recensioni
Aldo Dalla Vecchia, "Le tre parche"
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Le tre parche
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2023
Vita pubblica e privata coincidono negli scritti di Aldo Dalla Vecchia, giornalista e autore televisivo fra i più conosciuti, cosicché questa sua nuova fatica mescola l’affresco di costume con la saga familiare, i personaggi noti a tutti con le figure che popolavano la provincia veneta di tanti anni fa. Fra estati sonnolente in campagna, zii che salvavano dalla noia di un lavoro in cantiere imposto dal padre, fumetti e fotoromanzi letti avidamente il giovedì appena usciti in edicola, si snodano queste lettere dedicate a qualcuno che un tempo c’era e ora non c’è più.
Una serie di quadri raffiguranti figure fondamentali nella vita di Dalla Vecchia, legate da un filo rosso, o meglio nero, la morte. Delle tre parche è Atropo a vincere sempre, anche se le altre due, Cloto e Lachesi, si danno un bel da fare a ingarbugliarci l’esistenza, a riempirla d’incontri casuali e di coincidenze che si riveleranno importanti. Ma la morte, democratica e dispettosa, arriva per tutti. E di morti sono costellate l’infanzia, l’adolescenza e la maturità dell’autore, in questo “romanzo” che va all’indietro nel tempo, dove l’inizio è la fine e viceversa.
Tutti questi lutti, queste scomparse, queste lacerazioni dell’anima, anticipano e prefigurano l’altra, la più importante, quella che ha segnato l’esistenza dello scrittore, ovvero la perdita del padre Michele, perito improvvisamente per un incidente in montagna quando Dalla Vecchia era bambino.
Le persone defunte sono definite solo con il loro nome; alcuni sono familiari, come gli zii, i nonni, altri sono amici, altri ancora figure famose, i personaggi televisivi granitici come Mike (Bongiorno) o storici e giganteschi come Carol (Wojtyla).
Non mancano cani e gatti, primi grandi amici persi, primi dolori sofferti, e persino un personaggio fittizio, il cane Argo dell’Odissea. Con Argo, Dalla Vecchia ci riporta d’un balzo indietro, ricrea un piccolo quadro d’epoca, lo vediamo insieme alla nonna guardare quelli che erano i grandi sceneggiati televisivi di allora, lo immaginiamo singhiozzare disperato sulla morte del fedele animale. Questo bozzetto ha riacceso in me il ricordo di un mio inconsolabile e straziante pianto, dopo la visione di un cartone animato nel quale un disgraziato pinguino moriva di freddo e di stenti perché incapace di abbandonare l’uovo che non si schiudeva e che in realtà era stato sostituito con un sasso. Ancora, se ci penso, provo lo stesso strazio di Aldo e il magone mi chiude la gola.
La nostalgia allegra dei primi testi di Dalla Vecchia, per me che li ho letti tutti, si sta facendo vieppiù amara, sta perdendo la briosità della giovinezza per divenire struggente e dolorosa, quasi crudele. Libro dopo libro il tempo passa. Forse per chi è sensibile come Aldo passa ancora di più, lascia un segno, riannoda e disfa i fili dell’esistenza e del destino.
Tutto si perde e tutto torna, la fine e l’inizio combaciano. Atropo apre le sue forbici e aspetta.
Cecilia Natale, "Radici e orizzonti"
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Radici e orizzonti
Cecilia Natale
Guido Miano Editore, Milano 2023.
S’avverte nella poetica di Cecilia Natale una profonda esigenza di rivisitazione delle proprie radici lucane dopo la ‘migrazione’ sulle coste pugliesi; una viva appartenenza all’identità femminile; il bisogno di ricercare sentimenti umani autentici in una società liquida, spersonalizzata e spersonalizzante; lo slancio ideale verso i territori dell’essere, i percorsi spirituali, l’incontro con il divino identificato nella Verità. È la stessa autrice, poetessa e pittrice, ad aprire il ventaglio delle sue tematiche prevalenti suddividendo questa sua ultima fatica letteraria, dal titolo Radici e orizzonti, in quattro parti: Il tempo delle donne; Paesaggi e stagioni; Ideali e sentimenti; I sentieri dell’anima. Attraverso una metrica ragionata e pacata, composizioni spesso monostrofiche e versi brevi, sintesi concettuali, verbi dinamici, aggettivazione sobria ma efficace, scansioni e ritmi appropriati, ella sviluppa un percorso memoriale, esistenziale, interiore e in parte storico-sociale, nel quale l’approdo finale diviene sempre l’abbraccio coi valori trascendenti e dunque religiosi.
Più che un affronto delle problematiche relative alla condizione femminile, nella prima parte Cecilia Natale ha voluto omaggiare le personalità, la testimonianza e l’opera di alcune donne reali - più o meno note - che hanno lasciato il segno nel loro passaggio temporale in questa nostra parabola terrestre: in tal modo emerge comunque chiaramente, per le scelte effettuate, la sua visione sulla questione donna. Tra le liriche dedicate segnaliamo in prima istanza quella scritta per omaggiare la madre, definita anche nel titolo una Ruvida quercia, ma sempre pronta all’altruismo anche nella stanchezza degli ultimi anni. Toccanti le parole attribuite a Elisa Springer, scrittrice ebrea sopravvissuta alla Shoah: «...ho urlato / ai rami giganti / della foresta di Auschwitz / il diritto negato, / sfidando la notte dei cristalli / sotto cieli di piombo...» nella poesia A-24020 (Sognando la libertà), dove la sigla alfanumerica indica la sua matricola nel campo di concentramento nazista. Un’altra donna significativa esce dai Vangeli e si chiama Maria di Magdala, divenuta seguace del Cristo, che le cambiò la vita conducendola sulle strade del vero Amore. In epoca contemporanea l’autrice è affascinata dal lavoro della giornalista Tiziana Ferrario, che racconta la vita di popoli lontani e di guerre contro i poveri (Il vento di Kabul). Così anche colei che viene chiamata nel testo Rosa d’Inghilterra, ovvero Diana Spencer, è ricordata per la sua scelta di vita: «Dallo scrigno d’oro / della tua solitudine / approdasti / alle deserte spiagge / di chi soffre...». Seguono poi nomi di donne della vita quotidiana non meglio identificate: Maria, Emma, Marta, Anna, Giovanna, Luisa… non celebri, ma importanti nel mondo affettivo della poetessa. E Come una pergamena è la lirica dedicata a se stessa, dove prevale la sua voglia di ricominciare dopo ogni errore riconosciuto.
La seconda parte ci consegna frutti della memoria alla ricerca di taluni luoghi del borgo di Forenza, dove ebbe i natali, e impressioni sul successivo ‘habitat’ geografico e storico, ovvero la cittadina adriatica Mola di Bari. Oltre alle rimembranze qui fanno testo i tratti paesistici, le atmosfere ambientali, le immagini e i colori di un nucleo antropico e naturale d’impronta marina, le ripercussioni nel suo animo di tutto ciò. La Lucania, “l’antica terra dei briganti” è definita Terra di luci ed ombre per via dei suoi contrasti: vi sono eterne querce, candide greggi, verdeggianti boschi, chiome di fulve pannocchie. Il suo borgo, Forenza, parla attraverso il fumo acre della legna, le «spigolose pietre millenarie / indurite da secoli di storia» (I vicoli del mio paese), le feste degli emigrati tra il profumo delle ginestre e le primule fiorite. Il ricordo si sofferma anche sulla stazione di Forenza, dove il fischio del treno si perde tra mandorli e ginepri, mentre il mite vento di ponente - lo zefiro - fa volare i suoi pensieri. Scenari diversi in terra di Puglia: ora reti, pescatori, barche, bitte, il faro, pietre angioine, bianchi gabbiani… popolano le sue giornate (Sui fondali di questo porto, Paese di mare).
Con la terza parte avviene il passaggio ad una scrittura più soggettiva, interiore, specchio d’idee e d’anima, riflessiva, non mancando tuttavia sguardi sul mondo e la società proprio alla luce delle personali convinzioni. Si tratta di brani poetici tasselli di un mosaico variegato, tuttavia uniti da un forte élan vital bergsoniano, tendente a valorizzare l’amore per la vita prima ancora del suo significato.
Con immagini talora oniriche la poetessa ci invita ad entrare nelle dimensioni del silenzio, dove arte e pensiero hanno dimora; dove gli ideali, cavalieri celesti, combattono furiose battaglie. Compiange i sogni perduti di quelle generazioni che hanno perse se stesse inseguendo chimere, dimenticando il Coraggio di essere, sepolto sotto le cappe di piombo delle proprie catene interiori, e quella Leggerezza dell’essere necessaria come la manna nel deserto. In lei il filosofico élan vital si trasforma, in ultima analisi, in quella forza dell’Amore con il sigillo della Trascendenza che ci fa rinascere se a nostra volta amiamo. La finestra sul mondo s’apre verso Il bagaglio dell’emigrante, perennemente legato alle memorie dell’infanzia (risvolto autobiografico); al dramma dei migranti, profughi strappati dalla propria terra per finire in balìa delle onde; alla sofferenza delle vittime della pandemia che hanno lasciato questo mondo spesso senza «una voce / una presenza» (Marzo 2020).
A conclusione della silloge Cecilia Natale s’abbandona al canto religioso, nel quale l’Anima e Dio divengono i protagonisti indiscussi; i valori essenziali sono scritti con l’iniziale maiuscola: il Bene, l’Eternità, la Fede, l’Amore, la Luce, il Credo, la Sapienza, la Speranza, la Felicità, il Signore, la Verità… Un lessico spirituale cristiano dove la preghiera è la comunicazione tra l’uomo e Dio; dove la Parola antica si rinnova continuamente; dove la nostra beatitudine si trova solo nell’incontro col divino… L’epilogo è scolpito in Come corde di un’arpa (ultima lirica del libro): «Viandante / con le spalle curve / nella tua Casa / depongo il mio fardello /…/ Fammi restare, Signore / in questa tenda /…/ ricuci Tu i lembi strappati / nella ricerca della Verità!».
Enzo Concardi
Cecilia Natale, Radici e orizzonti, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 86, isbn 979-12-81351-03-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Cecilia Natale, nata a Forenza (pz) e residente a Mola di Bari (ba), è laureata in Materie Letterarie. Poetessa e pittrice, ha pubblicato le raccolte di poesie: Infinito presente (1995), Le nuvole sfiorano le vette (2004), Risonanze (audiolibro, 2009). È inoltre autrice del libro: Chiesa Sacro Cuore. Il tempio e la sua storia (2013), raccolta di foto, documenti e testimonianze riguardanti l’iter della realizzazione della Chiesa Sacro Cuore di Mola di Bari. L’attività poetica di Cecilia Natale è trattata nel terzo volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Il secondo Novecento, G. Miano Editore, 2004.
Claudia Messelodi, "Emozioni"
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Emozioni
Claudia Messelodi,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Questa nuova pubblicazione di Claudia Messelodi, laureata in Lingue e Letterature Straniere, prosegue il discorso poetico della precedente opera I colori dell’arcobaleno (2020) edita dalla medesima Casa Editrice. In quella sede tre saggi - curati da Floriano Romboli, Enzo Concardi, Nazario Pardini - realizzavano una “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio”, nell’ambito dell’omonima collana letteraria. In particolare nel primo saggio (Le problematiche dell’essere in Claudia Messelodi e Anna de Noailles), il critico sottolineava l’inevitabile contradditorietà dell’esistenza emergente dai versi, in cui gli aspetti di positività e negatività s’intrecciano attraverso immagini e creazioni dialettiche. Il mio contributo (Il tema dell’amore in Claudia Messelodi e Jaroslav Seifert) metteva in risalto, tra l’altro, la condizione di vulnerabilità nel sentimento d’amore autentico, quando ogni barriera difensiva della razionalità crolla sotto la spinta indomabile della passione. E ancora nel terzo intervento (Claudia Messelodi viaggia tra le armonie della natura in braccio alla grazia del Creatore) Pardini indicava nei simboli della natura e nel linguaggio figurato una delle principali valenze della sua poetica, un’unione panica che la conduce verso visioni celestiali, verticalità eccelse, prospettive escatologiche nelle dimensioni del divino.
Visitando poi l’antologia essenziale della critica, sempre utile per un lavoro di analisi comparate, ho trovato interessanti e testimonianti la complessa anima spirituale e poetica dell’autrice, alcune annotazioni di Angela Giassi a proposito della raccolta Intrecci (2014): «Si tratta di liriche grondanti di vita, dove si mescolano passione e contemplazione, affetti e paure, di un animo pulsante, mai pago, teso piuttosto alla continua indagine del significato primario e autentico dell’essere». E così anche Freya Pickard, nella prefazione a Intrecci, si sofferma sulla prevalenza di una poesia che si manifesta come un viaggio dell’anima, quindi ricerca di interiorità profonde, lontane da sirene mondane.
Questa nuova raccolta ripercorre i motivi più cari all’autrice – tratteggiati in precedenza – amplificando gli spazi dedicati ai modelli estetici orientali (haiku, tanka, elfje) i quali, nell’insieme, ci restituiscono strutture linguistiche sommamente e prevalentemente sintetiche, raccoglitrici comunque di baluginanti ma densi concetti, astrazioni, messaggi. Il bisogno di essenzialità – reso in poesia magistralmente, ad esempio, dall’immagine degli ossi di seppia montaliani – mi pare tipico e necessario dell’attuale fase spirituale di Claudia Messelodi che - dopo aver tanto vissuto, cercato, sperato, sofferto, combattuto - vuole forse ricapitolare tutto il magma esistenziale personale e sociale in visioni armoniose, unitarie, semplici ma che corrispondano ad altrettante voci di libertà e verità. La scrittura si presenta allora come un insieme di lacerti poetici, tasselli musivi, colori caleidoscopici volti a dipingere mondi da conquistare, dimensioni da raggiungere, mete privilegiate di un rinnovamento integrale della personalità umana fin qui carente e lacunosa.
Le vie da seguire iniziano da un dialogo sincero e contemplativo con gli ambienti naturali, colloquio sempre rigenerante e formativo per la poetessa. Non a caso la raccolta si apre con la lirica Croce di Baone, luogo reale del Garda Trentino che simboleggia l’attaccamento alla terra d’origine e la sua passione per la montagna e che poi travalica la realtà fisica per inoltrarsi nei territori metafisici e della spiritualità. È opportuno offrirla alla lettura integralmente per assaporare fino in fondo il suo messaggio di bellezza, meditativo, memoriale, pacificante: «Paesaggi chiari / ovattati d’albe a pastelli / tiepida carezza di un cielo maculato / aria boschiva che genera respiro / forme di vita. / Spazi senza un nome / occulte radici dell’anima / un lento ritrovarsi a casa / con passi lievi in danze libere / con un cuore in pezzi… / cristalli di brina. / E un incontro pacato, un sospiro / un sorriso gentile / come mantello di pace / una fonte di eterno ristoro / nella serena dimora. / Ecco la croce di vetta / la fine e l’inizio. // Colle di luce / nell’incontro di un volto / sempre rinasco». Va da sé che i versi finali rimandano a simboli religiosi (la croce di vetta … incontro di un volto) appartenenti alla fede cristiana.
Le stagioni rappresentano l’abito variopinto del nostro clima temperato, il biglietto da visita della natura poetica, la suggestione delle policromie: la poetessa ne coglie i particolari con vivaldiana vivacità. L’autunno tenero e dorato; l’inverno gelido con le sue brezze, la luna di ghiaccio, le sue vibrazioni; il solstizio d’estate con l’immenso sole, il vento sulle vele e gli scogli, la luna al tempo della fienagione, sono altrettanti momenti di vita nei quali possiamo ritrovare noi stessi e le nostre radici. Ritorna il motivo della vetta, tra silenzi e sguardi aperti mentre il fiato si fa di roccia: un’immagine della fatica di natura metamorfica. E ancora picchi, rupi, sogni, in una sinfonia che successivamente abbraccia un cammino «di monte in monte», tra «mari e ancora mari», mosaici di colori, luci, respiri di luna (altra sinestesia accattivante).
Le stagioni del tempo accolgono ed accompagnano le stagioni dell’amore, le cui emozioni spesso vengono vissute in contesti naturali lirici, che si alternano con gli stati sentimentali personali. Sono immagini simili a toccate e fughe musicali o ai pizzicati degli strumenti a corda: lei si perde nello sguardo di lui, fino a non capire a quale punto stia la sua lucidità; nei baci «labbra su labbra» si creano atmosfere magiche come i «sogni all’alba» e i sapori dei frutti o i colori dei velluti; lentamente riaffiora il tempo del cuore tra fiori di loto, promesse d’amore, ebrezza di amare liberamente; scorre il tempo, ma rimane sempre lui al centro dei pensieri.
Oltre le emozioni il bisogno più profondo è quello del sempre, che emerge all’improvviso in questi versi: «Per un attimo / la mano nella mano / per una vita». Claudia Messelodi accenna anche a freddi amori dentro l’inverno e ad amori mai esistiti, ma questi non hanno storia. Storia e storie invece si dipanano in altri testi più distesi sulla pagina quando ella esprime il suo sentimento in modo compiuto.
Sono liriche con metrica più classica e mostrano anche titoli molto emblematici: Portami lontano, Fiordalisi e lacrime, Paradise (paradiso) Missing you (mi manchi). In Portami lontano si vagheggiano luoghi indefiniti, forse più del sogno che geografici, dove l’amore trova pienezza di realizzazione: là s’accende il desiderio, si vivono stupori e abbagli, non si coniuga il verbo dovere ma regnano le emozioni date dalla «presa calda della tua mano», dal «carbone celeste dei tuoi occhi» e si scoprono tesori nascosti mai visti. Fiordalisi e lacrime è una tenera poesia d’amore per lui, centrata sulla cura dell’amato: lei entrerà nella sua vita per allontanarlo da ogni malinconia, lei curerà le ferite del suo cuore per lenire ogni dolore, lei attraverserà i suoi inverni con la tenerezza medicatrice d’ogni male. E alla fine diverranno insieme «…canto lieve fra le zolle / tra labbra schiuse - dove torno a volare / e al confine di un bacio / a cercarti».
In Paradise il canto d’amore celebra l’unione delle anime, alla ricerca del momento magico nel quale si avrà in mano la giusta chiave «…che spalanchi l’accesso / al nostro paradiso…», un eden esclusivo e riservato: «…Per noi soltanto / quest’angolo di cielo / sguardi e sospiri». Invece Missing you è ispirata dal dolore di una momentanea assenza di lui, e per questo i momenti di smarrimento pesano sul suo vuoto d’attesa: «…Vorrei che questo tempo che ci separa / corresse più del tempo stesso…». Nel testo vanno segnalate fantasiose ed originali sinestesie associate a metamorfismi tra elemento umano e naturale, come «spalle di muschio», «collo di eriche», «braccia di sandalo», «colonne di pino selvatico».
Dopo i ritmi e i battiti dell’amore, la poetessa guarda dentro se stessa, scruta orizzonti esistenziali, indaga nelle dimensioni memoriali, sperimenta approdi religiosi. Il viaggio più arduo è quello nell’interiorità, ove vibrano le scelte della vita, ove l’incontro con il proprio io richiede smascheramenti e cambiamenti. La sensazione di ebrezza che scaturisce dalla coscienza dell’infinito s’irradia beneficamente verso le relazioni amicali e verso il proprio cuore, ricolmo di empatie. La natura è partecipe del nostro destino, trova le parole per raccontare e raccontarsi, s’inserisce nelle nostre dimensioni per rubare tempo al tempo.
L’esistenzialità dell’autrice è spesso positiva, pronta a cogliere le miriadi di luci che popolano la realtà, piuttosto che affondare il bisturi sul malessere odierno: meglio abbracciare il cielo, come in un volo onirico verso territori del futuro; meglio un mondo a pastelli che genera sogni; meglio essere eternamente viva e sul campo di battaglia «…impetuosamente selvaggia, / di amazzone / indomitamente libera…» e farsi riconoscere come «…colei che ti terrà sveglio / nella febbre di un pensiero / tutta una notte» (E tu saprai…). Intensità, passione, spessori: ecco il verbo della Messelodi, che si coniuga dunque con un «libero andare / solo emozioni in gioco…» nell’incessante ricerca della vita.
Tuttavia, talvolta, gli echi del dolore la raggiungono nel freddo vuoto di memorie del nulla: la vita può diventare un’altalena dove è facile trovarsi e perdersi, svanire nel tempo che fugge con te, insieme ai tuoi dubbi. Ed allora è saggezza scrivere versi Per un amico: «…tu ed io bambini /…/ farfalle in volo /…/ nuove carezze»; ricordarsi delle mimose al vento nel giorno della festa della donna … e chissà se c’è un Dio in quegli occhi.
Enzo Concardi
Claudia Messelodi, Emozioni, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-12-7, mianoposta@gmail.com.
Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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Angela Ragozzino
VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA
Il volume VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA, di ANGELA RAGOZZINO, edito da Guido Miano Editore, 2023, per la collana “Parallelismo delle Arti”, presenta poesie dell’autrice, foto e dipinti degli artisti Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia, Enrico Raimondo, Angela Ragozzino, Giovanni Conservo.
La poesia e le arte figurative, sin dai tempi antichi, vanno a braccetto: la poesia, attraverso le parole, suscita emozioni; la pittura, la scultura e la fotografia, attraverso forme, immagini, colori e sfumature, evocano e trasmettono sensazioni. Le opere presenti nel volume dimostrano come alcune tematiche siano fonte d’ispirazione comune per gli artisti e regalano le stesse suggestioni al fruitore dell’arte.
Angela Ragozzino, con le sue parole sempre ben calibrate, dipinge quadri, scene di vita e attraverso la descrizione dettagliata della natura, dei paesaggi e delle persone, che appaiono davanti ai suoi occhi, sparge pennellate di colore, con dosati effetti di chiaro-scuro. La poetessa trae ispirazione da diverse situazioni e ci veicola la sua visione soggettiva, il suo sentire. Le liriche si aprono sempre con la presentazione di quello che l’autrice vede, per poi lentamente immedesimarsi nella scena descritta e trasportare il lettore alla evocazione/rievocazione di un ricordo, di una sensazione, di un evento e quindi di un’emozione.
Le opere figurative che accompagnano le poesie, tutte molto suggestive, danno un immediato colpo d’occhio, stimolano l’immaginazione e suscitano grandi emozioni: sono poesia muta e ci proiettano immediatamente nel tema e nel pathos delle liriche.
Tutte le poesie si contraddistinguono per un marcato lirismo, dettato da profonda meditazione e immaginazione di stampo romantico. Di delicata bellezza sono le poesie dedicate alla natura, natura che rinfranca lo spirito, da sollievo all’animo inquieto e mitiga la solitudine, come in L’ABBRACCIO DELLA NOTTE: «Alzo gli occhi al cielo / e vedo una stella / brillare, / brilla più delle altre. / Percorro il sentiero / tra l’erba, / la brezza tra le fronde / rinfranca / dalla calura d’agosto. / Le ombre, / mi seguono sulle pietre / rischiarate dalla luna, / come timide compagne / danno forma / ai miei pensieri / ai miei sogni, / ormai solo illusioni. / La notte mi avvolge / in un abbraccio, / dolce e silenzioso, / e trovo sollievo / alla mia solitudine». In GIORNI DI PIOGGIA («Cammino… Cammino / sotto la pioggia, / cade a scrosci bagna il viso / lava strade e muri scrostati. / Le foglie volano giù / dagli alberi sferzati dal vento, / mulinelli impazziti / si placano solo / al calar della tempesta /…/ La tempesta è placata, / ma non quella / che agita l’animo mio») l’autrice ci dice di come il mondo esterno interviene e modifica il suo sentire interiore, crea corrispondenze e fa scaturire forti emozioni. Nella poesia IL VENTO DEL NORD, l’autrice descrive la potenza distruttrice del vento, ma nello stesso è consapevole che la vita rinasce e la speranza ha il sopravvento, ne è il simbolo la mimosa che è già fiorita; «Il Vento gelido del nord / sferza la campagna. / Alberi piegati, le foglie strappate / volteggiano impazzite…// Il gelo cala sulla terra nuda / si fa ghiaccio. / L’ultima tempesta / di un inverno lungo e solitario. // Lontani da tutto, / rinchiusi tra quattro mura / in attesa che passi la paura / del nemico che uccide. // Già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».
In CANNE AL VENTO, dopo la dettagliata descrizione del paesaggio, la poetessa, nella seconda parte della lirica, identifica se stessa con la canna al vento, trasportata senza meta dalle memorie e dai rimpianti dei tempi passati. «Canne al vento / sulla riva, onde increspate / dalla brezza marina. / Rocce arse, baciate / dal caldo sole d’agosto. / Il fico d’India, verde / dai frutti spinosi, / ma dal cuore tenero e dolce. / Canna al vento, si piega / ma non si spezza. // Un’estate solitaria / come tante altre, / come tutte nella mia vita. / Guardo le nuvole bianche / che galoppano nel cielo / e volo nel mio mondo / fantastico… per non pensare / alle stagioni passate, / al tempo perduto. / Canna al vento, son io…».
Nella silloge sono presenti poesie molto personali, intime, dedicate a persone care scomparse: UNA FOLATA DI VENTO (A Rosaria), LA TUA VOCE… IL TUO SORRISO… (A Padre Raimondo), IL TUO SORRISO (A mio Fratello), ma anche poesie di stampo religioso e di contemplazione mistica: E COSÌ TI PORTO NEL CUORE (A San Michele Arcangelo), 8 DICEMBRE… a Capua, ALL’ICONA LASSÙ.
La delicata poesia dedicata alla Madonna del Carmelo, trae ispirazione da un affresco presente in una chiesetta a Sant’Angelo in Formis (CE), di autore ignoto. La poetessa ci offre anche una foto dell’affresco. Siamo qui di fronte a quella poesia che si ispira alle opere d’arte di cui è piena la letteratura: LONTANO NEL TEMPO… (La Madonna del Carmelo) «Lontano nel Tempo… / Rivedo una Cappellina / ai piedi della collina, / mura basse scrostate, / di calce bianca dipinte / e lì in fondo una Madonna. / Ha occhi dolci ed amorevoli / un Bimbo biondo sul grembo. /…/ Lì in fondo, la Luce. / Lontano nel tempo…/ E n’è passato… e ancora ritorno / alla vecchia Cappellina / ai piedi della collina. / E la ritrovo in alte mura incassata, / di calce bianca, dipinta. / È sempre lì, la Madonnina / d’oro soffusa, / ha occhi dolci amorevoli / e il Bimbo biondo sul grembo. / Ti porto una rosa di maggio, / ahimè! piena di spine. // Tu guardi e sorridi, / sai già le pene del cuore. / Oh! Madonna del Carmelo / dei Tuoi figli conosci gioie, / dolori e speranze, / ascolti e lenisci gli affanni / di chi a Te s’affida…/ Ed ora alla Chiesetta / m’avvio, una prece dal cuore s’innalza: / Fa’ che alle rose per Te / non ci siano più spine».
Una poesia che mi piace mettere in risalto, è quella dedicata al poeta Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice. Qui l’autrice, nel ricordare l’amico e l‘artista recentemente scomparso, fa emergere la figura di un uomo sensibile e illuminato, che con il suo operato ha seminato semi di conoscenza, ha stimolato talenti e ha dedicato la vita a rendere il mondo un luogo più bello e migliore: UN LIBRO PER AMICO (A Guido Miano) «È una sera d’estate / l’afa soffoca il respiro, / un soffio di vento smuove / le fronde nel giardino. / Lo sguardo lassù alle stelle / mute e spente…/ Ripenso alla voce triste / che annuncia / la Tua Rinascita al cielo / nell’eterna Dimora. // Quanti tesori hai lasciato / quaggiù… il Tuo seme / ha messo radici / e virgulti sempreverdi / tendono rami al sole. / Quel refolo di vento / ritorna, smuove le foglie. / Ripenso alle parole / segnate con mano gentile, / la Tua dedica. // Sfoglio piano le pagine, / leggo brandelli di vita / sentimenti e nostalgie. / Il dolce rimembrar della terra / natia nel canto d’una sirena, / e «la Carezza lieve del padre», / al suo bimbo, / al mio cuore fanno eco. / E per tal sentire il Tuo Libro / sarà a me caro, / un Amico!».
Molte sono le suggestioni, le riflessioni e le emozioni che la poesia di Angela Ragozzino ci regala. Una poesia elegante nel tono, caratterizzata da un linguaggio chiaro, essenziale ma allo stesso tempo preciso e dettagliato, che non si perde dietro allusioni e significati oscuri; una poesia romantica, in cui la natura è protagonista, una natura che ci insegna a vivere, che riflette i moti dell’animo umano e dà sollievo alle fatiche della vita. Una poesia senza artefici che va diritta al cuore e lo fa vibrare.
Marcella Mellea
Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.
Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione e innovazione"
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Maria Angela Eugenia Storti
Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione
Guio Miano Editore, 2023.
In Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione (Guido Miano, Milano 2023), Maria Angela Eugenia Storti, docente, saggista, scrittrice pluripremiata, esamina accuratamente le opere di alcuni tra i più significativi scrittori del secolo scorso. L’opera, suddivisa in tre sezioni e preceduta dalla Nota dell’autrice, è un importante saggio di analisi comparata che verte sui tre fondamentali generi letterari diffusi nella cultura inglese, tedesca ed italiana del Novecento: il romanzo, il dramma e la poesia. Come si evince dalla puntuale Prefazione di Lea di Salvo, l’autrice si propone una molteplicità di obiettivi: considerare le opere letterarie come prodotto dei contesti storici di riferimento, ripercorrere la strada che ha determinato l’evoluzione delle tecniche sottese alle diverse tipologie letterarie, rovesciare il concetto di “inutilità dell’arte”, secondo l’accezione data da Oscar Wilde e riferibile ai canoni dell’estetica simbolista decadente. Storti in questo studio dimostra, come da lei asserito nelle Conclusioni, quanto invece l’arte sia indispensabile e come la Letteratura, intesa come arte dello scrivere, divenga dispensatrice di emozioni e fonte di conoscenza.
Il trait d’union tra gli autori scelti è l’osservazione di una società borghese ormai al crepuscolo, insieme ai suoi prodotti artistici; gli scrittori inseriti nell’opera reagiscono di fronte ad un mondo in cui non si riconoscono e dove, dopo il crollo delle certezze positivistiche, tutto appare menzogna, assorti nell’incessante ricerca di nuove e più autentiche modalità espressive che li avvicina ai movimenti di avanguardia del Novecento. Il saggio procede attraverso continue interrelazioni, in un lungo e complesso excursus che, per la sezione Romanzo, prende l’avvio dal Doctor Faustus di Thomas Mann: l’isolamento che circonda il protagonista, il musicista tedesco Adrian Leverkühn, presenta numerosi motivi autobiografici e coincide con la degenerazione della Germania funestata dal nazismo.
Alienazione, frustrazione ed emarginazione sono le cifre peculiari dell’opera kafkiana: sogno e realtà, simbolo e concretezza viaggiano su due binari paralleli. I personaggi, indicati con l’iniziale K, spesso alter ego dello scrittore, si sentono schiacciati da leggi incomprensibili.
Potente si eleva la voce di Virginia Woolf, una tra le prime scrittrici ad occuparsi, in Una stanza tutta per sé, del rapporto tra cultura e mondo femminile; Virginia esorta le donne ad uscire allo scoperto, aprendo al mondo le loro stanze per scrivere senza rinunciare alla propria identità, penetrando all’interno dei processi mentali per immergersi nella novità assoluta rappresentata dal “flusso di coscienza”.
La seconda sezione, Il teatro, si sofferma sul Saggio sull’umorismo di Luigi Pirandello, contrassegnato dal dualismo tra il sentimento del contrario e l’avvertimento del contrario, ovvero tra il comico e l’umoristico, principi ispiratori di tutta la sua produzione. Ed è allo scrittore agrigentino che si deve, dopo Shakespeare e Goldoni, una vera e propria riforma del teatro che ha ampliato gli orizzonti della drammaturgia italiana, innalzandola ai livelli della cultura mitteleuropea. Storti prosegue quindi con due caposaldi del teatro novecentesco: Frank Wedekind, con la sua Lulù, la femme fatale equivalente, per certi aspetti, alla dannunziana Elena Muti, entrambe figure femminili contrassegnate dalla volontà di affermare se stesse contro la morale corrente e Samuel Beckett, uno dei padri del teatro dell’assurdo. Così l’uomo contemporaneo nasconde il suo vero volto dietro la maschera pirandelliana e con Beckett si identifica in una marionetta che si muove estraniata, pronunciando puns e nonsense, nella fissità di una vita - non vita, in un processo di decostruzione della realtà.
Ma Storti individua come il maggior artefice della rivoluzione poetica Thomas Stearns Eliot, il quale sostiene che la tradizione non è solo passato, ma continua a vivere nel presente, fornendoci la coscienza della memoria storica. Eliot è presente nella sezione dedicata al romanzo e anche nella terza ed ultima sezione, Poesia, in un accostamento con Eugenio Montale; oltre alla teoria del “correlativo oggettivo”, i due premi Nobel condividono la creazione di una poesia forse meno lirica, ma certamente molto efficace, nella loro consapevolezza di possedere solo incertezze.
Il saggio di Storti è di fondamentale importanza ed offre succosi spunti di riflessione, rivelando interessanti e impreviste analogie tra autori molto diversi tra loro, ma animati dagli stessi intenti: rinnovare, rivoluzionare, modernizzare una Letteratura considerata ormai alla sua fine; essi hanno fornito un apporto fondamentale alla storia letteraria, influenzando tutte le generazioni successive, fino ai nostri giorni. Ed è anche grazie a Pirandello e Montale, come era accaduto per Dante e Petrarca, che la letteratura italiana può a buon diritto essere considerata a tutti gli effetti parte integrante di quella europea.
Gabriella Veschi
Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.
Adriana Deminicis, "8 Infinito 8 - La gemma di giada"
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Adriana Deminicis
8 Infinito 8 – La gemma di giada,
Guido Miano Editore, Milano 2023
La raccolta che Guido Miano Editore propone, scritta dalla poetessa fermana Adriana Deminicis, La gemma di giada, è la prima parte di un progetto che dovrebbe comprendere altre raccolte, in un percorso che perciò si presenta come non finito: questo stanno a indicare i due simboli dell’infinito posti prima e dopo il titolo (ma verticalmente). Nella prefazione all’opera, Enzo Concardi sottolinea opportunamente la consapevolezza dell’autrice “di essere vicini all’Infinito ma di non poterlo ancora utilizzare nella sua energia totale e senza limiti … la coscienza della nostra ricchezza interiore che tuttavia tarda a farsi palese…”, e da ciò vede affiorare il tema (ricorrente nella poesia d’ogni tempo) della natura medicatrix – quasi che essa possa dare risposte, mentre è essa stessa creatura (medicatrix, ma non certo creatrix). Questo è il fil rouge che tiene fortemente unite le composizioni di questa raccolta, che si può a buon diritto considerare un poemetto. Si presenta, infatti, come un flusso continuo di riflessioni (che non di rado, curiosamente, la scrittrice declina al maschile) tutte tese a rispondere ai tre soli versi di Una domanda (unica poesia chiusa da un segno di interpunzione e, al pari di Armenian Duduk Music, la più breve della raccolta): “Può esistere una vita / così come io la cerco, / senza la morte, qui sulla Terra ?”.
Leggendo, subito colpisce il ritmo delle parole, che dalla prima composizione (non a caso intitolata Infinito) fino all’ultima (Una scarpa rotta) sembra quasi togliere il fiato al lettore, data la “necessità” dell’autrice di esprimere, in un impeto ininterrotto di sensazioni e pensieri, tutta la sua positiva ansia di vivere e di trovare la pienezza della vita anche in momenti che sembrano fuggevoli, in fatti che paiono marginali, quasi troppo “normali” per essere poesia, e che pure lo sono (“… con l’aria fresca a dissetar / come una bevanda refrigerante, / e il caffè per rifocillare le pause / e i sorrisi per il buon parlare / in una stagione di sollievo …” - Un pensiero alla Luna). Pienezza che l’artista sembra trovare adombrata anche solo in un tronco d’albero, o in oggetti ormai da buttare come un orologio fermo, e perfino in un cane che ama la musica (Dudù e la Panchina).
Così, sensazione dopo sensazione, considerazione dopo considerazione, emergono tutte le innumerevoli linee di ricerca di un senso possibile all’umana vicenda. Tutto può esser segno dell’anelito di compiutezza che guida la scrittrice: la terra, il cielo, la luna, le stelle, il sole, i gabbiani (tutti nomi scritti il più delle volte con l’iniziale maiuscola, come anche le parole Amore ed Anima, al pari di Viaggio e di Vita – e l’elenco potrebbe continuare, non solo coi sostantivi, ma anche con diversi aggettivi). Una ricerca che forse trova nella natura che ci avvolge “il luogo” dove tutto pare potersi alleare per rendere la vita piena, felice, con “l’entusiasmo di chi racconta / una storia vissuta a lieto fine” (Una terrazza sul Mare), col perenne accompagnamento di una musica capace di aprire “tutti i varchi nascosti per giungere / in siti mai visitati” (La Musica che porta lontano). E così “… le stelle cadenti / erano tutte consolazioni, / erano baci al cuore, / erano abbracci per condurre / in un mondo ricco di gratitudine / e di risposte positive piene / di Energia Buona, / nel caro e prezioso vivere ove tutti / potevano esistere sereni e tranquilli” (finale de Il giorno di San Lorenzo). Una tensione continua alla ricerca di un sogno che si intuisce potersi realizzare (come “…una tartaruga cammina veloce / all’interno di un giardino, / una pianta riporta la mappa / con tutti i saperi…”, Una poesia d’Amore), ma ben sapendo che non è ancora il tempo che ciò accada, pur constatando che man mano, nel tempo “… i versi si riempivano di contenuti / formando una comprensione / che a poco a poco diveniva consistente, / tasselli giunti a trovare / una collocazione, tanto cercata / nel corso della mia vita, / non più soggetta a limiti, / perché oltre l’Orizzonte / la vista non si perdeva…” (Steli di rose). Per questo, forse, ogni composizione non è chiusa da un punto fermo, la cui omissione volutamente indica che bisogna cercare sempre più in là.
Quella di Adriana Deminicis si presenta così come una poesia sognante. È proprio come un sogno la confidenza che ella fa alla gemma Giada: “… le dissi con tutto il mio Cuore / di aiutarmi a far venire / un mondo senza sudore, senza malattie, / un mondo di giovinezza eterna, / di felicità e bellezza / …” (Giada): è l’eterno sogno dell’umanità, è un sogno di paradiso. E sognare è non solo lecito, ma a volte benefico, come ci ricorda la poetessa de La gemma di giada.
Marco Zelioli
Adriana Deminicis, 8 Infinito 8. La gemma di giada, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-04-2, mianoposta@gmail.com.
Rossella Abortivi, "Corrispondenze"
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Corrispondenze di Rossella Abortivi,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
La poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo, con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari, dunque tra riflessioni amare sulla condizione umana e momenti – a dire il vero più brevi – di riconciliazione con se stessa e la propria vicenda terrena. Corrispondenze è una raccolta lirica suddivisa in quattro parti: Nuvole, Epochè (termine della filosofia scettica e husserliana traslitterato dal greco antico, stante ad indicare la “sospensione del giudizio”), Vortici, Circuito, tuttavia unite fra di loro dalla medesima ispirazione tematica e da una particolare scelta formale che potrebbe richiamare talvolta lo sperimentalismo grafico dei Calligrammi di Guillaume Apollinaire (1880-1918), ovvero libertà dalla metrica tradizionale, eliminazione parziale della punteggiatura, scrittura sulla pagina delle parole formanti un disegno, un’immagine. Nel caso dell’autrice si possono intravedere forme poligonali (trapezi, rombi …) ed anche figure di vasi o calici: si tratta di una disposizione verticale che può attrarre il lettore per una certa eleganza percepibile dal colpo d’occhio da diverse distanze e inclinazioni.
La dialettica esistenziale incrociata con le immagini oniriche si traduce in un’altalena di stati d’animo, impressioni, ricapitolazioni, bilanci, considerazioni, aneliti … che trasformano la poetica da una perduta linearità ad acquisite metamorfosi e sublimazioni. Esse visitano gran parte delle creazioni della poetessa: richiamiamo qui le più emblematiche e paradigmatiche. In Azzurro è lampante l’oniricità evasiva, espressione dell’intenso desiderio di abbandonare la fatica del vivere per contemplare il mondo dall’alto di un paradiso etereo: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire. //…// Potrei sciogliere / i duri lacci di terra / distendere i pensieri / e volare lontano. // Da lì esplorerei le vie / i sicuri campi di luce / le sconfinate albe / nel tempo». In Notte avviene già la discesa dalle nuvole per affrontare il dolore della vita annegando «nel mare delle mie lacrime», nella continua lotta per resistere: «La notte è scivolata come un olio / sul mio dolore muto … // Ed è una pesante montagna che accumulo: / quella dei miei sogni scomparsi…».
C’è poi la conseguente e logica presa di coscienza della fragilità e caducità dell’esistenza, dovuta sia alle esperienze di tale impronta vissute, sia alle meditazioni di tipo filosofico sull’essere effimero dell’individuo. La poetessa si paragona ad un’esile barchetta che affronta le burrasche del mare, ma che impavida continua a navigare (Io) ed afferma la provvisorietà dei «momenti che ci avvolgono» (Corrispondenze). Ma su questa precisa tematica del virgiliano “tempus fugit” e del biblico “memento mori”, contrapposti alla latina “spes ultima dea” e al neo-testamentario “Christos anesti”, le liriche più immaginifiche ed esaurienti si rivelano Cosmo, Amnesia, Astri.
In tali testi Rossella Abortivi realizza compiutamente quelle metamorfosi e sublimazioni di cui si parlava in precedenza: il processo di trasformazione parte dal negativo, pur esistente, per raggiungere il positivo e l’armonia che man mano si scoprono con stupore e meraviglia. E ciò avviene con grazia ed eleganza formale, sorrette da scenari di ampio respiro e cadenze cristalline. Nella vita - dice la poetessa - vi sono spine, sangue, lacrime, singulti profondi, triste pianto e «… spesso manca il cinguettio dell’anima. // Però, da lontano a volte perviene / una tenue melodia / un soffio gentile che si insinua nell’anima…» (Cosmo) e tutto inizia a cambiare: ci fermiamo per ascoltare e gustare la vita su onde diverse, e siamo riconoscenti al tempo che ci fa esistere; in noi subentrano stati di pace e contemplazione: «…Placati gli affanni, / lasciati i laceri abiti del viandante / ci sentiamo parte del Tutto…» (ibid.). E diventiamo come «…il vento che percorre la terra / nel segno di ogni vita rinnovata / dove l’occhio riluce di perle / incastonate nelle speranze» (ibid.).
Poi la memoria ci inganna con vuoti e assenze, punti ignoti sui quali possiamo solo fantasticare, senza più ritrovare un vero legame col nostro passato. È tale la condizione che ci assegna «il solitario tempo di noi mortali» (Astri). Con Vedute e Stella si ritorna a vagheggiare altri mondi, con immagini esemplari e simboliche di aneliti metafisici e universali: «…La mia testa immersa / nella Via Lattea», o anche: «La mia poltrona è una stella. / Rotea nello spazio / mentre io / osservo quieta dalla mia sede…». Diverse tonalità ancora mutano il registro delle visioni terrene ed ultraterrene, che assumono colorazioni più forti e terminali: osservando un nero corteo con destinazione cimiteriale, la poetessa elabora un pensiero sul chi siamo e dove andiamo di chiara matrice religiosa: «…La vita resta / un sussurro / tra le labbra di Dio» (Funerale). E, in sintonia con la tematica del destino, ecco apparire Sentiero, in cui l’impronta dantesca e la visionarietà delle cantiche della Commedia sono tutt’uno: vi albergano la vetta del monte da salire (la salvezza), le anime vocianti dell’oltretomba (i dannati), la felicità del cammino verso la meta (la dritta via), l’ostacolo della fiera ringhiante (il peccato) … finché ella, con un salto temporale - raggiunge una sorta di Eden dove è immersa in «un cielo di luce» e lì si compie il suo destino.
Tuttavia - come si diceva - a confermare la poetica dei contrasti e dei contrari, Rossella Abortivi ci riporta, verso l’epilogo di Corrispondenze, ad alcune raffigurazioni e rappresentazioni segnate dal pessimismo e dall’abbandono della speranza. Così è in Dubbi: «Cosa rimane dei mille / doni della vita? / Solo un senso di / perdute occasioni / cocciute cecità / e implacabili rotaie / a dirigere un cammino / mai squarciato dal suono / di tenerezze appagate». Così è, ancor di più, in Quel luogo, lirica che forse richiama la sua esperienza di carcerazione ingiusta: l’uso dell’anafora estesa su tre versi: «In quel luogo desolato / lontano dall’amore / -sì, l’ho visto- /…» rende maggiormente drammatica la sua narrazione (nella terza reiterazione «posto arido» sostituisce «luogo desolato», mentre nella quarta diviene «posto lunare»). Qui la sofferenza, il tormento e la solitudine assumono diversi volti: l’essere rannicchiata sotto travi di cemento tra pietre appuntite; fissare il vuoto della dimora nell’aria pesante; la desolazione delle grigie pareti di cemento; sentire il nulla tra quelle rovine. Unico conforto: il calore delle gambe contro il cuore. Fisicità e psichicità sono dolenti all’unisono.
Sicuramente il trauma di quella carcerazione, dovuta ad un errore, ha lasciato il segno nella vita nella poetessa. In questo libro ne troviamo traccia nella poesia dal titolo Nebbia: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti». Ed anche in Dopo, con la faticosa ripresa della normalità per assaporare di nuovo il gusto della libertà, il ritrovato amore per il cosmo. Potremmo far rientrare in questa problematica personalissima anche l’incipit del libro, costituito solo da sei vocaboli, ognuno dei quali ha le singole lettere seguite da un puntino, spezzandole così con una simbolica separazione: «i. g.i.o.r.n.i. / f.i.t.t.a. / p.o.l.v.e.r.e. / s.u.l. / v.i.s.o» (Febbraio). Un’esegesi di ciò potrebbe condurre a pensare che le parole frante (aspetto estetico) significhino una vita lacerata appunto dall’esperienza patita, poi accentuata dal testo (aspetto contenutistico). Un’interpretazione più estesa ci condurrebbe invece ad attribuire tale ‘tecnica’ alla visione generale dell’esistenza. Si tratterebbe comunque, sia nell’uno che nell’altro caso, di un messaggio ‘subliminale’ indirizzato al lettore.
Oltre a tutto quanto già analizzato, si riescono ad individuare altri spunti interessanti in Corrispondenze, come, ad esempio, l’amore per la musica classica, testimoniato dalla composizione Concerto di primavera, dedicato a quattro musicisti: Rossini (versi giocosi come la musica di Gioacchino); Martucci (un preferito da Toscanini, richiamo d’immagini del mare); Debussy (paesaggi deserti); M. De Falla (inseguimenti d’amore nei ritmi per l’autore de La danza del fuoco). Oppure come la felicità espressa in Gravidanza, che si diffonde nell’ambiente circostante, come se ci fosse un’osmosi di sentimenti e sensazioni: «… La felicità … / offre visione incantata delle cose / che si dilatano oltre lo spazio / luminose e accoglienti. // Vi indugio / grata alla Natura / che sa contenere / nel suo morbido guanciale / la certezza di futuro / inesausto». O ancora come l’unione in amore, che è simile ad un laccio che stringe e mette in comunione gli amanti, e il noi diventa sinonimo di libertà ed energia cosmica (Laccio).
Infine, questo forte desiderio di ricomposizione, armonizzazione, medicazione, che prorompe qua e là nei testi di Rossella Abortivi accanto alle lacerazioni e ferite dell’esistenza, diviene un compito assegnato all’arte poetica: un «…filo che unisce / l’intimo di ogni essere…» (pace interiore); un «…filo che unisce / le persone a guardarsi con amore…» (senso dell’altro); un filo che unisce l’umanità al di là di ogni differenza di qualsiasi genere (La poesia). La scrittura non è quindi “l’arte per l’arte”, cioè fine a se stessa, come in talune visioni avanzate in epoca contemporanea, ma assolve ad un’importante funzione etica e sociale.
Enzo Concardi
Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.
Emma Fenu, "Le spose della luna"
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Le spose della luna
Emma Fenu
Literary Romance, 2023
Le spose della luna racconta una Sardegna fuori dal tempo, antica come un nuraghe, ancestrale e tellurica, fatta di riti magici, di sangue, di faide e vendetta. Una regione dove protagoniste sono le donne, vere padrone della natura e degli elementi, sebbene costrette nell’ambito limitato della casa e del paese; capaci di reggere il mondo su esili spalle mentre non smettono d’impastare il pane; collegate alla terra, alla luna, alle maree sotterranee che fanno fluire la vita, al flusso mestruale, al latte che nutre i neonati. Donne senza smancerie, senza baci, senza dolcezza, arcane figlie e spose di selene, donai dal ventre prominente, simbolo di fertilità. Femmine che soffocano ogni slancio materno perché i figli bisogna essere pronte a perderli, a vederli morire, darsi alla macchia o finire in galera. La maternità contiene già in sé il seme della rappresaglia e del dolore, si partoriscono morti che camminano, destinati alle faide, al banditismo, alla vendetta, fra erbe medicinali, rituali di guarigione e di trapasso, agnelli sgozzati, caglio e sangue, apparizioni e fantasmi, morte e vita.
La storia ripercorre, romanzandola e prendendosi delle libertà, la vicenda di Paska Devaddis, ingiustamente accusata di omicidio nel 1911, costretta alla latitanza insieme al promesso sposo, morta di tubercolosi fra i monti. La Fenu la trasforma in Franzisca, giovinetta piena di grazia, desiderio e ingenuità, che sogna il matrimonio e progetta un futuro, poi strappatole con violenza da una falsa accusa, dal malocchio e dall’invidia di una famiglia rivale. Il fidanzato sfiderà la giustizia per riportare le sue spoglie mortali alla madre, affinché possa essere onorata, vegliata e sepolta con il rispetto che merita.
Alla fine s’intravede un riscatto, un barlume di speranza, una fuoriuscita dal cerchio malefico di ritorsioni e violenza, una ripresa del motivo delicato della speranza, dell’elegia della giovane sposa con tutte le sue virginali aspettative.
Uno stile lirico, connotato, decadente, questo della Fenu, quasi un lamento funebre che impreziosisce la trama senza soffocarla e trascina il lettore incatenandolo da un capitolo all’altro. Una scrittura davvero straordinaria. Un libro che, invece di peregrinare fra un editore e l’altro, meriterebbe di figurare nella cinquina dello Strega.
Il discorso lirico di Daurija Campana
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Daurija Campana
SOLA TRA MEMORIA E DOLORE
Le poesie di cui consta la silloge Sola tra memoria e dolore, recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guido Miano, scandiscono i temi fondamentali e le prevalenti soluzioni formali-stilistiche di una ricerca artistico-letteraria rigorosa e coerente, che copre all’incirca un arco cronologico decennale, da La casa di paglia (2013) a L’ultima campana (2021). Al fine dell’impostazione di un’analisi critica inizierei con il porre in risalto la forza caratterizzante del motivo vitalistico, che sovente assume nei testi il tratto specifico dell’amor vitae («…Del nostro stupore / il mondo era degno, / i sassi sembravano chiari diamanti, / la nostra capanna parea un castello, / ed ogni bottone una medaglia… //…// O era la bella estate di allora, / la speme di bimbo, senza bisogni, / che coglie la vita come il più bel fiore?», La casa di paglia), e viene ulteriormente precisandosi come amore della terra, con tutta la serie di correlazioni naturistico-descrittive, con un corpus di spunti studiatamente celebrativi della grande civiltà contadina, rappresentata nella freschezza coinvolgente, nell’autenticità corroborante rese anche mediante le sequenze enumerative: «Sopra le chiare colline di grano / che bionde ondeggiano al soffio del vento / qui, oggi, io ho scoperto la vita: / era vestita di fiori di pesco // che cinguettavano mesti lontano / portavano al cuore un bel sentimento / come d’eterna gioia infinita / di un respirare umido e fresco // di fronde, di erba, d’acqua e di zolle / di coccinelle e farfalle nell’aria…» (La vita, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Avremmo ancor / vissuto tra i canti degli usignoli / in pace … tra le onde del mare e ricordi lenti / che si dissolvevano all’orizzonte? / Avremmo ancor respirato, sentito, / toccato, annusato, mangiato, visto? / O la vita si sarebbe spenta lì?» (Guerra).
Nell’àmbito di tale ethos rurale, nel contesto di questa schiettezza agreste si creano profondi rapporti affettivi, legami sentimentali saldissimi che costituiscono la trama sostanziale e irrinunciabile dell’esistenza: « “…E quando l’aria fresca di settembre, / dolce la pelle d’oro accarezza, / non resta che l’aratro preparare / e raffinar le secche e dure zolle. / E bella è la terra anche a novembre, / quando è lavorata e non più grezza / pronta per il grano seminare, / o quando l’inverno la rende molle. //…// Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?” / ti stringo forte e d’impulso rispondo: “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”...» (La mano del padre).
Tuttavia il quid proprium dell’elaborazione estetico-culturale di Daurija Campana consiste nella sofferta sottolineatura della precarietà delle condizioni ideali ed emotive della felicità, della facile, dolorosa disgregazione di quelle relazioni preziose sotto l’azione inesorabilmente distruttiva del tempo: «… E scorre il tempo tra le dita / e non te ne accorgi? / Non rimane che il solco / e la ferita che sanguina nel cuore. / Niente è; nulla sarà più. / Senza di te, neppure l’azzurro pare sereno; / è solo uno dei tanti colori, / senza scopo né senso, / che illudono l’attesa senza consolare, / senza riempire, senza essere veri…» (Novembre).
Da ciò deriva quel tono di triste, sommessa elegia che pervade i versi, non schermata e tanto meno risolta dalla tenace inclinazione memoriale: «Avrei voluto che fossi rimasto / fino alla fine della partita / ma il tempo agisce spesso in contrasto / e te ne sei andato pieno di vita //…// Prosegue ora lento il gioco del calcio, / tutto è scandito con ritmi lontani / di quei ricordi rivivo uno stralcio, / vorrei stringere forte le mani // ma l’arbitro fischia, la palla cade, / tu chiudi gli occhi ed inizi a dormire, / dormon le stelle e dormon le strade / e la mia gioia inizia a finire…» (La partita).
Il linguaggio dell’autrice è lessicalmente medio e sintatticamente agile ed essenziale, pur rivelando accuratezza di esecuzione e notevole equilibrio, nel ricorso a qualche arcaismo («…Eppure ancora io credevo / parole di bimbi lontani / con desiri da realizzare…», Non i sogni ma le persone), alla rima («Settembre: acre profumo di mosto. / Vorrei cogliere fichi al solito posto / e guardar la strada dalla collina / mentre l’inverno, lento si avvicina…», Settembre), all’anastrofe («Pennello che accarezzi la mia tela, / sinuosa traccia dalla mano stanca / quello che io vedo tu rivela / colore imprimi sulla parte bianca…», Colori), all’enjambement («Ti ho perso, sai? Tra le lacrime / uggiose del meriggio / ho lasciato che solo la mente / mia migrasse lontano…», Novembre, op. cit.); all’eleganza dell’espressione poetica corrisponde quella della composizione pittorica, la quale si affida a un disegno vigoroso e a intense “macchie” cromatiche, che evidenziano, su uno sfondo solitamente sfumato e semplicemente accennato, una figura principale, ora soltanto evocata e non realisticamente riprodotta (v. l’olio su tela Mio padre, ove la persona è non casualmente ritratta di spalle), ora più dettagliatamente delineata con esattezza pensosa (v. Ryder affamato e Autoritratto-Come Artemisia).
Floriano Romboli
Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.
Ilaria Petriglia, "Baratri tiburtini"
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“Cala queste ceneri e cerca tra l'universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo Baratri tiburtini (L'Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l'umanità dipinge la propria prospettiva d'identità attraverso l'evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l'invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l'ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l'incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell'abisso, interpreta l'intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. Baratri tiburtini varca l'accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l'estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l'inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un'intesa con l'ordine naturale delle cose, con l'equilibrio empatico delle sensazioni, contro un'attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell'inchiostro, oltrepassano l'elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell'io poetico, accostano l'immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell'unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l'arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l'urgenza purificatrice per reagire all'assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l'occasione per ascoltare il sussurro dell'anima, per trattenere l'inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell'amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l'esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l'insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell'energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all'incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell'amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Baratri tiburtini
Le parole caddero in silenzio
da una nuvola,
nei baratri tiburtini.
I pensieri desiderati si fecero spazio
in una teca trasparente
agganciati in due punti:
il cuore e la mente.
Proprio lì
tra una lama
e delle parole calandrate dal tempo
trovarono finalmente il loro interstizio.
(X) Il valore assoluto
Ho bisogno di me.
Di me che sto bene.
Di me che sto bene con me.
Forse allora potrò stare con te.
E amare per davvero l'indecifrabile.
Trabocco
Insieme siamo l'ago
di quel trabocco
quei bracci protesi sul fiume
e ancorati alla roccia.
Autunno
Guardar(si)
con lo stesso obiettivo di una foglia
accartocciata
e cercare oltre.
Avvolger(si)
tra le foglie indurite e
braccheggiare altrove
le lamine che mutano la propria sostanza,
dirigersi lì, lontano dall'essenza.
Lì in fondo c'è il dove.
C'è cosa.
C'è casa.
Due imperfette equivalenze
Stiro i miei panni sbuffati
tutte le sere e li consegno a te
afferro i sogni tra le pieghe sgualcite
mi illudo di essere illesa
e mi do a te
anche se la mia mente
ogni tanto sgattaiola altrove,
sto venendo – via
pronuncio parole vuote e stupide
rimango abbracciata a questi precipizi aerei
li contengo
intanto che il mondo ruzzola
come volontà e rappresentazione
spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;
ritorno all'essenziale: io meno te.
Ho sete
di nuovi spazi ed eccessi
di cattive abitudini:
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