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recensioni

Ilaria Petriglia, "Baratri tiburtini"

28 Giugno 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Cala queste ceneri e cerca tra l'universo, raccogli polvere di stelle per me” così scrive Ilaria Petriglia nel suo Baratri tiburtini (L'Erudita, 2022 pp. 58 € 16.00). La sua opera poetica è un significativo esordio, una affascinante esposizione di contenuti esistenziali, una efficace raccolta di versi, espressi nel contesto discordante e divergente dei sentimenti umani. Ilaria Petriglia riproduce un incantevole scenario in cui l'umanità dipinge la propria prospettiva d'identità attraverso l'evocazione di un paesaggio autentico, accoglie l'invito della natura a preservare la bellezza della città di Tivoli. La poesia restituisce l'ispirazione visiva nelle immagini celebrative del meraviglioso anfiteatro Colli Aniene, luogo di infinita suggestione e spirito del mondo. La poesia di Ilaria Petriglia riferisce l'incastro del tempo nelle riflessioni sensibili, dichiara le proprie esperienze vissute con la consapevolezza della percezione del precipizio emotivo, trasmette la resistenza elegiaca a ogni proiezione interiore, oltrepassa il concetto ostile dell'abisso, interpreta l'intuitiva capacità di valutare e possedere la materia della redenzione morale. Baratri tiburtini varca l'accentuata e inevitabile instabilità della condizione umana, incrocia la desolazione della fragilità, incoraggia a sostenere le difficoltà e a coltivare la cura. Descrive la validità del riscatto, illustra l'estensione delle certezze, spiega la volontà di risvegliare il carattere umano per ravvivare l'inclinazione della congiunzione relazionale. La parola poetica eleva una intonazione profonda in un'intesa con l'ordine naturale delle cose, con l'equilibrio empatico delle sensazioni, contro un'attualità danneggiata dalla sostanza vertiginosa e tortuosa della solitudine. I versi di Ilaria Petriglia ricompongono la superficie dell'inchiostro, oltrepassano l'elemento scritto e trasmettono la libertà salvifica del pensiero, plasmano la finalità di dare voce ai sentimenti dell'io poetico, accostano l'immediatezza letteraria del linguaggio alla persuasiva densità della sincerità, dilatano la luminosità di una liturgia, valorizzata nella forma dell'unità distintiva delle preghiere di vicinanza. Rivestono l'arte incisiva di ogni orizzonte, inseguono il traguardo delle possibilità, l'urgenza purificatrice per reagire all'assenza e al dolore. Ilaria Petriglia analizza la fragilità e il disorientamento degli uomini, profetizza lo specchio frammentario della propria drammaticità, consegna al lettore l'occasione per ascoltare il sussurro dell'anima, per trattenere l'inafferrabile consistenza del cuore, dischiude il respiro della speranza. Declina la valutazione dell'amore in tutte le sue carismatiche e infinite sfaccettature, elogia l'esclusiva e protettiva dedizione nei confronti di persone, familiari, luoghi che sostano nella nostra memoria, coniuga la magia degli incontri, nel cammino della vita, con l'insistenza magnetica del ricordo, trasporta tra le pagine la ricchezza iniziatica dell'energia universale. Abbraccia la condivisione della generosità, include, all'incondizionato valore delle promesse, la gentilezza e la compassione dei desideri, accoglie, nella combinazione del bene, la saggezza delle direzioni. Tratteggia il disegno del destino, conduce il soffio vitale nel territorio privato della coscienza, ritrae il chiarore dell'amorevolezza nella benevolenza della misura affettiva e ci insegna a mostrarci per quello che siamo.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Baratri tiburtini

 

Le parole caddero in silenzio

da una nuvola,

nei baratri tiburtini.

I pensieri desiderati si fecero spazio

in una teca trasparente

agganciati in due punti:

il cuore e la mente.

Proprio lì

tra una lama

e delle parole calandrate dal tempo

trovarono finalmente il loro interstizio.

 

(X) Il valore assoluto

 

Ho bisogno di me.
Di me che sto bene.

Di me che sto bene con me.

Forse allora potrò stare con te.

E amare per davvero l'indecifrabile.

 

Trabocco

 

Insieme siamo l'ago

di quel trabocco

quei bracci protesi sul fiume

e ancorati alla roccia.

 

Autunno

 

Guardar(si)

con lo stesso obiettivo di una foglia

accartocciata

e cercare oltre.

Avvolger(si)

tra le foglie indurite e

braccheggiare altrove

le lamine che mutano la propria sostanza,

dirigersi lì, lontano dall'essenza.

Lì in fondo c'è il dove.

C'è cosa.

C'è casa.

 

 

Due imperfette equivalenze

 

Stiro i miei panni sbuffati

tutte le sere e li consegno a te

afferro i sogni tra le pieghe sgualcite

mi illudo di essere illesa

e mi do a te

anche se la mia mente

ogni tanto sgattaiola altrove,

sto venendo – via

pronuncio parole vuote e stupide

rimango abbracciata a questi precipizi aerei

li contengo

intanto che il mondo ruzzola

come volontà e rappresentazione

spiaccicata sul primo gradino della nostra casa;

ritorno all'essenziale: io meno te.

Ho sete

di nuovi spazi ed eccessi

di cattive abitudini:

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Aldo Dalla Vecchia, "La tivù è tutta scritta?"

25 Giugno 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

 

 

 

 

 

La tivù è tutta scritta?

Aldo Dalla Vecchia

Isenzatregua edizioni, 2023

pp 194

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia, l’Alberto Angela degli scrittori, colui che spiega in modo pacato, elegante e semplice concetti complicati. In questo agile manuale per aspiranti autori televisivi, ci illustra il mestiere di chi scrive testi per la tivù, cioè, appunto, l’autore di programmi.

La prima parte è tratta dalle lezioni che Dalla Vecchia tiene al Master Fare TV dell’Università Cattolica di Milano, e si basa sulle sue sperienze dirette, sulla sua biografia professionale. La seconda parte ospita testimonianze di grandi firme della televisione, come Duccio Forzano o Luca Tiraboschi, per citarne solamente due. La terza parte è un glossario di termini tecnici televisivi, utile per gli addetti ai lavori ma anche per il telespettatore comune.

Ciò che si evince dalla lettura di questo libretto è che dietro ogni programma, anche il più essenziale – anche quello fatto di due sedie, un intervistatore e un intervistato – c’è un enorme lavoro certosino di squadra, ci sono persone e strutture gerarchiche aziendali che si affannano dal primo mattino fino a tarda sera. Un mestiere senza orari, senza festività, senza tregua.

La tivù è tutta scritta? Parrebbe di sì, almeno per la maggior parte dei programmi. Persino gli imprevisti sono in realtà previsti, con soluzioni ad hoc da adottare sul momento e nell’eventualità. Più tutto sembra scorrere con leggerezza e senza sforzo, e più dietro al programma c’è un buon lavoro. Questo – per inciso– vale anche con la narrativa.

Dalle varie interviste trapela una certa nostalgia per la televisione del passato, soprattutto quella sperimentale degli anni 90. “Eravamo liberi” dicono in molti. C’è rimpianto per quella creativa indipendenza, perduta a favore dell’acquisto di collaudati format stranieri. Nessuno più osa inventare un programma di sana pianta, perché le novità potrebbero spaventare gli sponsor. Contrariamente a quanto avveniva in passato, la tivù di stato è oggi più innovativa di quella commerciale, poiché non dipende esclusivamente dalla pubblicità per sostenersi. E l’auditel non è solo quella del giorno successivo ma la performance del programma durante tutta la settimana seguente, su tutti i mezzi e le piattaforme su cui è stato reso disponibile.  

Come sempre tanto amore per la televisione, passata e presente, un mezzo adesso in totale evoluzione, non più relegato alla scatola magica ma declinato su più device, dal tablet al telefonino. Una passione lunga trent’anni per Dalla Vecchia, e radicata nell’animo di tutte le voci che compongono il coro di questo amabile testo.

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Silvia Marzano, "Voci"

23 Giugno 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Voci

Silvia Marzano, 

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Voci è l’ultima fatica letteraria di Silvia Marzano, poetessa laureata in Filosofia teoretica con una tesi su Jaspers e che, oltre a diverse sillogi poetiche, vanta una decina di pubblicazioni a carattere filosofico. Già nella precedente raccolta dal titolo Liriche scelte, nella sua piú autentica ispirazione erano apparse componenti intuitive, irrazionali, misteriche, emotive e sentimentali tali da avvicinarla ad una sensibilità di tipo pascoliano, superando tuttavia il pianto interiore proprio del poeta romagnolo, acquisendo poi un linguaggio tendente a forme ermetiche, fino a sviluppare in ultima istanza uno stile personale assai levigato e trasparente, senza mutuare dall’intellettualità filosofica concetti astratti, ma creando immagini suggestive, accostamenti analogici, oggettualità e fantasie, inserendo bagliori di significati con molta levità e trasparenza.

Cosí avevo scritto - tra l’altro - nella prefazione alle Liriche scelte, e ciò devo confermare dopo aver letto le Voci, dunque continuazione ideale ed estetica del volume precedente. Sulla poetica dell’autrice esiste un approfondito saggio critico di Gabriella Veschi (Sogno e realtà nelle liriche di Silvia Marzano tra Leopardi e Pascoli) di cui mi piace ricordare qui alcuni brevi passaggi per indicare una comunanza di vedute sull’esegesi testuale. Il primo impatto è entusiasmante: «…Sin da subito improvvise epifanie, baluginare di ricordi, profluvi di emozioni e di percezioni sensoriali catturano il lettore, trascinandolo nell’inarrestabile vortice della creazione…». Poi, le annotazioni stilistiche mettono in risalto la perfetta consonanza tra lessico e messaggio: «…L’autrice non rifugge da un prezioso e raffinato linguaggio di derivazione classica, ma nello stesso tempo la carica dirompente ed innovativa evoca atmosfere ricche di suggestione e di pathos, messo in evidenza dalla leggerezza e dalla musicalità del verso…». Infine si passa a referenze culturali importanti: «…Le liriche di Silvia Marzano interagiscono con molti dei testi degli autori del sistema letterario italiano, da Dante a Petrarca a Leopardi e a Pascoli...».

E per ascoltare un’altra opinione critica sulla poetessa, mi sembra interessante e molto centrato questo lacerto di Marvi del Pozzo: «... L’Estetica della caducità trova in lei le parole piú evanescenti e cristalline per portarci all’Alto e all’Altrove e, col rasserenamento che ne consegue, il lettore intuisce, nel dono della parola poetica, piú di una traccia dell’invisibile e dell’eterno...». Ed è proprio allacciandoci a questa considerazione che ci introduciamo nei testi delle Voci, visitando quella lirica fondamentale e paradigmatica della raccolta che è Cosmo infinito, vero e assoluto inno al Creato e all’Altro. Qui le classiche dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo trovano accoglienza, all’interno di una visione “cosmocentrica” piuttosto che “antropocentrica”, ponendo quindi il rapporto Uomo-Natura tutto sbilanciato verso quest’ultima, non riconoscendo alla specie umana la signoria sull’Universo, come ad esempio nella prospettiva rinascimentale. Infinitamente grande significa che il Cosmo è oltre ogni misura, non misurato, non misurabile e in ciò risiede parte del suo fascino, della sua attrattiva, del suo mistero: esso è in continua espansione e trasformazione. La poetessa coglie tali aspetti con versi lirici di un mosaico luminoso e metafisico: «Sublime bellezza, / luci iridescenti, spirali, / arcobaleni, sprazzi, / galassie, / al di là del visibile / e di un invisibile sperato /…/ Morte e vita, rinascite, / in miliardi di anni, / piú che tempi e piú che spazi…» (Cosmo infinito). L’infinitamente piccolo è il microcosmo umano, granello di sabbia nell’immensità dell’universo; la sua vita è un infinitesimo di secondo nell’eternità del tempo; la sua presenza sul pianeta un’estrema periferia delle galassie: «…E noi piccoli umani / terrestri, / non un centro / ma un punto soltanto / immersi in mutamenti / nell’infinito / all’infinito…» (ibid.).

È evidente che in tale visione la condizione umana vive l’effimero, la fralezza, la caducità, la provvisorietà, l’inconsistenza di ogni costruzione e progetto ed anche in tale frangente la poetessa trae le immagini, per simboleggiare il nostro essere transitorio, da similitudini con la natura, come in questo paragone: «…Noi punto di svolta, / anime / fragili come erbe di campo...» (ibid.). Ma entra sulla scena una voce che penetra la nostra interiorità e che decisa ci spinge ad ascoltare piú profondamente la dimensione dell’orizzontalità (le realtà relazionali terrene) e la prospettiva della verticalità (il rapporto con il Divino): «…voce di un Silenzio / forse mai stato presente, / che pure continuamente / ci illumina, / ci parla, scuote, spiazza, / ci chiama, / verso il mondo, verso altri, / verso Altro» (ibid.).

Sintesi e reiterazione dei motivi di Cosmo infinito è la breve lirica Voci, incipitaria della raccolta, a cui dà anche il titolo, e che vale la pena citare interamente per il suo raffinato lessico, nonché per il suo incedere mormorato e quasi esoterico: «Voci sorgive / oscillanti, / un canto fuggevole / remoto. / Un fremito / attraverso il linguaggio / nel bianco fra le parole. / Voci dell’anima, / un sussurro inudibile. / Eppure un dire / sommesso, impalpabile. / Un suono del pensiero / un’eco di Nulla». In particolare gli ultimi due versi contengono due sinestesie analogiche, dove la seconda annulla la prima come immagine di contrasto.

Il cammino di Silvia Marzano nello svelarci altre dimensioni e altri mondi prosegue con Polvere cosmica sul tema del nostro essere, delle nostre origini, della luce «di cui portiamo il sigillo»: qui i termini, che sottintendono concetti, si fanno sempre piú prossimi alla presenza di Dio come «il Padre delle luci», che spiega la nostra scaturigine nella dimensione religiosa. Il riverbero di tutta questa luminosità cosmica ed interiore si fa realtà, ovviamente, anche nella vita della poetessa, fino al punto di immaginare nomi come Esther («nome di stella») o Chiara («nome di luce») da attribuire ad una figlia ipotetica.

In un tale contesto non poteva mancare la voce della poesia, nel fornire il suo contributo, con l’invito e l’esortazione a tutti noi ad alzare gli occhi al cielo: cosí la musa svolge il ruolo prezioso per allargare gli orizzonti umani, per educare a realizzare i sogni, per accendere le passioni (Come le stelle in cielo). La poetica cosmica dell’autrice trascina poi con sé immagini e suggestioni in modo piú classico e tradizionale: la candida e misteriosa luna che, nonostante il progresso scientifico, resterà pur sempre amica dei giovani innamorati; l’incontro con un capriolo nel bosco, il quale suscita in lei sentimenti di appartenenza alla stessa natura; ancora luci di luna che rasserenano l’animo intristito dei solitari; il melograno, simbolo dei colori rossi del sangue e della passione in terra iberica; le stelle della notte di San Lorenzo nella memoria del passato nell’ombraluce di una betulla; i colori delle stagioni dipinti negli haiku posti nell’ultima parte di Voci: i glicini primaverili con le siepi di biancospino, i tigli e i gelsomini estivi, il foliage autunnale rosso-cinabro su cui cade una pioggia benedetta, la neve dell’inverno tra cieli di Van Gogh e riverberi di luce.

Voci accoglie altri vari motivi, ai quali si può soltanto accennare, a conclusione di questa prefazione: la musica del Tannhäuser, la musica ebraica e mistica (Klezmer e Sephirot), le sensazioni davanti a un quadro di Ben Jelloun, la nuova guerra scatenata in Ucraina, la serenità di fronte alla malattia (Di notte. All’ospedale), la sua anima lieve, oniricità e storia immaginando un castello settecentesco. E… i Fiori dell’anima, simboli di umanità: «Fiori dell’anima / sono le parole amiche / se quando hai bisogno / di conforto / ti cercano, ti parlano / e si riaccende la speranza».

Enzo Concardi

 

 

Silvia Marzano, Voci, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 76, isbn 979-12-81351-09-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Marco Farinella, "Ascolta il tuo suono, ti riporterà a casa"

14 Giugno 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #saggi, #musica

 

 

 

Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa di Marco Farinella (Vivere d'Arte Editore, 2021 pp. 348 € 19.90) è un libro molto interessante. Il saggio concentra il significato dell'educazione e della formazione dell'essere umano nel coinvolgimento emotivo e sensibile dell'apprendimento artistico. L'autore, cantante professionista, conduce attraverso il canto, una moderna pedagogia in cui la relazione con il suono decifra una compiuta armonia dell'esistenza. Analizza le caratteristiche di ogni interpretazione vocale, nella sequenza di ogni conseguimento di competenza, nella sinfonia del registro talentuoso. Marco Farinella, ideatore del sistema Mod. A.I. (Modello Acustico Interagente con il sistema nervoso umano), seduce con un linguaggio appassionante l'espressione culturale e sentimentale del suono, conferma la suprema conoscenza della voce umana, attua la ricerca del suo progetto educativo. L'estensione del suo sapere trasforma la didattica narrativa, forma il codice edificante della comunicazione all'interno dello svolgimento di organizzazione dell'energia creativa. La rappresentazione di una metodologia come sviluppo intuitivo e naturale spiega le dinamiche ancestrali alla base dei riferimenti di apprendimento e di costruzione del sé. Marco Farinella focalizza la sua attenzione esponendo la nobile vocazione della sua ricerca sull'educazione concretizzata attraverso l'esperienza della ispirazione artistica, in un confronto di disciplina estetica e di rigore morale, nell'impiego lineare e scrupoloso del sapere. Insegue il dialogo applicativo delle percezioni nella funzione rivelativa dei suoi effetti, spiega l'intima connessione tra la iterazione delle frequenze sensoriali e la composizione psicologica, congiunge la relazione fondamentale tra il meccanismo acustico e le vibrazioni fenomeniche dell'uomo. Leggere Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa è come accettare l'incantevole suggerimento della bellezza, restituire alla nostra anima il motivo di legittimo privilegio, riconsegnare l'accoglienza delle modulazioni corporee e mentali, riconoscere le proprie sensazioni e assorbirle attraverso una speciale consapevolezza. L'autore dona al lettore una particolare e sapiente concezione della propria dottrina innovativa, trasmette una reale e coraggiosa capacità funzionale, riconosce alla destinazione designata dalla superficie sonora una illimitata validità curativa. L'opera di Marco Farinella apre un mondo sulla eccezionale volontà di esplorare le proprie attitudini e di rivelare il risultato conseguito nell'itinerario empatico delle parole. Il linguaggio,  sempre preciso e pertinente all'arte narrata, cattura l'autentico entusiasmo ricorrente tra le pagine, attrae la saggia agilità dell'eloquenza. Marco Farinella, spinto da un originale, naturale istinto di afferrare il devoto entusiasmo della vita, indirizza  lo spazio dell'acustica come luogo di benessere, ascolta il significato della riflessione intensa del suono, entra in profonda sinergia con la sensorialità dell'uomo. Riporta a casa la viva e carismatica sensazione del sentire, amplia il desiderio di decifrare le intonazioni dell'inconscio, conquista l’esclusività della propria tecnica e la diffonde nella meravigliosa qualità di svelare ogni volta una voce nel compimento generativo di infinite possibilità. 

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

 

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Giuseppe Bertòn "Danza con me"

6 Giugno 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

DANZA CON ME – DANCE WITH ME di GIUSEPPE BERTÒN

 

“Danza con me – Dance with me” di Giuseppe Bertòn, con prefazione di Floriano Romboli e traduzione in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Ritengo che a chi legge con attenzione le poesie che Giuseppe Bertòn raccoglie in questa silloge non sfugga l’importanza del ricorso da parte dell’autore alla tecnica formale-compositiva dell’iterazione lessicale e sintagmatica: «Nella notte, profonda d’oriente, / nel respiro della notte, / tra gli alberi d’oriente, Dionisio sogna. // Poi si accende, / sulla terra della Grecia, / sul mare dolce della Grecia…» (La notte, corsivi miei, come sempre in seguito); «Nella stazione del treno, / ho visto un homeless / passare. / Sporco, derelitto, perduto. // Poi la polizia lo ha trascinato fuori, / mentre sporco, derelitto, perduto, / passava nella stazione del treno. Nella vita…» (Homeless); «Quasi Natale, si sente freddo. / Ma forse non fa così freddo, / solo non siamo abituati ancora…» (Il mercato di Natale); «… Mille anni dopo, / ho sentito un poeta dire le tue parole, / leggiadre e incantevoli. // Mille anni dopo, / ho sentito un musicante cantare il tuo canto, / ho sentito una ragazza respirare il tuo respiro. // Mille anni dopo, / gli stessi palpiti nel petto…» (Mille anni).

Tale opzione stilistica – corroborata e avvalorata in aggiunta dalla predilezione dell’anaforaIn fondo alla strada / In fondo alla sera / In fondo a quando ti penso sempre / In fondo ai tuoi pensieri / In fondo a quando non ho pace / In fondo a una luce che si accende…», In un sospiro; «Abbiamo visto il sole / scendere sui tuoi occhi / (…) / Abbiamo visto la tua anima, / vestita di tristezza, / (…) / Abbiamo visto i tuoi fratelli / come schiavi…», Fratello) – mi sembra indizio chiaro di una spiccata inclinazione analitica, di un abito criticamente indagatore, di una vocazione alla ricerca circostanziata intorno ai problemi dell’esistenza, che alla considerazione dello scrittore appare ad un tempo affascinante e misteriosa, fatta di fremiti vitalistici e di abbandoni deprimenti, contrassegnata da esaltazioni e da scoramenti: «…Forse tessevi la tela, / incantevole ragazza, mentre il sole / si spandeva sul mare, e su te. // Forse palpitavi nel petto, / ed Eros che scioglie le membra / ti assillava la notte, // ed eri soggiogata dal desiderio e dagli affanni angosciosi. / (…) / E supplicavi Afrodite, / (…) / E la chiamavi, perché / aggiogando un carro d’oro venisse, / per liberarti dai tormentosi affanni. // Un dolore antico, quasi nascosto, / nelle radici della vita, nei tuoi occhi profondi, / attraversa ancora il nostro sguardo…» (Mille anni, cit.); «Una volta ho scritto una poesia, / mentre attraversavo distese di pietre e sassi, / con l’anima sconfitta. // Una volta ho scritto una poesia, / mentre camminavo sulla neve e sul ghiaccio, / con l’anima in fiamme…» (Una volta ho scritto una poesia).

L’esperienza generale del vivere e la sua particolarizzazione individuale-personale risultano inoltre scandite da sollecitazioni dinamiche, da intimi movimenti, e da esigenze di quiete spirituale, da pause meditative: la compresenza contrastiva è resa attraverso un disegno di correlazioni antitetiche, a partire da quella primaria di “luce” e “buio”: «Il faro, sopra il mare, sulle onde. / Sulle onde tormentate della mia anima, / che cerca un posto dove riposare. // Questa sera il mare è meraviglioso e terribile / e scende l’oscurità, su noi, su tutto, / ad abbracciare il nostro dolore. // Mentre siamo sospesi, / sull’abisso di noi stessi. / Così irreale, così vero. // Il faro, sopra l’anima, / una piccola luce nella notte inquieta, / sull’angoscia che attraversa la pelle. // Il faro, luce fioca, ancora lontana, / forse ci condurrà / in un porto tranquillo» (Il faro).

Il libro comprende peraltro una lirica molto bella, Il treno e il pioppo, ove tale fondamentale opposizione conosce l’emblematicità di una densa e felice rappresentazione metaforica. Come il poeta medesimo suggerisce, il treno è il moto incessante, la “spinta” partecipe ed esplorativa, lietamente sfidante, nella rapida orizzontalità, le tenebre enigmatiche del mondo; il pioppo, nella verticalità pensosa e lungimirante, nella salda stabilità del suo legame con la terra, raffigura invece la “controspinta” del rallentamento riflessivo: «Lui passava sulla sera, / colorata di magia. / Sulla notte colorata di mistero. // Correva verso la montagna, / ancora troppo lontana, / così poteva pensare. // Lui stava così, alto, con le sue foglie / un po’ colorate d’oro, un po’ stanche. / Così poteva guardare lontano…».

Nondimeno le situazioni antinomiche si elidono proprio in conseguenza della loro radicalità, a favore della condizione intellettuale-morale del bambino, con cui si verifica l’identificazione piena dell’autore perché questa è senz’altro significativa dello stato psicologico ordinario di ognuno: «… Lui era piccolo, e guardandoli, / gli pareva troppo veloce, / gli pareva troppo alto. / (…) / Il bambino giocava sotto il pioppo alto, / e guardava il treno una meraviglia. / E rideva, e non capiva. // Coi suoi occhi colorati di luce. / Con una foglia caduta sui suoi occhi, / colorati di luce».

Congruente con esso si rivela quindi la metafora della “strada”, lungo la quale l’uomo comune – e quindi lo scrittore – cammina ogni giorno, un passo dietro l’altro, «tra il nulla e l’infinito» (v. i componimenti Il vestito leggero e Danza con me), ma entro limiti spazio-temporali circoscritti, ben definiti: «Mississipi moonwalk sotto French Quarter, scaldare le gambe. / Poi, una strada, usciva non so dove. Correvo non so dove. / Strade di asfalto rotto e case di colori…» (Black on black 55.49, New Orleans); «Forse la vita si muove / per sentieri tortuosi ed incerti. / Forse la vita si muove / attraverso passaggi invisibili…» (Sul tavolo da gioco); «…ed il sogno / è diventato vero, / vero come un sorso d’acqua // quando corri sulla strada / sotto il sole / e non c’è acqua…» (Prima di dirti amore); «…Nebbia leggera in fondo alla strada. / Passi silenziosi in fondo a un raggio di luna. / Alle cinque della notte…» (Alle 5 della notte); «…Ed ora camminiamo sulla strada / bagnata dalla sera. / Mentre camminiamo, /sento che le parole non contano. / Oh le parole non contano, / quando camminiamo / nel riflesso incerto di una strada / bagnata dalla sera…» (In uno sguardo).

E la vita manifesta allora la propria intrinseca ambivalenza, divisa tra gioia e dolore («Il dolore paralizza il corpo / e affonda la mente. // Schiaccia la vita / e resetta il cervello. // Il dolore toglie la parola / e spegne la luce dagli occhi. / (…) / Oggi il cielo è azzurro fitto / e miracolosamente l’anima riprende vita. // Oggi è una bella giornata / e ho baciato il mio amore», Una bella giornata), insidiata dal tempo, fugace e distruttore: «Mi sono seduto, un momento, mille anni / in un giardino abbandonato. / Ed ho visto il nostro piccolo tempo, / appena uno sguardo, / appena un sorriso / (…) / E ci portò via, così veloce» (Il giardino abbandonato); ciò che importa è animarne e arricchirne gli attimi di autentica tensione sentimentale-affettiva: «Sentivo lo spazio ed il tempo modificarsi, // in qualche modo come la gravità modifica / lo spazio ed il tempo, intorno all’universo. // Dove lo spazio è diverso, dove il tempo è diverso. / Mentre guardavo il mio amore» (Un giorno).

Il discorso lirico di Giuseppe Bertòn è caratterizzato da grande linearità espressiva, da un’essenzialità che privilegia l’ordinamento paratattico, in un contesto strofico tendenzialmente arimico: l’uso della rima è talvolta presente con effetti di sobria eleganza: «…E le mani sull’uscio del cuore / a raccogliere gocce d’amore. // Ci baceremo ancora e ancora, / come se il cuore non conoscesse dolore, / finché una stella rimarrà / sul palcoscenico a danzare con noi» (Danza con me, cit.).

Anche l’impiego di altre figure retoriche, ad esempio la similitudine («Le luci si riflettono vaghe / sul finestrino del treno / e sui tuoi occhi // belli come gocce d’acqua / su prati d’erba, / fitti di colore rilucente…», Fili d’erba), o del procedimento metrico-ritmico dell’enjambement («… La mia anima piangeva nelle / piccole strade della vita…», Le strade); «… Quando Atthis è andata via / avevi un fazzoletto gocciolante / di lacrime, cadute nel mare. // Quando Cleis diletta ti ha portato / un fiore, tu hai pensato: vale / più di tutto il regno di Lidia. // Quando sul seno di una tenera / compagna hai appoggiato il viso, / il tuo cuore ha avuto ristoro…», Mille anni, cit.); «…Ho visto la tua anima, / si muoveva senza mai quiete ed il mondo / non poteva calmare il tormento…», Vincent) non comporta mai cadute nella freddezza della costruzione artificiosa; parimenti il riferimento a prestigiose auctoritates della tradizione artistico-letteraria, come il Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, si dimostra riuscito nella sua interessante valenza esteticamente emulativa: «… Ma dimmi, incanto degli occhi, / come fai a stare lassù sospesa? / Per favore mi racconti un sogno? / Mi piace ascoltarti, // quando scende il silenzio / e pare tu voglia parlare con noi. / (…) / Ti ricordi il canto, / il canto del pastore errante dell’Asia / ed il dolore che usciva ad ogni suo passo, / sopra l’erba fresca di rugiada notturna. // Il poeta immenso / ha cantato di te, / perché sollevassi la sua pena, / perché gli sorridessi. // Ma lui ancora va con le sue greggi / per valli scoscese e campi e sassi, / con lo stesso dolore negli occhi…» (Alla luna).

Floriano Romboli

 

 

Giuseppe Bertòn, Danza con me – Dance with me, pref. Floriano Romboli, trad. in inglese di Luisa Randon, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-06-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Michele e Viola Petullà, "Teorie evoluzionistiche in Antropologia"

2 Giugno 2023 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Michele e Viola Petullà, Teorie evoluzionistiche in Antropologia – Modelli e sviluppi, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Guido Miano Editore questa volta sembra ‘uscire dal seminato’, proponendo il libro Teorie evoluzionistiche in Antropologia – Modelli e sviluppi dei sociologi vibonesi Michele e Viola Petullà.

Scrive Enzo Concardi nella Prefazione che gli autori, con una scelta di studiata sinteticità, ci aiutano a capire l’importanza di Charles Darwin; il quale non fu assertore di teorie atee, ma “un uomo in ricerca, dalla grande onestà intellettuale che come tale va rispettato”; e cita lo stesso Darwin: «Sono consapevole che se si ammette una causa prima, la mente brama ancora di sapere da dove questa è venuta, come si è generata» (Lettera 8837, 2 aprile 1873) – in una ricerca lunga tutta una vita.

La curiosità attorno al “sistema adattivo” delle specie viventi all’ambiente circostante ha stimolato gli studiosi fin dall’antichità: già Aristotele tentò una sistematizzazione della materia, fissandone le regole, in modo provvisorio, come si può intuire. In ogni caso è certo che, dopo alterne vicende, solo nel XIX secolo gli studi sull’evoluzione degli organismi viventi ebbero la prima vera stagione scientifica, con diverse ipotesi e linee interpretative, che il volumetto propone in cinque capitoli: i primi due dedicati all’inquadramento teorico dell’argomento ed agli antecedenti storici dell’evoluzionismo; il terzo alle teorie dell’evoluzione “pre-evoluzionistiche” ed il quarto alle teorie evoluzioniste di Lamark e di Darwin ed alle loro marcate differenze; il quinto riguarda La Teoria dell’evoluzione dopo Darwin, toccando i suggestivi e delicati aspetti delle “mutazioni”, il Neodarwinismo, gli “equilibri punteggiati”, il Neocreazionismo e l’interessante argomento “Mendel e le basi genetiche dell’evoluzione”. Conclude il volume una nutrita bibliografia ed un’utile sitografia, che permette a chi vuole approfondire i vari argomenti di farlo agevolmente – cosa importante per un testo particolarmente indirizzato a studenti delle scuole superiori (ma anche a chi voglia conoscere meglio un argomento tanto dibattuto quanto spesso mal conosciuto). I vari aspetti sono trattati senza sottili e (forse) inutili disquisizioni, con linearità ed attenzione. Sullo sfondo di tutta la trattazione sta il delicato tema della conciliazione tra “evoluzione” e “creazione”, che ancor oggi infiamma i dibattiti tra opposti schieramenti, con punte polemiche che quasi ricordano il “caso Galileo”.

L’essenzialità del testo porta ad affermazioni un po’ tranchant - qualche riga in più forse sarebbe stata utile, ad esempio sul fissismo come “teoria influenzata dalla visione aristotelica, la quale portava avanti la teoria creazionista, in linea con il Vecchio Testamento” (p.28): tra il greco Aristotele e la Bibbia ebraica non c’è un convincente trait d’union. Anche l’affermazione che “il determinismo illuminista ... ha permesso gli imponenti progressi scientifici del XVIII secolo” (p.61) andrebbe meglio circostanziata; e, ultimo esempio, è arduo affermare che Darwin “disegnò un mondo nuovo in cui non era necessario immaginare un Dio creatore e non era presente una finalità insita né un rigido determinismo” (p.63), quando lo stesso Darwin ammette la possibilità che il processo evolutivo evochi un che di misterioso e non si produca solo da se stesso, come le sue citazioni riportate in Prefazione testimoniano. Emerge comunque bene la posizione di Darwin, che non si propone di scegliere l’una o l’altra parte (non poi così avverse), ma di osservare come il passaggio dall’origine del cosmo a quella dell’uomo non sia solo o “meccanico” ed “improvviso” oppure “lento” e “adattivo”, ma sia un processo in atto, alla lunga capace di comporre un disegno che si potrebbe dire ‘sinfonico’.

Bisogna dire che a un testo condensato in 84 pagine non si può chiedere più che un’informazione generale capace di indurre ad approfondire gli spunti trattati; e va riconosciuto che anche gli argomenti più controversi sono presentati con linearità e consentono la necessaria comparazione tra le diverse posizioni, favorendo un approccio non preconcetto alle questioni in gioco a livello scientifico, antropologico, filosofico, sociale, religioso; in un percorso che invita a ragionare per farsi un giudizio sereno, che tenga conto di tutti i fattori in gioco e non solo delle posizioni più attuali o più sbandierate.

Gli autori, consapevoli che “fare una storia della Teoria dell’evoluzione, e dei suoi sviluppi nel tempo, non è cosa semplice” (come si legge nella loro Introduzione), si sono cimentati con l’arduo compito, offrendo ai lettori uno strumento agile e ben congegnato. Così ci hanno restituito una figura di Darwin non inedita, ma incastonata in modo appropriato nella storia, senza inutili dibattiti ideologici né facili generalizzazioni, in una visione chiara e abbastanza equilibrata. Un libro che è strumento di conoscenza, raro esempio di testo a carattere scientifico-divulgativo scorrevole e piacevole da leggere – quasi come uno dei bei libri di poesia cui la case editrice milanese ci ha da molto tempo abituato.

Marco Zelioli

 

 

Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Adriana Deminicis, "8 INFINITO8 - La gemma di Giada"

25 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

8 INFINITO 8 – LA GEMMA DI GIADA di ADRIANA DEMINICIS

 

 

 

“8 Infinito 8 - La gemma di giada” di Adriana Deminicis, con prefazione di Enzo Concardi, collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

La gemma di giada è un’opera del genere utopico. Fatte le debite proporzioni tra i piccoli e i grandi, essa, come finalità, rimanda a similari scritti della storia del pensiero umano, tra cui La Repubblica (380-370 a.C.) di Platone, Utopia (1516) di Tommaso Moro, e La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella. Il dialogo dell’antico filosofo greco (Atene, V secolo a.C.) è centrato sulla teoria di uno “Stato ideale”, oltre che sviluppare temi come la giustizia, le idee, la conoscenza, la famiglia, l’immortalità dell’anima. Il trattato-romanzo dell’umanista inglese (Londra, 1478 - ivi, 1535) racconta di un’isola dove vive una “società perfetta” a base agricola, con istituzioni e stili di vita comunitari, senza proprietà privata e commercio, con libertà di pensiero e parola, pratica della tolleranza religiosa. Nel libro del frate domenicano (Stilo, 1568 - Parigi, 1639) si vagheggia una “repubblica naturale e ideale”, fondata sui principi etico-religiosi di un Cristianesimo purificato ed egualitario, nella quale prevalgono il bene comune, la sapienza e l’amore.

L’affinità tra tali opere utopiche e il lavoro di Adriana Deminicis non va ricercata nelle costruzioni filosofiche, politiche e sociali dettagliate e minuziose che regolano la vita dei loro mondi irreali, ma scoperta soprattutto nelle dimensioni delle aspirazioni, dei valori, degli ideali che - se realizzate - dovrebbero condurre l’individuo e l’umanità intera ad un’esistenza moralmente, spiritualmente e culturalmente più elevata, fino a raggiungere la felicità in questa vita, senza rimandarla oltre il suo tempo. I termini che definiscono i concetti basilari della visione autorale sono posti sulla pagina e in risalto con l’iniziale maiuscola e li incontreremo nel corso della prefazione. Verso la fine dei testi l’autrice – violando la quasi-regola dei componimenti di lunga durata – condensa in una sola terzina l’utopia più grande: «Può esistere una vita / così come io la cerco, / senza la morte, qui sulla Terra?» (Una domanda). È un pensiero che sottende la non accettazione dell’attuale condizione umana e che ribalta il destino dell’umanità, ma è un desiderio di molti, l’immortalità, che nell’antichità era prerogativa esclusiva degli dèi e che oggi invece non costituisce più una questione filosofica. È una domanda ancora relegata nel nostro substrato onirico.

La gemma di giada è scritta in poesia, ma si tratta di una poesia-prosa, di un ‘raccontare’ in versi il proprio io che, da un punto di partenza reale non soddisfacente e mancante dell’essenziale, tende a processi di sublimazioni e metamorfosi per raggiungere l’Infinito attraverso una completa compenetrazione con le realtà Altre. È dunque una poesia eminentemente di ricerca, che traccia un cammino da percorrere per approdare all’isola ideale, dove il nuovo mondo è già concretizzato. Noi tuttavia siamo ancora nel mezzo di tale guado, tra un già e un non ancora. Al lettore potrebbe sembrare, la scrittura della poetessa, un interminabile monologo, un auto-interrogarsi sulle questioni ultime e penultime dell’esistenza, tuttavia qui, se il referente è senz’altro individuale, la sua proiezione è decisamente universale, ovvero interessante per tutti. In un’opera di tal fatta la presenza del linguaggio simbolico e metaforico – segnatamente poi nel genere poetico – è inevitabile per rappresentare in modo immaginifico concetti e visioni.

Fin dalla prima composizione, un quasi-poemetto dal titolo Infinito, cardine di tutti i testi successivi, ciò è evidente. I suoi punti salienti possono essere individuati nei seguenti capisaldi. C’è la consapevolezza di essere vicini all’Infinito ma di non poterlo ancora utilizzare nella sua energia totale e senza limiti. C’è la coscienza della nostra ricchezza interiore che tuttavia tarda a farsi palese e ciò vale anche per gli elementi naturali: ecco la metafora onirica del sassolino che non dialoga come lei vorrebbe per trasmettere bagliori di gioia. Si alternano immagini di lei e lui, mano nella mano, pronti a salpare per l’isola deserta alla ricerca della felicità, lontani da un mondo frenetico e caotico. Essi sono coesi con la natura, con le energie cosmiche da cui provengono rigenerazioni e guarigioni: la Terra, il Cielo, il Sole, la Luna, i Gabbiani (simbolo di leggerezza dell’essere), i tronchi d’albero scaraventati dal mare sulla spiaggia e altro in un’armonia del Tutto. Ecco dunque la Natura vissuta quasi come una divinità alleata dell’umano e medicatrice dei suoi mali. Qui riecheggia la visione del filosofo americano Henry David Thoreau (Concord, 1817 – ivi, 1862), uno dei precursori delle idee ecologiste.

Appare un’altra immagine onirica e simbolica: un viandante nel deserto che suscita la curiosità sul suo andare circolare, ma non si sa da dove viene e dove va. È quindi facile interpretare questa figura nell’uomo che non conosce la sua origine e il suo destino, poeticamente rappresentato negli idilli leopardiani. Finalmente l’isola è raggiunta, ma ancora mancava qualcosa, il cuore era rimasto silenzioso per troppo tempo, c’era bisogno di ritrovare se stessi in un luogo isolato, la ricerca doveva continuare, nulla era scontato e facile quando prima si era vissuta una vita faticosa, senza mete.

Finalmente, con un cuore più elevato, tutto inizia a cambiare: l’Energia ritrovata e introiettata dava inizio a una nuova costruzione edificata sul Bello, sull’Utile vero, sull’Amore, sull’Anima riscoperta e dialogante. È l’alba di una nuova vita ed anche altri mettono mano all’opera. Il testo non termina con un punto, poiché il discorso continua in modo paradigmatico in tutte le altre pagine del libro: anche questo accorgimento può dare il senso del cammino, del viaggio da intraprendere per abbracciare l’Infinito (curioso l’inserimento del simbolo matematico verticalizzato) titolo anche del progetto della poetessa che dovrebbe comprendere diverse raccolte poetiche di cui La gemma di giada è la prima.

Cammino, viaggio, ricerca sono prodromi di scoperta, meraviglia, incanto. In ogni pagina del libro, infatti, accanto alla reiterazione di conquiste precedenti, si affiancano nuove invenzioni, emozioni, relazioni. Parliamo ora di alcune di queste. Il pensiero consapevole permette di collocare mattone su mattone nella costruzione del nuovo modo di vivere. Appare la gemma dell’Immortalità che custodisce il pensiero Eterno e «… nel Tempo che non segnava le Ore, / si udiva solamente il battito del Cuore, / era un battito felice, senza pesi ed affanni, / la rotta era sicura e conduceva / alla mia vera casa, che solo l’Universo / pieno di Amore vero poteva darmi» (Le gemme e l’Immortalità). Un’altra gemma, La gemma del sole rappresenta la nostra sorgente di vita, la fonte della luce che riproduce l’esistenza, l’energia intramontabile che rende tutto quaggiù degno di essere vissuto. Occorre riuscire a mettersi in contatto con la Musica delle sfere, quel suono universale che dona equilibrio e Bellezza, armonia e desiderio d’essere una parte del Tutto, così che l’Anima penetri negli spazi infiniti della perfezione.

Nella sinfonia del Creato arriva il momento di Un pensiero alla Luna, che non è la luna dei romantici e quindi nemmeno la matrigna leopardiana che non svela all’uomo i segreti del vivere umano, ma «... volevo andare a guardar la Luna in Cielo / perché riconoscevo che avrei guardato / qualcosa di veramente grande, / la bellezza, la giovinezza, la guarigione e l’Amore». Possiamo rilevare in tali deificazioni cosmiche tracce di una visione panteistica, che tuttavia lascia spazi all’esistenza di altre dimensioni divine di origine trascendente.

Nel viaggio capitano frangenti nei quali s’incontrano ostacoli, difficili da superare se siamo soli: «...Volevo scavalcare il muro e mi sono ferito / mani amiche, amorose sono arrivate / e mi hanno salvato» (Aspettando). Il concetto e le immagini della natura medicatrix vengono più volte ripresi, ma forse il luogo migliore per coglierli sta nella lirica Tronco d’albero, dove avviene un’osmosi vera e propria tra l’elemento umano e l’essenza vegetale (per tale aspetto c’è assonanza con alcune movenze della dannunziana La pioggia nel pineto). Il cammino verso la liberazione, ormai è chiaro, non è lineare, dal momento che sopraggiungono anche Giorni nebulosi e stanchi, quando si ha bisogno di rientrare in se stessi, l’unica e vera Casa esistente, per rimettere ordine e riprendere l’ascesa: qui emerge, nonostante l’altezza delle mete da raggiungere, il limite della natura umana che fa prendere coscienza della distanza dal sogno utopico: «…si interrompe l’idilliaco incontro / si ritorna larve di esistere, / la mano lascia la presa, / il cuore cessa di battere, / lo sguardo diviene assente…».

Tra le poesie da visitare della Deminicis suggerisco al lettore anche Un cantiere, Un orologio fermo, La città delle formiche. La prima è una metafora del lavoro opprimente, nemico del Benessere; nella seconda troviamo il simbolo del tempo vuoto, da superare con l’Energia dell’alto dei Tempi; la terza è un’allegoria della sopravvivenza di comunità viventi organizzate, immagine di solidarietà tra enti identitari.

Nell’epilogo del libro riprende il viaggio verso l’Infinito, dall’apologia della Bellezza (del creato, della vita, dell’Amore) all’evocazione del tempo Ideale dove il vivere sarebbe libero ed egualitario negli spazi del Benessere, fino al confidare alla gemma Giada un pensiero segreto affinché lo custodisca gelosamente: il sogno di un mondo perfetto, senza sudore, malattie, un mondo di giovinezza eterna e di felicità. Osare ad andare oltre il dato di fatto, non pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili, attribuire all’utopia una funzione progressiva come in effetti è sempre stata nella storia, penso sia il merito maggiore di La gemma di giada.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8. La gemma di giada, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-04-2, mianoposta@gmail.com.

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Ana Danca, "La voce del silenzio"

19 Maggio 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

 

La voce del silenzio

Ana Danca

Gilgamesh Edizioni, 2020

pp 103

14,00

 

 

Ana Danca è romena e pare si sia voluto lasciare il testo di questa autrice allofona così come lei lo ha scritto, con alcune imprecisioni linguistiche, scelta per me sbagliata a prescindere, visto che comunque il livello di scrittura sarebbe stato buono.

Pare anche che il romanzo (ma è un romanzo?) faccia parte – anzi, ne sia la conclusione – di una trilogia dedicata a Bene, Verità e Bellezza.  In cosa consista questo testo, però, è difficile stabilirlo. Sembra più che altro un insieme di scritti personali raggruppati nello stesso volume – da pagine di diario a lettere indirizzate a un’amica immaginaria dal nome non casuale di Gioia, ad accadimenti vissuti in forma narrativa.

La protagonista è, appunto, la stessa autrice che ci narra un paio di eventi della sua vita, la perdita di un treno dopo aver partecipato alla presentazione di uno dei suoi libri e la perdita del lavoro. Due “perdite” dalle quali, però, è scaturita una conoscenza, nuove amicizie, nuove possibilità di vita. Dal male alla fine è nato un Bene, qualcosa di positivo.

Ana Danca crede nel prossimo, nella necessità di aprirsi all’altro e al nuovo che ci porta la bellezza, la gioia, l’affinità e la condivisione. Tutto questo, insieme allo splendore della natura e della vita in generale, produce Bellezza, intesa come idea platonica addirittura generatrice di realtà.

La Danca è anche profondamente religiosa, ha fede nei segni che indicano la via, in apparizioni non fortuite destinate a lei sola, a una sorta di provvidenza che ci guida verso il bene. Usa la parola scritta per comunicare ciò che non si può dire durante una normale conversazione. Non è lo small talk che le interessa ma l’approfondimento di impulsi spirituali elevati, anche scomodi se vogliamo, e l’introspezione da operarsi rigorosamente in silenzio, inteso come vuoto interiore, spazio che permette all’occhio di rivolgersi all’interno, dentro noi e dentro il prossimo che incrocia il nostro cammino.

Insomma, non tutto il male viene per nuocere.

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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

17 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER

 

 

Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.

Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.

Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.

Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».

La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.

Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».

Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.

Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.

Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.

La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».

In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).

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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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LE NOVITÀ METODOLOGICHE E IL VALORE SCIENTIFICO E STORICO-CULTURALE DELLA TEORIA EVOLUZIONISTICA DARWINIANA

15 Maggio 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Michele e Viola Petullà, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, G. Miano Editore, Milano 2023

 

Anche l’agile volumetto Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi (Miano Editore, Milano 2023), scritto da Michele e Viola Petullà con notevole sicurezza di informazione e pregevole chiarezza didascalico-divulgativa, riferisce di una circostanza aneddotica non trascurabile perché senz’altro rivelatrice. La prima edizione de L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale (On the Origin of Species by Means of Natural Selection) di Charles Darwin fu posta in vendita a Londra una domenica del novembre 1859, per l’esattezza il giorno 24. Il giovane editore John Murray si era tenuto prudente e aveva tirato 1250 copie che andarono esaurite in quella stessa giornata, a testimonianza di un preesistente, diffuso interesse, che era cresciuto progressivamente, come preparato da un’intensa stagione di studî iniziata con l’età dell’Illuminismo, la quale dette un contributo fondamentale a che s’instaurasse una visione razionale e scientifica della vicenda storica degli uomini e segnatamente della realtà naturale, fisico-biologica, astronomica e paleontologica.

In altri termini può dirsi che l’opera maggiore del grande naturalista inglese intercettava con felice tempestività una “domanda” culturale rafforzatasi nel tempo e lo faceva sulla base di un metodo d’indagine rigorosamente critico-empirico, frutto di una paziente, sistematica ricerca sul campo – divenne presto celebre il suo viaggio, durato cinque anni, a bordo del brigantino Beagle nelle terre più remote del globo, e in particolare alle isole Galàpagos -, nel corso della quale raccolse gran messe di dati, ordinati poi ed elaborati alla luce di alcuni principî generalmente esplicativi, divenuti assunti teorici rapidamente affermatisi in forza della perspicuità e dell’efficacia descrittive e interpretative di essi.

Il darwinismo più specificamente comportò la discovery of time, la scoperta del tempo nella natura, in aperta opposizione all’astorica “fissità” delle specie propria della concezione del medico e botanico svedese Carlo Linneo, illustrata nell’imponente lavoro Systema naturae, pubblicato nel 1735 e in seguito integrato e completato, e  bene sintetizzabile nel suo celebre motto: “Species tot sunt diversae quot diversas formas ab initio creavit Supremum Ens” (“Tante e diverse sono le specie viventi quante forme diverse fin dall’inizio creò l’Essere Superiore”).  Il creazionismo e il fissismo linneani costituivano il punto di approdo, nell’epoca illuministico-scientifica, di una plurisecolare tradizione di pensiero filosofico-religioso imperniato sulla saldatura fra l’aristotelismo e il racconto biblico, giacché invero lungamente “la narrazione della Bibbia fu considerata non solo un testo religioso, ma anche un documento scientifico” (p.19).

Gli autori non nascondono di certo il fatto che ipotesi trasformistiche si fossero altresì affacciate in tempi precedenti, addirittura nell’antichità, e ricordano Anassimandro, Eraclito, il medico Ippocrate, la scuola atomistica e lo splendido poema De rerum natura dello scrittore latino Tito Lucrezio Caro. Si trattò comunque di posizioni marginali e soprattutto contraddistinte dal tratto peculiare della pura speculazione teoretica. In età moderna la dottrina proto-evoluzionistica ha avuto i suoi rappresentanti autorevoli in Buffon (Degenerazionismo), Cuvier (Catastrofismo), Hutton e Lyell e il loro Uniformismo e in particolare Jean-Baptiste Lamarck, con le sue tesi circa la modificazione delle specie quale conseguenza dell’adattamento all’ambiente e della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti.

Nel libro c’è spazio pure per le teorie contemporanee dell’evoluzione, che constano largamente di approfondimenti in chiave genetistica della lezione darwiniana (ad esempio il saltazionismo, oppure la teoria cosiddetta degli equilibri punteggiati); la proposta naturalistica di Darwin resta nondimeno centrale nella trattazione, e i suoi capisaldi concettuali (“caso – variazione - selezione naturale”) vengono definiti nell’incidenza operativa e nella loro pregnanza cultural-problematica con esauriente incisività.

In conclusione ritengo suggestiva l’immagine-simbolo dei processi che hanno caratterizzato il sorgere e il perpetuarsi della vita nel pianeta, un’immagine emblematicamente e neo-darwinisticamente raffigurante l’albero della vita, cioè un modello di sviluppo non lineare, bensì riconducibile a un’ideale frondosità irregolare e aggrovigliata, a “un intricato ed enorme cespuglio, in cui la nostra specie rappresenta solo un ramoscello molto recente”(p.77).

Floriano Romboli

 

 

Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.

 

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