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recensioni

Aldo Dalla Vecchia, "La capra crepa"

29 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La capra crepa

Aldo Dalla Vecchia

Pegasus Edition, 2018

pp 84

12,00

 

Ho visto nascere e crescere questo libro giorno per giorno su Facebook, essendo io uno dei contatti di Aldo Dalla Vecchia, scrittore, giornalista e autore televisivo, di cui seguo le sorti  letterarie fin dal romanzo d’esordio, Rosa Malcontenta. Aldo è un gentiluomo d’altri tempi, un signore che – lavorando lui in campo televisivo – mi piace accostare a personalità del tipo di Corrado, Magalli e del povero Frizzi: gentile, educato, all’antica e ironico, di quell’ironia caustica ma buona ed elegante. Ogni giorno pubblicava un post in cui elencava le espressioni che, a suo dire, gli “facevano venire la psoriasi”. Da questi post è nato La capra crepa, un libello in cui vengono mostrate 333 di queste sgradevoli locuzioni. Alcune sono veri e propri strafalcioni grammaticali, altre sono modi di esprimersi entrati nell’uso comune, che, però, fanno accapponare la pelle. Vedi le italianizzazioni delle parole inglesi (tipo defolloware, unfriendare), vedi le abbreviazioni, spesso meneghine, dei termini italiani, come se a finire la parola si perdesse troppo tempo. Vedi i cliché abusati e le frasi fatte di cui si è perso anche il significato originale.

In effetti, pure io ho avuto l’impressione che, ormai, le persone “aprano bocca e diano fiato”, come diceva mia nonna, nel senso che nessuno - nemmeno in televisione o persino al telegiornale - si chiede più se quello che sta dicendo è corretto o se è solo un vago sentito dire.

D’altra parte non si può nemmeno fare i puristi a oltranza, perché la lingua è in movimento e si evolve, nessuno si sognerebbe di comunicare nell’italiano di Dante e neppure in quello dei nostri nonni nati nell’ottocento. Ci vorrebbe, però, almeno un minimo di regola, un accordo comune, in modo che parlare non diventasse una questione privata, insomma un’opinione. Personalmente cerco di non impoverire l’italiano usando sempre l’espressione corrispondente inglese, bensì adoperando quest’ultima come un sinonimo, come una possibilità in più.

Le capre del titolo siamo tutti noi quando ci lasciamo irretire da slang, da scorciatoie linguistiche, da neologismi che durano lo spazio di una stagione. E queste nuove capre, questi neo analfabeti, si trovano a tutti i livelli, come dicevamo, anche fra chi scrive per mestiere, chi fa televisione, chi parla in pubblico. E, se si fa loro notare che sbagliano, apriti cielo, si è “saccenti” e “pedanti”, non si capisce il bisogno di libera espressione e scrittura di getto, la vena artistica inarrestabile.

Ovunque, in campo linguistico, vige un’anarchia spaventosa e pericolosa, l’ignoranza è stata “sdoganata”. (Ecco, ci sono cascata anch’io, perché sdoganare è, appunto, una delle parole che Aldo aborre.) Io penso che questo vada di pari passo con la fine della vergogna. Tutto è approssimativo e lecito, nessuno si vergogna più di nulla.

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Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"

26 Maggio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

 

 

 

 

Fabio Lastrucci – Vincenzo Barone Lumaga
Com’era weird la mia valle
Milena Edizioni, 2018
Pag. 350 – Euro 19,90

 

Fabio Lastrucci e Vincenzo Barone Lumaga sono due autori di narrativa fantastica  piuttosto conosciuti nel mondo underground, provetti confezionatori di storie ispirate a Lovecraft e Poe, ma anche ai più recenti King e Lansdale, capaci di creare atmosfere nelle quali si nota il loro tratto distintivo. Com’era weird la mia valle è il breviario delle loro passioni, un’opera di saggistica divulgativa - introdotta da una precisa prefazione di Matteo Mancini - che punta a mettere in chiaro le basi del fantastico, partendo dalla definizione di orrore, affrontando miti immortali come Dracula, Frankenstein e zombi, passando per case infestate, uomini lupo e orrori al femminile. Il titolo è una citazione esplicita di una serie televisiva tanto amata dai ragazzi nati negli anni Sessanta, ma al tempo stesso fa capire l’ambito in cui si muovono gli autori: la valle del fantastico. Il libro ripercorre la storia delle prime riviste di narrativa (Weird tales), affronta i temi del pulp, approfondisce Lovecraft e i suoi incubi, ma anche molti indagatori dell’occulto che hanno preceduto Dylan Dog. Si parla di Jack lo squartatore, dei mad doctors, di Fantomas e di tutta la narrativa weird italiana dell’Ottocento e del Novecento, dagli scapigliati ai racconti di Dracula, fino a Franco Forte. Molta attenzione ai nomi contemporanei che hanno pubblicato fantastico: Massimo Citi, Silvia Treves, Giuseppe Cozzolino, Luigi Boccia, Elvezio Sciallis, Vittorio Catani, Danilo Arona, persino il sottoscritto, che si è occupato di misteri caraibici. Concludono un’opera interessante, dedicata ai cultori del fantastico, dieci interviste ad autori più o meno famosi, tra i quali spiccano Eraldo Baldini (Gotico rurale), Paolo D’Orazio (Splatter), Gianfranco Manfredi e Cristina Astori. I curatori hanno intervistato persino un certo Gordiano Lupi, autore di alcuni horror ambientati a Cuba e piccolo editore di provincia. Un libro indispensabile per chi ama il fantastico, per i collezionisti di narrativa pulp e per chi vuole cimentarsi nella scrittura di questa branca della narrativa.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"
Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"Fabio Lastrucci, Vincenzo Barone Lumaga, "Com'era weird la mia valle"
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Lorenzo Barbieri, "Mariella"

24 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

Mariella

Lorenzo Barbieri

 

ilmiolibro.it, 2016

 

Argomento scabroso, quello trattato in Mariella di Lorenzo Barbieri: l’amore proibito fra un adolescente e una bambina di dieci anni.

Matteo è un ragazzo malato, figlio di genitori ricchi e assenti. Il padre è sempre lontano per lavoro, la madre lo ha abbandonato in un vecchio casale in decadenza, insieme a due coppie di servitori che lo crescono come un parente e mentono dicendogli che lei è morta. Matteo è una sorta di “giovane favoloso”, un ragazzo sensibile e malaticcio, dall’animo teso e turbato. L’incontro con Mariella, bambina precoce, smaliziata e lolita, lo indirizza sulla via dei sensi ma anche sulla strada del risveglio alla vita, alla salute e alla scoperta delle proprie potenzialità. Grazie alla nuova energia infusagli da Mariella, Matteo prenderà in mano le redini del casale e dell'esistenza di tutti i suoi occupanti. Ridimensionerà il ruolo dei servitori, riportandoli al loro posto ma concedendo loro l’affetto che meritano, riconquisterà l’attenzione del padre e rimetterà in sesto la tenuta. Avremo un lieto fine, quando finalmente i due cresceranno e ciò che era proibito non lo sarà più.

La struttura della storia mostra alcune lacune, soprattutto c’è il vicolo cieco della malattia di Mariella. La scoperta che la ragazzina è gravemente ammalata di cuore sembra presagire sviluppi futuri che non si manifestano. Da notare che la radice della parola “morbo” è la stessa di “morboso” e di morbosità nella storia ce n’è parecchia. La cardiopatia di Mariella fa da contraltare a quella di Matteo. I due giovani si riconoscono nella stessa patologia, nella bambina il protagonista trova una compagna di solitudine, di giochi, di sensibilità e anche di sofferenza fisica.   

Alcune tematiche sono simili a quelle presenti nell’altro romanzo di Barbieri, La buona vita: la scoperta della realtà agreste da parte di un ragazzo solitario, i primi turbamenti erotici, il contatto con persone semplici ma genuine. Qui, però, l’attenzione si focalizza sull’erotismo torbido che Mariella, nella sua ingenua impudicizia, è capace di scatenare. Ma l’eros, come abbiamo detto, non è una pulsione negativa, se ben incanalata e indirizzata.

Purtroppo lo stile non è all’altezza del contenuto.  

 

 

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RECENSIONE/LETTERA APERTA PER MURO DI CASSE DI VANNI SANTONI

16 Maggio 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #recensioni

 

 

 

 

 

Muro di Casse

Vanni Santoni

Laterza 2015

 

Signor Santoni, mi devo ricredere.

Lei già mi affascinò con Personaggi precari, un libro davvero notevole, con quella ricostruzione di humanitas - un mondo che non ha molto da dire di sé, non essendo in se stesso più di quanto non lo sia con gli oggetti/emozioni in relazione – tra la poesia frammentista e il narrato da prosa. Posso dirlo con molta franchezza: beccarlo alla Citè di Firenze, fu, per un me medesimo di quasi un lustro fa, non la fortuna del secolo, ma di certo una bella sorpresa.

Purtroppo mi pareva solo per i Personaggi quella sensazione. Da lì il convincimento s’è un po' altalenato, tra confusione/disgusto/disprezzo/incomprensione/allontanamento: gli interessi in comune non mi tornavano (a metà mi dissi: la direzione, dov'è? E i personaggi parevano pure storti...).

Poi quella roba della narrativa collettiva, che l’ho rifiutata per principio personale (la mia ideologia è che l'opera sia del Solo, non di più teste pensanti; che siamo, Omero and Company?). E il fantasy, vabbé, altra questione personale. Non sono un lettore da romanzo fantasy, nah... per quanto ci sia un rinnovo del genere con richiami alla tradizione, per me è difficile credere ad un'altra realtà poco tangibile con la nostra realtà...

Ma insomma, lasciamo stare il passato. Signor Santoni, mi sono ricreduto. Lei è dannatamente bravo, per Dio!

E mi sono ricreduto con Muro di Casse (ed. Laterza Solaris, 2015, pag. 135)

… e dico Casse, perché tempo fa il cui presente sedicente Recensore l'ha trascritto Classe, semmai pensando ad un'opera sociologica, il che non è necessariamente sbagliato...

Ma orsù di che parla o codesta opera?

Già dire "Parla" non è corretto: preferisco dire "trascrive" (trascrive, mostra attraverso più voci, più mentalità...).

Trascrive il concetto di festa, o meglio di cos’era anni fa un tipo di intrattenimento, come i teknival o i freeparty o le gao o le psytrance, feste e non-feste, che nascevano in ogni città europea tra gli anni Novanta e Duemila, tra disprezzi mediatici e fulminanti e rocambolesche costruzioni in sordina, per poi concludersi dopo giorni di maratona divertissement da Generazione X. La rave culture è il cuore della storia, documentata e fatta vivere dai tre principali personaggi: il mancato romanziere Iacopo il Gori, quasi un giovane Peter Pan da educazione flaubertiana tra racconto e vita, se non proprio stomaco; Cleo, la mancata laureanda in quella che poi lei considera come una terrificante occasione sprecata di politicizzazione della sensazione psicotropa e della baldoria anarchica; Viridiana, la più picaresca e céliniana e drammaticissima dei tre personaggi, la più mancata per via della sua estrema vitalità e del suo amore per l’aspetto costruttivo delle droghe “mentali”.

È un tripudio generale, un caos davvero gustoso, tra droghe di ogni nazionalità (marocco, hashish, oppio, fumo, md francese, Viridiana ne elenca a bizzeffe…), tra evoluzioni di progettazioni e di localizzazioni tra viaggi e non viaggi alla Cerca… e questo solo per parlare delle "cose"! Nell'ambito dell'umanità abbiamo uomini della società negletta quasi miserabili; amanti ora disperse ora ritrovate per momenti di infantile ritorno al passato, veri nostalgici di tutto, specie dell'infanzia; e poi picari del ventunesimo secolo, eterni Peter Pan in attesa del Grande Ballo sotto quei muri di Casse sonore...

Tra i miei preferiti c’è il primo, in cui lo stesso Iacopo gioca all’inizio con la meta-narrazione: l'Io si alterna, ora Scrittore, ora Iacopo, monitora il romanzo che vuole far nascere, mischia ricordo e finzione e costruzione, nega le linee dialogiche. Si aggiunga l’uso del Tu per intendere l’Autore (ma il gioco dell'autofiction è abbastanza vecchio ormai).

Per certi versi torna, come una poetica, il topos di quei personaggi, inutile dirlo, precari. Ma precaria è anche l’Europa degli anni Novanta, tra fine del muro e nuove realtà politiche e sociali (tutto nasce e muore nello stesso paragrafo); solo i patimenti sempre resistenti: avanti nella storia, e vedendo tutti i personaggi, c'è da chiedersi se tutta questa corsa alla vita non odori di morte...

Certo, non mancano delle stonature; per lo più sono di natura estetica, ecco.

Per esempio, il tono più volte si attesta alla tristezza, alla polverosità, e quelle che spero non siano delle presunte cadute di stile (parlare di alba col termine "vomito" conferma la decadenza, così come alcune descrizioni un po' birichine, come le vecchie che "sbirciano").

Lei ha utilizzato uno stile tra il flusso di coscienza modernista e il parlato à la Beat, con un repertorio linguistico notevolmente più esteso e più analitico e un'eccellente capacità di espressività e di resa delle storie attorno (escursioni di poesie, tracciati di Google Maps, note enciclopediche o giornalistiche).

Ma la linea del tono non si alterna più del dovuto, rimane troppo stabile. E qualche sbalzo ne avrebbe tratto giovamento, ecco…

In più c’è quella negazione iniziale della ricerca di purezza come potenziale obiettivo del romanzo che non mi torna. Sì, è stata smentita fin dalla prefazione, ma è come se, negando questa ricerca di purezza, non si rischi di discriminare ogni tentativo di dignità all’ambiente.

Una specie di rappresentatività un po’ troppo descrittiva, in cui il lasciar parlare le cose diventa un azzardo ad ogni tentativo di rivalutazione (mi duole ammetterlo, ma a volte questi personaggi mi fanno pensare a quelli infantili raccontati dallo scrittore D.F. Wallace nel racconto La ragazza dai capelli strani). Il movimento sta scomparendo; anzi, è già scomparso, come suppone Viridiana e anche Cleopatra. Lecitamente, seguendo la linea tabucchiana del racconto come testimonianza, l’Autore cerca di ricostruirla.

E sì la nostalgia, come dice la Raimo in Rolling Stone, è un’operazione che stanno compiendo in molti, anche subdolamente, ma che questo libro evita di fare. Il problema è se, in realtà, indulgendo troppo in questi dati, in queste scene e in questi personaggi, tutto questo non sia stato in effetti contaminato da quella nostalgia, la stessa che ha minato le vite di quei figli dei rave.

Ma ora diamoci una calmata. L'entusiasmo e la reattività a delle incongruenze è il modo migliore per far intendere quanto davvero un'opera si distanzia dalle altre presenti nella contemporaneità. Una recensione è sia felicitazioni/maledizioni del recensore, sia, soprattutto, approccio critico. O almeno tentare di essere critici e non lusinghieri pseudo ruffiani.

Certo, questa recensione non è nata per stroncare un'opera che in primis funziona per bene, in secundis è profonda e ricca e potente, in terzis unisce racconto a ricerca (e chi lo fa oggi?). No, assolutamente, l'esposizione di critiche salate è solo la riprova che quest'opera chiama l'occhio affamato, e che fa reazione per bene. Poi oh, il cui presente recensore sa essere spregevole anche con i bravi ragazzi come lei.

 

Niccolò Mencucci

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Walter Fest, "Fiori"

12 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #walter fest, #pittura

 

 

 

 

Fiori

Walter Fest

Libro animato

 

Se quello che ho fra le mani fosse un libro, scriverei una recensione. Ma quello che ho fra le mani non è un libro, è qualcosa di più e qualcosa di meno, è un pezzo unico. L’autore, Walter Fest, lo definisce “libro animato”, io lo considero un dono prezioso ricevuto da un amico. Di questo libro esiste un solo esemplare, ché Walter ne produce uno alla volta; è scritto, illustrato, dipinto e rilegato a mano, è un insieme di creatività agglomerata nello stesso manufatto. Libro come oggetto, dunque, come opera artistica non solo fatta di parole scritte.

Il contenuto è solo uno dei tanti aspetti, ed è costituito da dieci brevi racconti che hanno come argomento i fiori: di campo, di città, di Natale etc. In realtà sono pretesti per parlare di amore per la vita, di solidarietà, di bisogni, di natura, di bellezza. I personaggi sono gente comune, figure popolari che s’incontrano per strada, su una panchina, al mercato.  La lingua in cui si esprimono è il romanesco, e in questo l’autore dà il meglio di sé, rispetto ai testi in lingua nazionale.

Il libro è “animato” perché, come dice l’autore stesso, c’è dentro l’anima di chi l’ha scritto e perché presuppone un’interazione col lettore, che ha a disposizione spazi lasciati in bianco apposta per lui, dove annotare le proprie riflessioni e impressioni.

Un piacere tattile, visivo, che nasce dai colori della copertina, dai disegni, dai collage, dal fruscio della carta, dall’inchiostro della penna, dai segnalibri allegati. Insomma, più che una raccolta di racconti  sui fiori, una vera e propria esperienza sensoriale a tutto tondo.

 

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Lorenzo Barbieri, "La buona vita"

6 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

La buona vita

Lorenzo Barbieri

ilmiolibro.it, 2014

 

“Da loro avevo imparato l’amore per la terra, il vero significato della parola lavoro. Una lezione di vita che nessun libro di scuola avrebbe potuto insegnarmi. Il senso dell’amicizia, della solidarietà, vissuto in quel piccolo mondo circoscritto in compagnia di gente semplice, genuina” (pag 129)

È questo, in breve, il succo de La buona vita, romanzo autopubblicato da Lorenzo Barbieri. Parla di un paio di stagioni estive, di vacanze agresti – ma anche nella città di Lucca - vissute da un ragazzino napoletano, che si ritrova nell’ambiente provinciale della campagna toscana, in particolare lucchese.

Gente rude, spiccia e bonaria, quella con cui viene a contatto, che insegna al bimbo, soprattutto con l’esempio, come si può vivere una “buona vita”, cioè una vita piena sebbene semplice, fatta di lavoro, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, ma pure di slanci, solidarietà, fatica condivisa insieme alle ricompense, ruvida allegria. Sudore, impegno e sforzo abbondano ma anche balli nell’uva per la vendemmia, risate, vino buono e cibo saporito. La semplicità, il contatto con la terra, il senso del dovere sono le basi su cui il protagonista costruirà il suo futuro.

“Un movimento corale di gruppo, la vera forza delle corti lucchesi”. (pag 127)

La società contadina è un agglomerato umano che si muove all’unisono, il lavoro di uno diventa il lavoro di tutti, come in un alveare, e i risultati sono condivisi di volta in volta.

La cosa più interessante di questo testo è proprio l’atmosfera campestre, la ricostruzione perfettamente riuscita di un’epoca scomparsa, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Peccato che il romanzo risenta di un editing mancato e di un uso troppo casuale della punteggiatura.

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Intervista a Lorena Giardino

18 Aprile 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste, #le interviste pazze di walter fest, #recensioni

 

 

 

 

 

Amici lettori della signora senza filtri, il vostro blog, che non vi lascia mai leggere al buio, oggi per voi incontrerà la brava autrice piemontese Lorena Giardino, insieme a lei parleremo della sua ultima opera, appena pubblicata da Grafiche Stile. L'ultima volta che l'avevo sentita la trovai molto affaticata, la realizzazione del suo ultimo romanzo le aveva dato un bel knockout al cuore, l'autrice, troppo profonda e sensibile nei sentimenti, aveva esaurito la benzina energetica e, ad opera ultimata, soddisfatta e strafelice, era groggy come un pugile suonato, pertanto adesso, per farla rilassare, la porterò con me in sella alla mia Moto Guzzi California rossa Pollock a fare un bel giro, destinazione lago Takatika nel bel mezzo della prateria Indiana.

- Dai, Lorena, infila il casco a scodella che partiamo.

Curve, controcurve e saliscendi, arriviamo a destinazione per la nostra chiacchierata con Lorena Giardino in arte Scrittrice Imperfetta.

- Ciao Walter.

- Lorena, senza inquietudine e autoderminazione non avresti mai scritto L'imperfetta Immensità.

- Sì, è la verità, ho dovuto lottare contro tempeste umane di ogni tipo, mi sono totalmente immersa nelle anime dei personaggi, provando per le vicende delle loro storie una grande sofferenza interiore, adesso vorrei avere il piacere di condividere questa immensità imperfetta con i lettori.

- E il lettore non può che esserne contento, il suo maggior desiderio è di tuffarsi e immedesimarsi nel mare di parole dello scrittore vissute e narrate con passione viscerale.

- Il mio romanzo è come aprire una finestra sul mondo. Ad ogni latitudine ci sono situazioni di squilibrio, un’umanità con rapporti interpersonali in continua agitazione, come se la vita imperfetta ci impedisse di essere semplicemente naturali, in pace con il nostro destino. Tutti siamo perennemente alla ricerca di un qualcosa che sfugge, un qualcosa del tipo polo positivo e polo negativo che si respinge, tensione alle stelle fra persone normali eppure...

- Eppure?

- Eppure un giorno, quando arriverà quel giorno, Giulia e Maria, le due sorelle, insieme alla fredda madre, dovunque esse saranno, troveranno la serenità interiore.

- Potrebbero semplicemente comprendersi?

- Michele, l'anziano, il nonno che nessuno vuole ascoltare, si siederà in poltrona infischiandosene di tutti.

- Io gli consiglierei di ascoltare musica di George Gershwin.

- Mattia, 6 anni, verrà finalmente apprezzato dalla maestra che ritroverà il suo equilibrio.

- La maestra potrebbe provare a preparare delle squisite crostate mentre Mattia riderà spontaneamente e gioiosamente come tutti bambini?

- Il mondo è imperfetto perché è la stonatura delle cose che ci dà l'impulso a correggere i nostri errori, è la bellezza che è dentro ognuno di noi a rendere tale l'immensità dell'umanità, tutto accadrà serenamente come la quiete dopo la tempesta. Finalmente potremo vedere che Guernica di Picasso avrà la meglio sugli amanti della guerra.

- Lorena il tuo è un messaggio di ottimismo.

- Sì, ho lavorato a questa mia opera per lanciare un grande messaggio di ottimismo, è proprio così.

Molto bene amici lettori, se potete, leggete anche voi L'imperfetta immensità della nostra amica autrice Lorena Giardino. Ora io e lei proseguiamo il nostro momento relax di fantasia nel tepee del nostro capo Indiano Brown Sugar, sembra che ci abbia preparato da fumare un calumet della pace a base di erbe aromatiche, liquirizia, panna, cioccolato e zabaione. Salutiamo tutti i cari lettori del blog della signora senza filtro e vi aspettiamo al prossimo incontro culturale.

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Marcial Gala, "Verde limone"

7 Aprile 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Marcial Gala
Verde Limone

Nuova Editrice Berti, 2018

- Pag. 170 – Euro 17
www.nuovaeditriceberti.it

 

La Nuova Casa Editrice Berti, dopo Gli amanti del secondo piano, torna a occuparsi di Cuba con un testo interessante di uno scrittore come Marcial Gala, membro UNEAC e vincitore di premi in patria, noto per la Trilogia di Cienfuegos. Inedito in Italia, sino a oggi, esce sul territorio nazionale, tradotto (tutto sommato bene) da Pier Luigi “Pedro” Mori, con il suo testo più semplice: Verde Limone (Sentada en su Verde Limón, 2004). Niente di sconvolgente, badate bene, la letteratura cubana contemporanea pare voler affogare in un’orgia di sesso, droga e rum tutti i problemi derivanti dalla caduta delle ideologie, dalla fine del comunismo e dal periodo speciale. Marcial Gala si pone sulla falsariga di Pedro Juan Gutiérrez, solo che ambienta le sue storie a Cienfuegos, in una città di provincia, la Perla del Sur, come la chiamano i cubani. Protagonisti di Verde Limone sono Harris Sanzo, saxofonista geniale e ubriacone, la giovanissima Kirena e il pittore Ricardo. Tema di fondo una storia d’amore e morte, come spesso capita, un rapporto per noi quasi impossibile ma che a Cuba può accadere, tra un musicista di 55 anni e una diciottenne, che si consuma per le strade di una terra povera e disperata. Marcial Gala vive tra L’Avana e Buenos Aires, ma siccome a Cuba di tanto in tanto vuol tornare, si guarda bene dal dare giudizi politici, anche perché non è compito di un letterato; in ogni caso non compone un quadro tranquillizzante, in sintonia con quel che vorrebbe il regime, ma sottolinea cose che non sarebbe opportuno dire a voce alta, come l’abuso di droga e alcol per dimenticare i problemi quotidiani. La vita di Harris procede sempre uguale tra musica e sesso, avventure con turiste e fughe, tradimenti e droga, senza badare al solo amore della sua vita che poco a poco lascia morire, trascinando nella sua vita decadente tutte le ingenue speranze di una ragazzina. Verde Limone è un romanzo che non lascia speranze al lettore, non vuol essere una storia consolatoria, pervasa com’è da fantasmi e ricordi, da sogni e illusioni che cadono in fretta. Scritto con stile piano e diretto, senza tanti fronzoli letterari, di tanto in tanto affiora l’animo poetico di Marcial Gala che si abbandona a dialoghi evocativi con i fantasmi della sua mente. L’autore alterna la prima persona alla terza, coinvolge e affascina, cattura il lettore in vicende sensuali e in panorami degradati, lo obbliga a leggere in rapida successione le pagine che lo separano dalla parola fine. Attendiamo l’autore al varco delle prossime opere, nella speranza che questa nostra Italia di non lettori trovi il tempo per accorgersi che è uscito un nuovo narratore cubano. Da traduttore fallito - un tempo pieno di speranze - di Guillermo Cabrera Infante (La ninfa incostante per Sur - Minimum Fax) resto scettico, ma non è mai detta l’ultima parola …

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Anosh Irani, "Il bambino con i petali in tasca"

1 Aprile 2018 , Scritto da Serena Pisaneschi Con tag #serena pisaneschi, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Il bambino con i petali in tasca

Anosh Irani

 

Piemme, 2008

 

 

Di solito mi ricordo più o meno chiaramente la ragione che mi ha portato ad acquistare un libro, e anche il luogo in cui l'ho acquistato. Che sia stato per una recensione che ho letto, per un suggerimento o per curiosità, che sia stato in libreria, ad un mercatino dell'usato o su Amazon, ogni volume della mia libreria, comprato o regalato, possiede una sua storia. Per Il bambino coi petali in tasca di Anosh Irani, invece, non saprei raccontare niente.

L'estate scorsa, speranzosa di riuscire a leggere nonostante un bambino che chiede spesso la mia attenzione, ho messo in valigia due piccole raccolte di racconti di Grazia Deledda e questo romanzo, quasi preso a caso dalla libreria. La sua fortuna – anzi soprattutto la mia – è stata capitare nella fila davanti ed essere a portata di mano. Così prendo questo volume che ha in copertina un paio d'occhi neri e profondissimi ed un sorriso travolgente, entrambi incollati sul volto di un bambino poco più grande di mio figlio, e, interrogandomi sul motivo della sua presenza nei miei scaffali, mi faccio catturare dalla trama e lo porto con me.

Inspiegabilmente in vacanza ho il tempo di leggere. Grazia Deledda è la prima ad essere scelta finendo in pochi giorni, poi tocca al romanzo sconosciuto. Lo apro e vengo travolta quasi subito dall'India, ma non da quella bella, fatta di templi, colori e profumi. Arriva forte l'India dei poveri, degli orfanotrofi, dei bambini di strada, della fame, delle difficoltà. Arrivano forte alcuni ragazzini con i loro sogni e le loro battaglie. Emerge a gran voce l'indiscutibile voglia di rivalsa, di conquista di un futuro migliore, così come si fa sentire subito anche l'immediata certezza che la vita, per loro, non ha in riserbo che infelicità. Ma lottano i ragazzini, al pari di leoni. Lottano per un ideale, per un po' d'affetto, per un pezzo di pane, per la legge del più forte che impone la sopravvivenza.

Tutto questo ci viene raccontato da Chamdi, un orfano di dieci anni molto sensibile e beneducato, innamorato dei colori della bougaville del cortile dell'orfanotrofio in cui vive. Un giorno Chamdi decide di scappare per andare a cercare suo padre, così si ritrova nella enorme Bombay, in una zona flagellata da scontri tra musulmani e induisti e in un contesto dove la povertà e la violenza regnano sopra a tutto. Incontrerà presto Sumdi e sua sorella Guddi, che vivono per strada da sempre e lo aiuteranno ad affrontare un mondo che loro conoscono fin troppo bene. Così, con in tasca una manciata dei petali della pianta che tanto ama, Chamdi si ritrova sia a fronteggiare la tirannia di una città impietosa che a scoprire il valore dell'amicizia.

Se avete voglia di un libro che vi commuova alle lacrime, che vi coinvolga emotivamente e anche che vi faccia rabbia (perché in molto punti avrete voglia di entrare tra le pagine e farvi sentire) è il libro che fa per voi. Io l'ho letto in quattro o cinque giorni, divorandolo in ogni momento a disposizione. Probabilmente il fatto di essere madre influisce molto sulla mia opinione, però posso garantirvi che questa storia ha cuore e passione, che vi rimarrà addosso per un po' e vi farà riflettere su quello che, troppo spesso, viene ignorato. Il bambino coi petali in tasca, il cui titolo originale è diverso e vi invito ad andarlo a cercare, è una lettura che mi ha sorpreso e ammaliato fino in fondo. Non ho idea di come sia finito nella mia biblioteca, ma non posso fare a meno di ringraziare la fortunata circostanza che me lo fatto capitare tra le mani, qualunque essa sia.

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Francesco Biamonti, "Attesa sul mare"

31 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Attesa sul mare

Francesco Biamonti

 

Einaudi, 1994

 

 

Un uomo di mare non più giovane, diviso tra l'amore per i viaggi e l'amore di una donna che lo aspetta con sempre maggiore impazienza. Ecco il protagonista di questo romanzo di Biamonti.

L'uomo è chiamato a fare un ultimo viaggio che gli serve per ragioni economiche; sarà un viaggio pericoloso e illegale, dovendo portare per nave un carico d'armi nell'ex Jugoslavia dove ancora si combatte. La nave è vecchia e l'affidabilità dell'equipaggio non è scontata; potrebbe finire male, oppure bene, ma col rischio che la sua donna si stanchi di attendere ancora una volta il suo ritorno.

Il libro è solcato da varie attese, da propositi più abbozzati che pianificati, da ricordi vecchi e recenti; insomma, la vita stessa con i suoi colori.

Il protagonista ricorda certi personaggi di film che si lanciano in un azzardo per togliersi dai guai e avere le basi per costruire un futuro migliore. Quando il viaggio si fa ingarbugliato, molto fa pensare a un esito tragico; i nodi non risolti del passato si intrecciano con i pericoli del presente, tanto che pare non esserci più avvenire per i compagni di questo viaggio.

Le atmosfere mediterranee, le coste della Liguria e della Francia disegnano un confronto continuo tra terra e mare; il protagonista deve decidersi a lasciare per sempre il mare che non offre sicurezza e accettare la terra dove forse qualcuno lo aspetta ancora. Rimane un libro poetico che si apre alle diversità tra persone e culture, con qualche riferimento alle guerre etniche nell'area slava; quello che piace meno è la secchezza espressiva dell'autore, forse poco interessato ad alimentare la suspense della vicenda che si fa drammaticamente avventurosa nella parte finale. I tanti personaggi provano a parlarsi, ma non riescono a raccontarsi reciprocamente. Si limitano a battute rapide, domande senza risposte, sguardi da interpretare. Anche qui deve essere il paesaggio, ossia il mare, a parlare al loro posto. Forse può bastare.

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