recensioni
L’ITALIANISMO DI ANTONIO CRISCI NEL VOLUME L’UOMO DI GHIACCIO
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«Una terra desolata pare divenire il luogo dell’immane tragedia inconcepibile per chi è nato ed è presente nel nostro liquido e alienante postmoderno occidentale», scrive in una sua recensione Raffaele Piazza. Dal canto suo Michele Miano nella Introduzione al libro parla di «una sorta di Anabasi dei nostri giorni».
In effetti è questa l’ambientazione dell’immane tragedia toccata all’ARMIR durante la ritirata di Russia, e descritta nel volume L’uomo di ghiaccio di Antonio Crisci, con prefazione di Michele Miano, seconda edizione edita da Guido Miano nel 2022. I reduci raccontano a perdifiato le loro peripezie, cosicché la loro storia personale e privata si in incrocia con la grande Storia (la spedizione in Russia, l’8 settembre). Il libro si compone di vari capitoli, che sono altrettanti racconti, tasselli che cospirano a disegnare un grande affresco. Per certi versi L’uomo di ghiaccio si configura come romanzo-denuncia, presentando punte polemiche nei confronti di chi ha preferito voltarsi dall’altra parte di fronte alle sventure e alle traversie dei sopravvissuti. Rivelatrice la citazione che Crisci fa di quello che può essere considerato un classico sull’argomento Centomila gavette di ghiaccio, che in qualche modo diventa l’ipotesto o almeno un punto di riferimento del libro. Un libro importante per il suo valore di testimonianza. Grande spazio narrativo è occupato dalla vicenda, che attraversa tutto il libro, di Natasha, che è una delle voci narranti. Si staccano infatti dal quadro alcune figure maggiori, come appunto Natasha, che raccontano la storia di un difficile inserimento, diventando così narratori di secondo grado.
Il narratore alterna la durata dei tempi; a volte ad esempio il TD (tempo del discorso) è più breve del TS (tempo della storia); in tal modo si ha il sommario o addirittura l’ellissi, soprattutto nel capitolo “La vita nell’Isba”.
Non mancano aneddoti gustosi, come quello del soprannome Garibaldi, “affibbiato” a un artigiano per il solo fatto di avere affilato il coltello del “vero Garibaldi”. Di quando in quando fa capolino la nostalgia per il tempo preterito, per i cambiamenti, che non giovano “ai ricordi”; e sembra riecheggiare il grido del Poeta: «Paris change».
Trattandosi di una ritirata rovinosa, è inevitabile la cifra della morte giovane: «Nel corso degli anni era riuscito ad avere notizie sia sulla tragica battaglia di Nikolaevka, in cui persero la vita quasi 50000 giovani, sia sulle altre tragiche battaglie».
Fabio Dainotti
Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.
Ada d'Adamo, "Come d'aria"
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Come d'aria
Ada d'Adamo
Elliot, 2023
Morta due giorni dopo essere stata candidata allo Strega con questo libro, Ada d'Adamo racconta in queste poche pagine la sua esperienza profondissima e contraddittoria con la figlia Daria. Fatta d'aria, in un gioco di parole che evoca la leggerezza che occorre per vivere, soprattutto in certi frangenti, e l'antigravità di questa ragazzina tetraparetica, semicieca, epilettica e incapace di interagire col mondo a causa di un inadeguato sviluppo della massa cerebrale, che mai ha toccato terra, sempre sorretta da braccia amorevoli o da una carrozzina. La d'Adamo con molta sincerità, che le costerà anche diverse critiche e insulti, cerca di trovare il filo del groviglio di emozioni e sentimenti che si creano nel rapporto con un figlio affetto da grave disabilità. Dal senso di colpa per la precedente gravidanza interrotta per paura di perdere l'uomo della propria vita, l'amore incondizionato per una creatura di cui vive le limitazioni terrene diventando i suoi piedi, i suoi occhi, la sua voce, e al contempo la certezza, brutale ma reale che una diagnosi prenatale avrebbe posto fine alla gestazione per volontà materna. Le difficoltà burocratiche, la luminosità dei messaggi dei coetanei di Daria che la vedono come magica, una presenza importante nelle loro vite, quella dolorosa dolcezza che si vede solo nei momenti di buio. E poi la diagnosi di Ada, da subito grave: tumore metastatico. Tornare a curare se stessa, mettersi al primo posto per potere assicurare una continuità a quella figlia che non potrà mai sopravvivere senza i genitori. La terapia ormonale, il corpo devastato, smettere anche di chiedersi perché la vita ad alcuni impone prove talmente difficili. Stare lì, nel momento, vivere, lenire, andare avanti, e il futuro chissà come sarà, chissà quanto sarà. E nel mentre cercare di lasciare una testimonianza di tutto ciò che sia diario, introspezione, rivelazione per tutti noi che la leggiamo.
Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"
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GRAZIA MARZULLI
Nella carezza del vento, sbocciano fiori
Come scrive Michele Miano, nella prefazione al libro di poesia che prendiamo in considerazione in questa sede, la silloge di Grazia Marzulli Nella carezza del vento, sbocciano fiori, risulta un florilegio dei suoi volumi precedenti in aggiunta a vari testi inediti. Un verso strutturato il suo e non sempre di immediata e facile lettura proprio perché attinge al mondo classico.
Un fortissimo amore per una natura espressione dell’armonia del creato pare essere la cifra fondante della poetica dell’autrice, elemento costante nella sua ventennale attività letteraria.
Un poiein tout court neolirico quello che Grazia ci presenta del tutto in controtendenza con i vari sperimentalismi e neo orfismi che sono tipici dei libri di poesia del nostro panorama letterario italiano contemporaneo e potremmo dire internazionale.
Emerge nei testi una forte capacità di stupirsi nel seguire il sentiero della linearità dell’incanto e tale dono suscita nel lettore forti emozioni e gli restituisce sentimenti e pensieri che pensava di avere sperimentato nel preconscio ma che non erano mai venuti fuori nell’inverarsi di un esercizio di conoscenza attraverso una parola detta con urgenza, parola stessa che è luminosa e icastica e leggera nello stesso tempo e nonostante la complessità architettonica il volume può essere letto come un poemetto che ha per protagonista la natura.
E a proposito del tempo qui di lirica in lirica si realizza mirabilmente un’atemporalità, nella presenza stabile dell’attimo che s’innesta nel cronotopo nei versi levigati e sempre ben controllati.
Leggiamo in Il tempo delle more: «Vorrei tornare / a cogliere le more / con la freschezza / di tanti anni fa. // Pei viottoli / andavamo spensierati / con i bambini / cicalanti intorno / che si pungevano / tra i rovi dei cespugli / pregustando / la buona marmellata…».
Al discorso naturalistico si affianca nel pervaderlo quello religioso e quella della poetessa è una religiosità serena e di ringraziamento a Dio per i doni che le restituisce e le elargisce.
Un ottimismo di fondo pare dunque permeare questi versi carichi di luminosità e speranza e la natura stessa espressione della divinità pare essere benevola verso l’essere umano che da creatura diviene persona, natura antitetica a quella della concezione leopardiana che la considerava matrigna e spietata nei confronti degli uomini.
Natura come spazio scenico o scenografico per usare una metafora teatrale quella messa in scena da Grazia e a volte c’è un tu al quale l’io-poetante si rivolge in modo accorato un tu che presumibilmente è l’amato e del quale ogni riferimento resta taciuto in atmosfere sempre rarefatte.
Leggiamo in Fuoco: «In cammino / sfidando nastri / dalla volta del cielo e annodando // All’arcobaleno i colori della vita / nella purezza dell’alba / ricerco essenze odorose. // E incontro tra i roghi / del crepuscolo virtuale un bimbo-eroe / solo tra i rovi al primo vagito…».
Magia, mistero e sospensione connotano questi versi che varcano per la loro essenza positiva la soglia della speranza postulando che la serenità stessa posso divenire felicità anche perché irradiata da bellezza e suadente mistero.
Raffaele Piazza
Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.
Stefano Adami, "Confuso con l'ombra"
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Confuso con l'ombra
Stefano Adami
La Lepre, 2010
Confuso con l'ombra è un metaromanzo breve, ispirato palesemente a Calvino, di cui lo scrittore è un grande conoscitore. Dire di cosa parla sarebbe impossibile. Stefano Adami ci ha messo un mondo, il suo mondo e forse il mondo di tutti noi che apparteniamo alle generazioni X e Y. Il protagonista, che mi ha ricordato tanto quello delle Memorie del Sottosuolo, è arrabbiato, smarrito e anche parecchio sfigato. A differenza di quello però è dotato di una grande autoironia: lo dimostra la definizione che riserva alle biblioteche, lui che è un amante dei libri: "parola in fondo anche nell'opinione di autorevoli linguisti di non difficile pronunzia, che indica un'istituzione pressapoco inutile (ma egualmente mangiasoldi), atta a caritatevolmente raccogliere dalla strada tutti quelli che non hanno un lavoro, non hanno una donna, non hanno un affetto, non hanno una qualsiasi cosa da fare, non hanno, un diecimila lire per il biliardo e il cappuccino, e magari non hanno neppure una casa, e a dargli un tetto per tutto il giorno, un cantuccio caldo dove scaldarsi, ed eventualmente la possibilità di incamerare conoscenza, di toccare e usare in vari modi libri e quotidiani". La storia sarebbe assai difficile da raccontare, tantomeno da riassumere. Ogni capitolo è un capitolo primo, chissà, forse per darsi una possibilità di ricominciare ad ogni pagina con una nuova idea. Il protagonista è un disadattato bibliomane, colto ma spiantato, preso a ceffoni da tutti con grande goduria con ogni scusa possibile, coinvolto dapprima in una rapina in banca per amore di una donna (che per tutta risposta lo schiaffeggia sdegnosamente e poi scappa con la refurtiva) poi in un complotto per eliminare tutti gli scrittori di qualsiasi valore per pubblicare esordienti mediocri. Inseguito, picchiato, minacciato, gli verrà estorto il suo manoscritto ma essendo scritto troppo bene, verrà incarcerato da questa fantomatica polizia editoriale. Tutta l'opera è una mega citazione contenente microcitazioni di titoli letterari, canzoni, calembour, nomi storpiati, storia contemporanea italiana. Il mondo di un cinquantenne medio italiano fatto delle disillusioni, dell'astio verso la democrazia cristiana, il nepotismo, gli attacchi alla cultura, le situazioni kafkiane legate alla burocrazia. E allo stesso tempo l'amore salvifico per la letteratura, l'autoironia come scudo indistruttibile, l'amore per le donne, forse non sempre ricambiato, ma percepite come creature a cui l'autore non sa resistere. In tutto questo va citata la lingua utilizzata, un italiano nitido, pulito, con qualche forma arcaica e qualche termine barocco, mai lezioso ma alternato con la dovuta leggerezza a rare parole triviali che rendono Confuso con l'ombra un agrodolce e divertente racconto sull'importanza di restare sempre leggeri.
Sara Pellegrino, "Quando mi siedo dentro e sto"
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Quando mi siedo dentro e sto di Sara Pellegrino (Eretica Edizioni, 2022 pp. € 15.00) è un libro dalla intima descrizione elegiaca. La poetessa coglie la funzione catartica e poetica della nostalgia, eleva il significato della qualità esistenziale della memoria, avverte il calpestio lieve e prolungato dei ricordi lungo l'argine animato del silenzio. La poesia di Sara Pellegrino conferma la capacità creativa del tempo, sostiene il conforto del passato e l'intuito del presente, orienta il passaggio sconfinato dei sogni nel labirinto di ogni destinazione sensibile interrotta nella frantumazione delle parole, sfumate oltre la sospensione temporanea del respiro affettivo. I testi consolidano la protezione spirituale dei sentimenti, disperdono l'inafferrabilità della lontananza, rafforzano la decifrabilità delle sensazioni, afferrano la vicinanza al senso della riflessione. Sara Pellegrino divulga il senso positivo e protettivo delle espressioni interiori, sostiene la direzione delle notti, svolge l'intreccio dei desideri, immerge nello spaesamento delle ombre l'essenza dei dubbi e l'equilibrio della speranza, rinforza l'assegnazione dinamica e autentica dell'esperienza, amplia l'orizzonte immaginativo della consapevolezza, assapora l'instabilità decadente dell'inevitabilità, la malinconia della misteriosa dimenticanza. Il libro ospita la percezione di una sonnolenza imperturbabile, anestetizzata dalla preghiera amorosa, densa di contenuto esistenziale, custodisce l'incoraggiamento felice verso la relazione di una condivisione, l'entusiasmo improvviso della rinascita. La poesia accerchia il coraggio, restituisce la lesione dolorosa, dirige il cammino lungo i passi sfumati e spietati delle ferite, regola i collegamenti romantici del vissuto, il conflitto istintivo delle emozioni, dilata l'attraversamento di tutto ciò che prolunga l'andamento incantevole della vita e offre una destinazione miracolosa alla propria anima. Sara Pellegrino svela l'arrendevolezza della complessità, influenza il proprio spazio identitario con il rivestimento premuroso di pensieri, impronte, segreti da custodire, con la generosa difesa di luoghi, d'immagini e rivelazioni consumate nel confine dell'evanescenza. Ogni stato d'animo rappresenta l'esperienza irrinunciabile dello scivolamento emotivo, il raccoglimento trascendente dell'abisso, la ferma volontà di confinare lo squilibrio nella superficie della perdita e dello smarrimento. Quando mi siedo dentro e sto è un esordio letterario dominato da un intervallo implacabile che scandisce l'immobilità di ogni impronta di perdizione, concentra l'inchiostro dei versi nella materia prima dell'attesa e nella speranza della salvezza, abbraccia la familiarità autentica e intensa delle cose e delle persone, sigilla la quiete dalla meditazione sul senso dell'esistere e la contemplazione del mondo dalla solitudine dell'esilio. La poetessa impara a esaminare l'inquietudine della vita ricercando in essa le occasioni di comprensione, dirada l'offuscamento delle difficoltà, rincorre un itinerario di crescita e di arricchimento della saggezza, per vivere con sincero distacco la padronanza degli eventi, cogliere il messaggio nascosto delle esitazioni e disgregare l'indolenza sulle decisioni. La vita è continua evoluzione, variazione di rinascita, la necessità di un'urgenza rivelativa. Sara Pellegrino siede dentro ogni desiderio e resta accanto alla stabilità di ogni affetto.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Anch'io sono pioggia
cado senza stancarmi
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Si chiama pace
ha un'anima spessa
fatta di zucchero e silenzio
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E poi rinascere come vento
scivolare sulle case, sul tempo
dentro un minuto di nostalgia
Cureremo questo secolo obeso
di sorrisi e indifferenza
per non sciupare i contorni
e l'essenza del viaggio
per gridare ancora il coraggio
di sogni negati e desideri in avaria
Tra l'abisso e la pioggia
ci sono rami e idee da scartare
un finestrino socchiuso sul giorno
l'alleanza segreta
tra polline e cielo
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Bisogna proteggersi
dall'infinito
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Ci vediamo lassù
in cima al desiderio
sbucciando papaveri
e felicità
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Racconteremo la luce
dopo di noi
accanto una abat-jour
colorata di grano
Leggeremo campi
di sogni sterminati
incrociati tra le mani
Guarda:
il giorno aspetta una risposta
seduto su persiane abbassate
Dovremmo dirglielo
che il tempo vola
e per lui scrive poesie la notte
tra le spighe e i tulipani
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Vivo
dove tutto è indistinto
e i colori
immergono l'acqua nel cielo
sfumato di rosa e maree
Cosa importa il mio nome
Io nuoto la luce
e respiro la terra
e sono tutte le cose che sono
e un filo d'eterno
rosso
sgargiante.
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Guarderò da lontano
questo fuoco che scende
fino a colarci dentro
l'ultimo bagliore
E poi sarai notte
Laura Pugno, "Sirene"
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Sirene
Laura Pugno
Marsilio, 2022
Leggere un libro solo per finirlo è come andare a lavorare solo per i soldi: si ha la sensazione di avere perso tempo e che avremmo potuto fare qualcosa di meglio. Non so perché questa volta ho concesso a questo libro la lettura veloce della seconda metà invece di mollarlo prima. Una storia da cui già sarei dovuta stare lontana per il tema principale, la distopia climatica, argomento spinoso che quasi nessuno riesce mai a trattare in maniera convincente, con futuri mondi sempre poco plausibili, storie aggrovigliate, personaggi depressi. Invece mi ha attratto la presenza delle sirene descritte non come quelle di Andersen ma come quelle mitologiche, animali antropomorfi feroci, dotate di zanne con cui dilaniano le carni dei fuchi (ovvero i "Sireni") e che sull'essere umano esercitano un'attrazione morbosa. Nel mondo creato dalla Pugno la gente vive in un Underworld perché l'esposizione al sole fa ammalare di un cancro nero della pelle, contagioso e che conduce a morte rapidamente. In questo mondo ctonio dominato dalla Yakuza, una delle tante cose che nel romanzo restano inspiegate, le sirene, animali che si sono palesati dopo la pandemia, vengono o macellate, utilizzate per la riproduzione o sfruttate nei bordelli. Uno dei guardiani, Samuel, un ragazzo con un passato costellato di traumi, decide un giorno di avere un rapporto con una sirena mentre è in estro, non immaginando che questo sarà fecondo, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il racconto ha uno spunto anche interessante ma a parte i personaggi che sono abbozzati, un pregresso che viene accennato, descrizioni da schizzo su carta, una trama non benissimo legata, tanto che ho avuto la netta sensazione che fosse materiale molto più adatto ad un albo a fumetti che ad un racconto lungo, il punto è che non mi ha lasciato nulla. Un messaggio, una metafora, un passaggio talmente scritto da volerlo sottolineare. Nulla. La sceneggiatura scritta male di un fumetto fantasy. Solo che disegnata ci passi una mezz'ora, così ce ne vogliono 4 e non vale la pena. Ci ripensi la Pugno. Per una storia così ci vedrei bene Corrado Roi a disegnare la parte più mostruosa delle sirene. Altrimenti non lo consiglio proprio.
Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"
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Nel corso della Storia dell’umanità la terribile realtà delle guerre, con tutto il male e la morte che hanno causato, costituisce una lezione incontrovertibile da tenere in considerazione soprattutto nella nostra contemporaneità.
Guerre che nei secoli prima e dopo Cristo hanno scosso le coscienze dei sopravvissuti per i tantissimi morti e feriti spesso anche innocenti, come i civili, tra i quali bambini, oltre che per le distruzioni di paesi e città e per i danni ambientali.
La lezione suddetta si dovrebbe imprimere nelle menti dei capi delle nazioni del pianeta terra che dovrebbero assolutamente cercare l’antidoto di una pace universale per il mondo per evitare quella che sarebbe una vera Apocalisse.
Ma ciò costituisce un’utopia e lo dimostra chiaramente una guerra tremenda come quella che si sta combattendo in questi mesi del terzo Millennio in Ucraina, guerra che, vista la portata degli arsenali nucleari e chimici delle superpotenze, potrebbe essere anche l’ultima guerra con la distruzione totale della vita sulla terra in un folle quanto tragico Olocausto a livello globale, totale e definitivo nel tristissimo prevalere dell’irrazionalità e della violenza.
Scrive Michele Miano nell’introduzione al volume, preceduta da una premessa dell’autore, di non sentirsi all’altezza nel delineare alcuni aspetti delle vicende narrate in questo libro costituito da brevi capitoli, opera che ha per argomento l’immane tragedia del corpo di spedizione italiano dell’Armir in Russia durante il secondo conflitto mondiale.
Perché il titolo L’uomo di ghiaccio? Credo che questa definizione sia stata coniata da Crisci in riferimento al clima glaciale, alla neve con la quale dovettero fare i conti i soldati italiani in Russia, soldati che bestemmiavano nelle sofferenze che li portavano spesso alla morte affondando nella neve stessa, nei loro passi stentati,ed erano bersaglio dei colpi delle armi dei russi.
Anche se ci furono rarissimi casi di miracolati, come quello del soldato italiano che cambiò identità e divenne cittadino russo, il bilancio per l’esercito italiano fu terribile e anche ai giorni nostri si è verificato che reliquie dei soldati italiani siano state restituite a genitori e parenti affranti e i soldati caduti in Russia potrebbero essere considerati persone dallo sfortunatissimo destino terreno.
Viene in mente l’ibernazione dell’uomo dalla quale nessuno si è risvegliato, quindi nel titolo vediamo un simbolo di morte, il senso di qualcosa di inerte, l’icona di colui che vittima del male e/o della follia, muore sul campo di battaglia, e ciò vale anche per i soldati russi e per tutti i soldati di ogni nazionalità in ogni tempo.
Una terra desolata pare divenire il luogo dell’immane tragedia inconcepibile per chi è nato ed è presente nel nostro liquido e alienante postmoderno occidentale nel quale le persone vivono esistenze che nella loro essenza sono lontane anni luce dal baratro e dal dolore dei soldati italiani caduti in Russia e dal loro tragico destino.
Scrive Crisci, nel frammento Un giorno alla memoria, che dopo troppi anni di oblio sarebbe doveroso dedicare un giorno alla memoria di questi innocenti e giovani martiri.
Il tempo non ha cancellato l’ardimento e il sacrificio di giovani vite immolatesi per cause a loro non completamente note ma dettate dal senso del dovere e da ideali patriottici e si potrebbe aggiungere che tali ideali furono più sentiti dai soldati italiani nel primo conflitto mondiale che nel secondo, anche se non crediamo all’assunto di Hegel che affermava che le guerre sono necessarie.
Raffaele Piazza
Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.
Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"
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Grazia Marzulli pubblica in questa silloge che appare a marzo 2023 presso la Casa Editrice Guido Miano una serie di testi di notevole interesse artistico-culturale, ricavandoli in buona parte dalle varie raccolte di versi composti nell’arco di un decennio, da Il volo di Penelope (1998) a Salsedine (1999) a Selva di dissonanze (2000), da La luce verticale (2001) ad Anfratti fioriti, conchiglie (2003) a Il velo di Maya (2004), con l’aggiunta significativa di componimenti inediti, validi e coerenti con la precedente ricerca, riuniti sotto i titoli di Anemoni e Fiori della Resilienza.
La poetessa avverte con una sensibilità viva e partecipe il fascino intrigante della vita, la sollecitazione animatrice che pervade l’ordine complessivo delle cose, la realtà naturale e l’esperienza etico-intellettuale degli uomini.
Il ricorso sistematico a una serie di suggestive metafore rappresenta il cuore della sua strategia di formalizzazione del vario materiale figurale ed emozionale connesso all’indagine esplorativa del dinamismo esistenziale; in particolare mi sembra felice quella della “barca”, che fronteggia audacemente i marosi alla ricerca di equilibrio ideale e della realizzazione di un progetto moralmente qualificante: «… Canto la barca a vela che vacilla / nel labile solco / conteso da opposte correnti / eppure osa, / osa sfidare i venti / all’alba imperlata di rugiada / occhi di fuoco al tramonto. // Avvinta a giochi di spume / intreccio ghirlande di pensieri / zaffiri e smeraldi di speranze / nel solco che smeriglia cuori / per mete sconosciute al fato / e lungo rotte refrattarie al caso» (Canto la barca, in Il velo di Maya). A tale immagine si lega l’altro centrale spunto metaforico del “fiore”, evocato del resto fin dal titolo del libro: «…Fra brezze d’illusioni m’imbarcavo / verso gli spazi / dove l’ippogrifo / dispiega fresche ali nell’idea / di reinventare il mondo. // (…) E in acque terse fra spume / ignare di gorghi e bufere / spargeva corolle dal grembo / il limpido errare» (Culla di prodigi, ivi).
I miei corsivi intendono porre in risalto gli effetti della rima e dell’enjambement, che attestano un linguaggio sottilmente elaborato pur nelle generali essenzialità e linearità organizzative.
La primaria energia vitale assume spesso in questi versi i tratti stimolanti e corroboranti della luce: «… Ma da vestale attende che la fiamma / alta si nutra e calda / nel tempio / alta e calda / ardita gigantesca smisurata / fino a piegare il cielo sulla terra / per inondarla di chiarore» (Ricerca, in La luce verticale, corsivi miei, come in seguito); «Foce del tempo, ascolta / passi ed echi dell’età mia / al pulsare di vena / che vigile tende alla luce // (…) Osserva il volto nella preghiera, / fiducioso al rifiorire di speranze / dal tenero profumo di azalee. // Tempo, tu che ceselli la coscienza / e plasmi e ritocchi gli ultimi sbalzi, / fa’ ch’io sublimi in ascesi il mio pensiero / quale estrema offerta d’amore» (Opera d’arte, in Anemoni).
L’“amore” per la vita e per la varietà delle sue forme («Non fermarti, / asseconda il ritmo del respiro / onda luminosa del pensiero. // Le forme che la vita affastella / chiedono raggi…», Onda d’argento, in Salsedine) determina un descrittivismo puntuale, un’intima adesione ai molteplici aspetti del reale che si obiettivano nella misura ordinativa dell’enumerazione: «Sbiadire lento di caseggiati / e ciminiere color vaniglia / metafisici cubi e bottiglie / nello spazio alienato. // Grigio un sipario cala / sul catrame dei tetti / sul gomito di latta, sul selciato / sul mio viso / schiacciato contro i vetri. // Suoni voci rumori / treni di verità / lungo i binari del tempo / squarciano veli di nebbia. // E dalle ombre / spuntano girasoli / abbozzando sorrisi / verso un lingotto d’oro di finestra» (Lungo i binari del tempo, in La luce verticale, cit.).
Dare armonia, comporre in sintesi feconda i tanti, anche contrastanti, momenti del vivere è l’arduo, quotidiano compito di ognuno; e il richiamo al superiore Disegno divino è per l’autrice invito all’impegno e alla preghiera sinceri: «… Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il tu e l’io / la parola e la vita / si fondono per noi in armonia», Un varco, ivi) .
Floriano Romboli
Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.
Everything Everywhere All at once
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Se questo film meritasse o meno gli Oscar, se è stata la vittoria del politicamente corretto, non lo so. So solo che chi me lo ha consigliato lo ha trovato deludente. Io l'ho trovato pazzesco in tutti i sensi. La trama non è riassumibile, è a suo modo un viaggio dell'eroe (eroina in questo caso) ma invece che svolgersi in orizzontale si svolge in verticale, ovvero tra i numerosi universi paralleli. Evelyn, una donna ormai apatica in una famiglia abbastanza sfigata, scopre che può accedere al Multiverso, saltando da un piano all'altro e assorbendo le capacità sviluppate in mondi paralleli: questo le servirà per salvare il Multiverso stesso da Jobu Tupaki, un mostro che lei stessa ha creato nel Mondo in cui era una scienziata, facendola saltare talmente tanto da averla frammentata e averla resa ubiquitaria. Jobu nella sua follia vuole che tutto venga divorato dal caos ed Evelyn è la prescelta per un motivo molto semplice: in questa Realtà ha fallito ogni singola cosa abbia fatto, dalla vita privata, al lavoro, agli hobby. Centoquaranta minuti di citazioni, combattimenti pirotecnici, scene assolutamente ridicole, nonsense che possono anche essere goduti semplicemente così, lasciandosi trasportare da un film che capisco possa sembrare girato da due che si sono presi una dose di allucinogeni scaduti. Se però si scende nei piani di lettura, si può trovare molto di più. La multipotenzialitá in ognuno di noi: non a caso per accedere ad un altro universo occorre fare "qualcosa di assurdo che non faresti mai" (lascio a voi scoprire i metodi esilaranti che i protagonisti hanno di volta in volta messo in atto) perché sperimentarci nelle novità può consentirci di accedere ad abilità che ignoravamo di avere. Le coincidenze e la serendipitá come veri e propri stati di coscienza: in ogni universo Evelyn è circondata sempre dalle stesse persone ma con rapporti diversi. E anche dove decide di non fidanzarsi con il futuro marito, lo ritrova comunque. Perché come diceva Rumi "ciò che cerchi ti sta cercando" e a questo non si sfugge. La Gentilezza come stile di combattimento. Si può essere campionesse di Kung fu e abbattere tutti con la forza dei mignoli ma la sua Maestra le ricorda che tutto è Kung fu, anche un biscotto: se offerto alla persona giusta si possono ottenere lo stesso i risultati. L'Amore come unica Forza universale che può opporsi al Caso, ristabilire i rapporti, impedire la devastazione. La Leggerezza come modo di vivere: senza preoccuparsi troppo, cercando sempre il lato buono, ridendo durante un combattimento che si trasforma in una enorme seduta di psicoterapia di gruppo. La vita è caos, vero. Ma non saremo noi con i nostri sforzi a darle un senso. Godersi una baracconata simile rischia di farci avere la vera illuminazione.
Mare Fuori
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Si sentono le tre diverse regie nelle rispettive stagioni di Mare Fuori. Asciutta, cruda e bellissima la prima, a firma Carmine Elia; coinvolgente ma melodrammatica la seconda, dove si avverte la mano femminile di Milena Cocozza; fin troppo ingolfata di lacrime e abbracci la terza, a mio avviso la peggiore, diretta da Ivan Silvestrini.
Mare Fuori piace perché ribalta tutte le prospettive. La vera libertà è l’IPM, sembra dirci, lo spazio ristretto del penitenziario minorile affacciato a pelo d’acqua. Lì dentro succede di tutto ma in specie avvengono cose buone: rivolgimenti interiori, pentimenti, crescite. Fuori, invece, c’è il male, ci sono persone malvage che ti obbligano a delinquere, a diventare quello che in cuor tuo non vorresti essere, a finire schiacciato dagli ingranaggi del sistema camorristico. “Fuori è pieno d’infami”. Al punto che non si capisce perché si continuino ad accordare permessi premio quando poi, una volta usciti, i ragazzi compiono, volenti o nolenti, gli atti più crudeli o rischiano la pelle. “Siamo più liberi qui dentro”, dice Naditza a Filippo. In carcere, infatti, le differenze si appianano, si diventa uguali, la zingara napoletana può sognare l’amore con il Chiattillo, il figlio di papà milanese.
La figura più affascinante non è, appunto, il fighetto milanese, per quanto coraggioso e determinato, ma Carmine di Salvo, figlio della boss Wanda, il quale cerca di svincolarsi dalla melma deterministica che lo avvolge e impastoia, che gli impedisce di vivere una vita semplice e onesta, che gli uccide la giovane e innocente moglie. Mediterraneo, con le labbra carnose e lo sguardo malandrino, tormentato e buono, è il vero eroe del penitenziario. Carmine passa attraverso ogni genere di ribellione e sofferenza. Ha un rapporto padre- figlio col comandante – altro personaggio romantico – un tenero legame con la figlioletta, che non a caso ha chiamato Futura, una sorta di bromance con il Chiattillo, amico fraterno disposto a tutto per salvarlo, e una passione alla West Side Story per Rosa Ricci, rampolla del clan avverso.
All’opposto di Carmine c’è Viola, il male assoluto, fine a se stesso e incarnato, per cui non si prova compassione. Quando cade dal tetto della prigione nessuno si dispiace per lei e tutti i telespettatori tirano un sospiro di sollievo.
La serie attrae perché dà una spiegazione al male, sempre figlio di altro male. Perché implica un riscatto, anche per gli atti più atroci, come accoltellare una madre o violentare una ragazza. Basta pentirsi, piangere e abbracciarsi, basta non averlo voluto davvero. E qui, forse, nasce il pericolo, il messaggio sbagliato, cioè che tutto si possa perdonare, dimenticare, archiviare, relegare nel passato, persino l’azione più efferata in stile Erica e Omar. Solo l’oggi ha valore, esistono esclusivamente il presente e un futuro sognato. Così il male viene sminuito a favore di altri valori, molto esaltati nelle serie televisive odierne, siano esse fantasy, storiche, poliziesche o drammatiche: amicizia, lealtà e amore hanno più importanza di omicidi, violenze e faide di sangue, e le intenzioni sono più forti delle azioni.
Chiunque di noi, suggerisce inoltre Mare Fuori, può trovarsi nella situazione di questi ragazzi, messo a nudo e costretto a delinquere per finire poi circoscritto nel limbo di un carcere, luogo più dell’anima che fisico, dove le differenze si annullano, dove bene e male sono ingigantiti oppure appiattiti, dove si formano alleanze e si giurano odi eterni.
Una carrellata di personaggi forti, ben disegnati e indimenticabili: la direttrice, il comandante, Carmine, Filippo, Naditza, Cardiotrap, Pirucchio, Pino, Ciro, Kubra, Edoardo e tutti gli altri sono destinati a rimanere nel cuore, così come i vicoli tortuosi di una Napoli affacciata su un mare che può stare fuori, sì, ma anche perforarti l’anima.
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