanei. Tutto parte dalla considerazione che l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan significa che il rock è entrato nel salotto buono della letteratura e non resta che prenderne atto, invece di abbandonarci a sterili polemiche su cosa sia davvero poesia. Zoppas aveva previsto in anticipo nei suoi articoli tale consacrazione, così come entrambi gli autori si sforzano di far capire la portata storica di questo evento, dimostrando come anche in passato le parole venivano accompagnate da musica, pur restando poesia. Il fenomeno Leonard Cohen conferma la tesi, il nuovo James Joyce canadese prima di mettere in musica le sue parole ha scritto fior di raccolte poetiche, racconti e romanzi di sicuro pregio. Per restare all’Italia è difficile non definire poesia le canzoni di Vecchioni, Guccini, De André, De Gregori, Battiato, Gaber (Luporini), Rossi, che non si limitano a sterili rime amore - cuore ma affrontano con decisione tematiche esistenziali. Pensiamo anche a certi cantautori francesi, tradotti dai nostri migliori autori, come Georges Brassens o Léo Ferré (morto in Italia, nel Chianti), e ci diciamo che leggendo i loro testi è impossibile non pensare alla poesia. Importante per un critico letterario solo stabilire se un testo letterario può conservare vita automa senza la musica, ed è certo che spesso accade, pure se la musica resta un ideale completamento. Il saggio parte da lontano, con il conforto di Borges e Haley, avvicina la figura del cantastorie omerico e dello scrittore di ballate a quella del poeta puro, compiendo uno studio esegetico dei salmi biblici, pura lirica sacra, suggestiva e coinvolgente, un mix suadente di musica e parole. A tal proposito è fondamentale citare il De André de La buona novella, che crea canzoni intense composte dai versi di lunghe poesie - racconto (stile Pavese di Lavorare stanca) dai Vangeli Apocrifi. Molta musica rock contemporanea deborda suggestioni bibliche, così come ci sono stati poeti seriosi e impegnati una tantum scrittori di canzoni, basti pensare a un insolito Pasolini autore del romanesco Valzer della toppa, che in Mamma Roma viene interpretato da Anna Magnani. Gli esempi sono interminabili, ma molte ne potete leggere in questo eccellente testo, pieno di citazioni e rimandi, indice di una cura d’indagine encomiabile. Credo sia merito della cultura cubana di Stefanini l’aver inserito José Martí, il Mazzini cubano (bella definizione, anche se è stato un Mazzini combattente, ai limiti dell’incoscienza) nella trattazione, perché i suoi Versos Sencillos (che ho tradotto per intero) sono alla base di molto son cubano e soprattutto della famosa Guantanamera. Parlando di Cuba potremmo dire che molte sono le commistioni tra musica e parole, persino maggiori che in Europa e in America, che sono interessanti le opere poetiche di Nicolas Guillén (da me tradotte integralmente), da Songoro cosongo a La Canzone per il Che (portata al successo dal cantautore Pablo Milanés, tradotto in Italia da Sergio Endrigo, che ha messo in musica anche Martí). Ma non divaghiamo. Da Omero al rock è un libro che non può mancare a ogni appassionato di musica e di poesia, ai collezionisti di dischi dei cantautori italiani e delle rockstar americane, ai semplici curiosi di storia della musica e della letteratura. Leggetelo. Non ve ne pentirete.

 

Gordiano Lupi
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Stefano Iachetti, "Laura Morante, in punta di piedi"

31 Maggio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

 

Stefano Iachetti 

Laura Morante, in punta di piedi

Edizioni Sabinae - CSC Cineteca Nazionale, 2018

Pag. 170 - Euro 22

Grande formato - Illustrato - carta patinata

 

Stefano Iachetti è autore che conosco bene per aver apprezzato un suo pregevole testo su Asia Argento e soprattutto un libro di interviste alle protagoniste del cinema thriller italiano degli anni Settanta (La paura cammina con i tacchi alti, Il Foglio). Non delude neppure in questa agile ricostruzione della carriera cinematografica di Laura Morante, attrice in punta di piedi perché i suoi primi passi - è proprio il caso di dirlo! - li ha mossi come ballerina. Il libro analizza la vita artistica di un’attrice raffinata, a me cara sia per aver avuto i natali a Bagnore di Santa Fiora (luogo proustiano della mia infanzia), sia per averla apprezzata per la prima volta - in tutta la sua selvaggia bellezza - in Bianca di Nanni Moretti. Iachetti parla dei primi anni sulle tavole del palcoscenico teatrale con Carmelo Bene, delle frequentazioni cinematografiche con Giuseppe Bertolucci (Oggetti smarriti, La tragedia di un uomo ridicolo) e Nanni Moretti (Sogni d’oro, Bianca, La stanza del figlio...) - che la trasforma in attrice simbolo - ma anche dei film con Pupi Avati (Il nascondiglio, Il figlio più piccolo...), Carlo Virzì, Gabriele Salvatores... Non mancano note critiche e ricordi sulle due prove da regista di Ciliegine e Assolo, film risolti e convincenti, che hanno avuto poco pubblico ma molta critica entusiasta. Laura è attrice che piace a Nanni Moretti perché non ruba i primi piani e sa gestire il suo ruolo senza essere invadente, mentre Pupi Avati le contesta un eccesso di partecipazione alla scrittura, che non ritiene compito di un attore. Attrice sui generis, vocazione da scrittrice per il momento repressa, ma allevata come nipote prediletta di Elsa Morante (La storia, Il mondo salvato dai ragazzini...), quindi dobbiamo attenderci opere da autrice, come già fa notare la sua ambizione a diventare regista. Laura Morante ama affrontare nuove sfide, perché ogni volta che ricomincia da capo le sembra di ritornare adolescente e di dedicarsi a un mondo nuovo e inesplorato, lo dimostra la sua carriera: danza, teatro, cinema, regia, senza soluzione di continuità. Il libro di Iachetti è corredato di molte foto a colori e in bianco e nero tratte dai film di Laura Morante e dal suo album privato, stampato benissimo su carta fotografica, di grande ed elegante formato, come i classici libri di cinema curati dal Centro Sperimentale. Molte interviste, tra le quali spicca per la sua assenza (inspiegabile) Nanni Moretti, il regista che ha lanciato Laura, forse - come fa notare Iachetti con spirito citazionista - avrà pensato che non partecipando si sarebbe notato di più. Ma ci sono Pupi Avati, Carlo Verdone, Michele Pacido, Gianni Amelio e molti altri che hanno guidato Laura Morante, così come la protagonista commenta la sua carriera con arguzia e intelligenza, ricordando la famiglia e gli anni giovanili. Un libro imperdibile per i fan della Morante e per gli amanti del cinema italiano. Costa solo 22 euro (edizione di pregio) e li vale tutti.

 

Gordiano Lupi

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Aldo Dalla Vecchia, "La capra crepa"

29 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La capra crepa

Aldo Dalla Vecchia

Pegasus Edition, 2018

pp 84

12,00

 

Ho visto nascere e crescere questo libro giorno per giorno su Facebook, essendo io uno dei contatti di Aldo Dalla Vecchia, scrittore, giornalista e autore televisivo, di cui seguo le sorti  letterarie fin dal romanzo d’esordio, Rosa Malcontenta. Aldo è un gentiluomo d’altri tempi, un signore che – lavorando lui in campo televisivo – mi piace accostare a personalità del tipo di Corrado, Magalli e del povero Frizzi: gentile, educato, all’antica e ironico, di quell’ironia caustica ma buona ed elegante. Ogni giorno pubblicava un post in cui elencava le espressioni che, a suo dire, gli “facevano venire la psoriasi”. Da questi post è nato La capra crepa, un libello in cui vengono mostrate 333 di queste sgradevoli locuzioni. Alcune sono veri e propri strafalcioni grammaticali, altre sono modi di esprimersi entrati nell’uso comune, che, però, fanno accapponare la pelle. Vedi le italianizzazioni delle parole inglesi (tipo defolloware, unfriendare), vedi le abbreviazioni, spesso meneghine, dei termini italiani, come se a finire la parola si perdesse troppo tempo. Vedi i cliché abusati e le frasi fatte di cui si è perso anche il significato originale.

In effetti, pure io ho avuto l’impressione che, ormai, le persone “aprano bocca e diano fiato”, come diceva mia nonna, nel senso che nessuno - nemmeno in televisione o persino al telegiornale - si chiede più se quello che sta dicendo è corretto o se è solo un vago sentito dire.

D’altra parte non si può nemmeno fare i puristi a oltranza, perché la lingua è in movimento e si evolve, nessuno si sognerebbe di comunicare nell’italiano di Dante e neppure in quello dei nostri nonni nati nell’ottocento. Ci vorrebbe, però, almeno un minimo di regola, un accordo comune, in modo che parlare non diventasse una questione privata, insomma un’opinione. Personalmente cerco di non impoverire l’italiano usando sempre l’espressione corrispondente inglese, bensì adoperando quest’ultima come un sinonimo, come una possibilità in più.

Le capre del titolo siamo tutti noi quando ci lasciamo irretire da slang, da scorciatoie linguistiche, da neologismi che durano lo spazio di una stagione. E queste nuove capre, questi neo analfabeti, si trovano a tutti i livelli, come dicevamo, anche fra chi scrive per mestiere, chi fa televisione, chi parla in pubblico. E, se si fa loro notare che sbagliano, apriti cielo, si è “saccenti” e “pedanti”, non si capisce il bisogno di libera espressione e scrittura di getto, la vena artistica inarrestabile.

Ovunque, in campo linguistico, vige un’anarchia spaventosa e pericolosa, l’ignoranza è stata “sdoganata”. (Ecco, ci sono cascata anch’io, perché sdoganare è, appunto, una delle parole che Aldo aborre.) Io penso che questo vada di pari passo con la fine della vergogna. Tutto è approssimativo e lecito, nessuno si vergogna più di nulla.

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Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"

26 Maggio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Fabio Lastrucci – Vincenzo Barone Lumaga
Com’era weird la mia valle
Milena Edizioni, 2018
Pag. 350 – Euro 19,90

 

Fabio Lastrucci e Vincenzo Barone Lumaga sono due autori di narrativa fantastica  piuttosto conosciuti nel mondo underground, provetti confezionatori di storie ispirate a Lovecraft e Poe, ma anche ai più recenti King e Lansdale, capaci di creare atmosfere nelle quali si nota il loro tratto distintivo. Com’era weird la mia valle è il breviario delle loro passioni, un’opera di saggistica divulgativa - introdotta da una precisa prefazione di Matteo Mancini - che punta a mettere in chiaro le basi del fantastico, partendo dalla definizione di orrore, affrontando miti immortali come Dracula, Frankenstein e zombi, passando per case infestate, uomini lupo e orrori al femminile. Il titolo è una citazione esplicita di una serie televisiva tanto amata dai ragazzi nati negli anni Sessanta, ma al tempo stesso fa capire l’ambito in cui si muovono gli autori: la valle del fantastico. Il libro ripercorre la storia delle prime riviste di narrativa (Weird tales), affronta i temi del pulp, approfondisce Lovecraft e i suoi incubi, ma anche molti indagatori dell’occulto che hanno preceduto Dylan Dog. Si parla di Jack lo squartatore, dei mad doctors, di Fantomas e di tutta la narrativa weird italiana dell’Ottocento e del Novecento, dagli scapigliati ai racconti di Dracula, fino a Franco Forte. Molta attenzione ai nomi contemporanei che hanno pubblicato fantastico: Massimo Citi, Silvia Treves, Giuseppe Cozzolino, Luigi Boccia, Elvezio Sciallis, Vittorio Catani, Danilo Arona, persino il sottoscritto, che si è occupato di misteri caraibici. Concludono un’opera interessante, dedicata ai cultori del fantastico, dieci interviste ad autori più o meno famosi, tra i quali spiccano Eraldo Baldini (Gotico rurale), Paolo D’Orazio (Splatter), Gianfranco Manfredi e Cristina Astori. I curatori hanno intervistato persino un certo Gordiano Lupi, autore di alcuni horror ambientati a Cuba e piccolo editore di provincia. Un libro indispensabile per chi ama il fantastico, per i collezionisti di narrativa pulp e per chi vuole cimentarsi nella scrittura di questa branca della narrativa.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"
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Lorenzo Barbieri, "Mariella"

24 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

Mariella

Lorenzo Barbieri

 

ilmiolibro.it, 2016

 

Argomento scabroso, quello trattato in Mariella di Lorenzo Barbieri: l’amore proibito fra un adolescente e una bambina di dieci anni.

Matteo è un ragazzo malato, figlio di genitori ricchi e assenti. Il padre è sempre lontano per lavoro, la madre lo ha abbandonato in un vecchio casale in decadenza, insieme a due coppie di servitori che lo crescono come un parente e mentono dicendogli che lei è morta. Matteo è una sorta di “giovane favoloso”, un ragazzo sensibile e malaticcio, dall’animo teso e turbato. L’incontro con Mariella, bambina precoce, smaliziata e lolita, lo indirizza sulla via dei sensi ma anche sulla strada del risveglio alla vita, alla salute e alla scoperta delle proprie potenzialità. Grazie alla nuova energia infusagli da Mariella, Matteo prenderà in mano le redini del casale e dell'esistenza di tutti i suoi occupanti. Ridimensionerà il ruolo dei servitori, riportandoli al loro posto ma concedendo loro l’affetto che meritano, riconquisterà l’attenzione del padre e rimetterà in sesto la tenuta. Avremo un lieto fine, quando finalmente i due cresceranno e ciò che era proibito non lo sarà più.

La struttura della storia mostra alcune lacune, soprattutto c’è il vicolo cieco della malattia di Mariella. La scoperta che la ragazzina è gravemente ammalata di cuore sembra presagire sviluppi futuri che non si manifestano. Da notare che la radice della parola “morbo” è la stessa di “morboso” e di morbosità nella storia ce n’è parecchia. La cardiopatia di Mariella fa da contraltare a quella di Matteo. I due giovani si riconoscono nella stessa patologia, nella bambina il protagonista trova una compagna di solitudine, di giochi, di sensibilità e anche di sofferenza fisica.   

Alcune tematiche sono simili a quelle presenti nell’altro romanzo di Barbieri, La buona vita: la scoperta della realtà agreste da parte di un ragazzo solitario, i primi turbamenti erotici, il contatto con persone semplici ma genuine. Qui, però, l’attenzione si focalizza sull’erotismo torbido che Mariella, nella sua ingenua impudicizia, è capace di scatenare. Ma l’eros, come abbiamo detto, non è una pulsione negativa, se ben incanalata e indirizzata.

Purtroppo lo stile non è all’altezza del contenuto.  

 

 

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RECENSIONE/LETTERA APERTA PER MURO DI CASSE DI VANNI SANTONI

16 Maggio 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #recensioni

 

 

 

 

 

Muro di Casse

Vanni Santoni

Laterza 2015

 

Signor Santoni, mi devo ricredere.

Lei già mi affascinò con Personaggi precari, un libro davvero notevole, con quella ricostruzione di humanitas - un mondo che non ha molto da dire di sé, non essendo in se stesso più di quanto non lo sia con gli oggetti/emozioni in relazione – tra la poesia frammentista e il narrato da prosa. Posso dirlo con molta franchezza: beccarlo alla Citè di Firenze, fu, per un me medesimo di quasi un lustro fa, non la fortuna del secolo, ma di certo una bella sorpresa.

Purtroppo mi pareva solo per i Personaggi quella sensazione. Da lì il convincimento s’è un po' altalenato, tra confusione/disgusto/disprezzo/incomprensione/allontanamento: gli interessi in comune non mi tornavano (a metà mi dissi: la direzione, dov'è? E i personaggi parevano pure storti...).

Poi quella roba della narrativa collettiva, che l’ho rifiutata per principio personale (la mia ideologia è che l'opera sia del Solo, non di più teste pensanti; che siamo, Omero and Company?). E il fantasy, vabbé, altra questione personale. Non sono un lettore da romanzo fantasy, nah... per quanto ci sia un rinnovo del genere con richiami alla tradizione, per me è difficile credere ad un'altra realtà poco tangibile con la nostra realtà...

Ma insomma, lasciamo stare il passato. Signor Santoni, mi sono ricreduto. Lei è dannatamente bravo, per Dio!

E mi sono ricreduto con Muro di Casse (ed. Laterza Solaris, 2015, pag. 135)

… e dico Casse, perché tempo fa il cui presente sedicente Recensore l'ha trascritto Classe, semmai pensando ad un'opera sociologica, il che non è necessariamente sbagliato...

Ma orsù di che parla o codesta opera?

Già dire "Parla" non è corretto: preferisco dire "trascrive" (trascrive, mostra attraverso più voci, più mentalità...).

Trascrive il concetto di festa, o meglio di cos’era anni fa un tipo di intrattenimento, come i teknival o i freeparty o le gao o le psytrance, feste e non-feste, che nascevano in ogni città europea tra gli anni Novanta e Duemila, tra disprezzi mediatici e fulminanti e rocambolesche costruzioni in sordina, per poi concludersi dopo giorni di maratona divertissement da Generazione X. La rave culture è il cuore della storia, documentata e fatta vivere dai tre principali personaggi: il mancato romanziere Iacopo il Gori, quasi un giovane Peter Pan da educazione flaubertiana tra racconto e vita, se non proprio stomaco; Cleo, la mancata laureanda in quella che poi lei considera come una terrificante occasione sprecata di politicizzazione della sensazione psicotropa e della baldoria anarchica; Viridiana, la più picaresca e céliniana e drammaticissima dei tre personaggi, la più mancata per via della sua estrema vitalità e del suo amore per l’aspetto costruttivo delle droghe “mentali”.

È un tripudio generale, un caos davvero gustoso, tra droghe di ogni nazionalità (marocco, hashish, oppio, fumo, md francese, Viridiana ne elenca a bizzeffe…), tra evoluzioni di progettazioni e di localizzazioni tra viaggi e non viaggi alla Cerca… e questo solo per parlare delle "cose"! Nell'ambito dell'umanità abbiamo uomini della società negletta quasi miserabili; amanti ora disperse ora ritrovate per momenti di infantile ritorno al passato, veri nostalgici di tutto, specie dell'infanzia; e poi picari del ventunesimo secolo, eterni Peter Pan in attesa del Grande Ballo sotto quei muri di Casse sonore...

Tra i miei preferiti c’è il primo, in cui lo stesso Iacopo gioca all’inizio con la meta-narrazione: l'Io si alterna, ora Scrittore, ora Iacopo, monitora il romanzo che vuole far nascere, mischia ricordo e finzione e costruzione, nega le linee dialogiche. Si aggiunga l’uso del Tu per intendere l’Autore (ma il gioco dell'autofiction è abbastanza vecchio ormai).

Per certi versi torna, come una poetica, il topos di quei personaggi, inutile dirlo, precari. Ma precaria è anche l’Europa degli anni Novanta, tra fine del muro e nuove realtà politiche e sociali (tutto nasce e muore nello stesso paragrafo); solo i patimenti sempre resistenti: avanti nella storia, e vedendo tutti i personaggi, c'è da chiedersi se tutta questa corsa alla vita non odori di morte...

Certo, non mancano delle stonature; per lo più sono di natura estetica, ecco.

Per esempio, il tono più volte si attesta alla tristezza, alla polverosità, e quelle che spero non siano delle presunte cadute di stile (parlare di alba col termine "vomito" conferma la decadenza, così come alcune descrizioni un po' birichine, come le vecchie che "sbirciano").

Lei ha utilizzato uno stile tra il flusso di coscienza modernista e il parlato à la Beat, con un repertorio linguistico notevolmente più esteso e più analitico e un'eccellente capacità di espressività e di resa delle storie attorno (escursioni di poesie, tracciati di Google Maps, note enciclopediche o giornalistiche).

Ma la linea del tono non si alterna più del dovuto, rimane troppo stabile. E qualche sbalzo ne avrebbe tratto giovamento, ecco…

In più c’è quella negazione iniziale della ricerca di purezza come potenziale obiettivo del romanzo che non mi torna. Sì, è stata smentita fin dalla prefazione, ma è come se, negando questa ricerca di purezza, non si rischi di discriminare ogni tentativo di dignità all’ambiente.

Una specie di rappresentatività un po’ troppo descrittiva, in cui il lasciar parlare le cose diventa un azzardo ad ogni tentativo di rivalutazione (mi duole ammetterlo, ma a volte questi personaggi mi fanno pensare a quelli infantili raccontati dallo scrittore D.F. Wallace nel racconto La ragazza dai capelli strani). Il movimento sta scomparendo; anzi, è già scomparso, come suppone Viridiana e anche Cleopatra. Lecitamente, seguendo la linea tabucchiana del racconto come testimonianza, l’Autore cerca di ricostruirla.

E sì la nostalgia, come dice la Raimo in Rolling Stone, è un’operazione che stanno compiendo in molti, anche subdolamente, ma che questo libro evita di fare. Il problema è se, in realtà, indulgendo troppo in questi dati, in queste scene e in questi personaggi, tutto questo non sia stato in effetti contaminato da quella nostalgia, la stessa che ha minato le vite di quei figli dei rave.

Ma ora diamoci una calmata. L'entusiasmo e la reattività a delle incongruenze è il modo migliore per far intendere quanto davvero un'opera si distanzia dalle altre presenti nella contemporaneità. Una recensione è sia felicitazioni/maledizioni del recensore, sia, soprattutto, approccio critico. O almeno tentare di essere critici e non lusinghieri pseudo ruffiani.

Certo, questa recensione non è nata per stroncare un'opera che in primis funziona per bene, in secundis è profonda e ricca e potente, in terzis unisce racconto a ricerca (e chi lo fa oggi?). No, assolutamente, l'esposizione di critiche salate è solo la riprova che quest'opera chiama l'occhio affamato, e che fa reazione per bene. Poi oh, il cui presente recensore sa essere spregevole anche con i bravi ragazzi come lei.

 

Niccolò Mencucci

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